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The British Journal of Sociology · Famiglia

Il costo dell’amore: lavoro emotivo e tensioni morali nella vita di giovani caregiver cinesi

In Cina ci sono bambine e bambini che si prendono cura di un genitore o di un nonno malato senza che nessuno li chiami «giovani caregiver». Per quindici mesi Kefan Xue ha condiviso la vita quotidiana di 30 famiglie nello Zhejiang. Con Kaidong Guo mostra come la pietà filiale trasformi la sopportazione in virtù, e come il lavoro emotivo di questi minori colmi in silenzio il vuoto lasciato da un welfare assente.

Autrici e autori Kefan Xue (Oxford School of Global and Area Studies, University of Oxford, Regno Unito); Kaidong Guo (Social Research Institute, UCL, Londra, Regno Unito)Prima pubblicazione The British Journal of Sociology, 29 novembre 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di The Cost of Love: Emotional Labour and Moral Tensions in the Lives of Chinese Young Carers, di Kefan Xue e Kaidong Guo, pubblicato in The British Journal of Sociology (Wiley) (2026), doi: 10.1111/1468-4446.70070, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella in appendice è presentata sotto forma di elenchi; le note a piè di pagina e le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Queste negoziazioni affettive reciproche suggeriscono che il lavoro emotivo circola all’interno delle famiglie anziché risiedere in un solo attore.

Kefan Xue e Kaidong Guo

Abstract

Come le persone adulte, anche bambine e bambini prestano cura. Questo articolo esplora il lavoro emotivo di giovani caregiver che si prendono cura di familiari malati o con disabilità in Cina, un contesto in cui la cura prestata dai minori resta in gran parte invisibile sia nelle politiche sia negli studi. Sulla base di 15 mesi di lavoro etnografico sul campo con 30 famiglie di giovani caregiver nella Cina urbana e rurale, lo studio indaga come bambine, bambini e adolescenti gestiscano, reprimano e mettano in scena le emozioni per sostenere la vita familiare in assenza di un sostegno formale da parte del welfare. Partendo dal concetto di lavoro emotivo di Hochschild (2012), l’analisi mostra come copioni culturalmente radicati, quali la pietà filiale, operino come «regole del sentire» che legittimano e normalizzano i contributi affettivi dei minori. I risultati mettono in luce la natura ambivalente della cura informale prestata dai minori: se da un lato la cura può alimentare orgoglio, maturità e riconoscimento, dall’altro genera anche sfinimento, senso di colpa e confusione di ruoli, che vanno oltre le nozioni convenzionali di parentificazione. Collocando queste dinamiche nell’economia politica della cura, lo studio mostra come il lavoro emotivo dei minori operi come un sussidio non riconosciuto alla riproduzione sociale, mascherando le disuguaglianze strutturali e il ridimensionamento del welfare. Riconoscendo i minori come attori emotivi a pieno titolo, l’articolo riconcettualizza la cura come pratica morale e al tempo stesso come luogo di disuguaglianza, portando gli studi sui giovani caregiver oltre i contesti del Nord globale.

Parole chiave: Cina, lavoro emotivo, pietà filiale, cura informale, giovani caregiver

1 Introduzione

Negli ultimi decenni, un numero crescente di ricerche internazionali ha documentato le esperienze di minori di 18 anni che si assumono responsabilità di cura nei confronti di familiari malati o con disabilità, comunemente chiamati «giovani caregiver» (Becker 2000). Quanto alla diffusione del fenomeno, in Cina non esistono statistiche ufficiali, e questo gruppo resta assente sia dai rapporti governativi sia dalle grandi indagini accademiche. Al contrario, studi condotti nelle società industriali avanzate stimano che tra il 2% e l’8% di bambine, bambini e giovani si assuma regolarmente responsabilità di cura, con variazioni a seconda dei metodi di misurazione (Leu et al. 2019). La loro presenza è attestata in contesti diversi, tra cui paesi europei come il Regno Unito, la Norvegia e la Svezia, oltre a Stati Uniti, Canada, Australia e Giappone (Joseph et al. 2020). Eppure in Cina la cura non retribuita prestata dai minori resta in gran parte invisibile nelle politiche, nella ricerca e nel discorso pubblico. Questa invisibilità deriva non solo dalla natura privata della loro attività di cura, solitamente presentata come gesto d’amore anziché come lavoro minorile (Akkan 2020), ma anche dagli immaginari dominanti dell’infanzia come tempo di innocenza, dipendenza e purezza emotiva (Becker 2007). Questi immaginari sostengono un binarismo tra l’infanzia che riceve cura e l’età adulta che la presta, lasciando poco spazio concettuale al lavoro e alla responsabilità morale dei minori (Gowen et al. 2022; Ruiz 2024). Di conseguenza, i giovani caregiver occupano una posizione paradossale: le loro pratiche quotidiane sono essenziali alla sopravvivenza della famiglia, ma il loro lavoro e la loro voce restano marginali negli studi e nel riconoscimento istituzionale (Rose and Cohen 2010; Schweiger 2025).

Sebbene l’attenzione accademica per i giovani caregiver sia cresciuta, gran parte della letteratura si concentra ancora sulla classificazione delle attività di cura e sulla valutazione di impatti misurabili, come le interruzioni del percorso scolastico, lo stress emotivo o l’isolamento sociale (Clay et al. 2016; Stamatopoulos 2018). Emozioni come il senso di colpa, l’orgoglio e il risentimento vengono riconosciute, ma spesso trattate come marginali, con scarsa attenzione alle loro dimensioni relazionali e socioculturali (Skovdal et al. 2009). Questa tendenza appiattisce la complessità emotiva della cura, relegando l’affetto ai margini anziché considerarlo una componente centrale delle dinamiche morali e relazionali della cura. Anche quando sono lette attraverso concetti come la parentificazione o l’inversione dei ruoli (Earley and Cushway 2002), queste esperienze vengono descritte prevalentemente in termini evolutivi o patologici (Rose and Cohen 2010; Stamatopoulos 2018), trascurando il modo in cui il lavoro emotivo è plasmato dai rapporti di potere familiari, dalle aspettative culturali e dalle regole del sentire normative.

Questo articolo colma tale lacuna offrendo una lettura sociologica del lavoro emotivo dei giovani caregiver, considerato non solo come un peso privato ma come una pratica morale plasmata da vincoli strutturali e da regole del sentire culturalmente radicate. In Cina la ricerca sulla cura prestata dai minori resta scarsa. Tuttavia, gli studi sulle relazioni familiari intergenerazionali hanno mostrato che le pratiche di cura sono profondamente plasmate da norme culturali radicate, tra cui lo xiao (pietà filiale), il dongshi (essere giudiziosi e premurosi), il chiku (sopportare le avversità)1 e il baoen (gratitudine reciproca), che funzionano come potenti «regole del sentire» che governano la vita intergenerazionale (Gu 2022a; Murphy 2020). I minori che si prendono cura di anziani o di parenti malati vengono lodati come dongshi, e le loro azioni sono presentate come virtù morali anziché come risposte a bisogni concreti (Gruijters 2017). Tali aspettative normalizzano e moralizzano il lavoro emotivo, mettendo a tacere l’espressione della fatica e valorizzando la responsabilità. Nelle famiglie in cui il sostegno degli adulti è instabile, questi ideali possono oscurare i costi affettivi della cura (Rai 2024; Schweiger 2025) e contribuire a giustificare la mancanza di welfare statale, spostando le responsabilità di cura dall’offerta pubblica alle famiglie e, aspetto cruciale, sui minori (Schweiger 2025), rafforzando così le disuguaglianze strutturali (Wollner 2019).

Secondo Hochschild (2012), il lavoro emotivo consiste nel gestire ed esprimere i sentimenti in modo conforme a norme socialmente prescritte, concetto poi esteso dagli studi femministi ai contesti intimi e di cura. Eppure pochi studi hanno applicato questa lente per esaminare come i giovani caregiver siano plasmati da ideali culturalmente specifici di amore, dovere e sopportazione, e come vi contribuiscano. Nel contesto cinese, il lavoro emotivo dei minori viene spesso idealizzato come virtù innata o attaccamento familiare, anziché essere riconosciuto come una pratica situata, plasmata da contesti culturali, di genere e politici (Schweiger 2025). Questo studio si basa sulle intuizioni di Hochschild per sostenere che i giovani caregiver operano all’interno di un quadro emotivo che esige non solo la cura, ma anche la messa in scena serena del sacrificio, facendo del lavoro emotivo al tempo stesso una modalità di cura e un processo di formazione del soggetto morale.

In questa prospettiva, lo studio ricorre al concetto di lavoro emotivo (Hochschild 2012) per esaminare come i minori in Cina affrontino la cura sotto il segno dell’obbligo morale e del contenimento emotivo. Nello specifico, la domanda di ricerca è la seguente: come vengono co‑costruiti le esperienze, le messe in scena e le negoziazioni del lavoro emotivo all’interno delle relazioni di cura che coinvolgono minori di 18 anni (cioè giovani caregiver) in Cina, e in che modo i punti di vista delle persone assistite e degli altri familiari contribuiscono a comprendere queste dinamiche moralmente cariche? Le emozioni sono trattate non come stati psicologici privati, ma come pratiche relazionali inscritte in regole del sentire culturalmente specifiche, che sostengono la solidarietà intergenerazionale in assenza di sostegno istituzionale. Questa prospettiva va oltre nozioni come l’inversione dei ruoli e la parentificazione (Earley and Cushway 2002), collocando la cura prestata dai minori in contesti sociali e politici più ampi e riconoscendo il lavoro emotivo sia come strategia adattiva sia come processo di formazione del soggetto morale.

Considerando il lavoro emotivo come culturalmente significativo e strutturalmente gravido di conseguenze, questo studio offre tre contributi. In primo luogo, estende il concetto di lavoro emotivo al terreno poco esplorato della cura intergenerazionale prestata dai minori, mostrando come il lavoro affettivo sia plasmato dall’obbligo morale, dalle asimmetrie di potere e da regole del sentire culturalmente radicate, e contribuendo alla comprensione sociologica della cura, della soggettività morale e dell’agency dei minori. In secondo luogo, sulla base di 15 mesi di lavoro etnografico sul campo con 30 famiglie di giovani caregiver in Cina, fornisce un resoconto empiricamente ricco di come il lavoro emotivo sia al tempo stesso atteso e legittimato attraverso idiomi culturali del dovere filiale e della sopportazione emotiva. In terzo luogo, mostra come questi discorsi affettivi e morali agiscano da meccanismi di normalizzazione, mascherando le disuguaglianze strutturali e spostando le responsabilità di cura dall’offerta pubblica alle famiglie e, aspetto cruciale, sui minori, depoliticizzando e privatizzando così la cura. L’articolo prosegue con una rassegna della letteratura pertinente, una descrizione della metodologia, la presentazione dei risultati su tre configurazioni di pratiche emotive e una discussione delle implicazioni teoriche per la comprensione dei regimi di cura moralizzati. In questo modo, l’articolo contribuisce anche ai dibattiti in corso sull’economia politica della cura, che considerano la cura sia come pratica morale sia come luogo di disuguaglianza (Petterson 2012; Tronto 2020).

2 Rassegna della letteratura

2.1 I giovani caregiver nella Cina contemporanea

Sebbene la letteratura esistente in Cina non studi esplicitamente i giovani caregiver, la figura di bambine e bambini che si prendono cura dei familiari e contribuiscono alla famiglia assumendosi una serie di responsabilità domestiche compare in monografie (Murphy 2020), articoli di riviste (Gruijters, 2017; Ye and Pan 2011) e in un romanzo non‑fiction (Huang 2020). Murphy (2020), per esempio, mette in luce come in Cina i minori lasciati indietro2 assumano spesso ruoli di cura nei confronti di familiari malati o anziani, conciliando di frequente le faccende domestiche con il lavoro agricolo. Analogamente, Gruijters (2017) osserva che nelle famiglie rurali multigenerazionali la generazione dei nipoti assume spesso il ruolo di caregiver principale quando non sono disponibili né un coniuge né prole adulta, adempiendo a questi compiti nel quadro morale della pietà filiale.

Come accennato nell’introduzione, la pietà filiale svolge un ruolo fondante nel sistema morale cinese, in cui ci si aspetta che figlie e figli dimostrino rispetto, obbedienza e cura incondizionati verso le persone anziane della famiglia (Murphy 2020). Nonostante il ruolo centrale della pietà filiale nella società cinese contemporanea, la sua pratica si è evoluta in risposta a importanti trasformazioni socioeconomiche e politiche. Dall’avvio delle riforme economiche di mercato in Cina, alla fine del XX secolo, le aspettative legate agli obblighi filiali sono cambiate. Il potere all’interno della famiglia, tradizionalmente detenuto dalle generazioni più anziane, si è progressivamente spostato verso generazioni più giovani, più istruite ed economicamente avvantaggiate (Yan 2016).

Questo spostamento ha portato a un modello familiare più centrato sull’infanzia, che privilegia l’attaccamento emotivo e il successo scolastico rispetto alla tradizionale attenzione alla sicurezza economica (Goh and Kuczynski 2014). Tuttavia, il passaggio da un investimento economico a un investimento emotivo non implica un indebolimento degli obblighi filiali. I genitori si aspettano ancora che le nuove generazioni ricambino la cura, non necessariamente attraverso un sostegno materiale, ma eccellendo negli studi e rispondendo alle aspettative morali della famiglia (Gu 2022a). Questa aspettativa è particolarmente marcata nel contesto della migrazione, in cui i genitori migranti sopportano le avversità (chiku) per il successo scolastico della prole, presentando i propri sacrifici come investimenti nel loro futuro (Gu 2022a; Murphy 2020). Nonostante questi cambiamenti socioculturali, la pietà filiale resta un aspetto essenziale delle dinamiche familiari, in particolare nelle regioni rurali, dove la prole (adulta) continua a sostenere responsabilità di cura considerevoli (Murphy 2020). Ciò sottolinea la persistenza e insieme la trasformazione dei valori culturali nelle famiglie cinesi contemporanee.

Così, se la pietà filiale e il chiku restano pilastri culturali, essi generano per i minori un insieme specifico di aspettative e sfide emotive. Per i giovani caregiver, per esempio, questi valori possono intrecciarsi nel plasmare le esperienze di cura, imponendo loro di affrontare un lavoro emotivo complesso, spesso trascurato o sottovalutato. Comprendere queste norme culturali è essenziale per interpretare il lavoro emotivo vissuto dai giovani caregiver in Cina, impegnati a conciliare ruoli familiari, pietà filiale, responsabilità di cura, emozioni e imperativi morali.

2.2 Quadro teorico: il lavoro emotivo

Il lavoro emotivo offre una lente potente per interrogare le dimensioni morali, culturali e strutturali delle esperienze dei giovani caregiver in Cina. Teorizzato originariamente da Hochschild (2012) nello studio del lavoro di servizio mercificato, il concetto è stato poi esteso a un’ampia gamma di contesti di cura e interpersonali, tra cui l’assistenza infermieristica, l’insegnamento, il counselling e la cura dell’infanzia (Boyer et al. 2013; Ruiz 2024). Nella sua essenza, il lavoro emotivo indica la regolazione delle proprie emozioni e l’orchestrazione delle emozioni altrui in conformità con «regole del sentire» socialmente radicate, che prescrivono ciò che è appropriato provare e mostrare in un dato contesto. Più di recente, la ricerca ne ha messo in luce la rilevanza all’interno delle famiglie, dove il lavoro emotivo sostiene la riproduzione delle relazioni e degli ordini morali (English and Brown 2023).

Nonostante questo ampliamento concettuale, la ricerca che applica il lavoro emotivo alla cura si è concentrata in modo preponderante sulle prospettive adulte, in particolare quelle delle madri, del personale di cura retribuito e di altri familiari adulti (English and Brown 2023; Fairchild and Mikuska 2021). I contributi emotivi dei minori, quando vengono riconosciuti, sono spesso ricondotti alle nozioni di «aiuto» o di «amore» anziché essere analizzati come lavoro (Ruiz 2024). Nel contesto cinese, questa lacuna è particolarmente evidente. Gli studi esistenti mostrano che i minori sostengono spesso i familiari attraverso il lavoro domestico o il rendimento scolastico (Gu 2022a; Murphy 2020), ma raramente considerano la gestione dei sentimenti da parte dei minori, come nascondere il disagio, mettere in scena la gratitudine o preservare l’armonia familiare, come forme di lavoro analiticamente significative. Queste pratiche emotive sono profondamente plasmate da norme culturali come lo xiao (pietà filiale), il dongshi (essere giudiziosi e premurosi), il chiku (sopportare le avversità) e il baoen (gratitudine reciproca). Tali valori creano un’economia morale in cui la disponibilità dei minori ad assorbire la tensione emotiva è legittimata come amore e dovere (Gu 2022a; Murphy 2020), anche se questo lavoro occulta l’assenza strutturale di prestazioni di welfare (Schweiger 2025). Riconoscere i minori come forza di lavoro emotivo non è quindi solo una riformulazione analitica, ma anche un passo verso la messa in discussione dei binarismi radicati tra persone adulte che curano e minori che ricevono cura.

Questo studio pone il lavoro emotivo al centro del quadro analitico perché coglie l’intersezione tra norme culturali, obblighi morali e disuguaglianze strutturali che plasmano le esperienze dei giovani caregiver in Cina. Concettualizzando la cura prestata dai minori non solo come affetto spontaneo ma come lavoro governato da regole del sentire culturalmente specifiche, questo approccio mette in primo piano l’agency relazionale (Spyrou et al. 2019) con cui i minori negoziano le asimmetrie della cura. Mette inoltre in luce come l’affetto operi ideologicamente, legittimando la ridistribuzione delle responsabilità di cura dallo Stato alle famiglie e, all’interno delle famiglie, sui minori (Schweiger 2025). In questo modo, il quadro rende visibili le pratiche emotive dei minori come forme di lavoro gravide di conseguenze, che sostengono e, talvolta, contestano l’economia morale della cura.

3 Metodologia

Questo articolo si basa su una ricerca condotta nell’ambito del dottorato della prima autrice presso l’Università di Oxford. Lo studio ha comportato 15 mesi di lavoro etnografico sul campo, svolto tra il 2022 e il 2024, per esplorare le esperienze vissute di giovani caregiver in Cina attraverso interviste qualitative in profondità e osservazione partecipante. Il lavoro sul campo si è svolto in due siti contrastanti della provincia dello Zhejiang: il distretto urbano di L e la contea rurale di C, il che ha permesso un confronto tra contesti di cura socioeconomici e culturali diversi.

3.1 Campionamento e reclutamento

È stato adottato un campionamento ragionato a massima variazione (Daniel 2012) per cogliere contesti di cura diversi. Le famiglie erano idonee se almeno un minore prestava regolarmente cura a un parente con una malattia cronica, una disabilità o un disturbo di salute mentale. Si è cercata una variazione per genere, composizione familiare, durata della cura e tipo di malattia. Le persone partecipanti sono state reclutate tramite gli uffici di sottodistretto, i comitati di villaggio, assistenti sociali e scuole che hanno individuato le famiglie idonee. Durante le visite preliminari, la ricercatrice ha accompagnato queste figure professionali per presentare lo studio e stabilire un rapporto di fiducia. Delle 42 famiglie contattate, 30 hanno accettato di partecipare. Il reclutamento si è concluso al raggiungimento della saturazione tematica, cioè quando ulteriori casi non facevano emergere nuovi elementi (Small 2009). Questo processo ha garantito la rappresentazione di situazioni di cura sia urbane sia rurali, bilanciando fattibilità e profondità.

3.2 Persone partecipanti

Lo studio ha coinvolto 60 persone partecipanti: 30 giovani caregiver e un familiare per ciascun nucleo, di solito un genitore, un nonno o una nonna, un fratello o una sorella. I giovani caregiver avevano tra i 12 e i 17 anni e prestavano cura da un periodo compreso tra due e 12 anni. Il campione era equilibrato per genere, con 15 ragazze e 15 ragazzi. Tutte le persone partecipanti frequentavano la scuola durante il periodo dello studio: 13 erano nella scuola secondaria inferiore e 17 nella secondaria superiore, di cui 15 in istituti professionali. Le famiglie avevano strutture diverse: 16 erano famiglie con figlio unico, quattordici con più figli e quindici monoparentali. Alcuni giovani caregiver condividevano le responsabilità di cura con membri della famiglia allargata, il che ha permesso di capire come le dinamiche di cura cambiassero in base alla composizione del nucleo.

Le persone assistite presentavano un’ampia gamma di condizioni, spesso concomitanti, tra cui diabete, insufficienza renale, disabilità, disturbi del linguaggio e malattie mentali. Diciassette famiglie erano classificate a basso reddito, sei a reddito marginalmente basso e sette in difficoltà economiche, con una povertà particolarmente visibile nelle aree rurali che dipendevano dall’agricoltura o dal lavoro occasionale. Solo otto famiglie ricevevano sostegno dalla parentela allargata, e una impiegava una persona di assistenza a tempo parziale. Nel loro insieme, questi casi illustrano la precarietà economica e l’interdipendenza familiare che plasmano la cura prestata dai minori. Ulteriori dettagli demografici e contestuali sulle persone partecipanti sono riportati nell’appendice I.

4 Raccolta dei dati

4.1 Interviste semistrutturate

Sono state condotte sessanta interviste semistrutturate: una con ciascun giovane caregiver e una con il familiare corrispondente. Le interviste si sono svolte principalmente nelle abitazioni delle famiglie, anche se in diversi casi le persone partecipanti hanno chiesto di incontrarsi in centri di comunità o in uffici scolastici per garantire la riservatezza. Ogni intervista è durata tra 60 e 120 minuti ed è stata audioregistrata previo consenso. Le interviste con i giovani caregiver esploravano le dimensioni emotive, sociali e morali della cura: che cosa facevano, come si sentivano e come interpretavano il proprio ruolo. Le interviste con i familiari esaminavano le percezioni dei contributi dei minori e le dinamiche relazionali all’interno del nucleo. Condurre le interviste separatamente ha permesso alle persone partecipanti di parlare liberamente di temi delicati e ha contribuito ad attenuare gli squilibri di potere tra minori e adulti.

4.2 Osservazione partecipante

L’osservazione partecipante ha integrato le interviste cogliendo le pratiche di cura incarnate e gli scambi affettivi quotidiani. Nel distretto di L sono state effettuate per ogni famiglia due visite in giorni feriali (dalle 7 alle 21) e una nel fine settimana, mentre nella contea di C le visite si sono svolte soprattutto nei fine settimana, perché molti minori alloggiavano nel convitto scolastico. Durante le vacanze estive del 2023, quando i minori erano a casa a tempo pieno, visite a rotazione nei due siti hanno consentito un’osservazione longitudinale dei ritmi stagionali della cura.

Le osservazioni si sono concentrate sulle routine quotidiane, sulle faccende domestiche, sul sostegno emotivo e sui compiti scolastici. La cura personale diretta (per esempio il bagno o l’accompagnamento ai servizi igienici) è stata osservata solo quando le famiglie invitavano esplicitamente la mia presenza; in questi casi si è prestata un’attenzione ulteriore a garantire riservatezza e comfort. Ho partecipato anche a faccende domestiche come cucinare, pulire e aiutare con le commissioni. Se da un lato questa partecipazione ha favorito il rapporto di fiducia e offerto una prospettiva dall’interno, dall’altro sono rimasta riflessiva su come il mio coinvolgimento potesse influenzare le dinamiche familiari. Note di campo e diari riflessivi hanno documentato queste interazioni e i miei sforzi per bilanciare partecipazione e osservazione. Benché le visite fossero lunghe, le famiglie le hanno generalmente descritte come di sostegno anziché invasive, apprezzando l’opportunità di condividere in profondità le proprie esperienze. Quando sono emerse preoccupazioni di invadenza, le modalità sono state discusse apertamente e adattate di conseguenza.

4.3 Analisi dei dati

Il corpus comprendeva 60 trascrizioni di interviste, note di campo e diari riflessivi. Tutte le interviste sono state trascritte alla lettera in mandarino, con correzione manuale dei dialetti locali per garantirne l’accuratezza. L’analisi ha seguito un approccio tematico che combinava ragionamento induttivo e deduttivo (Boyatzis 1998).

In primo luogo, le trascrizioni sono state lette ripetutamente per individuare emozioni, pratiche e discorsi morali ricorrenti. Sono stati poi generati codici aperti per cogliere configurazioni come «repressione emotiva», «riluttanza e senso di colpa» e «fonti di orgoglio». In secondo luogo, attraverso la comparazione costante all’interno dei casi e tra i casi, questi codici sono stati condensati in categorie più ampie. In terzo luogo, le categorie sono state sintetizzate in tre temi generali: Emozioni sotto pressione, Nella trappola del dovere e Ricompense ambivalenti, che strutturano la sezione dei risultati. NVivo 12 è stato utilizzato per la gestione dei dati, mentre memo riflessivi hanno aiutato a interrogare l’evoluzione dell’interpretazione. La triangolazione tra interviste, osservazioni e diari ha rafforzato la credibilità analitica, e il confronto incrociato tra le narrazioni dei minori e quelle degli adulti ha messo in luce le tensioni relazionali. Le citazioni sono state scelte per illustrare sia casi tipici sia casi divergenti, così da garantire risultati fondati e al tempo stesso sfumati.

4.4 Etica e riflessività

Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti, con l’autorizzazione dei genitori per i minori. In ragione delle sensibilità locali, si è preferito il consenso orale a quello scritto; le dichiarazioni sono state audioregistrate e conservate in modo sicuro. L’approvazione etica è stata concessa dal Central University Research Ethics Committee dell’Università di Oxford (rif. R82187/RE001). Sebbene in Cina mancassero strutture locali formali di revisione etica, l’autorizzazione a condurre la ricerca è stata ottenuta dalle autorità di distretto e di villaggio, oltre che dalle scuole partecipanti.

La vigilanza etica è stata mantenuta durante tutto il processo di ricerca. Alle famiglie è stato ricordato che la partecipazione era volontaria, e interviste od osservazioni venivano sospese ogni volta che si manifestava un disagio. Tutti i nomi utilizzati sono pseudonimi. Gli eventi delicati, come gli sfoghi emotivi, sono stati gestiti con cura e la riservatezza è stata garantita. Inoltre, in quanto giovane donna cinese di etnia han che parla correntemente il mandarino, la ricercatrice condivideva una familiarità culturale e linguistica che ha facilitato la fiducia. Tuttavia, la sua posizione di dottoranda di un’istituzione d’élite del Regno Unito introduceva anche elementi di distanza di classe e istituzionale. I diari riflessivi sono stati utilizzati per esaminare come queste posizionalità abbiano influito sul reclutamento, sull’interpretazione e sulle interazioni con le famiglie, riconoscendo che la conoscenza etnografica è co‑prodotta anziché estratta.

5 Risultati — Giovani caregiver come lavoro emotivo dell’amore

I risultati di questo studio mostrano che i minori si facevano carico di un insieme complesso di compiti di cura che gli adulti cinesi di solito non si aspettano da loro, come suggerito dalla letteratura esistente (Goh and Kuczynski 2014). Rispetto ai minori «non caregiver» in Cina, che possono anch’essi svolgere in misura limitata faccende domestiche e occuparsi di fratelli e sorelle (Goh and Kuczynski 2014), i minori di questo studio si assumevano un’ampia gamma di responsabilità di cura e domestiche,3 di cura personale e intima,4 tra le altre, come forza lavoro sostitutiva dei familiari adulti, il che li portava a impegnarsi in un processo di lavoro emotivo (Hochschild 2012) e di parentificazione (Earley and Cushway 2002).

Ascoltando le voci dei giovani caregiver e delle loro famiglie e osservando le dinamiche della loro vita familiare, in questa sezione ci concentriamo specificamente sul paesaggio emotivo dei giovani caregiver e sul lavoro emotivo che vivono. Di seguito esploriamo le emozioni dei giovani caregiver in casa e il modo in cui gestiscono emozioni contrastanti per adempiere alle responsabilità di cura e agli obblighi filiali e preservare l’armonia familiare. Nel complesso, i risultati mostrano che i giovani caregiver svolgono un lavoro emotivo che comporta il sopportare, gestire e nascondere costantemente sentimenti come il weiqu,5 la frustrazione, il senso di colpa e l’affetto, al fine di rispondere alle aspettative sociali e morali. Il loro lavoro emotivo implica non solo proteggere gli altri, ma anche gestire la propria identità di figli e di caregiver.

5.1 Emozioni sotto pressione: minori che negoziano ruoli e responsabilità

In questo studio, le responsabilità dei giovani caregiver andavano spesso oltre i compiti fisici, fino a includere la cura emotiva, come monitorare lo stato emotivo e mentale della persona assistita, accompagnarla e confortarla e cercare di tirarla su di morale: un lavoro che comportava spesso un notevole lavoro emotivo. Ciò valeva in particolare per i minori che, mentre svolgevano ruoli di cura, dovevano gestire le proprie emozioni per rispondere alle aspettative familiari e sociali (Hochschild 2012). Qingyu, per esempio, una caregiver secondaria di 15 anni che da sei anni si prendeva cura del padre affetto da glomerulonefrite cronica, ha descritto come reprimesse intenzionalmente le proprie emozioni per gestire la cura in modo efficiente:

Cercavo semplicemente di spegnere le mie emozioni, così da poter fare tutte queste cose [di cura] in modo più organizzato e senza far preoccupare gli altri… Credo di essermi costruita un nuovo personaggio quando sono davanti ai miei genitori. Perché non voglio davvero che si preoccupino per me, e non voglio perdere tempo a spiegare [le mie emozioni].

L’esperienza di Qingyu illustra come i giovani caregiver bilancino le proprie reazioni emotive con i bisogni degli altri, entro le aspettative familiari e culturali (Hochschild 2012). Sua madre, da parte sua, ha osservato sottovoce durante l’intervista: «Non ci fa mai vedere che è turbata [pausa], e questo mi fa sentire tranquilla e inquieta allo stesso tempo». Lette insieme, queste prospettive mostrano come la repressione dei sentimenti da parte dei minori non fosse semplice autodisciplina, ma parte di un accordo familiare tacito in cui i genitori traevano rassicurazione dalla compostezza dei figli, avvertendone al tempo stesso i costi.

Molti giovani caregiver regolano analogamente le emozioni secondo «regole del sentire» culturalmente radicate (Hochschild 2012), esitando spesso a parlare apertamente della malattia di un familiare per timore di causare sofferenza. Ciononostante, cercano attivamente informazioni online e imparano dalle esperienze di cura altrui, il che riflette il desiderio di prestare una cura informata e compassionevole gestendo al tempo stesso le proprie emozioni e sostenendo il benessere emotivo della famiglia. Chenxuan, per esempio, una ragazza di 15 anni del distretto di L che si prendeva cura del nonno affetto da uremia terminale dopo la scomparsa del padre, ha spiegato:

A casa raramente parliamo in modo diretto della malattia o di cose legate alla diagnosi, quindi quando mi occupavo di mio nonno dovevo gestire allo stesso tempo anche questa emozione di «evitamento» [ride]… Di solito, semplicemente, presto cura in silenzio senza dire molto.

Anche suo nonno (la persona assistita) ha osservato: «Alla ragazza non diciamo troppo. Perché spaventarla? È già troppo». Questo evitamento reciproco sottolinea come il silenzio stesso fosse diventato una forma di lavoro emotivo condiviso: minori e adulti mantenevano insieme un equilibrio fragile lasciando il disagio inespresso, anche se pesava molto su di loro.

Eppure, quando il lavoro emotivo diventa schiacciante, si verificano sfoghi. Yong, un ragazzo di 17 anni educato e silenzioso, caregiver principale nella contea di C, stava per finire la scuola superiore. A suo padre era stato diagnosticato l’AIDS più di dieci anni prima, e poi a sua madre. Negli ultimi anni la salute di entrambi i genitori era peggiorata (la madre, la signora Mei, aveva sviluppato un cancro della cervice uterina nel 2017 e un cancro della tiroide nel 2018), con un aumento del carico di cura e di quello economico. La signora Mei esprimeva spesso sentimenti di weiqu, convinta che la propria infezione da HIV fosse dovuta all’infedeltà del marito, e rivolgeva spesso il suo risentimento verso Yong. Durante le visite, Yong raramente condivideva sentimenti personali: ascoltava in silenzio e di tanto in tanto la calmava. A volte le sue parole rassicuranti funzionavano, a volte no. In un’occasione l’ho sentito gridare: «Il tuo matrimonio è una tua scelta, mamma! Se non riesci a sopportare tutto questo, perché non divorzi? Non posso più continuare a fare la parte di tuo marito!»

La frustrazione di Yong illustra il prezzo emotivo della cura, che va oltre il concetto tipico di parentificazione (Earley and Cushway 2002). Come osserva Chase (1999), p. x), «i figli parentificati sono, di fatto, genitori dei propri genitori, e svolgono questo ruolo a scapito dei propri bisogni e interessi adeguati all’età». Yong lasciava intendere di svolgere il ruolo di «un marito» per la madre malata, il che mostra come la cura tra adulto e minore possa comportare altre forme di trasposizione dei ruoli (Aldridge and Becker 2003). Questo sfinimento e questa confusione di ruoli dimostrano la complessità della cura quando le responsabilità si estendono oltre i confini abituali tra genitori e figli, laddove il lavoro emotivo è al tempo stesso moralmente vincolante e personalmente logorante.

Significativamente, la stessa signora Mei ha riflettuto su questa inversione dei ruoli: «Mi sento piuttosto a disagio; se devo dirlo chiaramente, gli pongo delle richieste da marito. Ma non so cosa fare. [silenzio] Non c’è via d’uscita [per me per esprimere i sentimenti]». La sua consapevolezza non cancellava il peso che gravava su Yong, ma rivelava come madre e figlio lottassero entrambi con l’intimità e il vincolo del loro legame emotivo. In una conversazione privata, lui ha confidato:

Lo so che non dovrei parlarle così, e lei di sicuro si sente molto ferita. … Il suo matrimonio è una sua scelta, ma sai… mi sembra che lei [la mamma] mi stia sequestrando moralmente, e vuole troppo valore emotivo… Sono sfinito… Posso andarmene e sparire? [pausa] La risposta è che non posso.

In questo contesto, lo sfinimento, la frustrazione e il senso di weiqu di Yong si scontravano con il senso di colpa e l’amore per la madre. Queste contraddizioni dimostrano che la tensione emotiva non era sostenuta dal solo Yong, ma negoziata tra lui e la madre, in un ciclo in cui la dipendenza e il senso di colpa di lei accentuavano la sua sensazione di essere in trappola. Pur sentendosi invisibile e sfinito, Yong continua a prestare cura perché la relazione è al tempo stesso moralmente vincolante e praticamente ineludibile.

Come è accaduto a Yong, la dedizione dei giovani caregiver alle pratiche di cura e al lavoro emotivo li ha sopraffatti. Sfoghi emotivi simili sono stati osservati in molte famiglie di giovani caregiver, tra cui quella di Yifan. Yifan, una ragazza di 16 anni della contea di C, si prende cura del padre, affetto da trombocitopenia, insufficienza epatica e insufficienza renale cronica. Una volta ha accusato il padre: «Pensi che debba fare io tutte queste cose [di cura]? Perché tutti danno tutto questo per scontato?» Dopo queste parole, il padre di Yifan è rimasto in silenzio ed è uscito dalla stanza. Più tardi, però, ha ammesso di provare vergogna e impotenza, osservando: «Nessun padre vuole vedere la propria figlia così, ma la nostra famiglia, davvero [pausa], non abbiamo scelta». Questo momento solleva questioni importanti su come le persone assistite e gli altri familiari adulti percepiscano le emozioni dei giovani caregiver. I risultati di questo studio indicano che, anche se i familiari non sempre esprimono pienamente la propria comprensione, esiste un certo grado di comprensione e di empatia verso le difficoltà emotive dei giovani caregiver. Quando i minori esprimono il loro disagio o la loro frustrazione, le persone assistite e i familiari adulti provano spesso senso di colpa o dispiacere.

Chao, per esempio, un ragazzo di 16 anni di una famiglia monoparentale, si prende cura della madre, a cui nel 2019 è stato diagnosticato per la prima volta un cancro al seno. Nonostante l’intervento chirurgico, il cancro si è ripresentato nel 2023. La signora Wen, madre di Chao, ha riflettuto sul turbamento emotivo del figlio: «So che lui [Chao] era terrorizzato e viveva ogni giorno nella paura quando mi sono ammalata la prima volta [il cancro al seno], anche dopo che era stato asportato». In questo caso, lo scambio emotivo reciproco tra Chao e sua madre fa parte del complesso lavoro emotivo che caratterizza le esperienze dei giovani caregiver. Questa reciproca sorveglianza e cura emotiva riflette i profondi legami emotivi alla base della cura, che non è solo un atto di dovere ma un modo di negoziare e affrontare l’ansia, la paura e l’amore insiti nella relazione di cura.

5.2 Nella trappola del dovere: senso di colpa, riluttanza e jinli6

Come suggerisce la domanda posta da Yong, i giovani caregiver possono andarsene e sparire? E desiderano davvero andarsene e sparire? In questo studio, la maggior parte dei giovani caregiver manifestava lotte interiori ed emozioni contrastanti riguardo al proprio ruolo di cura e alle relazioni con le persone assistite. Come accennato in precedenza, impegnarsi nelle pratiche di cura, compreso il lavoro emotivo, era diventato per i minori uno dei modi più accessibili per dimostrare amore e pietà filiale alle persone assistite e agli altri familiari adulti, in linea con gli studi esistenti (Gu 2022a; Stamatopoulos 2018). I giovani caregiver gestiscono le proprie emozioni svolgendo un lavoro emotivo che consiste nel regolare e reprimere i propri sentimenti per rispondere alle aspettative che gravano su di loro. Come ha detto Xiyao, giovane caregiver di 12 anni che viveva in una famiglia monoparentale e da otto anni si prendeva cura della madre affetta da una disabilità congenita del linguaggio:

Se mi lamentassi con qualcuno di questo [della cura], ho paura che la gente mi fraintenda, come se io «non sopportassi» la mia mamma disabile… Penso che sia naturale che io mi prenda cura di lei se non può parlare, no? Se non io, chi altro può farlo?

Sua nonna, invece, ha offerto un’altra prospettiva: «A volte temo che si senta bloccata, ma non si lamenta mai davanti a sua madre. Le dico che anche i bambini hanno bisogno di riposo». Lette insieme, queste voci mostrano come il senso di un dovere ineludibile in una bambina si intrecciasse con il riconoscimento del suo carico da parte di un’anziana. Questa interazione mostra come riluttanza, senso di colpa e responsabilità non fossero portati dai soli minori, ma inscritti in negoziazioni familiari più ampie.

Dopo i momenti di conflitto, la riluttanza lasciava spesso il posto al senso di colpa. Solo un giorno dopo aver litigato con la madre, Yong mi ha detto di essersi pentito di aver provocato lo scontro. A suo dire, perdere le staffe era stato incredibilmente immaturo e non sarebbe dovuto accadere. Yong è caduto in un profondo senso di autocolpevolizzazione e ha detto: «Mi pento di essermi lamentato così tanto dei miei genitori. Mi sento una persona orribile [pausa] non so come dirlo… Mia madre a volte sta davvero, davvero male, ma fa del suo meglio per crescermi».

Le lotte interiori dei giovani caregiver si intensificavano quando dubitavano dell’adeguatezza della propria cura. Poiché le persone assistite erano persone care, i minori cercavano di dare il meglio. Il termine cinese jinli, che significa dedicare il massimo impegno, è emerso come tema chiave nell’esplorazione dei sentimenti dei minori riguardo alla cura. Per esempio, Xingxing, caregiver principale di 17 anni del distretto di L, si prendeva cura dall’età di cinque anni della madre affidataria, affetta da epilessia e da un disturbo mentale. A otto anni aveva perso il padre affidatario a causa di un cancro. Nonostante i suoi sforzi per conciliare la cura con lo studio, gli interessi e gli altri aspetti della vita, a volte si chiedeva se fosse stata abbastanza jinli:

Penso di esserlo stata [jinli], ma, cioè, a volte ero pigra. A volte volevo scappare [dalla cura]. … Quando la mamma a volte urlava di notte, facevo finta di non sentire… Beh, non credo di avere i titoli per lamentarmi troppo.

Il fatto che Xingxing fingesse di non sentire riflette più di un evitamento: rivela la tensione tra i suoi limiti emotivi e il desiderio di essere una «brava» figlia e una caregiver «responsabile». Il suo senso di colpa per non essere sempre attenta mostra quanto la cura sia emotivamente contraddittoria e logorante. In effetti, non esiste un parametro chiaro per stabilire se un minore abbia dimostrato jinli nella cura, in particolare nei casi di malattia incurabile, il che rende i sentimenti dei minori riguardo alla cura ancora più complessi.

Nella contea rurale di C, la cura si estendeva anche al lavoro agricolo essenziale per la sopravvivenza della famiglia, che talvolta comportava compiti inadatti e pericolosi per un minore. Xiang, un ragazzo di 15 anni, viveva l’entusiasmo per l’ingresso nella scuola secondaria superiore insieme alla preoccupazione per i nonni, che dipendevano da lui sia per l’agricoltura sia per la cura. Sua nonna ha spiegato tra le lacrime:

Suo nonno non può più lavorare per niente [sospiro]. Quindi se lui non mi aiutasse con i campi, io sono troppo vecchia per fare così tanto [pausa], e tutta la nostra famiglia morirà di fame [silenzio]… Non abbiamo soldi, e ho paura di non riuscire a pagargli le tasse universitarie. Potrebbe aiutarci? [pausa] La prego, ci aiuti…

Xiang ha fatto eco a queste ansie, dicendo:

Il corpo di mio nonno è pesante… la nonna non riuscirà a sostenerlo tutti i giorni e potrebbe persino farsi male alle ginocchia [sospiro]… Ogni venerdì, appena finita la scuola, torno subito a casa e nel fine settimana lavoro nei campi più che posso.

Questo resoconto mostra come le responsabilità di cura fossero inseparabili dalla sopravvivenza della famiglia. Se Xiang provava orgoglio e attesa per i suoi studi, portava anche il senso di colpa di lasciare indietro i nonni. Per sua nonna, l’orgoglio per i risultati scolastici di Xiang si intrecciava con il senso di colpa e l’ansia di dipendere da lui. In questo caso il dovere era sentito reciprocamente da entrambe le generazioni, il che mostra come la ricerca del jinli fosse negoziata relazionalmente in un contesto di scarsità e sopravvivenza.

Nel complesso, le lotte con il senso di colpa, la riluttanza e la ricerca del jinli dimostrano che la cura non era semplicemente un dovere pratico ma una negoziazione relazionale. Il lavoro emotivo comportava cicli di repressione, autocolpevolizzazione e rassicurazione, in cui i minori temevano di non essere all’altezza e gli adulti oscillavano tra gratitudine e senso di colpa. Queste dinamiche rivelano la cura come moralmente vincolante ed emotivamente logorante al tempo stesso, inscritta nei legami stratificati della vita familiare.

5.3 Ricompense ambivalenti: orgoglio, riconoscimento e vincolo

Sebbene le sezioni precedenti abbiano messo in luce le tensioni e le contraddizioni della cura, le esperienze emotive dei giovani caregiver non erano soltanto negative. La cura generava anche momenti di orgoglio, crescita e riconoscimento. Molti giovani caregiver hanno riferito di una crescita personale grazie alle proprie responsabilità. Come osserva Rai (2024), 141), alcuni minori «traggono beneficio dall’essere caregiver», il che rispecchia le esperienze delle persone partecipanti a questo studio. Diverse persone hanno detto di sentirsi più mature, di contribuire in modo significativo alla famiglia e di aver sviluppato legami più stretti con i familiari. Hanno anche espresso orgoglio per la propria attività di cura e la sensazione di essere insostituibili, in linea con ricerche precedenti che evidenziano la cura come fonte di orgoglio, responsabilità e connessione (Clay et al. 2016).

Per esempio, Liang, 16 anni, del distretto di L, che si prendeva cura della nonna e del fratello minore dopo la morte del padre e del nonno, ha raccontato di farsi carico di quasi tutti i compiti fisicamente impegnativi o di riparazione in casa. Ha espresso orgoglio per il fatto di assolvere responsabilità da adulto:

Non mi rendevo conto, quando c’era papà [silenzio], che così tante cose andavano controllate [pausa] e mantenute regolarmente. Adesso lo faccio io [silenzio] e ci sono momenti in cui mi sento l’uomo, il capofamiglia…

I giovani caregiver ottengono spesso riconoscimento dalla famiglia e dalla comunità più ampia (per esempio vicinato, assistenti sociali, insegnanti) come persone giudiziose (dongshi), filiali, mature o forti. La madre di Liang lo descriveva con orgoglio come l’unico «uomo di casa», filiale fin dalla malattia del padre e del nonno. Durante le mie visite, i vicini lodavano Liang, sostenendo che praticasse la virtù tradizionale secondo cui «il fratello maggiore è come un padre» (Liu 2023). Eppure tale riconoscimento richiedeva esso stesso lavoro emotivo, poiché ci si aspettava che Liang accogliesse esteriormente orgoglio e gratitudine mentre interiormente si interrogava sulla propria capacità di sostenere queste responsabilità. In conversazioni private, Liang ha rivelato la sua lotta interiore. Pur fiero di essere l’«uomo di casa», si sentiva vincolato dalle responsabilità di cura e perdeva sempre più il controllo sulla propria vita e sulle proprie aspirazioni, desiderando fuggire. Ha detto in lacrime: «Non voglio più essere filiale… Jiejie [sorella maggiore, riferito a me], posso essere egoista e basta? Ma anche fare così [essere egoista e non essere filiale] è troppo difficile».

Altri giovani caregiver hanno espresso una riluttanza simile quando venivano lodati come dongshi o per la loro capacità di sopportare le avversità (chiku). Per esempio, Mengyuan, una ragazza di 17 anni lasciata indietro7 che viveva con i nonni, prendendosi cura di una nonna con molteplici malattie croniche e di un nonno con demenza e disabilità fisica, ha detto: «Quando la gente dice che sono dongshi, mi sembra di essere stata rinchiusa nello schema della “brava ragazza”. Mi hanno appesa lì [in quello schema]». Il suo racconto mostra come etichette morali quali dongshi o «brava ragazza» conferiscano riconoscimento e al tempo stesso impongano vincoli, fissando i minori in copioni normativi che limitano la legittimità dell’ambivalenza o del rifiuto.

In sintesi, la cura espone i giovani caregiver a un percorso emotivamente ambivalente: orgoglio e maturità coesistono con sfinimento e insicurezza. Il riconoscimento e la lode diventavano essi stessi luoghi di lavoro emotivo, poiché i minori imparavano ad accettarli o a metterli in scena esteriormente mentre negoziavano in privato la propria ambivalenza. Questa ambivalenza non è casuale, ma prodotta all’intersezione tra le aspettative culturali di pietà filiale e l’assenza strutturale di sostegno da parte del welfare. Insieme, queste forze generano un’economia morale in cui il lavoro emotivo dei minori è al tempo stesso legittimato e preteso, facendo della cura un’esperienza profondamente contraddittoria.

6 Discussione

Questo studio rivela un paradosso al cuore della vita quotidiana dei giovani caregiver: il loro lavoro emotivo è celebrato come segno di virtù, spesso inquadrato attraverso il dongshi (essere giudiziosi e premurosi) e la pietà filiale, eppure nasce proprio dall’assenza strutturale di welfare pubblico e contribuisce a perpetuarla. In Cina, dove la cura dei familiari non autosufficienti è culturalmente legittimata ma minimamente sostenuta dalle istituzioni formali (Gu 2022b), i minori si assumono responsabilità di cura che vengono moralizzate come atti d’amore e di dovere. Come ha osservato una partecipante, Xiyao, «Se non io, chi altro può farlo?», un sentimento che afferma la solidarietà familiare ma oscura le disuguaglianze strutturali che rendono necessario tale lavoro (Schweiger 2025; Wollner 2019). Questo paradosso invita a ripensare il lavoro emotivo in contesti in cui la moralizzazione della cura maschera il ritiro dello Stato dalle prestazioni di welfare.

6.1 Interiorizzazione morale

I risultati indicano che i giovani caregiver in Cina assorbono regole del sentire culturalmente specifiche (Hochschild 2012) che impongono loro di reprimere la frustrazione, nascondere il risentimento e mostrare gratitudine per preservare l’armonia familiare. Queste regole si fondano su norme sociali di chiku (sopportare le avversità) e di sacrificio di sé, e si esprimono spesso attraverso il weiqu, un’emozione dalla forte risonanza culturale che unisce senso di torto subito, tristezza e contenimento morale (Zou et al. 2020). Il caso di Yong, che ascoltava in silenzio i lunghi racconti della madre sul tradimento coniugale prima di sbottare infine che «non poteva più fare la parte di suo marito», illustra come il weiqu sia al tempo stesso un peso e un segno di valore. Sopportando tali sentimenti senza lamentarsi, i giovani caregiver affermano la propria statura morale all’interno della famiglia, anche quando le richieste superano di gran lunga ciò che è adeguato all’età. Questo schema richiama la nozione di cura altruistica di Pettersen (2012), in cui le dimensioni etiche e politiche della cura sono oscurate dalla sua rappresentazione come dedizione disinteressata. Attraverso tale interiorizzazione, il lavoro emotivo si inscrive in un’economia morale in cui i costi della cura restano all’interno delle famiglie, sostenuti soprattutto dai minori anziché essere ridistribuiti attraverso un’offerta collettiva. Come osserva Oydgard (2017) a proposito della cura informale, i discorsi normativi sul dovere creano un senso di ineluttabilità che spinge le persone a intervenire là dove i sistemi formali falliscono.

È significativo che, sebbene questo articolo si sia concentrato principalmente sul lavoro emotivo dei minori, i risultati rivelino anche la natura relazionale e reciproca del lavoro emotivo all’interno delle famiglie. I genitori non erano destinatari passivi della cura, ma svolgevano anch’essi un lavoro emotivo per proteggere e rassicurare i figli, nascondendo spesso il proprio disagio o senso di colpa per mantenere la stabilità. Come emerge dalle riflessioni delle madri, la signora Mei e la signora Wen, gli adulti gestivano attivamente le proprie emozioni per ridurre il carico emotivo dei figli, anche quando erano limitati dalla malattia e dalla povertà. Queste negoziazioni affettive reciproche suggeriscono che il lavoro emotivo circola all’interno delle famiglie anziché risiedere in un solo attore, il che sottolinea la necessità che la ricerca futura esamini come il lavoro emotivo intergenerazionale riproduca e, talvolta, attenui le disuguaglianze strutturali nella cura, dalle prospettive dei diversi membri della famiglia.

In Cina, questo senso di ineluttabilità è amplificato da discorsi pubblici che idealizzano i minori che prestano cura come dongshi (giudiziosi e premurosi) e altruisti, trasformando gesti come le riparazioni degli elettrodomestici fatte da Liang per la nonna in esempi morali di responsabilità filiale. Questa idealizzazione si riflette vividamente nei media cinesi tradizionali. Servizi come «Una bambina di otto anni si prende cura della madre paralizzata per 14 anni senza mai lasciarla» (People’s Daily Online 2014) e «Un bambino di dieci anni di Nanchong regge da solo la casa, studiando mentre assiste il padre paralizzato» (People’s Daily Online 2014) presentano la cura prestata dai minori come atto di dedizione eroica anziché come risposta a un abbandono strutturale. Queste narrazioni dipingono i minori caregiver come dongshi, capaci di sacrificio e xiao (filiali), trasformando la sopportazione emotiva in una virtù pubblica celebrata. Esaltando la perseveranza e la forza morale, tali discorsi oscurano i costi materiali ed emotivi della cura, riproducendo la convinzione che le difficoltà familiari debbano essere risolte attraverso la moralità individuale e la forza affettiva anziché attraverso un sostegno collettivo o istituzionale. In questo senso, il discorso pubblico funziona da amplificatore affettivo: trasforma le lotte private dei minori in storie di trionfo morale, depoliticizzando le condizioni strutturali che rendono necessaria la loro attività di cura. Se da un lato tali narrazioni possono alimentare l’orgoglio e rafforzare i legami familiari, dall’altro legano i minori a un regime emotivo in cui il rifiuto rischia la condanna morale, suscitando vergogna o senso di colpa.

6.2 La teoria del lavoro emotivo: dal peso privato alla pratica politica

Questo studio estende il concetto di lavoro emotivo di Hochschild (2012) oltre le sue applicazioni consolidate al lavoro retribuito e alla cura prestata da adulti, allineandosi a un crescente corpus di studi sulle forme non di mercato del lavoro emotivo all’interno delle famiglie e delle comunità (per esempio English and Brown 2023; Ruiz 2024). Se questa letteratura ha chiarito come il lavoro affettivo sostenga le relazioni interpersonali e di parentela, il lavoro emotivo dei minori, in particolare nei contesti di assenza di welfare, resta poco esplorato. Nel contesto qui esaminato, l’«organizzazione» non è un luogo di lavoro ma la famiglia, e il contratto implicito è morale anziché economico. Il lavoro emotivo è quindi privatizzato, svolto per sostenere le relazioni di parentela in assenza di un’adeguata offerta statale. L’attenta modulazione del tono di Yong quando parla con la madre e la decisione di Liang di trattenere le lamentele mentre ripara gli oggetti di casa illustrano come tali pratiche affettive si dispieghino come processi microsociali di riproduzione sociale. Sono i modi quotidiani in cui la vita familiare e l’ordine sociale più ampio vengono riprodotti attraverso la cura e il lavoro emotivo, collegando la gestione delle emozioni alla mancanza, a livello macro, di welfare pubblico.

Questa riformulazione rivela anche la natura ambivalente del lavoro emotivo, al tempo stesso agency e vincolo. I giovani caregiver dimostravano spesso abilità tattiche, rinviando le richieste finché l’umore della persona assistita non migliorava o usando l’umorismo per allentare le tensioni familiari. Eppure questa agency era limitata da gerarchie di genere e generazionali, oltre che dall’imperativo culturale della pietà filiale. La decisione di Xingxing di ignorare gli sfoghi notturni della madre affidataria, nonostante il senso di colpa provato in seguito, esemplifica ciò che Rai (2024) chiama «costruzione vincolata della vita»: agire entro i limiti fissati dalla disuguaglianza strutturale, anziché oltre. Le stesse abilità che sostenevano le relazioni familiari approfondivano anche il coinvolgimento dei minori in assetti di cura che non potevano rifiutare, illustrando l’intreccio paradossale tra empowerment e intrappolamento.

6.3 Prospettive comparative e implicazioni teoriche

Collocare questi risultati nella letteratura internazionale sui giovani caregiver rivela sia configurazioni comuni sia dinamiche specifiche del contesto. Nei contesti più diversi, dal Regno Unito all’Africa subsahariana, la cura prestata dai minori nasce spesso all’ombra di un’offerta pubblica inadeguata, con responsabilità che ricadono in modo sproporzionato sui minori (Skovdal et al. 2009). Eppure il lavoro emotivo dei giovani caregiver cinesi si dispiega all’interno di un ordine morale e affettivo specifico. Nei contesti del Nord globale come gli Stati Uniti, l’Europa e l’Australia (Bjorgvinsdottir and Halldorsdottir 2014; Kavanaugh et al. 2016; Smyth et al. 2011), il lavoro emotivo è spesso inquadrato come peso psicologico o questione di welfare, sottolineando la necessità di riconoscimento e sostegno istituzionali. In Cina, invece, idiomi morali come xiao, chiku, dongshi e weiqu riformulano sforzi affettivi simili come segni di virtù e di maturità anziché di tensione. Queste norme culturali fondono contenimento emotivo, sopportazione e gratitudine in un ideale normativo che restringe lo spazio per esprimere la cura in termini di equità, ridistribuzione o diritti, rendendo socialmente rischiosi il rifiuto o la critica.

Questa differenza evidenzia che, se la divisione del lavoro di cura tra adulti e minori non è un’esclusiva della Cina, la grammatica morale attraverso cui tale lavoro è organizzato differisce profondamente. Il caso cinese dimostra come il lavoro emotivo possa essere al tempo stesso universale e culturalmente particolare: una risposta umana condivisa alle esigenze di cura, ma strutturata da regole del sentire e da assetti di welfare specifici del contesto locale. Nei contesti in cui il sostegno statale è limitato e le norme culturali legittimano la sopportazione, il lavoro emotivo dei minori non solo sostiene la vita familiare, ma si sostituisce anche alla cura istituzionale, trasformando l’affetto privato in una forma invisibile di riproduzione sociale.

Inquadrare il lavoro emotivo nell’economia politica della cura prolunga i dibattiti sociologici in corso che considerano la cura come pratica morale e come luogo di disuguaglianza (Pettersen 2012; Tronto 2020). Nella Cina post‑riforme, il ritiro del welfare statale ha trasformato le famiglie in «fornitrici invisibili di welfare». In questo assetto, il lavoro emotivo dei minori opera come un sussidio non riconosciuto al sistema di welfare. L’assunzione da parte di Liang dei compiti dell’«uomo di casa», come riparare gli elettrodomestici e mantenere la stabilità domestica, esemplifica come tale lavoro assorba i costi della cura senza riconoscimento né compenso. Ciò mette in discussione le rappresentazioni sentimentali della cura come puramente volontaria, rivelandone invece l’intreccio con le disuguaglianze strutturali e l’incuria delle politiche.

Queste riflessioni sollecitano anche a riconsiderare i confini normativi dell’infanzia. Gli immaginari dominanti dipingono l’infanzia come una fase protetta, al riparo grazie alla cura degli adulti (Becker 2000; Rose and Cohen 2010). Eppure le realtà vissute dai giovani caregiver in Cina, e in molte parti del Sud globale come il Kenya (per esempio Skovdal et al. 2009), rivelano l’infanzia come uno spazio in cui amore, obbligo e sopportazione coesistono con un’esposizione prolungata a danni strutturali. Il modo in cui Mengyuan descrive se stessa entro la cornice della «brava ragazza» illustra come gli ideali culturali possano al tempo stesso affermare il valore dei minori e limitarne l’autonomia emotiva. Riconoscere queste tensioni contribuisce a una sociologia dell’infanzia più inclusiva, attenta alle norme affettive che mediano le esperienze di cura dei minori in contesti culturali e istituzionali diversi.

7 Conclusione

Questo studio fa avanzare gli studi in due modi interconnessi. In primo luogo, contribuisce alla ricerca sui giovani caregiver fornendo uno dei pochi resoconti approfonditi provenienti dalla Cina, dove la cura prestata dai minori è stata in gran parte trascurata sia nelle politiche sia nel discorso accademico. Mettendo in primo piano il modo in cui norme culturali come la pietà filiale, il dongshi e il chiku plasmano le pratiche affettive dei minori, lo studio colloca i giovani caregiver cinesi nella più ampia letteratura internazionale, mettendo in discussione le concezioni dell’infanzia, della cura e della vulnerabilità centrate sul Nord globale. In secondo luogo, estende la teoria del lavoro emotivo alla cura non mercificata svolta da minori, integrando le esperienze affettive nell’analisi e dimostrando come il lavoro emotivo operi come una pratica politica che sostiene e, talvolta, contesta la disuguaglianza strutturale.

La ricerca futura potrebbe intraprendere confronti interculturali per esaminare come le norme affettive plasmino le esperienze dei giovani caregiver in contesti diversi. Mettendo in primo piano la gestione quotidiana di emozioni come il weiqu e la tensione verso il jinli, questo studio mostra come il lavoro emotivo dei minori sia organizzato all’interno delle famiglie come una forma di lavoro privata e intricata. In questo modo rende visibile la natura privatizzata e complessa del lavoro emotivo dei minori caregiver, spesso oscurata dai discorsi pubblici e culturali idealizzati sull’infanzia e sulla cura in Cina. Riconoscere queste dinamiche riformula la cura come pratica al tempo stesso morale e politica e sottolinea la necessità di interventi politici che riconoscano e sostengano i minori, anziché contare sul loro lavoro invisibile come ammortizzatore del ridimensionamento del welfare.

Appendice I

Appendice I — Profilo delle persone partecipanti: contea di C, casi familiari n. 1 – 8

  • N. caso familiare: 1; Giovane caregiver (pseudonimo): Xiang; Anno di nascita: 2007; Genere: maschile; Anni di cura: 7; Tipo di scuola: scuola secondaria superiore ordinaria; Tipo di nucleo: famiglia a reddito marginalmente basso; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: nonni; Diagnosi e/o disabilità: ictus e disabilità (nonno); dolori fisici (nonna); Caregiver principale: Xiang (il giovane caregiver); Altri familiari: padre; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonna; Principale fonte di reddito: nonna; Occupazione della principale forza lavoro: agricoltura; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 2; Giovane caregiver (pseudonimo): Jiaxin; Anno di nascita: 2008; Genere: maschile; Anni di cura: 7; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia monoparentale (dopo la morte del padre); famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: madre; Diagnosi e/o disabilità: disabilità fisica congenita; Caregiver principale: Jiaxin (il giovane caregiver); Altri familiari: sorella maggiore (nata nel 2002); Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 3; Giovane caregiver (pseudonimo): Yifan; Anno di nascita: 2007; Genere: femminile; Anni di cura: 5; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: trombocitopenia; insufficienza epatica; insufficienza renale; Caregiver principale: madre; Altri familiari: madre, sorella maggiore (nata nel 1997), nonna; Altri familiari conviventi: madre, nonna; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: lavora in una pasticceria cittadina; Sostegno esterno: fratello minore del padre (economico)
  • N. caso familiare: 4; Giovane caregiver (pseudonimo): Qingyu; Anno di nascita: 2007; Genere: femminile; Anni di cura: 6; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: glomerulonefrite cronica; Caregiver principale: madre; Altri familiari: madre, sorella maggiore (nata nel 2000); Altri familiari conviventi: madre; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: lavora in una fabbrica cittadina; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 5; Giovane caregiver (pseudonimo): Yong; Anno di nascita: 2005; Genere: maschile; Anni di cura: 11; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: genitori; Diagnosi e/o disabilità: HIV/AIDS (entrambi); cancro della cervice uterina e cancro della tiroide (madre); Caregiver principale: Yong (giovane caregiver); Altri familiari: sorella maggiore (nata nel 1999); Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: sorella maggiore; Occupazione della principale forza lavoro: lavora in una fabbrica nella città di Hangzhou; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 6; Giovane caregiver (pseudonimo): Chao; Anno di nascita: 2006; Genere: maschile; Anni di cura: 4; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: madre; Diagnosi e/o disabilità: cancro al seno; Caregiver principale: nonni; Altri familiari: nonni; Altri familiari conviventi: nonni; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: n.d.; Occupazione della principale forza lavoro: n.d.; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 7; Giovane caregiver (pseudonimo): Wenwen; Anno di nascita: 2007; Genere: femminile; Anni di cura: 7; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: diabete mellito; Caregiver principale: nonni; Altri familiari: nonni; Altri familiari conviventi: nonni; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: nonni; Occupazione della principale forza lavoro: gestione di un negozio di articoli funebri; Sostegno esterno: fratello maggiore del padre (economico)
  • N. caso familiare: 8; Giovane caregiver (pseudonimo): Lili; Anno di nascita: 2007; Genere: femminile; Anni di cura: 8; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: genitori; Diagnosi e/o disabilità: neuropatia periferica (padre); mieloma (cancro), sindrome nefritica (madre); Caregiver principale: Lili (giovane caregiver); Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: n.d.; Occupazione della principale forza lavoro: n.d.; Sostegno esterno: fratello maggiore del padre (aiuto nei campi)

Appendice I — Profilo delle persone partecipanti: contea di C, casi familiari n. 9 – 15

  • N. caso familiare: 9; Giovane caregiver (pseudonimo): Longlong; Anno di nascita: 2008; Genere: maschile; Anni di cura: 5; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: genitori; Diagnosi e/o disabilità: infarto miocardico acuto, ipertensione, funzionalità epatica alterata (padre); adenomiosi, tumore/cancro ovarico (madre); Caregiver principale: nonno; Altri familiari: nonno, sorella maggiore (nata nel 2003); Altri familiari conviventi: nonno; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonno; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: lavora in un negozio di alimentari; Sostegno esterno: sorella maggiore (economico ‐ lavori part‑time)
  • N. caso familiare: 10; Giovane caregiver (pseudonimo): Mengyuan; Anno di nascita: 2005; Genere: femminile; Anni di cura: 12; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a reddito marginalmente basso; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: nonni; Diagnosi e/o disabilità: cancro gastrico, ipertensione, iperlipidemia, diabete mellito (nonna); demenza, disabilità fisica (nonno); Caregiver principale: Mengyuan (giovane caregiver); Altri familiari: padre (disabilità congenita del linguaggio, lavori saltuari nella città di Hangzhou); Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonna; Principale fonte di reddito: Mengyuan (giovane caregiver); Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari; Sostegno esterno: sorella minore del padre (economico)
  • N. caso familiare: 11; Giovane caregiver (pseudonimo): Jiajia; Anno di nascita: 2010; Genere: femminile; Anni di cura: 5; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: nonna; Diagnosi e/o disabilità: cataratta (cecità)/disabilità visiva; Caregiver principale: nonno; Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: nonno; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonno; Principale fonte di reddito: nonno; Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 12; Giovane caregiver (pseudonimo): Chengcheng; Anno di nascita: 2009; Genere: femminile; Anni di cura: 6; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: madre, fratello minore; Diagnosi e/o disabilità: reumatismo interno (madre); sindrome nefrosica (fratello minore); Caregiver principale: padre; Altri familiari: nonna; Altri familiari conviventi: padre e nonna; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: padre; Occupazione della principale forza lavoro: membro del personale del comitato di villaggio; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 13; Giovane caregiver (pseudonimo): Zhenzhen; Anno di nascita: 2008; Genere: femminile; Anni di cura: 6; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: uremia; Caregiver principale: madre; Altri familiari: sorella maggiore (nata nel 1998); Altri familiari conviventi: madre; Familiare che ha partecipato all’intervista: sorella maggiore; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: agricoltura; addetta alle pulizie nel villaggio; Sostegno esterno: sorella maggiore (economico ‐ lavora come cameriera nella città di Hangzhou)
  • N. caso familiare: 14; Giovane caregiver (pseudonimo): Lele; Anno di nascita: 2008; Genere: maschile; Anni di cura: 9; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a reddito marginalmente basso; Struttura familiare: monoparentale; famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: fratello maggiore; Diagnosi e/o disabilità: disabilità intellettiva; Caregiver principale: padre; Altri familiari: nonno; Altri familiari conviventi: nonno; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: padre; Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari; Sostegno esterno: fratello maggiore del padre (si occupa del nonno)
  • N. caso familiare: 15; Giovane caregiver (pseudonimo): Qian; Anno di nascita: 2006; Genere: maschile; Anni di cura: 5; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: ictus (paralisi); Caregiver principale: nonno; Altri familiari: nonno; Altri familiari conviventi: nonno; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonno; Principale fonte di reddito: nonno; Occupazione della principale forza lavoro: vive della pensione; Sostegno esterno: personale di assistenza

Appendice I — Profilo delle persone partecipanti: distretto di L, casi familiari n. 1 – 8

  • N. caso familiare: 1; Giovane caregiver (pseudonimo): Xingxing; Anno di nascita: 2006; Genere: femminile; Anni di cura: 12; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: monoparentale (dopo la morte del padre); figlia adottiva, famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: madre; Diagnosi e/o disabilità: epilessia; disturbo mentale; Caregiver principale: Xingxing (giovane caregiver); Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: n.d.; Occupazione della principale forza lavoro: n.d.; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 2; Giovane caregiver (pseudonimo): Dongdong; Anno di nascita: 2008; Genere: maschile; Anni di cura: 5; Tipo di scuola: scuola secondaria di distretto; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: disabilità fisica (perdita del braccio destro); Caregiver principale: madre; Altri familiari: madre; Altri familiari conviventi: madre; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: venditrice di assicurazioni; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 3; Giovane caregiver (pseudonimo): Junjun; Anno di nascita: 2010; Genere: maschile; Anni di cura: 4; Tipo di scuola: scuola secondaria di distretto; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: nonno; Diagnosi e/o disabilità: cancro ai polmoni; Caregiver principale: nonna; Altri familiari: genitori, fratello maggiore (nato nel 2006); Altri familiari conviventi: genitori, nonna; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: genitori; Occupazione della principale forza lavoro: corriere (padre); vendita di cosmetici (madre); Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 4; Giovane caregiver (pseudonimo): Wei; Anno di nascita: 2010; Genere: maschile; Anni di cura: 3; Tipo di scuola: scuola secondaria di distretto; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: madre; Diagnosi e/o disabilità: cancro al seno; Caregiver principale: padre; Altri familiari: sorella maggiore (nata nel 2009); Altri familiari conviventi: padre, sorella maggiore; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: padre; Occupazione della principale forza lavoro: operaio edile; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 5; Giovane caregiver (pseudonimo): Tianyu; Anno di nascita: 2010; Genere: maschile; Anni di cura: 7; Tipo di scuola: scuola secondaria di distretto; Tipo di nucleo: famiglia a reddito marginalmente basso; Struttura familiare: famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: diabete mellito; Caregiver principale: madre; Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: vendita di occhiali; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 6; Giovane caregiver (pseudonimo): Liang; Anno di nascita: 2006; Genere: maschile; Anni di cura: 4; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: monoparentale (dopo la morte del padre); famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: madre; nonna; Diagnosi e/o disabilità: spondilosi cervicale (madre); disabilità fisica, sindrome nefrosica (nonna); Caregiver principale: Liang (giovane caregiver); Altri familiari: fratello minore (nato nel 2020); Altri familiari conviventi: fratello minore; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: n.d.; Occupazione della principale forza lavoro: n.d.; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 7; Giovane caregiver (pseudonimo): Leping; Anno di nascita: 2007; Genere: maschile; Anni di cura: 9; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: padre; sorella maggiore; Diagnosi e/o disabilità: cirrosi epatica, cancro gastrico (padre); disabilità congenita del linguaggio (sorella maggiore); Caregiver principale: madre; Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 8; Giovane caregiver (pseudonimo): Yuqi; Anno di nascita: 2011; Genere: femminile; Anni di cura: 3; Tipo di scuola: scuola secondaria di distretto; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: insufficienza renale; Caregiver principale: nonna; Altri familiari: madre, fratello minore (nato nel 2014); Altri familiari conviventi: madre, nonna; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: madre, nonna; Occupazione della principale forza lavoro: massaggiatrice (madre); pensione (nonna); Sostegno esterno: n.d.

Appendice I — Profilo delle persone partecipanti: distretto di L, casi familiari n. 9 – 15

  • N. caso familiare: 9; Giovane caregiver (pseudonimo): Xiyao; Anno di nascita: 2010; Genere: femminile; Anni di cura: 8; Tipo di scuola: scuola secondaria di distretto; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: monoparentale (dopo la morte del padre); famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: madre; Diagnosi e/o disabilità: disabilità congenita del linguaggio; Caregiver principale: Xiyao (giovane caregiver); Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonna; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari in fabbrica; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 10; Giovane caregiver (pseudonimo): Yaqin; Anno di nascita: 2009; Genere: femminile; Anni di cura: 8; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia con figlio unico; figlia adottiva; Persona/e assistita/e: genitori; nonni; Diagnosi e/o disabilità: disabilità congenita del linguaggio (genitori); paralisi dovuta a ictus (nonno); cancro al seno (nonna); Caregiver principale: Yaqin (caregiver principale); Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonna; Principale fonte di reddito: genitori; Occupazione della principale forza lavoro: lavori saltuari in fabbrica; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 11; Giovane caregiver (pseudonimo): Yao; Anno di nascita: 2007; Genere: femminile; Anni di cura: 6; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: ordinario; Struttura familiare: monoparentale (genitori divorziati); figlia adottiva, famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: nonna; Diagnosi e/o disabilità: diabete mellito; Caregiver principale: Yao (giovane caregiver); Altri familiari: padre (emigrato per lavoro); Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonna; Principale fonte di reddito: padre; Occupazione della principale forza lavoro: operaio edile; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 12; Giovane caregiver (pseudonimo): Chenxuan; Anno di nascita: 2007; Genere: femminile; Anni di cura: 2; Tipo di scuola: liceo ordinario di distretto; Tipo di nucleo: famiglia a reddito marginalmente basso; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: nonno; Diagnosi e/o disabilità: uremia; Caregiver principale: madre; Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonno; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: contabile; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 13; Giovane caregiver (pseudonimo): Feiyun; Anno di nascita: 2008; Genere: maschile; Anni di cura: 8; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: padre; Diagnosi e/o disabilità: disabilità visiva congenita; Caregiver principale: Feiyun (giovane caregiver); Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: padre; Principale fonte di reddito: n.d.; Occupazione della principale forza lavoro: n.d.; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 14; Giovane caregiver (pseudonimo): Maomao; Anno di nascita: 2006; Genere: femminile; Anni di cura: 5; Tipo di scuola: istituto professionale; Tipo di nucleo: famiglia a reddito marginalmente basso; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con più figli; Persona/e assistita/e: nonni; Diagnosi e/o disabilità: ictus (nonno); cancro al seno (nonna); Caregiver principale: Maomao (giovane caregiver); Altri familiari: madre, fratello minore (nato nel 2012); Altri familiari conviventi: madre, fratello minore; Familiare che ha partecipato all’intervista: madre; Principale fonte di reddito: madre; Occupazione della principale forza lavoro: venditrice di assicurazioni; Sostegno esterno: n.d.
  • N. caso familiare: 15; Giovane caregiver (pseudonimo): Yueyue; Anno di nascita: 2008; Genere: maschile; Anni di cura: 9; Tipo di scuola: scuola secondaria di livello cittadino; Tipo di nucleo: famiglia a basso reddito; Struttura familiare: famiglia monoparentale; famiglia con figlio unico; Persona/e assistita/e: padre; nonna; Diagnosi e/o disabilità: disabilità congenita del linguaggio (padre); cardiopatia (nonna); Caregiver principale: Yueyue (giovane caregiver); Altri familiari: n.d.; Altri familiari conviventi: n.d.; Familiare che ha partecipato all’intervista: nonna; Principale fonte di reddito: n.d.; Occupazione della principale forza lavoro: n.d.; Sostegno esterno: sorella maggiore del padre (si occupa della nonna)

Complexe Systémique: punti chiave

Il contributo dell’articolo consiste nello spostare lo sguardo: là dove la clinica parla volentieri di parentificazione, in un lessico del rischio, lo studio mostra un lavoro emotivo organizzato da regole culturali: pietà filiale, sopportazione, torto subito in silenzio. Questo lavoro va in entrambe le direzioni: i minori proteggono i genitori dal proprio disagio, e i genitori nascondono il proprio senso di colpa per proteggere i figli. In un’ottica sistemica, vi si riconoscono lealtà che danno senso e orgoglio quanto rinchiudono, e si capisce perché la lode («hai così tanto giudizio») possa mettere sotto chiave la lamentela. In pratica, ciò invita chi lavora in ambito clinico a riconoscere esplicitamente il contributo del minore, ad aprire uno spazio in cui l’ambivalenza sia ammessa e a non ridurre la questione alla famiglia: quando il welfare manca, la famiglia assorbe ciò che la società non si accolla. Limiti: un’etnografia condotta da una sola ricercatrice in una sola provincia, racconti raccolti in parte con adulti nei paraggi, e un’interpretazione sociologica che non mira all’intervento. Da leggere insieme all’articolo sull’esperienza emotiva della parentificazione nell’infanzia e all’articolo su un quadro intersettoriale per sostenere i giovani caregiver.

Note dell’originale

1 Il chiku (吃苦), letteralmente «mangiare amarezza», è un ideale culturalmente valorizzato di sopportazione nella vita morale cinese. Come spiega Arthur Kleinman, indica non solo il sopportare le avversità, ma l’«andare avanti nonostante i tempi siano molto duri», incarnando forza morale e accettazione dei limiti della vita (Thomas et al. 2024, 36). In questo studio, la nozione trasforma la sofferenza in virtù morale, legittimando la perseveranza come segno di carattere e di devozione filiale.

2 I minori lasciati indietro sono figlie e figli di genitori emigrati per lavoro, che vivono con i nonni o con altri parenti (Ye and Pan 2011).

3 I giovani caregiver di questo studio si assumevano in misura variabile responsabilità di gestione domestica. I compiti andavano dalle riparazioni in casa, alla spesa, al sollevamento di carichi pesanti, alle trattative con i servizi per conto dei genitori o di chi ne aveva la tutela, fino alla ricerca attiva e alla trasmissione di informazioni utili e di aggiornamenti sulle politiche.

4 Diversi giovani caregiver fornivano assistenza nelle attività quotidiane di routine, tra cui aiutare le persone assistite a vestirsi e svestirsi, aiutarle a mangiare, somministrare i farmaci o ricordare di prenderli, sollecitarle ad andare in bagno, lavare i capelli, pulire parti non intime del corpo e altri compiti di cura personale correlati.

5 Il weiqu (委屈) esprime un senso di torto subito e di contenimento morale: comprende il sentirsi trattati ingiustamente e tuttavia obbligati a tacere per preservare l’armonia relazionale. Unisce frustrazione, tristezza e rassegnazione, ma porta con sé anche un valore morale, poiché sopportare l’ingiustizia senza lamentarsi è culturalmente idealizzato (Zou et al. 2020).

6 Il jinli (尽力), letteralmente «profondere il massimo impegno», esprime un ideale morale di perseveranza e responsabilità radicato nell’etica tradizionale del perfezionamento di sé e dell’obbligo (cfr. Yan 2011). Nella cura prestata dai minori, riflette un senso culturalmente plasmato del fare del proprio meglio nonostante la stanchezza o le capacità limitate, trasformando la sopportazione emotiva in una misura del valore morale e della devozione filiale.

7 I minori lasciati indietro sono figlie e figli di genitori emigrati per lavoro, che vivono con i nonni o con altri parenti (Ye and Pan 2011).

Finanziamento. Questo studio è finanziato dalla British Association for International and Comparative Education (BAICE).

Dichiarazioni etiche. Questo studio ha ricevuto l’approvazione etica da un sottocomitato del Central University Research Ethics Committee dell’Università di Oxford (riferimento etico: R82187/RE001). Tutte le persone partecipanti hanno fornito il consenso informato scritto prima di partecipare. Il consenso è stato ottenuto anche da chi aveva la responsabilità dei minori.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo ha dichiarato di non avere potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Autorizzazione a riprodurre materiale da altre fonti. Non vi è materiale riprodotto da altre fonti da dichiarare.

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Traduzione non ufficiale di The Cost of Love: Emotional Labour and Moral Tensions in the Lives of Chinese Young Carers, di Kefan Xue e Kaidong Guo, The British Journal of Sociology, vol. 77, no 2 (2026), doi: 10.1111/1468-4446.70070, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella in appendice presentata sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «The Cost of Love: Emotional Labour and Moral Tensions in the Lives of Chinese Young Carers», pubblicato in The British Journal of Sociology (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo di chi firma l’articolo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.

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Come citare questo articolo

Xue, K., et Guo, K. (2026). The Cost of Love: Emotional Labour and Moral Tensions in the Lives of Chinese Young Carers. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-cost-of-love-emotional-labour-and-moral-tensions-in-the-lives-of-chinese-young-carers (Opera originale pubblicata nel 2026 in The British Journal of Sociology, 77(2), 286-299 (2026); ripubblicata nel 2026 da The British Journal of Sociology, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/1468-4446.70070)

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