Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
The British Journal of Social Work · Servizio sociale
In Inghilterra, Harry Ferguson ha accompagnato assistenti sociali della tutela minorile durante le visite domiciliari, tragitti in auto compresi. Il più delle volte bambine e bambini venivano visti, ascoltati, tenuti. Ma alcune visite mostrano come un minore possa diventare invisibile proprio sotto gli occhi di chi interviene: la rabbia dei genitori, gli odori, la pressione del tempo, la mancanza di sostegno. Più che di infanzia invisibile, Ferguson propone di parlare di infanzia «non tenuta».
Traduzione non ufficiale in italiano di How Children Become Invisible in Child Protection Work: Findings from Research into Day-to-Day Social Work Practice, di Harry Ferguson, pubblicato in The British Journal of Social Work (Oxford University Press) (2017), doi: 10.1093/bjsw/bcw065, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La dichiarazione sui finanziamenti è riportata nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I bambini avevano smesso di esistere per lei, pur essendo lì, proprio davanti a lei.
Harry Ferguson
Sintesi
È risaputo che, nei casi in cui sono morti minori vittime di maltrattamento, assistenti sociali e altre figure professionali non hanno saputo entrare in relazione con loro in modo efficace: è il fenomeno oggi noto come «bambino invisibile». Si conosce molto meno quanto spesso e perché tale invisibilità si verifichi quando non c’è stata una grande inchiesta né uno scandalo, e questo articolo si basa su una ricerca che ha osservato gli incontri quotidiani tra assistenti sociali, bambine, bambini e famiglie. Nella maggior parte della pratica, i minori venivano visti e coinvolti in una relazione ma, in un piccolo numero di visite domiciliari, l’intervento non era centrato sul bambino o sulla bambina. L’articolo analizza in dettaglio questi casi e mostra come le figure professionali siano state sopraffatte dall’intensità emotiva del lavoro e da interazioni complesse con genitori arrabbiati e oppositivi e con persone amiche della famiglia. Hanno pesato anche la cultura organizzativa, i limiti di tempo imposti al lavoro e un sostegno insufficiente per poter contenere i propri sentimenti e pensare con lucidità. L’impatto potente di livelli insostenibili di complessità e di ansia su chi lavora nel servizio sociale richiede un riconoscimento molto maggiore. Si ricorre a teorie sociologiche, psicodinamiche e sistemiche per stabilire come aiutare queste figure professionali a pensare con lucidità all’infanzia e a entrare in relazione con essa nei modi ravvicinati e intimi necessari a proteggerla.
Da diversi decenni è ben noto che, nei casi di maltrattamento in cui bambine o bambini sono morti o hanno subito gravi danni, assistenti sociali e altre figure professionali non hanno instaurato una relazione adeguata con loro né hanno compreso la loro esperienza. Per esempio, Keanu Williams, due anni, è morto nel 2011 per maltrattamento fisico e trascuratezza nonostante l’ampio coinvolgimento dei servizi sociali e di altri enti, e il rapporto sulla sua morte ha concluso che «Keanu è diventato invisibile» (Lundberg, 2013, p. 51). Molto meno noto e studiato è in che misura l’infanzia diventi «invisibile» nella pratica quotidiana, quando non ci sono stati una tragedia, una grande inchiesta o uno scandalo mediatico, e in che modo ciò avvenga. Sulla base di uno studio di osservazione partecipante degli incontri faccia a faccia tra assistenti sociali, bambine, bambini e famiglie, questo articolo intende approfondire la comprensione di come e perché l’infanzia diventi invisibile nella pratica quotidiana della tutela minorile.
Nella maggior parte dei casi dello studio, le e gli assistenti sociali vedevano bambine e bambini e interagivano con loro in qualche modo per cercare di stabilire il loro benessere e i loro bisogni. Le situazioni in cui la pratica non si concentrava in modo significativo sull’infanzia, rendendola parzialmente o persino totalmente invisibile, erano l’eccezione (Ferguson, 2014). Questo articolo analizza ciò che è accaduto in quel piccolo sottocampione di incontri. Per capire come i bisogni, e perfino la presenza stessa, di bambine e bambini possano passare inosservati, è essenziale prestare grande attenzione al dettaglio delle interazioni tra assistenti sociali, minori e famiglie, nonché ai sistemi e alle culture organizzative entro cui il lavoro si svolge. L’analisi utilizza prospettive sociologiche, psicodinamiche e sistemiche per inquadrare la pratica del servizio sociale come prodotto dell’interazione tra l’esperienza vissuta di chi la esercita, la sua vita emotiva e gli effetti delle organizzazioni e dei sistemi in cui lavora (Reder et al., 1993; Froggett, 2012; Munro, 2011; Ruch et al., 2010; Trevithick, 2012). Questo tipo di approccio psicosociale è assente da testi influenti come le revisioni dei casi gravi e i rapporti delle inchieste sul maltrattamento infantile, e l’esperienza vissuta delle figure professionali viene cancellata dal copione (Ferguson, 2011). Questo articolo fa avanzare la base di conoscenze ponendo l’esperienza vissuta di chi opera al centro dell’analisi della pratica effettiva del servizio sociale, svolta in tempo reale. I dati mostrano come, quando l’infanzia diventa invisibile nella presa in carico, una combinazione di processi organizzativi e di dinamiche di interazione con l’utenza porti assistenti sociali a vivere un sovraccarico emotivo e sensoriale e a distaccarsi da bambine e bambini e, in misura significativa, anche dai genitori.
L’articolo inizia passando in rassegna ciò che si sa sui motivi per cui si verifica una pratica superficiale nella tutela minorile. Presenta poi lo studio e i suoi risultati, seguiti dall’analisi dei casi e da ciò che se ne può imparare.
Il motivo più spesso citato per cui minori notoriamente a rischio non vengono protetti è l’interruzione della comunicazione tra figure professionali ed enti (DHSS, 1974). Una spiegazione sempre più influente è che la possibilità per assistenti sociali di conoscere a sufficienza bambine e bambini sia limitata dall’eccesso di registrazione dei casi e di altri adempimenti burocratici, da scadenze ravvicinate per completare il lavoro, da carichi di casi elevati e dall’obbligo di rispettare procedure e direttive della dirigenza (Broadhurst et al., 2010). L’effetto di queste pressioni sistemiche sarebbe che chi opera non ha il tempo di sviluppare la profondità di relazione necessaria per tenere l’infanzia al sicuro (Munro, 2011, p. 128).
Un ulteriore ambito di preoccupazione e di analisi riguarda ciò che accade nelle interazioni e nelle relazioni tra figure professionali, minori e famiglie. Le revisioni dei casi in cui sono morti bambine o bambini contengono invariabilmente scene in cui figure professionali si trovavano in presenza di minori maltrattati, il più delle volte nella loro casa, senza però avvicinarsi abbastanza da scoprire il maltrattamento (Ferguson, 2009). Conoscere scene simili è stato decisivo per orientare il mio interesse a studiare ciò che accade nella pratica reale faccia a faccia e come sia possibile per chi opera trovarsi nella stessa stanza con bambine e bambini senza entrare in contatto con loro in modi che ne rivelino l’esperienza. Brandon et al. (2008) individuano la «sindrome del ricominciare da capo» (start again syndrome), in cui assistenti sociali prestano un’attenzione insufficiente alla storia dei genitori e ai pattern di rischio presenti nei casi. Munro (1999) mostra le forme di ragionamento che possono portare le figure professionali a restare ancorate alla loro valutazione iniziale e a non rivedere il livello di preoccupazione nonostante nuove informazioni. Laird (2013) e Tuck (2013) mostrano gli alti livelli di conflitto e di resistenza nel lavoro di tutela minorile, che portano assistenti sociali a evitare i genitori o a identificarsi eccessivamente con loro, perdendo di vista il minore (si veda anche Stanley e Goddard 2002). Un argomento di enorme influenza sostiene che il pensiero delle figure professionali della tutela minorile sia governato da una «regola dell’ottimismo», che «si ha quando si adotta una posizione positiva riguardo alle circostanze o al livello di rischio di un minore, non necessariamente sostenuta dalle prove oggettive o dalle informazioni disponibili» (Coventry LCSB, 2013, p. 43). Il significato della regola dell’ottimismo e il modo in cui viene usata in questi rapporti sono controversi (Dingwall et al., 2014), ma la versione che prevale è che assistenti sociali evitino di «mettere in discussione con fermezza» i genitori enfatizzandone i punti di forza, e si sottraggano a un’indagine più approfondita dell’esperienza dell’infanzia per un’ingenua speranza (Ofsted, 2010).
Queste letture della pratica sono limitate dal fatto di basarsi su analisi retrospettive di eventi tragici già avvenuti, o su ricerche relative a un lavoro già svolto, anziché raccogliere dati su ciò che accade nella pratica in tempo reale. La ricerca sugli incontri tra figure professionali, bambine, bambini e famiglie brilla per la sua assenza (Broadhurst e Mason, 2014). Questo articolo cerca di far avanzare la comprensione collegando ambiti che troppo spesso vengono tenuti analiticamente separati e presentando dati tratti dall’osservazione di ciò che avviene nelle interazioni tra assistenti sociali e utenza, tenendo conto al tempo stesso dell’impatto delle organizzazioni e dei sistemi su ciò che si fa e non si fa.
La ricerca ha adottato un approccio etnografico con l’obiettivo di avvicinarsi il più possibile alla pratica partecipando al lavoro di assistenti sociali e osservandolo. I vertici delle due amministrazioni locali in cui si è svolta la ricerca hanno acconsentito a dare accesso al loro personale, e ogni assistente sociale poteva scegliere se collaborare o meno. Hanno partecipato in tutto ventiquattro assistenti sociali, diciannove donne e cinque uomini; tre provenivano da minoranze nere ed etniche. L’anzianità di servizio andava dall’abilitazione recente a quasi trent’anni di esperienza. Ho seguito queste figure professionali accompagnandole nelle visite domiciliari, intervistandole sulla loro esperienza durante il tragitto verso la visita e subito dopo, di solito in auto, e osservando e registrando in audio gli incontri tra assistenti sociali e utenza. Ciò è avvenuto solo con il consenso di tutte le parti. La ricerca ha ottenuto l’approvazione etica della mia università e delle due amministrazioni locali in cui si è svolta. In totale sono stati osservati e registrati in audio ottantasette incontri di pratica, settantuno dei quali durante visite domiciliari; i restanti si sono svolti negli uffici del servizio sociale e nelle scuole. Le domande chiave della ricerca erano: che cosa fanno assistenti sociali quando svolgono attività di tutela minorile, in particolare durante le visite domiciliari? Che cosa dicono a bambine, bambini e genitori? Come agiscono? Quanto si avvicinano all’infanzia? (si veda Ferguson (2016a) per una descrizione completa della metodologia).
La ricerca si è basata su teorie che offrono risorse per pensare l’esperienza vissuta di pratiche come il servizio sociale. L’opera di Freud e la teoria psicoanalitica, così come sviluppata da Klein (Salzberger-Wittenberg, 1970), Winnicott (1957) e Bion (1962), considerano quanto possa essere difficile pensare con lucidità all’utenza, «tenerla nella mente», e che cosa sia necessario perché il pensiero sia efficace nelle relazioni tra professionista e cliente. In questa prospettiva, l’«infanzia invisibile» è quella che diventa «non pensata» e che chi opera e i sistemi non «tengono nella mente». Aiutare qualcuno richiede la capacità di pensare a quella persona e di sintonizzarsi emotivamente con la sua esperienza. Sul pensiero influiscono diversi fattori, ma l’ansia è considerata particolarmente influente (Bower, 2005). Le figure professionali della tutela minorile vivono emozioni intense, dalla propria esperienza di ansia, paura, tristezza, speranza e disperazione ai sentimenti di rabbia, odio, amore, gratitudine e così via che l’utenza proietta su di loro. Queste esperienze emotive intense sono inevitabili nel servizio sociale e nella tutela minorile; ciò che è decisivo è se, e come, vengano gestite in modi contenitivi che favoriscano un pensiero lucido. Il concetto di «contenimento» di Bion (1962) descrive il processo con cui una persona degna di fiducia accetta e accoglie i sentimenti della persona ansiosa e glieli restituisce in forma digeribile (come fa, per esempio, un genitore con il suo bambino piccolo), il che la aiuta a pensare con maggiore lucidità. Non essere «tenuti» in questo modo fa sì che i legami tra pensiero e sentimento si spezzino, e chi opera si difende da sentimenti insostenibili distaccandosi fisicamente ed emotivamente, fino a dissociarsi completamente dalle persone che cerca di aiutare. Nel servizio sociale, la supervisione offre l’occasione chiave per contenere le esperienze emotive di chi opera in modi che aiutino a pensare con lucidità, a mantenere l’attenzione sul minore e a prestare una cura efficace (Ruch, 2007).
La ricerca si è basata anche su teorie che aiutano a illuminare la natura dell’esperienza vissuta. Comprendere più a fondo come il servizio sociale venga svolto — o non venga svolto — richiede di analizzare come la pratica si realizzi e sia vissuta non solo in termini di emozioni e di mente, ma attraverso il movimento, il corpo e i sensi (Pink, 2009). L’attenzione non era rivolta solo a ciò che veniva fatto e «pensato», ma a come lo si sentiva, cercando di comprendere l’esperienza vissuta della pratica mentre si svolgeva. Questo metodo non si occupa soltanto delle dinamiche emotive delle interazioni, ma anche delle atmosfere, degli odori e degli stati d’animo degli incontri. La ricerca ha cercato di entrare nel mondo interno della pratica e di chi la esercita mentre si muoveva nello spazio ed entrava nelle case e nella vita intima di bambine, bambini e famiglie, raccogliendo dati su ciò che faceva, sentiva e pensava mentre lo faceva (Ferguson, 2016a; 2016b). Ciò ha comportato di tenere conto di esperienze che di solito vengono ignorate, come i tragitti, e l’auto si è rivelata uno spazio cruciale in cui chi opera si preparava agli incontri con le famiglie e vi rifletteva in seguito. Questo approccio permette di capire che cosa fa scorrere bene la pratica e come nasce una relazione ravvicinata e intima con bambine, bambini e genitori, ma anche le situazioni in cui muoversi, vedere, parlare, toccare e pensare con lucidità diventa difficile, e come gli ostacoli all’incontro vengano superati, oppure no.
Il quadro complessivo del servizio sociale emerso dallo studio è quello di una pratica che raggiungeva diversi gradi di vicinanza all’infanzia e alle famiglie. In alcuni interventi di breve e di lunga durata, le relazioni con le famiglie avevano una vera profondità e le interazioni con bambine e bambini erano molto ravvicinate e intime. In questi interventi, ai minori non solo si parlava: venivano abbracciati, accarezzati per consolarli, visitati, e si giocava con loro. I più piccoli, che non parlavano ancora, venivano presi in braccio, tenuti, coinvolti in un contatto faccia a faccia, occhi negli occhi, e si comunicava con loro attraverso suoni e giochi. Con bambine e bambini dai quattro anni in su si parlava da soli. Ciò che contava era la capacità di entrare in relazione con l’infanzia non solo attraverso la parola, ma in modi incarnati, attraverso il tatto, il gioco e altre forme di movimento (per esempio camminando o guidando), e la necessità di poterlo fare negli spazi più privati delle persone, come le camere da letto. In lavori precedenti ho concettualizzato questo tipo di servizio sociale ravvicinato e di relazione con bambine, bambini e famiglie come «pratica intima di tutela minorile» (Ferguson, 2011). L’enfasi sul visivo contenuta nella nozione di «bambino invisibile» è problematica, perché potrebbe far pensare che l’obiettivo di una buona pratica debba essere il suo contrario, rendere l’infanzia visibile. La nozione di «invisibilità» ha un certo potere esplicativo nel mostrare come chi opera non «veda» bambine e bambini nel senso più elementare, pur avendoli proprio davanti. Tuttavia, l’obiettivo di una buona pratica va espresso in un linguaggio che comprenda tutti i sensi e l’intimità. I risultati della ricerca mostrano che, quando con l’infanzia non si stabilisce una relazione significativa, è l’assenza di una pratica intima — fatta di contatto visivo, conversazione, ascolto attivo, gioco, tatto e osservazione ravvicinata — a far sì che aspetti cruciali della sua esperienza restino sconosciuti. Un termine più adatto per questo fenomeno è «infanzia non tenuta», che richiama l’assenza della vicinanza fisica ed emotiva necessaria per entrare davvero nel mondo del bambino o della bambina.
Uno dei risultati principali riguardava la complessità del lavoro. La visita domiciliare è molto diversa dal lavoro che si svolge in ufficio o in ambulatorio, perché chi opera deve negoziare con i membri della famiglia e con le relazioni così come vengono vissute nel loro spazio, e fare i conti con la presenza di estranei e con l’impatto della casa stessa, come gli odori e le atmosfere (accoglienti, ostili) e i cani. Bisognava portare a termine più compiti, invariabilmente entro limiti di tempo: colloqui con genitori e altre figure di accudimento, colloqui da soli con bambine e bambini, osservazione delle interazioni tra i membri della famiglia, ispezione delle camere da letto e delle altre condizioni della casa, per citarne solo alcuni. Questa complessità rendeva sempre presente il rischio di una pratica superficiale, non intima. A volte, durante le visite domiciliari, si sono osservati incontri e atmosfere che minacciavano di distogliere l’attenzione di chi operava dal minore, ma l’assistente sociale riusciva a ritrarsi dall’orlo del sopraffacimento per portare a termine un lavoro sensato (Ferguson, 2016b). Ma, in una minoranza di casi, queste difficoltà non sono state superate, con diversi gradi di distacco dall’infanzia e di invisibilità di quest’ultima. Ciò è risultato particolarmente evidente in tre casi, con assistenti sociali e famiglie differenti, che serviranno a illustrare le varie dinamiche.
Il primo riguardava una prima visita domiciliare per indagare su preoccupazioni relative a violenza domestica e a presunte carenze nelle cure o possibile trascuratezza. L’assistente sociale ha trascorso tutta la visita a colloquio con la madre in soggiorno, mentre il bambino di tre anni è rimasto per lo più al piano di sopra, a giocare con un amico. L’assistente sociale non si è rivolta direttamente al bambino nell’unica occasione in cui è entrato in soggiorno. Né è andata a cercare i bambini o ha ispezionato le loro camere da letto, cosa che invece ha fatto, quando necessario, nelle altre cinque visite in cui l’ho accompagnata durante la ricerca. In quelle occasioni ha affrontato le preoccupazioni con i genitori in modo aperto e onesto, con empatia e con un approccio basato sui punti di forza; ha visto i bambini da soli e li ha osservati mentre interagivano con i genitori. Ciò che in questa visita sembrava destabilizzarla di più era la presenza di un’amica di famiglia, rimasta in cucina per tutta la visita tranne un momento in cui è entrata in soggiorno, lo ha attraversato, ha sporto la testa dalla porta dell’ingresso e ha urlato su per le scale, a voce altissima, ai bambini: «Comportatevi bene, cazzo!». Fin dall’inizio della visita, la madre sembrava collaborare in superficie, ma l’atmosfera era imbarazzante e vagamente minacciosa. L’amica di famiglia non è stata presentata, benché l’assistente sociale abbia dovuto passarle accanto per raggiungere il soggiorno. L’intervento di quest’amica ha aumentato notevolmente la tensione. È stato vissuto come un atto aggressivo rivolto non ai bambini, ma all’assistente sociale, che era in realtà la vera destinataria del messaggio «comportati bene, cazzo». Intervistata in seguito, l’assistente sociale aveva la sensazione che le cose fossero rimaste confuse e incomplete e di dover andare più lontano e più a fondo nel rapporto con i bambini, cosa che ha fatto tornando molto prima di quanto si fosse impegnata a fare alla fine della prima visita.
Il secondo esempio riguardava una visita domiciliare in cui l’assistente sociale è entrata in relazione in modo molto discontinuo e in gran parte distaccato con i due figli, di dieci e quattordici anni. Non li ha visti da soli per discutere quelle che considerava preoccupazioni piuttosto serie riguardo a una presunta trascuratezza, nonostante il padre, in uno dei suoi rari momenti di aperta collaborazione, le avesse chiesto se volesse farlo. L’assistente sociale ha rifiutato l’opportunità, cosa molto insolita nel contesto dello studio, poiché in genere assistenti sociali dovevano impegnarsi a fondo per chiedere con fermezza di vedere i minori da soli. Il padre era per lo più bellicoso, irrequieto e molto attivo: tra l’altro andava avanti e indietro davanti al camino come una sentinella e ha spazzato il soggiorno con paletta e scopino davanti all’assistente sociale. Appena uscita dalla casa, l’assistente sociale ha descritto in modo vivido come la casa trascurata — soprattutto l’odore — l’avesse sopraffatta. Ha detto di sapere di non essere stata efficace e di aver pensato di andarsene a metà visita. Era colpita visceralmente dal disgusto, dall’ansia e dalla paura. È riuscita a muoversi fisicamente per ispezionare la casa, ma non a pensare con lucidità ai figli né a concentrarsi su di loro. Poiché sapeva di aver perso compostezza e autorevolezza e che la sua pratica non era sufficientemente centrata né sui figli né sul padre, anche lei è tornata.
La ricerca ha rilevato non solo che si raggiungevano diversi gradi di intimità con l’infanzia, ma anche che chi operava aveva diversi livelli di consapevolezza della vicinanza effettivamente raggiunta con bambine e bambini. Come mostrano questi due esempi, alcune figure professionali sapevano quando non avevano fatto ciò che sapevano di dover fare, riconoscevano che era stato molto difficile e che la loro pratica era mancata di rigore ed era rimasta incompiuta. È nelle situazioni in cui chi operava non è entrato in relazione con i minori e, sul momento, non sapeva di non averlo fatto, che si può dire che l’infanzia sia totalmente invisibile e non tenuta.
Un caso che illustra in modo vivido questo tipo di invisibilità totale e di mancato holding dei minori riguardava un’assistente sociale che ho accompagnato in una visita relativa a una bambina di due anni, qui chiamata Amelia, che sarebbe stata lasciata senza sorveglianza e ritrovata molto lontano da casa. La madre, qui chiamata signora Brown, cresceva i figli da sola, e c’era un altro bambino, Jamie, di cinque anni. Era una visita annunciata e l’assistente sociale è arrivata come previsto alle 15.30. La signora Brown era in pigiama e vestaglia, e ha fatto entrare l’assistente sociale in soggiorno, dove un’altra persona adulta era seduta sul divano. La signora Brown si è seduta accanto a quest’altra persona adulta e ad Amelia, mentre Jamie era seduto sulla poltrona. L’assistente sociale si è seduta sull’altra poltrona. Io ho preso posto su una sedia di lato, collocandomi nel modo più discreto possibile per poter vedere e sentire, pur restando un po’ in disparte. La casa era un alloggio popolare, tenuto benissimo. L’assistente sociale ha cominciato leggendo le preoccupazioni riportate nella scheda di segnalazione. A differenza della maggior parte dei momenti iniziali osservati nello studio, l’assistente sociale non ha cercato di creare alcun clima di fiducia né ha presentato il proprio compito come qualcosa di più ampio dell’indagine sulle preoccupazioni segnalate, per esempio come una possibile fonte di aiuto. Entrare subito nel merito del presunto episodio sembrava aggravare un clima di contrapposizione evidente fin dal momento in cui l’assistente sociale aveva messo piede in casa. La signora Brown ha negato categoricamente che Amelia fosse stata lasciata senza sorveglianza e ha accusato la persona che l’aveva segnalato di perseguitarla. L’assistente sociale non ha messo in discussione la versione della signora Brown né ha cercato di affrontare le questioni da altre angolazioni, ma è passata oltre.
Fin dall’inizio, l’assistente sociale sembrava incapace di ritrovare la propria compostezza. Si è dimenticata di presentarsi alla signora Brown, se ne è accorta undici minuti dopo l’inizio della visita e si è scusata. L’assistente sociale non ha instaurato alcuna relazione con i bambini. Benché fossero presenti per tutto il tempo, non si è rivolta direttamente a loro in alcun modo. Jamie si muoveva di tanto in tanto nella stanza, e anche Amelia era attiva e si accoccolava spesso accanto alla madre sul divano. Nessuno dei due ha avviato un contatto verbale o di gioco con l’assistente sociale, che ha ricambiato ignorandoli. Ciò contrastava con quanto emerso dalla ricerca, dove era frequente che chi operava sfruttasse i movimenti dei minori nella stanza come punto di partenza per un approccio giocoso. L’assistente sociale non ha avuto alcuna interazione esplicita nemmeno con l’altra persona adulta presente. Quella persona è uscita di casa ed è rientrata cinque minuti dopo, ma l’assistente sociale non ha colto neppure quell’occasione per chiedere alla signora Brown chi fosse o che rapporto avesse con i bambini.
La valutazione dell’assistente sociale mancava del tutto di profondità. Ciò dipendeva in parte dal fatto che aveva usato molte domande suggestive. Per esempio, riferendosi ai bambini, ha chiesto: «E il loro comportamento, ha qualche preoccupazione al riguardo? Sembrano adorabili». L’assistente sociale ha posto una domanda ragionevole, ma vi ha aggiunto in coda un’affermazione che orientava la risposta. La signora Brown ha risposto affermativamente («Sì, sono adorabili») e, come per la maggior parte delle domande, in modo molto stringato. Sembrava essere proprio ciò che l’assistente sociale desiderava. Porre domande suggestive che producevano le risposte desiderate consentiva uno scambio minimo anziché un dialogo più lungo. Il modo di fare domande rispecchiava, consapevolmente e inconsapevolmente, gli stati interni dell’assistente sociale. Era in difficoltà e voleva chiudere il prima possibile. Una fonte chiave del suo disagio era che la signora Brown era chiaramente arrabbiata. L’atmosfera era tesa:
Signora Brown: Sì, faccia quello che vuole. I miei figli non hanno niente che non va, glielo posso assicurare. I miei figli non hanno niente che non va.
Assistente sociale: Il fatto è che, quando veniamo, dobbiamo fare queste [interrotta].
Signora Brown: Sì, è quello che sto dicendo, può fare quello che vuole perché i miei figli non hanno niente che non va.
Quando però si è trattato di fare ciò che l’assistente sociale voleva, la signora Brown si è mostrata tutt’altro che contenta di collaborare. Ha chiesto conto del perché l’assistente sociale volesse vedere il piano di sopra, ha voluto sapere perché fosse necessario e ha fatto strada molto a malincuore. Il letto di Jamie e lo stato della sua camera sembravano confortevoli, con giocattoli e foto. Passando si poteva vedere la camera della signora Brown, molto ben tenuta. Nella camera di Amelia, invece, il lettino era rotto e sfondato. Non era utilizzabile per dormirci quella notte, ed era ormai tardo pomeriggio. L’assistente sociale non è mai entrata davvero nella camera: è rimasta sulla porta e ha guardato dentro. L’ispezione è durata pochi secondi.
La signora Brown ha detto che Amelia era saltata sul letto e lo aveva rotto, spiegazione che l’assistente sociale ha accettato senza cercare di approfondire. È del tutto possibile che la signora Brown dicesse la verità, ma ciò che colpiva era l’assenza di un approccio d’indagine più approfondito, che era esattamente ciò per cui l’assistente sociale si trovava lì. Si trattava della stessa bambina di due anni per la quale la segnalazione denunciava una mancanza di cure adeguate, ed era ragionevole considerare che potesse trattarsi di una situazione in cui quella bambina riceveva cure inferiori a quelle del fratello e a quelle che la madre riservava a sé stessa. L’assistente sociale, tuttavia, non ha inserito alcuna ipotesi di questo tipo in un dialogo più critico con la madre, né in seguito nel colloquio di ricerca. Un altro indicatore della superficialità dell’assistente sociale era la mancanza di curiosità sul perché la signora Brown fosse in pigiama e vestaglia alle tre e mezza del pomeriggio, pur sapendo che l’assistente sociale sarebbe venuta, quando l’ipotesi più evidente era che potesse essere un segno di depressione.
Scesa al piano di sotto, l’assistente sociale ha chiuso la visita, durata appena quindici minuti: la «valutazione» più rapida dello studio. Secondo l’assistente sociale, intervistata in auto subito dopo, le informazioni della segnalazione erano probabilmente vere, cosa che non ha mai condiviso con la madre, e nel suo comportamento c’era ben poco che lasciasse trasparire una qualche preoccupazione per i bambini.
Le prime parole dell’assistente sociale uscendo dalla casa hanno riguardato la signora Brown: «Sotto sotto ribolliva, credo che cercasse di non perdere la calma, no?». Poi, durante il tragitto di ritorno in ufficio, è emerso che l’assistente sociale non sapeva nemmeno se l’altra persona adulta presente in casa fosse un uomo o una donna (motivo per cui qui se ne parla in termini neutri rispetto al genere). Poiché io pensavo che fosse un uomo, le ho chiesto che impressione le avesse fatto «lui»:
Pensavo che fosse una ragazza, ma poi le ho guardato le gambe ed erano molto, molto pelose, e allora ho pensato che magari fosse un uomo. Ma no, credo che fosse una ragazza, però non ne sono sicura al cento per cento.
In generale, assistenti sociali che hanno partecipato alla ricerca agivano con rigore nel chiedere nome e indirizzo di chiunque fosse presente in casa e sembrasse avere un accesso significativo ai minori, così da poter effettuare verifiche presso la polizia. Che questo mancasse al punto che non era chiaro nemmeno il genere della persona costituiva quindi un’omissione vistosa.
Quando, in auto subito dopo, le ho chiesto se avesse pensato di parlare con il bambino di cinque anni, l’assistente sociale ha risposto: «Be’ sì, io, avrei potuto farlo, no, in effetti? Ma sul momento non ci ho pensato perché ha solo cinque anni».
Sapevo che questa assistente sociale aveva parlato da sola con un bambino di cinque anni in un altro caso in cui l’avevo accompagnata, quindi non era una ragione convincente per non farlo. Mentre continuava a guidare, doveva rifletterci in silenzio e, un paio di minuti dopo il commento precedente, ha aggiunto spontaneamente: «Ma, a essere sincera, non l’ho, non ci ho neanche pensato, non so perché, ma non ci ho pensato».
Man mano che ripensava a ciò che era accaduto durante la visita, l’assistente sociale sembrava cominciare a prendere coscienza dei bambini e di quanto fossero stati assenti dalla sua attenzione. Mentre scendeva dall’auto davanti all’ufficio, quindici minuti dopo la fine della visita, riferendosi al bambino di cinque anni, ha detto: «Non so perché non gli ho parlato?». L’assistente sociale non riusciva a spiegare nemmeno a sé stessa come avesse potuto mancare così completamente di pensare ai bambini e di tenerli nella mente. Nel vivo della visita, parlare con i bambini e ogni altra forma di relazione con loro erano diventati impensabili, e il fatto di non essere entrata in alcun modo in relazione con loro era, nel momento in cui accadeva, sconosciuto all’assistente sociale. I bambini avevano smesso di esistere per lei, pur essendo lì, proprio davanti a lei. Erano bambini invisibili.
Nella sua forma più completa, la mancanza di una relazione significativa di assistenti sociali con bambine e bambini e il loro distacco dai genitori implicano che chi opera diventi assente sul piano intuitivo, cognitivo e spirituale. Sarebbe facile incolpare singole figure professionali di questi errori e giudicare che abbiano fallito per mancanza delle competenze e delle capacità necessarie a svolgere il lavoro. Ma si tratta di un’interpretazione decisamente troppo semplicistica, che si scontra subito con un problema: le stesse assistenti sociali degli esempi sono state osservate in altre occasioni, con altre famiglie, mentre lavoravano con competenza. Un simile distacco dall’infanzia si verifica quando chi opera raggiunge o supera i limiti di ansia e di complessità che riesce a tollerare. Si viene sopraffatti dalla pura complessità delle interazioni incontrate, dall’intensità emotiva del lavoro, dalla resistenza dei genitori e dalle atmosfere tese nelle case. Questa pratica distaccata è profondamente non riflessiva, nel senso che, sebbene chi opera possa riflettere superficialmente su ciò che sta accadendo, non viene esercitato alcun automonitoraggio né pensiero critico che porti ad adeguare il proprio approccio alla luce dell’esperienza in corso e delle ragioni per cui si è lì. Ciò ha raggiunto il suo grado massimo nel caso Brown, in cui il lavoro sembrava guidato dall’intenzione (in)consapevole di sbrigarsela e tornare in ufficio il più in fretta possibile. Più che della «sindrome del ricominciare da capo» (Brandon et al., 2008), si tratta di un modello di Non Cominciare Mai Davvero.
Le competenze, le conoscenze e il livello di fiducia in sé di chi opera contano (Handley e Doyle, 2014), ma le situazioni in cui bambine e bambini vengono persi di vista e lasciati senza holding si comprendono meglio come un processo di invisibilità che nasce dall’interazione tra le influenze organizzative, l’assenza di contenimento e le qualità e l’esperienza vissuta di chi opera. Svilupperò questo argomento concentrandomi in modo ancora più dettagliato sul caso Brown, poiché è stato l’incontro in cui si è verificata l’invisibilità più completa.
La cultura organizzativa entra in gioco anzitutto in relazione alle definizioni di bisogno e di rischio per l’infanzia in vigore e al tempo di cui chi opera dispone per rispondervi. Su una scala più ampia del lavoro di tutela minorile svolto, la segnalazione Brown si collocava all’estremo inferiore del rischio. Ciò poteva indurre l’assistente sociale a sentirsi sotto pressione per fare il minimo indispensabile e andarsene il prima possibile, così da potersi occupare di casi più gravi. L’assistente sociale avrebbe persino potuto sostenere di aver svolto i compiti chiave della tutela minorile: i bambini erano stati «visti», si era parlato con il genitore, la casa era stata ispezionata, anche se tutto ciò era avvenuto in modo del tutto superficiale. Ma il grado di superficialità del caso Brown era insolito. Sebbene chi operava faticasse talvolta a trovare il tempo per un lavoro approfondito, la rozza adesione a una cultura superficiale del «barrare le caselle» non era la norma negli interventi osservati nella ricerca. In generale, nei casi con un livello di rischio simile a quello qui presentato veniva svolto un lavoro più rigoroso.
Ciò che invece pesava era che, in generale, si trascorreva poco tempo con bambine e bambini, per esempio quando li si vedeva da soli: il tempo più breve registrato nello studio è stato di due minuti, mentre la norma andava dai cinque ai quindici minuti (Ferguson, 2014). A volte ciò bastava per stabilire quanto i minori fossero al sicuro, ma vi erano indizi che il tempo trascorso con l’infanzia fosse dettato più dai requisiti e dalle scadenze organizzative che dal tempo di cui chi operava aveva bisogno per cercare di comprendere pienamente i bisogni dei minori e rispondervi. Una dinamica chiave del modo in cui alcuni minori diventano invisibili nel lavoro di tutela, dunque, sono le pressioni sistemiche che spingono chi opera ad affrettare il lavoro e il tempo limitato di cui in genere dispone per rendere «visibile» qualsiasi bambino o bambina.
Queste dimensioni generali della cultura organizzativa si concretizzano nelle dinamiche di ciò che accade in ufficio e, in particolare, nell’esperienza di assistenti sociali subito prima (e dopo) la visita. Nel caso Brown, l’assistente sociale era stata molto impegnata al servizio di pronto intervento dalle 8.30 di quella mattina, a volte al telefono, ma soprattutto al computer. Nei molti casi dello studio in cui l’interazione con bambine e bambini era stata efficace, la dirigenza aveva aiutato chi operava a pianificare l’incontro con la famiglia. L’assistente sociale dei Brown aveva effettivamente parlato con la persona responsabile del servizio, che aveva una visione piuttosto cinica della signora Brown perché sapeva che non aveva collaborato in occasione di segnalazioni precedenti, e si aspettava che evitasse deliberatamente il servizio sociale facendosi trovare fuori casa. Ciò sembrava aver mandato l’assistente sociale alla visita con una sensazione di pessimismo e scarsa motivazione. Probabilmente questo spiegava almeno in parte la stanchezza e l’apatia che trasparivano dal suo atteggiamento.
Nello studio, il tragitto tra l’ufficio e l’abitazione è emerso come uno spazio cruciale in cui chi operava poteva prepararsi ulteriormente all’incontro con il minore e la famiglia. In molti altri casi si è osservato come il tragitto in auto venisse usato in modo creativo per prepararsi a essere intuitivamente ed emotivamente disponibili nell’incontro faccia a faccia con l’utenza e per provare un piano di ciò che si voleva dire e fare. Andando dai Brown, l’assistente sociale ha parlato di quanto fosse difficile passare dal servizio di pronto intervento, dall’ufficio e dallo schermo del computer alla casa dell’utenza e al contatto umano diretto, e di come a volte, per il troppo lavoro, ci si concentrasse sulla segnalazione solo una volta davanti alla casa. I dati confermano le ricerche che mostrano come le pressioni organizzative costringano chi opera a prendere scorciatoie rischiose (Broadhurst et al., 2010). Ma, sebbene questa assistente sociale fosse riuscita a leggere la segnalazione in anticipo, non ha formulato alcun piano coerente per l’incontro. All’arrivo all’abitazione, il suo stato mentale era ancora quello distaccato prodotto dalle ore trascorse al computer e dalla fretta di tornare in ufficio per continuare il turno di pronto intervento. Era in uno stato di preoccupazione burocratica. Benché non lo abbia mai riconosciuto, nella sua mente non aveva davvero lasciato l’ufficio. Non sembrava mai metterci il cuore.
Come ho mostrato, lo stato mentale con cui assistenti sociali si presentano all’incontro con l’utenza è decisivo per la natura e la qualità del lavoro che svolgono. Tutti e tre gli esempi mostrano come, entrando nella vita (e nella casa) dell’utenza, le risposte di chi opera siano poi plasmate dalle richieste emotive e dalle dinamiche interazionali vissute e dall’impatto della casa o dell’ambiente in cui il lavoro si svolge. L’assistente sociale dei Brown ha dovuto subito confrontarsi con la rabbia «ribollente» della signora Brown. In tutti i casi di questo tipo, in cui bambine e bambini non sono stati visti adeguatamente e sono rimasti senza holding, c’erano rabbia, resistenza e movimento fisico considerevoli da parte dei genitori e di persone amiche della famiglia. Quando queste persone erano estranee a chi operava e venivano vissute come una distrazione e/o un’intimidazione, ciò contribuiva a uno stato di instabilità e ad atmosfere agitate e minacciose nella casa. Nel caso Brown, l’effetto è stato che lo stato mentale dell’assistente sociale, già segnato dalla preoccupazione burocratica, e il suo sé distaccato si sono fatti ancora più difensivi, fino a dissociarsi emotivamente non solo dai bambini, ma anche dalle persone adulte.
La piena portata di questa dissociazione è apparsa evidente quando è emerso, in seguito, che l’assistente sociale dei Brown non sapeva nemmeno se l’altra persona adulta presente in casa fosse un uomo o una donna e non era consapevole che i bambini le fossero rimasti invisibili. Un’occasione cruciale per individuare e correggere una simile pratica difensiva si presenta quando chi opera rientra in ufficio. L’assistente sociale dei Brown ha affacciato la testa alla porta della persona responsabile e ha detto «Era in casa», al che la persona responsabile ha risposto «Ah, bene», e l’assistente sociale è tornata al suo lavoro al servizio di pronto intervento. Così, non è stato fatto nulla in termini di debriefing immediato per aiutare l’assistente sociale a dare senso alla propria esperienza e a riportare i bambini nella sua mente.
Questo articolo ha cercato di offrire nuove chiavi di lettura su come si producano, nella pratica quotidiana, interventi di tutela minorile superficiali e non sicuri. Ha cercato di far luce sui modi in cui diversi fattori e le loro interconnessioni costituiscono l’esperienza vissuta del lavoro e incidono sulla capacità di chi opera di «vedere» bambine e bambini e di entrare in relazione significativa con loro. Ho sostenuto che il modo in cui l’infanzia diventa invisibile — e, come l’ho formulato, «non tenuta» — non si riduce semplicemente a figure professionali «cattive», ma va compreso in termini di interazione tra processi organizzativi, qualità di chi opera, la sua esperienza viscerale e il suo stato emotivo durante gli incontri faccia a faccia, e le atmosfere in cui la pratica si svolge.
Si pone un’importante questione etica: se la mancanza di una pratica centrata sull’infanzia, osservata nei tre incontri di ricerca citati nell’articolo, fosse abbastanza preoccupante da impormi di informare la dirigenza che i minori potevano essere stati lasciati a rischio. Le questioni relative alla qualità della pratica sono state affrontate implicitamente nel processo di ricerca attraverso le discussioni dettagliate che si sono svolte con le assistenti sociali dopo le visite domiciliari e spesso con chi le coordinava direttamente. Va sottolineato che gli eventi qui descritti non sono state le sole azioni intraprese in quei casi. Questo articolo si è concentrato sulle interazioni avvenute prima, durante e dopo specifiche visite domiciliari e non ha fornito un’analisi di tutto il lavoro svolto nell’insieme dei casi. L’obiettivo era mostrare i processi e le dinamiche interazionali che hanno prodotto, in determinate occasioni, diversi gradi di visibilità dell’infanzia e di distacco da essa. Non spetta a chi fa ricerca svolgere il ruolo di supervisione dei casi, ma il caso Brown illustra come, attraverso domande aperte poste nel colloquio di ricerca subito dopo la visita, la consapevolezza dell’assistente sociale di aver ignorato i bambini abbia cominciato a cambiare. In seguito ho verificato che avesse svolto un lavoro di follow-up per verificare più a fondo la sicurezza dei bambini.
Quando assistenti sociali non hanno instaurato una relazione con bambine e bambini né hanno messo in discussione i genitori, ciò non è dipeso da una «regola dell’ottimismo» né dalla ricerca dell’interpretazione più favorevole degli eventi. Aveva radici in un intreccio di paura e di altre emozioni intense, di esperienze sensoriali e di vincoli organizzativi. Altro che ottimismo: nei casi qui descritti c’era pessimismo nei confronti dei genitori, i cui racconti venivano accolti con scetticismo. Nelle inchieste sulla morte di minori e in buona parte della letteratura sulla tutela minorile, si afferma che la pratica non sicura si verifica per ragioni eccezionali, anziché far parte del tessuto stesso del lavoro (Cooper, 2005). L’articolo ha mostrato che i processi e gli eventi che portano l’infanzia a diventare invisibile e senza holding nel lavoro di tutela minorile si rivelano quotidiani. È essenziale che le esperienze emotive e viscerali di chi opera vengano ora comprese per il ruolo cruciale che svolgono nel fatto che non si riesca a entrare in relazione efficace con bambine, bambini e genitori.
Una via decisiva per garantire una pratica di tutela minorile sicura e intima, e che bambine e bambini siano tenuti nella mente, è offrire al personale una cultura organizzativa in cui abbia regolarmente occasioni per riflettere criticamente sulle proprie esperienze. Il lavoro è troppo impegnativo perché una parte così grande venga svolta da persone che lavorano da sole, ed è necessario un sostegno concreto molto maggiore sotto forma di visite domiciliari congiunte e di lavoro in coppia. In ogni caso occorre sostenere chi opera perché entri in uno stato mentale e in una disponibilità che permettano una relazione intima con bambine, bambini e genitori, e accompagnarne poi l’elaborazione di ciò che ha appena vissuto. Come sostiene Ruch, questo contenimento organizzativo e un sostegno emotivamente sintonizzato possono trasformare le esperienze di paura, ansia, rabbia e frustrazione in «una risorsa per la pratica anziché una ragione di disimpegno» (Ruch, 2007, p. 377). Quanto più a chi lavora nel servizio sociale si dà tempo per un lavoro di qualità e occasioni per parlare, riflettere sui sentimenti e pensare criticamente alle proprie esperienze vissute, tanto minore sarà il rischio che l’infanzia rimanga senza holding e diventi invisibile.
Complexe Systémique: l’essenziale
Questo articolo sposta la questione del «bambino invisibile»: non più l’errore di un individuo che fallisce, rivelato dopo una tragedia, ma una proprietà ordinaria di un sistema in cui si incontrano un’organizzazione frettolosa, una famiglia arrabbiata e un’assistente sociale senza sostegno. Il caso Brown è impressionante: in quindici minuti la visita produce esattamente l’evitamento che la persona responsabile aveva previsto, come se il pessimismo dell’ufficio avesse viaggiato fino al soggiorno. Per la pratica sistemica, la lezione è duplice. Primo, ciò che chi opera non vede dice qualcosa dello stato dell’intero sistema, non solo delle sue competenze. Secondo, il contenimento va organizzato: preparazione prima della visita, debriefing subito dopo, visite congiunte, attenzione alle sensazioni e alle atmosfere. Il tragitto in auto si rivela inoltre uno spazio per pensare. I limiti stanno nella scala (tre visite, una sola persona a osservare) e nel possibile effetto della presenza di chi fa ricerca. Da leggere insieme all’articolo sul posto del minore nella terapia familiare dopo la violenza e all’articolo sulla supervisione come pratica diffusa.
Note dell’originale
Finanziamenti. La ricerca su cui si basa questo articolo è stata finanziata dall’Economic and Social Research Council, riferimento del finanziamento: ES/J006629/1.
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Traduzione non ufficiale in italiano di How Children Become Invisible in Child Protection Work: Findings from Research into Day-to-Day Social Work Practice, di Harry Ferguson, The British Journal of Social Work, vol. 47, n. 4, pp. 1007-1023 (2017), doi: 10.1093/bjsw/bcw065, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (finanziamenti nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
L’articolo originale «How Children Become Invisible in Child Protection Work: Findings from Research into Day-to-Day Social Work Practice» è stato pubblicato in The British Journal of Social Work (2017) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Ferguson, H. (2017). How Children Become Invisible in Child Protection Work: Findings from Research into Day-to-Day Social Work Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/how-children-become-invisible-in-child-protection-work-findings-from-research (Opera originale pubblicata nel 2016 in The British Journal of Social Work, 47(4), 1007-1023 (2017); ripubblicata nel 2017 da The British Journal of Social Work, https://academic.oup.com/bjsw/article/47/4/1007/2622323)
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