Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare
Tornare a casa da una missione significa rientrare in una famiglia che ha imparato a vivere senza di te. Lastenia Francis ha intervistato 23 persone veterane nere delle guerre in Afghanistan e in Iraq, tutte con una diagnosi di disturbo da stress post-traumatico. La fiducia si ricostruisce meno attraverso grandi confidenze che grazie a una presenza costante, a un ascolto che rispetta i tempi e a ruoli che si spostano, con un’identità razziale che protegge tanto quanto espone.
Traduzione non ufficiale in italiano di Building Trust and Connection: A Family Systems Perspective on Black Veteran Reintegration, di Lastenia Francis, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1111/jmft.70144, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata sotto forma di elenco; le informazioni supplementari online non sono riprodotte. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Le famiglie che hanno tollerato un’asimmetria nel coinvolgimento sono riuscite a ricostruire la fiducia in modo graduale, il che mette in luce la centralità di una presenza costante, più che di un accesso emotivo immediato, nel processo di reinserimento.
Lastenia Francis
Abstract
Il reinserimento dopo una missione militare è spesso considerato un processo individuale, benché avvenga all’interno di sistemi familiari. Le persone veterane nere restano sottorappresentate nella ricerca sul reinserimento, in particolare negli studi centrati sulla fiducia relazionale e sullo stress razzializzato. Le interviste semistrutturate condotte con 23 persone veterane dell’Operation Enduring Freedom (OEF) e dell’Operation Iraqi Freedom (OIF) hanno fatto emergere quattro temi interconnessi: la presenza, la comunicazione, l’identità razziale e la negoziazione dei ruoli familiari. I risultati indicano che la fiducia si è costruita attraverso processi relazionali quotidiani piuttosto che tramite un’apertura emotiva immediata, e che l’identità razziale ha funzionato al tempo stesso come risorsa e come peso. Questi risultati mettono in luce la fiducia come processo relazionale plasmato dalle dinamiche familiari e dai contesti socioculturali, ampliando la letteratura sul reinserimento.
Parole chiave: persone veterane nere, sistemi familiari, reinserimento militare, stress razzializzato, fiducia relazionale
Il reinserimento comincia quando una persona militare torna a casa da una missione, ma è molto più di un evento singolo. Secondo Elnitsky et al. (2017), il reinserimento è un processo continuo che richiede alle famiglie di riorganizzare i ruoli, rinegoziare le relazioni e adattarsi emotivamente alla persona militare che rientra, e che coinvolge non solo la famiglia ma anche la comunità e l’ambiente di lavoro. Paley et al. (2013) sottolineano inoltre che questi adattamenti sono sistemici e influenzano tutti i livelli del sistema familiare. Drew et al. (2022) descrivono il reinserimento come un processo per fasi — preparazione, rientro a casa e stabilizzazione a più lungo termine —, ciascuna con i propri cambiamenti di aspettative e di ruoli. Durante la missione, le famiglie si adattano ridistribuendo le responsabilità di cura, il processo decisionale e le routine quotidiane. Al rientro, questi schemi richiedono un’attenta rinegoziazione per adattarsi alla nuova realtà della famiglia, e non un semplice ritorno al passato (Pincus et al. 2001). Il reinserimento perturba così l’equilibrio familiare e richiede che l’intero sistema si ricalibri (Elnitsky et al. 2017; Paley et al. 2013).
Una prospettiva sistemico-familiare concepisce il reinserimento come una ristrutturazione relazionale che coinvolge l’intero sistema familiare (Brennan et al. 2021; Paley et al. 2013). Le coppie devono affrontare cambiamenti nell’intimità e nei ruoli relazionali; i genitori adattano il loro modo di gestire la gerarchia e la cogenitorialità; e figlie e figli si adattano a strutture e aspettative familiari in evoluzione (Riggs e Riggs 2011). Poiché questi sottosistemi sono interconnessi, lo stress o la perturbazione in una relazione può propagarsi all’intera famiglia. O’Neal e Mancini (2020) hanno rilevato che le difficoltà del reinserimento, in particolare il conflitto tra i genitori, possono incidere sull’adattamento in adolescenza, il che evidenzia l’influenza reciproca tra i processi familiari in questo periodo. La teoria dei sistemi familiari concettualizza quindi il reinserimento come un insieme di processi continui e interattivi in cui le esperienze di ciascun membro plasmano le risposte degli altri (Paley e Hajal 2022).
La rinegoziazione dei ruoli e la regolazione emotiva sono centrali nel reinserimento familiare. Le persone militari tornano spesso in famiglie che durante la loro assenza hanno sviluppato nuove routine, il che può generare incertezza e sentimenti di esclusione (Knobloch e Theiss 2012). Ruoli flessibili e una comunicazione aperta sono cruciali per adattarsi a questi cambiamenti, poiché le famiglie devono mantenere e aggiustare nel tempo i nuovi schemi familiari (Glorieux et al. 2023). La comunicazione passa dall’intensità emotiva iniziale del ricongiungimento al lavoro pratico di coordinamento e sostegno quotidiani (Knobloch‐Fedders et al. 2020). Quando le famiglie vivono uno stress durante il reinserimento, sono i sintomi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) dei genitori, e non il numero o la durata delle missioni, a essere direttamente associati a un peggiore adattamento infantile; i sintomi di PTSD materni compromettono inoltre l’efficacia genitoriale (Gewirtz et al. 2018). Sandoz et al. (2015) hanno rilevato che la flessibilità psicologica, ossia la capacità dei membri della famiglia di adattare comportamento e comunicazione a esigenze mutevoli, è fondamentale per attenuare gli esiti negativi e favorire un adattamento familiare più sano dopo la missione. In definitiva, l’esito del reinserimento dipende dalla capacità del sistema familiare di riorganizzare i ruoli, regolare le emozioni e costruire insieme un nuovo equilibrio.
Nel contesto del reinserimento, la fiducia è un processo dinamico che si sviluppa attraverso interazioni continue e una dipendenza reciproca, più che un tratto fisso (Melvin et al. 2015). Mentre le famiglie attraversano il periodo successivo alla missione, l’incertezza sulla relazione di coppia, sull’impegno o sulle emozioni può aprire spazio al dubbio e favorire interpretazioni negative se non viene gestita (Knobloch et al. 2021). Una comunicazione aperta e un’apertura sincera riducono l’ambiguità e costruiscono una comprensione condivisa, rafforzando così i legami relazionali (Drew et al. 2022; Knobloch et al. 2023).
Costruire e mantenere la fiducia durante il reinserimento dipende da una comunicazione che favorisca al tempo stesso la vulnerabilità e la sicurezza emotiva. Le coppie rafforzano la fiducia condividendo le emozioni, riconoscendo gli errori e riparando le rotture relazionali attraverso le scuse e la riconnessione (Knobloch et al. 2023; Melvin et al. 2015). Un adattamento graduale, aspettative moderate e la pazienza aiutano a ridurre la difensività e a favorire la fiducia (Adler et al. 2011). Blow et al. (2015) sostengono che la terapia focalizzata sulle emozioni sia un modello efficace per affrontare le difficoltà relazionali delle coppie militari alle prese con il PTSD, poiché pone l’accento sulla ristrutturazione delle risposte emotive e sulla promozione di legami di attaccamento sicuri. Col tempo, un’affidabilità e una responsività costanti costruiscono un senso di stabilità e fanno della fiducia un processo dinamico e continuo all’interno del sistema familiare (Kopacz et al. 2018).
La fiducia all’interno del sistema familiare può erodersi quando gli schemi di interazione creano ambiguità o rischio emotivo. Ad esempio, il sospetto, soprattutto se uno dei partner ritiene che gli vengano nascoste informazioni, aumenta l’incertezza e mina la fiducia anche in assenza di un tradimento evidente (Knobloch et al. 2021). Il ritiro emotivo, la scarsa apertura o il muro di silenzio (stonewalling) segnalano indisponibilità, che il o la partner può interpretare come mancanza di cura o di impegno. Knobloch‐Fedders et al. (2020) hanno rilevato che le coppie militari vivono cambiamenti significativi e fluttuanti nella vicinanza, nella comunicazione e nell’incertezza relazionale lungo tutto il reinserimento, mentre si adattano alla vita dopo la missione. Perkins (2025) sottolinea che il razzismo può portare a un ritiro protettivo e a una certa riservatezza nelle coppie nere, scoraggiando ulteriormente l’apertura emotiva. La fiducia può essere minacciata anche quando la competenza della persona rimasta a casa viene messa in discussione, o quando l’autorità viene rapidamente ripresa dopo la missione, suscitando risentimento e sfiducia (Adler et al. 2011).
Le gerarchie razziali radicate nelle organizzazioni militari plasmano profondamente le esperienze delle persone militari nere, creando difficoltà quotidiane (ad esempio molestie, scarso mentoring e ostacoli alla progressione di carriera) con conseguenze che vanno oltre la carriera militare (Cancelmo et al. 2025). Il pregiudizio razziale persistente all’interno delle forze armate ha effetti duraturi, tra cui una maggiore vulnerabilità al trauma (Burk e Espinoza 2012). Dohrenwend et al. (2008) hanno rilevato che le persone veterane nere del Vietnam presentavano PTSD con una frequenza maggiore rispetto ai pari bianchi, e che il razzismo dentro e fuori l’esercito contribuiva direttamente a questa disparità. Sohn e Harada (2008) hanno dimostrato che la discriminazione razziale è associata a esiti di salute peggiori per le persone veterane appartenenti a minoranze. Il reinserimento delle persone veterane nere richiede di guarire sia dal trauma militare sia dal trauma razziale, poiché queste ferite si intrecciano e si aggravano a vicenda (Winters et al. 2023). Questo doppio carico mette sotto pressione le relazioni familiari, perché l’ipervigilanza protettiva può ostacolare l’apertura emotiva.
L’intersezionalità, così come definita da Crenshaw (1989) e ampliata da Collins (2019), è più di un concetto teorico: è una realtà vissuta che plasma il reinserimento delle persone veterane nere e mette a nudo i limiti dei quadri che ignorano la razza. Burk e Espinoza (2012) documentano come la storia del servizio militare delle persone nere sia segnata da esclusione, segregazione e benefici iniqui, mentre Carlson et al. (2018) sostengono che questa eredità alimenta la sfiducia e fa del rientro a casa una negoziazione con l’iniquità sistemica e la memoria collettiva. Queste complessità distinguono le persone veterane nere dalle analisi più generali sulle «persone militari razzializzate» e mettono in luce la necessità di ricerche mirate. Lo stress razzializzato aggrava il trauma. Coleman (2016) ha rilevato che le persone veterane nere con un’elevata esposizione al combattimento presentano un PTSD più grave rispetto ai pari bianchi e ispanici. McClendon et al. (2021) dimostrano che, per le veterane nere, lo stress discriminatorio all’intersezione tra razza e genere predice fortemente un aumento della gravità del PTSD. Winters et al. (2023) hanno rilevato che le identità razziale e militare dei veterani neri interagiscono nel plasmare le loro esperienze di reinserimento dopo la missione e la loro salute mentale.
Il reinserimento delle persone veterane nere non è determinato solo dalla logistica della transizione, ma dalle realtà vissute del razzismo sistemico, del pregiudizio istituzionale e di uno stress razzializzato incessante. Perkins (2025) descrive come la discriminazione venga assorbita e incorporata, influenzando sia le risposte allo stress sia le relazioni intime. Burk e Espinoza (2012) documentano l’esclusione e gli ostacoli persistenti che le persone veterane nere incontrano al ritorno alla vita civile, mentre Cancelmo et al. (2025) evidenziano l’impatto del pregiudizio istituzionale, in particolare nei congedi amministrativi. Winters et al. (2023) mostrano che il razzismo accumulato favorisce l’ipervigilanza e mina la fiducia, entrambe vitali per un reinserimento riuscito. Whealin et al. (2024) rilevano che il costo psicologico del razzismo sistemico può intensificarsi dopo il servizio militare, aggravando il trauma legato alla missione. Le persone veterane nere sostengono oneri di servizio amplificati da un danno razzializzato continuo. Cancelmo et al. (2025) individuano inoltre disparità strutturali, come una quota sproporzionata di congedi Other Than Honorable (OTH), benefici limitati e una vita familiare messa a dura prova. La precarietà economica, gli ostacoli nell’accesso alle cure e la sfiducia istituzionale perturbano la comunicazione, la fiducia e il clima emotivo della famiglia.
Il reinserimento delle persone veterane nere e delle loro famiglie è complicato da disuguaglianze strutturali e da narrazioni escludenti. Nillni et al. (2023) hanno rilevato che la discriminazione nel lavoro, nell’abitazione, nella sanità e nella vita pubblica opera come un fattore di stress psicosociale quotidiano, alimentando le disparità di salute mentale tra le persone veterane razzializzate. Burk e Espinoza (2012) documentano come l’eredità della segregazione, la mancanza di riconoscimento e la progressione limitata nel servizio militare delle persone nere riflettano schemi più ampi di stratificazione razziale. Carlson et al. (2018) e Williams‐Washington e Mills (2018) evidenziano inoltre come queste disuguaglianze siano radicate nelle istituzioni statunitensi e plasmino le esperienze vissute. Perkins (2025) mostra che le microaggressioni e gli incontri razzializzati sul lavoro perturbano le dinamiche familiari influenzando l’espressione emotiva, facendo crescere i conflitti e minando il senso di sicurezza in casa. Queste difficoltà persistenti sono aggravate dal trauma storico e intergenerazionale (ad esempio la schiavitù, le leggi segregazioniste Jim Crow, l’incarcerazione di massa), poiché il trauma razziale perdura attraverso le generazioni a causa dell’esposizione cronica a un danno sistemico (Cénat 2023; Coleman 2016).
Coleman (2016) e Lee et al. (2023) dimostrano che il trauma intergenerazionale trasmette lo stress razzializzato da una generazione all’altra, plasmando la cura, la fiducia e i confini emotivi nelle famiglie nere. Carlson et al. (2018) sottolineano che questi adattamenti, radicati nella sopravvivenza e nell’amore, trasformano il modo in cui il sostegno familiare viene dato e ricevuto. Tuttavia, Knobloch et al. (2023) osservano che la maggior parte della ricerca sul reinserimento si concentra sulle famiglie bianche, lasciando meno esplorate le esperienze delle persone nere. Troppo spesso la razza viene trattata come una casella da spuntare anziché come una forza strutturale nel reinserimento. Dorsey Holliman et al. (2018) evidenziano che gran parte degli studi si concentra sulla patologia e trascura la resilienza presente nella spiritualità, nelle reti di parentela e nell’identità razziale, risorse vitali per il benessere delle persone veterane nere. Di conseguenza, i quadri convenzionali trascurano il modo in cui il razzismo strutturale e lo stress intersezionale plasmano le famiglie delle persone veterane nere. Mettere al centro queste realtà ci porta oltre i paradigmi che ignorano la razza, per restituire le storie complesse delle persone veterane nere e delle loro famiglie.
In sintesi, la letteratura evidenzia che il reinserimento è un processo complesso che coinvolge l’intera famiglia (Adler et al. 2011; Elnitsky et al. 2017; Paley et al. 2013) e che richiede un adattamento continuo dei ruoli, delle emozioni e delle relazioni (Drew et al. 2022; Knobloch‐Fedders et al. 2020; Riggs e Riggs 2011). La fiducia è centrale: cresce attraverso la comunicazione, la vulnerabilità e la responsività, ma può essere facilmente danneggiata dall’incertezza, dal ritiro o da cambiamenti di potere o di sicurezza (Knobloch et al. 2021; Knobloch et al. 2023; Melvin et al. 2015). Per le persone veterane nere e le loro famiglie, queste difficoltà sono rese più gravose dallo stress razzializzato, dalle disuguaglianze sistemiche e da identità che si intersecano (Burk e Espinoza 2012; Carlson et al. 2018; McClendon et al. 2021; Perkins 2025; Winters et al. 2023). Sebbene la ricerca precedente abbia studiato il reinserimento, la fiducia e le esperienze razzializzate come temi separati, sappiamo poco di come si combinino nella vita delle famiglie delle persone veterane nere. Non è chiaro come lo stress razzializzato e le esperienze militari plasmino insieme la fiducia e il legame durante il reinserimento. Questo studio intende colmare questa lacuna esplorando come le persone veterane nere e le loro famiglie vivono il reinserimento e come questo incide sulla fiducia e sul legame nella loro vita familiare.
Questo studio ha adottato un approccio di grounded theory costruttivista per esplorare le esperienze di reinserimento delle persone veterane nere dopo la missione, con particolare attenzione alla fiducia relazionale, alla comunicazione, alle transizioni di ruolo e alla costruzione di significato nei contesti familiari e sociali. La grounded theory costruttivista pone l’accento sulla co-costruzione di significato tra la ricercatrice e le esperienze vissute delle persone partecipanti, e tiene conto dei fattori socioculturali e istituzionali che plasmano tali realtà (Charmaz 2025). Sebbene l’obiettivo iniziale fosse coinvolgere sia le persone veterane sia i loro familiari per esaminare il reinserimento come processo relazionale, la maggior parte delle persone veterane si è mostrata restia a includere i propri congiunti, il che ha limitato la partecipazione familiare. L’analisi si è quindi concentrata principalmente sui racconti delle persone veterane, da cui sono emersi temi di distanza relazionale, ritiro emotivo e ostacoli alla fiducia e al coinvolgimento.
Il campione era composto da 23 persone veterane nere che hanno prestato servizio durante l’Operation Enduring Freedom (OEF) o l’Operation Iraqi Freedom (OIF), prima del 2020. Le persone partecipanti avevano tra i 25 e i 59 anni, per la maggior parte tra i 25 e i 39. Quattordici hanno prestato servizio nell’Esercito, cinque nel Corpo dei Marines e quattro nella Marina. Le origini autodichiarate erano africana (n = 3), afroamericana (n = 8) e afrocaraibica (n = 12). Le strutture familiari comprendevano situazioni di coppia (coniugi o conviventi; n = 10, ma solo nove vivevano con il o la partner), con figli nel nucleo (minori in casa; n = 8), in famiglia allargata (più persone adulte, non partner; n = 7) e di vita autonoma (n = 4). Queste configurazioni sono state considerate influenze contestuali sul reinserimento, non variabili da confrontare direttamente. Tre familiari hanno partecipato a interviste supplementari; questi dati sono stati tuttavia esclusi dall’analisi tematica per mantenere il focus analitico sulle esperienze vissute delle persone veterane. Tutte le persone partecipanti avevano una precedente diagnosi di PTSD rilasciata dal Department of Veterans Affairs, sebbene la gravità dei sintomi non fosse un criterio di inclusione. Il reclutamento è avvenuto tramite programmi di Veterans Affairs a New York City, attività di sensibilizzazione sui social media e campionamento a valanga. Tutte le informazioni identificative sono state anonimizzate per garantire la riservatezza. Una sintesi dei dati demografici delle persone veterane partecipanti, tra cui età, forza armata di appartenenza, identità razziale/etnica e livello di istruzione, è presentata nella tabella 1.
Tabella 1 — Caratteristiche delle persone partecipanti (N = 23 persone veterane).
Nota: I dati demografici si basano su 23 persone veterane partecipanti; i familiari (n = 3) sono stati esclusi dai questionari demografici e non figurano quindi in questa tabella. La partecipante 12 (moglie di un veterano) è stata rimossa del tutto, ma gli pseudonimi sono rimasti invariati.
Nel 2020 sono state condotte interviste semistrutturate di 60–90 min, in presenza o a distanza, secondo la preferenza di ciascuna persona partecipante. Il protocollo di intervista esplorava il reinserimento, l’identità razziale e culturale e le dinamiche familiari, con un’attenzione particolare alla fiducia relazionale e al legame (si veda l’appendice SA per la traccia completa dell’intervista). Le interviste iniziavano con «Mi racconti le sue esperienze di reinserimento dopo la missione», consentendo alle persone partecipanti di definire il reinserimento con parole proprie. Le domande successive esploravano i cambiamenti nelle relazioni, il sostegno e le tensioni all’interno della famiglia. Tra le domande di approfondimento figuravano: «Che cosa è cambiato nella sua relazione dal reinserimento?», «Che cosa significa per lei sentirsi in connessione?», «Che cosa le dà un senso di sostegno?» e «Che cosa rende più facile o più difficile appoggiarsi a qualcuno?». Man mano che le persone partecipanti mettevano in evidenza temi di distanza relazionale, affidabilità e riconnessione, sono state aggiunte in modo iterativo ulteriori domande sulla fiducia e sul legame. La fiducia è così diventata un focus a partire dai racconti delle persone partecipanti, anziché come categoria analitica predeterminata.
Per rispondere al focus sulle persone veterane nere, la traccia di intervista comprendeva domande sull’identità razziale e sulle esperienze militari, come: «Quando ha preso coscienza per la prima volta della sua razza, e in che modo questa plasma i suoi ruoli in famiglia (ad esempio come partner, come genitore)?» e «Come vede l’influenza della sua razza sulle sue esperienze militari?». Altre domande riguardavano la disponibilità emotiva, la comunicazione e le transizioni di ruolo dopo la missione. Sebbene inizialmente la razza non fosse una categoria analitica, le persone partecipanti hanno spesso descritto esperienze di discriminazione, a conferma della sua rilevanza per la fiducia e il legame. Tutte le interviste sono state audioregistrate, trascritte alla lettera, anonimizzate e integrate da note di campo. Sono stati ottenuti l’approvazione dell’Institutional Review Board e il consenso informato.
L’autrice è una donna nera e una terapeuta di coppia e della famiglia abilitata, con esperienza clinica con persone veterane. Il suo percorso ha influenzato il reclutamento, la raccolta dei dati e l’analisi. Alcune persone veterane hanno inizialmente esitato a partecipare, riflettendo una più ampia sfiducia verso la ricerca nelle comunità nere (George et al. 2014; Henderson et al. 2024; Scharff et al. 2010; Tamlyn et al. 2023). La partecipazione è aumentata grazie all’identità razziale condivisa e al passaparola tra pari, il che illustra come un background comune favorisca la fiducia (Moore et al. 2023). Sono state adottate pratiche riflessive per esaminare l’influenza dell’identità e della formazione dell’autrice sulla codifica e sullo sviluppo teorico, in linea con gli standard qualitativi e a sostegno della credibilità analitica (Berger 2015).
L’analisi dei dati ha seguito le procedure della grounded theory costruttivista di Charmaz (2025): è iniziata con una codifica riga per riga per cogliere il linguaggio delle persone partecipanti, seguita da una codifica focalizzata per raggruppare i codici significativi in categorie di ordine superiore. La codifica teorica ha definito le relazioni tra fiducia, ritiro relazionale e reinserimento. La stesura di memo e la comparazione costante hanno permesso di documentare le intuizioni e di affinare le categorie nel tempo (Birks et al. 2008). Nel corso del processo analitico, i dati dei familiari sono stati inizialmente inclusi. Tuttavia, poiché hanno partecipato solo tre familiari, e per preservare il focus dello studio sulle esperienze delle persone veterane, questi dati sono stati esclusi dalla struttura tematica principale. L’insieme dei dati è stato quindi riesaminato per garantire che i temi restassero ancorati ai racconti delle persone veterane, il che ha portato a un affinamento dell’enfasi tematica. L’analisi è proseguita fino al raggiungimento della sufficienza teorica, indicata dall’assenza di nuovi apporti concettuali nei dati aggiuntivi (Charmaz 2025).
Diverse strategie hanno rafforzato l’affidabilità. Il member checking con un sottogruppo di persone partecipanti, che hanno esaminato e commentato le interpretazioni preliminari, ha contribuito alla credibilità dei risultati (Birt et al. 2016). Inoltre, il peer debriefing con altre persone esperte di ricerca qualitativa e di sistemi familiari ha rafforzato il rigore analitico. Un audit trail ha documentato le decisioni di codifica e i cambiamenti analitici, garantendo affidabilità e confermabilità (Birks et al. 2008). È stato inoltre tenuto un diario riflessivo per esaminare in che modo il posizionamento della ricercatrice influenzasse l’interpretazione (Berger 2015).
I risultati indicano che le persone veterane nere e le loro famiglie hanno costruito la fiducia durante il processo di reinserimento attraverso interazioni relazionali continue, piuttosto che tramite eventi isolati. Sono emersi quattro temi interconnessi: la presenza, la comunicazione, l’identità razziale e la negoziazione dei ruoli familiari. Questi temi illustrano come la fiducia possa essere plasmata, messa alla prova e ricostruita nel tempo. La fiducia è stata influenzata dalla disponibilità emotiva, dalla sintonizzazione relazionale, dalla costruzione condivisa di significato e dall’adattamento dei ruoli all’interno dei sistemi familiari.
Le persone partecipanti hanno descritto la fiducia come qualcosa che si ricostruisce gradualmente attraverso schemi relazionali costanti, piuttosto che come qualcosa che si ripristina in un solo momento. La fiducia prendeva forma attraverso esperienze ricorrenti di disponibilità emotiva e affidabilità, cioè dal fatto che i familiari «ci fossero» in modo costante, stabile e affidabile. Quando la presenza era vissuta come prevedibile e partecipe, la sicurezza relazionale si rafforzava. Al contrario, l’incoerenza emotiva o l’assenza percepita intensificavano l’isolamento e rafforzavano il ritiro. Le persone veterane hanno spiegato che gli schemi di presenza e di assenza influenzavano direttamente la loro disponibilità a reinvestire nella relazione: una disponibilità costante favoriva il legame, mentre l’incostanza provocava una distanza autoprotettiva.
Le persone veterane hanno indicato la costanza come una forza stabilizzatrice durante il reinserimento, sottolineando che una comunicazione regolare e contatti prevedibili riducevano l’isolamento e favorivano la fiducia. Un contatto continuo, descritto come «ci sentivamo sempre» e «parlavamo quasi tutti i giorni», aiutava a mantenere la sicurezza relazionale anche in mezzo all’ottundimento emotivo. Per alcuni, questa costanza era iniziata durante la missione ed è proseguita dopo il rientro. Il partecipante 23 ha ricordato il contatto costante di sua madre durante la missione e al rientro a casa: «Voleva essere sicura che non mi sentissi privo di affetto». Analogamente, il partecipante 3 ha descritto la presenza insistente di sua madre, nonostante lei disapprovasse il suo servizio militare e avesse a sua volta problemi di salute: «Mi chiede sempre: “Che cosa fai oggi? Perché non passi?”».
Per altre persone, il valore della costanza è diventato più chiaro col tempo, in particolare dopo periodi di ritiro. Il partecipante 5 ha inizialmente vissuto le ripetute chiamate di suo cugino come un’intrusione, ma in seguito le ha riconosciute come sostegno: «All’inizio lo trovavo fastidioso… Non l’ho apprezzato fino a poco tempo fa. Non mi rendevo conto che in realtà mi stavano sostenendo». Diverse persone veterane hanno descritto il proprio prendere le distanze come una risposta al trauma, pur beneficiando al tempo stesso della presenza affidabile degli altri. Il partecipante 10 ha ammesso: «Mia moglie dice che non mi apro abbastanza con lei… Quindi prendo le distanze». Eppure ha sottolineato: «Dopo l’esercito ho fatto fatica e ce l’ho fatta, in gran parte perché la mia famiglia c’era per me… C’erano e basta». Il partecipante 13 ha osservato allo stesso modo che la fiducia si rafforzava grazie a gesti di attenzione spontanei: «Mi piace che la mia ragazza si faccia sentire durante la settimana per sapere come sto».
La fiducia diminuiva quando le relazioni erano incostanti, emotivamente non sintonizzate o percepite come inaffidabili. Le persone veterane hanno parlato di «nessun sostegno» e del sentirsi «ignorate», «rifiutate» o «socialmente isolate», soprattutto quando il coinvolgimento iniziale non veniva mantenuto. La persona partecipante 9 ha osservato che contatti brevi minavano la fiducia: «Anche se all’inizio si facevano vedere, non restavano abbastanza a lungo perché potessi fidarmi di loro». La persona partecipante 11 ha descritto un sostegno presente ma distante, che complicava la sicurezza relazionale: «C’erano, ma si aspettavano che me la cavassi senza aiuto». Queste esperienze favorivano l’autosufficienza e il ritiro anziché la vulnerabilità.
La fiducia si erodeva ulteriormente quando il sostegno sembrava condizionato o diminuiva nei momenti di sofferenza. La persona partecipante 17 ha riflettuto: «Sembrava che tutti si stessero arrendendo con me, spingendomi a vedere i problemi prima che me la sentissi». Anche la partecipante 18 ha descritto aspettative deluse nel suo matrimonio: «Vorrei più sostegno da mio marito su questo, ma non lo ricevo». Per la partecipante 20, un’assenza prolungata ha portato a sentirsi «ignorata e rifiutata» e «socialmente isolata», il che col tempo si è tradotto in un ritiro protettivo. L’incostanza non si limitava a indebolire il legame: modificava le aspettative di disponibilità, rafforzava la riservatezza e limitava il ripristino della fiducia durante il reinserimento.
Le persone partecipanti hanno indicato la comunicazione come essenziale per la sicurezza relazionale durante il reinserimento. Hanno osservato che il tono, la responsività e la sintonizzazione emotiva contavano più della frequenza. Scambi rispettosi ed emotivamente sicuri favorivano la riconnessione, mentre risposte sbrigative o non sintonizzate portavano al ritiro e accrescevano la distanza emotiva. La comunicazione è stata un fattore chiave nella disponibilità delle persone veterane a restare coinvolte nelle loro relazioni.
Le persone veterane hanno descritto la comunicazione di sostegno come quella che dimostra rispetto, comprensione e consapevolezza emotiva, evitando qualsiasi pressione a rivelare esperienze personali. Hanno espresso una preferenza per conversazioni in linea con la propria disponibilità individuale a esporsi e che procedessero a un ritmo confortevole. Il partecipante 1 ha sottolineato che sviluppare una comunicazione efficace ha richiesto tempo:
Credo che siamo riusciti a farcela imparando l’uno dall’altra… Anche se mi ci sono voluti tre mesi per comunicare quello che provavo, lei è stata contenta che lo esprimessi a parole. Una parte fondamentale del nostro modo di affrontare le cose è la comunicazione aperta e la comprensione.
Il partecipante 23 dava più valore alle espressioni di cura che all’essere sottoposto a troppe domande: «Parlavamo e pregavamo insieme… Si informavano su come stavo e si assicuravano che mi sentissi a mio agio». Per il partecipante 4, la comunicazione di sostegno significava essere trattato come una persona capace e indipendente, anziché fragile o menomata. Ha espresso frustrazione quando gli altri agivano con eccessiva cautela o interpretavano la sua franchezza come prova di un danno psicologico: «La gente spesso pensa che se sei brusco è perché la guerra ti ha rovinato… Lasciatemi fare il mio lavoro senza trattarmi come se dovessi prendermela comoda. Non sono un tipo fragile. Ho capito che non serve». Il partecipante 8 ha riferito di sentirsi incoraggiato dal sostegno familiare: «La mia famiglia si è preoccupata delle mie difficoltà di riadattamento e mi ha sostenuto molto, facendo il tifo per me man mano che faccio progressi in terapia». Per la persona partecipante 15, il sostegno si definiva per l’assenza di pressione: «Le persone a me più vicine non mi hanno spinto a parlare di tutto. Il solo fatto di esserci e di parlare di cose normali ha aiutato più di quanto si creda». Nel complesso, le persone veterane hanno descritto la comunicazione di sostegno come «aperta», «comprensiva», «confortevole» e «con i piedi per terra». Si sentivano ascoltate quando gli altri rispondevano con rispetto e consapevolezza emotiva, senza aspettarsi che condividessero più di quanto fossero pronte a rivelare.
Le persone veterane hanno descritto una comunicazione non di sostegno quando gli altri erano emotivamente assenti, facevano supposizioni o mostravano scarso interesse per il loro vissuto interiore. Anziché incoraggiarle a condividere, queste interazioni le facevano sentire liquidate o ignorate, accrescendo il loro senso di isolamento durante il reinserimento. Il partecipante 6 ha descritto la comunicazione non di sostegno come un’indifferenza emotiva nel suo matrimonio, soprattutto per quanto riguarda le sue esperienze militari:
Non ho ricevuto sostegno da nessuno. A mia moglie non interessano le mie esperienze militari. Da lei non ricevo nessun sostegno… Mi sono sentito solo, soprattutto da quando è morta la persona a cui sarebbe importato di più.
Per il partecipante 2, comunicazione non di sostegno significava che gli altri facevano supposizioni senza cercare di capirlo. Sentiva che i suoi familiari proiettavano i propri punti di vista invece di ascoltare il suo:
Dalla mia ragazza non ho ricevuto sostegno; pensava solo a rimanere incinta. Non mi sosteneva. Neanche mia madre era un punto di appoggio. Io e mio fratello non siamo mai andati d’accordo. Lui dà per scontato di sapere cosa sta passando un’altra persona, ma non puoi capire davvero l’esperienza di qualcun altro se non ti metti nei suoi panni. Per lo più me ne stavo per conto mio. Non mi fidavo di nessuno e non mi importava dell’opinione degli altri.
Il partecipante 7 associava la comunicazione non di sostegno al sentirsi invisibile ed emotivamente trascurato in famiglia: «Mi arrabbio facilmente. Non mi piace passare il tempo con la mia famiglia. Il mio matrimonio è in difficoltà. A casa nessuno mi vede davvero. Io e mia moglie quasi non comunichiamo; è assorbita dai problemi legati al coronavirus».
Anche quando gli altri mostravano preoccupazione, la mancanza di una comprensione reale poteva comunque danneggiare la fiducia. Il partecipante 8 ha descritto una comunicazione più centrata sul rassicurare o sul desiderio che le cose tornassero come prima che sul comprendere come fosse cambiato interiormente:
Non pensano di capire davvero quello che ho passato. Non riescono ad accettare che sono diverso. Vogliono che io migliori e torni a essere quello di prima… Li tengo a distanza perché, nonostante il loro sostegno, non potrebbero reggere tutto quello che ho bisogno di esprimere.
Nel complesso, la comunicazione non di sostegno non riguardava solo ciò che veniva detto o taciuto, ma la mancanza di una comprensione reale. Quando le persone veterane si sentivano incomprese, liquidate o spinte a comportarsi come prima, spesso prendevano le distanze emotivamente per proteggersi.
Durante il processo di reinserimento, l’identità razziale ha influenzato il modo in cui le persone veterane gestivano la fiducia all’interno delle loro famiglie, in particolare nelle decisioni su se raccontare o meno le esperienze di razzismo vissute durante il servizio militare. Le persone partecipanti hanno indicato l’identità razziale sia come fonte di resilienza e di significato sia come un contesto che accresceva la vigilanza e la riservatezza emotiva. È emersa una tensione centrale: riconoscere il danno razziale favoriva il legame o introduceva un rischio nelle relazioni familiari? Nel complesso, l’identità razziale ha operato come un fattore dinamico che ha plasmato fiducia, comunicazione e appartenenza lungo tutto il reinserimento.
Per molte persone veterane, l’identità razziale ha funzionato come una risorsa che offriva significato, orientamento e ancoraggio relazionale durante il reinserimento. Lungi dall’essere periferica nella vita familiare, influenzava il modo in cui interpretavano lo stress, definivano la responsabilità ed esprimevano la cura nelle loro case. La persona partecipante 24 ha riflettuto: «Mio padre mi diceva che, siccome eravamo neri, dovevamo lavorare il doppio. Non l’ho capito fino agli anni nell’esercito, e ancora di più ora che sto crescendo mio figlio. Mi preoccupo ogni giorno: se non si comporta bene a scuola, verrà trattato come gli altri ragazzi neri che sono finiti morti? Questa paura plasma il mio modo di fare il genitore e di reinserirmi». Pur radicata nella preoccupazione, questa consapevolezza razziale offriva una cornice per una genitorialità intenzionale e una vigilanza che rafforzavano l’impegno verso la presenza e la protezione all’interno della famiglia. In questo modo, l’identità razziale offriva struttura e scopo nell’instabilità dell’adattamento dopo la missione.
Altre persone partecipanti hanno descritto l’identità razziale come una fonte di continuità e di comprensione condivisa che rafforzava i legami relazionali. Il partecipante 2 ha sottolineato che «conoscere la mia storia» lo aiutava a contestualizzare sia le sue esperienze militari sia il futuro di sua figlia, mentre la partecipante 18 ha collegato il proprio servizio alle esperienze di discriminazione vissute da suo padre, veterano della Seconda guerra mondiale: «Sembra che non sia cambiato niente». Questi racconti collocavano l’identità razziale come un’ancora intergenerazionale, che univa passato e presente in modi che alimentavano la costruzione di significato in famiglia. L’identità razziale condivisa rafforzava anche la sicurezza emotiva nelle relazioni intime. Le persone veterane hanno riferito di sentirsi più «capite» e «meno gravate» dal dover spiegare le proprie esperienze razziali quando il o la partner condivideva la loro origine razziale. Il partecipante 1 ha spiegato che l’identità di sua moglie in quanto donna nera «aumentava la sua sensibilità alla discriminazione» che lui subiva, e il partecipante 10 si sentiva «al sicuro» nel parlare del razzismo sul lavoro con sua moglie senza bisogno di contestualizzarlo. Nel complesso, questi racconti indicano che l’identità razziale ha funzionato come un ponte relazionale, sostenendo la fiducia, l’accessibilità emotiva e la coesione durante il reinserimento.
Per alcune persone veterane, l’identità razziale ha accresciuto la vigilanza e complicato lo sviluppo della fiducia durante il reinserimento. Anziché offrire un senso di stabilità, induceva a scrutare con maggiore sospetto le intenzioni altrui e limitava l’apertura emotiva in famiglia. La persona partecipante 21 ha spiegato: «Non avevo mai pensato alla mia razza come a qualcosa di negativo fino al mio arrivo negli Stati Uniti, dove ho subito molestie per il mio accento haitiano e per il colore della mia pelle. Al mio ritorno è diventato più difficile fidarmi delle persone, anche della famiglia, perché mettevo sempre in dubbio le loro intenzioni». Questo racconto illustra come le esperienze razzializzate fuori casa possano influenzare le relazioni intime, rendendo il reinserimento una valutazione continua della sicurezza anziché un semplice ritorno alla vicinanza familiare.
Altre persone partecipanti hanno descritto l’identità razziale come una fonte di paura accresciuta e di minore sicurezza emotiva. Il partecipante 16 ha raccontato:
Essere nero… sembra che non sia mai stato abbastanza, nemmeno per la mia famiglia quando ero piccolo. E ora, tornando, non è ancora abbastanza. Lo vedo ogni giorno al telegiornale: persone nere che muoiono senza motivo. Ci sono giorni in cui non vorrei essere nero. Ho più paura di morire qui di quanta ne avessi in Afghanistan.
Per questo partecipante, l’identità razziale era associata a un senso persistente di minaccia, che rendeva difficile percepire la casa come un ambiente sicuro. Questo peso era più forte per le persone veterane con molteplici identità marginalizzate. La partecipante 20 ha raccontato di essere stata «molestata perché ero nera, perché ero una donna, perché avevo studiato» e portava queste esperienze intrecciate di invalidazione in relazioni in cui il sostegno emotivo era incostante.
Le differenze razziali all’interno della coppia limitavano ulteriormente la fiducia. La partecipante 18 ha affermato: «È stato difficile, soprattutto quando hai accanto qualcuno che non sa cosa significa essere nera. Non capisce quello che vivo nei diversi contesti. Non vede il razzismo perché è bianco». Analogamente, il partecipante 3 ha riflettuto: «Lei non capiva davvero cosa volesse dire essere nero perché sembrava più bianca. Era difficile entrare in connessione». In questi casi, l’incomprensione anticipata riduceva l’apertura e rafforzava il contenimento emotivo. Anche quando le persone veterane cercavano di minimizzare l’importanza della razza come strategia di coping, la tensione di fondo persisteva. Il partecipante 13 ha osservato: «Io la razza non la vedo davvero; sono loro a vederla… Non volevo essere definito dalla mia razza. Volevo essere una persona d’onore», mentre la partecipante 14 ha ammesso: «Non credo di poter sfuggire a nessuna di queste identità… Il telegiornale me lo ricorda ogni giorno». Nel complesso, questi racconti indicano che l’identità razziale limitava la fiducia non a causa di carenze individuali, ma perché minacce razzializzate persistenti rendevano rischiosa la vulnerabilità, anche nelle relazioni familiari.
Il reinserimento è stato descritto come un periodo di rinegoziazione dei ruoli familiari, piuttosto che come una semplice ripresa delle responsabilità precedenti. Il servizio militare influenzava le aspettative riguardo a gerarchia, autorità e struttura, mentre i sistemi familiari si erano spesso adattati in assenza della persona militare. Al rientro, le persone veterane si trovavano spesso di fronte ad aspettative contrastanti su leadership, cura e processi decisionali. Il grado di flessibilità o di rigidità di queste negoziazioni ha avuto un ruolo decisivo nel plasmare la fiducia, la sicurezza emotiva e le possibilità di riparazione relazionale durante il reinserimento.
La flessibilità dei ruoli è emersa come un meccanismo primario per ricostruire fiducia e legame durante il reinserimento. Invece di tornare alle gerarchie precedenti alla missione, le famiglie hanno riferito di esercitare una leadership condivisa, ridistribuire le responsabilità e adattare i processi decisionali in risposta alle fluttuazioni delle capacità emotive. La fiducia cresceva quando l’autorità si spostava in modo fluido, senza intaccare l’identità o il rispetto di ciascuno. Ad esempio, la persona partecipante 19 ha mostrato una responsabilità condivisa affermando: «Quando mi arrabbio reagisco in modo eccessivo, ed è per questo che lascio a mia moglie il compito di mettere le regole ai nostri figli». Questa disponibilità a cedere il controllo disciplinare indicava un rispetto reciproco per capacità in evoluzione e una priorità data alla stabilità familiare rispetto ad aspettative di ruolo rigide. Analogamente, la partecipante 14, sposata con un’altra veterana, ha descritto come si alternassero nei ruoli di guida a seconda di quale delle due stesse attraversando difficoltà di salute mentale, spiegando che, quando sua moglie aveva una crisi, lei «prendeva in mano le decisioni», e viceversa. Questo assetto reciproco esemplificava un adattamento collaborativo anziché l’adesione a una gerarchia fissa.
Per alcune persone veterane, la flessibilità dei ruoli comportava la ridefinizione della propria identità di cura e l’accettazione dell’influenza dei familiari. Il partecipante 2 ha descritto come la paternità abbia interrotto gli schemi di rabbia seguiti alla discriminazione subita nell’esercito: «L’arrivo di mia figlia mi ha costretto a cambiare… Se portasse a casa un uomo come me… mi vergognerei». In questo caso, la fiducia si è ristabilita attraverso l’assunzione di responsabilità e il cambiamento di comportamento in risposta ai bisogni familiari. Analogamente, il partecipante 7 ha indicato la paternità come una forza stabilizzatrice nei periodi di sofferenza legata al PTSD: «Essere padre è probabilmente la cosa più importante per me… Avere due figli mi tiene con i piedi per terra», nonostante le difficoltà persistenti nel suo matrimonio. Anche l’ampliamento dei ruoli emotivi indicava flessibilità; ad esempio, il partecipante 3 ha imparato intenzionalmente a esprimere apprezzamento: «Ho dovuto imparare a dire a mia figlia che è bella… così non lo sarebbe andata a cercare altrove». Il partecipante 16 ha riconosciuto l’importanza della preoccupazione della sua partner nel motivarlo a farsi curare: «Se lei non fosse stata preoccupata, non sono sicuro che avrei preso sul serio il mio PTSD». Nel complesso, questi racconti mostrano che la fiducia si rafforzava quando le famiglie accoglievano la vulnerabilità, incoraggiavano il feedback e adattavano i ruoli in modo collaborativo dopo l’assenza o la ferita. La flessibilità, e non la rigidità, facilitava la riparazione relazionale.
La tensione di ruolo emergeva quando le persone veterane dovevano assumere ruoli stabilizzatori o fondati sull’autorità senza ricevere un sostegno reciproco, il che limitava le possibilità di mostrarsi vulnerabili e indeboliva la fiducia. A differenza di una ridistribuzione flessibile dei ruoli, questi schemi comportavano assegnazioni di ruolo rigide o involontarie che aggravavano l’isolamento emotivo. Il partecipante 1 ha illustrato questa dinamica descrivendo come sovracompensasse la perdita di autorità militare dopo una ferita:
Tornato ferito, non mi vedevano più come un leader, solo come un nero distrutto. A casa questo si è tradotto nel fatto che sovracompensavo, ero più severo e più aggressivo con mia moglie e mio figlio, perché sentivo di dover conservare un po’ di autorità da qualche parte.
In questo contesto, la perdita di status istituzionale accresceva la pressione a riaffermare l’autorità all’interno del sistema familiare, rafforzando così il controllo a scapito del legame.
Per alcune persone partecipanti, la tensione di ruolo si manifestava come un fenomeno intergenerazionale. Il partecipante 13 ha raccontato che gli era stato assegnato un ruolo di figura paterna prima del reinserimento e che, al suo ritorno, si era sentito confinato in quella posizione: «Quando sono tornato, sentivo di occuparmi di tutti gli altri… Sono stato costretto a fare da figura paterna per la mia famiglia. Odiavo mio padre per avermi messo in quel ruolo. Non ero pronto». Il suo risentimento verso il padre e il senso di una responsabilità prematura esemplificavano una parentificazione piuttosto che un adattamento collaborativo. La mancanza di sostegno emotivo è proseguita nelle sue relazioni adulte: ha raccontato di aver cercato connessione in una relazione extraconiugale perché «non sentivo di avere nessun altro a cui rivolgermi». L’aspettativa persistente che fosse lui a garantire stabilità agli altri, senza ricevere a sua volta sostegno, limitava la fiducia e l’intimità. Analogamente, il partecipante 8 ha descritto un’inversione continua dei ruoli con suo padre: «Da quando sono tornato a casa, sento di essere soprattutto io a sostenere i miei genitori… mio padre sembra più il figlio». Il suo disorientamento quando il padre cercava di informarsi su di lui — «Perché adesso si preoccupa per me? … Era disorientante, offensivo, e mi metteva a disagio» — illustrava come aspettative di cura radicate minassero la reciprocità. Anziché favorire una leadership condivisa, queste dinamiche imponevano una responsabilità unilaterale. Nel complesso, questi racconti mostrano che ruoli rigidi o imposti limitavano le possibilità di vulnerabilità e di cura reciproca, indebolendo così la sicurezza emotiva durante il reinserimento.
Questo studio ha esaminato come le persone veterane nere e le loro famiglie vivono il reinserimento dopo la missione, concentrandosi sui processi sistemici che plasmano le dinamiche relazionali. La figura 1 illustra come fiducia, comunicazione, flessibilità dei ruoli e identità culturale interagiscano per rafforzare o mettere sotto pressione il legame familiare durante il reinserimento. Questi processi interconnessi sottolineano che il reinserimento non è un adattamento individuale, ma una negoziazione a livello familiare influenzata da contesti culturali, relazionali e sociopolitici.

La presenza ha agito come fattore stabilizzante all’interno dei più ampi cambiamenti sistemici associati al reinserimento, a conferma della ricerca sui sistemi familiari che descrive questo periodo come caratterizzato da confini sfumati e confusione di ruoli (Paley et al. 2013; Pincus et al. 2001; Riggs e Riggs 2011). Questo studio amplia i risultati di Knobloch‐Fedders et al. (2020), che hanno rilevato come la vicinanza emotiva fluttui durante l’adattamento dopo la missione. Le persone partecipanti a questo studio hanno descritto la fiducia come qualcosa che si sviluppa attraverso dimostrazioni ripetute di disponibilità, più che attraverso singoli eventi emotivi. Questo processo è in linea con il Military Family Stress Model (Gewirtz et al. 2018), che identifica l’affidabilità relazionale come essenziale per la stabilizzazione sistemica, l’adattamento diadico e una genitorialità efficace nel contesto di fattori di stress legati alla missione, come il PTSD dei genitori. È importante notare che, mentre gran parte della letteratura esistente sottolinea l’importanza dell’intensità emotiva per ripristinare l’intimità (Sandoz et al. 2015), i presenti risultati suggeriscono che è una presenza prevedibile, più che una reciprocità immediata, ad ancorare la fiducia durante il reinserimento, riprendendo e ampliando le acquisizioni di precedenti lavori longitudinali.
Questi risultati mettono in discussione le interpretazioni del ritiro centrate sui sintomi, molto presenti nella letteratura che collega i sintomi di PTSD alla tensione relazionale e a un minore coinvolgimento (Brennan et al. 2021; Diehle et al. 2016; Renshaw et al. 2008). Mentre gli studi precedenti presentano spesso il ritiro come un ostacolo all’intimità, il presente studio concorda con Knobloch e Theiss (2012) e con Paley e Hajal (2022) nel considerarlo una strategia di regolazione influenzata dalla vigilanza, dal lutto e dal sovraccarico emotivo. È importante notare che questo studio amplia i modelli precedenti mostrando che la fiducia non viene necessariamente erosa dal ritiro in sé, ma dall’incostanza o dal carattere condizionato della presenza durante i periodi di ritiro. Le famiglie che hanno tollerato un’asimmetria nel coinvolgimento sono riuscite a ricostruire la fiducia in modo graduale, il che mette in luce la centralità di una presenza costante, più che di un accesso emotivo immediato, nel processo di reinserimento.
La comunicazione ha plasmato la fiducia non attraverso la frequenza o la padronanza di competenze, ma attraverso la sintonizzazione e il ritmo emotivo, un risultato che si basa sulla ricerca esistente sul mantenimento delle relazioni dopo la missione e la amplia (Knobloch et al. 2023). Gli studi di Wen et al. (2020) e Sayers (2011) hanno sottolineato l’importanza della comunicazione di sostegno per le coppie militari, osservando che responsività e contenimento facilitano il coinvolgimento e riducono la sofferenza. In linea con questi modelli, le persone veterane di questo studio apprezzavano una comunicazione caratterizzata da rispetto, responsività e contenimento, che consentiva il coinvolgimento senza fare pressione verso la vulnerabilità. Gli approcci orientati all’attaccamento (Riggs e Riggs 2011) e i quadri sistemici (Paley e Hajal 2022) evidenziano da tempo l’importanza della responsività e della disponibilità emotive durante il reinserimento. I presenti risultati confermano questi quadri, mostrando che, quando la comunicazione era emotivamente sintonizzata e scandita secondo la disponibilità delle persone veterane, favoriva la sicurezza relazionale e un coinvolgimento duraturo. Al contrario, una comunicazione emotivamente assente o guidata da supposizioni, identificata come un ostacolo all’intimità da Knobloch‐Fedders et al. (2020), è risultata associata anche in questo campione al ritiro e a una minore apertura.
Andando oltre la letteratura precedente, che spesso presenta la comunicazione come un insieme di competenze insegnabili (Blow et al. 2015; Sayers 2011; Wen et al. 2020), questo studio dimostra che le persone veterane vivevano la comunicazione soprattutto come una misura della sicurezza relazionale. Ciò è in linea con i modelli sistemici della regolazione emotiva (Paley e Hajal 2022), che sottolineano la co-regolazione all’interno del sistema familiare, e con Knobloch e Theiss (2012), che hanno rilevato come l’efficacia della comunicazione dipenda dall’accessibilità reciproca e dalla capacità di riprendere il contatto dopo periodi di silenzio. In questo contesto, il silenzio non indicava sempre disconnessione; talvolta fungeva piuttosto da pausa regolativa, in linea con i risultati di Knobloch e Theiss (2012), purché restassero possibili l’accessibilità reciproca (cioè rimanere fisicamente presenti, segnalare l’intenzione di tornare sulla conversazione, mantenere un tono pacato o il contatto visivo) e la ripresa del dialogo. Tuttavia, un’indisponibilità emotiva prolungata (cioè chiusura emotiva, rigidità o un disimpegno prolungato che lascia il familiare nell’incertezza sulla disponibilità e sulla sicurezza relazionale), in linea con le evidenze di Knobloch‐Fedders et al. (2020), segnalava ritiro ed erodeva la fiducia. Questi risultati confermano dunque e al tempo stesso ampliano i modelli precedenti, sottolineando il ruolo centrale della sicurezza relazionale, del ritmo emotivo e della co-regolazione in una comunicazione efficace durante il reinserimento per le famiglie delle persone veterane nere.
L’identità razziale ha svolto un duplice ruolo nell’influenzare la fiducia, l’apertura e il legame durante il processo di reinserimento. Questo risultato è coerente con ricerche precedenti che documentano l’importanza dell’identità razziale sia come risorsa protettiva sia come fonte di vulnerabilità per le persone veterane nere e le loro famiglie (Dorsey Holliman et al. 2018; McClendon et al. 2021). Le persone partecipanti hanno indicato che la loro identità razziale offriva significato culturale, orgoglio e un senso di comprensione condivisa, in linea con i risultati di Carlson et al. (2018) sull’effetto protettivo delle risorse culturali, pur accrescendo la vigilanza e la riservatezza emotiva, come descritto dalla ricerca sullo stress delle minoranze e sul trauma razziale (Nillni et al. 2023; Whealin et al. 2024). La tensione descritta dalle persone partecipanti, ossia se parlare delle esperienze di danno razzializzato all’interno delle relazioni familiari fosse sicuro o gravoso, è in linea con i lavori che concepiscono il danno razzializzato come cumulativo, intergenerazionale e continuo (Cénat 2023; Sharifian et al. 2024).
In linea con gli studi che dimostrano come la discriminazione e le disuguaglianze socioculturali plasmino l’esposizione al trauma e le sue conseguenze sulla salute mentale al di là delle esperienze di combattimento (McClendon et al. 2021; Nillni et al. 2023; Whealin et al. 2024), questo studio sottolinea che il reinserimento è inscritto in contesti razzializzati persistenti. Mentre gran parte della letteratura esistente si concentra sulle traiettorie sintomatiche individuali e sulle disparità (Carlson et al. 2018; Sharifian et al. 2024; Winters et al. 2023), i nostri risultati ampliano questo lavoro allargando lo sguardo al modo in cui l’identità razziale e lo stress razzializzato vengono gestiti all’interno dei sistemi familiari, con effetti sulla sicurezza relazionale e sulla fiducia (Dorsey Holliman et al. 2018). In particolare, l’identità razziale condivisa all’interno delle famiglie riduceva spesso il bisogno di spiegazioni e facilitava la connessione emotiva, in linea con la ricerca sui fattori protettivi culturali (Carlson et al. 2018). Al contrario, le differenze razziali all’interno della coppia potevano limitare l’apertura per timore di incomprensione o di invalidazione, inducendo strategie autoprotettive, il che amplia risultati precedenti sullo stress delle minoranze e sulle dinamiche relazionali (Cénat 2023; Sharifian et al. 2024).
Il reinserimento ha richiesto alle famiglie di rinegoziare ruoli influenzati dalla gerarchia militare, dall’adattamento all’assenza e da aspettative in evoluzione al rientro della persona veterana, un processo ben documentato nella letteratura sui sistemi familiari e sulle transizioni militari (Gil‐Rivas et al. 2017; Knobloch e Theiss 2012; Riggs e Riggs 2011). È stato dimostrato che la flessibilità dei ruoli, definita come la capacità di condividere le responsabilità, l’apertura a ruoli che cambiano e la sensibilità al feedback relazionale, favorisce la fiducia e la sicurezza emotiva sia nelle famiglie militari sia in quelle civili (Hicks et al. 2024; Riggs e Riggs 2011). In particolare, gli studi di McGaw et al. (2020) e Brennan et al. (2021) suggeriscono che la tensione di ruolo può emergere quando i membri della famiglia sono spinti a mantenere responsabilità di cura o a gestire aspettative ambigue, il che spesso altera le dinamiche e accresce lo stress relazionale.
Questi risultati sono in linea con i modelli sistemici che considerano il reinserimento un processo di stress familiare (Gil‐Rivas et al. 2017) e con la ricerca che indica come lo stress militare e i sintomi di PTSD incidano sul funzionamento della coppia e della famiglia al di là della singola persona veterana (Brennan et al. 2021; McGaw et al. 2020). Andando oltre questi quadri, questo studio sottolinea che la negoziazione dei ruoli è fondamentalmente un processo di fiducia relazionale, e non un semplice adattamento logistico o pratico. Questa prospettiva riprende Knobloch e Theiss (2012), che evidenziano la rinegoziazione dell’autorità e della cura come elemento centrale dell’adattamento dopo la missione. Le persone veterane di questo studio hanno riferito di aver provato sfiducia quando i sistemi familiari non riuscivano a fare spazio alla vulnerabilità o distribuivano la cura in modi che aumentavano il carico su altri. Al contrario, la flessibilità dei ruoli favoriva il legame e ripristinava la fiducia nella capacità della famiglia di condividere le responsabilità, a conferma dei risultati di Hicks et al. (2024) sul valore di una negoziazione adattiva dei ruoli per la sicurezza emotiva.
Questa prospettiva arricchisce i quadri relazionali che affrontano l’ambiguità e l’adattamento dei ruoli dopo la missione (Gil‐Rivas et al. 2017; Knobloch e Theiss 2012) e offre un contesto per integrare letture della rottura della fiducia informate dalla nozione di ferita morale (moral injury) (Buechner 2020). Anche nelle famiglie che offrivano sostegno materiale, la fiducia restava fragile quando la costruzione interna di significato, la vulnerabilità e la sicurezza relazionale venivano perturbate, in linea con i risultati di Sayers (2011) e McGaw et al. (2020) che evidenziano l’impatto persistente dell’esclusione dai ruoli domestici precedenti. Ciò sottolinea che la fiducia non dipende solo dal sostegno esterno, ma anche dalla capacità del sistema familiare di riorganizzare autorità, ruoli e cura in modo responsivo. La ricerca suggerisce che le persone veterane di guerra si sentono spesso escluse dai propri precedenti ruoli domestici o come ospiti in casa propria (Brennan et al. 2021; Sayers 2011). È quindi necessaria un’attenta rivalutazione della storia precedente alla missione e delle dinamiche coniugali per distinguere le difficoltà del reinserimento da problemi strutturali preesistenti, come sottolineato da lavori recenti sull’adattamento delle famiglie militari (Gil‐Rivas et al. 2017).
Riconoscere il reinserimento come un processo relazionale, anziché come un semplice problema di trattamento individuale, ha implicazioni significative per chi pratica la terapia di coppia e della famiglia con persone veterane nere e le loro famiglie. Questa prospettiva è sostenuta da un corpus crescente di ricerche che promuovono approcci sistemici e attenti al contesto nella cura delle famiglie militari (Gewirtz et al. 2018; Hodgson e Lamson 2020; Sayers 2011). In linea con questi quadri, la fiducia non si coltiva facendo pressione perché le emozioni vengano rivelate, ma attraverso la co-creazione di sicurezza relazionale, che comprende una presenza costante, la sintonizzazione emotiva e la flessibilità dei ruoli (Blow et al. 2015; Drew et al. 2022). Studi recenti evidenziano il valore di riformulare il silenzio e il ritiro come strategie di regolazione potenzialmente protettive anziché come resistenza (Collins e Tam 2024; Knobloch et al. 2023; Paley e Hajal 2022), e sottolineano l’importanza di segnali sistemici come il tono, il ritmo e la perseveranza nel trasmettere disponibilità e sostegno. Gli interventi di terapia familiare centrati sulla rinegoziazione dei ruoli, sulla responsabilità condivisa e sull’apertura al feedback sono in linea con le evidenze secondo cui una flessibilità adattiva dei ruoli e la risoluzione collaborativa dei problemi favoriscono la fiducia e la sicurezza emotiva durante il reinserimento, soprattutto quando gerarchie rigide o aspettative di cura rendono difficile la vulnerabilità (Hicks et al. 2024; Lee et al. 2023; Sayers 2011).
Anche la sintonizzazione culturale e l’advocacy sistemica sono centrali per un lavoro clinico efficace con le persone veterane nere e le loro famiglie. La ricerca dimostra costantemente che l’identità razziale plasma il reinserimento sia come fonte di resilienza sia come fonte di tensione (Carlson et al. 2018; Dorsey Holliman et al. 2018; Nillni et al. 2023), il che evidenzia la necessità di collocare le questioni cliniche all’interno di contesti razzializzati e sociopolitici più ampi (Sharifian et al. 2024; Whealin et al. 2024). Lo stress discriminatorio è associato a conseguenze peggiori per la salute mentale tra le persone veterane razzializzate (McClendon et al. 2021; Winters et al. 2023), mentre risorse culturali come la spiritualità, le narrazioni intergenerazionali e i legami comunitari possono attenuare la sofferenza e facilitare la guarigione (Carlson et al. 2018; Dorsey Holliman et al. 2018; Goodman et al. 2018). Chi pratica la terapia di coppia e della famiglia si trova in una posizione privilegiata per integrare queste dinamiche nel trattamento e per aiutare le famiglie ad affrontare le barriere istituzionali attraverso l’advocacy, la collaborazione con i servizi della VA e il collegamento con risorse culturalmente adeguate e sostegni comunitari (Golojuch et al. 2025; Hodgson e Lamson 2020; Lee et al. 2023).
Questo studio presenta diversi limiti. Il campione, composto da 23 persone veterane nere reclutate principalmente attraverso programmi di Veterans Affairs a New York City, può limitare la trasferibilità dei risultati ad altre regioni o a persone veterane al di fuori dei sistemi di cura formali. Il ricorso a segnalazioni comunitarie e a una fiducia già stabilita può anche aver introdotto un bias di selezione. La sfiducia persistente, le preoccupazioni legate alla riservatezza e le barriere istituzionali tra le persone veterane afroamericane (Barrett et al. 2017) hanno probabilmente influito sulla partecipazione, restringendo ulteriormente la varietà delle esperienze di reinserimento. Per affrontare queste questioni, la ricerca futura dovrebbe sviluppare e valutare strategie di reclutamento che affrontino direttamente la sfiducia, come partnership con organizzazioni guidate da persone veterane e attività di sensibilizzazione culturalmente adeguate (Castro et al. 2015).
Questo studio non ha dato priorità né ha tenuto conto in modo sistematico del tempo trascorso dal reinserimento di ciascuna persona veterana, né ha raccolto dati sul numero di cicli di missione completati prima del reinserimento. Questi fattori influenzano probabilmente il modo in cui le persone veterane ricordano e interpretano le proprie esperienze, poiché chi è rientrato da più tempo o ha vissuto più missioni può vedere la fiducia, il legame e l’adattamento in modo diverso da chi è rientrato più di recente o ha vissuto una sola missione (Adler et al. 2011). La ricerca futura dovrebbe considerare in modo più deliberato sia la tempistica del reinserimento sia la storia delle missioni, per approfondire la comprensione di come queste variabili influenzino le esperienze dopo la missione.
Anche le considerazioni metodologiche legate alla razza sono rilevanti. Il reclutamento, la partecipazione e l’apertura delle persone partecipanti afroamericane sono influenzati dalla sfiducia storica, dall’identità di chi conduce la ricerca e dall’affiliazione istituzionale (Gibson e Abrams 2003). Questi fattori, insieme alla fiducia e alle dinamiche di potere percepite durante le interviste, possono aver plasmato i racconti delle persone partecipanti. Resta essenziale un ricorso continuo a strategie culturalmente adeguate e capaci di costruire fiducia per affrontare i danni istituzionali del passato, così da migliorare la trasparenza e il benessere delle persone partecipanti (Henderson et al. 2024). Inoltre, il processo analitico si è basato su una sola persona addetta alla codifica, il che può introdurre un bias interpretativo e limitare l’inclusione di molteplici prospettive analitiche; la credibilità è stata sostenuta dal member checking, dal peer debriefing e da un audit trail (Birt et al. 2016).
La partecipazione limitata dei familiari ha ristretto l’esame del reinserimento come processo familiare interazionale. Sebbene fossero consentite interviste diadiche per tutelare la sicurezza psicologica e l’autonomia delle persone veterane, barriere logistiche e relazionali ne hanno ulteriormente limitato il coinvolgimento, riducendo le possibilità di triangolazione e di osservazione in tempo reale delle dinamiche familiari. Le interviste diadiche offrono preziose indicazioni sul modo in cui i membri della coppia co-costruiscono il significato (Szulc e King 2022). Inoltre, le persone partecipanti rappresentavano diverse situazioni abitative, sia autonome sia familiari; lo studio non ha tuttavia esaminato esplicitamente come le esperienze di reinserimento possano differire tra queste situazioni. Di conseguenza, la variazione dei processi relazionali legata a contesti di vita diversi non è stata pienamente colta. Gli studi futuri dovrebbero considerare disegni flessibili che integrino approcci paralleli e diadici, favorendo l’analisi sistemica nel rispetto delle tutele informate dal trauma.
Tutte le persone veterane partecipanti hanno riferito una diagnosi di PTSD, il che ha prodotto un campione omogeneo sul piano diagnostico. I processi di reinserimento possono essere diversi per le persone veterane senza PTSD o a seconda dei livelli di gravità dei sintomi e della comorbilità. Gli studi futuri dovrebbero includere persone veterane con profili di salute mentale più diversificati, per chiarire come fiducia relazionale, comunicazione e negoziazione dei ruoli varino nei diversi contesti diagnostici.
Infine, la raccolta dei dati è avvenuta nel 2020, durante la pandemia di COVID‐19 e in un momento di accresciuta consapevolezza nazionale della violenza contro le persone nere dopo l’uccisione di George Floyd. Questo contesto sociopolitico ha probabilmente intensificato il trauma storico e la sfiducia istituzionale nelle comunità nere (Crooks et al. 2021). Il razzismo strutturale persistente e lo stress razzializzato nei sistemi familiari afroamericani (George et al. 2014) possono aver plasmato i racconti delle persone partecipanti, amplificando la vigilanza, la comunicazione guardinga e la tensione relazionale. La ricerca futura dovrebbe includere studi longitudinali in contesti sociopolitici diversi, per distinguere le caratteristiche durature del reinserimento da quelle plasmate da eventi storici. Andando oltre l’analisi descrittiva, la ricerca futura dovrebbe valutare interventi sistemici a sostegno del reinserimento delle persone veterane nere e individuare i momenti più opportuni per l’intervento terapeutico. Disegni centrati sull’intervento, longitudinali e realizzati in partenariato con le comunità rafforzeranno sia la rilevanza clinica sia il rigore etico.
Complexe Systémique: punti chiave
Lo studio sposta utilmente lo sguardo: il reinserimento non è l’adattamento di una persona traumatizzata, ma la riorganizzazione di un sistema che è cambiato durante l’assenza. Il suo contributo principale sta in una distinzione sottile: non è il ritiro della persona veterana a erodere la fiducia, ma l’incostanza della presenza dei suoi cari durante quel ritiro. Il silenzio può essere una pausa regolativa finché il legame resta accessibile; la pressione a rivelare, invece, allontana. Il tema dei ruoli fa emergere meccanismi familiari alla terapia sistemica: la sovracompensazione dell’autorità perduta, la parentificazione, l’inversione dei ruoli con un padre. Infine, l’identità razziale agisce in entrambe le direzioni: risorsa di significato e di continuità tra le generazioni, ma anche vigilanza che rende rischiosa la vulnerabilità, persino nella coppia quando il o la partner non condivide quell’esperienza. I limiti sono riconosciuti: una sola persona addetta alla codifica, famiglie quasi assenti dai dati, un campione newyorkese interamente con diagnosi di PTSD e interviste condotte nel 2020. Da leggere insieme all’articolo sul primo soccorso psicologico alle famiglie in tempo di guerra e allo studio di caso sulla terapia breve centrata sulla soluzione con coppie afroamericane.
Note dell’originale
Finanziamenti. L’autrice non ha nulla da dichiarare.
Ringraziamenti. L’autrice desidera ringraziare le persone veterane nere e le loro famiglie, che hanno condiviso generosamente le proprie esperienze.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Building Trust and Connection: A Family Systems Perspective on Black Veteran Reintegration, di Lastenia Francis, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 52, no 3 (2026), doi: 10.1111/jmft.70144, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
L’articolo originale, «Building Trust and Connection: A Family Systems Perspective on Black Veteran Reintegration», è stato pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Francis, L. (2026). Building Trust and Connection: A Family Systems Perspective on Black Veteran Reintegration. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/building-trust-and-connection-a-family-systems-perspective-on-black-veteran-reintegration (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Marital and Family Therapy, 52(3), e70144 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70144)
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