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Journal of Child & Adolescent Trauma · Famiglia

«Lo hanno ammanettato, incatenato, tutto quanto, davanti a lei»: esperienze e considerazioni delle famiglie di fronte all’arresto di un genitore

Negli Stati Uniti, molti minori vedono arrestare un genitore, oppure lo scoprono molto tempo dopo. Adolescenti, persone adulte che hanno accolto i minori e genitori usciti dal carcere descrivono quel momento: la paura, il segreto, il gesto di un agente che lascia che una bambina abbracci il padre, e poi nonne e nonni lasciati senza sostegno quando si tratta di affidamento e di prestazioni.

Autori e autrici Jordan F. Pollard (School Psychology, University of Cincinnati); Leslie N. Jones (Abigail Wexner Research Institute at Nationwide Children’s Hospital, Columbus); Elizabeth G. Keller (UCLA Fielding School of Public Health, Los Angeles; College of Nursing, University of Cincinnati); Ebony Ruhland (School of Criminal Justice, Rutgers University, Newark); Kelly J. Kelleher e Deena J. Chisolm (Abigail Wexner Research Institute at Nationwide Children’s Hospital; Department of Pediatrics, The Ohio State University College of Medicine, Columbus); Samantha J. Boch (UCLA Fielding School of Public Health; College of Nursing, University of Cincinnati; James M. Anderson Center for Health Systems Excellence, Cincinnati Children’s Hospital Medical Center), USAPrima pubblicazione Journal of Child & Adolescent Trauma, 4 marzo 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di “They Handcuffed Him, Shackled Him, all of that—in Front of Her”: Family Experiences and Considerations Upon Arrest of a Parent, di Jordan F. Pollard, Leslie N. Jones, Elizabeth G. Keller, Ebony Ruhland, Kelly J. Kelleher, Deena J. Chisolm e Samantha J. Boch, pubblicato in Journal of Child & Adolescent Trauma (Springer) (2025), doi: 10.1007/s40653-025-00696-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate come elenchi (abbreviazioni A, C e P per i tre campioni della tabella 1); le dichiarazioni di fine articolo (ringraziamenti, finanziamento, interessi, consenso, etica) sono raggruppate nelle note; la dichiarazione sulla disponibilità dei dati non è riprodotta. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Al momento dell’arresto, le esperienze delle famiglie sono state descritte come traumatiche e stigmatizzanti, indipendentemente dalla presenza di minori che assistessero all’arresto.

Jordan F. Pollard, Leslie N. Jones, Elizabeth G. Keller, Ebony Ruhland, Kelly J. Kelleher, Deena J. Chisolm e Samantha J. Boch

Abstract

Dal 1980, negli Stati Uniti (USA) si sono verificati ogni anno più di 10 milioni di arresti. Poiché la maggior parte delle persone detenute sono genitori, milioni di minori e di altri membri del nucleo familiare ne subiscono le conseguenze negative. Nonostante il volume degli arresti negli USA, pochi studi forniscono un contesto familiare e considerazioni relative all’infanzia sul periodo dell’arresto. Questo studio si è proposto di descrivere le esperienze e le considerazioni delle famiglie per sostenere al meglio le persone giovani durante l’arresto di un genitore. I dati qualitativi sono stati raccolti mediante interviste telefoniche semistrutturate in profondità, da marzo ad agosto 2020, con adolescenti (12-18 anni) che avevano avuto un genitore in carcere, con figure di cura (caregiver) di figli e figlie di genitori detenuti e con genitori entro un anno dalla scarcerazione. Le persone partecipanti sono state reclutate tramite volantini ed e-mail inviati a organizzazioni comunitarie e scuole. I temi generali sono emersi attraverso un’analisi qualitativa del contenuto e procedure di codifica aperta induttiva. Sono stati sintetizzati i dati di 26 persone partecipanti (10 adolescenti, 10 figure di cura e sei genitori entro un anno dall’uscita dal carcere o dalla prigione). Al momento dell’arresto, le esperienze delle famiglie sono state descritte come traumatiche e stigmatizzanti, indipendentemente dalla presenza di minori che assistessero all’arresto. Gli effetti dell’aver assistito all’arresto erano influenzati dal trattamento riservato dagli agenti. Le famiglie hanno raccontato quanto fossero limitate le risorse domestiche e comunitarie disponibili per aiutarle ad affrontare le conseguenze dell’arresto. I risultati sottolineano la necessità di approcci centrati sulla famiglia e di interventi migliori al momento dell’arresto, in grado di sostenere meglio l’infanzia e i membri della famiglia in questo periodo. Si discutono raccomandazioni per una maggiore trasparenza, per il mantenimento del legame e per i sostegni nella fase di transizione.

Parole chiave: incarcerazione genitoriale, infanzia e gioventù, esperienze sfavorevoli infantili, prigione, carcere

Introduzione

Da diversi decenni gli Stati Uniti (USA) mantengono il sistema penale più grande del mondo e sono il paese che incarcera più persone in rapporto alla popolazione (Walmley, 2018). Oltre alle grandi dimensioni, il sistema penitenziario statunitense ha un ricambio incredibile. Dal 1980 si sono verificati ogni anno oltre 10,5 milioni di arresti (ossia, in media, circa 30.000 arresti al giorno) (Vera, n.d). Purtroppo, la maggior parte delle persone adulte dietro le sbarre sono genitori, il che può comportare gravi conseguenze sociali, economiche, scolastiche e domestiche per l’infanzia coinvolta e per gli altri membri della famiglia. Quasi una persona giovane statunitense su 14 ha avuto un genitore in carcere (Murray et al., 2012), e quasi la metà dei minori con un genitore detenuto ha meno di nove anni (Glaze & Maruschak, 2016). A causa di secoli di pratiche di polizia e di condanne razzialmente discriminatorie, le famiglie razzializzate sono colpite in modo sproporzionato dall’arresto e dall’incarcerazione di un genitore. Circa una persona giovane nera su nove, contro una persona giovane bianca su 17, ha avuto un genitore in carcere o in prigione (Boch & Ford, 2021).

L’impatto dell’incarcerazione genitoriale (IG) sull’infanzia e sul suo ambiente familiare è riconosciuto negli USA come un’esperienza sfavorevole infantile, con due decenni di effetti ben documentati sulla salute e sullo sviluppo infantili (Felitti, et al., 1998; Genty, 2002; Arditti, 2012; Giordano et al., 2019; Wildeman et al., 2019). I minori esposti all’IG hanno maggiori probabilità di presentare esiti sfavorevoli sul piano della salute mentale (Lee & Wildeman, 2021; Murray et al., 2012; Testa & Jackson, 2020; Turney, 2014) e un rischio più elevato di finire a loro volta in carcere rispetto a chi non vi è stato esposto (Cox, 2009). Avere un genitore in carcere è stato inoltre associato ad altre avversità infantili (Boch et al., 2019) e a risultati scolastici peggiori (Testa & Jackson, 2020; Turney, 2014).

L’IG ha numerosi effetti psicologici ed economici sulla famiglia, sul nucleo domestico e sulla comunità (Arditti, 2005). Al centro del microsistema si trovano le relazioni familiari, e la ricerca mostra l’importanza di mantenere legami familiari solidi, soprattutto quando un genitore è detenuto e quel legame è desiderato (Song et al., 2018). Il modo principale in cui una famiglia può restare in contatto durante l’IG sono le telefonate, le lettere e i colloqui in carcere (Smith & Young, 2017). Le telefonate, però, possono essere costose (6 dollari per circa 15 minuti) (Wagner & Jones, 2019). A volte i genitori sono detenuti a oltre 100 miglia di distanza, il che crea un ulteriore carico per la famiglia, che ha bisogno di un mezzo di trasporto affidabile. Di conseguenza, le famiglie con un genitore detenuto sopportano il costo considerevole di mantenere un contatto regolare (Travis et al., 2016).

A livello del macrosistema, l’infanzia e le famiglie devono fare i conti con la forte stigmatizzazione legata all’incarcerazione. A differenza della perdita di un familiare per morte o malattia, perdere un genitore a causa dell’incarcerazione raramente suscita la solidarietà della comunità (Arditti, 2012). Perdere un genitore a causa dell’incarcerazione è un’esperienza particolare, perché il processo di lutto resta spesso irrisolto e confuso, a causa delle poche informazioni condivise e della possibilità tardiva di elaborare pienamente il lutto. Inoltre, a causa dei tassi sproporzionati di incarcerazione, l’impatto stigmatizzante è accentuato per l’infanzia razzializzata, per chi vive in zone rurali e per le famiglie a basso reddito (Murphey & Cooper, 2015a, 2015b).

Gli episodi specifici che producono effetti così negativi non sono stati chiariti. La maggior parte della letteratura sull’infanzia con genitori detenuti non distingue tra i periodi dell’incarcerazione (arresto, condanna, detenzione, scarcerazione Johnson & Easterling, 2015; Keller et al., 2022) e il loro possibile impatto. Ricerche recenti suggeriscono che non è raro che i minori assistano all’arresto di un genitore (Metcalfe et al., 2022). In un campione di 1.869 minori della National Survey of Child and Adolescent Well-being, quasi il 40% aveva assistito all’arresto di un membro del nucleo familiare (Phillips & Zhao, 2010). Inoltre, uno studio recente su minori dai 2 ai 6 anni ha rilevato che il 27% aveva assistito all’arresto del padre, il 29% al reato commesso dal padre e il 15% sia all’arresto sia al reato (Muentner et al., 2021). Secondo Phillips e Zhao (2010), assistere all’arresto di un membro del nucleo familiare è predittivo di sintomi post-traumatici nell’infanzia. I minori che vivono l’arresto di un genitore hanno spesso bisogno, in seguito, di un luogo sicuro in cui vivere e di persone che si prendano cura di loro, oltre a dover affrontare il peso emotivo della separazione dal genitore (San Francisco Partnership for Incarcerated Parents, n.d.). Sebbene le procedure di arresto degli agenti debbano dare priorità alla sicurezza pubblica, allontanando una persona adulta dall’abitazione nel modo più rapido e sicuro possibile, si sa poco delle esperienze delle famiglie durante le procedure di arresto. È necessaria ulteriore ricerca qualitativa per fornire contesto e comprensione sulle esperienze dell’arresto di un genitore a partire dalle prospettive e dalle voci delle famiglie stesse.

Obiettivi

Questo studio si è proposto di descrivere le esperienze e le considerazioni delle famiglie per sostenere al meglio le persone giovani durante l’arresto di un genitore. Includiamo le prospettive di adolescenti, figure di cura e genitori già detenuti, entro un anno dalla scarcerazione, che hanno fatto parte dell’esperienza dell’IG. In particolare, speravamo che le persone partecipanti individuassero bisogni, servizi e politiche specifici in grado di sostenere le persone giovani nel momento dell’arresto di un genitore.

Metodi

Campionamento e reclutamento

Lo studio ha adottato una strategia di campionamento di convenienza, con reclutamento tramite e-mail e volantini. Abbiamo reclutato i tre gruppi seguenti: 1) adolescenti tra i 12 e i 18 anni che avevano vissuto l’incarcerazione di un genitore; 2) genitori (di età superiore ai 18 anni) usciti dal carcere o dalla prigione nell’ultimo anno; oppure 3) figure di cura (di età superiore ai 18 anni) di minori con genitori detenuti. Abbiamo richiesto che le persone partecipanti parlassero inglese e vivessero negli USA. Le e-mail contenenti informazioni sull’obiettivo dello studio, sul disegno e sui criteri di ammissibilità, insieme ai volantini di reclutamento (che ciascuna organizzazione poteva utilizzare a sua discrezione), sono state inviate a numerose scuole, programmi di reinserimento e di alloggio transitorio e altre organizzazioni comunitarie che offrono servizi alle famiglie colpite dall’incarcerazione di un membro del nucleo familiare, situate principalmente in XXXX. Diverse persone hanno inoltrato le nostre e-mail di reclutamento ad altre mailing list, tra cui The National Resource Center on Children and Families of the Incarcerated, la Correctional Education Association of Wisconsin, la lista Higher Education in Prison e la lista Wings for LIFE International.

Le interviste telefoniche semistrutturate hanno esplorato le esperienze delle famiglie e le loro raccomandazioni per migliorare il sostegno ai figli e alle figlie di genitori detenuti. Dopo una serie di domande sociodemografiche, alle persone partecipanti sono state poste domande sulle loro esperienze secondo la fase dell’incarcerazione (cioè al momento dell’arresto, durante la detenzione e dopo la scarcerazione). I risultati relativi alla scarcerazione o al reinserimento in famiglia dopo la detenzione (Keller et al., 2022) e quelli relativi ai colloqui durante la detenzione (Jones et al., 2023) sono pubblicati altrove. Il questionario dello studio si è ispirato al modello bioecologico dello sviluppo umano di Bronfenbrenner (Bronfenbrenner, 1977), per cogliere le esperienze familiari in molteplici contesti, come la casa, il luogo di lavoro, la scuola e la comunità. Tutte le persone partecipanti hanno fornito il proprio consenso verbale prima di partecipare. È stato inoltre chiesto loro di non utilizzare i nomi né alcuna informazione identificativa del genitore detenuto e/o delle persone giovani. Lo studio è stato approvato dal comitato etico istituzionale (Institutional Review Board) di XXXXXX.

Raccolta e analisi dei dati

Le interviste telefoniche sono state condotte da marzo ad agosto 2020 da un membro del gruppo di ricerca appositamente formato. Tutte le interviste sono state registrate e trascritte. A ogni persona intervistata è stato corrisposto un compenso di 40 dollari come ringraziamento per il tempo dedicato. Il membro del gruppo incaricato del reclutamento, della pianificazione e della conduzione delle interviste ha segnalato alla persona autrice senior che era stata raggiunta la saturazione dei dati, data la costante sovrapposizione delle informazioni dopo il completamento di 26 interviste. L’analisi qualitativa del contenuto si è svolta in due fasi. La prima ha avuto luogo dopo il completamento delle trascrizioni, per individuare i codici iniziali. A tal fine, tre membri del gruppo di ricerca hanno esaminato in modo indipendente ciascuna trascrizione e generato codici iniziali mediante procedure di codifica aperta, così da organizzare i dati e creare categorie. Nelle procedure di codifica aperta, il gruppo di ricerca prende i dati qualitativi grezzi, li scompone in parti più piccole e assegna loro un codice descrittivo (Strauss & Corbin, 2004). L’approccio induttivo del gruppo è stato inoltre guidato dal modello ecologico di Bronfenbrenner, che ha orientato la comprensione a priori di come l’IG incida sull’unità familiare (Bronfenbrenner, 1977). Nella seconda fase dell’analisi, il gruppo di ricerca si è riunito settimanalmente per diversi mesi per confrontare, discutere e modificare i codici sulla base di un consenso riguardo ai modelli e ai temi emergenti per sottogruppo e, infine, per fase dell’incarcerazione. I temi generali erano prevalentemente descrittivi e sono emersi dopo l’esame dei codici e l’individuazione di modelli ricorrenti. Ogni fase dell’analisi ha comportato un esame individuale e poi collettivo, come gruppo di ricerca, fino al raggiungimento di una concordanza nell’interpretazione di codici, modelli e temi. In caso di discrepanze nella codifica, i temi sono stati convalidati attraverso revisioni individuali e di gruppo che hanno coinvolto due persone esperte di ricerca sui servizi sanitari e di equità nella salute pediatrica (il coautore KK e la coautrice DC). Ulteriori dettagli metodologici sono riportati altrove (Keller et al., 2022). Le citazioni dirette sono state selezionate individualmente da tre membri del gruppo di ricerca. Poi, come gruppo, abbiamo confermato che tali citazioni erano rappresentative delle esperienze delle famiglie.

Risultati

Le caratteristiche sociodemografiche di adolescenti e persone adulte (figure di cura e genitori entro un anno dalla scarcerazione) sono riassunte nella tabella 1. Il campione finale di persone partecipanti (N = 26) era composto da 10 giovani (38,5%), sei genitori entro un anno dall’uscita dal carcere o dalla prigione (23,1%) e 10 figure di cura di minori con genitori detenuti (38,5%). Tra le persone giovani partecipanti (n = 10), la maggior parte si identificava come femmina (90,0%, n = 9) e il 50,0% (n = 5) erano adolescenti più grandi (16-17 anni). Il quaranta per cento (n = 4) delle persone adolescenti si identificava come nera o afroamericana. Quattro delle persone giovani partecipanti avevano vissuto l’incarcerazione del padre, due quella della madre e quattro quella di entrambi i genitori. Analogamente al campione adolescente, la maggior parte delle persone adulte partecipanti erano donne (75%, n = 12) e più della metà si identificava come nera o afroamericana (56,3%, ossia n = 9). Più della metà delle persone adulte partecipanti aveva più di 45 anni (75%, n = 12). La maggior parte delle figure di cura dei minori esposti all’IG erano nonne o nonni (70%, n = 7). Tutte le persone partecipanti vivevano negli USA, per lo più in Ohio (50%, n = 13). Inoltre, tra le persone partecipanti figuravano tre diadi familiari giovane-figura di cura. Il numero totale di volte in cui uno o entrambi i genitori erano stati detenuti, così come la durata complessiva delle pene (o il tempo trascorso in detenzione), variavano molto tra i sottocampioni di giovani, figure di cura e genitori scarcerati di recente. Circa la metà del campione di giovani e figure di cura ha riferito che uno o entrambi i genitori erano stati condannati a un totale di nove anni o più (55,0%, n = 11 su 20) ed erano stati detenuti 5 o più volte (45,0%, n = 9 su 20). I genitori usciti dal carcere o dalla prigione nell’ultimo anno hanno riferito di essere stati detenuti 1-2 volte, e la maggior parte ha indicato una pena di cinque anni o più (66,6%, n = 4 su 6).

Tabella 1. Caratteristiche sociodemografiche e relative all’IG del campione di adolescenti, figure di cura e genitori già detenuti

  • Campioni. A: campione adolescente (N = 10); C: campione di figure di cura (N = 10); P: campione di genitori già detenuti (N = 6); i valori sono % (n).
  • Genere. Femminile: A 90,0% (9), C 20% (10), P 33,3% (2); maschile: A 10,0% (1), C 0, P 66,6% (4).
  • Razza. Nera o afroamericana (AA): A 40,0% (4), C 60,0% (6), P 50,0% (3); bianca: A 30,0% (3), C 30,0% (3), P 33,3% (2); nera o AA e bianca: A 20,0% (2), C –, P –; nativa americana o nativa dell’Alaska (AI o NA) / altro: A 0 / 10,0% (1), C – / –, P 16,7% (1); AI o NA e altro: A –, C 1,0% (1), P –.
  • Etnia. Ispanica o latina: A 0, C 10,0% (1), P –.
  • Età. Media (anni) e intervallo: A 14.7 anni (12–16), C 47.6 anni (28–67), P 51.5 anni (46–60); 12–13 anni: A 30,0% (3); 14–15 anni: A 20,0% (2); 16–17 anni: A 50,0% (5); 25–34 anni: C 20,0% (2); 35–44 anni: C 20,0% (2); 45–54 anni: C 30,0% (3), P 66,6% (4); > 55–64 anni: C 30,0% (3), P 33,3% (2).
  • Situazione abitativa. Madre e/o padre: A 80,0% (8); tutela legale/figura di cura: A 20,0% (2).
  • Tipo di scuola. Charter o privata: A 40,0% (4); pubblica: A 60,0% (6).
  • Genere del genitore detenuto. Madre: A 20,0% (2), C 10,0% (1); padre: A 40,0% (4), C 60,0% (6); entrambi: A 40,0% (4), C 30,0% (3).
  • Classe attuale o titolo di studio più elevato. 6°-7° grado: A 30,0% (3); 8°-9° grado: A 10,0% (1); 10°-11° grado: A 60,0% (6); scuola superiore non completata: P 16,7% (1); diploma di scuola superiore o GED: C 10,0% (1), P 16,7% (1); università non completata o titolo biennale: C 60,0% (6), P 50% (3); laurea quadriennale o superiore: C 30,0% (3), P 33,3% (2).
  • Reddito annuo del nucleo familiare. Meno di 15.000 $: C 10,0% (1), P 33,3% (2); da 15.000 $ a 24.999 $: C 10,0% (1); da 25.000 $ a 49.999 $: C 50,0% (5), P 33,3% (2); da 50.000 $ a 74.999 $: C 10,0% (1); da 75.000 $ a 99.999 $: –; 100.000 $ o più: P 16,7% (1); preferisce non rispondere: C 20,0% (2), P 16,7% (1).
  • Contesto dell’incarcerazionea: numero totale di volte/incarcerazioni. Per P: storia di incarcerazione personale. Madre: 1–2 incarcerazioni: A 10,0% (1), P 33,3% (2); 3–5 incarcerazioni: A 10,0% (1); > 5 incarcerazioni: C 10,0% (1). Padre: 1–2 incarcerazioni: A 30,0% (3), C 20,0% (2), P 66,6% (4); 3–5 incarcerazioni: C 20,0% (2); > 5 incarcerazioni: A 10,0% (1), C 20,0% (2). Madre e padre: 1–2 incarcerazioni: C 10,0% (1); 3–5 incarcerazioni: A 10,0% (1); > 5 incarcerazioni: A 30,0% (3), C 20,0% (2).
  • Contesto dell’incarcerazionea: durata complessiva della pena. Madre: 3 mesi-1 anno: A 10,0% (1); 1–4 anni: C 10,0% (1); 5–8 anni: P 33,3% (2); > 9 anni: A 10,0% (1). Padre: 3 mesi-1 anno: A 20,0% (2), C 10,0% (1); 1–4 anni: C 10,0% (1), P 16,7% (1); 5–8 anni: C 20,0% (2); > 9 anni: A 20,0% (2), C 20,0% (2), P 33,3% (2); preferisce non rispondere: P 16,7% (1). Madre e padre: 3 mesi-1 anno: –; 1–4 anni: –; 5–8 anni: C 10,0% (1); > 9 anni: A 40,0% (4), C 20,0% (2).

a I numeri si basano sulle persone partecipanti che hanno risposto. L’incarcerazione comprende sia il carcere locale (jail) sia la prigione (prison), ma questi non sono stati distinti, poiché 6 giovani su 10 usano «jail/prison» in modo intercambiabile

I temi emersi sono stati: (1) gli effetti dell’aver assistito all’arresto, influenzati dal trattamento riservato dagli agenti; (2) il trauma causato dall’occultamento dell’arresto; e (3) la scarsità di risorse domestiche e comunitarie per aiutare la famiglia ad affrontare gli arresti. La tabella 2 presenta una sintesi dei risultati.

Tabella 2. Sintesi dei risultati

  • Effetti dell’aver assistito all’arresto, influenzati dal trattamento riservato dagli agenti. Suggerimenti centrati sulla famiglia: una persona in più che assista l’agente durante l’arresto; standardizzazione delle procedure di arresto.
  • Trauma causato dall’occultamento dell’arresto. Suggerimenti centrati sulla famiglia: accesso a informazioni oneste sull’arresto; sostegni per la salute mentale per attenuare lo stigma e la paura.
  • Scarsità di risorse domestiche e comunitarie per aiutare la famiglia ad affrontare gli arresti. Suggerimenti centrati sulla famiglia: rafforzare i sostegni giuridici per il genitore detenuto (cioè garantire ai genitori opportunità di alloggio, di lavoro e di soddisfacimento dei bisogni primari); garantire procedure giuridiche chiare per accedere agli aiuti pubblici e all’affidamento del minore dopo la detenzione del genitore; uniformare l’assistenza legale tra le contee; rafforzare il sostegno socio-emotivo nella comunità.

Effetti dell’aver assistito all’arresto, influenzati dal trattamento riservato dagli agenti

Le esperienze delle persone adolescenti al momento dell’arresto variavano a seconda che loro stesse o le figure di cura fossero presenti e vi avessero assistito, e a seconda di come la famiglia era stata trattata dall’agente che eseguiva l’arresto. Circa un quarto di tutte le persone partecipanti ha dichiarato che un minore aveva assistito all’arresto del proprio genitore (2 delle persone adolescenti partecipanti hanno riferito di essere state presenti, e 5 delle persone adulte partecipanti hanno indicato che erano presenti dei minori). Una persona adolescente ha espresso le emozioni e la paura di aver assistito a più arresti del padre:

«Allora, per mio padre, ci sono state [diverse] volte in cui è stato arrestato e io ero lì. Tutte e due le volte è stato davvero, davvero spaventoso e snervante perché tipo: “Che succede, cosa sta succedendo?”. Quelle volte avevo davvero pochissimi anni, e poi tutte le altre volte era quella sensazione di “che succede? Rivedrò mio padre?”».

Le persone adolescenti che avevano avuto un agente che le aveva confortate, o che aveva permesso al minore di abbracciare il genitore, ne conservavano un ricordo migliore rispetto a chi non lo aveva avuto. Un’adolescente ha raccontato che un agente l’aveva confortata al momento dell’arresto:

«…[Mio padre]… è venuto a prendermi… E ci siamo fermati allo Speedway…. Un poliziotto era entrato nel parcheggio dello Speedway… [mio padre] ha buttato giù la droga che aveva e… viene fuori che [mio padre] aveva droga dappertutto sul sedile dietro, nel bagagliaio, e la macchina in cui eravamo era rubata… Poi mi hanno presa e mi hanno messa nella macchina della polizia. Ma sapevano che ero sua figlia e che non c’entravo niente... Poi è venuta mia madre a prendermi. Ma sì, è praticamente quello che… è successo un mese fa, è la volta più recente che mi viene in mente in cui ero con lui ed ero presente alla situazione… Posso dire che i poliziotti mi hanno confortata bene, mia madre è venuta a prendermi. Mi ha portata via perché sapeva che per me era dura».

Un’altra persona ha sottolineato l’importanza del contatto fisico e della possibilità di dirsi addio. Una figura di cura ha raccontato l’esperienza della propria figlia quando il padre di lei è stato arrestato, mettendo in evidenza l’importanza di permettere al minore di abbracciare il genitore al momento dell’arresto:

«… Sei agenti sono entrati in casa mia. Ed è stato terribile, [mia figlia] era completamente traumatizzata, non la lasciavano avvicinare a suo padre. Lo hanno ammanettato, incatenato, tutto quanto, davanti a lei. Lei urlava e piangeva, e non la lasciavano avvicinare a lui. E alla fine uno degli agenti… ha detto tipo: “Lasciate che quella bambina venga qui a vedere suo padre e ad abbracciarlo”… Così ha tolto le manette a suo padre, l’ha lasciata andare da suo padre, ha lasciato che suo padre la abbracciasse e tutto il resto, e questo l’ha decisamente calmata prima che lo portassero via».

Un’altra figura di cura ha descritto un’esperienza simile con il nipote:

«[Gli investigatori] hanno dato [al padre arrestato] la possibilità di salutare suo figlio… e poi ho riportato mio nipote… [da] suo padre… [gli investigatori allora] hanno detto: “Dobbiamo fare qualche domanda e sistemare alcune questioni con tuo padre. E lui verrà con noi a [nome della città in cui si trovava il carcere]… se vuoi salutare tuo padre. Non so per quanto tempo starà via… Non so per quanto tempo avremo bisogno del suo aiuto, ma abbiamo bisogno del suo aiuto per una cosa…”. [Si sono] abbracciati e così via, ed è stato un po’ commovente perché mio figlio era un po’ commosso.

Una figura di cura ha invece segnalato una mancanza di rispetto durante un arresto:

«Avere un agente che continua a ripetere… [che il genitore arrestato è] un pezzo di ****, o che infrange la legge, sa, che continuino a ripeterlo è stata la cosa meno utile. Non ha migliorato né la situazione né il suo impatto».

Una nonna con il ruolo di figura di cura, che aveva vissuto lei stessa la detenzione, ha sottolineato l’importanza del comportamento degli agenti durante l’arresto:

«…Credo che la cosa più utile siano gli agenti. Tutto parte da loro. Il modo in cui entrano in una casa e il modo in cui trattano la persona che stanno per arrestare, dimenticando che è un padre o una madre e che chi è piccolo non vede un criminale, vede il proprio genitore. Quindi devono tenerlo a mente quando entrano in una casa e arrestano qualcuno: loro guardano quella persona con certi occhi, ma [tutti] in quella casa la guardano con occhi completamente diversi».

Altre persone hanno spiegato come una persona in più potrebbe assistere l’agente durante l’arresto:

«Lo penso davvero: ci vorrebbe, magari non un poliziotto, ma qualcuno che assista l’agente e che possa confortare chi è piccolo, perché il compito principale [dell’agente] è, sa, occuparsi del cattivo. E in quel momento il cattivo era mio figlio, e sua figlia resta… lì, bloccata, a chiedersi… [e a implorare:] “Non portate via il mio papà”. Per lei, il [suo] papà è buonissimo, sa».

Trauma causato dall’occultamento dell’arresto

Se assistere a un arresto può essere emotivamente difficile per le persone giovani, anche non assistervi può generare confusione. Le persone adolescenti che non avevano assistito direttamente all’arresto hanno raccontato che ricevere informazioni sui dettagli dell’arresto del genitore, o venirlo a sapere più tardi, aveva provocato anch’esso stress e dolore. Una persona adolescente che non aveva assistito all’arresto ha raccontato quanto fosse stato sconvolgente scoprire l’incarcerazione del padre:

«...Ero sotto shock [quando l’ho scoperto]. Ho pianto, e poi via di corsa in camera mia… Che rabbia… tantissima, perché sapevo che avrei potuto [almeno] dire qualcosa a quella cosa del tribunale se me lo avessero permesso, perché io conosco mio padre! E il motivo per cui l’hanno condannato è stupido. …. Non ho saputo che [mio padre] era stato arrestato fino a quasi una settimana dopo, perché mia madre non me l’aveva detto! Non mi ha sorpreso, perché era già stato dentro [prima] per una notte… ma ne abbiamo passate così tante, perché c’erano così tante versioni diverse che mi chiedevo: “È lì dentro perché ha davvero fatto qualcosa o perché la gente mente?”… Genitori e persone adulte che mi dicevano che io “non so cosa sta succedendo”, [che] io “non conosco nemmeno mio padre”, e che parlavano male di lui e tutto il resto».

Un’altra persona adolescente ha raccontato la propria frustrazione e il proprio stress nell’affrontare l’incertezza e la mancanza di informazioni in quel periodo:

«Era solo stressante non sapere bene cosa stesse succedendo, e c’erano… tante false speranze, e questo era davvero stressante. E… era la fine del mio 8o anno, e non so… ovviamente non avrei mai immaginato che succedesse niente del genere, quindi quella è stata probabilmente la cosa più stressante [del periodo dell’arresto]… non sapere bene come stavano le cose… “…Se avessimo saputo che questo sarebbe stato davvero l’esito, avremmo potuto letteralmente prepararci a tutto, perché perfino tipo le password [del computer, dell’home banking, della posta]… tutte quelle cose che non sapevamo che avremmo dovuto gestire… e se l’avessimo saputo anche solo durante il processo, avremmo potuto prepararci in modo che il cambiamento non fosse così drastico». (20)

Le figure di cura hanno anche espresso la paura della stigmatizzazione e di un trattamento negativo da parte degli altri, o la paura che la verità facesse ancora più male al minore. Una figura di cura ha raccontato di aver consigliato alla bambina di non rivelare l’incarcerazione della madre:

«Emotivamente, non molto bene. Penso che fosse perché le avevo detto di non andare a raccontare in giro che sua madre era [in] carcere o in prigione… lei era consapevole dello… [dello] stigma legato a questo, e probabilmente la faceva sentire a disagio. …L’unico compito [scolastico] che ha dovuto fare… [sulla sua famiglia]… L’ha appallottolato e l’ha lanciato dall’altra parte della stanza. Era estremamente turbata. E questo alla scuola dell’infanzia. È stato triste da vedere, che [arrivasse] ad arrabbiarsi così tanto. Immagino che ci fosse molta vergogna lì dietro».

Una persona adolescente ha raccontato anche come nascondeva la verità per paura del giudizio dei pari:

«Dovevo mentire alla gente [quando a scuola] mi chiedevano perché mia… madre [è] bianca o perché [non avessero] …mai conosciuto la mia vera madre, e io gli mentivo e basta, tipo… “vive in California e viene solo nel weekend” o roba del genere. Non volevo proprio dirgli la verità, perché avevo così pochi anni, avevo paura del giudizio degli altri… perché mi giudicavano già per la mia fronte e per tutte quelle altre cose…».

Nonostante le esperienze di occultamento dell’incarcerazione, i genitori scarcerati di recente erano fermamente convinti che una comunicazione aperta e onesta con il minore avrebbe alleviato l’ansia legata alle incognite della detenzione del genitore. Due di loro hanno sottolineato l’importanza dell’onestà:

«Non mentire, di’ la verità… a chi è piccolo. [Prima] dicevo che ero al lavoro o via mentre ero in stato di arresto e alle udienze per la cauzione e così via. [Adesso] direi la verità, non mi importa quanti anni abbia, direi semplicemente: siate onesti».

«Dite la verità, siate onesti… è l’unica cosa che potrei davvero dire».

Scarsità di risorse domestiche e comunitarie per aiutare la famiglia ad affrontare le conseguenze degli arresti

Dopo l’arresto, le famiglie hanno parlato della difficoltà di ottenere risorse per aiutare meglio i minori e di orientarsi nella procedura di affidamento. Le figure di cura hanno riferito difficoltà specifiche nell’assumersi le responsabilità di accudimento dei minori, poiché spesso non disponevano delle risorse per farlo immediatamente. Ad esempio, una nonna ha spiegato:

«…Una culla, i girelli e tutto quello che ci va dietro, i seggiolini Bumbo, tutta l’attrezzatura che serve ai neonati… I pannolini erano una spesa enorme. E l’attrezzatura che serve. I seggiolini per l’auto, niente di tutto questo era alla mia portata perché [la madre] era stata messa dentro e trasferita, e io non riuscivo a entrare facilmente in casa sua».

Un’altra nonna ha espresso il bisogno di risorse economiche per contribuire al mantenimento del minore:

«Allora, se ci fosse stato solo il mio reddito, avrei avuto diritto ai buoni alimentari e al Title 20, ma [vivevo anche con mia figlia e] l’assegno di mantenimento di mia figlia mi faceva superare la [soglia di] reddito per ricevere aiuti, perché [averla in casa faceva sì che i requisiti di reddito fossero quelli] di una famiglia di quattro persone [invece che di 3]… [Siccome la loro madre è morta poco prima che il padre venisse incarcerato] la pensione ai superstiti della previdenza sociale che ricevevano per la madre li escludeva automaticamente dall’affidamento ai parenti. E per ottenere qualsiasi forma di affidamento ai parenti, mi hanno detto che dovevo affidarli ai servizi per la tutela dei minori, e poi me li avrebbero ridati. E io questo non lo faccio! Ne hanno già passate abbastanza… quindi rende difficile ottenere aiuto proprio a chi ne ha davvero bisogno».

La stessa figura di cura ha descritto le difficoltà giuridiche nell’accedere agli aiuti pubblici e all’affidamento del minore dopo la detenzione del genitore:

«[Sono stata] molto delusa, credo, dal [funzionamento del] nostro sistema giudiziario. Le dinamiche che vengono messe in atto per le persone che non hanno soldi… e che rischiano una pena detentiva pesante, e per me qualsiasi periodo in prigione è pesante, e poi non sentire di capire la procedura».

Altre persone partecipanti hanno fatto notare che le abitazioni erano chiuse e che il diritto agli aiuti non veniva riconosciuto perché era il genitore detenuto ad avervi accesso, e non la famiglia allargata. Le persone partecipanti hanno invece riferito che sarebbe stato prezioso ricevere un aiuto per conoscere i servizi disponibili e, in seguito, qualcuno che le accompagnasse nelle pratiche necessarie dopo l’arresto. Una persona partecipante ha affermato:

«Probabilmente ciò che mi sarebbe stato utile al momento dell’arresto, quando ho preso con me la creatura, sarebbe stato un elenco delle risorse della contea. Se avessi continuato ad avere la creatura con me, [ho scoperto in seguito] che potevo chiedere assistenza ai programmi disponibili nella contea. Ci ho messo molto a scoprirlo. Ero smarrita, non avevo idea di cosa fare [all’inizio, senza conoscere le risorse disponibili]. Lavoravo, dovevo trovare un asilo nido, c’erano… tante cose… Cercare di tenermi il lavoro e occuparmi di un neonato, un neonato piccolissimo. Ero molto preoccupata per il nido, per la qualità dell’accudimento e per quanto costava. Avevo l’età di una nonna! E non avevo intorno persone giovani a cui chiedere facilmente di fare da babysitter. E non avevo l’età per andare in pensione, quindi dovevo lavorare. E non avevo nessun altro che mi aiutasse».

Un’altra figura di cura ha segnalato differenze notevoli tra le risorse e le procedure delle diverse contee:

«… I tribunali della contea A non sono stati utili quanto quelli della contea B. Non so se fosse per il carico di lavoro, non so quale sia il carico di lavoro, ma c’è una differenza quando si tratta di qualsiasi cosa della contea A, che siano i servizi sociali o passare per i loro tribunali, e avere a che fare con la contea B. C’è una differenza totale. La contea A si occupa delle cose e le risolve, mentre nella contea B ti dicono di no, o che devi fare questo o quello, e poi comunque non ti aiutano.» (12)

Le persone partecipanti hanno inoltre descritto il bisogno di sostegno emotivo per elaborare la separazione dal familiare detenuto. Una persona adolescente ha raccontato:

«Hai solo bisogno di persone con cui parlare… hai bisogno di qualcuno a cui sfogare tutto e che lo assorba e basta, senza giudicarti per quello che dici… il sostegno emotivo era davvero necessario… Ho solo le mie amicizie e roba così… Non mi fido davvero di nessuna persona adulta o simili».

Le figure di cura hanno riconosciuto che un aiuto sarebbe stato utile per accompagnare adeguatamente i minori, nelle diverse fasi dello sviluppo, nella comprensione dell’incarcerazione del genitore. Le famiglie hanno raccomandato servizi di sostegno e opuscoli adatti all’età su come spiegare l’arresto e l’assenza.

Discussione

Circa un terzo delle persone partecipanti al nostro studio ha indicato che un minore era presente durante l’arresto del proprio genitore, in linea con altri dati che riportano percentuali simili (22-40%) (Metcalfe et al., 2022). I nostri risultati hanno messo in luce esperienze difficili per chi era presente, poiché i membri della famiglia hanno raccontato la paura, la confusione e l’incertezza generale legate al periodo dell’arresto del genitore. Al momento dell’arresto, le esperienze delle famiglie sono state descritte come «traumatiche» e «stigmatizzanti», indipendentemente dalla presenza di minori che assistessero all’arresto. Gli effetti dell’aver assistito all’arresto o del suo occultamento erano influenzati dal trattamento riservato dagli agenti e dalla paura. I risultati sottolineano la necessità di approcci e interventi centrati sulla famiglia al momento dell’arresto, in grado di sostenere meglio l’infanzia e i membri della famiglia in questo periodo. Le persone partecipanti hanno proposto raccomandazioni per una maggiore trasparenza su questa procedura e sulle risorse disponibili (ad esempio, schede informative).

Sebbene alcune organizzazioni e alcuni programmi offrano servizi alle famiglie colpite dall’incarcerazione di un membro del nucleo familiare (Geller et al., 2011), le persone partecipanti hanno riferito che tali servizi non erano per loro facilmente accessibili, poiché i sostegni possono non essere disponibili in tutte le giurisdizioni. Sono necessarie ulteriori infrastrutture e sostegni per la collaborazione intersettoriale, il finanziamento e la gestione dei casi. Il ricorso a referenti di contea o l’aiuto di assistenti sociali potrebbe orientare le famiglie verso servizi relativi all’affidamento, legali o economici nel momento in cui il genitore viene allontanato. Le persone partecipanti a questo studio hanno descritto in particolare come una figura di riferimento di questo tipo potrebbe aiutare le famiglie a sapere a chi rivolgersi, che cosa prevedere e come parlare con i propri figli e figlie dei passi successivi. Le scuole occupano una posizione privilegiata per offrire servizi di sostegno diretti e indiretti alla popolazione studentesca, in grado di accrescere i fattori di protezione dei minori con genitori detenuti (Warren et al., 2019). Ad esempio, il servizio di consulenza scolastica può offrire sostegno prima e dopo i colloqui con il genitore appena arrestato, facilitando un’esperienza più serena e riducendo eventuali difficoltà emotive aggiuntive per i minori. In linea con i nostri risultati, dati precedenti hanno ulteriormente ribadito la necessità di ridurre le difficoltà che le figure di cura affrontano in questo periodo, poiché le perturbazioni dell’unità familiare rendono più difficile accompagnare i minori agli appuntamenti sanitari necessari per ricevere cure preventive (Khazanchi et al., 2019).

Le famiglie hanno raccontato quanto fossero limitate le risorse sociali, economiche e comunitarie disponibili per aiutarle ad affrontare l’arresto. Sono stati segnalati anche notevoli ostacoli economici e giuridici legati all’affidamento e all’affidamento ai parenti. Le persone partecipanti hanno espresso la necessità di migliori sostegni nella fase di transizione, come un trattamento standardizzato da parte degli agenti che eseguono l’arresto, con una formazione aggiuntiva alla sensibilità. Analogamente ai bisogni individuati dalle persone partecipanti, un rapporto della National Conference of State Legislators del 2009 (un’associazione apartitica di funzionari pubblici composta da legislatori statali in carica) incoraggiava le agenzie a elaborare protocolli che definissero i passi successivi per le famiglie dopo l’arresto (Christian, 2009). Sebbene l’agente debba considerare molti fattori nell’eseguire un arresto e mantenere la sicurezza come priorità, esistono strategie che gli agenti dovrebbero conoscere per applicarle quando possibile. Il programma Child Development-Community Policing è un modello di collaborazione tra forze dell’ordine e servizi di salute mentale che prevede la formazione degli agenti sullo sviluppo infantile e garantisce la presenza di personale clinico al momento dell’arresto (Berkowitz & Marans, 2000). Anche la International Association of Chiefs of Police e lo Yale Child Study Center (2017) hanno pubblicato un kit di strumenti intitolato Enhancing Police Responses to Children Exposed to Violence, che raccomanda diverse strategie per aiutare gli agenti a gestire un arresto in presenza di minori. Una delle tecniche per ridurre al minimo queste esperienze traumatiche consiste nel consigliare agli agenti di trattare il genitore con rispetto durante l’arresto e nel fornire loro le competenze per spiegare al minore, in modo adeguato alla sua fase di sviluppo, che cosa è successo, perché e che cosa accadrà dopo. Inoltre, in questo kit gli agenti possono trovare esempi di domande frequenti poste dai minori e di risposte adeguate alla loro fase di sviluppo. Si tratta di considerazioni importanti per gli agenti, poiché i risultati di questo studio confermano i dati di Nolan (2003), secondo cui dare al minore la possibilità di parlare con il genitore durante un arresto può ridurre i sintomi traumatici. Altre iniziative, come il programma Support Team Assistance Response (STAR) in Colorado, consentono al personale sanitario di rispondere a determinate chiamate a domicilio legate a problemi di salute mentale o di uso di sostanze, e potrebbero ridurre gli arresti di genitori, l’esposizione dei minori al trauma e le interazioni negative tra agenti e famiglie (Support Team Assistance Response, n.d). Pertanto, una formazione migliore e la collaborazione con le organizzazioni sanitarie potrebbero contribuire a ridurre lo stress associato all’assistere all’arresto di un genitore.

Limiti dello studio

Il nostro studio presenta diversi limiti importanti. In primo luogo, abbiamo adottato una strategia di reclutamento basata su un campionamento di convenienza e riconosciamo di poter aver trascurato prospettive importanti di famiglie con scarso accesso alle mailing list, alle scuole e alle organizzazioni comunitarie che abbiamo contattato. La ricerca futura potrebbe continuare a reclutare in popolazioni diverse che hanno vissuto l’IG, poiché altre persone potrebbero offrire una comprensione ancora più profonda della gamma di emozioni vissute in questo periodo. Sebbene i nostri risultati abbiano ribadito il bisogno di mantenere il legame con un genitore detenuto, un precedente studio a metodi misti ha rilevato che il 31% dei minori partecipanti riferiva sentimenti negativi verso il genitore detenuto, tra cui risentimento e rabbia (Shlafer & Poehlmann, 2010). Un altro studio precedente ha suggerito che i minori che assistono all’arresto di un genitore hanno una probabilità significativamente maggiore di assistere anche a molteplici forme di violenza in casa e di esserne vittime (Phillips & Zhao, 2010). Chi opera professionalmente dovrebbe quindi continuare ad attenersi alle linee guida disponibili nell’intervenire in determinate situazioni, garantendo la protezione dei minori (San Francisco Partnership for Incarcerated Parents, nd).

In secondo luogo, la maggior parte delle famiglie usava i termini «jail» (carcere locale) e «prison» (prigione) in modo intercambiabile, ed esistono probabilmente differenze molto importanti tra le esperienze delle famiglie il cui genitore ha scontato la pena in prigione e quelle il cui genitore è stato in un carcere locale. Purtroppo non abbiamo potuto verificare il contesto dell’IG. È necessaria ulteriore ricerca per comprendere le differenze di contesto tra questi tipi di detenzione e gli effetti dell’aver assistito all’arresto in relazione all’età del minore. Inoltre, le persone partecipanti hanno svolto l’intervista in momenti diversi e a età diverse dopo l’arresto del genitore. Sono necessarie ricerche future per esplorare l’impatto evolutivo dell’arresto sul benessere delle persone giovani, oltre che per esaminare possibili differenze nei resoconti retrospettivi tra chi viene intervistato più vicino al momento dell’arresto e chi no. In terzo luogo, la raccolta dei dati è stata effettuata tra marzo e agosto 2020, all’inizio della pandemia di COVID-19. Lo stress aggiuntivo nei nuclei familiari in quel periodo e durante il ricordo di eventi delicati potrebbe aver ostacolato la rievocazione dei ricordi.

Nonostante questi limiti, i risultati di questo lavoro offrono una comprensione e un contesto importante del periodo dell’arresto dalla prospettiva delle famiglie colpite dall’incarcerazione. Sebbene le dimensioni ridotte del campione possano limitare la generalizzabilità dei risultati, è stata raggiunta la saturazione dei dati. Anche l’indipendenza dei gruppi è stata difficile da stabilire; riteniamo tuttavia che questo articolo offra un’istantanea delle esperienze al momento dell’arresto su cui chi opera professionalmente con famiglie colpite dall’incarcerazione di un genitore può riflettere per sostenere meglio la salute e il benessere dell’infanzia. Il nostro articolo non solo mette in evidenza i dati disponibili sull’incarcerazione genitoriale e sui suoi effetti, ma sottolinea anche quanto sia stata limitata la ricerca precedente sui membri della famiglia durante il periodo dell’arresto, dando priorità alle voci delle persone partecipanti.

Dichiarazione di posizionamento

Riconosciamo il potere e il privilegio di ciascun membro del gruppo di ricerca nel condurre uno studio sulle famiglie colpite dall’incarcerazione. Il gruppo di ricerca lavorava per lo più in istituzioni ospedaliere pediatriche del Midwest il cui obiettivo è migliorare la salute e il benessere dell’infanzia. Riconosciamo inoltre che le percezioni, le idee e la comprensione dell’incarcerazione sono fortemente determinate da stereotipi e dallo stigma. Sebbene chi firma questo articolo abbia vissuto, nel corso della vita, l’incarcerazione di un familiare (ad esempio un membro della fratria, un figlio o una figlia, un cugino, una zia, uno zio o un nonno che ha scontato una pena in prigione e/o in carcere, ecc.), solo due persone del gruppo autoriale hanno vissuto personalmente l’incarcerazione di un genitore durante l’infanzia.

Conclusione

Questo studio offre una comprensione delle esperienze, delle difficoltà e dei bisogni delle famiglie colpite dall’IG nel momento dell’arresto di un genitore. In particolare, le esperienze familiari sono state descritte come traumatiche e stigmatizzanti, ed erano influenzate dal trattamento riservato dagli agenti. A causa della scarsità di risorse domestiche e comunitarie a disposizione delle famiglie, i risultati evidenziano la necessità di una maggiore trasparenza sui sostegni disponibili e di programmi che rafforzino il legame familiare.

Complexe Systémique: punti chiave

L’arresto è il momento dimenticato dell’incarcerazione genitoriale: la ricerca parla della detenzione, dei colloqui e del ritorno, raramente della polizia che entra in casa sotto gli occhi dei minori. Queste 26 testimonianze mostrano che ciò che lo rende traumatico non risiede solo nell’evento, ma nel modo in cui viene vissuto sul piano relazionale: la bambina a cui si permette di abbracciare il padre, l’agente che si prende il tempo di spiegare o, al contrario, l’insulto, il silenzio delle persone adulte, il segreto imposto a scuola. Per chi fa terapia si aprono due piste: lavorare con la famiglia sul racconto dell’arresto, anche quando il minore non vi ha assistito, e sostenere le nonne e i nonni che accolgono il minore da un giorno all’altro, spesso senza uno status né risorse. La lettura resta descrittiva: un campione di convenienza, in larghissima parte femminile e concentrato in Ohio, interviste retrospettive condotte all’inizio della pandemia e un appello alla trasparenza che dice poco delle situazioni in cui il genitore arrestato rappresenta anche un pericolo per il minore. Da leggere insieme all’articolo su una figura di riferimento per i minori con madri detenute e all’articolo sull’organizzazione dell’accudimento dei minori dopo l’incarcerazione del padre.

Note dell’originale

Nota dell’editore. Springer Nature rimane neutrale riguardo alle rivendicazioni giurisdizionali nelle mappe pubblicate e nelle affiliazioni istituzionali.

Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare le famiglie che hanno partecipato allo studio per il loro tempo e i loro contributi. Ringraziamo inoltre We Got Us Now per il sostegno e l’impegno incrollabile a favore della salute e del benessere dei figli e delle figlie di genitori detenuti e delle loro famiglie.

Finanziamento. Questo studio è stato finanziato da un contributo interno sostenuto dall’Office of Trainee Affairs del Nationwide Children’s Hospital/The Ohio State University.

Interessi finanziari. Chi firma l’articolo non ha interessi finanziari o non finanziari rilevanti da dichiarare.

Consenso informato e consenso alla pubblicazione. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti incluse nello studio. Chi firma l’articolo conferma che le persone partecipanti alla ricerca hanno fornito il consenso informato alla pubblicazione.

Approvazione etica. L’approvazione è stata ottenuta dal comitato etico istituzionale (Institutional Review Board) del Nationwide Children’s Hospital. Chi firma l’articolo non ha interessi finanziari o non finanziari rilevanti da dichiarare nella sezione sulle norme etiche.

Interessi concorrenti. Non applicabile.

Conflitto di interessi. A nome di tutto il gruppo autoriale, la persona autrice corrispondente dichiara che non sussiste alcun conflitto di interessi.

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Traduzione non ufficiale in italiano di “They Handcuffed Him, Shackled Him, all of that—in Front of Her”: Family Experiences and Considerations Upon Arrest of a Parent, di Jordan F. Pollard, Leslie N. Jones, Elizabeth G. Keller, Ebony Ruhland, Kelly J. Kelleher, Deena J. Chisolm e Samantha J. Boch, Journal of Child & Adolescent Trauma, vol. 18, no 3, pp. 573-583 (2025), doi: 10.1007/s40653-025-00696-z, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, tabelle presentate come elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «“They Handcuffed Him, Shackled Him, all of that—in Front of Her”: Family Experiences and Considerations Upon Arrest of a Parent», è stato pubblicato in Journal of Child & Adolescent Trauma (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina: fa fede il testo originale in inglese.

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Pollard, J. F., Jones, L. N., Keller, E. G., Ruhland, E., Kelleher, K. J., Chisolm, D. J., e Boch, S. J. (2025). “They Handcuffed Him, Shackled Him, all of that—in Front of Her”: Family Experiences and Considerations Upon Arrest of a Parent. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/they-handcuffed-him-shackled-him-all-of-that-in-front-of-her-family-experiences (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Child & Adolescent Trauma, 18(3), 573-583 (2025); ripubblicata nel 2025 da Journal of Child & Adolescent Trauma, https://link.springer.com/article/10.1007/s40653-025-00696-z)

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