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Qualitative Social Work · Servizio sociale

Essere, divenire, appartenere: negoziare la temporalità, la memoria e l’identità nelle conversazioni sulla storia di vita con bambine, bambini e giovani con esperienza di accoglienza fuori famiglia

Il libro della storia di vita promette di ricostruire il passato dell’infanzia in affido o adottata, perché possa voltare pagina. Lavorando con 17 famiglie affidatarie, genitori adottivi e assistenti sociali, a cui è stato chiesto di rappresentare le proprie paure in un vassoio di sabbia, un’équipe di Bristol propone un’altra idea del tempo: il passato non si può mettere via, vive nel presente.

Autrici e autori Eleanor Mary Staples, Debbie Watson e Katie Riches (University of Bristol, Regno Unito)Prima pubblicazione Qualitative Social Work, 6 aprile 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Being, becoming, belonging: Negotiating temporality, memory and identity in life story conversations with care-experienced children and young people, di Eleanor Mary Staples, Debbie Watson e Katie Riches, pubblicato in Qualitative Social Work (SAGE) (2024), doi: 10.1177/14733250231168605, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le fotografie delle scene di sabbia create dalle persone partecipanti (figure 1 e 2) non sono riprodotte, per rispetto delle persone coinvolte, e sono segnalate tra parentesi quadre; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

il passato non può essere elaborato e «messo via»: continua a vivere nel nostro presente e nel nostro futuro.

Eleanor Mary Staples, Debbie Watson e Katie Riches

Abstract

Questo articolo si avvale delle prospettive teoriche del nuovo materialismo femminista sul tempo e sulla temporalità per esaminare criticamente una pratica del servizio sociale, il lavoro sulla storia di vita, pensato per aiutare bambine, bambini e adolescenti che sono o sono stati accolti dai servizi pubblici, o che sono stati adottati, a costruire un racconto coerente del proprio percorso di accoglienza, delle esperienze avverse vissute e della propria identità. I dati di intervista qui presentati sono stati prodotti con 17 persone partecipanti (famiglie affidatarie, genitori adottivi e assistenti sociali di équipe per l’affido o l’adozione) che facevano parte di un progetto volto a comprendere come alcuni aspetti del lavoro sulla storia di vita potessero trasformarsi in conversazioni quotidiane sull’accoglienza tra l’infanzia e le persone adulte che se ne prendono cura (si veda www.difficultconversations.info). La nostra analisi mette in luce il modo in cui le persone partecipanti comprendevano e costruivano gli elementi temporali delle esperienze e delle identità dell’infanzia — il suo passato, il suo presente e il suo futuro — nel contesto delle conversazioni sull’accoglienza intrattenute con essa. Nel corso della discussione indichiamo la necessità di allentare la configurazione delle storie di vita e delle identità infantili come «precedenti l’accoglienza» e «successive all’accoglienza», per muoversi invece verso l’accettazione dei molteplici sé dell’infanzia e delle molteplici figure significative che esistono attraverso il tempo.

Parole chiave: adozione, affido familiare, identità, storia di vita, teoria, metodi visuali

Introduzione

Il numero di minorenni accolti dallo Stato in Inghilterra e Galles non è mai stato così alto: nel marzo 2021, 80.850 bambine e bambini erano «in carico» ai servizi (looked after), di cui 2870 adottati (Gov.uk, 2021). Sebbene la maggior parte entri nel sistema di accoglienza a causa di maltrattamenti e/o trascuratezza, un corpus di ricerche sempre più ampio comincia a fornire una lettura strutturale del sistema di tutela, mettendo in evidenza il ruolo centrale della disuguaglianza sociale (Elliott, 2020). Le esperienze e gli esiti dell’accoglienza alimentano da anni una preoccupazione costante nelle politiche, nella pratica professionale e nell’attivismo. Molte bambine e molti bambini vivono una mancanza di stabilità, collocamenti transitori e stigma, e hanno una propensione molto più elevata a sviluppare un disturbo mentale rispetto a chi cresce stabilmente con la propria famiglia d’origine (Sanders, 2020). In questo contesto, il presente articolo apporta una prospettiva critica sul lavoro sulla storia di vita, una pratica consolidata del servizio sociale pensata per attenuare gli esiti negativi aiutando ogni bambina o bambino a comprendere il proprio passato e a integrarlo nel presente (Coman et al., 2016).

Il lavoro sulla storia di vita aiuta l’infanzia che entra nel sistema di accoglienza a comprendere le ragioni per cui non può vivere con la propria famiglia d’origine, a sapere che cosa le è accaduto e perché sono state prese determinate decisioni che la riguardano, allo scopo di aiutarla a consolidare un senso della propria identità. Chi intraprende con professionalità il processo del lavoro sulla storia di vita raccoglie frammenti della vita del bambino o della bambina: oggetti o immagini preziosi, racconti della famiglia d’origine o di precedenti famiglie affidatarie e documenti che lo riguardano (Baynes, 2008). Tutto ciò viene poi tradotto in un resoconto scritto, spesso un libro della storia di vita. La comunicazione di questa storia dipende dall’età e dalle circostanze di ciascun minorenne: può esserci un coinvolgimento attivo attraverso attività basate sul gioco, la co-creazione di linee del tempo o visite a precedenti famiglie affidatarie, oppure la storia può essere compilata dalle persone adulte che se ne occupano. Quando l’adozione riguarda un bambino o una bambina nei primi mesi di vita, questa documentazione scritta — il libro della storia di vita — viene consegnata ai genitori adottivi, perché la esplorino man mano che cresce. Questi processi di lavoro sulla storia di vita aiutano l’infanzia a comprendere e ad articolare la propria storia, in modo che entri a far parte della sua memoria e della sua identità. Facilitano la costruzione della sua autobiografia.

Disporre di un racconto coerente delle esperienze avverse è particolarmente importante per l’infanzia con esperienza di accoglienza, poiché è associato alla ripresa dal trauma, soprattutto quando il racconto è interrotto (Jirek, 2017). Usare le storie di vita come parte della formazione dell’identità si fonda sul presupposto che il passato «deve essere articolato per diventare memoria» (Huyssen, 1995, p. 3) e richiede una forma di costruzione autobiografica: «il modo in cui raccontiamo agli altri e a noi stessi la storia della nostra vita» (Misztal, 2003, p. 10). Sostenere nella memoria autobiografica l’infanzia che non vive con la propria famiglia d’origine fa parte della pratica del servizio sociale nel Regno Unito. Per esempio, la realizzazione di un libro della storia di vita è una componente obbligatoria della preparazione all’adozione, poiché le linee guida ufficiali stabiliscono che «ogni minorenne con un progetto di adozione deve avere un libro della storia di vita» (DfE, 2014, 3.10, p. 45).

Esistono numerose critiche ai libri della storia di vita che non abbiamo lo spazio di riprendere qui (Watson et al., 2015a; 2015b; Hooley et al., 2016). È però importante notare che, in quanto intervento scritto volto a documentare il passato del bambino o della bambina, i libri della storia di vita non possono rendere la ricchezza dei dettagli né i contesti temporali nei quali chi è in accoglienza e chi se ne prende cura possono cercare di dare senso ai suoi ricordi, ai suoi legami di attaccamento e, in ultima analisi, alla sua identità. Allo stesso modo, al lavoro sulla storia di vita in senso più ampio, che può proseguire nel tempo per chi rimane in accoglienza, si rimprovera di commemorare il passato a scapito del presente (Baynes, 2008). Inoltre, la formazione rivolta a genitori adottivi e famiglie affidatarie può inquadrare l’infanzia in funzione dell’età adulta futura, enfatizzando eccessivamente il carattere determinante del trauma precedente all’accoglienza, che si cristallizza in nozioni come l’«attaccamento disorganizzato», una (sovra)diagnosi che ha ricevuto alcune critiche (Woolgar e Scott, 2014).

Come documentato in un articolo precedente dello stesso studio, bambine, bambini e giovani con esperienza di accoglienza hanno riferito di desiderare conversazioni aperte e sincere sulle proprie esperienze con le persone adulte presenti nella loro vita. Spesso, però, sentivano che quelle persone non avevano la sicurezza, le competenze, le conoscenze o l’apertura necessarie per affrontare queste conversazioni, oppure che non erano la persona con cui desideravano parlare della propria vita (Watson et al., 2021). Nel presente articolo presentiamo le prospettive delle figure adulte che gravitano attorno all’infanzia con esperienza di accoglienza (assistenti sociali, genitori adottivi e famiglie affidatarie) sull’affrontare «conversazioni difficili sull’accoglienza».

Presentiamo dati qualitativi che esplorano la possibilità di ripensare una parte del «lavoro» del lavoro sulla storia di vita come «conversazioni sull’accoglienza». Ciò riflette un’attenzione dinamica, temporale e multiprospettica che riconosce gli effetti del tempo e della temporalità sulle esperienze dell’infanzia e delle persone adulte. A tal fine ci basiamo sulle analisi del tempo e delle temporalità del nuovo materialismo femminista, in particolare sui lavori di Karen Barad (2017) e di Karin Murris (2020), che smontano la comprensione della nostra esistenza nel tempo come puramente cronologica. In questo modo, l’articolo mette in discussione l’obiettivo di costruire un passato, un presente e un futuro lineari per l’infanzia con esperienza di accoglienza attraverso un intervento come i libri della storia di vita. Apriamo invece la porta alla possibilità che le persone adulte intraprendano, insieme alle bambine e ai bambini di cui si prendono cura, la co-costruzione della memoria e dell’identità attraverso conversazioni quotidiane sull’accoglienza.

Ciò che ci spinge a teorizzare questo tema in tal modo è il riconoscimento dei contesti politico-economici e del servizio sociale in Inghilterra. Tra questi figurano il numero crescente di minorenni che entrano nel sistema di accoglienza e i tagli ai bilanci degli enti locali, compresi quelli dei servizi sociali per l’infanzia e dei servizi di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza (CAMHS), che non mostrano segni di attenuazione mentre le finanze pubbliche sono sottoposte a forti pressioni (Elliott, 2020; Griffin et al., 2022). In questo contesto, la pratica del servizio sociale ha urgente bisogno di trovare modi per aiutare l’infanzia e le sue nuove famiglie o famiglie affidatarie a riconciliare il passato, i presenti e i futuri. È quindi fondamentale sostenere genitori adottivi e famiglie affidatarie perché aprano conversazioni sui percorsi di accoglienza nei piccoli momenti della vita quotidiana. In questo articolo suggeriamo che i principi del lavoro sulla storia di vita potrebbero essere intessuti e integrati in tutta la vita familiare in modi che non commemorino eccessivamente il passato né lo proiettino sull’adulto in divenire. Al centro di questo impegno vi è la dissoluzione di binarismi come quello tra un’identità precedente e un’identità successiva all’accoglienza, o la ricerca di un’unica autobiografia «vera» da curare e ricomporre. I concetti teorici impiegati nella nostra analisi sono esaminati nella sezione seguente.

Infanzie nel tempo e attraverso il tempo

Le concezioni tradizionali dell’infanzia, spesso influenzate dalla psicologia, suggeriscono una modalità di sviluppo lineare in cui l’infanzia getta le basi dell’adulto in divenire: una sorta di «missione sulla Luna». In questa traiettoria verso l’età adulta, estremamente complessa e progettata, l’infanzia è considerata importante (James e Prout, 2015). A questa impostazione dell’infanzia in divenire, orientata all’adulto futuro, si rimprovera di non riconoscere la bambina o il bambino che «è», che esiste adesso. Essa enfatizza eccessivamente l’infanzia come «potenziale antecedente della nevrosi adulta» (James e Prout, 2015, p. 209): un aspetto particolarmente rilevante nella costruzione dell’infanzia con esperienza di accoglienza.

Una visione evolutiva dell’infanzia rischia di precludere «lo spesso adesso di ogni momento», che è «già la loro infanzia situata, così come il loro futuro e il presente» (Murris, 2020, p. 172). Per l’infanzia con esperienza di accoglienza, questo «spesso adesso» temporale esiste nella vita familiare simultaneamente in condizioni temporali precedenti, presenti e successive. I ricordi, gli incontri relazionali e il senso di appartenenza attraversano gli assemblaggi familiari e istituzionali di cui fa parte: famiglia d’origine, famiglie affidatarie e, in alcuni casi, famiglia adottiva. I legami precedenti non esistono solo nel passato, ma restano parte del bambino o della bambina e richiedono che le persone adulte che se ne prendono cura riconoscano, rispettino e rendano giustizia a ciò che è venuto prima (Murris, 2020).

Questo senso di coesistenza attraverso il tempo, in molteplici temporalità, è concettualizzato come «tempo vissuto», in opposizione al «tempo dell’orologio». Il lavoro teorico di Barad è utile per chiarire questo concetto:

…una data entità può trovarsi in (uno stato di) sovrapposizione di tempi diversi. Ciò significa che una data particella può trovarsi in uno stato di coesistenza in tempi molteplici — per esempio, ieri, oggi, domani… Non c’è un tempo determinato, solo una specifica indeterminatezza temporale (Barad, 2017, pp. 219-220).

La nozione di «tempo vissuto» non rappresenta un rifiuto del tempo cronologico. Riconosce piuttosto i modi in cui le nostre esperienze del mondo e la costruzione della nostra identità si basano su tempi diversi che sempre «trapelano gli uni negli altri» (Barad, 2017, p. 220). Concepiamo quindi le storie di vita e le identità dell’infanzia come «piene di eredità e di ricordi, e piene di arrivi, di cura per ciò che potrebbe ancora essere» (Haraway, 2016, p. 2).

Una forma di «tempo vissuto» è la commemorazione, che permette all’infanzia di tenere a mente i membri della famiglia del passato e di onorare le relazioni precedenti attraverso giocattoli, oggetti significativi, libri della storia di vita e fotografie (Watson et al., 2019), nel tentativo di conservare legami emotivi con entità e ricordi umani e non umani (Rogers, 2018). Permettere all’infanzia con esperienza di accoglienza di tenere a mente i membri della famiglia d’origine e di conservare i legami emotivi è complesso e richiede, da parte di tutte le persone coinvolte, quello che viene descritto come una forma di «salto di viaggio» (travel hopping), ossia «l’arte di notare molteplici temporalità» (Murris e Kohan, 2020, p. 4). «Salto di viaggio» è un’espressione presa in prestito dal racconto lungo di Kyoko Hayashi Trinity to Trinity, «scritto attraverso il tempo, il luogo, la storia e la memoria alla ricerca di un modo per piangere con giustizia le vittime dei bombardamenti atomici» (Barad, 2017). Soprattutto, il «salto di viaggio» postula che, sebbene le ingiustizie passate esistano effettivamente nel passato, esse si riverberano nel presente e nel futuro e non possono mai essere cancellate esistenzialmente: «il passato non è mai finito» (Barad, 2017, p. 73).

Sosteniamo che questo modo di pensare il tempo, la temporalità e l’identità offra la possibilità di mettere in discussione le visioni deterministiche delle infanzie post-traumatiche, poiché «l’ontologia di un’entità “nel” passato resta aperta a elaborazioni future» (Murris e Kohan, 2020, p. 9). Per l’infanzia con esperienza di accoglienza, dare senso a eventi traumatici e avversi richiede più che catalogarli e archiviarli. Significa accettare che quegli eventi, quelle sensazioni e quei ricordi vivono con essa nel presente e nel futuro, attraverso i diversi domini temporali. Ciò li lascia aperti all’integrazione in un’identità che va oltre il binarismo prima/dopo l’accoglienza.

In questo articolo riconosciamo il ruolo delle persone adulte nella vita dell’infanzia con esperienza di accoglienza, nel contesto di una convivenza nel presente che immagina il futuro e si confronta con le storie che le costituiscono insieme. L’indeterminatezza temporale o «tempo vissuto» che, a nostro avviso, rappresenta meglio le storie di vita e le identità dell’infanzia con esperienza di accoglienza pone una sfida specifica alle famiglie affidatarie e adottive. Le responsabilità verso gli intrecci relazionali nella vita di una bambina o di un bambino con esperienza di accoglienza tendono a essere più sovrapposte, molteplici e cruciali che nel caso di chi cresce unicamente con la propria famiglia d’origine (Murris, 2020). L’articolo esplora le risposte, le costruzioni e le comprensioni dei genitori adottivi, delle famiglie affidatarie e del personale del servizio sociale che ha partecipato riguardo alle storie di vita e alle identità dell’infanzia attraverso le «conversazioni difficili sull’accoglienza», e il modo in cui queste si manifestano nel tempo e attraverso il tempo.

Metodi

Le persone partecipanti sono state reclutate in due aree di competenza di enti locali in Inghilterra, con il sostegno di responsabili del servizio sociale. L’approvazione etica del progetto è stata rilasciata dal Comitato etico per la ricerca della Facoltà di Scienze sociali e Giurisprudenza dell’Università di Bristol. Data la delicatezza del tema, era importante che le tre persone che conducevano la ricerca avessero esperienza di lavoro con questi gruppi di partecipanti. La tabella seguente presenta le persone partecipanti (tabella 1).

Tabella 1 — Persone partecipanti e dati demografici

  • Assistenti sociali per l’adozione (N = 6). Jeanine; Lorna; Bobby; Finn; Isabella; Nancy.
  • Assistenti sociali per l’affido (N = 5). Mariela, Jessica; Maureen; Benita; Aileen.
  • Famiglie affidatarie (N = 2). Alan, Des.
  • Genitori adottivi (N = 4). Esme, Bill, Sally, Bella.

Il metodo di produzione dei dati è stato il sandboxing, il «vassoio di sabbia»: ogni partecipante ha ricevuto un piccolo vassoio portatile pieno di sabbia e una selezione di piccoli oggetti, come veicoli, conchiglie, animali, edifici, persone, fiori e alberi. Era disponibile acqua in brocche per creare pozze o rendere la sabbia più modellabile. Alle persone partecipanti è stato poi chiesto di creare nella sabbia scene che rappresentassero le loro speranze e le loro paure riguardo all’affrontare conversazioni difficili sulla storia di vita con le bambine e i bambini di cui si prendevano cura, che avevano adottato o con cui lavoravano. Una volta completate le scene di sabbia, abbiamo condotto un’intervista individuale con una traccia tematica semistrutturata. (Figure 1 e 2)

[Figura 1 (immagine di una scena realizzata in un vassoio di sabbia in miniatura con varie piccole figure e oggetti): scena di sabbia creata da una persona partecipante, non riprodotta qui.]

[Figura 2 (immagine di una scena realizzata in un vassoio di sabbia in miniatura con varie piccole figure e oggetti): scena di sabbia creata da una persona partecipante, non riprodotta qui.]

Il metodo del vassoio di sabbia è un adattamento dell’uso terapeutico del gioco della sabbia di Lowenfeld (1979) a fini di ricerca creativa non terapeutica, guidata dalle persone partecipanti (Mannay et al., 2017). Una descrizione più dettagliata dello stesso approccio metodologico si trova in un articolo precedente dello stesso studio, dedicato a bambine, bambini e giovani (Watson et al., 2021). Alcune delle persone adulte partecipanti hanno inizialmente espresso incertezza all’idea di creare scene di sabbia. Tutte, però, hanno preso parte all’attività e hanno poi riflettuto su quanto il metodo fosse stato utile nel concedere tempo, spazio e materiale fisico (la sabbia e le figurine) per «pensarci su» prima dell’intervista. Per i genitori adottivi e le famiglie affidatarie, le conversazioni difficili sull’accoglienza attraversavano la vita quotidiana in modo sia consapevole sia inconsapevole, per cui era importante usare un metodo che offrisse alle persone partecipanti l’opportunità di rendere estraneo ciò che era familiare (Mannay, 2010). Il vassoio di sabbia ci ha permesso di sciogliere significati dati per scontati sulle storie di vita dell’infanzia con esperienza di accoglienza e sulle identità che ne derivano: il suo passato, il suo presente e il suo futuro. Ha inoltre permesso alle persone partecipanti di comunicare punti di vista molteplici, talvolta contraddittori, sulle storie di accoglienza e sulle storie di vita dell’infanzia, e sul proprio ruolo in questi racconti nel corso del tempo.

Produrre dati ricchi e differenziati su questo tema era essenziale nel nostro tentativo di ampliare il campo della ricerca e della pratica del lavoro sulla storia di vita, che può essere inquadrato come un «intervento» condotto da figure professionali con una formazione specifica per un periodo di tempo limitato (Hammond et al., 2020). Può anche essere inquadrato come un esercizio di gestione dei rischi legati al trauma precedente all’accoglienza (Hooley et al., 2016). La nostra concezione delle conversazioni sull’accoglienza implica invece il riconoscimento degli intrecci tra essere, appartenere e divenire, in cui il passato vive necessariamente nel presente e nel futuro, e attraverso di essi. I nostri risultati e la discussione lo esplorano più in dettaglio qui di seguito.

Risultati e discussione: essere, divenire e appartenere

I nostri risultati sono strutturati attorno a temi ispirati alla nozione di Barad (2017) di «specifica indeterminatezza temporale» (p. 220) del passato, del presente e del futuro. Questi temi inquadrano le esperienze e le identità temporali come co-costruite dalle persone adulte che si prendono cura dell’infanzia. Abbiamo analizzato i dati secondo l’analisi tematica illustrata da Braun e Clarke (Braun e Clarke, 2006; 2021). L’uso esplicito di una teorizzazione del tempo propria del nuovo materialismo femminista, insieme alle nostre conoscenze e alla nostra esperienza di ricerca, ha guidato l’analisi e l’interpretazione dei dati in modo ciclico e iterativo. Ne sono risultati tre temi: «Identità, frattura e flusso»; «Riconoscimento nel momento» e «Ricordi vivi», presentati qui di seguito.

Identità, frattura e flusso

Questo primo tema racchiude il modo in cui le persone partecipanti intendevano la temporalità in relazione all’identità del bambino o della bambina. Spesso essa veniva espressa in linea con concezioni evolutive dell’infanzia profondamente radicate nella cultura: come un tempo fondativo per lo sviluppo del futuro adulto «in divenire» (James e Prout, 2015). Molte persone partecipanti insistevano sul favorire un movimento in avanti, lontano dal passato, per consolidare un senso di sé e una vita futura più stabile e appagata. In particolare, la maggior parte dei racconti delle persone partecipanti inquadrava l’identità dell’infanzia1 come bidimensionale: un «prima» (prima dell’ingresso in accoglienza) e un «dopo» (l’ingresso in accoglienza o l’adozione).

I genitori adottivi e le famiglie affidatarie sono le figure più vicine all’infanzia per quanto riguarda la cura quotidiana, l’affetto e gli obblighi. In questi gruppi di partecipanti, la metafora di un’identità infantile «bloccata» nello spazio e nel tempo del «prima dell’accoglienza» era particolarmente presente:

È rimasto bloccato così a lungo… e pensa ancora di essere una persona cattiva, quindi in qualche modo andare avanti per liberare quella specie di oscurità che ha chiusa dentro, credo, e ogni giorno è una lotta continua per tenerla dentro. Voglio solo che abbia pace e che si goda davvero la vita e guardi avanti e, insomma, che si goda il presente. Il presente ce l’ha (Sally, madre adottiva).

L’immobilità emotiva e relazionale che si percepiva nell’infanzia preoccupava molti genitori adottivi e molte famiglie affidatarie, e pesava su bambine e bambini come un «fardello orribile» (Alan, famiglia affidataria). In alcuni casi, se ne parlava come se la loro identità fosse radicata unicamente nel passato, scollegata dal presente:

Si presenta e si percepisce come una vittima, e pensa che sarà sempre una vittima, e non riesce ad andare oltre. Vogliamo aiutarlo ad andare oltre facendo queste conversazioni (Des, famiglia affidataria).

La fissità dell’infanzia in un tempo e in uno spazio che, secondo la percezione delle persone adulte, non rispecchiavano più il presente o il futuro desiderati provocava una certa confusione e ansia. In sostanza, famiglie affidatarie e genitori adottivi vedevano spesso la fissazione sul passato o la fissità nel passato come qualcosa che precludeva la possibilità di vivere il presente o di aderire a quella che veniva presentata come un’identità successiva all’accoglienza più positiva:

Lei pensa a sua [sorella] come a una neonata… Quindi la sua immagine, la sua immaginazione… e non possiamo aggiornare quelle fotografie… probabilmente la aiuterebbe ad andare avanti. Ma per lei, in questo senso, la vita è congelata (Alan, famiglia affidataria).

In effetti, questo senso di un movimento necessario dal passato, in avanti, verso il presente e il futuro, favorito dalle conversazioni difficili sull’accoglienza, compariva in tutte le scene di sabbia di tutti i gruppi di partecipanti. Le persone partecipanti riponevano fiducia nelle conversazioni difficili sull’accoglienza come mezzo per sanare una frattura o un vuoto nel racconto del bambino o della bambina, per permettere, come afferma l’assistente sociale Jessica: «a tutte le nostre bambine e a tutti i nostri bambini di amare il loro posto, di amare la loro vita». Qui è utile considerare come l’uso delle conversazioni sull’accoglienza per guarire e far andare avanti l’infanzia potrebbe essere riconfigurato a partire dal «tempo vissuto», nel senso di Barad (2017).

Le conversazioni quotidiane e minute sull’accoglienza fondate sul «tempo vissuto» accettano il segno indelebile che le esperienze precedenti all’accoglienza lasciano sull’infanzia. Riconoscono i traumi e le ingiustizie che può aver subito, ma ammettono anche che gli intrecci relazionali con la famiglia d’origine possono essere attualmente fonte sia di gioia sia di dolore. Danno vita a questi fili temporali, intessuti in modi piccoli e sicuri lungo tutta la sua vita: al tavolo della cucina dopo cena, in macchina andando a scuola o fantasticando sulle aspirazioni. Come afferma Barad, li «intessiamo nel racconto intrecciato» (p. 61). Riconoscere gli intrecci di passato, presente e futuro nell’esistenza quotidiana di bambine e bambini metterebbe in discussione l’idea che, per amare il proprio «posto», debbano essere liberati dal passato, che il passato debba essere superato. Ciò, a sua volta, potrebbe alleggerire il peso che le famiglie affidatarie sentono nel doverlo favorire.

Va notato che alcuni genitori adottivi stessi, e la maggior parte del personale del servizio sociale quando parlava dei genitori adottivi, facevano riferimento a una sensazione di blocco. In questo caso, i genitori adottivi si sentivano spesso (o venivano descritti come se si sentissero) bloccati nel proprio presente o futuro dagli effetti paralizzanti del passato della figlia o del figlio:

Pensano: non posso dire niente, sono in un vicolo cieco, e non so che cosa fare (Jeanine, assistente sociale per l’adozione)

L’idea che riconoscere l’identità e le esperienze «passate» dell’infanzia potesse danneggiare la vita presente della bambina o del bambino e della famiglia può essere paragonata alla paura di aprire un «vaso di Pandora». Questo sentimento era in parte alla base della motivazione della ricerca, sintetizzata efficacemente da una madre adottiva, Sally:

Durante la formazione ci hanno detto che bisogna farlo regolarmente, che è importante, e quindi quella era la mia unica domanda a tutte le famiglie adottive che sono venute e con cui abbiamo parlato durante la formazione: «Voi come avete fatto?», e rispondevano «non l’abbiamo fatto», «non l’abbiamo ancora fatto, non ancora», «lo faremo presto» oppure «non lo so proprio» oppure «credo che qualcuno abbia scritto un libro».

Uno dei modi in cui abbiamo cercato di rimuovere il blocco legato al non sapere come parlare delle storie di vita e delle identità dell’infanzia, o alla paura di farlo, è stato l’uso del metodo del vassoio di sabbia. Esso ha permesso alle persone partecipanti di rappresentare visivamente le conversazioni sull’accoglienza dapprima in modo autonomo e riflessivo, invece di dover formulare risposte a voce su due piedi. Si prestava inoltre a riflettere sugli aspetti temporali e spaziali delle conversazioni sull’accoglienza, e per questo nella sabbia venivano spesso creati percorsi o attraversamenti di ponti.

Questi percorsi venivano presentati come imprese necessarie per sottrarre l’infanzia alla presa di un’identità precedente all’accoglienza amorfa, minacciosa o caotica. Allo stesso tempo, le persone partecipanti riconoscevano che questo processo richiedeva sia alle persone adulte sia a bambine e bambini di affrontare, elaborare e mettere in parole emozioni difficili e ricordi dolorosi:

…magari vedi un sentiero laggiù, ma se ci sono dei pericoli e quella zona è difesa, potresti farti male cercando di attraversare fin là (Esme, famiglia adottiva)

L’uso di queste metafore ha permesso alle persone partecipanti di rappresentare molte delle complessità e delle ambiguità legate all’affrontare conversazioni difficili sull’accoglienza. Ciò che veniva descritto con frequenza, però, era un processo in cui il passato poteva trapelare in modo imprevedibile nel presente e nel futuro e, come afferma Esme qui sopra, causare qualche danno.

Un modo utile per riconcettualizzare la paura di aprire un «vaso di Pandora» del passato dell’infanzia è ricorrere alla nozione di «salto di viaggio» (Hayashi, 2010; Barad, 2017; Murris e Kohan, 2020). Nelle conversazioni sull’accoglienza con bambine, bambini e giovani, il «salto di viaggio» implicherebbe il riconoscimento che le nostre identità non possono essere contenute in momenti lineari e cronologici del «tempo dell’orologio». Suggerisce piuttosto che esistiamo come esseri che saltano continuamente da un ricordo, da una speranza, da una sensazione, da un’emozione all’altra, o a molte contemporaneamente, attraverso temporalità diverse. In questa prospettiva, il compito delle conversazioni sull’accoglienza non è «ricostruire» un racconto sequenziale e lineare della vita del bambino o della bambina. L’obiettivo diventa invece stabilire piccole connessioni tra il suo passato, il suo presente e il suo futuro, con la consapevolezza che il passato non può essere elaborato e «messo via»: continua a vivere nel nostro presente e nel nostro futuro.

Nel complesso, i dati di questo tema mostrano che le concettualizzazioni dell’identità infantile delle persone partecipanti si fondavano in generale su una comprensione della temporalità in termini di «tempo dell’orologio» piuttosto che di «tempo vissuto». Tuttavia, sebbene fosse forte la sensazione che fosse necessario liberare l’infanzia dal passato per portarla nel presente, rispettare e riconoscere la bambina o il bambino «qui e ora» era anch’essa una preoccupazione prevalente delle persone partecipanti, come si vedrà qui di seguito.

Riconoscimento nel momento

Questo tema esplora in che misura genitori adottivi, famiglie affidatarie e assistenti sociali comprendessero l’indeterminatezza temporale dell’infanzia nel presente, ossia come intendessero il ruolo del tempo nell’identità del bambino o della bambina «qui e ora». È ciò che Bella, genitore adottivo, descriveva come il bisogno costante di «quella sensazione che qualcuno li riconosca». Molte persone partecipanti esprimevano il dovere di incontrare l’infanzia così com’è, nel momento, e di non costruirla in base a com’era (prima dell’accoglienza) o a come si voleva che fosse (dopo l’accoglienza):

La gente vorrebbe che il bambino sorridesse e sembrasse felice, ma non è detto che… Trovo davvero irritante quando la gente continua a cercare di tirare su di morale un bambino a ogni costo. Non serve proprio a niente… Calma, accettazione (Finn, assistente sociale per l’adozione).

Quando le persone partecipanti toccavano l’indeterminatezza temporale del bambino o della bambina «qui e ora», lo facevano spesso in relazione alla famiglia d’origine. Chi si opponeva al «tirare su di morale a ogni costo» riconosceva la presenza continua della famiglia d’origine nella vita dell’infanzia, a prescindere dal grado di contatto. Nel complesso, si riconosceva che l’infanzia esiste in relazione sia alla famiglia adottiva o affidataria sia alla famiglia d’origine, e che le relazioni passate costituiscono aspetti del suo presente e del suo futuro:

…un bambino in un certo senso gli somiglia un po’, ed è un po’ strano, perché non sarà mai come loro, ma non è nemmeno esattamente come loro. Sta nel mezzo, no? A metà strada (Mariela, assistente sociale per l’affido)

C’erano altri modi in cui le persone partecipanti percepivano la natura temporalmente intrecciata del bambino o della bambina «qui e ora». Per esempio, un padre affidatario ha espresso la propria disponibilità ad avviare un dialogo con il ragazzo che aveva in affido su aspetti sconosciuti del passato di entrambi, sapendo che quelle informazioni sarebbero trapelate nelle loro identità presenti e nei loro sé futuri:

La sua grande domanda era: chi era mio padre? Abbiamo fatto il DNA… probabilmente non sapremo mai chi è il suo vero padre, ma quello che forse possiamo fare è ricostruire un po’ di storia per lui, per dirgli: guarda, ehi. [Noi] abbiamo fatto la stessa cosa, quindi non l’ha fatto da solo (Alan, famiglia affidataria)

Tuttavia, riuscire a rispettare l’interazione tra il passato, il presente e il futuro del bambino o della bambina, ciò che Murris (2020) chiama lo «spesso adesso» della sua identità, non era semplice. Accettare l’indelebilità del passato e, allo stesso tempo, il fatto che i suoi significati vengano attribuiti nel presente e nel futuro poteva essere particolarmente difficile per i genitori adottivi. Come ha riassunto una persona che lavora come assistente sociale per l’adozione, riconoscere il passato della figlia o del figlio suscita in alcuni genitori adottivi un’angoscia esistenziale, per ciò che significa per il nucleo familiare nel presente:

Il carattere definitivo, il voler proteggere la propria creatura dal dolore e dal male. La paura per sé stessi, di non essere i veri genitori e di non riuscire a far quadrare il cerchio. La preoccupazione di non riuscire mai ad appagarla pienamente. Un dilemma esistenziale enorme, enorme (Isabella, assistente sociale per l’adozione)

In effetti, i percorsi carichi di trepidazione che famiglie affidatarie e genitori adottivi affrontavano nel considerare il passato dell’infanzia per poterla riconoscere nel presente erano evidenti in tutte le scene di sabbia realizzate. Questa costruzione del passato si basa, si può sostenere, su una comprensione della temporalità in termini di «tempo dell’orologio», in cui il passato resta «laggiù» e guardarlo rischia di riattivare il trauma (Barad, 2017). Il «tempo vissuto», invece, illumina il modo in cui il passato è sempre presente nel bambino o nella bambina «qui e ora» e lo sarà sempre nella persona adulta futura. Aiutare genitori adottivi e famiglie affidatarie a comprendere come il passato sia necessariamente intessuto nel presente e nel futuro potrebbe rendere meno spaventosa e stressante l’idea di affrontare conversazioni sull’accoglienza.

Il padre adottivo citato qui di seguito ha riflettuto sulla propria scena di sabbia, un incrocio, in modo più vicino a una comprensione del «tempo vissuto». Ha suggerito che le conversazioni difficili sull’accoglienza creano ambiguità anziché offrire un modo semplice per elaborare e poi «sistemare» il passato delle figlie:

Le risposte, a volte — da qui l’incrocio — mi piacerebbe pensare che parlando con le ragazze si ottenga un riscontro, ma poi questo porta a emozioni molto diverse. Potrebbe smuovere cose che per loro non sono piacevoli… In realtà è un po’ confuso (Bill, padre adottivo)

Nella sua riflessione, Bill riconosce gli esiti che le conversazioni difficili sull’accoglienza possono innescare, tra cui confusione, sofferenza e un periodo di turbamento per la bambina o il bambino e per la persona adulta. Riconosce anche che possono suscitare emozioni diverse, non tutte necessariamente negative. Così facendo, riconosceva che il passato è «vivo nello spesso qui e ora» (Barad, 2017). Offriva alle figlie l’opportunità di essere riconosciute nel momento: gli intrecci disordinati del passato, presi nelle speranze per il futuro e ricoperti dalle risposte emotive del presente.

I dati mostrano che molti genitori adottivi e molte famiglie affidatarie comprendono effettivamente che «le relazioni consolidate non scompaiono mai, per quanto grandi siano le rotture o gli ostacoli» (Rogers, 2018, p. 186). Al centro c’è la consapevolezza che il passato del bambino o della bambina non deve essere commemorato in modo fisso, ma visto come una parte fluida della sua identità che non ha bisogno di essere «elaborata» e «messa via». Tuttavia, come accennato sopra, le persone partecipanti affrontavano questo percorso o processo con una certa trepidazione, il che segnala la necessità di un sostegno ulteriore per genitori adottivi e famiglie affidatarie nell’affrontare, per tutta la vita, conversazioni sull’accoglienza con l’infanzia.

Ricordi vivi

Molte persone partecipanti esprimevano ansia e frustrazione per l’impossibilità di verificare l’esattezza dei ricordi dell’infanzia o di sapere come la memoria dovesse essere rappresentata. Questo tema esplora il modo in cui le persone partecipanti intendevano la carica affettiva e l’esattezza dei ricordi dell’infanzia. Esamina inoltre il potere che questi ricordi e queste identità «passate» hanno di raggiungere il presente. La pressione a essere «più che» genitori o famiglie affidatarie comuni comportava la responsabilità di curare i ricordi dell’infanzia. La memoria era quindi intesa dalle persone partecipanti sia come una documentazione storica oggettiva da ricomporre (per esempio attraverso i libri della storia di vita o i fascicoli dell’accoglienza), sia come qualcosa di pericoloso, inaffidabile e potenzialmente da evitare.

Un aspetto collegato di questo tema riguarda le opinioni delle persone partecipanti sulle pratiche genitoriali e di cura. Non sorprende che un discorso particolarmente dominante nell’adozione sostenga che l’infanzia con esperienza di accoglienza abbia bisogno di un certo tipo di genitorialità o di cura, che talvolta richiede il sostegno di un intervento psicologico o di servizio sociale (Staines et al., 2019). Questo discorso tende a essere legato a presupposti sul trauma e sull’attaccamento che renderebbero necessario un approccio più «sensibile» per superare quelli che un articolo definisce in modo relativamente acritico «i problemi e le sfide posti dai bambini adottati dal sistema di accoglienza» (Rushton et al., 2005, p. 25). Questi discorsi erano evidenti nei dati, laddove le persone partecipanti esprimevano tali idee in termini di competenza genitoriale:

Consiglieremmo l’A to Z of therapeutic parenting. Una buona parte è dedicata a esempi e situazioni specifiche che ci sono tornati piuttosto utili (Esme, famiglia adottiva)

Inoltre, questo tema esplora il modo in cui la famiglia d’origine veniva riconosciuta come parte importante dell’identità del bambino o della bambina, composta da «tempi diversi che trapelano gli uni negli altri» (Barad, 2017, p. 220). Al tempo stesso, però, la famiglia d’origine rappresentava anche una presenza oscura, che coesisteva in modo scomodo nel passato e nel presente dell’infanzia e richiedeva un trattamento cauto per essere integrata nel suo futuro.

Nella maggior parte dei racconti delle persone partecipanti, comprendere con esattezza e ordinare con logica i ricordi dell’infanzia veniva indicato come un elemento da cui dipendeva la possibilità di aiutarla a «dare un senso» alla propria storia di accoglienza e alla propria identità, e ad accettarle. Tuttavia, Bobby, assistente sociale per l’adozione, descrive questa integrazione del passato nel presente come un lavoro difficile e carico di emozione, che può essere «la serpe in agguato nell’erba… potrebbero esserci queste cose in agguato, c’è, ed è là sotto». A preoccupare in modo particolare famiglie affidatarie e genitori adottivi era il fatto di non avere accesso a quella che ritenevano un’informazione completa ed esatta sulla vita precedente all’accoglienza. Ciò rendeva molto difficile curare i ricordi dell’infanzia:

Quando fai una valutazione e porti un bambino nel percorso di accoglienza, non saprai tutto quello che è successo… se pensi che siano stati malnutriti e che non siano stati nutriti come si deve, probabilmente è così. Io non posso darti [al bambino] i dettagli e non posso riempire quei vuoti per te, ma probabilmente non sono stati nutriti ed è probabilmente per questo; però credo anche che quasi vogliano che sia tu a raccontarglielo, e vogliono che tu abbia tutti quei pezzi di informazione, ma tu non li hai (Isabella, famiglia adottiva).

Per i genitori adottivi in particolare, raccogliere, elaborare e presentare le informazioni per aiutare la figlia o il figlio a ricostruire un racconto di vita coerente, favorendone la riconciliazione con il passato, era vissuto come una responsabilità centrale e, in alcuni casi, come un pesante fardello. Per alleggerire questo fardello, possiamo tornare ancora una volta al concetto di «salto di viaggio» nelle conversazioni sull’accoglienza. Forse esso può favorire un allentamento del desiderio di costruire un sé unificato (del bambino o della bambina), fatto di momenti cronologici nel tempo; un lasciar andare il «flusso continuo e incessante che si muove inesorabilmente dal passato al futuro» del tempo dell’orologio (Barad, 2017, p. 73).

Per le persone partecipanti che si prendevano cura dell’infanzia, raccontare le esperienze precedenti all’accoglienza, interpretarle e aiutare bambine e bambini a elaborarle assumeva anche un significato diverso, una sorta di coproduzione della memoria. Le persone partecipanti affrontavano questo compito in modi diversi. Alcune sentivano di avere la responsabilità di correggere:

Fanno una domanda, forniscono, magari, una data di nascita o una data, o uno zio a cui hanno dato il nome sbagliato, o un compleanno… puoi dire no, no, è sbagliato, è così, e stai correggendo la loro memoria, stai correggendo i loro ricordi (Alan, famiglia affidataria)

Per altre, il valore della memoria, e del racconto che l’infanzia ne trae per costruire un’identità sicura e protetta che integri il suo passato, il suo presente e il suo futuro, era inteso come soggettivo. Questa memoria poteva essere storicamente «inesatta», complessa e contraddittoria, ma comunque preziosa come parte del processo attraverso cui la bambina o il bambino riesce a dare un senso a sé:

Sai, ricordiamo tutti cose diverse e abbiamo tutti cose diverse, e ogni bambino è unico, quindi ricorderanno cose diverse, e quello che per te può essere importante non sarà importante per loro (Isabella, famiglia adottiva)

Le persone partecipanti sottolineavano inoltre che la famiglia d’origine suscitava tensioni legate alla natura sfuggente della memoria. I genitori adottivi esprimevano la difficoltà di presentare la famiglia d’origine alla figlia o al figlio in modo equilibrato e sincero e di integrarla nel proprio racconto familiare nel presente:

Ci insegnano sempre a capire che i genitori biologici, qualunque cosa abbiano fatto, è qualcosa che probabilmente hanno ereditato di generazione in generazione, quindi credo si tratti di cercare di avere un po’ di compassione per loro… (Bill, padre adottivo)

In definitiva, come osserva Bill, tenere insieme persone diverse in egual misura attraverso le temporalità è difficile quando il proprio impegno emotivo e relazionale va inevitabilmente al bambino o alla bambina piuttosto che ai genitori biologici. Inoltre, l’effetto dei ricordi dell’infanzia sulla concezione di sé e sulle relazioni attuali, comprese quelle con i genitori adottivi, era visto come fortemente configurato in relazione alle madri biologiche (più che ai padri):

Era proprio la cocca di papà. La mamma era un po’ una nemica, e questo rifletteva la sua esperienza con la madre biologica. Vedeva le mamme semplicemente come figure cattive (Esme, famiglia adottiva)

Qui l’idea che la memoria viva nel passato, nel presente e nel futuro, e in più persone contemporaneamente, appare in piena evidenza. È la «specifica indeterminatezza temporale» (Barad, 2017, pp. 219-220) in grande scala, una indeterminatezza che crea problemi ai sistemi e alle istituzioni, compresa la famiglia, strutturati da binarismi e confini rigidi. Queste istituzioni faticano a fare spazio al trapelare di una temporalità nell’altra nella costruzione dell’identità, spesso con conseguenze gravissime per tutte le persone coinvolte:

Lui non vuole mai parlare del suo passato, quindi il punto è come introdurre l’argomento, e credo di essere stata colta alla sprovvista, ma quando si è trasferito a [luogo] e anch’io stavo traslocando, si è portato via le sue cose e non mi ero resa conto che alcuni dei rapporti del servizio sociale che lo seguiva dovevano essere tra le cose che aveva preso… all’improvviso ha telefonato e ha detto: non sapevo che mia madre avesse avuto la possibilità di scegliere se [rinunciare a me] [sospiro]. Tremavo letteralmente. (Sally, madre adottiva)

Sebbene Sally sia rimasta spiazzata da questa affermazione del figlio adottivo, nell’insieme dei dati emergeva con chiarezza l’idea che l’infanzia avesse diritto a ricevere informazioni e a comprendere il proprio percorso di accoglienza, anche a costo di far soffrire nel frattempo una famiglia affidataria o un genitore. Tutte le persone adulte ritenevano che l’infanzia avesse il diritto di sapere «chi si prende cura di loro, chi li ama» nei diversi momenti della vita (Finn, assistente sociale per l’adozione). Inoltre, vi era l’impegno a sostenere l’infanzia nello sviluppo di un’identità temporalmente integrata, come impresa condivisa da tutte le persone adulte che la circondano; come riassume Aileen, assistente sociale per l’affido: «non possiamo fare tutto, ma tutti possiamo fare qualcosa».

Nel complesso, però, era evidente che per molte persone il passato era una prospettiva che faceva paura, e che apparteneva saldamente a «laggiù», in linea con una comprensione della temporalità propria del «tempo dell’orologio». Ripensare teoricamente il tempo e la temporalità sulla scia di Barad (2017) e di Murris (2020) offre la possibilità di riflettere su come parlare all’infanzia con esperienza di accoglienza del suo passato, delle sue storie di vita e delle sue identità in modi che riconoscano che i fili del passato sono vivi nella bambina o nel bambino «qui e ora» e nel suo futuro.

Conclusione

Questo articolo sottolinea l’importanza di accompagnare l’infanzia con esperienza di accoglienza nel lavoro sulla memoria senza concepire il passato come un ostacolo da superare o da lasciarsi alle spalle. La paura di riattivare il trauma parlando della storia di vita può impedire a genitori adottivi, famiglie affidatarie e assistenti sociali di affrontare «conversazioni difficili sull’accoglienza». È quindi necessario un cambiamento nei racconti deterministici sull’infanzia, centrati sull’adulto, che considerano la bambina o il bambino traumatizzato come un adulto in formazione, problematico o carente. La marcia costante verso il futuro deve essere rivista, per far posto a un percorso non lineare — «frantumarsi in direzioni diverse» (Barad, 2014, p. 168) — e lasciare spazio al passato, al presente e al futuro nella costruzione dell’identità e del sé. Parallelamente, occorre un cambiamento culturale nella pratica del servizio sociale, che si allontani da un lavoro diretto con l’infanzia e le famiglie improntato all’avversione al rischio e centrato sul «contenimento» delle emozioni e sulla psicologizzazione del trauma.

La responsabilità ricade anche su chi elabora le politiche pubbliche, chiamato a costruire una comprensione meno deterministica dell’infanzia, dell’accoglienza e dell’adozione e a confrontarsi con evidenze provenienti da una pluralità di prospettive e di fonti. Le costruzioni dominanti delle politiche e della pratica inquadrano l’infanzia come un terreno ad alta posta in gioco in vista dell’età adulta proiettata. Le identità di bambine, bambini e giovani con esperienza di accoglienza sono ricoperte in misura ancora maggiore da esiti e indicatori orientati al futuro, intensamente misurati e monitorati. Questa popolazione di minorenni e giovani ha ricordi, sentimenti e legami incarnati con altri membri della famiglia, che possono non essere più fisicamente presenti nella loro vita e su cui gravano spesso giudizi pesanti di carenza o di minaccia. Eppure le relazioni e le esperienze vissute con la famiglia d’origine lasciano per sempre un’impronta e sono parte integrante di chi quella bambina o quel bambino è e di chi diventerà. Comprendere l’ontologia di un’entità nel passato apre quindi possibilità per diversi modi futuri del suo essere (Murris e Kohan, 2020).

In sostanza, i dati che abbiamo presentato qui sfidano figure professionali e famiglie a immaginare la bambina o il bambino con esperienza di accoglienza (come dovrebbe essere considerata tutta l’infanzia) come coesistente in molteplici temporalità, in cui passato, presente e futuro sono indiscernibili, coesistenti e co-costruttivi dell’identità. Rispettare l’interazione dinamica tra passato, presente e futuro delle identità dell’infanzia con esperienza di accoglienza non significa che gli atti di danno o di violenza subiti nella famiglia d’origine debbano essere commemorati, usati per definire chi li ha subiti o perdonati con leggerezza. Tuttavia, «qualsiasi pretesa che il passato possa essere disfatto» (Murris e Kohan, 2020, p. 5) attraverso il lavoro sulla storia di vita o, più in generale, nelle conversazioni difficili sull’accoglienza, deve essere respinta come obiettivo. Il desiderio di tenere, amare e prendersi cura di un bambino o di una bambina nel presente deve invece includere l’accettazione del segno indelebile del passato e della sua continua rielaborazione nel presente e nel futuro. Sebbene non esista una panacea per un lavoro così impegnativo sul piano sociale, emotivo e relazionale, sono disponibili delle risorse, tra cui i materiali gratuiti Difficult Conversations, sviluppati a questo scopo (https://difficultconversations.info/).

Complexe Systémique: punti chiave

Questo articolo scuote un’idea data per scontata nell’affido e nell’adozione: che occorra ricostruire un racconto lineare del passato del bambino o della bambina e poi aiutarli a «voltare pagina». Famiglie affidatarie, genitori adottivi e assistenti sociali descrivono un’infanzia «bloccata» nel prima, e la propria paura di aprire un vaso di Pandora. L’équipe propone di pensare diversamente: il passato non si può mettere via, vive nel presente, e i legami con la famiglia d’origine continuano ad agire. Per una lettura sistemica, è un invito prezioso a superare la divisione prima/dopo e a vedere l’identità del bambino o della bambina come intessuta di più appartenenze, senza esigere una lealtà esclusiva. Sul piano pratico, sostiene conversazioni brevi e ordinarie, a tavola o in macchina, piuttosto che un libro della storia di vita completato una volta per tutte. Il denso quadro teorico si traduce ancora in pochi riferimenti pratici; il campione è piccolo, l’infanzia non vi prende la parola, e due citazioni attribuiscono la stessa persona una volta al servizio sociale e una volta alla genitorialità adottiva. Da leggere insieme all’articolo sugli archivi digitali di gruppo e sulla responsabilità della memoria nelle comunità per minorenni e all’articolo sulla ricostruzione dell’identità adottiva attraverso gli artefatti.

Note dell’originale

1 La maggior parte delle persone partecipanti ha fatto riferimento a più di una bambina o un bambino adottato o in affido, o con cui aveva lavorato come assistente sociale.

Ringraziamenti. Chi firma l’articolo desidera ringraziare tutte le persone che hanno preso parte alla ricerca, nonché le figure professionali che hanno contribuito a facilitare la raccolta dei dati.

Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere potenziali conflitti di interesse in relazione alla ricerca, alla paternità e/o alla pubblicazione di questo articolo.

Finanziamento. Chi firma l’articolo dichiara di aver ricevuto il seguente sostegno finanziario per la ricerca, la paternità e/o la pubblicazione di questo articolo: la ricerca è stata finanziata dall’Economic and Social Research Council (ESRC) nell’ambito dell’Impact Acceleration Account dell’Università di Bristol: ES/M500410/1.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Being, becoming, belonging: Negotiating temporality, memory and identity in life story conversations with care-experienced children and young people, di Eleanor Mary Staples, Debbie Watson e Katie Riches, Qualitative Social Work, vol. 23, no 1, pp. 41-57 (2024), doi: 10.1177/14733250231168605, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (scene di sabbia delle persone partecipanti non riprodotte; dichiarazioni raggruppate nelle note). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Being, becoming, belonging: Negotiating temporality, memory and identity in life story conversations with care-experienced children and young people», pubblicato in Qualitative Social Work (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattato per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Staples, E. M., Watson, D., e Riches, K. (2024). Being, becoming, belonging: Negotiating temporality, memory and identity in life story conversations with care-experienced children and young people. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/being-becoming-belonging-negotiating-temporality-memory-and-identity-in-life-story (Opera originale pubblicata nel 2023 in Qualitative Social Work, 23(1), 41-57 (2024); ripubblicata nel 2024 da Qualitative Social Work, https://journals.sagepub.com/doi/10.1177/14733250231168605)

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