Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry · Terapia familiare
Lucia, 19 anni, arriva in consultazione coperta di tagli e bruciature, pesantemente medicata, dopo tre tentativi di suicidio. Daniela Tortorelli, che esercita la psicoterapia sistemica in Italia, ripercorre due anni di lavoro in cui terapia individuale e terapia familiare procedono in parallelo, perché il dolore «mostrato» sul corpo possa diventare dolore raccontato. Il testo colloca inoltre l’aumento dell’autolesionismo e del ritiro tra le giovani generazioni all’interno delle trasformazioni sociali e familiari di oggi.
Traduzione non ufficiale in italiano di Case Report: When pain is shown and silenced. adolescents looking for a voice, di Daniela Tortorelli, pubblicato in Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry (Frontiers Media) (2026), doi: 10.3389/frcha.2026.1829312, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Il passaggio dal dolore mostrato al dolore raccontato rappresenta una svolta cruciale nel processo terapeutico con adolescenti che usano il corpo come principale mezzo di comunicazione.
Daniela Tortorelli
Abstract
Negli ultimi due decenni il disagio psicologico in adolescenza è aumentato in modo marcato: un numero crescente di giovani vive una sofferenza intensa che non può essere verbalizzata e si esprime invece attraverso il corpo, in particolare con comportamenti autolesivi e ritiro sociale. Queste manifestazioni sono spesso associate a uno scarso coinvolgimento terapeutico e a dinamiche familiari complesse, caratterizzate da intrusività emotiva, iperprotezione o assenza relazionale. In una prospettiva sistemica e narrativa, i sintomi sono intesi come comunicazioni dotate di senso, inserite nei sistemi familiari, nelle storie transgenerazionali e nelle trasformazioni socioculturali contemporanee. I cambiamenti sociali legati all’iperconnessione digitale, al mutamento delle pratiche genitoriali e a modelli culturali orientati alla prestazione hanno ridisegnato la soggettività adolescente, privilegiando l’azione e l’espressione corporea rispetto alla narrazione e alla mentalizzazione. L’articolo esplora il «dolore mostrato» come modalità primaria di comunicazione in adolescenza ed esamina il passaggio clinico dalla messa in atto corporea all’esperienza narrata. Attingendo alla teoria sistemica, alla psicoterapia narrativa e ad apporti neurobiologici, analizza le dimensioni emotive sottostanti all’autolesionismo e al ritiro, nonché le funzioni regolatorie ambivalenti dei sintomi. Viene presentato un caso clinico per illustrare come un approccio terapeutico integrato, che combina terapia individuale e terapia familiare, possa facilitare narrazioni alternative, sostenere i processi di differenziazione e promuovere il cambiamento individuale e relazionale. L’articolo sottolinea la rilevanza della psicoterapia sistemica nel restituire senso, voce e ascolto relazionale nel disagio adolescenziale grave.
Parole chiave: salute mentale adolescenziale, approccio narrativo, comportamento autolesivo, autolesionismo, ritiro sociale, terapia sistemica, sistemico
Negli ultimi quindici anni il disagio giovanile è aumentato in modo drammatico, fino a diventare una delle principali emergenze sanitarie e sociali a livello mondiale. Nel 2021 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che la salute mentale in adolescenza è una delle sfide più urgenti del XXI secolo (1). In questo scenario si è registrato un netto aumento dei disturbi in cui le persone giovani provano un dolore psicologico intenso senza riuscire ad articolarlo.
Ciò che negli anni Novanta riguardava soprattutto ragazze con anoressia e bulimia nervosa ha oggi assunto forme molteplici, che vanno oltre i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Il disagio adolescenziale contemporaneo si esprime sempre più attraverso fenomeni come il ritiro sociale, in cui la rinuncia silenziosa diventa l’incarnazione del dolore, e l’autolesionismo non suicidario, in cui il corpo si trasforma in una superficie narrativa che esprime una sofferenza personale, spesso specchio anche di un dramma familiare non detto.
Nella clinica capita spesso di incontrare adolescenti che presentano insieme vissuti depressivi e ansiosi, ritiro sociale e comportamenti autolesivi. Sono giovani segnati da ferite e da rabbia, spesso con tratti alessitimici, che sembrano in larga misura incapaci di chiedere aiuto e, soprattutto, di credere che qualcuno possa davvero prestare loro ascolto. Secondo gli ultimi dati dell’ISTAT e dell’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (2), oltre il 50% di studentesse e studenti riferisce di provare ansia, tristezza prolungata o nervosismo (51,4%), con un forte calo della soddisfazione per la vita tra i 14 e i 19 anni. Nel 2023 il disagio psicologico è risultato colpire più duramente le ragazze, con un indice di benessere psicologico più basso (67.4) rispetto ai ragazzi (74.3) (3). La Lancet Commission (4) prevede inoltre un ulteriore peggioramento del benessere psicologico adolescenziale entro il 2030. La Lancet Global Health Commission (4) evidenzia che circa il 75% dei disturbi mentali si sviluppa prima dei 24 anni, il che rende l’adolescenza una fase a rischio particolarmente elevato.
Le cause di questo fenomeno sono multifattoriali. I cambiamenti sociali legati al rapido sviluppo e alla diffusione delle tecnologie digitali (5, 6) sono indicati come fattori che contribuiscono in modo rilevante, in particolare in adolescenza. In Italia la quota di giovani tra i 14 e i 24 anni con problemi di salute mentale è passata dal 13,8% nel 2018 al 20,9% nel 2022, con un aumento particolarmente marcato tra le ragazze (7). Va notato che un’escalation significativa si era già verificata nel secondo decennio degli anni Duemila, soprattutto dopo il 2010. Sebbene la crisi economica mondiale del 2008 abbia senza dubbio contribuito ad accrescere i livelli di ansia e incertezza, il deterioramento della salute mentale giovanile appare un fenomeno globale, che interessa la maggior parte delle regioni del mondo, anche se in misura minore l’Asia (5). In particolare, secondo una ricerca del CNR-IRPPS, Gruppo Musa (8), gli episodi di autolesionismo tra le ragazze e il ritiro sociale sono aumentati in modo considerevole, e quest’ultimo si è ulteriormente intensificato dopo la pandemia: tra il 2019 e il 2022 i tassi di ritiro sociale sono saliti da circa il 5,6% al 9,7% in soli tre anni (9, 10).
Diversi studi (11, 12, 5) descrivono questo cambiamento come una riconfigurazione dell’infanzia. Potrebbe tuttavia essere più corretto parlare di una più ampia riconfigurazione familiare e sociale, da leggere in una cornice complessa e circolare. La pandemia ha agito da acceleratore di processi già in atto, amplificandone gli effetti sociali e generando conseguenze alle quali è inevitabile adattarsi, anche se diventa sempre più difficile sottrarvisi.
L’iperconnessione, unita a stili genitoriali sempre più timorosi e iperprotettivi, tipici della famiglia nucleare, e a un clima sociale orientato al riconoscimento narcisistico, ha profondamente modificato il modo in cui le relazioni si formano e si mantengono. Come mostrano alcune ricerche (13, 14), le giovani generazioni sono iperstimolate e tuttavia emotivamente disconnesse.
La costruzione dell’identità adolescenziale è oggi fortemente influenzata dall’esposizione costante a immagini e brevi video, che rendono la realtà instabile, liquida (15) e talvolta quasi vaporizzata. Le immagini diventano veicoli di significato, mentre il corpo – o alcune sue parti – si trasforma in un mezzo di comunicazione, anche per emozioni insufficientemente mentalizzate che, per questo, non possono essere raccontate, spiegate o contenute da altri. Eppure lo sviluppo della memoria autobiografica richiede esperienze relazionali, cioè la presenza e l’ascolto attento di un’altra persona (16).
In una prospettiva lineare si potrebbe concludere che il cambiamento sociale causi direttamente la sofferenza psicologica. In realtà la società plasma soprattutto il modo in cui la sofferenza si esprime, spesso attraverso comportamenti che trasgrediscono le norme socialmente accettate. Nello stesso contesto sociale, alcune persone e alcune famiglie sviluppano difficoltà gravi, mentre altre continuano a funzionare in modo adeguato.
Chi in adolescenza presenta disturbi come l’hikikomori o l’autolesionismo vive un dolore intenso e profondo che non riesce a tradurre in parole né a simbolizzare. La voce è soffocata dall’incapacità di nominare le emozioni: la comunicazione narrativa si paralizza. Non si tratta di un’anestesia emotiva, ma del non sapere esprimere e descrivere ciò che si prova, unito alla perdita di fiducia nella possibilità di trovare ascolto e comprensione. Queste persone giovani si trovano sospese tra aspettative familiari prescrittive e un mondo esterno minaccioso, senza riuscire a mentalizzare le proprie emozioni né a legittimare la propria soggettività. La loro narrazione dominante (17) assume spesso la forma «Ho qualcosa che non va nella testa, sono un’anomalia in mezzo a estranei» oppure «Se devo essere come vuoi tu, non ce la faccio – ma non so come dirtelo, e tu non capiresti, quindi cerco di non esistere».
Sul piano familiare si osserva spesso che i genitori parlano molto senza entrare in contatto con la dimensione emotiva e senza ascoltare davvero. Questo scenario pone una sfida clinica rilevante a chi lavora con queste persone adolescenti e con le loro famiglie: come raccontare un simile dolore in modo che possa essere ascoltato e aprire possibilità alternative? L’articolo intende contribuire a questa domanda esplorando le potenzialità di un approccio sistemico e narrativo nel favorire verbalizzazione, mentalizzazione e coinvolgimento terapeutico. A tal fine viene presentato il caso clinico di un’adolescente con un comportamento autolesivo estremamente grave, in un contesto in cui il sostegno familiare appare profondamente compromesso.
Secondo la prospettiva sistemica, il sintomo è un messaggio che circola all’interno di un sistema significativo e che veicola in modo ambivalente sia il bisogno di cambiamento sia l’imperativo di mantenere lo status quo del sistema stesso. In una prospettiva complessa e narrativa, tuttavia, il sintomo diventa anche un ologramma di questioni trasmesse attraverso le generazioni e inserite nel contesto sociale in cui la persona vive e cresce, in relazione alla fase del ciclo di vita che sta attraversando con la propria famiglia.
In adolescenza il sintomo diventa, oltre che un grido analogico di aiuto, un simbolo che definisce confini e veicola molteplici emozioni. Ogni caso che arriva in terapia è una storia soggettiva che ha bisogno di essere compresa e resa comprensibile. Tuttavia, con le persone giovani che non riescono a mettere in parole il proprio dolore, il primo passo è ascoltarne il vissuto emotivo all’interno di una relazione – quella terapeutica – capace di accoglierlo, cercando al tempo stesso di ricollegare chi è significativo in quella storia, cioè la famiglia, che per innumerevoli ragioni non ha riconosciuto né individuato modi alternativi di raccontarla.
Quali emozioni?
Prima di tutto c’è il dolore, che si manifesta attraverso il corpo stesso, il quale può essere usato come minaccia, come una tela su cui si scrivono le lacrime. Poi c’è la rabbia, che rappresenta l’altra faccia del dolore. Come le scimmie rhesus private della madre, che si dimenano furiosamente nel tentativo di ritrovarla e, quando non ci riescono, rivolgono l’aggressività contro sé stesse, questa rabbia si dirige inizialmente verso chi è, o dovrebbe essere, vicino a queste persone giovani, e viene poi rivolta verso l’interno.
C’è anche la colpa di non farcela, che in queste persone adolescenti si trasforma spesso in vergogna. La colpa si può espiare, ma la vergogna resta e si attacca al sé, così che chi vive il ritiro sociale si sottrae allo sguardo altrui e resta per anni su quel confine, oppure la ragazza che si taglia la pelle lascia un segno permanente.
Infine c’è la solitudine. Quando la persona giovane hikikomori si chiude nella propria stanza, spesso nessuno la disturba per molto tempo. I tagli o le bruciature vengono nascosti, oppure esibiti senza essere davvero visti o compresi da chi dovrebbe saperli riconoscere. Questo accade perché c’è un dolore sottostante che non può essere rivelato per ragioni complesse, che richiedono di essere esplorate e comprese (18).
C’è però un altro sentimento che contribuisce alla ripetizione di questi comportamenti: il sollievo prodotto dal sintomo, legato a meccanismi psicologici, sociali e neurofisiologici complessi.
In particolare, nell’autolesionismo sono coinvolti il sistema oppioide endogeno, il circuito dopaminergico mesolimbico e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Il sistema oppioide endogeno regola anche il dolore fisico (19): alcuni studi suggeriscono che il danno tissutale stimoli il rilascio di endorfine ed encefaline, neuropeptidi con effetti simili a quelli della morfina (20), producendo analgesia e una sensazione soggettiva di rilassamento o di sollievo (19, 21).
L’attivazione del circuito dopaminergico mesolimbico libera dopamina, producendo una gratificazione immediata simile, seppure attenuata, a quella osservata nei comportamenti di dipendenza. Al tempo stesso, il coinvolgimento dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene abbassa temporaneamente i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress.
Accanto a questi meccanismi si attivano schemi relazionali e comportamenti familiari che contribuiscono alla ripetizione del sintomo. Almeno nella fase iniziale, queste persone giovani cercano tregua e la possibilità di trovare una storia alternativa che appartenga loro: una voce propria, e non una voce imposta o desiderata da altri a cui sembra impossibile dire di no. Per farlo usano il corpo: la loro difesa diventa così, al tempo stesso, la loro prigione e la prigione dei familiari coinvolti.
Lucia1 ha 19 anni. La madre, Mery, mi chiama letteralmente implorando un appuntamento. È estremamente ansiosa e, già durante la telefonata, dichiara: «È pazza, è divergente dalla nascita… lo fa per staccarsi da me», come se il comportamento della figlia fosse motivato da un dispetto. Nell’abbondanza di informazioni, l’elemento che mi colpisce è quest’ultima frase di Mery, che rimanda a una narrazione ripetuta che co-costruisce una realtà dominante consolidata (17), e che immagino difficile da smontare. Non avevo disponibilità immediata e ho fissato l’appuntamento dopo una lunga attesa, che la famiglia ha comunque accettato.
Lucia arriva trascinata dai genitori, Mery e Gianni, mezza addormentata e pesantemente medicata. È in sovrappeso – la famiglia conferma che ciò è legato all’uso di alcuni psicofarmaci –, ha i capelli multicolori, appare trascurata ed è coperta di piercing, tagli e bruciature: sulle braccia, sul corpo, sulle gambe e sul viso.
Lucia ha già abbandonato due precedenti esperienze terapeutiche individuali, entrambe interrotte per scarsa compliance e perché, come dice lei, «non mi davano niente!». I genitori raccontano che ha tentato il suicidio tre volte, a 15, 18 e 19 anni, l’ultima solo pochi mesi prima della consultazione. Al momento della nostra valutazione è seguita soltanto da un servizio psichiatrico che ha diagnosticato un disturbo borderline di personalità (DBP; DSM-5 (22);; codice F60.3), con grave comportamento autolesivo, e ha prescritto dosi importanti di stabilizzatori dell’umore, benzodiazepine e antidepressivi. La diagnosi è stata confermata anche da una valutazione sistemico-relazionale, fondata sulle informazioni raccolte e sull’osservazione degli schemi di comportamento e delle interazioni relazionali.
Dorme con la madre, che non la lascia mai sola, mentre la camera di Lucia è chiusa a chiave in permanenza. La casa è piena di telecamere che controllano ogni movimento della ragazza. Il padre, un uomo molto impegnato, con un ruolo importante nel settore bancario e laureato a Harvard, appare distante e periferico: emotivamente freddo, ironico e spesso sarcastico. La madre, insegnante part-time, sembra esausta, sputa veleno e angoscia, oscillando tra attacchi e autocommiserazione. Tutta la sua vita è organizzata intorno a Lucia: le dice cosa fare e come farlo, su tutto, come sempre. Unica laureata nella sua famiglia d’origine, ha lasciato un lavoro promettente in una grande azienda per occuparsi dei figli, mentre il marito perseguiva la «grande carriera».
Lucia ha un fratello maggiore che segue le orme del padre, considerato «normale», studia economia con successo e soffre di attacchi di panico. Durante la consultazione congiunta appare subito chiaro che il padre occupa una posizione periferica e che tra lui e Lucia c’è una marcata distanza emotiva. Lavora molto e, quando torna a casa, si isola in garage, assorbito dai suoi hobby; di tanto in tanto esplode quando le urla e le liti tra Mery e Lucia superano una certa soglia. Con la madre, invece, il coinvolgimento di Lucia appare massimo, al punto da far pensare a una relazione simbiotica. Noto anche che Lucia sembra profondamente irritata dalla madre e tende a parlare pochissimo, probabilmente anche a causa dei farmaci che assume. Ripete più volte: «I pazzi sono loro, non io. Voglio solo essere lasciata in pace. Tutto quello che faccio è sbagliato… lo è sempre stato!». Lucia è iscritta a un corso universitario breve, scelto rigorosamente dalla madre, che non frequenta.
Il fratello, pur invitato, non partecipa alla seduta.
La fase di consultazione preliminare consente di esplorare ipotesi e significati e dovrebbe facilitare la costruzione di comprensioni condivise, la valutazione di aspettative e preoccupazioni e la decisione sul setting terapeutico più appropriato (23).
Dopo la prima seduta, dichiaro che la conditio sine qua non per decidere di prendere in carico Lucia è l’attivazione di una terapia familiare in parallelo al lavoro individuale, poiché questa forma di sofferenza coinvolge l’intero sistema familiare, che rappresenta una risorsa cruciale. La decisione era guidata anche dall’obiettivo clinico di promuovere una prima differenziazione tra Lucia e la madre e di ristabilire confini più chiari tra il sottosistema genitoriale e quello dei figli (24, 25).
I genitori accettano la proposta, quasi sorpresi, sia perché la loro attenzione è interamente centrata su Lucia, sia perché riesco a coinvolgere il padre, che fino ad allora era rimasto del tutto periferico. Noto sul volto di Lucia un sorriso soddisfatto ma amaro. La ragazza è stata positivamente sorpresa da un approccio diagnostico contestuale e relazionale che cerca un senso nel disagio e che ha inquadrato il coinvolgimento dei genitori come una risorsa.
La famiglia accetta di intraprendere una terapia familiare presso il Centro Studi e Applicazione della Psicologia Relazionale e una terapia individuale per Lucia con me, psicoterapeuta con specializzazione in terapia sistemico-relazionale.
La prima volta che vedo Lucia da sola, mi guarda con aria di sfida. Dice di non aver mai capito che cosa sia successo; sa soltanto che i suoi genitori sono «analfabeti emotivi».
Ha sempre amato gli animali e il disegno. È eccezionalmente intelligente, ma il suo percorso scolastico è stato comunque vissuto come un tormento. Alle superiori è stata costretta a iscriversi al liceo scientifico, in linea con le aspettative di prestazione tipiche della sua famiglia. Poco dopo ha cominciato a tagliarsi e, pur ottenendo voti molto alti, è stata bocciata per motivi di condotta e per le ripetute assenze. È stata poi trasferita al liceo classico. I tagli si sono intensificati ed è stata ricoverata due volte in seguito a tentativi di suicidio. La prima volta ha ingerito una grande quantità di benzodiazepine; la seconda si è inflitta tagli profondi per essere ricoverata di nuovo e potersi riposare. In entrambe le occasioni è stata dimessa con prescrizioni farmacologiche consistenti.
Con il passare degli anni le sue condizioni sono peggiorate. Solo al quarto anno delle superiori le è stato finalmente permesso di frequentare il liceo artistico, la scuola che avrebbe voluto fin dall’inizio, ma che non le era mai stata concessa perché i genitori la ritenevano inutile. Lì ha ottenuto risultati eccellenti; nel frattempo, però, la sua vita andava in pezzi. Autolesionismo (gambe, fianchi, braccia e viso), un terzo ricovero per presunto tentativo di suicidio, esperienze di bullismo, profonde difficoltà relazionali, uso eccessivo del cellulare, isolamento crescente e, infine, il divieto di frequentare i suoi amati cavalli.
L’aggancio nelle sedute individuali è avvenuto soprattutto attraverso l’attenzione alle emozioni, anche perché Lucia parlava pochissimo. Ha raccontato i tagli e i ricoveri e ha detto: «Non volevo morire, ma ho spinto nella carne per farmi ricoverare. In ospedale mi lasciavano fare quello che volevo. Non mi chiedevano niente. Erano tutti gentili e potevo respirare un po’». Mi ha mostrato il taglio peggiore: verticale, sul polso, alla ricerca della vena; dodici punti.
Ho socchiuso gli occhi e ho sospirato: «Che dolore!».
Ha sorriso, fiera: «Dolore? No. Nessun dolore. Mi piace».
E io, con sorpresa: «Non intendevo qui – il polso – ma qui – il cuore».
Gli occhi le si sono riempiti di lacrime.
Lucia avrà bisogno di esprimere molta rabbia e molto dolore, in particolare nei confronti del padre, per la sua distanza emotiva e l’apparente delega delle funzioni sia educative sia affettive, e nei confronti della madre che, fin dalla prima infanzia di Lucia, l’ha insultata e criticata con una ferocia straordinaria, salvo poi piangere e ripetere che tutto ciò che ha fatto l’ha fatto per i figli.
La fase iniziale del trattamento congiunto è segnata da conflitti familiari frequenti e intensi, ma Lucia comincia a mostrare segni di miglioramento.
La terapia familiare diventa presto un campo di battaglia: quanto più Lucia migliora sul piano sintomatologico e dell’autonomia acquisita e mantenuta, tanto più ferocemente la madre attacca – la figlia, la terapia familiare stessa e me –, in particolare quando Lucia comincia a legittimare le proprie scelte. Questo schema suggeriva una difficoltà ad accettare l’individualità emergente della figlia. Allo stesso tempo, la madre continuava ad appoggiarsi agli interventi terapeutici, mostrando una marcata ambivalenza emotiva.
In questa fase il padre non sa ancora come sottrarsi alla situazione, ma comincia a capire di poter assumere un ruolo attivo. Modera il sarcasmo verso la figlia e inizia a sostenerla in modo concreto, per esempio aiutandola con le lezioni di guida. A volte deve anche affrontare direttamente Mery, facendo da scudo protettivo per Lucia.
Nel frattempo, la terapia individuale permette di lavorare con Lucia sulla costruzione di una narrazione diversa del suo dolore, che a poco a poco comincia a essere espresso e ascoltato. Contemporaneamente emergono i primi passi verso l’autonomia: il taglio comincia a trasformarsi nella reale differenziazione di Lucia dalla madre. Lucia smette di tagliarsi; si concorda che la sua stanza venga riaperta, e lei ricomincia a uscire con un piccolo gruppo di amicizie.
Più di recente, Lucia racconta un ricordo della scuola materna. Era molto piccola e la madre le aveva allentato il tappo della borraccia perché potesse aprirla più facilmente durante la mattinata. Entrando in classe, Lucia si era accorta che l’acqua si era rovesciata perché il tappo era stato riavvitato male. Aveva pianto tutta la mattina, non per paura della reazione della madre, ma perché era terrorizzata di aver rovinato un raro gesto d’affetto della madre.
La terapia familiare dura sei mesi e termina quando Mery, sostenuta da Gianni, dichiara di non sentirsi compresa dall’équipe terapeutica, che aveva attaccato ferocemente fin dal primo incontro (inizialmente perché chi conduceva la psicoterapia non l’aveva accolta adeguatamente sulla porta). I messaggi inviati sono distruttivi e supplicanti, e rivelano un pensiero gravemente polarizzato. Tuttavia il tempo trascorso in terapia si rivela utile per produrre alcuni cambiamenti strutturali (24), che aiutano a detriangolare Lucia e a spostare maggiori responsabilità su Gianni.
La psicoterapia individuale di Lucia, invece, prosegue.
I genitori hanno continuato a sostenere economicamente la terapia individuale di Lucia e a mantenere contatti telefonici programmati con chi la conduceva, d’accordo con la figlia. Questi aspetti riflettono un alto livello di adesione al trattamento. Nel corso del trattamento hanno anche espresso un apprezzamento esplicito per i miglioramenti osservati, in particolare nella fase finale dell’intervento.
Il timido riavvicinamento del padre rafforza soprattutto la narrazione alternativa (17), che non presenta più Lucia come una figlia ribelle decisa a distruggere la madre, ma come una giovane donna molto intelligente, dotata di caratteristiche importanti che i genitori stessi le hanno trasmesso. È rigorosa, puntuale, affidabile: tratti che appartengono al campo semantico della famiglia, anche se non necessariamente collocati su poli opposti (26); qualità funzionali che Lucia può ora mettere al servizio di un progetto scelto da lei.
Il passaggio dal dolore mostrato al dolore raccontato rappresenta una svolta cruciale nel processo terapeutico con adolescenti che usano il corpo come principale mezzo di comunicazione. Nel caso di Lucia, il comportamento autolesivo aveva funzionato a lungo come l’unico linguaggio possibile – potente e profondamente ambivalente –, capace di offrire un sollievo temporaneo dal sovraccarico emotivo e una tregua momentanea da richieste e attacchi incessanti, trasmettendo al tempo stesso un senso di controllo che finiva per diventare una forma di prigionia.
Il corpo diventa l’ologramma di ciò che non può essere pensato né detto. L’autolesionismo può così essere inteso come una riappropriazione di sé quando l’altro viene meno alla sua funzione di riconoscimento. Nel caso di Lucia, come in molte situazioni cliniche simili, l’altro è la madre che, sotto le vesti della cura e del sacrificio, esercita un’intrusione psicologica pesante quanto un maltrattamento. L’altro è anche un padre emotivamente e fisicamente assente che, per evitare il conflitto o per comodità, non offre alla figlia un sostegno etico sufficiente e la lascia – forse in buona fede – in balia del genitore ritenuto più adatto alla sua educazione: la madre-insegnante (27). In questa configurazione relazionale, separazione e individuazione diventano impensabili.
In una prospettiva sistemica emerge uno stallo (28): nell’organizzazione delirante della madre il marito di fatto non esiste, perché è assente dal suo mondo psichico. Mery cede la carriera a Gianni, ma si appropria di Lucia. Gianni, a sua volta, non rivendica il proprio ruolo paterno. Lucia protesta senza argomenti e, attraverso l’ambivalenza del sintomo, al tempo stesso si sottrae a una relazione sincronica e la prescrive, collocandosi tra due genitori che probabilmente da tempo non funzionano più come coppia. Nel frattempo Nicola (il fratello) si defila in silenzio, quasi con timore.
Una lettura positiva nei termini di Paradosso e Controparadosso (29) potrebbe suggerire che Lucia si sacrifichi per tenere unita la famiglia, evitando il confronto all’interno della coppia genitoriale e liberando il fratello. Ovviamente nessuno gliel’ha chiesto. Un’interpretazione del genere, per quanto potente, avrebbe potuto scatenare la rabbia della madre e non avrebbe concesso a Lucia il tempo di cui aveva bisogno per essere ascoltata.
Queste madri – spesso portatrici imperiose di un profondo disagio psicologico – sono percepite come impossibili da affrontare, perché ritenute troppo fragili per reggere la critica o la separazione. Non potendo opporsi a Mery, Lucia rivolge l’aggressività contro sé stessa. Desidera separarsi ma non può; privata delle parole proprio là dove è ferita come persona, parla attraverso l’azione, tormentando la propria pelle. I tagli regolari, geometrici, evocano un bisogno di mettere ordine in sé stessa e nei propri pensieri. I tatuaggi fissano frammenti di identità; i colori dei capelli illuminano il buio della sua vita; i piercing diventano il riconoscimento che non ha mai ricevuto.
Le sedute individuali diventano così dense di significato.
Il lavoro familiare in parallelo avvia un movimento sul piano relazionale, creando il tempo e lo spazio perché l’azione si trasformi in parole. Quando il dolore viene accolto e legittimato all’interno della relazione terapeutica, il corpo può gradualmente essere sollevato dal suo ruolo di portavoce. La terapia narrativa e sistemica non cancella il dolore, ma lo rende condivisibile e quindi pensabile. Idealmente, la relazione terapeutica diventa un ponte che favorisce l’ascolto all’interno delle relazioni significative e tra di esse, in particolare all’interno della famiglia. Ciò è più facilmente realizzabile quando sono presenti risorse iniziali; altrimenti, queste risorse vanno co-costruite.
La psicoterapia relazionale con la persona richiede la presenza dell’altro: se non fisicamente nella stanza, certamente nella mente di chi conduce la terapia (30).
Oggi, dopo due anni di trattamento, Lucia prosegue la terapia individuale con il sostegno dei genitori. Ha sospeso tutti i farmaci, è dimagrita, ha adottato un unico colore di capelli e ha ridotto i piercing a due. Ha preso la patente e lavora in un bar molto prestigioso, dove è molto apprezzata, anche perché parla un ottimo inglese e un ottimo spagnolo. Ha completato con successo un corso da barista, ha comprato un’auto e sta pensando di iscriversi all’università. Nonostante la giovane età, vive in modo indipendente e ha una relazione stabile con il suo ragazzo.
I rapporti tra Lucia e i genitori sono migliorati in modo significativo: in particolare, ci sono meno litigi tra madre e figlia e una maggiore comprensione reciproca e accettazione delle rispettive differenze.
Mery ha iniziato una psicoterapia individuale, che si è rivelata molto utile. Gianni continua a sostenere entrambe con contributi piccoli ma significativi. Il fratello di Lucia vive a trecento chilometri dalla famiglia d’origine.
La costruzione di una narrazione alternativa – che non definisce più Lucia «divergente», ma una giovane donna volitiva, precisa e capace, che si sta costruendo con fatica e a modo suo – ha consentito una profonda riorganizzazione della sua identità, un processo ancora in corso che Lucia stessa riconosce richiedere ancora lavoro.
In questa fase, dopo un percorso lungo e non sempre facile, e dopo essere stata legittimata sul piano emotivo, Lucia può cominciare con cautela a comprendere non solo sé stessa, ma anche i limiti e i dolori irrisolti dei genitori. In particolare arriva a cogliere la storia della madre: cresciuta con un padre giocatore d’azzardo e violento e una madre sottomessa e dipendente che Mery non poteva né mettere in discussione né contrastare, ma soltanto compiacere. Rinunciare alla propria carriera avvicina pericolosamente Mery al fallimento intollerabile della propria madre e innesca un meccanismo di identificazione proiettiva verso la figlia, che deve riscattare la madre a ogni costo, senza mai avere il permesso di andarsene o di andare avanti.
Gianni, cresciuto in una famiglia estremamente orientata al successo e di stampo patriarcale, accetta di buon grado il mandato genitoriale e coniugale di costruire una carriera prestigiosa che garantisca la sicurezza economica della famiglia.
Il caso clinico presentato può essere considerato un esempio di come molte forme del disagio adolescenziale contemporaneo si esprimano attraverso il corpo ancor prima che emergano le parole. In contesti sociali e familiari in cui l’espressione emotiva è impoverita o distorta, il dolore mostrato può assumere la funzione di una forma estrema di comunicazione, coerente con la storia relazionale ed emotiva della persona. Ridurre queste manifestazioni a comportamenti disfunzionali o a etichette diagnostiche rischia di oscurarne il significato, rafforzare l’isolamento e contribuire a esiti cronici.
È quindi utile restituire complessità e voce a queste storie, riconoscendo come fattori individuali, familiari e socioculturali si intreccino nel sostenere realtà dominanti, disfunzionali e dolorose. Nei casi gravi, a partire dall’adolescenza, l’integrazione dei setting individuale e familiare – dove possibile – consente di lavorare simultaneamente sulla legittimazione del sé della persona giovane e sulla riorganizzazione delle dinamiche relazionali che mantengono il sintomo, facilitando così la guarigione sia sul piano individuale sia su quello sistemico.
Ogni volta che è possibile, conviene recuperare la capacità di ascolto della famiglia d’origine ancor più di quella di chi conduce la terapia individuale. Quando ciò non è praticabile, l’alleanza terapeutica stessa può offrire alla persona giovane un’opportunità vitale. Le relazioni non sempre possono essere riparate, ma chi pratica la terapia sistemica non dovrebbe mai rinunciare a questa possibilità senza averci davvero provato.
Dal punto di vista clinico, chi conduce la terapia deve coltivare un ascolto profondo, la pazienza e la capacità di sospendere interventi di ristrutturazione prematuri: un compito particolarmente impegnativo per chi lavora in ottica sistemica in contesti di emergenza. È essenziale prestare grande attenzione ai tempi, perché queste persone giovani devono prima imparare a raccontare.
Solo dopo un processo di legittimazione emergono spesso narrazioni più articolate – talvolta in modo inatteso –, comprese storie transgenerazionali cruciali per comprendere le origini dell’incapacità emotiva. Questa comprensione permette alla persona adolescente di preservare l’immagine genitoriale da un funzionamento emotivo distorto, senza cadere nella giustificazione né nella colpevolizzazione. Una narrazione alternativa che spieghi l’origine del dolore consente alla rabbia di attenuarsi o di dissolversi.
Infine, è essenziale riflettere sulle emozioni suscitate in chi conduce la terapia, che, se non elaborate, possono compromettere l’ascolto e portare a interventi prematuri. Il dolore mostrato è potente e angosciante; nelle emergenze, l’impulso è agire anziché ascoltare. Chi fa terapia deve imparare ad abitare questo spazio stretto e cercare di costruire ponti con chi è più necessario: la famiglia.
Solo in seguito queste persone giovani possono cominciare a comprendere i genitori e il dolore che i genitori stessi hanno negato, quando il loro corpo e il loro sé sono abbastanza integri e differenziati da consentire tale comprensione.
Dal punto di vista della ricerca, occorrono ulteriori indagini sui legami tra trasformazioni sociali, configurazioni familiari ed espressioni corporee del disagio in adolescenza. Sarebbero particolarmente preziosi studi longitudinali che integrino dati clinici, neurobiologici e sistemici, per chiarire come il dolore non mentalizzato si traduca in azione sul corpo. È inoltre opportuna una ricerca comparativa sull’efficacia dei diversi modelli di intervento, in particolare degli approcci integrati.
La terapia sistemica può offrire una cornice per la comprensione, la costruzione di senso e la riparazione relazionale. La presenza dei genitori può consentire la riparazione (31, 18); quando ciò non è possibile, la loro presenza simbolica nella mente di chi conduce la terapia e nel processo narrativo consente comunque la comprensione.
Complexe Systémique: punti chiave
L’interesse del testo sta nell’offrire una lettura relazionale dell’autolesionismo che non rinuncia né al corpo né alla famiglia. Il «dolore mostrato» è qui un linguaggio: dà sollievo, protegge, imprigiona, e parla anche di una storia familiare e transgenerazionale che nessuno riesce a mettere in parole. Il caso di Lucia mostra il valore di un doppio setting, terapia individuale e familiare in parallelo, che legittima il vissuto della giovane ridisegnando al tempo stesso i confini tra le generazioni, anche quando la terapia familiare si interrompe dopo sei mesi. La conclusione offre indicazioni utili nei contesti di emergenza: non ristrutturare troppo presto, dare tempo alla narrazione, elaborare ciò che il dolore esibito suscita in chi conduce la terapia. Occorre cautela su diversi punti: un unico caso riferito dalla persona che ha condotto la terapia, riferimenti neurobiologici sintetici e un ritratto materno molto duro, da tenere ben lontano da qualsiasi colpevolizzazione delle madri. Da leggere insieme a l’articolo su un modello integrato di terapia individuale e familiare per l’autolesionismo e l’articolo sugli schemi familiari nel comportamento suicidario delle ragazze adolescenti.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Case Report: When pain is shown and silenced. adolescents looking for a voice, di Daniela Tortorelli, Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, vol. 5 (2026), doi: 10.3389/frcha.2026.1829312, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, impaginazione adattata). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Case Report: When pain is shown and silenced. adolescents looking for a voice», pubblicato in Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e impaginato per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Tortorelli, D. (2026). Case Report: When pain is shown and silenced. adolescents looking for a voice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/when-pain-is-shown-and-silenced-adolescents-looking-for-a-voice (Opera originale pubblicata nel 2026 in Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, 5, 1829312 (2026); ripubblicata nel 2026 da Frontiers in Child and Adolescent Psychiatry, https://www.frontiersin.org/journals/child-and-adolescent-psychiatry/articles/10.3389/frcha.2026.1829312/full)
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