Questa versione è stata tradotta dal francese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Scuola di Roma · Il sintomo
Tra le grandi correnti della terapia familiare sistemica, la scuola di Roma occupa un posto importante per il suo modo singolare di pensare il sintomo, il cambiamento e la posizione terapeutica. Portato avanti in particolare da Maurizio Andolfi, Carmine Saccu, Paolo Menghi e Anna Maria Nicolò, questo approccio si è occupato da vicino delle famiglie in cui il cambiamento sembra al tempo stesso desiderato… e temuto.
Una delle idee centrali di questo modello è che il sintomo non è mai soltanto un problema individuale. Possiede una funzione relazionale. Esprime una sofferenza, certo, ma partecipa anche alla regolazione del sistema familiare. In altre parole, ciò che fa soffrire la famiglia può anche, in un certo modo, contribuire a mantenerne la stabilità. Per questo la scuola di Roma si interessa molto alla questione dell’omeostasi: quel movimento con cui un sistema cerca di preservare il proprio equilibrio, talvolta perfino a prezzo di una grande rigidità.
In questa prospettiva, il sintomo può essere inteso come un segnale d’allarme, ma anche come un tentativo di cambiamento che resta ancora prigioniero delle vecchie regole del sistema. Una famiglia può allora rivolgersi alla consultazione con una domanda paradossale: desidera che qualcosa cambi, pur temendo profondamente che questo cambiamento metta in pericolo la sua identità, i suoi legami o i suoi equilibri impliciti.
Riferimento clinico
Chi conduce la terapia non può limitarsi a spingere verso il cambiamento in modo frontale. Deve prima riconoscere ciò che la stabilità attuale protegge, prima di aprire uno spazio di trasformazione.
È proprio in questo quadro che acquistano senso diverse tecniche emblematiche della scuola di Roma. Sono potenti, talvolta spiazzanti, e richiedono sempre molta finezza, prudenza e umanità nel loro impiego.
Non si tratta mai di provocare la persona in sé, ma di provocare la funzione del sintomo. Chi conduce la terapia nomina allora, talvolta in modo volutamente accentuato, la logica relazionale che si gioca sotto gli occhi di tutti. In una famiglia in cui l’adolescente tace mentre un genitore parla al suo posto, si potrebbe per esempio sottolineare questo funzionamento chiedendo esplicitamente alla persona giovane di restare in silenzio per permettere al genitore di continuare a organizzare tutto. Ben condotto, questo intervento rende visibile la rigidità del sistema. Condotto male, può diventare offensivo. Tutta la differenza sta nella qualità dell’alleanza terapeutica e nella sottigliezza della posizione.
Qui chi conduce la terapia spinge un po’ più in là una dinamica già presente, affinché appaia con maggiore evidenza. Può mettere in scena, quasi teatralizzare, un’interazione familiare perché ciascuno veda più chiaramente ciò che di solito si ripete senza essere nominato. L’amplificazione permette di rendere percepibile l’organizzazione relazionale del sintomo. Talvolta ha una dimensione quasi comica, non per ridicolizzare la famiglia, ma per introdurre uno scarto che apre la riflessione.
Consiste, paradossalmente, nel non convalidare troppo in fretta i progressi o i cambiamenti osservati. Se una famiglia torna in seduta spiegando che le cose vanno molto meglio, chi conduce la terapia può assumere una posizione di ritiro e minimizzare con prudenza l’idea di un cambiamento già acquisito. Questo tipo di intervento mira a proteggere un cambiamento ancora fragile. Infatti, quando un sistema ha paura di evolvere, celebrare troppo presto il miglioramento può talvolta riattivare le difese e provocare un ritorno indietro. La negazione strategica permette allora di evitare che il cambiamento nascente venga attaccato troppo presto dal sistema stesso.
Queste tre tecniche illustrano bene l’intelligenza clinica della scuola di Roma: invece di combattere direttamente le resistenze, cerca di comprenderle, di accompagnarle e talvolta perfino di servirsene come appoggio per trasformare il sistema. Il non-cambiamento non è trattato come un ostacolo patologico; è riconosciuto come un tentativo di sopravvivenza. Per questo la posizione terapeutica della scuola di Roma è al tempo stesso coinvolta, autentica, direttiva e imprevedibile. Non cerca semplicemente di correggere dei comportamenti, ma di modificare le regole implicite che organizzano le relazioni.
Da ricordare
Nelle famiglie in sofferenza, ciò che deve cambiare è spesso proprio ciò che a lungo ha permesso di reggere. Ogni trasformazione esige quindi anzitutto rispetto per gli equilibri passati, anche quando sono diventati dolorosi.
È senza dubbio questo l’apporto principale di questa corrente, e la ragione per cui continua a illuminare il nostro lavoro con le famiglie. La presentazione completa di questo modello è disponibile nel video qui sotto.
Come citare questo articolo
Besse, J. (2026, 15 marzo). L’École de Rome en thérapie familiale : comprendre le symptôme autrement. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/l-ecole-de-rome-en-therapie-familiale-comprendre-le-symptome-autrement
Per approfondire
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