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BMC Public Health · Famiglia
Nella prefettura di Liangshan l’HIV non colpisce soltanto una persona: minaccia un lignaggio. Sulla base di 35 interviste fenomenologiche, il gruppo di Xi Zhang e Yanhua Chen descrive una resilienza familiare vissuta come «resistenza collettiva», sostenuta dal sistema di parentela jia zhi. Il clan sostiene, ma esige anche il silenzio per proteggere l’onore, e questo silenzio pesa anzitutto sulle donne.
Traduzione non ufficiale in italiano di “The clan carries us”: kinship, honor, and the collective enactment of family resilience among Yi households living with HIV in rural Southwest China, di Xi Zhang, Qiuyue Shang, Qiuhong Chen, Wenxi Zhong, Jian Tang, Mei Liu, Lingyu Tang, Dan Tan, Jing Cheng, Xianjun Mao, Li Ma, ZhaoLan Yu e Yanhua Chen, pubblicato in BMC Public Health (BioMed Central) (2026), doi: 10.1186/s12889-026-27151-4, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le due tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
In questo contesto, la resilienza familiare è meno una traiettoria lineare di guarigione o un insieme di capacità individuali di coping che una pratica continua, moralmente fondata, di «resistenza collettiva».
Xi Zhang et al.
Abstract
Background. Sebbene la terapia antiretrovirale abbia trasformato l’HIV in una condizione cronica gestibile, i modelli prevalenti di resilienza familiare, spesso radicati nell’individualismo occidentale, potrebbero non cogliere pienamente il modo in cui le famiglie delle società fondate sul lignaggio affrontano la malattia e lo stigma. Nelle comunità yi della Cina sud-occidentale rurale, la parentela e l’onore collettivo (jia zhi) strutturano il mondo morale della vita quotidiana, ma il loro ruolo nel plasmare la resilienza familiare resta poco esplorato. Questo studio ha esaminato come le famiglie yi di Liangshan vivono e mettono in atto la resilienza familiare, con particolare attenzione all’intreccio tra obblighi di parentela, significati morali della cura e stigma legato all’HIV.
Metodi. È stato adottato un disegno fenomenologico descrittivo. Tra gennaio e giugno 2024 sono state condotte interviste approfondite semistrutturate con 35 persone adulte appartenenti a nuclei familiari yi colpiti dall’HIV. I dati sono stati analizzati con il metodo di Colaizzi per far emergere la struttura essenziale della resilienza familiare vissuta, utilizzando il modello ABC-X di Hill e il modello di resilienza familiare di Walsh come quadri sensibilizzanti.
Risultati. La resilienza familiare non è emersa come una capacità individuale fissa, ma come una pratica relazionale e intrisa di moralità di «resistenza collettiva». Sono stati individuati due ambiti esperienziali interconnessi: (1) la resilienza tessuta all’interno della famiglia, sostenuta dalla presenza condivisa, dalla cura reciproca e dalla responsabilità intergenerazionale; e (2) la resilienza negoziata al di là del nucleo domestico, caratterizzata da un ricorso prudente alle risorse sanitarie e, insieme, dalla gestione della sorveglianza da parte della comunità. Al centro di entrambi gli ambiti si trovava il jia zhi (identità familiare fondata sul lignaggio), che fungeva da arma a doppio taglio: sosteneva un senso di appartenenza essenziale e, al tempo stesso, accresceva la pressione a nascondere l’HIV per proteggere l’onore collettivo.
Conclusioni. La resilienza familiare nelle famiglie yi è una pratica morale collettiva ancorata al sistema jia zhi. L’HIV è percepito come una «frattura genealogica». Se il «silenzio strategico» tutela l’onore del lignaggio, esso impone costi rilevanti ad alcuni membri, in particolare alle donne. Gli interventi infermieristici e di salute pubblica dovrebbero adottare modelli sensibili al lignaggio, che coinvolgano gli anziani e le anziane del clan e presentino il trattamento come «protezione della famiglia», così da garantirne l’adeguatezza culturale.
Parole chiave: HIV, resilienza familiare, parentela/lignaggio, stigma, popolo yi, Cina sud-occidentale rurale
Nonostante la diffusione su scala mondiale della terapia antiretrovirale (ART), le persone che vivono con l’HIV (PLHIV) in contesti con risorse limitate e socialmente stigmatizzati continuano a incontrare difficoltà che incidono sulla tempestività del test, sul collegamento con le cure e sul benessere complessivo [1, 2]. Sebbene le iniziative globali insistano sugli interventi strutturali per ridurre lo stigma, le evidenze confermano che lo stigma resta un fattore persistente di esiti di salute sfavorevoli [3] e che le dinamiche familiari restano un determinante cruciale del benessere in molte comunità [4].
In Cina i dati nazionali di sorveglianza mostrano che nel 2024 circa 1,355 milioni di persone vivevano con l’HIV (PLHIV), con una prevalenza nazionale dell’HIV dello 0,06%, e che sia la copertura dell’ART sia i tassi di soppressione virale hanno superato il 95% [5]. In particolare, la risposta della Cina all’HIV si è appoggiata su due politiche di riferimento relative all’erogazione dell’ART: il Programma nazionale di trattamento antiretrovirale gratuito, avviato nel 2002, che ha contribuito a una notevole riduzione della mortalità legata all’HIV tra le PLHIV; e la politica del «trattare tutte le persone», adottata nel giugno 2016, che consente a tutte le PLHIV di accedere all’ART indipendentemente dalla conta dei linfociti T CD4+ [6].
Al tempo stesso, le evidenze provenienti da alcuni contesti rurali abitati da minoranze etniche indicano margini di miglioramento per anticipare il test HIV e favorire un accesso tempestivo alle cure. Nella prefettura autonoma yi di Liangshan, dove vive una numerosa popolazione yi e che ha conosciuto un carico di HIV relativamente più elevato rispetto alla media nazionale, la quota di persone diagnosticate in fase avanzata resta superiore alle stime nazionali, il che indica ritardi nel test e nelle cure in alcune comunità [7].
Studi precedenti suggeriscono inoltre che, dopo la diagnosi, alcune PLHIV delle aree rurali vivono tensioni familiari e possono scegliere di non rivelare la propria condizione per timore che lo stigma si estenda oltre la persona all’intero gruppo di parentela [8]. Queste esperienze vanno comprese all’interno dei contesti culturali e relazionali locali. In molte famiglie yi, identità e responsabilità morale sono strettamente legate al jia zhi, un sistema di parentela fondato sul lignaggio che regola il matrimonio, l’eredità, il mutuo aiuto e la reputazione collettiva [9]. In questo mondo morale l’HIV può essere interpretato non solo come una condizione di salute personale, ma anche come un evento che ha conseguenze sulla continuità della famiglia e sull’onore collettivo. Di conseguenza, lo stigma legato all’HIV può essere vissuto in modo relazionale e la gestione della malattia può diventare un progetto morale condiviso anziché una preoccupazione esclusivamente individuale [10].
La resilienza familiare può quindi essere messa in atto attraverso la solidarietà intergenerazionale, il sostegno fondato sulla parentela e pratiche culturalmente radicate volte a preservare coesione e dignità mentre si affronta lo stigma [8]. I modelli dominanti sullo stress e sulla resilienza familiari, tra cui il modello ABC-X di Hill e il modello di resilienza familiare di Walsh [11, 12], hanno fornito strumenti fondamentali per comprendere l’adattamento alle crisi. La letteratura esistente sulle famiglie colpite dall’HIV privilegia spesso gli attributi psicologici individuali [13] oppure attinge in larga misura a contesti dell’Africa subsahariana. Tuttavia, le ripercussioni sociali dell’epidemia in Africa sono state profondamente diverse da quelle nella Cina rurale. Nell’Africa subsahariana l’elevata mortalità dei genitori ha imposto una transizione verso unità familiari frammentate, come le famiglie guidate da minori o le famiglie a generazione saltata, che rappresentano una riorganizzazione reattiva e funzionale della cura [14].
Al contrario, la resilienza familiare nelle comunità di etnia yi della Cina sud-occidentale è radicata nel sistema jia zhi (lignaggio), che costituisce un quadro morale e organizzativo duraturo [15, 16]. Questo sistema comporta una responsabilità collettiva che si manifesta attraverso meccanismi di sostegno istituzionalizzati, tra cui l’accoglienza obbligatoria degli orfani e delle orfane da parte della famiglia allargata e la condivisione del rischio economico. In questa infrastruttura fondata sul lignaggio, la resilienza non è un mero adattamento dettato dalla sopravvivenza, ma l’espressione di una continuità intergenerazionale e di un obbligo sociale ascritto [16, 17]. Ciò suggerisce che i modelli di resilienza debbano tenere conto di queste infrastrutture di parentela preesistenti, anziché presupporre un modello universale di collasso strutturale reattivo.
Nel contesto yi, dove il jia zhi plasma non solo il sostegno materiale ma anche l’obbligo morale e l’identità collettiva, studiare la resilienza richiede attenzione all’etica relazionale e ai significati sociali iscritti nella vita di parentela. Sebbene il sistema jia zhi sia riconosciuto come pilastro dell’organizzazione sociale yi, la ricerca esistente ne ha esaminato soprattutto le funzioni macroscopiche nella governance comunitaria e negli interventi sanitari [15]. Resta tuttavia un bisogno cruciale di evidenze empiriche su come queste norme fondate sul lignaggio si traducano nella messa in atto quotidiana e vissuta della resilienza familiare per chi affronta le sfide specifiche dell’HIV. Offrendo un’analisi a livello micro di come gli obblighi di parentela influenzano l’adattamento dei nuclei domestici, questo studio contribuisce a colmare tale lacuna empirica e propone una comprensione più sfumata della resilienza, complementare alle generalizzazioni culturali di ampio respiro.
Per colmare questa lacuna abbiamo condotto uno studio fenomenologico descrittivo per esplorare come le PLHIV yi e i loro familiari a Liangshan comprendono e mettono in atto la resilienza familiare all’interno del proprio mondo culturale. Sebbene le interviste siano state condotte con singole persone, chi ha partecipato ha costantemente narrato le proprie esperienze attraverso le prospettive e le azioni di coniugi, genitori, anziani e parenti, mettendo in luce la resilienza come processo relazionale e collettivo. Lo studio affronta tre domande di ricerca: (1) In che modo gli obblighi di parentela, lo stigma legato all’HIV e i servizi per l’HIV sostenuti dallo Stato interagiscono nel plasmare la vita familiare quotidiana?; (2) Quali risorse culturalmente radicate, come il jia zhi, l’onore collettivo e le tradizioni di mutuo aiuto, favoriscono o limitano le risposte adattive all’HIV?; e (3) Come potrebbero essere ampliati i modelli prevalenti di resilienza familiare per rendere meglio conto di mondi morali organizzati attorno alla parentela fondata sul lignaggio e alla responsabilità relazionale?
Ponendo al centro l’esperienza vissuta delle persone yi, questo studio intende orientare interventi sull’HIV culturalmente appropriati, che rafforzino il sostegno centrato sulla famiglia e la gestione dello stigma tutelando al tempo stesso riservatezza e dignità, contribuendo così a risposte sanitarie eque e attente al contesto per le popolazioni appartenenti a minoranze etniche in Cina.
Questo studio ha adottato un approccio fenomenologico descrittivo guidato dal metodo di Colaizzi (1978) [18] per descrivere come le famiglie yi di Liangshan vivono le avversità legate all’HIV e mettono in atto la resilienza familiare nella vita quotidiana. Sebbene i dati siano stati prodotti attraverso interviste individuali, il nostro focus analitico era la vita familiare come unità relazionale, perché chi ha partecipato narrava costantemente le proprie esperienze in termini di obblighi condivisi, responsabilità intergenerazionali e significati mediati dalla parentela associati al jia zhi (identità familiare fondata sul clan o sul lignaggio).
Coerentemente con la fenomenologia descrittiva, abbiamo prestato grande attenzione ai resoconti delle persone partecipanti e praticato l’epoché (messa tra parentesi) per ridurre al minimo l’influenza di presupposti preesistenti sullo stress e sulla resilienza familiari. Ciò si è tradotto nel dare priorità al linguaggio morale delle persone partecipanti rispetto a categorie psicologiche predefinite. Per esempio, anziché ricorrere per default a una definizione di «famiglia» centrata sul nucleo, abbiamo codificato il coinvolgimento della famiglia allargata come un obbligo intrinseco al jiazhi e non come una fonte esterna di «sostegno sociale». Questa attenzione riflessiva ha fatto sì che i nostri risultati restassero ancorati alla logica culturale yi della responsabilità relazionale, evitando la distorsione dei modelli di resilienza centrati sull’Occidente.
I modelli dominanti, come il modello ABC-X di Hill e il modello di resilienza familiare di Walsh [10, 11], non sono stati utilizzati per guidare la codifica o l’elaborazione dei temi; sono serviti piuttosto come riferimenti sensibilizzanti durante l’interpretazione, per contestualizzare il modo in cui fattori di stress, risorse e valutazioni possono operare all’interno di reti di parentela allargate, al di là dei presupposti orientati alla famiglia nucleare.
Il lavoro sul campo si è svolto da gennaio a giugno 2024 nella prefettura autonoma yi di Liangshan, una regione rurale della Cina sud-occidentale designata come area prioritaria dell’intervento nazionale contro l’HIV [7]. Il paesaggio sociale vi è definito da un incrocio peculiare tra pressione epidemiologica e sistema tradizionale Jia zhi (fondato sul lignaggio). La fattibilità dello studio si è basata sul profondo radicamento locale del nostro gruppo: tre delle persone coautrici (JT, ML e LT) fanno parte del personale clinico del reparto di terapia antivirale (ART) di un ospedale di contea. Questa posizione «interna» ci ha permesso di gettare un ponte tra servizi clinici e indagine comunitaria, garantendo la fiducia necessaria per affrontare gli aspetti delicati dell’HIV e assicurando al tempo stesso che il nostro lavoro restasse radicato nelle norme culturali yi.
Il campionamento si è svolto in due fasi. In primo luogo abbiamo individuato in modo mirato gli specifici ambulatori ART in cui lavorano le persone coautrici cliniche, poiché queste strutture fungono da poli di assistenza primaria per un gran numero di famiglie yi rurali. All’interno di questi contesti clinici si è poi ricorsi a un campionamento di convenienza per reclutare le persone idonee durante le loro visite di controllo ordinarie. Per contenere i possibili squilibri di potere insiti nella relazione tra personale curante e paziente, abbiamo fatto in modo che le persone coautrici cliniche (JT, ML e LT) si occupassero del coordinamento logistico e della mediazione culturale, mentre le interviste principali sono state condotte da membri del gruppo di ricerca non coinvolti nell’assistenza medica diretta delle persone partecipanti. Questa separazione dei ruoli mirava a ridurre al minimo il bias di desiderabilità sociale e a favorire un dialogo aperto su esperienze culturali e familiari delicate.
Potevano partecipare persone adulte (≥ 18 anni) che (1) avessero una diagnosi di HIV conforme alle linee guida cliniche nazionali vigenti; (2) fossero in grado di comunicare in mandarino o in nuosu (con il supporto di un servizio di interpretariato se necessario); e (3) avessero fornito il consenso informato. Le persone partecipanti erano PLHIV oppure i loro principali caregiver familiari. Abbiamo intervistato una persona adulta per nucleo familiare; ogni intervista rappresentava quindi un’unità domestica distinta. Tutte le persone idonee contattate hanno accettato di partecipare.
Per descrivere la struttura dei nuclei familiari, li abbiamo classificati in base ai modelli di coresidenza: nucleare (genitori e figli non sposati); ceppo (genitori che convivono con un figlio o una figlia sposati); congiunta (due o più fratelli o sorelle sposati che convivono); e monogenitoriale. Questa tipologia è coerente con le descrizioni etnografiche dell’organizzazione familiare a Liangshan.
La raccolta dei dati è proseguita finché, nelle discussioni di analisi in corso, non sono più emersi significati sostanzialmente nuovi e pertinenti rispetto all’obiettivo dello studio, e il gruppo di ricerca ha convenuto che l’insieme dei dati offrisse una profondità adeguata per la descrizione fenomenologica.
È stata elaborata una traccia di intervista semistrutturata basata su: (1) una revisione della letteratura su HIV, resilienza familiare e parentela; (2) una consultazione del personale sanitario locale sulla fattibilità e sull’adeguatezza culturale; e (3) l’obiettivo fenomenologico di cogliere le esperienze vissute della vita familiare con l’HIV da parte delle persone partecipanti. La traccia è stata testata con due persone e sono state apportate piccole modifiche per migliorarne la chiarezza e la risonanza culturale (per esempio, sostituendo «coping» con «come la sua famiglia porta il peso»). Le domande esploravano: (1) le risposte della famiglia alla diagnosi di HIV; (2) gli effetti percepiti sulle relazioni familiari e sulla vita quotidiana; (3) il sostegno e le pressioni delle reti di parentela (compreso il jia zhi); (4) le esperienze di stigma e le decisioni relative alla rivelazione; (5) il ricorso ai servizi sanitari e ai sostegni pubblici; e (6) i cambiamenti nel tempo e le speranze per il futuro. Sono state utilizzate domande aperte e domande di approfondimento per consentire ai racconti di svilupparsi nei termini propri delle persone partecipanti.
Le interviste sono state condotte dalla prima autrice, all’epoca della raccolta dei dati studentessa di laurea magistrale in infermieristica di salute pubblica, che aveva ricevuto una formazione approfondita all’intervista qualitativa. Conosceva il contesto socioculturale locale, ma non aveva alcuna relazione pregressa con le persone partecipanti prima dello studio. Quando era necessaria l’interpretazione in nuosu, la traduzione era assicurata da una persona del posto formata all’interpretariato. Per ridurre la desiderabilità sociale e le influenze legate al potere, il ruolo dell’interprete era limitato al supporto linguistico; l’intervistatrice conduceva tutte le domande e gli approfondimenti.
Le interviste si sono svolte in stanze riservate dei centri ART di contea, per garantire riservatezza e comfort. Prima di ogni intervista le persone partecipanti sono state informate sullo scopo dello studio, sulla natura volontaria della partecipazione e sulle tutele della riservatezza, ed è stato raccolto il consenso. Le interviste sono durate 20–50 min, sono state audioregistrate previa autorizzazione e integrate da note di campo che registravano il contesto, le pause e i segnali emotivi. Le interviste venivano sospese o interrotte se si osservava sofferenza. Sono state rimborsate le spese di viaggio; non sono stati previsti altri incentivi.
Le registrazioni audio sono state trascritte alla lettera entro 24 h da due ricercatrici o ricercatori bilingui e confrontate con le registrazioni per verificarne l’accuratezza. Le trascrizioni sono state anonimizzate tramite identificativi numerici (P1-P35) e i dettagli potenzialmente identificativi sono stati eliminati. L’analisi è stata sostenuta da un gruppo multidisciplinare con competenze in salute pubblica, infermieristica e assistenza clinica dell’HIV. Il progetto è stato guidato da studiose e studiosi esperti e da figure cliniche esperte (tra cui YC, ZY e XZ), e tutti i membri del gruppo incaricati della raccolta e dell’analisi dei dati (XZ, QS, QC e WZ) hanno ricevuto una formazione sistematica all’indagine fenomenologica prima dell’avvio dello studio. Questa struttura ha consentito una preziosa dinamica «interno-esterno»: mentre le persone coautrici di Liangshan (JT, ML e LT) mettevano a frutto la loro lunga presenza clinica negli ambulatori ART locali per colmare le distanze culturali e costruire fiducia, il nucleo del gruppo di analisi manteneva la necessaria distanza critica. Nel corso del processo abbiamo tenuto riunioni settimanali per discutere i nostri memo riflessivi e «mettere tra parentesi» consapevolmente i nostri presupposti clinici sull’aderenza individuale al trattamento. Questa pratica riflessiva ha fatto sì che l’interpretazione della resilienza restasse ancorata alla logica interna delle persone partecipanti, quella della «sopravvivenza collettiva» e dell’«onore del lignaggio», anziché essere filtrata attraverso una lente puramente biomedica.
L’analisi dei dati ha seguito il metodo fenomenologico descrittivo strutturato di Colaizzi per accrescere la trasparenza analitica [18]. Le fasi sono state: (1) letture ripetute per l’immersione; (2) estrazione delle affermazioni significative; (3) formulazione dei significati; (4) raggruppamento dei significati in temi; (5) integrazione in una descrizione esaustiva; e (6) formulazione della struttura essenziale della resilienza familiare. Per rafforzare la credibilità abbiamo effettuato un member checking con otto partecipanti, condividendo una sintesi dei temi principali e invitandole a esprimersi sulla risonanza e sull’accuratezza; i riscontri sono stati utilizzati per affinare la formulazione e chiarire i significati ove necessario. Durante tutta l’analisi il gruppo di ricerca ha tenuto memo riflessivi che documentavano la posizionalità, le pratiche di messa tra parentesi e le decisioni analitiche, per rafforzare l’affidabilità e la confermabilità.
Lo studio è stato approvato dal Comitato etico biomedico della Southwest Medical University (n. di approvazione: SWMUIRBTX-202403-0006) ed è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki. Considerati i possibili limiti di alfabetizzazione e la delicatezza di qualsiasi documentazione legata all’HIV nelle piccole comunità, il comitato etico ha approvato un consenso informato verbale. Le procedure di consenso si sono svolte in mandarino o in nuosu, hanno sottolineato la volontarietà e il diritto di ritirarsi senza conseguenze sull’accesso alle cure, e il consenso verbale è stato audioregistrato e documentato. Per ridurre al minimo il rischio di identificazione per deduzione, durante la trascrizione sono state eliminate tutte le informazioni potenzialmente identificative (per esempio villaggio, appartenenza a un clan, professione e dettagli di parentela molto specifici). I dati sono stati conservati su dispositivi cifrati e protetti da password, accessibili solo al gruppo di ricerca. I risultati sono riportati in forma aggregata e de-identificata. Prima della raccolta dei dati, il gruppo di ricerca ha consultato gli amministratori sanitari locali sulle procedure culturalmente appropriate e sulla tutela delle persone partecipanti; queste consultazioni hanno riguardato i processi dello studio e non hanno comportato alcuna identità di partecipanti né elenchi di reclutamento.
I risultati sono presentati come dimensioni intrecciate dell’esperienza vissuta piuttosto che come fattori causali distinti. Sono stati individuati due grandi ambiti esperienziali: (1) la resilienza tessuta all’interno della famiglia, che descrive come i nuclei domestici mantenevano la coesione attraverso risorse condivise, legami relazionali e modi di essere moralmente fondati; e (2) la resilienza negoziata al di là del nucleo domestico, che coglie il modo in cui le famiglie gestivano il ricorso alle cure, i sostegni pubblici e lo stigma comunitario all’interno delle aspettative fondate sul lignaggio. Questi ambiti si costituivano reciprocamente, a riprova del fatto che la resilienza è una conquista relazionale iscritta sia nell’intimità della vita familiare sia in reti socio-morali più ampie. La tabella 1 sintetizza le componenti centrali di ciascun ambito e alcune espressioni fenomenologiche esemplificative.
Tabella 1 — Ambiti esperienziali e componenti della resilienza familiare nelle famiglie yi che convivono con l’HIV
La resilienza tessuta all’interno della famiglia
La resilienza negoziata al di là del nucleo domestico
Il campione comprendeva 35 partecipanti (età media = 50 ± 14 anni; 22 uomini, 13 donne), di cui 28 persone che vivono con l’HIV e sette familiari (per esempio genitori, coniugi). Ogni partecipante rappresentava un nucleo familiare distinto. La maggior parte ha dichiarato un reddito familiare mensile inferiore a ¥2.000 (57,1%). Le strutture familiari erano di tipo nucleare (n = 11, 31,4%), ceppo (n = 16, 45,7%), congiunto (n = 4, 11,4%) e monogenitoriale (n = 4, 11,4%). Le vie di infezione riferite erano il contatto eterosessuale (68,6%), la trasmissione verticale da madre a figlio (14,3%) e l’uso di droghe per via iniettiva (17,1%). Nel 62,9% dei nuclei familiari un membro della famiglia viveva con l’HIV, mentre il 20,0% ne ha riferiti due e il 17,1% tre o più. Le caratteristiche delle persone partecipanti sono sintetizzate nella tabella 2.
Tabella 2 — Informazioni generali sulla popolazione dello studio (n = 35)
Le persone partecipanti descrivevano per lo più la resilienza non come un attributo individuale, ma come una pratica collettiva iscritta nella vita domestica quotidiana. Questo ambito comprendeva tre componenti interconnesse: le risorse domestiche condivise, i legami relazionali e i modi di essere moralmente fondati.
Le risorse domestiche condivise erano spesso descritte come concrete e improvvisate. Le difficoltà economiche venivano citate di frequente e i nuclei familiari adattavano le proprie abitudini per continuare a garantire la cura e la vita quotidiana:
«Dopo che mi sono ammalato, non potevo più lavorare fuori… Ho preso lavori temporanei qui vicino, ma il mio reddito è sceso di più della metà.» (P3, uomo, 52)
Il sostegno emotivo era spesso descritto come qualcosa che si esprime attraverso una presenza costante più che attraverso rassicurazioni verbali esplicite:
«Le vogliamo bene come prima e consoliamo spesso nostra sorella. Adesso il suo umore e la sua salute vanno meglio.» (P19, donna, 35)
Le conoscenze sulla salute venivano ricercate per ridurre la paura e proteggere i familiari, più che per acquisire una padronanza tecnica:
«Impariamo cose sull’HIV dai video brevi su internet e dal personale medico. Sapere che possiamo proteggere la nostra famiglia ci fa avere meno paura.» (P23, uomo, 40)
I legami relazionali offrivano un’impalcatura morale per resistere. Le relazioni di coppia venivano descritte come fonti di ancoraggio reciproco:
«Io e mia moglie abbiamo avuto la diagnosi tutti e due. Ci consoliamo a vicenda, affrontiamo le difficoltà con coraggio, pensiamo a superare la giornata di oggi.» (P8, uomo, 47)
Al tempo stesso, le persone partecipanti descrivevano anche rotture relazionali segnate dallo stigma e dal distanziamento:
«Mio figlio e mia nuora hanno tagliato i ponti… Non mi è permesso parlargli.» (P26, donna, 63)
La coresidenza intergenerazionale attenuava talvolta queste rotture, e le persone anziane venivano descritte come fonti di cura e di orientamento:
«Mia suocera aiuta a badare ai bambini… e a volte ci dà dei soldi.» (P21, donna, 38)
I modi di essere moralmente fondati plasmavano il modo di comprendere e affrontare le avversità. I cambiamenti cognitivi dalla paura all’accettazione venivano spesso descritti in termini familiari:
«All’inizio, eravamo terrorizzati… Adesso, tutta la casa si è abituata a conviverci.» (P10, uomo, 44)
Le persone partecipanti collegavano la stabilità emotiva alle responsabilità verso i figli o verso le persone anziane:
«Ma poi ho pensato: i miei figli hanno bisogno di me. Devo restare forte e prendere ogni pastiglia.» (P7, donna, 50)
Il cambiamento dei comportamenti era descritto come una forma di cura relazionale più che come semplice autodisciplina:
«Ho smesso di fumare e di bere, per alleggerire il peso sulla mia famiglia.» (P6, uomo, 41)
Sebbene il nucleo domestico fosse un luogo centrale della cura, le persone partecipanti si muovevano anche in un contesto socioculturale più ampio, in cui coesistevano sostegno, vincoli e guarigione.
Il sostegno esterno era descritto come proveniente sia dalle relazioni comunitarie sia dai servizi finanziati con fondi pubblici. Alcune persone partecipanti descrivevano i legami di vicinato come qualcosa che alimentava il senso di appartenenza:
«Continuiamo a mangiare e bere con i vicini. Ci confortano e ci offrono aiuto.» (P2, uomo, 58)
Le persone partecipanti descrivevano anche come i servizi pubblici per l’HIV riducessero il carico economico e favorissero l’accesso al trattamento:
«Adesso i farmaci sono gratuiti: il mio corpo e la mia mente stanno meglio.» (P4, donna, 33)
«Facciamo controlli annuali gratuiti.» (P12, uomo, 49)
Il contesto socioculturale e lo stigma plasmavano la resilienza in modo ambivalente. Il jia zhi veniva descritto come qualcosa che favoriva la responsabilità collettiva ma, al tempo stesso, accentuava le preoccupazioni per la reputazione e la rivelazione:
«Per non coprire di vergogna il nostro clan, restiamo a casa e non andiamo alle riunioni.» (P13, donna, 60)
Le preoccupazioni legate allo stigma si estendevano alla scuola e alla partecipazione sociale:
«Mia nipote ha lasciato la scuola: ha paura che in classe scoprano che prende i farmaci per l’HIV.» (P19, donna, 35)
Alcune persone partecipanti descrivevano anche cambiamenti graduali negli atteggiamenti della comunità, spesso in relazione a un’educazione sanitaria costante da parte del personale clinico locale:
«Il medico del villaggio continuava a spiegare… Non ci hanno mai discriminati…» (P31, uomo, 55)
Gli incontri con le cure erano spesso descritti come capaci di trasformare la disperazione in possibilità. L’ART era associata al recupero della salute e a un rinnovato senso di capacità di agire:
«Questa medicina funziona bene… c’è speranza di vita.» (P17, donna, 42)
Il personale sanitario era talvolta descritto come un intermediario di fiducia che aiutava le famiglie a orientarsi sia nelle cure biomediche sia nelle preoccupazioni quotidiane:
«Il medico del villaggio è venuto a casa… Senza questo non ce l’avremmo fatta.» (P29, uomo, 51)
Nell’insieme dei racconti, la struttura essenziale della resilienza familiare può essere sintetizzata così:
«La resilienza familiare veniva messa in atto come resistenza collettiva fondata sul jia zhi — un quadro morale fondato sul lignaggio attraverso cui si comprendevano appartenenza, obbligo e onore —, sostenuta dalla cura quotidiana all’interno del nucleo domestico, negoziata attraverso un ricorso prudente ai servizi sanitari e ai sostegni pubblici, e continuamente riadattata nella gestione dello stigma e nella tutela della dignità familiare»
Questa struttura essenziale non riflette un insieme di tratti misurabili, ma un mondo morale vissuto in cui la resilienza veniva descritta come dovere, dignità e perseveranza silenziosa: stare insieme di fronte all’incertezza.
Nelle comunità yi di Liangshan, una diagnosi di HIV va oltre la gestione individuale della salute e sconvolge in profondità le basi relazionali e morali su cui le famiglie organizzano la cura quotidiana. Da una prospettiva infermieristica e di salute familiare, i nostri risultati suggeriscono che in questo contesto la resilienza familiare è meno una traiettoria lineare di guarigione o un insieme di capacità individuali di coping che una pratica continua, moralmente fondata, di «resistenza collettiva».
Sebbene il modello ABC-X di Hill [11] fornisca una comprensione fondamentale dell’adattamento familiare alle crisi, esso è concepito principalmente per cogliere i processi omeostatici delle unità familiari nucleari. Nel contesto yi, tuttavia, i nostri risultati suggeriscono che la «crisi» (X) non è vissuta semplicemente come un fattore di stress funzionale, ma come una possibile frattura della continuità genealogica. Inoltre, i nostri dati invitano a riconsiderare criticamente il modello di Walsh [12], che individua nella «chiarezza della comunicazione» un pilastro centrale della resilienza. Nelle famiglie yi la resilienza si esprime spesso attraverso un’opacità intenzionale e il contenimento emotivo più che attraverso l’autoefficacia individuale [19].
Interpretiamo il «silenzio strategico» non come una carenza di risorse di coping o una repressione passiva, ma come una strategia relazionale raffinata che antepone la sopravvivenza morale del jia zhi (lignaggio) alla trasparenza psicologica individuale. Come ha osservato con intensità una persona partecipante: «Non possiamo piangere apertamente; le nostre lacrime devono cadere dentro casa.» Questa strategia attiva e protettiva mira a contenere la crisi entro lo spazio sicuro del nucleo domestico, salvaguardando così la dignità e la reputazione collettive della famiglia. Di conseguenza, questo studio amplia la teoria esistente spostandosi da un’impostazione individualistico-espressiva a una comprensione più collettivo-esistenziale della resilienza.
Il jia zhi è emerso come il meccanismo centrale di questa resilienza, funzionando come una complessa «arma a doppio taglio». Da un lato, l’obbligo morale insito nel jia zhi assicurava la sopravvivenza attraverso pratiche di reciprocità. Le persone partecipanti descrivevano come le figlie e i figli adulti che lavoravano lontano da casa contribuissero economicamente e come le persone anziane si facessero carico della cura dei nipoti, rafforzando l’appartenenza quando l’HIV minacciava l’esclusione sociale [20–22]. Dall’altro lato, questa stessa logica di parentela imponeva rigidi vincoli comportamentali. Per preservare il mianzi (la «faccia») e l’onore collettivo, le famiglie ricorrevano spesso al silenzio strategico o a un ritiro selettivo per ridurre il rischio di uno stigma esteso all’intera famiglia. I nostri risultati sulla paura persistente della rivelazione concordano con revisioni sistematiche secondo cui lo stigma percepito resta un ostacolo alla qualità di vita anche nell’era dell’ART gratuita [23].
In particolare, se l’HIV è ampiamente riconosciuto come una «rottura biografica» dell’identità personale [24], i nostri risultati suggeriscono che le persone partecipanti yi lo vivevano piuttosto come una «frattura genealogica». A differenza delle rotture centrate sull’individuo documentate nella letteratura occidentale, qui l’HIV minaccia la trasmissione intergenerazionale del nome di famiglia, dei beni e degli obblighi ancestrali. Come ha confidato con intensità una persona partecipante: «Se non posso avere figli, la linea di mio padre finisce con me.» Questa angoscia va oltre la mortalità personale e riflette il timore collettivo che il virus estingua la continuità biologica e morale del jia zhi.
Questa resilienza, tuttavia, si paga a caro prezzo sul piano interno. L’aspettativa collettiva di segretezza fa spesso ricadere oneri sproporzionati sulle donne della famiglia, il cui lavoro invisibile e la cui sopportazione silenziosa sostengono il lignaggio a scapito del loro stesso benessere [25]. Inoltre, questo sostegno fondato sul lignaggio ha limiti precisi. In contesti di stigma grave o di conflitto intrafamiliare, la funzione protettiva del jia zhi può spezzarsi alla radice, trasformandosi da fonte di sostegno in meccanismo di esclusione volto a salvaguardare la reputazione più ampia del clan [26]. Evidenze recenti confermano che tali tensioni generano un notevole carico per chi presta assistenza [27] e che gli atteggiamenti legati allo stigma possono ostacolare in modo significativo l’utilizzo dei servizi sanitari nel Sichuan rurale [28]. Questi esiti rivelano i netti limiti strutturali delle reti informali di parentela e sottolineano la necessità di interventi istituzionali strutturati e centrati sulla famiglia per stabilizzare e integrare i sistemi di sostegno tradizionali [29].
Il ricorso ai servizi sanitari veniva spesso descritto come un’esperienza che affermava la dignità, in particolare grazie all’accesso all’ART gratuita, in linea con quanto riportato in altri contesti cinesi [30]. I benefici psicosociali di questi servizi dipendevano tuttavia dalla sicurezza relazionale. Dove lo stigma comunitario era elevato, il timore che recarsi in ambulatorio potesse portare a una rivelazione involontaria innescava spesso una vigilanza accresciuta e un distanziamento sociale che indebolivano l’alleanza terapeutica [31].
In particolare, alcune persone partecipanti descrivevano l’uso di piattaforme digitali (per esempio video brevi) per accedere alle informazioni sanitarie. Ciò concorda con studi recenti che evidenziano il ruolo crescente della fruizione di video brevi nel colmare i divari di alfabetizzazione sanitaria e nel migliorare la salute mentale nella Cina rurale [32]. Inoltre, le tradizioni spirituali locali influivano sulla costruzione di significato; le pratiche legate al bimo presentavano spesso la malattia come un evento di vita che richiedeva una riparazione morale anziché come un fallimento individuale, in linea con le prospettive fenomenologiche che considerano la malattia come un’esperienza relazionale vissuta [33, 34].
Sebbene questo studio individui i pilastri strutturali del sostegno di parentela, la nostra analisi interpretativa suggerisce che l’adattamento familiare funziona come un processo fluido più che come uno stato statico. Durante la crisi iniziale che segue la diagnosi di HIV, il jia zhi funziona soprattutto come unità protettiva, privilegiando il silenzio strategico per prevenire una rottura sociale immediata e preservare la reputazione collettiva. Man mano che la condizione diventa, grazie a una terapia antiretrovirale continuativa, una malattia cronica gestibile, il fulcro dello sforzo collettivo tende a spostarsi verso l’organizzazione della cura a lungo termine e la calibrazione graduale della rivelazione all’interno di cerchie di parentela fidate. Queste dinamiche sono ulteriormente complicate dai cambiamenti generazionali nell’identità culturale. I membri più giovani della famiglia, che si avvalgono sempre più dell’alfabetizzazione sanitaria digitale [32], possono gestire le tensioni tra riservatezza e ricerca di cure in modo diverso dalle persone anziane della famiglia, che restano centrate sulla riparazione morale tradizionale. Queste dimensioni temporali e intergenerazionali indicano che le risposte fondate sul lignaggio non sono tratti culturali fissi, ma pratiche reattive che si ricalibrano lungo le traiettorie cliniche e sociali.
Queste dinamiche culturali hanno implicazioni dirette per gli interventi di salute pubblica a Liangshan. In primo luogo, le modalità di intervento: data la centralità del lignaggio, il counseling individuale standard potrebbe risultare meno efficace. Raccomandiamo di esplorare modelli centrati sulla famiglia che coinvolgano anziani e anziane di fiducia dotati di autorità culturale o «figure di prestigio» all’interno del clan (per esempio il bimo o i capi clan) come interlocutori chiave per facilitare l’educazione sanitaria, a condizione che la riservatezza sia negoziata con rigore. In secondo luogo, la riduzione dello stigma: poiché lo stigma è vissuto come una minaccia all’onore collettivo (mianzi), le campagne contro lo stigma dovrebbero spostare l’attenzione dai «diritti individuali» alla «protezione della famiglia». Messaggi che presentino il trattamento dell’HIV come un modo per «preservare il lignaggio» e «proteggere le generazioni future» potrebbero accordarsi meglio con i valori locali rispetto a narrazioni incentrate unicamente sul benessere individuale. Infine, l’assistenza infermieristica deve fare spazio al «silenzio strategico». Anziché fare pressione sulle persone in cura perché rivelino pienamente la propria condizione come segno di accettazione, il personale clinico dovrebbe rispettare la non rivelazione selettiva come un meccanismo di coping funzionale che tutela il capitale sociale della famiglia. Questo approccio riflette i principi dell’umiltà culturale e dell’etica relazionale [35], e antepone la sicurezza del mondo sociale della persona in cura a un’adesione rigida alle norme biomediche sulla rivelazione.
In definitiva, questo studio coglie uno spostamento da una resilienza centrata sull’individuo verso una forma di «resistenza collettiva» profondamente radicata nel sistema jia zhi. Riconoscendo nel silenzio strategico un meccanismo protettivo proattivo anziché un ostacolo clinico, i nostri risultati offrono una prospettiva diversa su come le norme collettiviste plasmino l’adattamento all’HIV. Questa rilettura mostra che la resilienza nelle famiglie appartenenti a minoranze segue spesso una logica di sopravvivenza genealogica, fornendo una base concreta per sviluppare interventi sanitari più improntati all’umiltà culturale e sensibili al lignaggio.
Questo studio offre un resoconto fenomenologico descrittivo approfondito di come le famiglie yi che convivono con l’HIV a Liangshan vivono e mettono in atto la resilienza familiare. Concentrandosi sui racconti vissuti delle persone partecipanti, lo studio concettualizza la resilienza non come un tratto o un esito fisso, ma come una pratica relazionale e moralmente fondata messa in atto attraverso la cura quotidiana, l’occultamento selettivo e gli obblighi fondati sulla parentela, con il jia zhi (identità familiare fondata sul clan o sul lignaggio) come importante contesto interpretativo. Questi risultati contribuiscono alla ricerca infermieristica e sulla salute familiare mostrando come la resilienza possa essere messa in atto collettivamente e iscritta in significati culturalmente situati della cura, della dignità e dell’appartenenza.
Occorre segnalare diversi limiti. In primo luogo, abbiamo intervistato una persona adulta per nucleo familiare; i risultati rappresentano quindi le prospettive delle persone partecipanti sulla vita familiare e non resoconti a più voci all’interno di ciascun nucleo. Sebbene le persone partecipanti parlassero spesso in termini collettivi e descrivessero imperativi morali condivisi (per esempio «le nostre lacrime devono cadere dentro casa»), questo disegno può sottorappresentare punti di vista divergenti, tensioni taciute o differenze di genere e di generazione nella cura e nel lavoro emotivo. Studi futuri potrebbero includere interviste a più membri dello stesso nucleo e/o approcci etnografici per cogliere più pienamente le dinamiche intrafamiliari.
In secondo luogo, le persone partecipanti sono state reclutate negli ambulatori ART delle municipalità, il che può sottorappresentare i nuclei familiari meno collegati alle cure, compresi quelli che hanno ritardato il test, hanno interrotto il trattamento o incontrano ostacoli più forti legati allo stigma nell’accesso ai servizi. Sebbene si sia fatto ricorso all’interpretariato e a garanzie di riservatezza quando necessario, non è possibile escludere del tutto un bias di desiderabilità sociale legato allo stigma e alle preoccupazioni di riservatezza.
In terzo luogo, il fatto che lo studio si concentri su un’unica prefettura rurale, con una parentela fondata sul lignaggio e tradizioni spirituali peculiari, può incidere sulla generalizzabilità diretta dei risultati. Per questo motivo, i risultati vanno letti in relazione alla ricerca internazionale sul collettivismo e sull’HIV. Sebbene il sistema jia zhi sia un’istituzione culturale specifica del popolo yi, i suoi meccanismi funzionali sottostanti, come le strategie di sopravvivenza collettiva, l’occultamento indotto dallo stigma e le disuguaglianze di genere nella cura, concordano con osservazioni compiute in altre società incentrate sulla parentela. Se alcune dinamiche, come il primato morale assoluto della continuità del lignaggio, sono profondamente radicate nelle tradizioni locali yi, altri processi osservati presentano una rilevanza teorica più ampia. In particolare, il duplice ruolo della parentela, al tempo stesso risorsa primaria e vincolo restrittivo, insieme al ricorso al silenzio strategico per tutelare l’onore familiare, riflette probabilmente modelli fondamentali di adattamento familiare nei contesti ad alto stigma in tutto il mondo. In definitiva, sebbene la trasferibilità resti subordinata alla somiglianza dei contesti, queste osservazioni offrono un quadro comparativo che consentirà alla futura ricerca interculturale di distinguere tra una resilienza etnica specifica e risposte familiari universali alla malattia cronica.
Infine, le interviste sono state condotte in un unico momento, il che limita la nostra possibilità di osservare come le pratiche di resilienza evolvano nel tempo in relazione al mutare delle circostanze familiari e a traiettorie di trattamento più lunghe. Sebbene abbiamo discusso in chiave interpretativa i possibili cambiamenti temporali lungo il decorso della malattia, la natura trasversale dei nostri dati non può cogliere pienamente il carattere fluido e processuale della resilienza. Future ricerche qualitative longitudinali sarebbero preziose per esaminare come queste dinamiche di parentela fluttuino lungo il corso della vita e per orientare la progettazione di interventi attenti alle diverse fasi dell’esperienza di malattia.
Nel complesso, questi limiti non inficiano la credibilità dei risultati; ne delimitano piuttosto la portata inferenziale e indicano le priorità per la ricerca futura, chiamata a sviluppare e verificare ulteriormente approcci all’assistenza per l’HIV culturalmente appropriati e centrati sulla famiglia.
Questo studio mostra che, nelle famiglie yi della zona rurale di Liangshan, la resilienza familiare nel contesto dell’HIV non è una semplice somma di tratti psicologici individuali, ma una pratica condivisa e moralmente ancorata di «resistenza collettiva», profondamente radicata nel sistema jia zhi (lignaggio). I nostri risultati suggeriscono che una diagnosi di HIV è vissuta meno come una rottura biografica privata e più come una possibile frattura genealogica, che minaccia la continuità biologica e morale della linea familiare.
La ricerca individua una logica culturale peculiare in cui il «silenzio strategico» e l’«opacità intenzionale» funzionano come strategie relazionali proattive per salvaguardare l’onore collettivo (mianzi) e preservare il capitale sociale di fronte allo stigma strutturale. Questo studio sottolinea tuttavia che tale resilienza viene spesso mantenuta a un costo interno rilevante, facendo spesso ricadere oneri emotivi e di cura sproporzionati sulle donne della famiglia. Sebbene il sistema jia zhi offra una solida rete di sicurezza informale, esso funziona come un’«arma a doppio taglio» che può trasformarsi da fonte di sostegno in meccanismo di esclusione per proteggere la reputazione del clan.
Queste osservazioni arricchiscono la ricerca rileggendo la resilienza nei contesti collettivisti come un processo di sopravvivenza genealogica. Per la pratica infermieristica e di salute pubblica, i nostri risultati sottolineano la necessità di muovere verso modelli di cura sensibili al lignaggio e improntati all’umiltà culturale. Gli interventi dovrebbero rispettare la logica interna dei sistemi di parentela delle minoranze coinvolgendo figure dotate di autorità culturale, come gli anziani e le anziane del clan, come partner nella cura. Inoltre, i messaggi sanitari dovrebbero passare dai «diritti individuali» alla «protezione della famiglia», allineando il trattamento dell’HIV alla priorità culturale di salvaguardare le generazioni future. In definitiva, questi risultati offrono un prezioso quadro comparativo per sostenere le famiglie in contesti minoritari analoghi, incentrati sulla parentela e segnati da un forte stigma.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo studio trasporta una nozione familiare, la resilienza familiare di Froma Walsh, in un mondo in cui la famiglia non si ferma al nucleo domestico ma si estende al lignaggio. L’HIV diventa una «frattura genealogica»: a essere minacciati sono la continuità di una linea e l’onore di un clan. Ne deriva un risultato che scuote i nostri riflessi clinici: là dove i modelli occidentali valorizzano la comunicazione chiara, le famiglie yi proteggono la propria coesione attraverso il «silenzio strategico». Il gruppo di ricerca invita a rispettare questo silenzio anziché spingere alla rivelazione, ma ne mostra anche il prezzo, pagato soprattutto dalle donne, e il momento in cui il clan che protegge diventa il clan che esclude. Per la pratica sistemica è un richiamo utile: il segreto può essere una lealtà prima di essere un sintomo, e l’unità di intervento pertinente va talvolta oltre la famiglia nucleare. I limiti stanno in un’unica voce per nucleo familiare, nel reclutamento tramite gli ambulatori e in un solo momento di intervista. Da leggere insieme a l’articolo sui segreti di famiglia come porte d’ingresso e a l’articolo sul percorso della resilienza familiare.
Note dell’originale
Nota dell’editore. Springer Nature resta neutrale rispetto alle rivendicazioni giurisdizionali nelle mappe pubblicate e nelle affiliazioni istituzionali.
Xi Zhang, Qiuyue Shang, Qiuhong Chen e Wenxi Zhong hanno contribuito in egual misura a questo lavoro in qualità di co-prime firme.
Ringraziamenti. Ringraziamo sinceramente le persone partecipanti yi e le loro famiglie per aver condiviso il loro tempo e le loro esperienze su un tema di salute delicato. Il loro contributo ha reso possibile questo studio. Ringraziamo inoltre per il sostegno il personale sanitario locale impegnato nei servizi di prevenzione e trattamento dell’HIV, nonché le realtà comunitarie partner che hanno collaborato al coordinamento dello studio e al supporto linguistico. Apprezziamo la loro professionalità e il loro impegno nel tutelare la riservatezza delle persone partecipanti durante l’intero processo di ricerca.
Contributi di autrici e autori. **XZ, QS, QC e WZ hanno contribuito in egual misura a questo lavoro.** XZ, QS, QC e WZ hanno curato il disegno dello studio, la raccolta e l’analisi dei dati. XZ ha redatto il manoscritto originale. QS, QC e WZ hanno apportato revisioni critiche al manoscritto e contribuito all’interpretazione dei risultati. JT, ML, LT, DT, JC, XM e LM hanno curato il reclutamento delle persone partecipanti, il coordinamento clinico nei siti dello studio (in particolare a Liangshan) e l’agevolazione del processo di intervista. ZY ha partecipato al disegno dello studio, ha fornito indicazioni cliniche sulla gestione dell’HIV e ha rivisto criticamente il manoscritto. YC ha ideato lo studio, ha supervisionato l’intero progetto, ha fornito un orientamento teorico e ha definito la versione da pubblicare. Tutte le persone che firmano l’articolo hanno letto e approvato il manoscritto finale.
Finanziamenti. Questo lavoro è stato sostenuto dal Sichuan Research Center for Sexology and Sex Education Project (n. di finanziamento SXJYB2536) e dal Grassroots Nursing Special Research Project Plan della Sichuan Provincial Nursing Association (n. di finanziamento JH25004). Gli enti finanziatori non hanno avuto alcun ruolo nel disegno dello studio, nella raccolta dei dati, nell’analisi dei dati, nella stesura dell’articolo né nella decisione di sottoporlo per la pubblicazione.
Approvazione etica e consenso alla partecipazione. Lo studio è stato approvato dal Comitato etico biomedico della Southwest Medical University (n. di approvazione: SWMUIRBTX-202403-0006) ed è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki. Prima delle interviste è stato ottenuto il consenso informato verbale di tutte le persone partecipanti, modalità approvata dal comitato etico in considerazione dei possibili limiti di alfabetizzazione e della delicatezza del tema nella comunità locale.
Consenso alla pubblicazione. Non applicabile.
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.
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Traduzione non ufficiale in italiano di “The clan carries us”: kinship, honor, and the collective enactment of family resilience among Yi households living with HIV in rural Southwest China, di Xi Zhang, Qiuyue Shang, Qiuhong Chen, Wenxi Zhong, Jian Tang, Mei Liu, Lingyu Tang, Dan Tan, Jing Cheng, Xianjun Mao, Li Ma, ZhaoLan Yu e Yanhua Chen, BMC Public Health, vol. 26, art. 1678 (2026), doi: 10.1186/s12889-026-27151-4, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «“The clan carries us”: kinship, honor, and the collective enactment of family resilience among Yi households living with HIV in rural Southwest China», pubblicato in BMC Public Health (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Zhang, X., Shang, Q., Chen, Q., Zhong, W., Tang, J., Liu, M., Tang, L., Tan, D., Cheng, J., Mao, X., Ma, L., Yu, Z., e Chen, Y. (2026). “The clan carries us”: kinship, honor, and the collective enactment of family resilience among Yi households living with HIV in rural Southwest China. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-clan-carries-us-kinship-honor-and-the-collective-enactment-of-family-resilience (Opera originale pubblicata nel 2026 in BMC Public Health, 26, 1678 (2026); ripubblicata nel 2026 da BMC Public Health, https://bmcpublichealth.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12889-026-27151-4)
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