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Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare

L’Ackerman Institute: sei decenni di cammino tra cultura e diversità. Conversazione con Evan Imber-Black

Più di sessant’anni dopo la sua fondazione da parte di Nathan Ackerman, l’Ackerman Institute di New York resta uno dei luoghi di nascita della terapia familiare. Deisy Amorin-Woods lo ripercorre con Evan Imber-Black, che vi ha insegnato per ventisei anni e ha diretto Family Process. Lungo il cammino: il lavoro dietro lo specchio con Peggy Papp, i rituali sconvolti dalla pandemia, i segreti che non sempre si possono svelare tutti in una volta, e una convinzione: la terapia familiare non può tenersi in disparte dalla politica.

Autrici Deisy Amorin-Woods (Insight Counselling & Relationship Centre e Edith Cowan University, Perth, Western Australia); Evan Imber-Black (Mercy University, New York)Prima pubblicazione Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 28 febbraio 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di The Ackerman Institute: a journey of culture and diversity over six decades. A conversation with Evan Imber-Black, di Deisy Amorin-Woods ed Evan Imber-Black, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2024), doi: 10.1002/anzf.1578, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né dalle autrici né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Non possiamo districare la questione della diversità, comprese la razza e la cultura, dalla politica.

Evan Imber-Black, in conversazione con Deisy Amorin-Woods

Abstract

L’Ackerman Institute for the Family, fondato nel 1960 dal dottor Nathan Ackerman, è uno dei più antichi e rispettati istituti di terapia familiare degli Stati Uniti. Ackerman è stato un pioniere nell’integrare le intuizioni sistemiche nei contesti di gruppo, ha sottolineato il ruolo cruciale della famiglia nella terapia e si è battuto per lo sviluppo e il riconoscimento della terapia familiare. «L’Ackerman» ha avuto un ruolo decisivo nel lancio di Family Process, la prima rivista dedicata alle attività accademiche nel campo della terapia familiare. La diversità e l’inclusione sono state principi centrali della filosofia dell’Ackerman, evidenti nei suoi programmi, nei suoi corsi di formazione e nella composizione del suo personale. Questo impegno ha formato una vera e propria schiera di figure di riferimento della terapia familiare, che hanno contribuito in modo significativo sia all’Ackerman Institute sia alla professione, influenzando le decisioni politiche e le pratiche cliniche. Una delle pensatrici e innovatrici più stimate e rispettate del nostro campo, che ha avuto un ruolo essenziale nell’eredità di diverse istituzioni, tra cui l’Ackerman, è la dottoressa Evan Imber-Black. Ha fatto parte a lungo del corpo docente e ha diretto l’Ackerman Center for Families and Health. Le sue competenze abbracciano lo studio dei rituali familiari e dei segreti di famiglia, con un’attenzione particolare all’importanza dei rituali nel dare significato, identità e legame attraverso culture e cicli di vita familiari diversi. Direttrice di Family Process per 8 anni, sottolinea come sia indispensabile esaminare il lavoro scientifico nel contesto delle culture: non stiamo al di fuori della cultura, ne siamo partecipanti attivi. Questo articolo si basa su una conversazione con la dottoressa Evan Imber-Black, svoltasi nel giugno 2023, che approfondisce le sue esperienze personali e professionali, il suo legame con l’Ackerman Institute e il suo influente lavoro sui rituali e sui segreti familiari. Attraverso questa esplorazione, l’articolo mette in luce il suo impegno per la diversità e l’impatto duraturo dei contributi della dottoressa Imber-Black alla terapia familiare.

Punti chiave

  • Fondato nel 1960 da Nathan Ackerman, l’Ackerman Institute for the Family si è guadagnato una reputazione di primo piano per i suoi servizi clinici innovativi, la formazione e la ricerca, e per il suo impegno a favore della diversità e dell’inclusione.
  • Evan Imber-Black ha dato un contributo estremamente prezioso al campo della terapia familiare grazie al suo ampio coinvolgimento nell’Ackerman Institute e nella rivista Family Process.
  • Evan esce da ciò che è «ovvio» e sfida lo status quo, perché ritiene impossibile separare la diversità, comprese la razza e la cultura, dalla politica.
  • Evan ha dedicato gran parte del suo prezioso lavoro ai rituali familiari, aiutando numerose famiglie a esplorare e comprendere meglio i propri rituali, a crearli e ad adattarli.
  • I segreti possono guarire e possono ferire, come nel caso della segretezza tossica, ed Evan ha elaborato risposte utili a ciò che ha descritto come il caleidoscopio relazionale messo in moto dai segreti.

INTRODUZIONE

L’Ackerman Institute for the Family

L’Ackerman Institute for the Family (in precedenza Family Institute e oggi noto anche come Ackerman Institute, o semplicemente «l’Ackerman») è uno dei più antichi istituti di terapia familiare negli Stati Uniti e nel mondo, e si è guadagnato una reputazione di primo piano per i suoi servizi clinici innovativi e per le sue iniziative di formazione e di ricerca. È stato fondato dallo psichiatra Nathan Ackerman nel 1960. Nato in Russia, il giovane Nathan si trasferì negli Stati Uniti con la famiglia all’età di 4 anni. Formatosi inizialmente come psicoanalista classico, si interessò in seguito all’integrazione delle intuizioni sistemiche nei contesti di gruppo, ricevendo pazienti e famiglie all’interno del gruppo. Dopo la Seconda guerra mondiale cominciò a sostenere il ruolo della famiglia nella terapia e dedicò tutta la sua carriera a promuovere lo sviluppo e il riconoscimento della terapia familiare come modalità terapeutica. Sosteneva che il benessere psicologico dell’individuo fosse diretta conseguenza della condizione della famiglia e strettamente legato a essa (Ackerman, 1958, 1966, 1970).

Per diffondere la conoscenza dei suoi benefici, Ackerman proiettava filmati che mostravano questo nuovo metodo, inaugurando non solo un nuovo tipo di terapia ma anche la tradizione della documentazione audiovisiva del lavoro clinico, che è diventata uno dei pilastri della formazione in terapia familiare (Ackerman, 1982).

Nel 1962 Nathan Ackerman unì le forze con Don Jackson e Jay Haley per creare la rivista Family Process. Iniziativa congiunta dell’Ackerman Institute for the Family e del Mental Research Institute, Family Process nacque come prima rivista a sostegno delle attività accademiche nella terapia familiare. Continua a essere una delle riviste più rispettate del settore. Tre dei sei precedenti direttori e direttrici di Family Process hanno fatto parte del corpo docente dell’Ackerman (AIFTF, 2024). Sesta direttrice della rivista dal 2004 al 2012, la dottoressa Evan Imber-Black ha fatto parte anche del corpo docente dell’Ackerman Institute dal 1995 al 2021. Durante il suo mandato è stata molto influente, promuovendo la pubblicazione di numeri sia clinici sia di ricerca su temi come il divorzio e le famiglie latine. In quel periodo comparvero le prime traduzioni in spagnolo, insieme a riassunti tradotti in cinese. Al momento della stesura di questo articolo, la dottoressa Melanie M. Domenech Rodríguez, di origine portoricana, era stata appena nominata direttrice di Family Process, a conferma dell’importanza della diversità e della valorizzazione delle diverse culture nella rivista.

Nel corso della storia dell’Ackerman, sotto la guida di numerosi e diversi direttori e direttrici, l’Istituto ha sviluppato e ampliato i suoi programmi clinici e formativi. Ha inoltre sviluppato e ampliato progetti rispondenti ai bisogni di popolazioni specifiche, sostenendo famiglie confrontate con l’AIDS, l’affido familiare e l’adozione, l’infertilità, il genere e la violenza, e bambine e bambini con bisogni speciali. Questi progetti hanno a loro volta influenzato la formazione e gli approcci clinici (AIFTF, 2024).

L’Istituto ha inoltre creato diversi centri. Nel 1990, sotto la direzione di Peter Steinglass, l’Istituto ha riunito i suoi progetti in cinque centri tematici, tutti dotati di opportunità di formazione, programmi e servizi: il Center for the Developing Child and Family, il Center for Work and Family, il Center for Substance Abuse and the Family, il Center for Children and Relational Trauma e il Center for Families and Health, che la dottoressa Imber-Black ha diretto per 15 anni (AIFTF, 2024).

L’Ackerman Institute for the Family offre servizi clinici innovativi per coppie e famiglie; programmi di formazione all’avanguardia, in sede e online, per professioniste e professionisti nazionali e internazionali, nonché iniziative di ricerca incentrate sullo sviluppo di nuovi modelli di trattamento e di nuove tecniche formative. Il servizio clinico accoglie configurazioni e provenienze familiari diverse, tra cui famiglie nucleari tradizionali, famiglie monoparentali, famiglie ricomposte, famiglie gay e transgender, e famiglie di tutti i gruppi socioeconomici, religiosi, etnici, culturali e razziali (AIFTF, 2024).

Una caratteristica fondamentale dell’Ackerman è il suo impegno per la diversità in tutte le sue forme, a tutti i livelli, che nel corso degli anni ha valorizzato sempre più la diversità e l’inclusione. Lo si osserva nei programmi creati, nei corsi di formazione disponibili, nel personale che lavora nei vari servizi e programmi, e nella diversità delle famiglie che accedono ai servizi, i cui bisogni specifici trovano risposta all’Ackerman. La diversità culturale è particolarmente importante per l’Ackerman, che offre servizi attenti e culturalmente pertinenti a ogni famiglia. Un’iniziativa significativa in questo senso è stata il Social Work and Diversity Program, creato dall’Ackerman nel 1992, da cui sono uscite molte figure di terapia familiare appartenenti a gruppi minoritari. Un’ampia percentuale di chi insegna all’Ackerman o ricopre incarichi in servizi territoriali proviene da gruppi minoritari, da cui può influire sulle decisioni politiche e sulla pratica clinica (AIFTF, 2024).

La dottoressa Evan Imber-Black

La dottoressa Imber-Black è stata presidente dell’American Family Therapy Academy. La sua esperienza professionale si estende per oltre 46 anni, durante i quali ha dato un contributo estremamente prezioso al campo della terapia familiare. Ha un legame profondo con l’Ackerman Institute, cui ha dedicato 26 anni della sua vita professionale. Ha fatto parte del corpo docente dell’Ackerman dal 1995 al 2021. Negli ultimi 15 anni del suo incarico, dal 2006 al 2021, è stata direttrice dell’Ackerman Center for Families and Health, che ha contribuito a fondare.

Evan è stata anche direttrice del Family and Group Studies Program, che offriva una formazione sistemica agli specializzandi in psichiatria, e fondatrice e direttrice dell’Urban Institute for Families and Family Therapy presso l’Albert Einstein College of Medicine nel Bronx, a New York. Questo istituto innovativo offriva una formazione ai sistemi familiari a operatrici e operatori di salute mentale in prima linea, chiamati a seguire persone nelle situazioni familiari più difficili senza alcuna formazione per farlo. È stata professoressa presso il Dipartimento di Psichiatria dell’«Einstein», al quale è tuttora affiliata. Evan è attualmente professoressa e direttrice del Marriage and Family Therapy Master’s Program presso la Mercy University.

Evan è stata direttrice della prestigiosa rivista Family Process per 8 anni, dal 2004 al 2012. Ha avuto un ruolo molto influente nel promuovere la diversità e nel far pubblicare temi come le famiglie latine, sia sul versante clinico sia su quello della ricerca. Fu sempre durante il suo mandato che comparvero le prime traduzioni in spagnolo, insieme a riassunti tradotti in cinese. Evan prosegue il suo impegno con Family Process attraverso il New Writers’ Fellowship Program, facendo da mentore e insegnando l’arte della scrittura scientifica a chi studia terapia familiare, a chi si è laureato da poco e a chi esercita la professione (ed è alle prime armi con la scrittura). Gli articoli sono orientati alla giustizia sociale e alle questioni sistemiche, e chi vi partecipa proviene da gruppi culturali diversi.

Ha scritto molto su ambiti chiave della pratica. Due in particolare spiccano e la rendono nota: i segreti di famiglia e i rituali familiari. È autrice di oltre 75 articoli originali e di diversi libri. Tra questi The Secret Life of Families (Imber-Black, 1999), Secrets in Families and Family Therapy (Imber-Black, 1993), Rituals for Our Times, scritto con Janine Roberts (Imber-Black & Roberts, 1998), Rituals in Families and Family Therapy, curato con Janine Roberts e Richard Whiting (Imber-Black, 2003 [1998]) e Families and Larger Systems (Imber-Black, 1988).

Evan è stata invitata a presentare una relazione all’incontro celebrativo per il 50° anniversario di Family Process, intitolata The Evolution of Family Process: Contexts and Transformations. Vi ha messo in luce lo sviluppo e l’evoluzione della rivista nei suoi contesti storici e contemporanei.

Evan ha figurato nel numero speciale di Family Process dedicato al COVID-19 con il suo articolo «Rituals in the time of COVID-19: imagination, responsiveness, and the human spirit» (Imber-Black, 2020).

Nel 1990 Evan ha ricevuto l’American Family Therapy Academy Award for Distinguished Contribution to Family Therapy Theory and Practice. Nel 1999 le è stato inoltre conferito il premio Cumulative Contribution to Marriage and Family Therapy dell’American Association for Marriage and Family Therapy.

AMBITI DI INTERESSE

L’importanza dei rituali

I rituali si collocano nel tempo, nel contesto e nella cultura e hanno avuto un ruolo centrale per l’umanità e in tutte le culture nel corso della storia (Imber-Black, 2002). I rituali sono potenti strumenti terapeutici ed Evan ha scritto molto sui loro benefici. Così facendo, ha potuto sostenere numerose famiglie nel creare e adattare i propri rituali (Imber-Black, 2002). I rituali familiari ci offrono orientamento e valori e ci danno un senso di significato, identità, sicurezza e appartenenza. Creano un senso di legame con i diversi membri della famiglia e con la famiglia stessa, assicurando al tempo stesso una continuità tra le generazioni.

Tutte le culture hanno rituali che le ancorano dal passato al presente e al futuro. I rituali sono presenti lungo tutto il ciclo di vita della famiglia e servono ad accompagnare i processi di transizione, spostandosi e cambiando per riflettere e rendere possibili lo sviluppo individuale e le ricalibrature delle relazioni familiari. Esplorano lo sviluppo del bambino, l’adolescenza, la cultura familiare e le relazioni intergenerazionali, affrontando al tempo stesso le emozioni e la cognizione all’interno della famiglia (Imber-Black, 2002). È importante riconoscere che ogni cultura ha i propri rituali specifici, che distinguono le culture tra loro e indicano ciò che per ciascuna di esse è importante. Ecco perché riconoscere i rituali culturali specifici delle famiglie è fondamentale per comprenderle meglio e lavorare con loro.

Nella mia cultura, nel Perù dove sono nata, ci sono alcuni rituali familiari e culturali che siamo tenuti a seguire come simbolo di rispetto e di unità all’interno delle nostre famiglie. La cultura è centrale per le famiglie peruviane (anche se il progresso e le influenze tecnologiche ed economiche hanno inciso su questo aspetto). Nella maggior parte dei casi, le famiglie peruviane mostrano un alto grado di unità, di finalità condivise, di responsabilità e di integrazione tra le generazioni (Amorin-Woods, 2020).

Le transizioni del ciclo familiare non sono scandite come le si percepisce attraverso la lente occidentale. La famiglia allargata è considerata essenzialmente come in Australia si considererebbe la famiglia nucleare. Per esempio, è comune che i nonni vivano in nuclei di tre generazioni. Nella mia esperienza, mia nonna ha vissuto con noi fino alla sua morte. Non c’era quindi una transizione marcata legata al trasferimento dei genitori in una casa di riposo. Un altro esempio è quello dei figli che salgono i gradini dell’istruzione superiore. Non ci si aspetta che «spicchino il volo» in quanto tali; cambia piuttosto il livello di responsabilità che ci si attende da loro. Può quindi essere loro richiesto di contribuire alla cura dei fratelli e delle sorelle più piccoli o della casa. Nella maggior parte dei casi, le famiglie peruviane ispaniche sono patricentriche: la famiglia è incentrata sul padre, capofamiglia e considerato l’autorità della famiglia (Church, 2010). Nella mia famiglia, tuttavia, poiché nostro padre se n’era andato presto, siamo stati cresciuti da una madre sola, che è diventata colei che manteneva la famiglia (come insegnante), e dalla mia nonna materna. Ciò ha imposto un’ulteriore ricalibratura familiare e culturale in termini di composizione, dinamiche e rituali.

Alcuni di questi rituali sono profondamente toccati dalla migrazione. È una delle ragioni per cui il processo di adattamento è così difficile per chi è appena emigrato. A seconda del paese «d’adozione», ci si aspetta che le famiglie migranti rinuncino ai propri rituali. Ci si aspetta che adottino i rituali e le tradizioni del nuovo paese come parte dell’assimilazione, ed è prevalentemente il caso dell’Australia. Le persone migranti mi raccontano spesso di aver rinunciato al nucleo della propria identità, che dava loro significato e un senso di «appartenenza».

L’impatto dei rituali perduti

Tra le altre cose, il ruolo dei rituali è celebrare, guarire, accogliere, piangere chi non c’è più, congedarsi, riconoscere le transizioni familiari ed entrare in una nuova fase della vita (Imber-Black, 2005).

Prendiamo ad esempio una bambina di 6 anni la cui madre va in day hospital per un intervento di routine, ma non torna più. Quando il papà rientra senza la mamma, si chiude in camera per giorni. È una vicina a dire alla bambina che sua madre è morta. Il papà nasconde il proprio dolore, e in casa non si parla mai della madre né della sua morte.

In questo solo scenario, quali rituali sono stati mancati e perduti, e quale impatto avrà probabilmente tutto ciò su quella famiglia e sulla vita presente e futura di quella bambina, sul suo senso di identità, sul suo posto nel mondo? Sul significato che darà alle relazioni?

L’impatto profondo della pandemia sui rituali familiari

La pandemia di COVID-19 ha avuto un impatto profondo su persone e famiglie che non hanno potuto attraversare le transizioni a causa della mancanza di questi processi e riti di passaggio importanti. Una persona anziana che non può vedere la propria famiglia mentre entra in una casa di riposo, una persona giovane che si laurea senza il sostegno della famiglia, genitori che non possono spostarsi in un altro Stato per sostenere una figlia in difficoltà con gravi problemi di salute mentale, e che più tardi non potranno spostarsi nemmeno dopo la sua morte per suicidio. Sono esempi reali che ho visto durante la pandemia, con effetti molteplici allora e negli anni a venire.

Il lavoro di Evan sui rituali in questo momento cruciale delle nostre vite è stato utile e convalidante. Ha dato un contributo importante al numero speciale di Family Process sulla pandemia (Imber-Black, 2020), citato nel numero speciale dell’ANZJFT sul COVID-19 di cui sono stata curatrice ospite (Amorin-Woods, 2021a, 2021b).

Un caso che ho incontrato nel mio lavoro durante la pandemia è quello di una madre arrivata da poco in Australia, che parlava poco l’inglese. Le fu detto che, a causa delle restrizioni, il marito non poteva stare nella stanza durante il parto. Al momento del parto le dissero: c’è una grave anomalia nel bambino, e il neonato fu portato via in fretta perché l’équipe medica doveva operarlo immediatamente per salvargli la vita. La madre non poté quindi vedere il suo bambino, né poté contare sul sostegno del marito. Che impatto ha allora questa esperienza «senza rituali», stratificata su più livelli, su questa madre, sul marito, sul loro bambino e su questa famiglia?

Sotto i segreti di famiglia

Anche se il tipo di informazioni e la funzione dei segreti variano enormemente, i segreti vivono in ogni famiglia e ne fanno parte, che si tratti di segreti leggeri e banali o di segreti dannosi e distruttivi. La vergogna, la paura o il giudizio sono motivi potenti per tenere sotto chiave i segreti distruttivi, in particolare quando si tratta di segreti dannosi, tossici e distruttivi come l’abuso sessuale, che può essere facilmente nascosto, mai discusso e raramente denunciato.

Segreti di questo tipo hanno il potere di paralizzare o annientare la vittima, o la persona che ne è al centro. Negano la storia e l’esperienza vissuta di quella persona. Costruire una casa sopra corpi sepolti, senza mai riconoscere né nominare ciò che giace lì sotto, impedirà probabilmente alla persona di entrare in contatto con sé stessa e con gli altri, di andare avanti e di vedere l’orizzonte, per quanto splendida possa sembrare la vista dalla cima. Eppure, aprendosi con delicatezza al momento giusto, in un luogo sicuro, una persona può accedere a uno scenario più convalidante e realistico, in cui l’impotenza può trasformarsi in speranza e l’isolamento in legame, onorando al tempo stesso l’esperienza del dolore, della ferita e della perdita che giace sotto il segreto.

Come affrontare i segreti nello spazio terapeutico

Nell’ambito del lavoro con il terreno difficile dei segreti, Evan Imber-Black ha messo in evidenza l’insoddisfazione che ha provato nei confronti dei modelli che ignorano le ecologie complesse che incidono sulle famiglie. Riflette sulle famiglie con cui ha lavorato e che, lo sapeva, affrontavano segreti portatori di storie ricche e spesso dolorose provenienti dalle loro famiglie d’origine. Storie di migrazione, di guerra, di sessismo e di razzismo; reti intricate di relazioni con le istituzioni (lavoro, scuole, ospedali, chiese e sinagoghe); e l’inserimento in una cultura più ampia che ha plasmato le loro convinzioni sulla segretezza e sull’apertura (Imber-Black, 1993, p. 8).

Evan, come tante persone che esercitano la terapia, nel corso della nostra formazione e del nostro tutoraggio, ha spesso ricevuto consigli contraddittori su come gestire i segreti nello spazio terapeutico. Le era stato insegnato a non permettere mai ai singoli membri di contattarla tra una seduta familiare e l’altra, per la possibilità che le rivelassero un segreto. Le era stato anzi raccomandato di avvertire le famiglie, fin dal primo contatto, di astenersi dal confidarle segreti, perché sarebbe stata obbligata a insistere affinché fossero condivisi con tutta la famiglia (Imber-Black, 1999, p. 11). Con il passare del tempo e attraverso una riflessione consapevole, Evan si rese presto conto che questo approccio era insostenibile, dato che la stanza di terapia era proprio il luogo in cui le «voci silenziose» avrebbero dovuto essere ascoltate. Di conseguenza, ha dedicato gran parte del suo vasto lavoro di ricerca a elaborare risposte utili a ciò che ha descritto come il «caleidoscopio relazionale messo in moto dai segreti» (Imber-Black, 1999, p. 9).

Contesto dell’intervista

Desideravo da tempo avere questa conversazione. Il dono di Evan alla nostra professione è stato vasto e significativo. Ha avuto grande influenza sullo sviluppo, sulla formazione e sull’arricchimento di molte persone che lavorano nel nostro campo. Il lavoro di Evan mi ha particolarmente affascinata, e la sua dedizione, la sua passione e la sua apertura alla diversità e alla cultura sono state per me fonte di ispirazione. Evan ha inoltre dedicato gran parte del suo lavoro a temi che pochi hanno affrontato nonostante la loro importanza e il loro impatto su più livelli, come nel caso dei rituali. Un altro tema forse tabù negli ambienti sistemici è quello dei segreti, dove l’impegno di Evan può essere considerato straordinariamente coraggioso, perché si concentra su quella che spesso è una parte importante ma trascurata degli interventi terapeutici.

Un altro motivo di questa conversazione con Evan è stato il suo lungo e variegato coinvolgimento nell’Ackerman Institute che, come il Mental Research Institute, è stato un «luogo di nascita» della terapia familiare e si trova al cuore della nostra storia professionale (Amorin-Woods et al., 2022). La varietà dei ruoli ricoperti da Evan all’Ackerman, così come il suo impegno con Family Process, non fanno che evidenziare il suo profondo interesse e il suo legame con la nostra professione, e la profondità e l’ampiezza delle sue conoscenze. Inoltre, cosa importante, sono stata attratta dal desiderio sincero e dalla passione di Evan nello schierarsi in solidarietà con chi vive ai margini, e dalla sua capacità di uscire da ciò che è «ovvio» per cercare di sfidare lo status quo esplorando gli elementi culturali della nostra pratica. Come Evan esprime in modo conciso: penso davvero che esaminare il nostro lavoro scientifico nel contesto delle nostre culture sia un requisito: non stiamo al di fuori della cultura, ne siamo partecipanti attivi.

Questo articolo si basa dunque su una conversazione che ho avuto con Evan Imber-Black il 22 giugno 2023, su Zoom. Evan si trova a New York, mentre io mi trovo sulla terra Whadjuk Noongar, a Perth, nell’Australia Occidentale. In questa conversazione, Evan e io approfondiamo alcune delle sue esperienze personali e professionali. Evan parla del suo lungo impegno con l’Ackerman Institute for Families e con Family Process. Parliamo anche dei suoi principali ambiti di interesse, ossia i rituali e i segreti familiari. Evan condivide riflessioni personali e professionali su chi l’ha influenzata, a cominciare dalle grandi figure pioniere del nostro campo, da colleghe preziose e care come Peggy Papp, dalle persone che ha formato, a lei affezionate e provenienti da percorsi di vita diversi e da diversi angoli del mondo, e infine, e forse soprattutto, dal suo amato marito scomparso, Lascelles.

LA CONVERSAZIONE

Deisy Amorin-Woods: Evan, è una vera gioia poterti incontrare. È un privilegio per me che tu abbia accettato il mio invito a fare due chiacchiere.

Evan Imber-Black: Grazie. Ed è un onore per me essere qui con te.

Deisy Amorin-Woods: Una delle cose da cui vorrei cominciare è il tuo legame con l’Ackerman Institute. Quando penso all’Ackerman Institute, penso al lavoro prezioso che ha svolto nel corso degli anni, fin dalle prime fasi del nostro campo. Mi viene in mente anche il tuo coinvolgimento all’Ackerman, che so essere stato ampio ed estremamente prezioso. Il tuo enorme contributo come docente, accanto ad altre figure influenti e davvero memorabili. Peggy Papp, per esempio, che credo sia stata non solo una collaboratrice professionale, ma anche una tua cara amica, e che è scomparsa solo un paio di anni fa.

Evan Imber-Black: Sì, beh, nemmeno così tanto tempo fa.

Deisy Amorin-Woods: Hai condiviso un pensiero bello e sentito in memoria di Peggy: «Molto prima che qualcuno parlasse dell’“uso del sé del terapeuta”, Peggy riuscì a convincere i suoi collaboratori, piuttosto celebri, a rivelare le loro difficoltà e i loro successi, dando origine all’etica della trasparenza del nostro campo» (Imber-Black, 2021).

Evan Imber-Black: Sì, era vero. Era una persona davvero speciale. Mi manca moltissimo, moltissimo. Mi mancano il nostro lavoro insieme, le nostre conversazioni, le nostre serate a Broadway e tanto altro.

Deisy Amorin-Woods: Una perdita così grande nella tua vita personale e professionale. Altri nomi importanti che mi vengono in mente sono Lynn Hoffman, Peggy Penn e Olga Silverstein, per citarne solo alcuni. Che cosa puoi raccontarci dell’Ackerman Institute, del tuo coinvolgimento e dei tuoi legami lì, e per quanto tempo hai ricoperto i vari ruoli?

Evan Imber-Black: Ho lavorato all’Ackerman dal 1995 al 2021. Il mio tempo all’Ackerman è stato dedicato in gran parte all’insegnamento alle persone in formazione, con la supervisione dal vivo e lo specchio unidirezionale, per un gruppo in formazione avanzata. Negli ultimi 15 anni ho diretto il Center for Families and Health, che ho contribuito a fondare.

Deisy Amorin-Woods: Capisco, quindi hai diretto il Center for Families and Health, e credo che questo centro fosse uno tra altri quattro o forse cinque programmi diversi in tutto, giusto?

Evan Imber-Black: Probabilmente anche di più, ma non ne sono sicura. Una delle cose meravigliose dell’Ackerman è che, se avevi una buona idea ed eri disposta a metterci il lavoro, potevi avviare qualcosa. E così c’erano tantissimi progetti, tanti centri, e così via.

Deisy Amorin-Woods: È molto incoraggiante. Allora, come è cominciato tutto? Come è nato il tuo coinvolgimento con l’Ackerman Institute?

Evan Imber-Black: Ho lavorato all’Albert Einstein College of Medicine, nel Dipartimento di Psichiatria, per 10 anni, dal 1986 al 1996, formando chi si specializzava in psichiatria e chi svolgeva il dottorato in psicologia alla terapia dei sistemi familiari. Poi è arrivato il momento di andare avanti. Peter Steinglass dirigeva allora l’Ackerman. Desiderava che venissi all’Ackerman, e ho deciso che era una buona idea. Così sono passata dall’Albert Einstein all’Ackerman. Ho iniziato lì quello che sarebbe stato un periodo di 20 anni della mia carriera, mentre, nella seconda decade, sono diventata anche direttrice di programma e professoressa alla Mercy College School of Social and Behavioural Sciences, dove ho diretto il Marriage and Family Therapy Program, ruolo che ricopro ancora oggi.

Deisy Amorin-Woods: Il tuo contributo è vastissimo, sei stata coinvolta in tanti ambiti: all’Ackerman Institute, all’Albert Einstein College, al Mercy College (University). L’elenco non finisce più. Ti dobbiamo moltissima gratitudine per la tua generosità verso il nostro campo. Il tuo lavoro ha avuto un ruolo centrale nel mio stesso percorso. So che molte persone del nostro ambiente che guarderanno questo video si riconosceranno in ciò che dico, perché il tuo contributo è stato di vasta portata; e così, quando penso a Evan Imber-Black, penso a una persona curiosa, indagatrice, creativamente innovativa, sinceramente interessata, e a cui le cose stanno davvero a cuore. Naturalmente a questo dobbiamo aggiungere il tuo prezioso contributo come direttrice di Family Process, per parecchi anni, credo.

Evan Imber-Black: Sì, sono stata direttrice di Family Process per 8 anni, dal 2004 al 2012. Una delle cose dell’Ackerman che penso interesserebbe a chi ci ascolta e ci guarda è il lavoro che ho fatto con Peggy Papp. Ho collaborato con lei per 10 anni. Abbiamo lavorato su alcuni ambiti, in particolare i temi e le convinzioni familiari. E ne è nato un articolo pubblicato su Family Process sui temi familiari (Papp & Imber-Black, 1996). E lavoravamo secondo il dispositivo classico della terapia familiare: o lei era nella stanza e io dietro lo specchio unidirezionale, o viceversa. Eravamo solo noi due a lavorare insieme per 10 anni, ed è stato semplicemente meraviglioso.

Deisy Amorin-Woods: È fantastico. Eravate già molto vicine, oppure è stato con il passare del tempo che è diventata un’amica oltre che una collega e una collaboratrice?

Evan Imber-Black: Stavamo imparando a conoscerci, e poi questo lavoro ci ha avvicinate davvero tantissimo.

Deisy Amorin-Woods: Immagino che lavorare anche con un’amica fosse piuttosto divertente?

Evan Imber-Black: Esatto, perché era molto più di una collega.

Deisy Amorin-Woods: C’è qualcosa che vorresti condividere su quel contributo? Qualcosa che spicca, del tuo lavoro con Peggy?

Evan Imber-Black: Oh, accidenti, ci sono così tante cose! Sai, una delle cose che mi davano sempre una gioia immensa era guardarla lavorare in una stanza. Stare dietro lo specchio unidirezionale e vedere semplicemente la sua incredibile creatività, la sua disponibilità a rischiare con un’idea nuova; mi ha sempre ispirata, direi.

Deisy Amorin-Woods: Sembra che vi completaste a vicenda.

Evan Imber-Black: Immagino di sì. Penso di sì… e ci siamo divertite tantissimo.

Deisy Amorin-Woods: Non c’è niente di meglio che divertirsi mentre si impara e si insegna.

Evan Imber-Black: Proprio così, e mentre si fa da mentore.

Deisy Amorin-Woods: Allora, per quanto tempo hai diretto il programma del Center for Families and Health? C’erano anche altre persone coinvolte, vero?

Evan Imber-Black: Esatto. Beh, in tutto sono stata 26 anni all’Ackerman e dal 2006 al 2021 ho diretto il programma del Center for Families and Health. Ho collaborato con molte persone all’Ackerman e, quando me ne sono andata, ho passato il testimone ad Andrea Blumenthal. Sai, la pandemia ovviamente ha chiuso l’Ackerman. Ha chiuso tutto da un giorno all’altro. È stato incredibile. Non vedevo un buon modo per fare terapia durante la pandemia con il lavoro allo specchio unidirezionale. Questo non vuol dire che all’Ackerman non ci fosse chi lo faceva, perché c’era, ed era straordinario. Ho fatto da consulente su un caso, e non riuscivo quasi a credere che fossimo, per così dire, tra virgolette «dietro lo specchio», quando invece lo specchio non c’era. Guardavamo online e potevamo consultarci tra noi mentre chi conduceva la terapia era nella «stanza» con la famiglia. Quindi la tecnologia lo ha reso possibile. Se ci fosse stata una pandemia senza la tecnologia che abbiamo oggi, tutto si sarebbe semplicemente fermato del tutto. Invece ho potuto tenere tutti i miei corsi al Mercy. Siamo passati da un giorno all’altro dalla presenza all’online. Non avevo mai usato Zoom prima, quindi ho dovuto studiare e imparare a usarlo piuttosto in fretta.

Deisy Amorin-Woods: Sì, è stato certamente un grande shock per il nostro sistema, è arrivato del tutto inaspettato. Abbiamo dovuto adattare le risorse che avevamo a disposizione o a crearne di nuove, e a fare i conti con modi nuovi e diversi di funzionare sul piano personale e professionale (Amorin-Woods et al., 2021). Ha avuto un forte impatto su ogni ambito della nostra vita, sul nostro modo di essere, sul modo in cui ci relazioniamo e facciamo le cose, introducendo l’imprevedibilità e togliendo l’idea di permanenza. Ha introdotto molti cambiamenti e, naturalmente, una delle sfide principali è stata l’impatto sui rituali, di cui parleremo tra poco. I rituali sono naturalmente al centro di gran parte del tuo lavoro, e sono uno degli ambiti che preferisco della tua opera. Abbiamo semplicemente dovuto cambiare all’improvviso, così, da un momento all’altro.

Evan Imber-Black: Sì, assolutamente. Sì.

Deisy Amorin-Woods: Credo che tu abbia scritto questo testo straordinario (Imber-Black, 2020), un articolo speciale durante la pandemia, su nuovi modi di pensare e modi innovativi di seguire il tuo filo conduttore, su come pensi e su come hai pensato nel corso degli anni. E, sai, l’innovazione è qualcosa che ti ha sempre accompagnata, nel modo in cui fai le cose.

Evan Imber-Black: Sì, e penso che eravamo un campo che si è staccato da un certo modo di lavorare, quello della psicoanalisi, per fare qualcosa di davvero radicale. Sai, Freud aveva detto: Non parlare mai con nessun altro membro della famiglia, non avere mai un familiare nella stanza, e così via, e bla bla bla. Ed ecco che arriva la terapia familiare. Io non faccio parte di quella prima generazione. Non sono così vecchia! Sai, era un’epoca in cui la prima generazione della terapia familiare stava facendo qualcosa di straordinariamente radicale. Poi la seconda generazione, di cui in un certo senso faccio parte, ha raccolto il testimone e ha continuato a inventare nuovi modi di lavorare, nuovi modi di formare la generazione successiva e di scriverne.

Deisy Amorin-Woods: Quali potevano essere? Quali sono le cose su cui hai scritto e ti sei concentrata nel tuo articolo? Perché so che ciò che hai scritto e ciò che hai fatto nella tua carriera è stato, sto cercando la parola giusta… Da donna latina, in particolare, mi piace usare aggettivi per descrivere gli approcci delle persone: una disruptor, una che scompagina! Nel modo in cui hai guidato i gruppi di lavoro, nel modo in cui hai lavorato (con le persone in terapia e con chi studia), sfidando lo status quo, cercando in modo innovativo le nuove idee che emergono. So che di recente hai avuto una cerimonia di laurea al Mercy College che è stata fonte di ispirazione.

Evan Imber-Black: Sì, ce l’abbiamo fatta. È stato meraviglioso.

Deisy Amorin-Woods: So che qualche anno fa, come hai detto, ti sei trovata all’improvviso davanti a questo compito gigantesco, un grande progetto per il 50° anniversario di Family Process. Era il 2011, credo: ti era stato affidato il compito straordinario di ripercorrere 50 anni di evoluzione di Family Process (Imber-Black, 2011).

Evan Imber-Black: Sì, è stato meraviglioso. La mia relazione, «The evolution of family process: contexts and transformations», è stata presentata all’incontro per il 50° anniversario di Family Process (Imber-Black, 2011). In essa colloco lo sviluppo della rivista nei suoi contesti sia storici sia contemporanei. È stata una gioia scriverla e presentarla. Come ho detto nell’articolo, ho passato in rassegna 2000 abstract per sviluppare le idee del testo. Penso davvero che esaminare il nostro lavoro scientifico nel contesto delle nostre culture sia un requisito: non stiamo al di fuori della cultura, ne siamo partecipanti attivi.

Deisy Amorin-Woods: È impressionante. Naturalmente c’è stata una tale evoluzione e così tanti cambiamenti nel corso degli anni, in termini di ambiente, di contesto politico, di cultura e di razza, di configurazioni familiari, e moltissimo materiale ricco, che ha suscitato gli scritti arrivati nel corso dei cinque decenni in termini di ricerca e di pratica clinica. E comunque deve essere così. Il materiale deve rispondere ai cambiamenti che attraversiamo.

Evan Imber-Black: Una delle cose che amo davvero e che continuo a fare per Family Process è che, una volta all’anno, tengo una formazione per chi si affaccia alla scrittura scientifica. Persone da ogni parte presentano un’idea su cui intendono lavorare. C’è un comitato (di cui non faccio parte) che sceglie 10 giovani ricercatrici e ricercatori, che in estate mi inviano un manoscritto completo. Stanno per arrivare nella mia casella di posta a breve, e poi ci incontriamo a settembre per un giorno e mezzo per discutere dell’arte della scrittura scientifica. E mi piace proprio tantissimo. Ci sono persone da tutto il mondo. Alcune sono dottorande, altre sono docenti alle prime armi. Poi ci incontriamo quattro volte durante l’anno, per brevi sessioni, per vedere a che punto sono i loro manoscritti e quali pubblicazioni riescono a portare a termine. Quindi per me è una gioia vedere il movimento della generazione successiva.

Deisy Amorin-Woods: Che privilegio, è così stimolante. Immagino che questo mantenga di sicuro vivo il tuo interesse…

Evan Imber-Black: Sì, poco ma sicuro! Ho lasciato la direzione di Family Process nel 2011 e da allora lo faccio ogni anno con queste giovani leve della ricerca.

Deisy Amorin-Woods: È davvero speciale, mi fa tanto piacere sentirlo. Il fatto che provengano da percorsi di vita diversi, anche da contesti culturali diversi, immagino. La cosa mi risuona particolarmente, da donna nata in Perù ed emigrata in Australia esattamente 40 anni fa (arrivata quasi da bambina e «cresciuta» qui). Che evoluzione. Queste opportunità ci permettono di entrare in contatto con altre persone nel nostro mondo e ci aiutano a districare il modo in cui vediamo il mondo e ci vediamo nel mondo. E ciò che mi viene in mente sono i rituali e ciò che diventano anche nel contesto della migrazione. L’impatto della migrazione è enorme. Sento con tenerezza l’affetto con cui parli di queste giovani leve e la tua eccitata attesa quando ricevi i loro manoscritti per posta, che ti rimettono in contatto con il mondo, nonostante il COVID, e con la generazione successiva. In realtà, una delle cose che mi rallegrano dell’Ackerman Institute è che ha introdotto sempre più un tema legato alla diversità. Lo apprezzo davvero perché è un’evoluzione, ed è una delle cose che hai menzionato nel testo che hai scritto per il 50° anniversario (Imber-Black, 2011). Questa è vera evoluzione. Sono molto curiosa e interessata a parlartene. Sono davvero contenta di sentirlo (anche da migrante) perché, come sai, dobbiamo assicurarci di non lavorare in modo monoculturale quando in realtà siamo una comunità diversificata. Anzi, circa il 50% della popolazione qui in Australia proviene da contesti culturali diversi.

Evan Imber-Black: Non lo sapevo.

Deisy Amorin-Woods: Sì, quindi dobbiamo prestare attenzione e saper rispondere nel modo in cui conduciamo la nostra pratica, nel modo in cui insegniamo, nel modo in cui facciamo ricerca. Deve rispondere a questa realtà. So che è qualcosa a cui tieni molto, e lo apprezzo davvero. Forse è il momento di passare all’ambito dei rituali; prima hai accennato al COVID e a come ha cambiato le cose (Amorin-Woods, 2021a). So che hai scritto un articolo per Family Process nel pieno del COVID (Imber-Black, 2020). Tra il 2020 e il 2021 ho scritto alcuni articoli e curato un numero speciale sul COVID per la nostra rivista, l’Australia and New Zealand Journal of Family Therapy (Amorin-Woods, 2021a; Amorin-Woods et al., 2020), e sui cambiamenti improvvisi, come hai descritto prima, avvenuti in tutto il mondo. Ho citato uno dei tuoi articoli. Credo che si intitolasse «Rituals in the time of Covid: imagination, responsiveness and the human spirit» (Imber-Black, 2020). Mi chiedo quindi se puoi raccontarci qualcosa di quell’articolo, delle cose che hai scoperto.

Evan Imber-Black: Beh, i rituali mi restano molto cari. Le persone iscritte al primo anno del Master in MFT del Mercy College fanno una presentazione importante su un rituale della loro famiglia d’origine, ed è uno dei modi migliori per studiare la propria famiglia e conoscersi a vicenda più in profondità fin dal primo semestre.

Deisy Amorin-Woods: Che bel modo di onorare le storie e le culture delle persone, favorendo al tempo stesso il legame e l’unità.

Evan Imber-Black: Sì, e mi è piaciuto davvero moltissimo scrivere quell’articolo sui rituali per Family Process, per via dell’impatto del COVID su tutto, quando era davvero al suo culmine e le persone morivano, e dell’impatto sulla vita delle persone. Tutto, dalla festa di compleanno di un bambino piccolo a un matrimonio, a un funerale, ha dovuto essere completamente cambiato, tanto che il compleanno di quel bambino si è trasformato nel salutare le persone dalla finestra, senza amici accanto ad aiutarlo a festeggiare. Lo stesso per i grandi matrimoni in programma che hanno dovuto essere annullati. Credo che una delle mie storie preferite in quell’articolo sia quella di una coppia che avrebbe dovuto avere un bel matrimonio in grande, ma ha dovuto annullarlo. Hanno comunque deciso che avrebbero indossato lo stesso gli abiti da sposi, sarebbero andati in chiesa e si sarebbero sposati quel giorno, e così hanno fatto. Poi, mentre uscivano dalla chiesa, il corteo di Black Lives Matter stava passando proprio davanti alla chiesa, esattamente dove si trovavano. Chi marciava li ha visti. Loro hanno visto chi marciava, e si salutavano a vicenda e applaudivano. E la giovane coppia è andata a unirsi al corteo di Black Lives Matter. Quindi, sai, cose del genere sono inattese, naturalmente, e non pianificate, e ci chiedono, credo, una certa flessibilità, perché, sai, puoi fare tutta la pianificazione del mondo, ma qualcosa la manderà all’aria. E quindi bisogna saper essere flessibili, creativi e innovativi. E penso che sia questo ad avermi attratta verso i rituali nel corso degli anni perché, sì, ripetiamo certi rituali. Abbiamo certi rituali religiosi che ricorrono ogni anno. Non sono mai uguali. Non sono mai uguali da un anno all’altro, perché noi siamo diversi. Un anno dopo, non siamo più la stessa persona che eravamo un anno prima. Quindi tutto questo contribuisce, penso, alla ricchezza di qualsiasi rituale della propria vita, quando ci si pensa, e a volte abbiamo bisogno di inventarne di completamente nuovi.

Deisy Amorin-Woods: Beh, ha tantissimo senso, Evan. Penso che forse la pandemia ci abbia insegnato a entrare in contatto con la nostra flessibilità e la nostra creatività, perché non possiamo agire in modo così statico o rigido nel modo in cui facciamo le cose; come indichi chiaramente, non possiamo riprodurre la stessa cosa, non allo stesso modo, perché le cose cambiano, e noi cambiamo. Le cose avranno ogni volta una «sfumatura» del tutto nuova. Che bella la storia che hai raccontato di questa coppia che si sposava mentre si svolgeva il corteo di Black Lives Matter. Mentre questa coppia si è sentita costretta a sposarsi in forma ridotta, senza la famiglia presente, il loro matrimonio, proprio lì, ha dispiegato qualcosa di più grande, di più ampia portata in profondità e significato, unendosi alla propria comunità, e la comunità a loro, testimoni di un movimento in azione per porre fine al razzismo, alla discriminazione e alla violenza sistemica: un’esperienza profondamente arricchente e davvero indimenticabile. Come dici tu, l’impatto della pandemia sulle famiglie e sui rituali è stato profondo: persone che si laureano senza i genitori, famiglie che non possono viaggiare ed essere accanto a una persona cara giunta all’ultima fase della vita, bambini, donne che partoriscono senza il proprio partner. È particolarmente forte se aggiungiamo un ulteriore livello, come essere appena emigrate in Australia e partorire da sole. Come descrivi e indichi nel tuo articolo, questo ci rende consapevoli dell’importanza di considerare modi alternativi di stare con le persone e di condurre la terapia, andando oltre l’ovvio.

Evan Imber-Black: Sì, penso di sì. È come qualsiasi sfida che ci si presenta, e in questo caso, sai, una malattia grave: in un certo senso ci aiuta ad attingere a parti di noi che non sapevamo nemmeno di avere.

Deisy Amorin-Woods: Proprio così… Vorrei soffermarmi sui rituali culturali. Ti viene in mente qualcosa che vorresti condividere in questo ambito? Hai scritto molto sui rituali, ma anche specificamente sui rituali culturali. Da migrante e da persona che lavora con persone di contesti culturali e linguistici diversi, tra cui persone venute dall’estero per studiare e persone aborigene e indigene australiane, sono molto attratta da questo tema e molto attenta a esso. Mi chiedo: quali sono alcuni rituali culturali? So che i rituali e le stesse configurazioni familiari si sono evoluti nel corso degli anni, e forse oggi sono più visibili; penso che forse vediamo in modo più aperto l’ampia varietà di famiglie con cui lavoriamo. Puoi dirci qualcosa al riguardo? Sul tuo lavoro in questo ambito in termini di diversità e della sua evoluzione, nel tuo lavoro all’Ackerman Institute e in Family Process, sugli articoli che hai visto, sull’evoluzione della diversità delle configurazioni familiari, famiglie interculturali, famiglie ricomposte, famiglie trans e famiglie bisessuali.

Evan Imber-Black: Penso che in alcune parti del mondo, oggi, per fortuna, ci sia stata gradualmente più apertura, ci sia più accettazione, più inclusione e più diversità. Naturalmente ci sono anche molti luoghi in cui non è così, e penso che chi, come noi, fa terapia familiare, terapia sistemica, debba davvero prestarvi attenzione e fare qualcosa. Se da un lato è entusiasmante che ci sia più accettazione della differenza e della diversità, dall’altro dobbiamo tenere presente che ci sono anche moltissime persone là fuori che soffrono per la mancanza di accettazione e vengono escluse proprio mentre parliamo. Credo davvero che il nostro ruolo, nella terapia familiare, nella terapia sistemica, non sia solo quello di fare terapia: dobbiamo anche fare politica!

Deisy Amorin-Woods: Oh, assolutamente. Questa è una delle tante cose che apprezzo molto di te: non hai paura di sfidare lo status quo.

Evan Imber-Black: Sì. È parte di ciò che mi fa andare avanti. In effetti, c’è politica nella terapia familiare come in ogni campo. Se pensiamo che non ci sia politica, o che non possiamo parlare di politica, o che non possiamo portare la politica nel nostro lavoro e nel nostro campo, allora manchiamo di realismo. Penso che sbaglieremmo, perché sappiamo che non possiamo ignorare quel lato delle cose: non possiamo districare la questione della diversità, comprese la razza e la cultura, dalla politica.

Deisy Amorin-Woods: Assolutamente, dobbiamo vedere, ascoltare, riconoscere e rispondere. Dobbiamo farci sentire se non vediamo tutto questo nella pratica, altrimenti rischiamo di cadere nella trappola del tokenismo e di avallare quei comportamenti. Il tokenismo è diffuso nel nostro mondo, e ci sono caselle che dobbiamo spuntare, in base alle categorie in cui rientriamo, per «dimostrare» che stiamo facendo la cosa giusta. Per dare un’immagine «inclusiva», possiamo per esempio scrivere un paragrafo in un rapporto, nell’ambito di una dichiarazione di intenti, in cui affermiamo che «accogliamo persone di ogni razza e cultura, genere, credo religioso, orientamento sessuale, abilità», e lasciarlo lì, a prendere polvere; oppure includiamo in un consiglio di amministrazione una persona simbolo di un contesto culturale diverso, ma non ascoltiamo la sua voce e non accettiamo né valorizziamo il suo punto di vista come degno di essere ascoltato, solo per dare l’impressione che «abbiamo un approccio culturalmente inclusivo». Non si tratta di questo, dobbiamo essere autentici. Conta ciò che facciamo, non ciò che scriviamo o diciamo di fare. Si tratta di immergersi davvero in quell’esperienza, di dimostrare in modo significativo ciò che diciamo di fare e di radicare questi metodi nelle nostre pratiche e nel tessuto delle organizzazioni in modo misurabile, anziché perché dobbiamo rendere conto a un’autorità superiore per ricevere finanziamenti.

Evan Imber-Black: È così importante, è fondamentale, penso. Sai che cosa ho capito, e che cosa mi tiene al Mercy College? Il fatto che il nostro corpo studentesco sia estremamente diverso. Vengono da ogni parte, da paesi diversi, da contesti afroamericani, latini e asiatici, e così via. E quindi significa che, in qualsiasi anno, in qualsiasi classe in cui entro, troverò una varietà meravigliosa di persone che provengono da contesti diversi, da famiglie d’origine molto diverse, con esperienze e punti di vista diversi. Questo rende l’apprendimento così ricco, davvero tanto ricco.

Deisy Amorin-Woods: Capisco che arricchirebbe certamente l’apprendimento di chi studia e di chi insegna allo stesso modo. Dunque i rituali familiari ci immergono nella costruzione di significato, nelle transizioni, e ci conducono alla comprensione, alla guarigione, al legame. Quando si aggiunge l’elemento della cultura, si accede a un ulteriore livello. A quel punto si aprono molte questioni da considerare, il che crea di conseguenza un movimento maggiore. Non credo che ci si renda davvero conto dell’enorme portata dei rituali nella terapia familiare.

Evan Imber-Black: Sì, è molto ricco, penso; è una risorsa importante per chi fa terapia. Voglio dire, è quello che abbiamo scoperto quando ho cominciato questo lavoro, all’inizio, con Dick Whiting e Janine Roberts, allora miei dottorandi e oggi colleghi: i rituali che troverete in ogni famiglia saranno diversi. E così, qui, in questo momento, abbiamo una festa, il Thanksgiving. Probabilmente ne hai sentito parlare. Quando chiedo a chi frequenta i miei corsi di descrivere com’è il Thanksgiving a casa loro e nella loro famiglia d’origine, ogni singolo racconto è diverso. C’è un’uguaglianza nel nome: abbiamo questa giornata in cui c’è questo uccello bizzarro, un tacchino che mangiamo, e così via. Al di là di questo, l’inventiva che le persone portano in un simile incontro è enorme. Al tempo stesso c’è la capacità di far fronte alle perdite, e penso che sia quello che è successo con tutta la situazione del COVID. Quindi, far fronte a un certo tipo di incertezza che prima non avevamo, o che, se c’era, non notavamo: tutto questo entra in ciò che accade a un rituale e nel perché nessun rituale può essere uguale due volte; c’è invece ogni volta un senso di unicità.

Deisy Amorin-Woods: Come hai detto, ogni rituale è diverso. L’anno prossimo sarà di nuovo diverso in ogni famiglia, è in uno stato di variazione costante. Vorrei passare all’ambito dei segreti di famiglia, l’altra tua passione, in cui hai fatto molto lavoro. Per oltre 40 anni hai lavorato instancabilmente per elaborare risposte utili a ciò che descrivi come il «caleidoscopio relazionale messo in moto dai segreti» (Imber-Black, 1993). Quindi, nell’introdurre questa parte importante del tuo lavoro, non potevo non citare il tuo sentito ringraziamento al tuo amato marito Lascelles nel tuo libro The secret lives of families (Imber-Black, 1999). Vorrei leggerlo, ma solo se per te va bene.

Evan Imber-Black: Sì, certo.

Deisy Amorin-Woods: «Dono il mio amore e la mia gratitudine a mio marito, Lascelles W. Black, per tutto ciò che abbiamo imparato nel custodire con tenerezza i segreti l’uno dell’altra. Le nostre lunghe passeggiate, le conversazioni, il legame tra i segreti e il razzismo. La sua riflessione attenta sul colore della pelle, i segreti che ha ispirato, il lavoro con le persone malate di AIDS e i loro segreti cruciali, il suo impegno per la compassione e la giustizia, che mi incoraggia sempre. La sua visione che io potessi scrivere questo libro e la sua generosità, che me lo ha reso possibile» (Imber-Black, 1999).

Evan Imber-Black: Grazie. Grazie per averlo letto. È passato tanto tempo da quando l’ho letto io, quindi sono molto felice di sentirlo. Sai, penso alle conversazioni che facevamo perché, come ho detto, lui ha lavorato per molti anni con l’HIV-AIDS. Ha lavorato per molti anni anche con le persone senza dimora, ed era più che stimolante vedere le cose che riusciva a fare. Quando ci siamo trasferiti a New York e ho cominciato a lavorare al Dipartimento di Psichiatria dell’Einstein, lui ha cominciato a lavorare in un dormitorio per persone senza dimora. Non dimenticherò mai che, nel giro di pochissimo tempo, scoprì che nel dormitorio viveva un uomo la cui famiglia d’origine abitava a due isolati di distanza, e nessuno si era preso la briga di scoprirlo finché non lo fece Lascelles; e così lui lavorò per rimettere in contatto quell’uomo con la sua famiglia. Ed era quel tipo di lavoro che io, voglio dire, trovavo enormemente stimolante, non c’è dubbio. Certo, venendo lui dalla Giamaica negli Stati Uniti, in realtà prima in Canada e poi negli Stati Uniti, tutta la questione del colore della pelle e dei segreti che le persone creano e mantengono sul colore della pelle era un altro ambito molto importante delle nostre riflessioni, delle nostre discussioni. Questo continuava a spingermi a pensare sempre di più ai segreti e a ciò che accadeva alle persone; di che cosa ci è permesso parlare e di che cosa non ci è permesso parlare… E che cosa significa rompere l’idea che non ti è permesso parlare di qualcosa, e vedere che cosa succede quando lo fai?

Deisy Amorin-Woods: Che bella storia! Davvero speciale, stimolante e capace di creare legame. Grazie per averla condivisa, Evan. Immagino che il fatto di provenire da culture diverse abbia aggiunto ricchezza al vostro legame e alle conversazioni che avevate (sui segreti e non solo), in un cammino condiviso attraverso una vita con storie diverse sotto la superficie.

Evan Imber-Black: Senz’altro.

Deisy Amorin-Woods: Mi dispiace davvero tanto che tu l’abbia perso.

Evan Imber-Black: Grazie. Grazie. Lo apprezzo davvero.

Deisy Amorin-Woods: Ha avuto un’importanza fondamentale nella tua vita… al di là del matrimonio.

Evan Imber-Black: Sì… per 40 anni.

Deisy Amorin-Woods: Proprio così… Mi chiedo che cosa abbia nutrito il tuo interesse a esplorare i segreti di famiglia e a lavorarci.

Evan Imber-Black: Non saprei indicare una cosa precisa, sai; penso sia stato incontrare in terapia famiglie che si dibattevano con… Lo dico, non lo dico? Portare questo nella stanza di terapia e cercare di capirlo insieme alle persone: è questo che mi ha spinta nella direzione di cercare di comprendere questo tema così complesso. Quindi lavorare con i segreti, così come lavorare con i rituali, mi appassionava. Penso che, per chi lavora in questo campo e cerca un ambito in cui specializzarsi… Penso che bisogna trovare qualcosa che ti accenda davvero, qualcosa che mantenga vivi il tuo interesse e la tua passione per anni, e poi lavorarci, lavorare su quello. Poi scriverne, parlarne e confrontarsi con altre persone al riguardo. Penso che sia questo ciò di cui ogni persona ha bisogno.

Deisy Amorin-Woods: Che ottimo suggerimento. Perché è importante mantenere vivo l’interesse per la nostra professione, e quindi dobbiamo trovare quell’elemento in più, un ambito specifico che ci nutra, che mantenga vivi il nostro interesse e la nostra ispirazione e continui ad alimentare la nostra creatività; altrimenti, rischiamo di lasciar perdere. Quanto ai segreti nello spazio terapeutico, penso che nel nostro campo riceviamo molti messaggi contraddittori, provenienti da diverse scuole di pensiero. Ci si può sentir dire: «Ci saranno sempre segreti, quindi se lavori con le coppie, se lavori con le famiglie, e a un certo punto un membro della famiglia si apre, non puoi fare nulla, devi lasciare la cosa lì, con quella persona». D’altra parte, puoi trovarti in una situazione in cui senti che questo segreto deve essere rivelato, e che bisogna farlo subito: o lo apri tu o deve essere condiviso, perché dobbiamo essere trasparenti in questo processo, e dobbiamo farlo lì, seduta stante. Allora, qual è la tua opinione su questi punti?

Evan Imber-Black: Beh, penso che persone diverse abbiano tempi diversi; persone diverse hanno bisogno di parlare di qualcosa o di non parlarne. C’era una famiglia che io e Peggy abbiamo seguito insieme. Io ero la terapeuta nella stanza. Erano venuti per una cosa terribile, terribile che era accaduta: la loro figlia con disabilità intellettiva era stata ripetutamente violentata dalle guardie di sicurezza del loro palazzo. La prendevano nell’ascensore e la portavano sul tetto, o giù in cantina, e lei aveva tenuto la cosa segreta. L’aveva tenuta segreta finché non si scoprì che era incinta. È questo che li aveva portati in terapia. Ma c’era qualcosa, mentre lavoravamo con loro, che vedevamo nella madre e che era molto preoccupante, eppure lei non voleva parlarne, e abbiamo provato diversi modi per aprire la questione e così via. Alla fine ho avuto un incontro individuale con lei. Penso che sia quella la parte del nostro lavoro in cui bisogna essere flessibili. Sai, chi faceva terapia familiare diceva un tempo, e forse qualcuno lo dice ancora: «Devono esserci tutti. Devi avere tutti nella stanza». Beh, non necessariamente. Sì, se vedi qualcuno da solo, potresti ricevere in consegna un segreto, ma dovrai capire che cosa farne. È quello che è successo in questo caso: durante quell’incontro individuale lei mi rivelò di aver subito abusi sessuali da ragazzina e di non averlo mai detto a nessuno. E, sai, erano tipo 40 anni che custodiva quel segreto. Ma quando me lo disse, non voleva far venire la famiglia e poi dirlo alla famiglia. Si trattava quindi di capire insieme a lei chi aveva bisogno dell’informazione, a chi l’informazione sarebbe stata d’aiuto. E in effetti, quando abbiamo cominciato a guardare le cose in quel modo, lei ha potuto vedere che per sua figlia sarebbe stato estremamente importante sentire questa storia e sapere che si poteva superarla, direi così, e vivere una vita buona. Non è successo da un giorno all’altro, ci è voluto del tempo, ma gradualmente lo ha detto al marito, e lo ha detto alla figlia. Poi lo ha detto al figlio e poi lo ha detto a sua madre. E quella è stata la cosa più difficile. Abbiamo fatto molte prove, giochi di ruolo ed esercitazioni, perché era determinata a non far pensare a sua madre che fosse colpa sua. E così, sai, gli strati di complessità in cui ci si imbatte, non so come altro chiamarli, quando si lavora con un segreto… ma doveva essere secondo i suoi tempi e alle sue condizioni, non alle mie. Quindi, sai, quando sento dire: «Oh, io non tengo segreti», ti dico: «Beh, buona fortuna», perché bisogna imparare la delicatezza e l’attenzione ai tempi e ai bisogni delle persone mentre si aprono quelli che di solito sono moltissimi strati del segreto.

Deisy Amorin-Woods: Assolutamente. Sollevi punti così importanti, perché spesso ci sono scuole di pensiero diverse al riguardo, e spesso quelle informazioni ci limitano. Eppure, quando li si apre, avendo cura di farlo con rispetto e in sicurezza, possiamo allargare lo sguardo della famiglia e accrescere la comprensione. Altrimenti si ha la sensazione di lavorare in modo limitato, quasi di non fare un lavoro davvero efficace, perché non lo è. Il segreto stesso è la parte ricca del lavoro che facciamo. Quindi, se lo si mette da parte, come possiamo fare il lavoro? Come possiamo sostenere adeguatamente questa famiglia?

Evan Imber-Black: Sì, beh, sai, la posizione che ho sentito sostenere da chi dice alle famiglie: io non tengo segreti, sai, quindi se me lo dite, lo dirò a tutti. Allora non sentirai molte cose che sono importanti.

Deisy Amorin-Woods: Sì, assolutamente. Vorrei passare alla tua esperienza personale vissuta. Che cosa ti ha portata a diventare terapeuta familiare, a impegnarti nella pratica clinica, nella ricerca, e ad assumere anche il ruolo di direttrice di rivista? Come dicevo all’inizio della nostra conversazione, sei una persona così curiosa e innovativa nel modo in cui esplori le cose e ti immergi nel tuo lavoro. Ti interessa molto abbracciare ambiti diversi per approfondire la tua comprensione. Così facendo, approfondisci anche la comprensione delle persone che studiano con te e di chi accompagni come mentore nella pratica clinica. Mi chiedo quindi che cosa, nella tua vita personale, ti abbia condotta in questo campo.

Evan Imber-Black: È un’ottima domanda. Mi ero trasferita da Chicago in California e avevo avuto l’opportunità, quasi per caso, di lavorare con quelli che allora si chiamavano «gruppi di incontro» e, cosa sorprendente, il governo degli Stati Uniti finanziava una borsa di ricerca per farci studiare i gruppi di incontro. Voglio dire, se ci penso oggi, è la cosa più folle che abbia mai sentito. Ero quindi a Berkeley, conducevamo questi gruppi e la cosa mi entusiasmava molto; stavo facendo un master e studiavo ancora di più l’interazione di gruppo. E poi, per quanto fosse affascinante, e certamente ha nutrito molto del mio lavoro di terapia familiare, ho cominciato a trovare che i gruppi di estranei non mi soddisfacevano molto e che volevo lavorare di più con famiglie vere. Ed è stato proprio quel passaggio dal lavoro con gruppi di estranei al lavoro con nuclei familiari, con coppie, con genitori e figli, ad affascinarmi così tanto. Sono stata molto fortunata a ottenere una borsa per il dottorato all’University of Pittsburgh, dove ho conosciuto la compianta Carol Anderson, che per una felice coincidenza lavorava proprio di fronte al mio programma di dottorato, e che almeno una volta al mese faceva venire tutte le principali figure della terapia familiare di allora. Quindi tutta la prima generazione, che per fortuna era ancora in vita. Ho avuto così l’opportunità di partecipare a seminari con tutte queste persone ogni mese per 2 anni. Tutto questo si è combinato in modo così felice. Poi ho potuto ottenere un posto all’University of Massachusetts per insegnare terapia familiare. Ci sono rimasta 5 anni, e il motivo per cui me ne sono andata è che ero l’unica docente a insegnare terapia familiare. Ero certa che, se fossi rimasta, non sarei cresciuta, e quello è stato l’inizio, e che posso dire? Il resto è storia. Karl Tomm mi ha chiesto di venire a Calgary, in Alberta. Devo dire che è stata la parte più bella di tutte, perché è lì che ho conosciuto Lascelles, ed è lì che ci siamo sposati.

Deisy Amorin-Woods: Oh, davvero? È bellissimo!

Evan Imber-Black: Poi abbiamo deciso di tornare a Est, di venire a New York e fare le cose di cui ti ho parlato prima.

Deisy Amorin-Woods: È davvero speciale. Che evoluzione. Che trasformazione. Come ti ha condotta sul tuo cammino…

Evan Imber-Black: Sai, sono stata molto fortunata a lavorare in contesti diversi. Ad avere persone meravigliose in formazione in tutti quei contesti e a continuare a crescere io stessa grazie a questo.

Deisy Amorin-Woods: Sì… e la bellezza, immagino, sta in questa unione: hai avuto un insieme così vario di persone in formazione, che ti ha arricchita e ti ha permesso di crescere nella tua professione. Al tempo stesso, hai un’apertura verso tutto questo, perché spesso, senza apertura, nella rigidità e nella chiusura, non possiamo permettere che questo emerga.

Evan Imber-Black: Lo sai. Si tratta di evolvere. Dobbiamo evolvere insieme a chi formiamo. Non è mai… o meglio, non c’è la fine della storia. È un processo continuo.

Deisy Amorin-Woods: Non si ferma, vero? Dobbiamo continuare a crescere fino alla fine. Quindi, visto che ci avviciniamo alla fine della nostra intervista, mi chiedo solo un paio di cose. Una è se c’è un messaggio che vorresti trasmettere. Una perla di saggezza, se vuoi chiamarla la «saggezza di Evan», che vorresti trasmettere a chi ci guarda e ci ascolta. Immagino si tratti di persone che studiano, che si formano alla terapia familiare o che la esercitano, di docenti universitari e anche di persone in supervisione.

Evan Imber-Black: Bisogna mantenere l’apertura; l’apertura a nuovi pensieri e nuove idee. Non legatevi troppo a un unico modo di lavorare, perché questo vi fermerà. Smetterete di crescere e perderete interesse. Penso che una delle cose che il nostro campo ci ha offerto sia la capacità di crescere con il caso di una nuova famiglia, o di una nuova coppia, o con nuove idee e nuovi modelli che arrivano nel campo. Quindi penso che, finché non ci si irrigidisce, le cose andranno bene. Quindi restate costantemente in movimento, andate avanti, invece di impantanarvi.

Deisy Amorin-Woods: Sembra meraviglioso. E per finire, come vorresti essere ricordata?

Evan Imber-Black: Oh, santo cielo! Beh, vorrei essere ricordata da chi ha lavorato con me come una collega brava, solida, affidabile, su cui si può contare, intelligente. Vorrei essere ricordata da chi ha studiato con me come una persona a cui stavano profondamente, profondamente a cuore, a cui stavano a cuore il loro sviluppo e la ricerca di nuove strade per ciascuna persona, che l’aiutassero a crescere.

Deisy Amorin-Woods: Evan, è stato un vero piacere avere questa conversazione con te oggi. L’ho davvero apprezzata e mi è piaciuta immensamente.

Evan Imber-Black: Mi è davvero piaciuta questa intervista, grazie mille.

Complexe Systémique: i punti chiave

L’intervista vale tanto per la sua forma quanto per ciò che trasmette. Deisy Amorin-Woods, nata in Perù e stabilitasi in Australia, non si limita a porre domande: vi intreccia la propria storia di migrazione, e la conversazione stessa diventa un piccolo rituale di riconoscimento tra due generazioni. Spiccano due contributi clinici. Sui rituali, Imber-Black ricorda che nessuno si ripete mai identico, come ha mostrato la pandemia: quando il rituale previsto salta, bisogna inventarne un altro, come la coppia che, dopo un matrimonio celebrato senza la famiglia, si è unita a un corteo di Black Lives Matter. Sui segreti, rifiuta la regola del «non tengo segreti»: una confidenza ricevuta in una seduta individuale non obbliga a rivelarla, ma impegna chi conduce la terapia a valutare con la persona chi debba sapere, quando e come. Il testo resta un omaggio: dice poco delle tensioni interne all’Ackerman e non discute i limiti dei suoi modelli. Va letto soprattutto come la testimonianza di come un’istituzione mantenga viva la diversità, attraverso le persone che forma quanto attraverso i suoi programmi. Da leggere insieme a l’articolo di Celia Falicov su migrazione, perdita ambigua e rituali e a l’intervista a Karl Tomm, che portò Evan Imber-Black a Calgary.

Bibliografia

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Traduzione non ufficiale in italiano di The Ackerman Institute: a journey of culture and diversity over six decades. A conversation with Evan Imber-Black, di Deisy Amorin-Woods ed Evan Imber-Black, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 45, no 1 (2024), doi: 10.1002/anzf.1578, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né le autrici né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «The Ackerman Institute: a journey of culture and diversity over six decades. A conversation with Evan Imber-Black», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Amorin-Woods, D., e Imber-Black, E. (2024). The Ackerman Institute: a journey of culture and diversity over six decades. A conversation with Evan Imber-Black. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-ackerman-institute-a-journey-of-culture-and-diversity-over-six-decades-a-conversation-with-evan-imber-black (Opera originale pubblicata nel 2024 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 45(1), 93–108 (2024); ripubblicata nel 2024 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.1578)

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