Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Family Violence · Violenza
Che cosa dicono del cambiamento gli uomini inviati dal tribunale a un programma di intervento per maltrattanti? Il gruppo di Martín Hernán Di Marco ha intervistato 41 uomini a Buenos Aires e a Montevideo. I loro racconti vanno dalla trasformazione di sé alla negazione, passando per l’incertezza e la distanza prudente, e la fiducia nell’istituzione pesa quanto la motivazione personale.
Traduzione non ufficiale in italiano di But What Does Change Even Mean…? Men’s Desistance Narratives in Batterer Intervention Programs, di Martín Hernán Di Marco, Adrián Jiménez Ribera, Magalí Brizuela e Wanda Denise Cabrera, pubblicato in Journal of Family Violence (Springer) (2025), doi: 10.1007/s10896-025-00997-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
La gamma di narrazioni disponibili per descrivere il cambiamento plasma le possibilità di cambiamento soggettivo.
Martín Hernán Di Marco, Adrián Jiménez Ribera, Magalí Brizuela e Wanda Denise Cabrera
Abstract
Obiettivo. Lo studio si propone di esplorare le narrazioni relative al cambiamento soggettivo e ai programmi di intervento, mettendo in luce il loro ruolo nel processo di desistenza degli uomini maltrattanti, e di colmare così una lacuna della letteratura latinoamericana su questo tema. La domanda di ricerca alla base del nostro lavoro è la seguente: in che modo gli uomini autori di violenza da partner intimo raccontano i propri processi di cambiamento e la propria esperienza dei programmi di intervento?
Metodi. Abbiamo condotto interviste aperte con 41 uomini nell’area metropolitana di Buenos Aires (Argentina) e a Montevideo (Uruguay), selezionati con un campionamento di convenienza. I dati sono stati analizzati attraverso un processo tematico in quattro fasi, a impostazione deduttiva, per individuare le narrazioni principali.
Risultati. Le narrazioni delle persone partecipanti sul cambiamento si sono distribuite in quattro categorie principali: (1) trasformazione personale; (2) mutamenti nelle relazioni sociali; (3) negazione e resistenza; (4) incertezza e atteggiamento difensivo rispetto al cambiamento. Le opinioni sui programmi di intervento per maltrattanti andavano (1) dall’impatto positivo (2) al rifiuto netto, (3) fino a una distanza prudente. Lo studio ha rilevato che le narrazioni del cambiamento erano influenzate non solo da visioni di genere del sé, della trasformazione, della richiesta di aiuto e della violenza, ma anche dalla percezione dell’affidabilità delle istituzioni.
Conclusioni. Lo studio conclude che, per comprendere la desistenza dalla violenza da partner intimo e i percorsi nei programmi di intervento per maltrattanti, occorre collocare le narrazioni individuali nel contesto più ampio delle percezioni istituzionali. La gamma di narrazioni disponibili per descrivere il cambiamento plasma le possibilità di cambiamento soggettivo. Questi risultati sottolineano l’importanza di tenere conto delle aspettative soggettive e delle visioni del mondo degli uomini maltrattanti nell’elaborare strategie di intervento e politiche efficaci contro la violenza da partner intimo in America Latina.
Parole chiave: Violenza da partner intimo, Violenza contro le donne, Desistenza, Narrazioni, Autori di violenza, Maltrattanti
All’epoca della nostra prima intervista Paco aveva 29 anni e partecipava a un programma settimanale di intervento per maltrattanti a Buenos Aires, a seguito di un invio disposto dal tribunale. Seguiva il percorso da più di un anno ed era vicino al momento ufficialmente previsto per concluderlo. Parlava con veemenza del fatto di sentirsi «messo all’angolo» ed «etichettato», e al tempo stesso faticava a comprendere i criteri di valutazione usati dalle figure professionali. Affrontava le sedute di terapia con scetticismo, incerto sulla propria situazione giudiziaria e convinto che il personale avesse un pregiudizio nei suoi confronti. Come quelle di altri, le narrazioni di Paco si scontravano con gli sforzi istituzionali volti a ottenere la desistenza.
Lo studio delle narrazioni si è dimostrato prezioso per comprendere i processi soggettivi che plasmano la vita delle persone e influenzano le loro interazioni con le istituzioni (Presser & Sandberg, 2015). La ricerca sui racconti degli uomini autori di violenza da partner intimo (IPV) offre spunti sulla logica che sta dietro alla violenza (Hearn, 1998). Tuttavia, è stata poco utilizzata per comprendere la desistenza dall’IPV (Weaver et al., 2023), il che ha precluso l’occasione di analizzare le dimensioni soggettive degli interventi (Dziewa & Glowacz, 2023; Renehan & Gadd, 2024).
Questo articolo nasce da un interesse pratico per i processi di cambiamento degli uomini che frequentano programmi di intervento per maltrattanti nell’area metropolitana di Buenos Aires (Argentina) e a Montevideo (Uruguay). Basandoci sugli studi narrativi sulla violenza contro le donne, sulle maschilità e sulla desistenza, esploriamo i racconti che gli uomini fanno del cambiamento mentre frequentano questi programmi. Consideriamo due domande: quali storie vengono usate per descrivere il cambiamento? E quali per descrivere il loro coinvolgimento nei programmi di intervento per maltrattanti?
La desistenza indica il processo graduale attraverso cui le persone riducono la frequenza e la gravità dei propri comportamenti criminali e/o violenti, fino a giungere alla loro cessazione (Maruna, 2001; Laub & Sampson, 2001; Rocque, 2017). Il mondo accademico ha mostrato un interesse crescente per il suo studio (Maruna & Liem, 2021), poiché comprenderla può aiutare a migliorare i programmi di intervento (De Vel-Palumbo et al., 2023; Weaver et al., 2023). La desistenza deriva dall’interazione di numerosi fattori, sia interni (per esempio, l’attribuzione di senso) sia esterni alla persona (per esempio, la rete sociale e la comunità) (LeBel et al., 2008). Non vi è accordo su quali siano i fattori più influenti nel cambiamento: sono stati proposti la maturazione, la scelta razionale, l’apprendimento sociale, i punti di svolta e i cambiamenti identitari (Weaver, 2019).
La ricerca sulla desistenza dall’IPV è ancora scarsa (Boxall, 2023; Weaver et al., 2023). Ciò si spiega in parte con il fatto che le conoscenze generali sulla desistenza dalla maggior parte dei comportamenti criminali — in particolare i reati contro il patrimonio — non sono direttamente applicabili all’IPV (Merchant & Whiting, 2017), poiché questa implica in genere dinamiche e motivazioni specifiche, come il controllo coercitivo e il desiderio di dominare la partner, che di solito non sono presenti nella violenza contro estranei (Boxall, 2023; Giordano et al., 2015; Ólafsdóttir & Hearn, 2023). È inoltre più difficile fissare un criterio temporale per la cessazione dell’IPV che per altre forme di desistenza (Weaver et al., 2023). Questo perché tale tipo di violenza è ciclico: possono esservi variazioni di frequenza e intensità dovute a cambiamenti nelle circostanze della relazione – genitorialità, perdita del lavoro, inizio della convivenza ecc. (Walker et al., 2013). Inoltre, forme di violenza sottili e normalizzate, come l’abuso psicologico, possono passare inosservate, complicando ulteriormente la valutazione dell’avvenuta desistenza. Questa carenza di ricerche è ancora più evidente in America Latina, dove gli studi sulla desistenza dall’IPV restano estremamente limitati.
Nonostante il dibattito in corso su come valutare adeguatamente la desistenza dall’IPV, esiste un ampio consenso sul fatto che un cambiamento duraturo richieda una trasformazione in due ambiti. Il cambiamento interno è di solito considerato essenziale: riformulazione dell’identità, assunzione di responsabilità per gli abusi passati e sviluppo dell’empatia e delle capacità comunicative (Dziewa & Glowacz, 2023; Gondolf & Hanneken, 1987). Anche il cambiamento esterno è cruciale: mutamenti nelle dinamiche delle relazioni intime e nell’ambiente sociale più ampio, spesso innescati da punti di svolta significativi (Laub & Sampson, 2001) — come separazioni, interventi giudiziari o stigma sociale (Giordano et al., 2015; Walker et al., 2017)1.
La desistenza dall’IPV è quindi considerata un processo al tempo stesso individuale e relazionale, co-prodotto attraverso le interazioni con partner, familiari e reti sociali (per esempio Boxall, 2023; Dziewa & Glowacz, 2023; Ólafsdóttir & Hearn, 2023). Questa prospettiva mette in evidenza che il cambiamento non è guidato soltanto dalla trasformazione interna, ma dipende anche dal riconoscimento e dal sostegno sociale: la desistenza diventa sostenibile quando altre persone riconoscono e convalidano gli sforzi dell’individuo nel contesto emotivamente complesso delle relazioni intime (Weaver, 2012).
Le strutture di trattamento svolgono un ruolo significativo in questo processo di trasformazione (Di Marco et al., 2023; Giesbrecht, 2018; Weaver et al., 2023). Tuttavia, l’efficacia dei programmi di intervento per autori di IPV è variabile e ampiamente dibattuta (per esempio Arce et al., 2020; Eckhardt et al., 2013; Gottzén, 2019; Lila & Gilchrist, 2023; Walker et al., 2013). Una spiegazione ricorrente chiama in causa il carattere obbligatorio di molti programmi: la maggior parte dei partecipanti vi è inviata dal tribunale, il che comporta una scarsa motivazione al cambiamento, la negazione, la minimizzazione o la giustificazione delle proprie azioni, una mancanza di impegno nel programma e un debole legame terapeutico con le figure professionali coinvolte (Lila & Gilchrist, 2023; Renehan & Gadd, 2024; Santirso et al., 2020). Ancora più importante, è stato messo in discussione anche il presupposto che popolazioni appartenenti a contesti socio-istituzionali e geopolitici diversi siano direttamente comparabili, il che solleva dubbi sulla generalizzabilità dei risultati (per esempio Gondolf, 2004; Hughes, 2023).
Anche la relazione tra partecipanti e personale è stata esaminata per comprendere il cambiamento e le narrazioni che lo circondano (Hamel et al., 2022; Renehan & Gadd, 2024; Santirso et al., 2020; Soleymani et al., 2022). Questo legame, di solito concettualizzato come alleanza terapeutica, comprende «la natura collaborativa della relazione, il legame affettivo tra paziente e terapeuta e la capacità di paziente e terapeuta di accordarsi sugli obiettivi e sui compiti del trattamento» (Stubbe, 2018, p. 402). Alcuni studi sottolineano che chi riesce a desistere dopo aver partecipato a un programma è fortemente influenzato dal proprio atteggiamento verso la struttura e dalla relazione instaurata con le figure professionali (Hamel et al., 2022; Renehan & Gadd, 2024; Soleymani et al., 2022). Ricerche condotte in altri contesti terapeutici, come i centri di riabilitazione per l’abuso di sostanze, indicano che l’alleanza terapeutica incide in modo significativo sia sugli esiti sia sui tassi di frequenza. La percezione che le persone partecipanti hanno della qualità della terapia può determinare il loro grado di impegno e di successo, mentre un’alleanza terapeutica debole può portare a esiti dannosi, talvolta peggiori che se non si fosse frequentato alcun programma (per esempio Berry et al., 2016; Goldsmith et al., 2015).
Oltre alle dinamiche interpersonali, la struttura dei programmi di intervento svolge un ruolo decisivo per la loro efficacia. Elementi come l’orientamento teorico (per esempio cognitivo-comportamentale, psicoeducativo), l’ampiezza e la sequenza delle sedute, la durata e l’intensità del programma e il suo carattere di gruppo o individuale influenzano tutti gli esiti (Di Marco et al., 2023; Lipsey et al., 2007). Analogamente, l’organizzazione e le dinamiche di un programma plasmano le narrazioni e i processi di cambiamento identitario delle persone partecipanti (Gottzén, 2019; Walker et al., 2013). Sebbene l’analisi della relazione terapeutica compaia oggi più spesso nella letteratura, lo fa soprattutto attraverso una lente quantitativa e quadri realisti (Hamel et al., 2022; Santirso et al., 2020; Soleymani et al., 2022), e proviene prevalentemente dal Nord globale. Inoltre, le evidenze su come il più ampio affidamento alle istituzioni — come il sistema giudiziario e quello sociale — possa influenzare questi percorsi sono limitate. Si sa ancora poco di come le persone partecipanti percepiscano i contesti istituzionali in sé, del loro rapporto complessivo con queste strutture e di come tali percezioni si intreccino nelle loro narrazioni del cambiamento (Renehan & Gadd, 2024).
Questo studio si fonda sulla criminologia narrativa, un approccio che si concentra sull’impatto della «creazione e verbalizzazione di storie sulla commissione, sul mantenimento e sull’effettiva desistenza dal crimine e da altri atti dannosi» (Sandberg & Ugelvik, 2016, p. 129). In questa prospettiva, il modo in cui le persone raccontano la propria vita e le proprie aspettative, così come il modo in cui interagiscono le diverse narrazioni tematiche, è strettamente legato al processo di desistenza (Maruna & Liem, 2021). In questo contesto, chi desiste parla spesso della propria vita in termini di redenzione, crescita, speranza e legame con gli altri. Chi persiste, al contrario, tende ad adottare una prospettiva pessimistica, insieme a un atteggiamento passivo verso la vita e a una mancanza di responsabilità personale per i propri comportamenti, attribuendo ad altri la propria incapacità di cambiare (Maruna, 2001). In entrambi i casi, la disponibilità di narrazioni alternative attraverso cui interpretare la propria vita, le proprie aspettative e il proprio futuro è essenziale per un cambiamento di atteggiamento.
L’esame delle narrazioni degli autori di IPV si è rivelato utile per comprendere il loro punto di vista sulle dinamiche della violenza di genere (Boira et al., 2014; Ólafsdóttir & Hearn, 2023) e sulla sua cessazione (Dziewa & Glowacz, 2023; Giordano et al., 2015; Merchant & Whiting, 2017; Walker et al., 2017). Il potenziale di cambiamento sembra essere plasmato — e talvolta limitato — dai quadri narrativi di cui dispongono, compresi quelli che circolano nelle istituzioni carcerarie o terapeutiche (Ievins, 2019): che le storie rappresentino il cambiamento come positivo, inutile o minaccioso incide sulle probabilità di desistenza. Maruna et al. (2004) sostengono inoltre che la trasformazione identitaria non è un processo soltanto interno, ma prende forma attraverso l’interazione sociale: il modo in cui ci raccontiamo agli altri influenza il modo in cui ci percepiscono (per esempio, come capaci di cambiare), e queste percezioni, a loro volta, plasmano il modo in cui arriviamo a vedere noi stessi. Ciò rispecchia quello che Weaver (2012, 2019) descrive come un processo iterativo di narrazione e riconoscimento, in cui l’ambiente sociale contribuisce ad affermare o a minare gli sforzi di cambiamento.
Esploriamo dunque le narrazioni degli uomini sul proprio processo di desistenza e sui programmi di intervento per maltrattanti. Invece di concentrarci sulle loro spiegazioni della violenza, esaminiamo quali narrazioni del cambiamento siano a disposizione di questi uomini nei contesti relazionali e istituzionali, e come le utilizzino. In questo senso, il nostro principale oggetto di analisi non sono gli uomini in quanto tali e la loro desistenza/persistenza, ma le storie a loro disposizione. Questa impostazione distingue il presente studio da quelli che esplorano le ragioni della violenza (per esempio Hearn, 1998; Dziewa & Glowacz, 2023; Gottzén, 2019; Merchant & Whiting, 2017). Analizziamo inoltre un campione di uomini del Cono Sud — una regione in cui la ricerca sull’IPV e sulla desistenza resta limitata — con l’intento di verificare se le teorie sviluppate nel Nord globale colgano adeguatamente le realtà di questo contesto.
Questo articolo deriva dal progetto multi-sito a metodi misti «Relational desistance: narratives and relationships surrounding change in gender based violence interventions» (El desistimiento relacional: relatos y relaciones en torno al cambio en dispositivos de violencia de género, CyTMA2 C2SAL-105, Universidad Nacional de La Matanza, Argentina), che esamina le storie di vita di uomini cisgender che frequentano programmi di intervento per maltrattanti. Adottiamo un approccio narrativo qualitativo, basato sull’analisi delle interviste raccolte in Argentina e in Uruguay.
Argentina e Uruguay hanno procedure istituzionali simili per gli uomini accusati di IPV: in seguito a una denuncia presentata in tribunale, il caso viene trasmesso all’ufficio locale per le questioni di genere o per la violenza2. Dopo il procedimento giudiziario formale, gli uomini vengono contattati dalle autorità giudiziarie locali e obbligati a frequentare un programma di intervento per maltrattanti su base comunitaria. Se un uomo viene accettato dopo un colloquio di ammissione, la durata media della partecipazione obbligatoria è di un anno, anche se si prevede che il trattamento duri un anno e mezzo.
I programmi di trattamento si basano in genere sulla psicoeducazione e sulla terapia cognitivo-comportamentale. In entrambi i paesi la maggior parte degli interventi attinge a principi cognitivo-comportamentali e a quadri psicoeducativi attenti al genere sviluppati in contesti latinoamericani (si veda Iniciativa Spotlight et al., 2021). Questi sono spesso influenzati da approcci femministi che mirano a interrogare la maschilità e a promuovere la regolazione emotiva attraverso esercizi strutturati, come il gioco di ruolo, l’automonitoraggio delle risposte emotive e discussioni di gruppo guidate volte a riconoscere e riformulare schemi di pensiero dannosi. Non esistono tuttavia modelli nazionali standardizzati applicati in tutte le istituzioni. Tra gli elementi comuni figurano la riflessione sulle norme di genere, la discussione critica della violenza e lo sviluppo di competenze relazionali non violente. La maggior parte dei programmi prevede sedute settimanali di gruppo, talvolta integrate da colloqui individuali. Queste sedute affrontano tipicamente temi come i ruoli di genere, la costruzione sociale della maschilità, l’identificazione dei comportamenti abusanti, l’autoregolazione emotiva, la comunicazione non violenta e lo sviluppo dell’empatia. Gli obiettivi principali dei programmi sono che i partecipanti si assumano la responsabilità delle proprie azioni, sviluppino «autocontrollo» e imparino a regolare le proprie emozioni. I programmi possono essere erogati da istituzioni pubbliche o private. Possono esservi altre misure giudiziarie, come ordini restrittivi o braccialetti elettronici alla caviglia.
Sebbene vi siano differenze istituzionali e culturali tra Buenos Aires e Montevideo, la struttura di base, i percorsi di invio e l’impostazione dei programmi di intervento per maltrattanti nelle due giurisdizioni sono ampiamente comparabili. I programmi di entrambe le città si inseriscono in sistemi giuridici simili e sono influenzati da reti professionali comuni e da approcci regionali all’intervento sull’IPV. Per questo motivo, nell’analisi non abbiamo distinto le interviste in base al luogo.
I tassi di completamento nei due paesi sono simili: circa il 20% degli uomini porta a termine i programmi, secondo le nostre interviste con le figure professionali dei programmi. In entrambi i contesti, il completamento del programma è stabilito dalle figure professionali responsabili, sulla base della loro valutazione dei progressi dei partecipanti e della loro idoneità a concludere il percorso — di solito dopo circa un anno e mezzo, come indicato nella maggior parte delle linee guida dei programmi. Di conseguenza, abbiamo considerato desistenti gli uomini ai quali questo status era stato riconosciuto anche dalle figure professionali del programma.
È stato utilizzato un campionamento di convenienza a causa della limitata accessibilità delle istituzioni, dell’impossibilità di reclutare un insieme ampio e randomizzato di partecipanti e del vantaggio pratico di semplificare i contatti e il coordinamento con i programmi coinvolti durante il lavoro sul campo. I partecipanti erano uomini cisgender. I criteri di inclusione iniziali prevedevano che i partecipanti: (1) frequentassero il programma da almeno sei mesi; (2) risiedessero nell’area metropolitana di Buenos Aires o a Montevideo; (3) avessero riconosciuto di aver commesso atti di violenza. L’inclusione di uomini cisgender non era una caratteristica deliberata del disegno dello studio, ma rifletteva piuttosto la popolazione disponibile attraverso le istituzioni partecipanti.
Quando contattavamo i programmi per maltrattanti, talvolta chiedevamo alle autorità e alle figure professionali di metterci in contatto con uomini disposti a partecipare alle interviste dopo che erano stati loro illustrati gli obiettivi principali dello studio: si trattava sia di uomini che frequentavano il programma in quel momento sia di ex partecipanti. In alternativa, partecipavamo alle sedute di gruppo, spiegavamo gli obiettivi dello studio e chiedevamo se qualcuno volesse prendervi parte. La scelta dell’una o dell’altra opzione dipendeva dall’apertura del programma alla presenza di persone esterne. Di conseguenza, il nostro campione comprende uomini in diverse fasi del trattamento: nella fase intermedia e in quella finale, oltre a chi aveva già concluso il programma.
Il campione era composto da uomini provenienti da 13 diverse istituzioni (circa 3–4 partecipanti per istituzione). Comprendeva 41 uomini residenti nell’area metropolitana di Buenos Aires (Argentina) e a Montevideo (Uruguay) (Tabella 1). Con otto di loro sono state condotte due interviste, con gli altri una sola. Le seconde interviste si sono svolte in media una settimana dopo la prima, per approfondire le narrazioni emerse nel primo colloquio quando alcuni temi rilevanti erano rimasti poco esplorati. L’età media dei partecipanti era di 39 anni (min: 18; max: 59). Al momento dell’intervista, 37 avevano un lavoro, due erano disoccupati e due non hanno fornito informazioni al riguardo. A causa della sede del gruppo di ricerca, la maggior parte dei partecipanti proveniva dall’Argentina.
Tabella 1 — Sintesi delle caratteristiche sociodemografiche e della partecipazione al programma per maltrattanti
Per ciascuna categoria: % e N.
Al momento dell’intervista, il 32% dei partecipanti aveva concluso il programma e il 68% lo frequentava ancora. Tra questi ultimi, il 46% lo frequentava da 6 a 12 mesi e il 54% da 1 a 2 anni. Questa distribuzione era intenzionale: abbiamo cercato di includere uomini ipoteticamente ben socializzati alle dinamiche del programma (chi lo frequentava da un anno o più, compreso chi lo aveva concluso) e uomini in fasi più precoci (intorno ai sei mesi), così da includere narrazioni con diversi livelli di esposizione all’intervento. Diciassette partecipanti avevano una relazione intima, due dei quali con la stessa partner nei cui confronti erano stati violenti. Nessuno era detenuto e, secondo le figure professionali, non vi erano segnalazioni di abusi proseguiti.
Abbiamo condotto interviste aperte secondo una tecnica narrativa (Rosenthal, 2018). Ai partecipanti è stato chiesto innanzitutto di fornire una narrazione spontanea e completa degli eventi, centrata sulle relazioni intime e su ciò che essi consideravano cambiamenti. Si chiedevano chiarimenti ed esempi, e si utilizzavano espressioni paralinguistiche (per esempio «mhm») per incoraggiare il racconto. Quando con un partecipante si svolgevano due interviste, la narrazione prodotta nella prima veniva discussa dal gruppo di ricerca subito dopo. La seconda intervista era pensata per approfondire temi menzionati ma poco esplorati nella prima, come i conflitti interpersonali e l’esperienza del programma vissuta dall’uomo. Le interviste duravano circa 80 min e venivano registrate. Durante i colloqui si prendevano note di campo.
La maggior parte delle interviste (37) si è svolta in luoghi scelti dai partecipanti, ovunque si sentissero a proprio agio: caffè, ristoranti e videochiamate. Dieci interviste si sono svolte in stanze riservate nella sede in cui si tenevano i programmi. Le interviste si sono tenute in luoghi non residenziali scelti dai partecipanti, come precauzione per ridurre al minimo i rischi di disagio emotivo o di aggressività. Chi conduceva le interviste usava tecniche informate sul trauma e non conflittuali, insieme a un formato narrativo aperto, per ridurre il rischio di escalation. I partecipanti non venivano intervistati subito dopo udienze o conflitti, e la riservatezza è stata rigorosamente mantenuta per tutelare tutte le persone coinvolte. Chi conduceva le interviste aveva inoltre l’indicazione di interromperle se il partecipante mostrava segni visibili di disagio, e all’occorrenza venivano fornite informazioni sui servizi di sostegno psicologico. L’insieme di queste precauzioni mirava a garantire che le interviste si svolgessero in modo sicuro e rispettoso, consentendo al tempo stesso un’esplorazione narrativa approfondita.
Il progetto, insieme alla scheda informativa e al consenso informato, è stato approvato dal Comitato etico del Dipartimento di Scienze della salute dell’Universidad Nacional de La Matanza. Prima dell’intervista, a tutti i partecipanti è stato sottoposto un consenso informato scritto, che illustrava lo scopo dello studio, la durata della partecipazione e il fatto che la partecipazione fosse del tutto volontaria e non retribuita. I partecipanti potevano ritirarsi in qualsiasi momento, e chi non partecipava riceveva lo stesso trattamento di chi partecipava. Per ridurre al minimo possibili conflitti o sensazioni di coercizione, tutte le comunicazioni (tranne la presentazione dello studio) si sono svolte individualmente. Tutte le interviste sono state anonimizzate e i nomi dei partecipanti sostituiti da pseudonimi. Nella sezione Risultati sono riportate citazioni testuali, con l’età dell’intervistato al momento della partecipazione al programma, il numero di mesi da cui lo frequentava e l’indicazione dell’eventuale conclusione.
Le interviste sono state trascritte ed elaborate con Atlas.Ti. L’analisi ha seguito le linee guida generali dell’analisi tematica ispirate a Braun e Clarke (2006), adattate a un approccio a impostazione deduttiva. Il processo si è articolato in: (1) definizione di cinque dimensioni teoriche di analisi (percezione del cambiamento, percezione del programma di trattamento, motivi della frequenza, ostacoli e facilitatori del cambiamento) sulla base del nostro obiettivo e della rassegna della letteratura (si vedano Gondolf, 2004; Hughes, 2023; Mertens & Myrttinen, 2019); (2) codifica delle interviste in base a ciascuna dimensione per individuare i temi (per esempio, individuare la «minaccia» nella percezione del programma di trattamento); (3) elaborazione di definizioni per i temi principali (per esempio, definire la «minaccia» come l’intenzione delle figure professionali di arrecare danno); (4) raggruppamento dei temi in tipi ideali e formulazione delle relazioni tra di essi all’interno di ciascuna dimensione.
La procedura interpretativa usata per analizzare il corpus codificato si è basata sulla criminologia narrativa (Presser & Sandberg, 2015). Per l’analisi abbiamo costruito tipi ideali di narrazione (per esempio storie di cambiamento di sé, storie di rifiuto) che coglievano schemi ricorrenti nel modo in cui gli intervistati parlavano della propria vita, del cambiamento e della violenza. La nostra unità di analisi erano le storie raccontate dai partecipanti, e non i partecipanti stessi: ciò implicava che un uomo potesse ricorrere a più di un tipo di narrazione.
In questa sezione descriviamo come i partecipanti hanno raccontato le proprie esperienze di cambiamento e il proprio coinvolgimento nei programmi. La Tabella 2 presenta i tipi ideali di narrazione che abbiamo individuato e le storie subordinate affrontate dagli uomini (in corsivo nel testo).
Tabella 2 — Storie sul cambiamento e sui programmi per maltrattanti
Storie principali e storie subordinate.
Gli intervistati hanno raccontato storie diverse sul proprio cambiamento soggettivo. Alcuni parlavano di «migliorare». Altri vedevano il cambiamento come la capacità di «gestire» meglio le proprie emozioni. Alcuni, invece, non facevano alcun riferimento a una possibile trasformazione, perché sentivano il cambiamento come non necessario o come una minaccia.
Alcuni partecipanti hanno menzionato diversi tipi di cambiamento, presentando la trasformazione personale come lo scopo centrale della frequenza al programma. In queste storie, il cambiamento non riguardava in primo luogo il miglioramento delle relazioni o l’adeguamento ad aspettative esterne: si trattava di migliorare sé stessi.
Alcune storie rappresentavano la desistenza come crescita personale generale: il cambiamento era un processo di sviluppo, simile a un avanzamento verso una «nuova identità prosociale». Questa trasformazione personale non era collegata a cambiamenti esterni come i punti di svolta nelle relazioni intime o nella situazione giudiziaria, ma a una radicale rivalutazione delle convinzioni, dei valori e degli atteggiamenti al centro del loro essere. Le storie di crescita personale riguardavano di solito il sé nella sua interezza, non solo la sua «parte violenta». Questa trasformazione implicava una rivalutazione del sé morale, una ridefinizione del senso interiore di ciò che è giusto e sbagliato. Rulo (44 anni, 24 mesi, concluso), per esempio, ha detto:
Allora, se ho 44 anni, mi servirebbero 44 anni di percorso per rifarmi da zero, no? […] Cambiare è crescere come persona, crescere per sé stessi, non per gli altri. Si tratta di migliorare, di adottare nuovi valori e di avere un altro modo di guardare la vita. Si tratta di diventare migliori.
La storia di Rulo distingueva anche tra le azioni e i pensieri del suo vecchio sé e quelli che definivano il suo nuovo sé: «Che cosa avrebbe fatto il vecchio me? Quell’idiota avrebbe fatto così. Ma il mio nuovo io sta gestendo quella situazione in un altro modo». Il cambiamento non era rappresentato solo come un miglioramento rispetto al sé passato (visto come peggiore, più aggressivo ecc.), ma contribuiva anche a tracciare confini rispetto agli altri.
Il cambiamento veniva descritto anche attraverso storie di processi di cambiamento specifici. A differenza della trasformazione generale di sé, queste narrazioni presentavano la trasformazione come un miglioramento personale specifico, come l’acquisizione di «capacità comunicative». I partecipanti vedevano queste capacità come un’alternativa all’uso della violenza: strumenti che permettevano loro di esprimere efficacemente i propri sentimenti. Cacho (52 anni, 7 mesi, in corso) ha detto:
Noi [uomini del programma] non dicevamo quello che sentivamo davvero, solo perché pensavamo che ci saremmo sentiti deboli o, non so, meno uomini […]. Era difficile essere emotivi ed espansivi […] Ma oggi ho tanti strumenti che mi sono stati dati e le cose mi sono molto chiare […] non che adesso sia un santo, a volte mi scappa ancora, ma ripeto, adesso ci sono questi strumenti.
Le storie raccontate da questo gruppo esploravano processi di cambiamento volti a individuare un tratto o una qualità percepiti come dannosi. Nella narrazione di Cacho il tema centrale era una maschilità egemonica caratterizzata dalla riluttanza a esprimere le emozioni («sentirsi deboli», «meno uomini»). Tuttavia, ciò non richiedeva una trasformazione completa di sé: il cambiamento consisteva nell’imparare a comunicare diversamente senza alterare in profondità il proprio sé stoico.
Alcuni uomini hanno raccontato il proprio cambiamento come un processo positivo senza fine. A differenza delle storie che rappresentavano il cambiamento come un processo finito con un chiaro punto di arrivo, questa narrazione descriveva la trasformazione personale come continua e incompiuta. La desistenza implicava quindi un processo attivo e continuo di consapevolezza di sé e di impegno per evitare di ricadere nella violenza. Pavel (30 anni, 12 mesi, in corso) ha detto:
Il mio processo di decostruzione, in un certo senso, durerà per sempre perché una delle cose che il laboratorio mi ha dato è che… Si tratta di ripensare tutto in continuazione, di riflettere sulle mie azioni, su come migliorare il mio legame con gli altri.
Le narrazioni del cambiamento di sé descrivevano la desistenza come un processo di sviluppo personale e una trasformazione dell’identità. Queste storie si riferivano alla crescita personale, lasciando fuori dal quadro il ruolo delle reti sociali e degli ambienti di vita. Il cambiamento era rappresentato come raggiunto esclusivamente con i propri sforzi, riflettendo i valori dominanti dello stoicismo maschile (Hearn, 1998). In queste storie l’idea di fondo era che il cambiamento dipendesse da un sé forte e resiliente, senza bisogno di risorse contestuali per migliorarsi (Mertens & Myrttinen, 2019). Le storie di questo tipo variavano nel modo di considerare la durata del processo (circoscritta nel tempo, prolungata o senza fine) e la portata del cambiamento (acquisire capacità specifiche o cambiare «completamente» come individuo). Ciononostante, in tutte queste storie la desistenza era equiparata al cambiare come persona e al concepire questo processo come parte del miglioramento di sé.
Alcune storie si concentravano sul ruolo delle relazioni sociali e dei contesti istituzionali nel processo di cambiamento. Queste narrazioni collegavano la trasformazione personale a determinati fattori esterni, in particolare alle dinamiche sociali, che innescavano la motivazione interna al cambiamento.
Alcune storie attribuivano il cambiamento a una nuova consapevolezza degli effetti della violenza sulle partner e allo sviluppo dell’empatia. La desistenza non era quindi rappresentata in primo luogo come un miglioramento di sé, ma come un’azione altruistica. Dario (29 anni, 7 mesi, in corso), per esempio, ha parlato di mettersi «nei panni dell’altra persona», riconoscendo la propria responsabilità per il danno causato. Anche Pepe (30 anni, 9 mesi, in corso) ha riflettuto su questo:
Per me il cambiamento riguarda gli altri. Non si tratta di essere perfetto o soltanto di migliorare me stesso. Quello è tutto superficiale e perfino egoista. Si tratta di capire che le mie azioni hanno effetti su di lei e che ne sono responsabile.
Il punto di svolta nella storia di Pepe era il riconoscimento dell’impatto delle sue azioni sulla partner: la desistenza cominciava con il riconoscimento del dolore vissuto dall’altra persona. Analogamente, Flores (47 anni, 11 mesi, in corso) ha detto:
Ho cominciato a sentire quello dell’altra persona, cosa per me estremamente importante. Non c’è solo il dolore del compagno che frequenta il gruppo, ma il dolore della mia ex compagna, l’altra persona. È importante capire entrambi i tipi di dolore, ma prima di tutto quello della ex compagna.
In diversi casi, ciò che innescava questo riconoscimento era un senso di vergogna profondamente sentito. Alcuni partecipanti hanno descritto l’esperienza di essere «guardati in modo diverso» dopo la rivelazione dei fatti o l’arresto, definendosi «marchiati» o «sporchi». Un uomo ha detto: «Prima ancora che aprissi bocca, avevano già deciso che ero colpevole». Questa esposizione emotiva non portava sempre a reazioni difensive. Per alcuni la vergogna diventava la prima crepa nelle loro certezze narrative: un’emozione destabilizzante che apriva la possibilità di rivalutare sé stessi e le proprie relazioni.
Alcune storie mettevano in luce come il desiderio di preservare o ripristinare relazioni sociali significative fungesse da motivazione chiave al cambiamento. Sebbene questi racconti presentassero spesso il cambiamento in termini pratici o strategici, l’attenzione restava rivolta al mantenimento del legame con gli altri, in particolare con figli, partner o reti sociali più ampie. Questo cambiamento strumentale è una trasformazione motivata principalmente da interessi pragmatici: la persona può modificare il proprio comportamento violento per proteggere o riconquistare relazioni importanti, ottenere approvazione sociale, evitare le conseguenze sociali negative della violenza (per esempio l’etichettamento, l’azione penale ecc.) o recuperare perdite personali subite a causa dell’IPV. Così Byron (50 anni, 14 mesi, concluso) ha detto:
Lei mi ha denunciato in tribunale, capisce? Ho perso mio figlio. Mi ricordo che era un neonato. Quello che oggi ha 21 anni allora era un neonato, aveva un anno […]. Tutto quello che ho fatto dopo, tutta questa terapia e le discussioni di gruppo, il tempo e i soldi investiti, non era per me, ma per lui. Cambiare non è mai stato nei miei piani.
La narrazione di Byron è incentrata sul cambiamento come strategia per mantenere una relazione con il figlio. Come altri uomini, presentava il proprio impegno nel programma come un mezzo per raggiungere un fine. Ciò significava allontanarsi da un «sé temuto» (qualcuno respinto dalla propria famiglia a causa della sua natura violenta) verso un «sé possibile» con maggiori benefici sociali (un padre capace di comunicare con affetto) (Paternoster & Bushway, 2009). Questa nuova identità poteva radicarsi perché i suoi benefici contrastavano con gli svantaggi percepiti della precedente identità violenta. Byron lo ha chiarito descrivendo la sua situazione dopo il programma:
Continui a vivere e ad avere amici, la famiglia, e comportarsi bene è una buona cosa perché gli altri dicono: «guarda come va bene questo ragazzo». Capisce? «Guarda come ti parla, o come parla con i suoi nipoti, capisci? Cerca di dare una mano anche a gente che non conosce, cerca di aiutare, o di dare consigli, buoni consigli».
Le storie sul cambiare per gli altri o a causa degli altri mostrano le sfumature delle narrazioni di desistenza. Questi cambiamenti includevano spesso una ricostruzione del sé morale, man mano che gli uomini cominciavano ad allineare il proprio comportamento a un quadro etico rinnovato. Il benessere delle partner può talvolta essere centrale; in altri casi il cambiamento ha motivazioni pragmatiche. Se le narrazioni possono essere viste come frammentate e dinamiche (Sandberg, 2013), queste storie sottolineano la necessità di considerare sia i messaggi terapeutici proposti sia il modo in cui gli uomini vi rispondono attivamente. Il miglioramento dell’immagine di sé, quindi, non può essere ricondotto a un’unica motivazione o logica. In alcune storie la vergogna ha plasmato silenziosamente il percorso verso il cambiamento; in altre era quasi assente, perché gli uomini si concentravano invece sul riprendere il controllo, sul ricongiungersi con le persone care o semplicemente sull’evitare ulteriori guai.
Parlando delle proprie esperienze dei programmi, alcuni uomini negavano qualsiasi necessità di cambiamento: descrivevano la terapia, i programmi e il coinvolgimento con gli attori istituzionali come inutili o perfino dannosi, nonostante, in alcuni casi, avessero concluso il percorso terapeutico. Queste storie rappresentavano il cambiamento come invasivo e come una minaccia all’identità, un attacco al loro senso di sé. Era il punto di vista di Matías (35 anni, 7 mesi, in corso): diceva di sentire il procedimento giudiziario come dannoso per sé, in particolare in termini di reputazione maschile, posizione giuridica, controllo personale e rispetto di sé.
Essere accusato di un reato mi rovinerebbe la vita, perché avrei sicuramente dei precedenti. Non so se significa andare in prigione, eh? Ma un’indagine, tempo, soldi, essere valutato. Non so. Un sacco. […]. Tutto questo, stare in uno spazio terapeutico, mi complicherebbe solo la vita.
In queste narrazioni il processo di cambiamento era plasmato dalla consapevolezza dei partecipanti di essere etichettati e stigmatizzati come colpevoli. I partecipanti, quindi, negavano o minimizzavano la propria violenza. Talvolta incolpavano la vittima, sostenendo che fosse stata lei a provocarli o che avesse mentito sull’accaduto. Questi racconti, in cui il cambiamento era ritenuto irrilevante, miravano spesso a evitare le conseguenze giuridiche, sociali e morali dell’essere etichettati come «maltrattanti» (Harding et al., 2017).
Queste narrazioni potevano anche essere ispirate dalla convinzione che cercare il cambiamento fosse del tutto non necessario e perfino contrario ai propri interessi. Pablo (37 anni, 7 mesi, in corso) chiedeva: «Perché dovrebbero pensare che il problema fossi io [con enfasi]? … Non ho bisogno di cambiare, non ho niente che non va». In queste narrazioni i partecipanti talvolta riconoscevano la violenza nelle proprie relazioni intime, ma rifiutavano l’aiuto esterno. Pablo proseguiva:
Il tribunale dice che devi andare, e allora vai. Ma questo non vuol dire che ho fatto qualcosa di male. Una cosa è fare uno sbaglio una volta; non si può pretendere che la gente si sottoponga a un trattamento per questo! (…). La gente mente per ottenere quello che vuole, e adesso sono bloccato in un gruppo con tipi che sono… disfunzionali. È ridicolo.
Alcuni racconti minimizzavano la specificità della violenza («non è violenza di genere, è solo un litigio») e la possibilità di cambiamento. Qui l’aggressione veniva spiegata come un episodio isolato, dovuto a una situazione eccezionale. L’idea che il cambiamento fosse necessario veniva quindi respinta. Per esempio, Oscar (32 anni, 8 mesi, in corso) ha menzionato un conflitto legato alla genitorialità, senza riconoscere lo sfondo di violenza di genere: «Ci siamo sposati a 27 anni, e due anni dopo è nato [nome del figlio]. È lì che abbiamo cominciato a litigare. Immagino sia normale, con un bambino le cose cambiano, non c’è più tanto tempo. […] Dica quello che vuole la gente del programma». Insisteva sul fatto che il problema non riguardava lui, ma ciò che stava vivendo l’altra persona.
Ovviamente sapevo che la relazione sarebbe cambiata con il tempo, che non sarebbe stata sempre uguale. Ma io stavo bene. E poi lei ha cominciato a cambiare e io non potevo stare zitto. E ho cominciato a stare male. Ma adesso mi rendo conto, per questo glielo dicevo, che il problema non ero io. Era quello che stava succedendo a lei.
Le narrazioni di negazione e resistenza comprendevano storie di adeguamento formale, che rappresentavano il cambiamento come una parte del loro percorso istituzionale, una finzione messa in atto per soddisfare le aspettative del sistema. A differenza delle narrazioni strumentali, che implicano uno sforzo di cambiare comportamento in vista di un vantaggio personale o relazionale, le narrazioni di adeguamento formale riflettono un coinvolgimento performativo nel programma. I partecipanti non erano interessati al cambiamento, ma a fare il necessario per soddisfare le autorità. Come ha detto Juan (65 anni, 9 mesi, in corso):
Sono stato obbligato ad andarci, sono andato anche da uno psicologo privato, ma il primo giorno stavo quasi per mollare perché avevo già fatto una terapia… ma lui mi ha detto: «Be’, se cerchi una scusa… ehm… quella è la porta», e io gli ho detto di no, che si sbagliava. (…) Non mi piaceva il modo in cui mi parlava… Ma sa, dovevo solo stare al loro gioco [frequentare il programma] per chiudere tutta questa storia [la situazione giudiziaria].
In queste narrazioni compaiono la negazione della violenza, la colpevolizzazione della vittima e l’affermazione che il problema fossero circostanze esterne (eventi stressanti, un’idea sbagliata del programma ecc.). Soprattutto, tutti vedevano il cambiamento soggettivo come non necessario o impossibile. Queste storie erano quindi costruite dagli uomini per presentarsi come moralmente integri, persone che non dovrebbero essere etichettate come «maltrattanti», minimizzando la propria responsabilità e la necessità di cambiare (Harding et al., 2017).
Finora le narrazioni hanno tracciato confini netti tra le intenzioni dei partecipanti e gli sforzi istituzionali percepiti, ma non tutti presentavano le proprie esperienze di cambiamento in modo così lineare. Alcuni esprimevano incertezza e si sentivano sopraffatti dall’istituzione. Le storie di incertezza segnalavano un disagio verso il programma, dovuto per esempio all’incertezza su ciò che ci si aspettava da loro nel percorso e su ciò che accadeva durante la seduta di terapia. Sorprendentemente, questa impostazione non emergeva solo negli uomini che si trovavano nelle prime fasi del percorso, ma anche in alcuni che avevano concluso il programma o erano vicini a concluderlo.
Alcuni partecipanti riconoscevano la necessità di cambiare ma non erano sicuri di come riuscirci. Walter (34 anni, 10 mesi, in corso) ha detto: «Comincio a riconoscere, diciamo, che qualcosa non andava, ma non sono sicuro di come… di come funziona questa cosa». Roberto (49 anni, 11 mesi, in corso) era incerto sulle regole istituzionali:
Faccio fatica a capire il percorso. Ci si aspetta che cambi il mio modo di gestire la rabbia, ma devo affrontare continue difficoltà e un trattamento irrispettoso. Non so bene che ruoli abbiano le persone qui e con chi posso essere sincero. Sono confuso, più che non interessato.
Tutte le storie di incertezza rappresentavano persone che non sapevano come andare avanti. Alcune erano impegnate nel percorso di desistenza; altre avevano riserve sulla «reale necessità» del cambiamento. L’incertezza permetteva loro di dire che si sentivano persi e, in una certa misura, non responsabili delle proprie azioni.
L’incertezza era un tema ricorrente, che indica la tensione tra gli obiettivi dei programmi e gli interessi dei partecipanti. Queste narrazioni permettevano agli uomini di presentarsi in un modo che non rifiutava del tutto le istituzioni né si impegnava pienamente nel trattamento, dando loro un margine di agentività in mezzo alla confusione. Un tema ricorrente era la mancata comprensione, da parte dei narratori, delle regole e delle procedure dei programmi (per esempio le gerarchie tra le figure professionali e i loro ruoli e responsabilità, la capacità dell’istituzione di intervenire nel procedimento giudiziario degli uomini ecc.). Queste storie possono rappresentare una fase del processo di desistenza che precede l’incontro con un catalizzatore del cambiamento, oppure possono essere interpretate come indice di uno scarso coinvolgimento nel trattamento ricevuto.
Gli intervistati hanno raccontato anche storie legate ai programmi che avevano frequentato. A differenza delle narrazioni del cambiamento, che non sempre menzionavano le istituzioni, i discorsi sui programmi affrontavano direttamente la situazione istituzionale dei partecipanti. A volte i programmi venivano rappresentati come occasioni per cambiare direzione; a volte comparivano come fonte di problemi e complicazioni. Abbiamo suddiviso le storie in tre tipi: (1) impatto positivo, (2) rifiuto e (3) distanza prudente (Tabella 2).
Alcune narrazioni descrivevano i programmi come aventi un effetto profondamente positivo sulla loro vita. Le attività proposte, soprattutto la terapia di gruppo, venivano spesso descritte come cruciali per il processo di cambiamento. Il programma era rappresentato come utile, formativo o in generale di sostegno.
In queste narrazioni positive alcuni uomini descrivevano un profondo senso di appartenenza, nato dalla soddisfazione di contribuire attivamente al proprio cambiamento e alla propria «crescita personale». Sottolineavano il ruolo del trattamento nel migliorare la loro vita e le loro relazioni, un miglioramento in cui la ricostruzione del sé morale era centrale. Alla base di queste narrazioni vi era una forte fiducia nell’istituzione stessa: la convinzione che il programma avesse sia la legittimità sia la capacità di sostenere un cambiamento significativo. Questa fiducia funzionava come premessa narrativa, rendendo plausibili e coerenti i racconti di crescita e trasformazione.
Parlando della terapia di gruppo del programma, Patricio (34 anni, 15 mesi, concluso) ha spiegato che lo aveva aiutato a superare la depressione e a evolvere verso un’identità più matura:
Quel posto mi ha insegnato a essere una persona […] perché non avevo amor proprio, igiene, ero depresso, a 32 anni non sapevo rifare un letto, non sapevo piegare i vestiti, era come se tutto fosse semplicemente svanito.
Il racconto di Patricio illustra come alcuni uomini trovassero la propria partecipazione profondamente significativa, considerandola un catalizzatore di ricostruzione personale. La sua narrazione presenta la partecipazione come un punto di svolta, segnato dal recupero di competenze di base e di un senso del proprio valore. Espressioni come «era come se tutto fosse semplicemente svanito» segnalavano il rifiuto di precedenti identità negative — non solo la violenza, ma anche l’incompetenza in altri ambiti della vita quotidiana — e mostravano l’ampiezza del cambiamento reso possibile dal trattamento. La citazione mostra che, per alcuni uomini, questi programmi offrono sia un’occasione di cambiamento sia uno spazio di crescita personale e di ricostruzione della propria vita.
Le storie di coinvolgimento nel gruppo sottolineavano ulteriormente i benefici dell’approccio di gruppo nei programmi. Queste storie mettevano in evidenza la forza delle dinamiche di gruppo nel favorire l’autoriflessione, il riconoscimento reciproco e l’apprendimento collaborativo. Pavel (30 anni, 10 mesi, in corso) ha commentato:
Penso che sia fantastico avere posti come questo dove possiamo riflettere e ripensare il nostro modo di vivere, il modo in cui ci relazioniamo con gli altri. Credo che spazi come questo siano necessari… Ho avuto la fortuna di trovare un posto per riflettere, non tutti hanno questa possibilità.
Qui la riflessione era presentata come centrale per rivalutare la propria vita e le proprie relazioni. Questa riflessione rappresenta un allontanamento dagli ideali maschili egemonici che spesso scoraggiano l’introspezione emotiva e promuovono la sopportazione stoica, a indicare che il cambiamento implica non solo la crescita personale ma anche una riconfigurazione di genere del modo in cui gli uomini si rapportano a sé stessi e agli altri. In queste storie le persone passano dalla negazione al riconoscimento della necessità di spazi di gruppo in cui possa avvenire una trasformazione del comportamento. Jeremias (48 anni, 12 mesi, in corso) ha detto:
È bello forse vedere che… È un problema un po’ più complesso, non solo una questione individuale e isolata. La maggior parte degli uomini – non tutti, ma la maggioranza – in qualche modo ha problemi di violenza, o di sessismo.
In questi racconti i partecipanti riconoscevano la complessità del problema del cambiamento e affrontavano la dimensione relazionale della violenza di genere, riconoscendo che non è solo una questione individuale ma un problema sociale più ampio. Queste storie contrastano nettamente con le esperienze di resistenza e vergogna (Góttzen, 2019) e mostrano che le dinamiche di gruppo svolgono un ruolo prezioso nella trasformazione personale e nella consapevolezza della complessità della questione. È tuttavia importante notare che si tratta del tipo di storie meno frequente tra quelle raccolte. Per quanto eloquenti, queste rappresentazioni positive del coinvolgimento istituzionale erano rare e spiccavano su uno sfondo di esperienze più ambivalenti o negative.
Tutti i partecipanti hanno condiviso storie che esprimevano una qualche forma di rifiuto del trattamento. Queste narrazioni prendevano spesso di mira aspetti specifici di un programma, come le dinamiche della terapia, il comportamento del personale o l’idea stessa di intervento. Il modo più comune di presentare il rifiuto era la sfiducia. Queste narrazioni nascevano dalla mancata comprensione di come funzionano i programmi, di che cosa ci si aspettasse in essi o di come potessero aiutare a migliorare il proprio comportamento. Queste questioni erano in genere legate alla negazione e alla resistenza al cambiamento. Come ha detto Juan (65 anni, 10 mesi, in corso):
Ci vado, dico che andrò a tutti gli incontri, faccio tutto quello che mi chiedono, quello che mi chiede [nome della persona che coordina il programma], ma non capisco davvero. Non capisco quanto durerà, e perché devo pagarlo. Lo pago perché non voglio altri problemi, ma non so.
Alcuni uomini sostenevano che la loro sfiducia derivasse dall’incapacità del programma di comunicare gli obiettivi del trattamento e i suoi benefici a lungo termine. Erano frustrati di non riuscire a vedere un percorso chiaro verso il cambiamento. Altri dicevano che il proprio impegno non aveva prodotto risultati tangibili. Il divario tra le loro aspettative e la realtà del programma era, per questi partecipanti, il cardine delle loro storie di rifiuto. Questa sfiducia può essere legata anche alle pressioni di genere che spingono gli uomini a mostrarsi autosufficienti, pressioni che rendono più difficile la loro disponibilità a impegnarsi pienamente in programmi percepiti come una sfida agli ideali maschili tradizionali di stoicismo e controllo.
Una variante di queste storie presenta la percezione dell’inadeguatezza delle istituzioni, prive della capacità di adattarsi o di offrire un trattamento in grado di rispondere ai bisogni specifici degli uomini. Così Flores (47 anni, 7 mesi, in corso) ha detto:
Ho notato che alcune parti sembravano aver fatto il loro tempo. Continuavo ad andare al gruppo, ma non avevo molto altro da condividere. Mi sembrava di scavare nel mio passato cercando qualcosa di violento di cui parlare. Mi sono reso conto che non era quello lo scopo del gruppo, come se in un certo senso non rispondesse ai miei bisogni.
La storia di Flores descriveva come il programma non rispondesse ai suoi bisogni. In una seconda intervista ha approfondito il punto: «Il programma non funziona. Funziona come una catena di montaggio; non è personalizzato». Altri uomini raccontavano storie simili: il motivo principale per negare l’utilità di un programma era che non corrispondeva ai loro bisogni particolari. Queste narrazioni rendevano evidente che i programmi erano, per diverse ragioni, inefficaci.
L’ultimo tipo di storia raccontato dagli intervistati ruotava intorno alla vergogna, cioè la sensazione di disagio, umiliazione o disonore associata al fatto che si sapesse della propria partecipazione ai programmi, perché ciò significava essere etichettati come maltrattanti. Questa narrazione era particolarmente frequente tra chi aveva trascorso meno tempo nel programma. Martín (39 anni, 7 mesi, in corso) ha detto:
C’è anche la vergogna, capisce? Perché quando lo dici a qualcuno, non sanno davvero se hai picchiato la tua compagna o no. Mi spiego… Al lavoro l’ho detto a tutti, ma chi mi conosce solo un po’ non conosce tutta la situazione. Non sanno se l’ho picchiata davvero, quindi è stato imbarazzante perché ho dovuto spiegare che cosa era successo… Non che io chieda loro di credermi, perché non lo faccio… ma lo vedi nei loro occhi, gli sguardi di giudizio….
A differenza di altre storie, queste non si concentravano sull’idea di cambiamento o sul funzionamento di un’istituzione, ma su che cosa significasse essere in un programma. In ultima analisi, la vergogna è legata al significato e alla negoziazione delle etichette: cioè al fatto di essere giudicati colpevoli o innocenti, come sostiene Gottzén (2019). Un «ordine restrittivo» intensifica la vergogna, perché la preoccupazione per la riprovazione pubblica si aggiunge al disonore associato al fatto di seguire un programma di trattamento.
Un tema frequente nelle narrazioni dei partecipanti era la sfiducia verso il programma e il suo personale. Mantenere una distanza prudente segnalava spesso la riluttanza a investire emotivamente o a impegnarsi pienamente nel percorso di trattamento. La loro mancanza di fiducia si manifestava in storie che indicavano spesso il timore di secondi fini da parte delle figure professionali o di obiettivi poco chiari delle istituzioni. Jorge (27 anni, 12 mesi, concluso), che aveva terminato il programma una settimana prima della nostra prima intervista, ha detto che la sua riluttanza a partecipare nasceva dalla sovrapposizione, a suo avviso non etica, tra il lavoro del personale e i suoi interessi.
Si aspettano che ci apriamo e che mettiamo a nudo il nostro cuore, ma non rivelano le loro intenzioni. È il loro lavoro. Allora perché dovrei credere che questo non interferisca con un lavoro etico, come ascoltare la nostra versione dei fatti?
Anche Rulo (44 anni, 13 mesi, concluso) ha descritto un’iniziale esitazione a partecipare alle attività del programma, ma ha detto che le cose erano cambiate.
Ti fanno fare degli esercizi che all’inizio sembrano, non dovrebbe essere uno scherzo, dovrebbe essere, tipo, recitare, facciamo cose, oggi mi ammazzo dalle risate. Ma all’inizio, perché? Perché devo fare la parte di una donna? […] C’è questa resistenza in ogni nuovo membro che arriva quando cominciamo […], finché non superi quella situazione, ti fai un paio di lunghi mesi.
Sebbene queste storie suggeriscano una sfiducia di fondo, alcune mostrano segni di disponibilità ad accogliere i programmi. Queste narrazioni si concentrano sull’acquisire conoscenze sui programmi e sul loro funzionamento, superando paure, sfiducia o scetticismo. Suggeriscono che la distanza emotiva dal trattamento possa ridursi. Spesso implicano l’influenza positiva di una persona amica, di un membro della famiglia o di qualcun altro che li incoraggia a partecipare al programma. Pavel (30 anni, 9 mesi, in corso) ha chiesto a «una collega, un’amica attivista, se conoscesse qualche programma che si occupasse della violenza negli uomini». Pedro (33 anni, 8 mesi, in corso) ha menzionato l’aiuto ricevuto dal fratello:
Ho chiesto aiuto, ho chiesto a mio fratello di parlare con qualcuno che potesse trovarmi un posto, e in quel periodo mio fratello aveva cominciato a lavorare a [luogo di lavoro del fratello] e per fortuna ha alzato il telefono e mi ha trovato un posto una settimana dopo per essere ammesso subito […], ma non le dirò bugie, negli ultimi momenti, gli ultimi giorni, la mia testa voleva dire di no, tipo, dargli buca, non andare, ma ho trovato il coraggio e ci sono andato.
Pavel e Pedro sono stati quindi incoraggiati dalla guida di una persona familiare, che li ha aiutati a superare le barriere emotive. Ciò ha permesso loro di riporre una fiducia iniziale nel programma, attenuando la sensazione di totale estraneità rispetto al dispositivo. Questo mostra come amici e familiari possano svolgere un ruolo chiave nella decisione di impegnarsi nel trattamento, riducendo l’incertezza e rendendo gli uomini più disposti a impegnarsi nel cambiamento e nella riabilitazione. Il sostegno tra pari maschi facilita spesso una rinegoziazione dell’identità maschile, permettendo agli uomini di ammorbidire con cautela le posture stoiche e di accettare aiuto senza sentire minacciata la propria maschilità.
La narrazione della distanza prudente era la più frequente tra i partecipanti e comprendeva un’ampia gamma di forme di sfiducia e di distanziamento emotivo dall’istituzione. Questa varietà di scetticismo metteva in luce una narrazione eterogenea dell’inaffidabilità istituzionale. La narrazione della distanza prudente aveva quindi implicazioni pratiche per il coinvolgimento dei partecipanti. Tenersi in disparte fungeva da ostacolo a un intervento efficace: la mancanza di impegno emotivo poteva portare a una partecipazione svogliata, in cui le persone erano fisicamente presenti ma non pienamente coinvolte. Tuttavia, questa narrazione rivelava un paradosso nella relazione tra fiducia e partecipazione: fidarsi del programma e del suo potenziale di cambiamento positivo richiedeva un apporto da fonti esterne, di solito pari maschi. La desistenza, quindi, si basa spesso su fattori esterni ai programmi stessi e potrebbe persino essere influenzata da persone che in passato approvavano il comportamento violento dell’individuo.
Questo studio ha esplorato le narrazioni degli uomini sulla frequenza ai programmi di intervento per maltrattanti, concentrandosi sul modo in cui descrivevano i propri processi di cambiamento. Ci siamo concentrati su uomini che avevano già partecipato al programma per più della metà della sua durata media, nonché su chi ne aveva completato la maggior parte o la totalità, per esplorare le storie comuni raccontate da chi aveva già familiarità con le idee del programma sul cambiamento e persino da chi poteva essere considerato «desistente». Le storie hanno rivelato la complessità e la diversità di questi percorsi: non esiste un’unica storia che descriva il cambiamento. Tra i temi comuni figuravano il cambiamento di sé, l’acquisizione di «capacità di risoluzione dei conflitti» alternative, lo sviluppo di «tecniche di comunicazione efficace» e i cambiamenti nelle cerchie sociali degli uomini. Alcune narrazioni negavano la necessità di cambiare e presentavano la negazione dell’IPV, l’esternalizzazione della responsabilità o la mancata consapevolezza dell’importanza del cambiamento. Tra questi due estremi vi erano storie che esprimevano ambiguità, confusione e la mancanza di riferimenti comuni per orientarsi nel percorso terapeutico.
Le narrazioni di resistenza e negazione erano radicate in un senso di disperazione, minaccia e assoggettamento del sé. I partecipanti presentavano le proprie esperienze come il sentirsi sminuiti e vessati dai meccanismi giudiziari. La tensione tra la loro presentazione di sé (come uomini impegnati a mantenere un’immagine moralmente integra) e le strategie del programma (che insistevano sulla loro responsabilità) li spingeva a resistere attivamente ai programmi. Tali risposte sono logiche se gli uomini considerano la propria violenza incolpevole e un tentativo di trasformare un danno percepito in giustizia (Cassino & Besen-Cassino, 2021). Ciò fa apparire superflua qualsiasi forma di trattamento. Le loro storie sul cambiamento, che lo rappresentavano come non necessario o irrilevante, erano un tentativo di riconquistare una posizione di potere. Il fatto di aver incontrato tali narrazioni anche tra uomini che avevano formalmente concluso i programmi mette in luce una contraddizione tra la conclusione ufficiale dell’intervento e gli effettivi mutamenti nel modo di raccontare il cambiamento.
La messa in discussione dei programmi di intervento per maltrattanti si accompagnava spesso a storie che esprimevano ansia per il futuro a causa dello stigma di essere bollati come «autori di IPV» (si veda Walker et al., 2017). La vergogna era un copione ricorrente che gli uomini usavano per narrativizzare le proprie esperienze nel corso del trattamento. Come suggeriscono Ólafsdóttir e Hearn (2023), questa vergogna può essere intesa come un prodotto sociale che blocca sistematicamente i percorsi di cambiamento e di riflessione degli uomini. Tuttavia, il ruolo della vergogna nelle narrazioni non era uniforme. In alcuni racconti era legata all’etichetta in sé, evocando sentimenti di esclusione, sfiducia e resistenza al cambiamento. In altri, la vergogna segnava un punto di svolta: apriva uno spazio per un maggiore coinvolgimento nel programma e per un confronto più onesto con il proprio comportamento.
Dopo aver considerato che cosa potesse attenderli alla fine delle loro relazioni o del trattamento, molti partecipanti esprimevano il desiderio di diventare «uomini migliori». Tuttavia, le loro nozioni di «migliore» e i loro approcci al miglioramento di sé divergevano talvolta da quelli del programma. Le aspettative contrastanti erano quindi un tema centrale, in particolare nelle storie che mettevano l’accento sulla confusione e sulla sfiducia. Per esempio, mentre Patricio (34 anni) intendeva la crescita personale come il superamento della depressione e la ricostruzione delle competenze della vita quotidiana, altri come Pavel (30 anni) apprezzavano l’esistenza di spazi di riflessione per ripensare le proprie relazioni; queste aspettative divergenti alimentavano spesso confusione e sfiducia. Questa divergenza tra narrazioni e obiettivi personali contribuiva a un senso di disallineamento rispetto agli scopi del programma, incrinando il legame con l’istituzione: una tensione che potrebbe essere una caratteristica intrinseca di ogni istituzione totale.
La resistenza alle nozioni ufficiali di cambiamento si accompagnava a narrazioni che esprimevano incertezza sui benefici del programma, alla percezione che i programmi non fossero adattati ai bisogni individuali e alla vergogna per l’etichetta associata alla partecipazione. Ciononostante, i partecipanti che abbracciavano l’idea di trasformazione descrivevano i programmi come aventi un impatto positivo, dicendo di provare un profondo senso di appartenenza e riconoscendo l’importanza dell’intervento per migliorare la propria vita e le proprie relazioni.
Sebbene le narrazioni segnate da maggiore resistenza e scetticismo fossero più frequenti tra i partecipanti nelle fasi iniziali del programma (6–12 mesi), abbiamo trovato tutti i tipi di narrazione — comprese quelle che abbracciano, contestano o esprimono ambivalenza verso il cambiamento — tra uomini in momenti diversi del trattamento. Lo interpretiamo nel senso che, se il tempo trascorso nel programma può logicamente influenzare il modo in cui le storie vengono raccontate, non determina del tutto la posizione narrativa (come suggerito da Sandberg, 2013). La maggior parte dei partecipanti aveva già trascorso un tempo considerevole nel programma, secondo gli standard di chi vi lavora, e le loro storie riflettevano in genere una familiarità con i suoi discorsi. Tuttavia, gli uomini raccontavano spesso più di una storia nella stessa intervista, oscillando tra la fiducia nelle figure professionali e lo scetticismo, o tra il riconoscimento del cambiamento e la sua minimizzazione. Questa variazione narrativa interna sottolinea la natura fluida e continua del confronto con il cambiamento e complica i modelli lineari di trasformazione (Gottzén, 2019; Hughes, 2023). Più che confrontare le fasi del programma, mettiamo in evidenza che narrazioni contraddittorie spesso coesistono e plasmano in modo disomogeneo il processo di desistenza.
Alcune narrazioni esprimevano una concezione strumentale del cambiamento, per esempio come modo per riottenere l’accesso ai figli, evitare ulteriori problemi giudiziari o non essere «marchiati» agli occhi dei pari. Queste storie implicano un adeguamento passivo volto a evitare lo stigma. Questa posizione discorsiva fa luce su come alcuni partecipanti possano attraversare i processi istituzionali senza andare incontro a un cambiamento identitario sostanziale. Tuttavia, queste narrazioni strumentali possono comunque svolgere un ruolo nella desistenza. Se un sé temuto da solo può non bastare a sostenere un cambiamento a lungo termine, la ricerca suggerisce che, quando è associato a un sé possibile positivo — come nel modello di Paternoster e Bushway (2009) — o a un aggancio per il cambiamento (Giordano et al., 2002), anche un comportamento motivato dall’esterno può catalizzare nel tempo trasformazioni più significative. Per questo motivo usiamo cautela nell’interpretare le narrazioni strumentali unicamente come resistenza o disimpegno. Anche se la disposizione mentale di una persona può non riflettere un forte impegno al cambiamento — come si vede nelle narrazioni di rifiuto — le pressioni esterne (per esempio il rischio di perdere la partner, la paura del carcere) possono comunque contribuire alla desistenza, creando condizioni che favoriscono mutamenti comportamentali e, alla fine, un cambiamento identitario (Laub & Sampson, 2001).
Che abbracciassero, rifiutassero o contestassero il cambiamento, i ruoli adottati dagli uomini erano connotati dal genere e mostravano i loro sforzi per mantenere, attraverso le narrazioni, identità maschili socialmente accettabili (Góttzen, 2019; Hughes, 2023). Frequentare questi programmi minacciava spesso le loro identità stoiche, ma quando veniva vista come un’occasione di «miglioramento» e di «crescita», la partecipazione si allineava con le narrazioni del perfezionamento maschile e con gli ideali neoliberali di miglioramento di sé (Mertens & Myrttinen, 2019). La questione chiave era se mettere in discussione il sé e lo status quo fosse considerato praticabile: accogliere l’incertezza e la critica era un fattore di discrimine significativo. Come sostengono Dziewa e Glowacz (2023), rivalutare le esperienze vissute, legate all’infanzia o alle relazioni intime, era cruciale per questi uomini. La loro disponibilità a impegnarsi nella riflessione e in discussioni delicate era un elemento chiave delle loro storie.
L’attenzione rivolta alle reti sociali in alcune storie sottolinea l’importanza di una comprensione del trattamento che vada oltre la desistenza individuale. Le preoccupazioni dei partecipanti per il rifiuto da parte dei pari e per l’essere etichettati come «violenti» o come «cagnolino sottomesso di un programma di trattamento» rappresentano ostacoli significativi al trattamento (Harding et al., 2017). In definitiva, tutte le narrazioni sul cambiamento, che lo rifiutassero o lo abbracciassero, erano fortemente legate alle reti sociali degli uomini. Ciò mette in luce non solo l’influenza pervasiva della maschilità (Hughes, 2023), ma anche l’importanza dei fattori esogeni per la desistenza (Walker et al., 2013).
Usare queste narrazioni per descrivere le proprie esperienze — che esprimessero vergogna, negassero la necessità di cambiare o abbracciassero con entusiasmo la trasformazione soggettiva — permetteva agli uomini di mantenere un’immagine coerente di sé (Maruna, 2001). Anche quando trasmettevano negazione o incertezza, le narrazioni consentivano loro di riconquistare le precedenti posizioni maschili (Hearn, 1998; Gottzen, 2019). Questi racconti erano plasmati dai quadri discorsivi di cui disponevano nel loro contesto per dare senso al cambiamento. Se il racconto comporta sempre un certo grado di innovazione (Presser & Sandberg, 2015), in un dato contesto socioculturale la gamma di storie disponibili per parlare del cambiamento è limitata. Come possono allora gli uomini parlarne in modo significativo?
I nostri risultati intendono contribuire alla crescente letteratura sulla desistenza adottando una lente narrativa che mette in primo piano le storie che gli uomini raccontano sul cambiamento, invece di presupporre mutamenti psicologici o trasformazioni identitarie fissi. Gran parte della letteratura sulla desistenza si è concentrata sul cambiamento identitario come prerequisito per abbandonare la violenza (per esempio Paternoster & Bushway, 2009), ma il nostro studio su un campione latinoamericano suggerisce che narrazioni contrastanti sul cambiamento persistono spesso anche dopo la conclusione del programma. Per molti partecipanti, prendere le distanze dalla violenza significava reinterpretare le azioni passate o coltivare versioni più accettabili di sé, piuttosto che reinventarsi da capo. Ciò invita a riconsiderare il ruolo della continuità narrativa — e non della rottura — nei processi di cambiamento.
È importante sottolineare che pochi studi hanno esplorato queste dinamiche nei contesti latinoamericani, dove questioni più ampie come la sfiducia nelle istituzioni e la disuguaglianza sociale plasmano il modo in cui gli uomini interpretano e raccontano il proprio coinvolgimento nel trattamento e, più in generale, il cambiamento soggettivo. La nostra analisi sottolinea la necessità di collocare le teorie globali nei contesti locali e di andare oltre i quadri che isolano concetti come la vergogna o la maschilità dalle più ampie ecologie sociali della fiducia, dell’appartenenza e della legittimità dello Stato. Molte storie del nostro campione hanno rivelato che la disponibilità dei partecipanti a riflettere sul proprio uso della violenza dipendeva non solo da come vedevano sé stessi in quanto uomini, ma anche dalle loro esperienze di essere ascoltati, sostenuti o respinti dalle istituzioni e dai pari. Questi risultati suggeriscono che le narrazioni di desistenza non sono semplici racconti personali, ma processi socialmente radicati che vanno compresi in relazione ai discorsi più ampi e ai contesti istituzionali in cui vengono prodotti. Invece di trattare i racconti degli uomini come copioni decontestualizzati di negazione, colpevolizzazione o redenzione, proponiamo un approccio che riconosca la narrazione sia come pratica di costruzione di senso sia come strumento relazionale, plasmato non solo dal riconoscimento e dal riscontro sociale (Weaver, 2012), ma anche dalle possibilità più ampie disponibili in determinati contesti socioculturali.
Lo studio approfondito di queste narrazioni rende chiaro che esse non sono solo un mezzo per costruire un sé morale, ma anche il prodotto del confronto con i programmi istituzionali. Ievins (2019) osserva che le storie condivise da persone fortemente stigmatizzate possono essere plasmate dalle istituzioni responsabili del loro «trattamento». L’interazione tra autori di violenza e programmi, quindi, porta spesso a storie limitate e occlusive sul cambiamento personale. Nei paesi latinoamericani, dove la fiducia nelle istituzioni è bassa (Cáceres, 2019), ciò è ancora più problematico. Gli approcci attuali potrebbero impedire agli uomini di confrontarsi pienamente con le proprie azioni o di fornire racconti che riconoscano pienamente il danno causato.
Le discussioni sui programmi per maltrattanti si sono concentrate soprattutto sulla loro efficacia (Arce et al., 2020; Eckhardt et al., 2013; Lila & Gilchrist, 2023; Walker et al., 2013), senza grande attenzione alla comprensione delle logiche dei partecipanti (Hughes, 2023; Oddone, 2020). Il nostro obiettivo è sfumare la comprensione della desistenza dall’IPV esaminando le storie degli autori di violenza in Argentina e in Uruguay e il modo in cui queste plasmano le loro visioni del mondo e le loro predisposizioni al cambiamento. Come afferma Renehan (2021) a proposito dei programmi per maltrattanti, è essenziale «umanizzare gli uomini traumatizzanti ma traumatizzati» con cui interagiamo (p. 324). In una certa misura, la maggior parte degli uomini considerava positivamente il cambiamento, ma riteniamo che resti cruciale valutare le narrazioni complesse che mediano il processo di desistenza e favorire discussioni aperte su come vengono percepite le istituzioni.
Questo studio presenta limiti legati al suo disegno e al luogo in cui si è svolto il lavoro sul campo. In uno studio trasversale è impossibile analizzare come le storie incidano sul processo di desistenza dei partecipanti, come avrebbe potuto fare uno studio longitudinale, poiché le storie degli uomini possono evolvere nel corso del programma. La nostra analisi si concentra invece sul repertorio di storie usate per parlare del cambiamento, esaminando queste narrazioni piuttosto che i singoli partecipanti. Il nostro obiettivo non era confrontare chi desiste e chi persiste, ma individuare forme narrative — intese non come caratteristiche degli individui ma come risorse discorsive — che possono plasmare i percorsi. Inoltre, i risultati discussi sono inevitabilmente influenzati dall’effetto del programma. Non lo consideriamo un limite, ma un’implicazione teorica del nostro studio: queste narrazioni, indipendentemente dai singoli partecipanti, conferiscono significato al cambiamento soggettivo e ai contesti istituzionali.
Molti fattori possono aver influenzato il processo di reclutamento e la composizione del campione. Gli uomini possono essersi sentiti spinti a partecipare e aver considerato alcune narrazioni più accettabili per l’istituzione. Per far fronte a queste difficoltà abbiamo sviluppato strategie per costruire un rapporto di fiducia e creare spazi sicuri durante le interviste. Sulla base del nostro precedente lavoro sulle motivazioni a partecipare a interviste di questo tipo (Di Marco & Sandberg, 2023), riteniamo che il desiderio dei partecipanti di condividere le proprie storie prevalga sugli altri fattori. Infine, abbiamo incluso nell’analisi uomini dell’Uruguay e dell’Argentina, esaminandoli insieme. Tuttavia, viste le strette affinità culturali tra le due aree, non lo consideriamo un problema.
Gran parte della letteratura esistente sui programmi di intervento per maltrattanti e sugli autori di violenza (spesso incentrata su «ciò che funziona») tende a trascurare le narrazioni più ampie che plasmano i processi di cambiamento, così come i quadri istituzionali in cui questi programmi operano. Le narrazioni degli uomini che frequentano o hanno concluso tali programmi mettono in luce fattori che possono sia facilitare sia ostacolare la loro trasformazione. Queste storie vanno da un interesse «genuino» per il miglioramento di sé e da un coinvolgimento attivo fino al rifiuto netto e alla resistenza, accanto a usi più ambivalenti o strumentali dei programmi e a gradi variabili di sfiducia. Questa diversità sottolinea la necessità di un approccio sfumato agli interventi contro l’IPV. Le narrazioni relative alle istituzioni rivelano spesso tensioni tra le aspettative dei partecipanti e la mancanza di indicazioni dettagliate all’interno dei programmi, a indicare che il raggiungimento del «cambiamento» dipende non solo da come viene intesa la desistenza, ma anche dalla percezione dell’efficacia e dell’affidabilità delle istituzioni. Paradossalmente, la fiducia nel potenziale di impatto positivo del programma richiede una fiducia preliminare nelle istituzioni statali e consapevolezze acquisite attraverso le esperienze dei pari.
Il nostro studio rivela che, che abbraccino, rifiutino o contestino il cambiamento, i ruoli degli uomini sono intrinsecamente connotati dal genere, come mostrano i loro sforzi per mantenere, attraverso le narrazioni, identità maschili socialmente accettabili. Per alcuni, partecipare a questi programmi rappresentava una minaccia alla propria identità, mentre per altri costituiva un’occasione di «miglioramento» e di «crescita», in linea con le narrazioni del perfezionamento maschile e con gli ideali neoliberali di miglioramento di sé. Una questione cruciale era se mettere in discussione il sé e sfidare lo status quo fosse ritenuto accettabile: accogliere l’incertezza e la vulnerabilità erano fattori decisivi nelle loro esperienze di trasformazione. Comprendendo queste diverse narrazioni e il loro legame con le istituzioni, chi opera sul campo può affrontare meglio le questioni di fondo e migliorare l’efficacia dei programmi di intervento per autori di IPV.
I risultati sottolineano l’importanza di riconoscere le narrazioni che plasmano il modo in cui gli uomini comprendono l’idea di cambiamento e vi si confrontano: narrazioni influenzate da discorsi sociali più ampi, piuttosto che proprie dei singoli «aggressori». È cruciale prestare attenzione non solo alle espressioni manifeste di coinvolgimento o di resistenza, ma anche ai racconti più sottili, ambivalenti o strumentali che rivelano come le persone partecipanti si posizionano rispetto alla responsabilità, alla violenza e alla trasformazione. Chi opera sul campo potrebbe trarre vantaggio dall’integrare nei processi di gruppo una riflessione narrativa strutturata, incoraggiando i partecipanti a confrontarsi criticamente con le proprie storie di vita e con le proprie nozioni in evoluzione di cambiamento (un elemento chiave della maschilità egemonica). Al tempo stesso, riteniamo essenziale costruire fiducia nelle istituzioni, soprattutto nei contesti in cui i sistemi sono percepiti come punitivi, incoerenti o opachi. Ciò è particolarmente importante nelle società con livelli più bassi di fiducia nello Stato. Creare ambienti trasparenti, stabili e culturalmente sensibili può favorire un coinvolgimento più significativo. Infine, un confronto critico con le rappresentazioni dominanti del miglioramento di sé può offrire un prezioso punto di accesso a una riflessione più profonda, sostenendo il passaggio dal semplice adeguamento formale a forme di cambiamento più relazionali e responsabili.
Complexe Systémique: punti chiave
Invece di suddividere gli uomini in «motivati» e «resistenti», lo studio ascolta le storie di cui dispongono per parlare del cambiamento e mostra che lo stesso uomo ne usa spesso più d’una nella stessa intervista. Da un punto di vista sistemico emergono due circuiti. Il primo collega la vergogna, l’etichetta di «maltrattante» e l’atteggiamento difensivo: più il programma è vissuto come una minaccia all’identità, più la narrazione si chiude. Il secondo collega la fiducia nell’istituzione al coinvolgimento: dove lo Stato ispira poca fiducia, è spesso un fratello o un amico ad aprire la porta del programma. Il cambiamento cosiddetto «strumentale», per rivedere un figlio, non va liquidato, ma la sicurezza delle vittime resta il metro di giudizio, e lo studio non raccoglie né la loro voce né alcuna misura della violenza dopo il programma. Per chi opera sul campo la direzione suggerita è concreta: chiarire regole e ruoli e lavorare in gruppo sulle narrazioni di sé e della maschilità. Da leggere insieme a l’articolo sulla paternità negli uomini in trattamento per violenza nella coppia e a l’articolo sulle norme di genere negli uomini condannati per violenza nella coppia.
Note dell’originale
1 Nella letteratura è in corso un dibattito sulla possibilità che la desistenza avvenga senza un evento esterno significativo o sia innescata in assenza di un importante mutamento identitario, per esempio a causa della pressione dei pari, dei braccialetti elettronici alla caviglia ecc. (LeBel et al., 2008). Ciononostante, oggi la desistenza è per lo più concettualizzata come un processo multidimensionale e individualizzato, in cui i fattori interni o esterni possono avere un ruolo più o meno rilevante a seconda delle circostanze specifiche di ciascun caso (Rocque, 2017; Weaver, 2019).
2 Gli uffici locali per le questioni di genere o per la violenza si occupano di elaborare azioni preventive e terapeutiche legate all’IPV.
Finanziamento. Questa ricerca è stata sostenuta dal progetto CyTMA2 (C2SAL-105), intitolato «Relational desistance: narratives and relationships surrounding change in gender based violence interventions», condotto dall’Universidad Nacional de La Matanza, Argentina.
Consenso informato. Il consenso informato (verbale e scritto) è stato ottenuto da tutti i singoli partecipanti inclusi nello studio, sia per la loro partecipazione sia per la pubblicazione.
Approvazione etica. Il progetto è stato valutato e approvato dal Comitato etico per la ricerca del Dipartimento di Scienze della salute dell’Universidad Nacional de La Matanza, nel rispetto degli standard etici della Dichiarazione di Helsinki del 1964, nella revisione del 2013.
Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere potenziali conflitti di interesse relativi alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.
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Traduzione non ufficiale di But What Does Change Even Mean…? Men’s Desistance Narratives in Batterer Intervention Programs, di Martín Hernán Di Marco, Adrián Jiménez Ribera, Magalí Brizuela e Wanda Denise Cabrera, Journal of Family Violence, pubblicazione online anticipata (2025), doi: 10.1007/s10896-025-00997-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «But What Does Change Even Mean…? Men’s Desistance Narratives in Batterer Intervention Programs», pubblicato in Journal of Family Violence (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione adattata alla lettura online, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Di Marco, M. H., Jiménez Ribera, A., Brizuela, M., et Cabrera, W. D. (2025). But What Does Change Even Mean…? Men’s Desistance Narratives in Batterer Intervention Programs. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/but-what-does-change-even-mean-mens-desistance-narratives-in-batterer-programs (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Family Violence, Online First (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Family Violence, https://link.springer.com/article/10.1007/s10896-025-00997-9)
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