Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Frontiers in Psychology · Terapia familiare
Perché una metafora aiuta in seduta? Per la filosofa Zuzanna Rucińska e il terapeuta Thomas Fondelli conta non ciò che dice, ma ciò che se ne fa. Mettendo in dialogo la terapia sistemica collaborativa e la cognizione incarnata ed enattiva, l’articolo mostra, attraverso due sedute con adolescenti, come i verbi d’azione innestati sulla metafora propria di una persona aprano un senso di agentività.
Traduzione non ufficiale in italiano di Enacting Metaphors in Systemic Collaborative Therapy, di Zuzanna Rucińska e Thomas Fondelli, pubblicato in Frontiers in Psychology (Frontiers Media) (2022), doi: 10.3389/fpsyg.2022.867235, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La dichiarazione sulla disponibilità dei dati non è riprodotta. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Non è ciò che la metafora dice, ma ciò che si può fare con la metafora per generare un senso di agentività, a far funzionare la metafora.
Zuzanna Rucińska e Thomas Fondelli
Abstract
Che cosa fa delle metafore dei buoni strumenti terapeutici? In questo articolo rispondiamo a questa domanda analizzando come funzionano le metafore nelle pratiche terapeutiche sistemiche collaborative. Esaminiamo le recenti proposte incarnate, enattive ed ecologiche sulle metafore e presentiamo una nostra concezione, dialogico-enattiva, secondo cui le metafore sono strumenti per mettere in atto il cambiamento nei dialoghi terapeutici. Mettiamo in luce il ruolo della messa in atto delle metafore in terapia, che riguarda il modo in cui le metafore vengono usate in un processo condiviso di comunicazione. La nostra risposta è che le metafore sono buoni strumenti per collegarsi a parole d’azione, attraverso le quali si possono esplorare la corporeità e l’agentività della persona in terapia. Per illustrare la nostra posizione, analizziamo due esempi di messa in atto di metafore in incontri terapeutici con adolescenti. La nostra proposta enattiva sulle metafore si distingue dalle altre perché non si basa su performance esplicite, ma resta all’interno di un dialogo linguistico. Consideriamo l’impegno metaforico come un atto di costruzione partecipativa di senso (participatory sense-making), che si dispiega nell’interazione. Questa intuizione deriva da modi enattivi di pensare il linguaggio come un processo compiuto da agenti incarnati in interazione, e di vedere anche il parlare come una forma di fare.
Le metafore sono spesso usate in molte terapie, sia per esplorare i problemi delle persone in terapia, sia per generare nuove comprensioni, sia per introdurre un nuovo sguardo sulla loro vita (si vedano, ad es., Tay, 2013; Stoddard and Afari, 2014; Stilwell et al., 2021). Le metafore sono state anche uno strumento importante nella terapia sistemica collaborativa, dove servono a esplorare le esperienze delle persone in terapia e a facilitare il cambiamento (Anderson, 1997; Antoine, 2017).
Ma che cosa fa delle metafore dei buoni strumenti terapeutici? La teoria concettuale classica della metafora (Lakoff and Johnson, 1980, 1999) propone che il pensiero metaforico si fondi sulla violazione consapevole di categorie consolidate e su una proiezione (mapping) da domini sorgente a domini bersaglio. Secondo questo quadro linguistico, le metafore consentono un «trasferimento di significato», ossia di pensare una cosa nei termini di un’altra. In questo articolo proponiamo di rispondere a questa domanda da una prospettiva diversa, quella della cognizione incarnata ed enattiva (Embodied and Enactive Cognition, EEC) e della terapia sistemica collaborativa. Le concezioni incarnate ed enattive delle metafore (Gallagher and Lindgren, 2015; Stilwell et al., 2021) radicano il pensiero metaforico in processi corporei e motori e propongono che le metafore siano messe in atto in interazioni fisiche in corso. L’approccio enattivo, in particolare, propone un nuovo modo di pensare le metafore. Prende le distanze dalla concezione delle metafore come simboli linguistici che si limitano a «rinominare» una cosa come un’altra. Suggerisce invece che le metafore possano emergere in attività di costruzione partecipativa di senso (De Jaegher and Di Paolo, 2007), fungere da mezzi per un ulteriore coinvolgimento e debbano essere trattate come strumenti utili all’interazione e alla comunicazione (Rucińska et al., 2021). Inoltre, mettiamo in rilievo l’idea che possiamo mettere in atto le metafore. Mettere in atto le metafore riguarda il modo in cui si usano le parole in un processo condiviso di comunicazione. Mostreremo che, fatto importante, non è sempre la metafora da sola a produrre il cambiamento nel contesto terapeutico; è l’uso abile della metafora da parte di chi conduce la terapia a consentire al dialogo metaforico di generare nuovi significati e nuove possibilità d’azione. Per contestualizzare le nostre riflessioni, presenteremo esempi tratti dalla pratica terapeutica sistemica collaborativa. L’approccio sistemico collaborativo alla psicoterapia abbraccia già l’idea che la psicoterapia consista nel creare un contesto in cui terapeuta e persone in terapia, nella conversazione, esplorano e co-costruiscono insieme nuovi significati (Anderson, 1997; Rucińska and Reijmers, 2015).
Il nostro approccio enattivo alle metafore si distingue da altri approcci recenti (Gallagher and Lindgren, 2015; Stilwell et al., 2021), che si concentrano per lo più sui movimenti corporei e sulle performance implicati nella messa in atto delle metafore, lasciando una lacuna esplicativa quando si tratta di parlare della messa in atto delle metafore nel solo dialogo. Sosteniamo che le metafore possano essere messe in atto non solo nel gioco e nel movimento, ma anche nel dialogo, poiché anche il parlare è una forma di fare. Di conseguenza, possiamo mettere in atto possibilità diverse e trovare nuovi sensi o significati nella conversazione terapeutica. Di fatto, un’espressione non ha nemmeno bisogno di essere una metafora consolidata perché la si possa mettere in atto come tale nel dialogo.
L’articolo procede come segue. Nella sezione «La terapia sistemica collaborativa incontra la cognizione incarnata ed enattiva» presentiamo i principi fondamentali della terapia sistemica collaborativa e mostriamo come si accordi con l’EEC. Nella sezione «Le metafore in psicoterapia e nelle pratiche sistemiche collaborative» discutiamo come le metafore vengano usate nella pratica sistemica collaborativa, e nella sezione «Metafore incarnate, enattive ed ecologiche» chiariamo come l’EEC concepisca le metafore. Nella sezione «Come funzionano le metafore?» analizziamo come si suppone che funzionino le metafore incarnate, enattive ed ecologiche. Nella sezione «Mettere in atto le metafore nel dialogo: esempi tratti dalla pratica terapeutica» illustriamo che cosa significhi mettere in atto le metafore nel dialogo con due esempi tratti dalla pratica terapeutica sistemica. Nella sezione «Che cosa fa delle metafore dei buoni strumenti terapeutici? Un’analisi» proponiamo un’analisi di ciò che, a nostro avviso, rende le metafore buoni strumenti terapeutici. Il nucleo della nostra proposta è che le metafore funzionano al meglio nel dialogo terapeutico quando sono abbinate a parole d’azione. Le parole d’azione permettono a chi conduce la terapia di cambiare il significato delle metafore generate dalla persona in terapia e di porre le basi perché questa sperimenti sempre più un senso di agentività. Così, il carattere trasformativo delle metafore negli incontri terapeutici risiede nel loro uso, nella misura in cui possono essere collegate a parole d’azione, accrescendo in questo modo l’agentività della persona in terapia e favorendo la co-costruzione di significati condivisi (o costruzione partecipativa di senso).1 La sezione «Conclusione e sviluppi» chiude l’articolo con alcune riflessioni sull’applicabilità della nostra proposta ad altri contesti terapeutici e offre spunti per lavori futuri.
Un approccio sistemico alla psicoterapia propone che le persone siano nodi di una rete complessa di relazioni che le influenzano nel loro pensare, sentire e fare; si concentra sulle influenze reciproche e complesse tra la persona in terapia e le reti in cui è intrecciata (Bertrando, 2007). Contrariamente a quanto spesso si crede, gli approcci sistemici alla psicoterapia non si limitano al lavoro con coppie o famiglie: il paradigma sistemico, in cui le persone sono intese come nodi in reti di relazioni, permette di lavorare con individui, coppie, famiglie e gruppi (Boscolo and Betrando, 1996; Viou and Georgaca, 2019). La terapia sistemica collaborativa, sviluppata tra gli altri da Harlene Anderson, è un tipo di terapia sistemica che si concentra specificamente sullo sviluppo di una relazione collaborativa tra terapeuta e persona, e sull’impegno in dialoghi che favoriscono la crescita e il cambiamento. La terapia sistemica collaborativa sottolinea come i sistemi sociali siano sistemi linguistici (Anderson, 1997): è attraverso il linguaggio, sia detto sia non detto, che le persone danno significato a sé stesse, agli altri e al mondo in cui vivono (Anderson and Goolishian, 1992). I significati che le persone co-creano sono significati socialmente costruiti: prendono forma all’interno di dialoghi e interazioni (Rucińska and Reijmers, 2015), che a loro volta sono influenzati da discorsi sociali e culturali più ampi e devono essere collocati al loro interno. Nella costruzione collaborativa di storie e significati, terapeuta e persona in terapia mirano a far sì che quest’ultima sperimenti un «senso relazionale di agentività» (De Mol et al., 2018), che si riferisce al modo in cui le persone in terapia possono di nuovo sperimentare di fare (o poter fare) la differenza nelle reti di relazioni in cui vivono. Nello spazio dialogico che si crea tra terapeuta e persona in terapia, quest’ultima può sperimentare di nuovo come appaia nei contesti relazionali in una molteplicità di modi, e sviluppare così nuove prospettive su di sé, sull’altro e sul mondo.
Questa prospettiva sistemica, informata dal pensiero postmoderno, richiede anche uno sguardo critico sulla posizione di chi conduce la terapia. In alcune correnti terapeutiche, a chi conduce la terapia viene attribuita una posizione di sapere esperto: può giudicare che cosa sia normale o patologico, che cosa causi la patologia e che cosa serva per tornare in salute. Da una prospettiva sistemica postmoderna, invece, anche chi conduce la terapia è un nodo in una rete di relazioni che influenza il modo in cui dà significato a ciò che percepisce. Il suo pensiero, proprio come quello delle persone che segue, è socialmente costruito e quindi non più (né meno) «vero» di quello della persona in terapia. L’idea che chi fa psicoterapia detenga un sapere esperto sulla vita della persona viene abbandonata e si passa a una psicoterapia intesa come co-costruzione (Gergen and Warhus, 2001). In questo, il compito di chi conduce la terapia ha due facce. Da un lato, è responsabile di creare un contesto in cui le persone in terapia si sentano abbastanza al sicuro da condividere le loro storie. Dall’altro, a partire da una posizione di non-sapere (una posizione caratterizzata da curiosità e riflessività, in cui chi conduce la terapia resta disponibile a conoscere la persona e non presume troppo in fretta di «sapere» quale sia il suo problema), è suo compito facilitare un dialogo in cui possano generarsi significati nuovi e più praticabili (Rober, 2005; Anderson, 2012). L’attenzione di chi pratica la terapia sistemica non è quindi rivolta a «scoprire» o «portare alla luce» esperienze in quanto tali, ma all’effetto che il dialogo terapeutico ha sulla persona, sia dentro sia fuori dalla stanza di terapia.
Sebbene la corporeità e le interazioni non verbali abbiano sempre occupato un posto centrale nella pratica terapeutica sistemica (Jackson, 1957; Satir et al., 1991; Wilson et al., 2020),2 i recenti sviluppi teorici, con la loro attenzione al linguaggio e alle storie, sembrano aver creato uno «scarto» tra la teoria sistemica e la sua pratica (Bertrando and Gilli, 2008).3 Proponiamo che sia qui che il quadro dell’EEC possa essere d’aiuto.
La concezione incarnata ed enattiva della cognizione (EEC), due pilastri delle «scienze cognitive 4E» (si veda Newen et al., 2018), è una concezione che possiede una serie di concetti centrali molto in sintonia con il pensiero sistemico e potrebbe quindi arricchire la teoria sistemica. L’EEC si oppone alle concezioni cognitiviste e computazionali classiche della cognizione, che riducono i processi cognitivi a manipolazioni di informazioni nel cervello. La cognizione, si sostiene, è radicata in sistemi percettivi e senso-motori più ampi e si sviluppa nell’interazione con l’ambiente. La cognizione «incarnata» rimanda all’idea che la cognizione non si limiti a ciò che accade nel cervello, ma includa processi sia dentro sia fuori dal cervello. La cognizione «enattiva» rimanda all’idea che la cognizione coinvolga più del solo corpo: implica interazioni esplicite, adattive e reciproche tra l’agente e il suo ambiente. Spesso le proposte dell’EEC includono la nozione di affordance proveniente dalla psicologia ecologica. Le affordance sono possibilità d’azione offerte a un agente dall’ambiente, che emergono nella loro relazione.
Forse non sorprende che le terapie a mediazione corporea e le arti terapie abbiano rapidamente trovato in questo nuovo approccio alla cognizione un fondamento e un’ispirazione per la loro pratica (Röhricht et al., 2014; Samaritter and Payne, 2016). Per gli approcci terapeutici che privilegiano il movimento e l’interazione non verbale, un simile approccio alla cognizione offre una base su cui fondare le azioni di chi conduce la terapia e chiarire come avvenga il cambiamento terapeutico. Ma che dire della terapia sistemica collaborativa, con la sua attenzione al linguaggio e al dialogo?
Qui sottolineiamo che l’EEC può estendersi anche alle pratiche linguistiche. Il linguaggio, secondo l’enattivismo, è un flusso di attività in un mondo sociomateriale di pratiche (Di Paolo et al., 2018). Non è un’attività disincarnata o disaccoppiata di menti superiori, ma un’attività che emerge nell’interazione sociale. L’enattivismo ricorre al termine languaging per parlare delle attività connesse al linguaggio, compreso il parlare, ma anche dei comportamenti non verbali come la gestualità e la mimica. Il languaging coglie la «continuità tra impegni corporei e attività, tra cui il parlare e i comportamenti verbali» (Jensen, 2014, p. 6). Il linguaggio è dunque un processo culturale, radicato nella biologia umana e nelle pratiche sociomateriali, che coglie sia la dimensione emotiva sia quella affettiva delle interazioni umane. Ciò consente alla terapia sistemica collaborativa di attingere all’EEC, poiché vi trova un sostegno all’idea che anche il dialogo sia un’attività incarnata.
Esamineremo ora brevemente il ruolo delle metafore nelle psicoterapie classiche e sistemiche, per poi analizzare che cosa possiamo imparare sulle metafore dalla prospettiva dell’EEC.
Nella letteratura psicoterapeutica, al termine «metafora» si attribuisce di solito un significato molto ampio. Metafora indica semplicemente «un modo di parlare in cui una cosa viene espressa nei termini di un’altra» (Kopp, 1971, p. 28). La riflessione sul ruolo delle metafore in psicoterapia ha una tradizione lunga e ricca (si veda, ad es., Tay, 2013). Nel tentativo di strutturare la molteplicità di modi in cui le metafore possono influenzare i processi terapeutici, Lyddon et al. (2001) hanno proposto la seguente classificazione: (1) costruzione della relazione tra terapeuta e persona in terapia, (2) accesso alle emozioni della persona e loro simbolizzazione, (3) disvelamento e messa in discussione dei presupposti taciti della persona, (4) lavoro con le resistenze della persona e (5) introduzione di nuove cornici di riferimento.
Secondo Tay (2016), la letteratura sull’uso e sul ruolo delle metafore nei processi terapeutici mostra due tendenze principali: un approccio centrato su chi conduce la terapia e un approccio centrato sulla persona in terapia. Nell’approccio centrato su chi conduce la terapia, l’attenzione è rivolta a chi conduce la terapia in quanto fonte della metafora. Esso esamina e descrive ciò a cui chi conduce la terapia deve prestare attenzione nell’ideare metafore, nel portarle nel dialogo con le persone che segue e nell’usarle nei processi terapeutici. Alcune correnti terapeutiche vedono nella stratificazione delle metafore un’occasione per comunicare indirettamente con il subconscio della persona in terapia, evitando così le resistenze consce (Erickson and Rossi, 1976; Roffman, 2008; Burns, 2012). Tuttavia, la letteratura descrive anche modi in cui le metafore sono usate in maniera più esplicita. Le metafore offrono a chi conduce la terapia un modo per discutere in maniera concreta con le persone in terapia ipotesi, idee o consigli spesso astratti (Lakoff and Johnson, 1980; Tay, 2013, 2017). Nel tentativo di sostenere chi pratica la terapia in questo, esistono manuali che propongono numerose metafore da usare quando lo si ritenga utile o necessario (Blenkiron, 2011; Stoddard and Afari, 2014).
La letteratura che adotta un approccio alle metafore centrato sulla persona in terapia si concentra principalmente su quest’ultima in quanto autrice della metafora. Questo approccio è in linea con gli approcci più non direttivi in psicoterapia e vede nelle metafore un mezzo con cui le persone in terapia verbalizzano ciò che pensano, sentono e vivono (Lakoff and Johnson, 1980; McMullen, 1996). L’attenzione si concentra principalmente sul contenuto della metafora, poiché chi conduce la terapia interpreta la metafora della persona a partire dalla propria cornice di riferimento. La metafora è così vista come una porta d’accesso per portare alla luce la psicopatologia (Rhodes and Jakes, 2004; Coll-Florit et al., 2021) o pensieri e sentimenti inconsci (Borbely, 2008). Tuttavia, un approccio più orientato al processo, come la terapia sistemica collaborativa, sottolinea l’importanza di mettere tra parentesi le proprie interpretazioni e di attenersi il più possibile al processo e alla costruzione di significato della persona in terapia (Kopp and Craw, 1998; Sims, 2003; Rucińska et al., 2021). Dalla prospettiva terapeutica sistemica collaborativa, le metafore possono essere generate sia dalla persona in terapia sia da chi conduce la terapia (Rober, 1999). Indipendentemente da chi genera la metafora, essa serve a co-costruire nuove storie. La metafora in sé non nasconde alcuna «verità», né è destinata a trasmettere «conoscenze» o «insight», ma può offrire un modo per indagare le esperienze da una prospettiva diversa.
Sebbene le metafore siano parte integrante della pratica psicoterapeutica e negli anni si siano condotte molte ricerche e scritto molto sul ruolo delle metafore nei processi psicoterapeutici, Tay (2017) si preoccupa di quanto poca attenzione venga prestata al modo in cui la teoria contemporanea della metafora possa arricchire la pratica psicoterapeutica. Questo ci ha spinto a chiederci: che cosa, nelle metafore, ne fa dei buoni strumenti terapeutici? La nostra risposta a questa domanda si colloca all’interno degli approcci EEC alla metafora, in particolare dell’approccio enattivista, che vede nelle metafore strumenti per pratiche congiunte di costruzione di significato. Per comprendere i processi di costruzione di significato negli impegni metaforici, ci rivolgiamo ora all’EEC, che considera le metafore come incarnate, messe in atto o ecologiche, e discutiamo come essa possa arricchire e fondare l’uso delle metafore generate dalle persone in terapia nella terapia sistemica collaborativa.4
Nella letteratura filosofica la metafora è considerata di solito un espediente letterario che implica una violazione consapevole di categorie consolidate e che ci permette di comprendere un tipo di cosa (spesso astratta o poco familiare) nei termini di un’altra (più concreta e familiare; Lakoff e Johnson, 1980; Stilwell et al., 2021). Di recente, tuttavia, le metafore non sono più trattate soltanto come entità linguistiche (figure retoriche) o processi linguistici (mappature tra sorgente e bersaglio), ma vengono intese come processi cognitivi e immaginativi (Gibbs, 2006), processi percettivi (Szokolszky, 2019) o persino come affordance e figure d’azione (Jensen e Greve, 2019). Per esempio, la concezione dinamica della metafora (Müller e Tag, 2010) propone un intreccio dinamico di processi sociali, cognitivi e affettivi nella produzione e nella comprensione delle metafore, e integra sistematicamente processi sociali e cognitivi per analizzare l’attivazione delle metafore nell’interazione conversazionale. In questo articolo non intendiamo offrire una rassegna completa di tutte le proposte disponibili su come pensare le metafore. Forniremo però una breve caratterizzazione di alcuni dei più recenti approcci incarnati, enattivi ed ecologici (Machielsen, 2019; Szokolszky, 2019; Stilwell et al., 2021) alla metafora, così da collocare il nostro approccio dialogico-enattivo all’uso delle metafore in terapia.5
Partiremo dall’affermazione che le metafore sono incarnate: un’idea così diffusa che non dovrebbe suscitare controversie. Ma che cosa significa esattamente che la metafora è incarnata? La letteratura sulle metafore fa riferimento a diversi sensi dell’incarnazione, che vale la pena distinguere. Dicendo che «le metafore sono incarnate», si potrebbe intendere almeno una delle cose seguenti: le metafore hanno radici sensomotorie, si basano su simulazioni motorie, richiedono l’attivazione di circuiti fisici nella corteccia motoria o coinvolgono processi corporei affettivi; e l’elenco non è esaustivo. Cercheremo di dipanare alcuni di questi diversi significati in gioco.
Per esempio, il concetto di «metafora incarnata» può riferirsi al fatto che le metafore esistenti hanno radici corporee, come si vede negli esempi di Lakoff (2008, 2012) e di Lakoff e Johnson (1999). Essi sostengono che, pur essendo le metafore unità linguistiche, il linguaggio che gli esseri umani hanno sviluppato è radicato nelle loro esperienze fisiche, e che le metafore concettuali possono fondarsi su esperienze incarnate. Secondo Lakoff (2008), tutte le metafore concettuali complesse possono essere scomposte in metafore primarie, e le metafore primarie si acquisiscono «muovendosi nel mondo, in continuo movimento e percezione» (Lakoff e Johnson, 1999, p. 57). Per esempio, «l’AFFETTO è CALORE» è una metafora primaria, per cui associamo il calore fisico alla cordialità. Ciò accade, secondo Lakoff, «(p)erché le metafore primarie sono circuiti fisici persistenti (duraturi o permanenti) nel cervello» (Lakoff, 2012, p. 782; si veda anche Kompa, 2017, p. 203).
Talvolta, tuttavia, il nostro corpo non serve soltanto da fondamento per il pensiero metaforico, ma sembra anche fungere da riferimento per comprendere usi creativi e singolari del linguaggio. Le metafore innescano risposte corporee che ci permettono di «fare esperienza» del significato di una metafora. Per esempio, secondo Raymond Gibbs (2006), comprendere metafore che contengono un verbo d’azione significa immaginare attivamente sé stessi mentre si compie proprio quell’azione. E secondo Littlemore (2019), la metafora incarnata è caratterizzata da un’esperienza corporea viscerale usata per descrivere qualcosa di astratto. Le metafore incarnate possono avere una forte associazione fisica o suscitare forti reazioni fisiche. Qui «incarnato» descrive le situazioni in cui si ha una risposta fisica manifesta alle parole.
Secondo Littlemore (2019), le metafore differiscono per il grado in cui sono incarnate. Ci sono metafore che suscitano una risposta neurologica, metafore che possono richiamare le nostre esperienze del corpo e ciò che sappiamo di esso, e metafore che possono essere comprese anche perché fanno parte della nostra lingua o di una convenzione, essendo nate dalla storia delle nostre esperienze e interazioni incarnate. Il senso di incarnazione che desideriamo mettere in rilievo, tuttavia, è che il corpo ha un ruolo esplicito nel plasmare la comprensione della metafora, legato all’enazione: il movimento e l’attività corporea in atto. Passiamo ora alla proposta enattiva.
Consideriamo Gallagher e Lindgren (2015) un buon esempio di approccio enattivista alle metafore. Come scrivono,
il termine enattivo non indica qui un tipo diverso di metafora in sé, ma un tipo diverso di coinvolgimento con la metafora. In particolare, possiamo dire che una metafora enattiva è una metafora che mettiamo in atto: cioè una metafora che mettiamo in azione o che facciamo esistere attraverso la nostra azione (p. 392).
Essi contrappongono le metafore enattive alle metafore «sedute» (quelle che si trovano leggendo un libro, che «stanno sedute» sulla pagina in attesa che chi legge le scopra). Le metafore enattive, invece, «fanno cose, ma solo quando ci impegniamo con esse in qualche modo» (ibid., p. 392). La loro attenzione si concentra su come possiamo far lavorare le metafore in situazioni reali di apprendimento, e forniscono un esempio di messa in atto di metafore in contesti specifici.6 La proposta enattivista, in breve, è che le metafore si realizzano nell’azione partecipativa, che i loro significati si creano nell’interazione e che esse fanno parte della costruzione congiunta di una nuova realtà (Rucińska e Reijmers, 2015).
Dal versante dell’approccio ecologico, Jensen e Greve (2019) propongono una concezione in parte simile delle metafore come prodotti di sistemi organismo-ambiente. Vedono il coinvolgimento metaforico come «una forma di fare che è radicata nei modi in cui facciamo le cose nel mondo e, in quanto tale, può essere intesa come una manipolazione abile di ambienti di qualsiasi tipo» (p. 2). Propongono di pensare le metafore attraverso il concetto di affordance, che ha il vantaggio di aiutarci «a concentrarci sulla metafora come parte del nostro fare attivo, piuttosto che come processi mentali interni o caratteristiche stilistiche» (pp. 12-13). Parlano inoltre di livelli di metaforicità delle parole, per contestare l’idea che significati letterali e figurati siano nettamente distinguibili. Propongono che
la metaforicità debba essere vista come un valore scalare; qualcosa che è più o meno attivato o presente (…). In particolare, la metaforicità non si limita (al significato del)le parole o alle azioni verbali, ma [si basa] su una varietà di attività e sensazioni corporee (2019, p. 10).
Sia la proposta enattivista sia quella ecologica rilevano che i significati metaforici nascono nelle interazioni. Gli enattivisti sostengono che costruiamo i nostri significati attraverso la costruzione partecipativa di senso (participatory sense-making), l’idea che il significato si raggiunga insieme attraverso una storia di rotture e di riparazioni nella coordinazione interattiva (De Jaegher e Di Paolo, 2007). Diamo attivamente, in modo continuo, senso ai nostri ambienti: ci impegniamo in processi interattivi di far emergere, o mettere in atto, un mondo di rilevanza. La concezione ecologica delle metafore come affordance permette alle metafore di far parte di tali pratiche di costruzione di significato.
Le proposte incarnate, enattive ed ecologiche sono alla base della concezione delle metafore che condividiamo. La nostra proposta si distingue dalle altre per il modo di pensare come il mettere in atto le metafore produca effettivamente un cambiamento. Passiamo ora ad analizzare come dovrebbero funzionare le metafore secondo l’EEC, per poi presentare la nostra proposta di messa in atto delle metafore nel dialogo terapeutico.
Abbiamo esposto sopra il nucleo della concezione incarnata, enattiva ed ecologica delle metafore. Ma ciò non basta ancora a spiegare come funzionano le metafore, né che cosa, nell’essere incarnate, messe in atto o ecologiche, permetta alle metafore di offrirci nuovi significati. In questa sezione cerchiamo di fornire una breve panoramica di come le metafore dovrebbero funzionare secondo i modelli incarnato, enattivo ed ecologico, facendo seguire a ciascuna analisi una critica o una perplessità relativa a quel modello. Proponiamo poi di colmare una lacuna nelle spiegazioni disponibili con una nostra proposta.
Si dice che le metafore funzionino, anzitutto, perché ci permettono di vedere somiglianze tra due entità normalmente considerate distinte (Szokolszky, 2006, 2019). Si tratta di un’abilità che, in un’ottica rappresentazionale, costituisce un compito cognitivo complesso (Norbury, 2005).7 Ma la psicologia ecologica può spiegarla bene. Chi pratica la psicologia ecologica parla di raccolta diretta (direct pick-up) di un pattern invariante in un insieme informazionale specifico sia della sorgente della metafora sia del suo bersaglio (per esempio, l’insieme informazionale specifico sia dei fuochi d’artificio sia dei fiori che permette di considerare metaforicamente i fuochi d’artificio come «fiori nel cielo»).8 Secondo Agnes Szokolszky (2006), la metafora prototipica si basa su una somiglianza condivisa chiaramente percepibile (e/o su «affordance condivise») tra due oggetti. Trovare una somiglianza pone le basi per una metafora, perché crea la possibilità di percepire una cosa nei termini di un’altra (ad es., una scarpa nei termini di una barca) e, a sua volta, di dire qualcosa metaforicamente. Questa concezione radica la capacità di agire sulle metafore in semplici processi percettivi, non in processi cognitivi complessi come il pensiero controfattuale o la capacità di rappresentarsi una cosa come un’altra. Così, mentre si riteneva che la metafora presupponesse abilità di classificazione non disponibili ai bambini in età prescolare, la prospettiva ecologica considera le metafore strumenti di apprendimento che anche i bambini piccoli possono sviluppare, perché dal punto di vista ecologico la metaforicità è un fenomeno percettivo.
Pur condividendo con l’approccio ecologico la scelta di non intellettualizzare eccessivamente i meccanismi alla base del coinvolgimento metaforico, riteniamo che sorgenti e bersagli delle metafore non debbano necessariamente condividere somiglianze strutturali né somigliarsi in alcun modo. Molte metafore sono concettuali (ad es., «l’amore è un campo di battaglia») e non consentono di cogliere alcun pattern informazionale percettivo. E la condivisione di affordance è un’affermazione fin troppo ampia, poiché sorgenti e bersagli delle metafore possono condividere un numero infinito di affordance (possibilità d’azione), come la possibilità del discorso. Questo non è qualcosa che renda la concezione percettiva particolare nello spiegare come funzionano le metafore, almeno non nel contesto terapeutico sistemico collaborativo. Inoltre, anche se chi pratica la psicologia ecologica può dire di parlare solo di metafore prototipiche e non concettuali, c’è un altro problema: la passività di questo approccio. In terapia l’accento cade sul ruolo attivo dell’azione e dell’interazione dinamiche in relazione alle affordance per il discorso metaforico. Il semplice atto di vedere somiglianze tra la metafora e la sua sorgente, o di essere consapevoli delle origini corporee delle metafore, non basta. Nella nostra proposta ci concentreremo sull’agire sulle metafore. In questo senso, non riteniamo che la metaforicità richieda la percezione di somiglianze o di «affordance condivise», ma proponiamo di pensare le metafore come strumenti per nuovi modi di vedere e di interagire.
Un altro modo in cui si dice che le metafore incarnate funzionino è il loro riferirsi alle nostre esperienze personali e vissute (ad es., Littlemore, 2019). Queste metafore si basano su correlazioni esperite tra il dominio sorgente e il dominio bersaglio, e non su somiglianze percepite. Le correlazioni esperite rimandano alle nostre passate esperienze vissute e incarnate e ai nostri sentimenti, e per questo è più probabile che ci colpiscano a livello neurologico quando le sentiamo.
Una perplessità riguardo all’affermazione che le metafore sono radicate in esperienze corporee è che essa sembra suggerire che tali metafore susciterebbero comprensioni personalizzate e individuali, poiché ogni metafora si basa sull’esperienza incarnata propria e individuale di ciascuno. Ci si dovrebbe allora preoccupare che le metafore non siano comprensibili ad altre persone. Questa concezione, però, non pone problemi se combinata con l’enattivismo e la costruzione partecipativa di senso. La costruzione partecipativa di senso è in parte radicata nelle nostre esperienze corporee, ma suggerisce soprattutto che costruire significato è un atto congiunto, che si sviluppa intersoggettivamente. Le nostre interazioni sociali cambiano il modo in cui percepiamo e comprendiamo il mondo. Nessuna persona sceglie da sola i significati delle proprie esperienze; le esperienze diventano significative nell’interazione con gli altri, negoziate all’interno di una pratica culturale. In pratica, ciò significa che il significato di una metafora è flessibile e prende forma nel contesto in cui viene usata. Una stessa metafora potrebbe persino essere «riutilizzata», come mostreremo più avanti. Nella prossima sezione ci basiamo su questa intuizione per discutere come le metafore acquisiscono i loro significati nel contesto di un dialogo terapeutico.
Un altro modo ancora in cui si dice che le metafore incarnate funzionino è che innescano risposte sensomotorie, come colgono alcune delle proposte incarnate (Schaefer et al., 2015; si veda anche Kompa, 2017). Qui la sorgente e il bersaglio della metafora non devono somigliarsi in alcun modo strutturale; ciò che avviene è un’attivazione delle regioni cerebrali che si attiverebbero anche se facessimo realmente esperienza di ciò che la metafora esprime. Kompa (2017) chiama questo processo «simulazione», benché si riferisca ai processi sensomotori coinvolti nella rimessa in atto di un’esperienza incarnata.9 Si consideri la spiegazione di Kompa (2017) di come le metafore funzionino per simulazione:
L’idea, in sostanza, è che per comprendere un’espressione linguistica si debba simulare l’esperienza corrispondente. Quando sento la parola «afferrare» simulo (rimetto in atto) l’azione di afferrare. E poiché ho già afferrato in passato, ci riuscirò e arriverò a comprendere la parola in questione. La simulazione, a sua volta, richiede un’attivazione nelle regioni sensoriali e motorie (oltre che affettive) del cervello, perché nel simulare una particolare esperienza manifestiamo all’incirca lo stesso pattern di attività neurale che ha accompagnato l’esperienza iniziale. La comprensione del linguaggio implica in modo cruciale il reclutamento del sistema sensomotorio (pp. 196-197).
Condividiamo l’affermazione che la comprensione del linguaggio sia un’impresa sensomotoria. Molteplici evidenze delle neuroscienze e delle scienze cognitive la sostengono, tra cui il fatto che alcuni verbi d’azione suscitano un’attivazione della corteccia motoria (Barsalou, 1999; Hauk et al., 2004).10 Tuttavia, Kompa (2017) sostiene che la simulazione (come descritta sopra) non riesce a spiegare la comprensione delle metafore perché «ci fornisce una teoria dell’interpretazione letterale. Ma interpretare le metafore richiede che ci lasciamo alle spalle il significato letterale (…). Comprendere le metafore richiede di guardare le cose diversamente da come si faceva prima» (p. 206). Si consideri la metafora «AFFERRARE un’IDEA». È l’attivazione degli stessi neuroni coinvolti quando si afferra realmente una tazza ciò che ci permette di comprendere la metafora in questione? Kompa lo contesta, sostenendo che simulare (o, nei termini dell’EEC, rimettere in atto) le nostre esperienze corporee precedenti, attivando i relativi processi sensomotori dell’afferrare quando si pensa alla metafora «AFFERRARE un’IDEA», non basta ancora a farci comprendere la sua metaforicità.
Benché la sfida di Kompa meriti in futuro un’analisi più approfondita, suggeriamo che, ai fini terapeutici, l’idea della semplice attivazione dei circuiti sensomotori collegati alle parole d’azione mentre le si pronuncia non sia in effetti centrale, perché la messa in atto della metafora non avviene nell’innesco dei processi sensomotori (come l’attivazione sensomotoria dell’afferrare con la mano): avviene nel dialogo. Se dovessimo lavorare con la metafora «AFFERRARE un’IDEA» in terapia sistemica, essa funzionerebbe come metafora perché l’attività dell’afferrare è collegata alla rete più ampia di significati che possiamo associare e creare con la parola d’azione «afferrare», come una sensazione di traguardo raggiunto o l’emozione del successo. A nostro avviso, è ciò che si può fare con la metafora per produrre un cambiamento a far funzionare la metafora, come spiegheremo più avanti.
Così, benché le metafore possano funzionare per diverse vie, ciascuna adatta al proprio contesto,11 ci concentreremo sull’idea di Gallagher e Lindgren (2015) che le metafore funzionino perché vengono messe in atto: ci invitano a «mettere in scena con [il nostro] corpo ciò che [ne] comprendiamo» (p. 398), invece di ragionare attraverso le mappature dal dominio sorgente al dominio bersaglio. Come osservano Gallagher e Lindgren, le metafore enattive non sono un tipo diverso di metafora: la differenza sta nel modo in cui le usiamo. L’enattivismo può dunque proporre un modo diverso di considerare come le metafore possano essere messe in azione, nel dialogo, che riteniamo il più fecondo per un contesto terapeutico.
Facciamo nostro questo approccio enattivista alla messa in atto delle metafore e guardiamo con favore alle proposte enattiviste sopra citate. Un limite delle proposte disponibili, tuttavia, è che trattano l’enazione in modo piuttosto letterale. Gallagher e Lindgren (2015) parlano della messa in atto delle metafore in atti che sono performance incarnate di finzione: è nel muovere il proprio corpo che chi agisce agisce metaforicamente. Jensen e Greve (2019) affermano che la messa in atto avviene «nei e attraverso i movimenti gestuali» (p. 18).12 E più di recente Stilwell et al. (2021) discutono la messa in atto di metafore del dolore in terapia e propongono che la metafora venga messa in atto quando chi fa terapia applica una pressione manuale sulla fonte del dolore della persona in cura. Non prima, non dopo, ma nel toccare le metafore venivano messe in atto.13 In tutti questi esempi la metafora è letteralmente eseguita, con il movimento, il gesto o il contatto fisico. Stilwell et al. contrappongono persino esplicitamente le metafore enattive alle metafore verbali; queste ultime sono viste come parte di una «educazione passiva del paziente» (p. 243). È una visione piuttosto limitata del mettere in atto, poiché l’enattivismo si estende anche al linguaggio. Quindi, pur concordando che talvolta è così che possiamo mettere in atto le metafore (proprio come possiamo mettere in atto esplicitamente le nostre immaginazioni nelle performance del gioco di finzione; si veda Rucińska e Gallagher, 2021), il nostro punto in questo articolo, e la correzione che apportiamo alle concezioni enattive disponibili della metafora, è che la messa in atto delle metafore può avvenire anche nel parlare, perché anche parlare è una forma di fare. Proponiamo che non sia necessaria alcuna performance esplicita oltre alla verbalizzazione linguistica perché la metafora sia comunque messa in atto, dato che anche il linguaggio è un processo incarnato ed enattivo. Nella prossima sezione chiariamo come, a nostro avviso, funziona la messa in atto delle metafore nel dialogo.
Sulla base dell’analisi precedente, proponiamo che in terapia sistemica si possano mettere in atto le metafore nel dialogo. Ciò significa che, in un contesto terapeutico, chi conduce la terapia può usare parole e verbi d’azione associati alla metafora per far emergere nuove possibilità d’azione per la persona che introduce la metafora. Chi conduce la terapia non ha bisogno di analizzare il significato della metafora: crea nuovi significati con la metafora così come la persona in terapia l’ha introdotta, per dare insieme un nuovo senso alla sua situazione.
Prendiamo, per esempio, il parlare di depressione. Una diagnosi del genere, di per sé, non giustifica nuovi comportamenti. La narrazione della «depressione» è statica e spesso restrittiva: una volta ricevuta la diagnosi, può avere un effetto debilitante sulla persona (non si sa che cosa fare al riguardo, se non accettarne le conseguenze). Ma quando una persona si rivolge alla terapia per affrontare la propria depressione, potrebbe essere utile, per lei e per chi conduce la terapia, parlare per metafore. Ciò potrebbe funzionare perché a tali metafore si possono associare facilmente verbi orientati all’azione. Chi conduce la terapia può impegnarsi e giocare abilmente con le metafore (più che con i termini diagnostici clinici) per avviare nuove conversazioni con la persona. Lo mostreremo nell’esempio che segue.
Il nostro punto, per ora, è che le metafore permettono un’esperienza trasformativa quando vengono messe in atto nel dialogo. Ma tale messa in atto non deve necessariamente essere una performance corporea. Concepite come affordance linguistiche, ossia possibilità di azioni future rese possibili dal linguaggio, le metafore dipendono dall’uso. Le metafore in terapia possono funzionare come oggetti o strumenti da manipolare. Così, benché le metafore possano funzionare grazie alle loro proprietà simboliche, vogliamo mettere in luce un altro modo in cui le metafore funzionano, finora non discusso in dettaglio: funzionano quando agiscono come affordance linguistiche per l’azione. Agire come affordance linguistiche per l’azione significa aprire nuovi modi di fare linguaggio (languaging), di parlare delle cose e di darvi senso.14 Di seguito forniamo due esempi tratti da incontri terapeutici sistemici per illustrare il nostro punto.
Andy ha 15 anni e da diversi anni lotta contro una forma di obesità grave. I suoi genitori hanno divorziato quando aveva 10 anni. Ricorda di aver cominciato, poco dopo il divorzio, a mangiare sempre di più. Mangiare, dice, gli offriva una forma di conforto. Dopo il divorzio la madre si è ritrovata sola. Per far fronte economicamente alla nuova situazione lavorava per molte ore. Per questo Andy restava spesso solo a casa. All’inizio Andy non era davvero infastidito dal peso che prendeva progressivamente. Le cose però sono cambiate con il passaggio alla scuola secondaria. Lì è stato vittima di bullismo ed escluso a causa del suo peso. Altri ragazzi e ragazze gli scagliavano addosso parole come «elefante» e «ciccione». Si vergognava sempre di più del proprio aspetto e si chiudeva in camera. Si nascondeva dietro il computer ed è entrato in una comunità online di gamer. Le abitudini alimentari poco sane e lo stile di vita sedentario lo hanno portato a sviluppare un’obesità grave. Ogni speranza di cambiamento si è sciolta come neve al sole. Si sentiva intrappolato nel proprio corpo e impotente di fronte alla propria situazione. Gli diventava sempre più difficile andare a scuola e sopportare gli sguardi degli altri ragazzi. Quando Andy aveva 14 anni, la madre gli ha suggerito di cercare aiuto presso un centro medico di riabilitazione pediatrica in cui adolescenti con obesità ricevono un trattamento residenziale multidisciplinare che li aiuta a ristabilire abitudini alimentari e di vita sane e a ritrovare la fiducia in sé. Ci è voluto un anno prima che Andy osasse fare il passo.
Durante uno dei colloqui con Andy (A), il suo terapeuta (T) esplora il modo in cui gli sguardi degli altri lo hanno segnato.
T: Ricordo da uno dei nostri colloqui precedenti che a scuola venivi spesso escluso e preso di mira dai bulli. Nonostante questa situazione difficile, hai continuato ad andare a scuola. Come hai fatto?
A: Col tempo mi sono [messo] una corazza. Quella corazza mi ha aiutato a sopportare tutte quelle parole. Era l’unica cosa che potevo fare contro tutte le cose brutte che la gente mi diceva.
T: Quindi ti sei messo una corazza per proteggerti? È così?
Si noti come Andy usi spontaneamente una metafora per rispondere alla domanda del terapeuta. La metafora non è scelta a caso. Andy è un gamer e gioca a videogiochi in cui spesso si usa una corazza per proteggere il proprio avatar da un mondo virtuale pericoloso. Le sue esperienze di gioco gli offrono un arsenale di immagini tra cui può scegliere per esprimere le proprie esperienze nella conversazione con il terapeuta.
Il terapeuta vuole esplorare ulteriormente, dalla posizione del non sapere, le esperienze di Andy legate all’andare a scuola. Decide di farlo «restando con» la metafora che Andy gli ha offerto (continuando a usarla e a esplorarla) e gli pone altre domande:
T: Quando indossi la tua corazza, non senti più il [peso delle] parole [che feriscono]?
A: Sì, ma solo un po’. Se vieni colpito [da quelle parole], il colpo lo senti comunque. [Con la corazza] fa solo meno male.
T: OK, quindi senti ancora il colpo delle parole, ma è attutito.
A: Sì, esatto.
T: E com’era per te dover andare in giro con una corazza così?
A: Mi chiudevo in camera il più possibile, così non dovevo vedere nessuno. In quel modo non dovevo mettermi la corazza.
T: E perché esattamente? Com’era per te dover andare in giro con una corazza così addosso?
A: Era molto faticoso doverla tenere addosso tutto il tempo. Ci voleva un sacco di energia per non far vedere alla gente come mi sentivo dentro. Anche se variava da un giorno all’altro.
T: Ah sì, e da che cosa dipendeva [questa variazione]?
A: In parte [dipendeva] da quanti colpi dovevo incassare. E alla fine di una settimana di scuola la corazza sembrava anche molto più pesante che all’inizio della settimana.
Da una prospettiva terapeutica potremmo dire che Andy usa l’immagine di una «corazza» come metafora della sua lotta per proteggersi da esperienze dolorose. Usa la metafora come mezzo per esprimere come ha affrontato il bullismo. L’immagine concreta della corazza lo aiuta a mettere in parole la complessità delle sue esperienze. Da una prospettiva enattiva, tuttavia, la metafora offre uno «spazio condiviso di affordance» (Gallagher, 2020, p. 113), all’interno del quale Andy e il suo terapeuta possono muoversi per esplorare ulteriormente le sue esperienze. Poiché una corazza è qualcosa di tangibile e concreto, sia Andy sia il terapeuta possono fare riferimento agli aspetti multisensoriali legati all’usare o all’indossare una corazza per illuminare le esperienze di Andy. Le corazze si possono togliere e indossare; possono essere pesanti o leggere (e questo può variare da un giorno all’altro o da un momento all’altro); e possono assorbire i colpi che arrivano dall’esterno, anche se alcuni colpi possono comunque sembrare più duri di altri.
Con le sue domande sulla corazza (come la si sente, o quali azioni permette), il terapeuta invita Andy ad andare oltre un paragone statico. Le esperienze di bullismo di Andy vengono contestualizzate e differenziate all’interno del linguaggio della metafora. Nel e attraverso questo dialogo metaforico si produce un notevole spostamento di significato. Nel contestualizzare e differenziare, Andy appare sempre più al terapeuta come un giovane che ha lottato duramente per tenere testa a un «campo di battaglia» di commenti e parole offensive. Non è soltanto un giovane «corazzato», nascosto dietro uno scudo. È un giovane che indossa «un’armatura», incassa colpi e sfida la fatica. Se all’inizio la metafora offriva la possibilità di nascondersi, ora offre anche quella di resistere e di reagire. Spostando l’attenzione da un paragone statico a un’esplorazione dinamica, il terapeuta ha posto le basi perché Andy si veda e si viva sempre più come un giovane che agisce, interagisce e fa scelte: un giovane dotato di agentività. Lo si percepisce anche nell’estratto seguente:
T: Ti sento parlare di come dovevi incassare colpi e di quanto fosse faticoso indossare una corazza. Eppure ti ci è voluto un anno per fare il passo di venire al nostro centro. Puoi aiutarmi a capire?
A: Ho fatto il passo solo quando è diventato troppo faticoso indossare l’armatura.
T: E perché non prima?
A: Pensavo di poter tenere addosso l’armatura. Quando ho sentito che non era più possibile, ho fatto il passo di venire al centro.
T: Quindi hai fatto il passo di venire al nostro centro solo quando hai sentito che non potevi più tenerla addosso. Che perseveranza!
A: Forse (ride).
Lavorando con le metafore da una prospettiva sistemica collaborativa, chi conduce la terapia ha cura di non analizzare la metafora, ma piuttosto di creare uno spazio in cui le persone in terapia possano condividere ed esplorare le proprie esperienze in modo tale che nuovi aspetti di queste esperienze possano essere avvicinati e illuminati da una prospettiva diversa. Nell’estratto, il terapeuta mette in risalto la perseveranza di Andy nel portare il peso della corazza, e invita così Andy a riconsiderare le proprie esperienze da una prospettiva diversa. Andy sembra accettare la proposta e crea uno spazio per generare, insieme al suo terapeuta, nuove storie su di sé.
Dopo un’esplorazione di ciò che ha aiutato Andy a dimostrare quella perseveranza, nell’estratto seguente il terapeuta invita Andy a esplorare che cosa è cambiato dall’inizio del programma di riabilitazione per l’obesità. Si noti come il terapeuta formuli di nuovo la sua domanda iniziale in modo da invitare Andy a parlare di sé come di qualcuno dotato di agentività, qualcuno che fa scelte e compie azioni ponderate.
T: A un certo punto hai fatto quel passo [di venire in terapia]. E poi? Che cosa hai fatto con la corazza?
A: Per i primi mesi ho tenuto addosso la corazza. Quando ho conosciuto meglio il gruppo, me la sono tolta perché potessero vedere di più chi sono davvero.
T: Sono state le tue esperienze con il gruppo a darti il coraggio di toglierti la corazza?
A: Sì.
T: E che cosa hai notato che ti ha dato la fiducia di poterti togliere la corazza?
A: Nel gruppo mi sentivo a casa. Sentivo che non dovevo concentrarmi su come apparivo e che potevo semplicemente fare come facevo a casa. Sentivo che non dovevo fingere di essere qualcuno che non sono.
T: E puoi dirmi di più su come ti sei tolto l’armatura? Com’è andata?
A: Un pezzo alla volta.
T: Un pezzo alla volta? E che cosa ti ha aiutato, dopo ogni pezzo, a toglierti quello successivo?
A: Ho semplicemente notato che non cambiava granché. Tutti continuavano a guardarmi allo stesso modo e a trattarmi allo stesso modo.
T: E questo ti ha dato la fiducia per toglierti la corazza un pezzo alla volta?
A: Sì
T: E adesso, dov’è adesso la tua corazza?
A: È appesa all’attaccapanni. A prendere polvere. Non si sa mai quando potrei averne di nuovo bisogno.
T: (Ride). Quindi non l’hai ancora buttata via?
A: No.
All’inizio il terapeuta ha creato uno spazio conversazionale in cui Andy potesse parlare delle sue esperienze di incassare colpi e di portare il peso della corazza. L’attenzione era rivolta al fardello di Andy. Man mano che la conversazione procedeva, il terapeuta è passato a un’esplorazione più orientata all’azione. Invita Andy a parlare di ciò che Andy ha «fatto» con la corazza e del perché. L’attenzione del terapeuta è ora rivolta a ciò che Andy ha vissuto e al modo in cui vi ha risposto come partecipante attivo all’evento. Le domande del terapeuta invitano Andy a esplorare il modo in cui ha gestito la sua situazione come qualcuno che valuta criticamente e fa scelte informate. Ha scelto di «mettersi una corazza» per difendersi, ha scelto di aspettare prima di entrare nel programma di riabilitazione e, quando non poteva più andare avanti da solo, ha scelto di «tenere addosso la corazza» nei primi mesi, dopodiché ha deciso di «togliersi la corazza» gradualmente, un pezzo alla volta. Le domande orientate all’azione hanno invitato Andy a non vedersi più come qualcuno che si è limitato a subire, ma anche come qualcuno che ha gestito la situazione nel miglior modo possibile.
Benché il terapeuta abbia scelto deliberatamente le sue domande e abbia «costruito un’impalcatura per la conversazione» (White, 2007), non ha stabilito unilateralmente quale direzione avrebbe preso la conversazione e quali significati sarebbero potuti emergere in primo piano. Nel contesto della terapia, la conversazione è stata un processo di costruzione partecipativa di senso in cui entrambi i partecipanti hanno influenzato l’andamento della conversazione. Per mezzo di una metafora enattiva, Andy e il terapeuta hanno co-creato nuove trame narrative in cui Andy appare come partecipante attivo nei diversi nodi di relazioni in cui è intrecciato. Ispirato da questo senso relazionale di agentività appena scoperto, ci si augura che ciò lo incoraggi a riposizionarsi in modo diverso nei vari nodi di relazioni in cui è intrecciato: non solo come vittima di bullismo, ma anche come persona coraggiosa e forte.
Ben è un giovane di 17 anni con autismo. Lotta con pensieri negativi. La lotta non sempre si vede dall’esterno: si svolge «nella sua testa». I pensieri negativi non lo lasciano andare. Durante uno dei colloqui, Ben parla al terapeuta dei suoi comportamenti autolesivi: a volte, quando sta davvero male, Ben si taglia. Racconta al terapeuta come, quando sta così male, senta allo stesso tempo il bisogno di essere lasciato solo e il desiderio di essere aiutato. Appena prima di tagliarsi prevale la sensazione di voler essere lasciato solo. Dopo essersi tagliato, si rende conto di avere bisogno di aiuto. Solo che non sa come le persone potrebbero aiutarlo.
Il terapeuta è incuriosito da questo cambiamento nell’esperienza e chiede a Ben che cosa succeda, dopo che si è tagliato, perché senta il bisogno di essere aiutato. Ben racconta al terapeuta come tagliarsi lo aiuti a far uscire i propri pensieri. Quando la sua testa trabocca, si taglia. E in quel momento si rende conto di avere bisogno di aiuto. Il terapeuta dice a Ben quanto trovi sorprendente il fatto che il tagliarsi produca un cambiamento nelle sue esperienze, dal bisogno di essere lasciato solo al bisogno di essere aiutato. Ben lo riconosce, ma all’inizio fatica a mettere in parole che cosa esattamente produca quel cambiamento. Dopo un breve silenzio, Ben dice all’improvviso:
B: È come con i tatuaggi. Se sei contro i tatuaggi, li consideri una forma di automutilazione. Ma se i tatuaggi ti piacciono, un tatuaggio può essere visto come una storia che ti incidi sul corpo. Il tagliarmi funziona per me come un tatuaggio funziona per [chi li ama].
T: Ti sento usare la parola «storia». Un tatuaggio è una storia che viene raccontata. (…) E qual è la storia dietro i tuoi tatuaggi?
B: Una grande storia degli ultimi due anni.
T: E ha un titolo?
B: Non so se riuscirei a darle un titolo.
(…)
T: Posso farti una domanda strana? Mettiamo che ci rivedessimo tra un anno e che tu ti fossi fatto un tatuaggio sopra le cicatrici. Che tipo di tatuaggio sceglieresti? Che forma avrebbe?
B: È una domanda difficile. Credo che ci metterei l’immagine di uno scheletro in smoking che balla un lento con una signora qualunque. Anzi, potrebbe essere anche il titolo della mia storia.
T: Lo scheletro in smoking che balla un lento con una signora?
B: Sì.
T: Ok, e qual è la storia dietro quel tatuaggio?
B: La signora potrebbe essere chiunque si autolesioni per un motivo o per un altro. E balla un lento con la morte. Perché non sai mai quando tagli troppo a fondo.
T: Perché hai scelto una signora?
B: Perché mi vedo più come lo scheletro che come la signora. A volte mi sento molto vicino alla morte.
T: Dice qualcosa di quanto sei o sei stato vicino alla morte?
B: Per questo è un lento, perché a volte mi sento così vicino.
(…)
T: Quindi tra un anno quel tatuaggio sarebbe la storia di quanto sei stato vicino alla morte e di quanto fosse intimo quel ballo in quel periodo. E forse anche di quanto sei stato coraggioso?
B: Sì, probabilmente.
Discutendo la metafora del tatuaggio, il terapeuta ha fatto alcune scelte riguardo alle domande da porre e a quelle da tralasciare. Le domande che ha posto erano guidate sia dalle sue ipotesi terapeutiche sia dalle risposte di Ben. Lavorando con la metafora del «tatuaggio» introdotta da Ben, il terapeuta avrebbe potuto proseguire la discussione in molti modi orientati all’azione. Per esempio, la metafora avrebbe potuto servire a porre diversi tipi di domande legate all’agentività, come: «Il tatuaggio è un prodotto finito?», «Che colori avrà tra un anno?», «Quanto potresti renderlo visibile al mondo esterno?» oppure «Lo coprirai o lo lascerai visibile?». Domande di questo tipo aprono uno spazio in cui Ben può pensare al proprio futuro. Anche se «tatuaggio» è un sostantivo, e lo si attribuisce più facilmente alle cicatrici di Ben, il terapeuta dispone degli strumenti per spingere oltre il significato della metafora, per suscitare in Ben pensieri sul prendere il controllo e sull’agire in futuro. Lavorare con la metafora del tatuaggio offre al terapeuta lo spazio per esplorare possibilità d’azione che non sono disponibili quando, in circostanze simili, si riceve una diagnosi come, per esempio, «Ben è depresso».
In che modo questi due esempi si collegano all’idea enattivista di costruzione di senso? Nel caso di Andy, parlare della «corazza» lo ha aiutato a mettere in parole la complessità della sua esperienza e ha permesso lo svolgersi di un nuovo tipo di conversazione, che ha aiutato Andy a dare un nuovo senso alle sue esperienze dolorose insieme al terapeuta. Allo stesso modo, nel caso di Ben, parlare del «tatuaggio» gli ha permesso di sentirsi compreso, perché ha consentito alla conversazione con il terapeuta di andare avanti, e insieme hanno dato un nuovo senso alla sua situazione. Il valore di entrambe le metafore è che hanno aperto la strada a conversazioni diverse e, di conseguenza, hanno permesso di acquisire nuove prospettive sui propri problemi: prospettive che, grazie alle discussioni orientate all’azione che sono seguite, hanno permesso sia ad Andy sia a Ben di sentirsi in grado di controllare i propri problemi. Approfondiremo più avanti questi valori aggiunti del mettere in atto le metafore.
Dalla nostra prospettiva dialogico-enattiva, le metafore sono buoni strumenti terapeutici non perché svelano esperienze, ma perché permettono di condividerle e di trasformarle. Parlare di «svelare esperienze» è a nostro avviso problematico, perché suggerisce che esistano verità nascoste che la metafora può portare alla luce, verità in qualche modo «rimosse» e ora riportate in superficie. Così, benché sia possibile che mettere in atto le metafore porti a nuove intuizioni, questo non è l’obiettivo della terapia sistemica collaborativa, poiché la nuova intuizione va vista come un’ulteriore prospettiva che la persona in terapia può assumere sul proprio problema. Vediamo le metafore come strumenti che offrono a chi conduce la terapia diverse possibilità per far sentire compresa la persona in terapia. Sono utili anche per esplorare le esperienze della persona e portare in primo piano nuove idee. Le metafore permettono di raccontare storie nuove e diverse, e con le domande che pone, chi conduce la terapia può far emergere nella persona esperienze di agentività. Infine, le metafore funzionano come lenti attraverso le quali la persona, dopo la terapia, può avvicinarsi al mondo esterno e farne esperienza.
Come fanno le metafore a ottenere questo, nella nostra prospettiva? In breve, le metafore funzionano quando sono abilmente orientate verso azioni nel dialogo. Le metafore che Andy e Ben hanno condiviso sono state orientate verso l’azione dal terapeuta. E anche se le loro metafore erano sostantivi, l’approccio sistemico-enattivo adottato dal terapeuta lo ha portato a concentrarsi sulle azioni possibili associate a quei sostantivi. Una corazza è qualcosa dietro cui ci si può nascondere o con cui si può combattere. Un tatuaggio è qualcosa che si può colorare, disegnare o con cui si può raccontare una storia. Dalla prospettiva sistemico-enattiva, qualsiasi metafora (anche le metafore «sedute») può essere ricondotta a un’azione. Il contenuto della metafora originaria non è tanto importante quanto ciò che se ne fa. Il modo migliore per produrre un cambiamento passa attraverso le parole d’azione, con le quali chi conduce la terapia può produrre un cambiamento quando invita la persona a fare qualcosa, in modo collaborativo, con la metafora.
Perché mettere in atto le metafore con parole d’azione funziona in psicoterapia? Ripetiamolo: offre alla persona in terapia e a chi la conduce modi di esplorare le esperienze tali che le persone in terapia possano sentirsi ascoltate e comprese, comunicare ciò che pensano o provano ed essere invitate a esplorare la propria agentività, e non soltanto aiutare la persona a farsi un’idea della propria condizione. Benché la chiarezza sia importante, dal punto di vista sistemico l’insight non basta a progredire (come disse notoriamente Watzlawick, 2009, «l’insight può causare cecità»). Inoltre, la scelta della metafora, da sola, non porta a un’esperienza trasformativa. Costruire un’analogia per cogliere le proprie esperienze non è di per sé sufficiente, perché a fare il lavoro non è la metafora in sé (grazie alle sue proprietà simboliche o incarnate), ma il modo in cui la metafora viene usata e accolta (o messa in atto) in un’interazione. A nostro avviso, è l’atto comunicativo compiuto con la metafora a diventare un’esperienza trasformativa per le persone in terapia. La metafora deve essere ricevuta da un altro, accettata e, in cambio, tradotta in azione. Le metafore funzionano al meglio quando fanno parte di un coinvolgimento collaborativo.
Prendiamo l’esempio di Ben, che ha usato la metafora del tatuaggio per parlare delle sue difficoltà. Abbiamo notato che quando Ben ha usato la stessa metafora parlando con la madre, non si è sentito compreso. Dal nostro punto di vista, ciò accade perché, se la madre non raccoglie la metafora nelle loro conversazioni né agisce in alcun modo su di essa, la comunicazione tra loro si interrompe e il coinvolgimento non sfocia in un’esperienza trasformativa per Ben. La metafora funziona invece con il terapeuta, che la usa per far avanzare la discussione. Per chi pratica la terapia sistemica, la metafora è un veicolo di cambiamento.
In breve, non sono le metafore in sé a fare il grosso del lavoro. Conta ciò che si fa con la metafora, non ciò che la metafora significa. È il modo in cui chi conduce la terapia mette in atto le metafore, scoprendo parole d’azione che permettono alla persona di andare oltre la metafora, a rendere la metafora utile sul piano terapeutico. Si consideri, per contrasto, il Big Book of ATC metaphors (Stoddard e Afari, 2014), che si propone di fornire un «elenco esaustivo di metafore» pensate per trattare diverse condizioni, dall’ansia alla depressione, dal trauma ai disturbi alimentari. Ci opponiamo all’idea che trovare la metafora «giusta» aiuti una persona a risolvere il proprio problema.
Infine, concentrarsi sulle parole d’azione permette alla persona in terapia di ritrovare un senso di agentività. Quando le metafore vengono discusse con parole d’azione, chi conduce la terapia può scegliere di elaborare la metafora con domande rispondendo alle quali la persona può ritrovare un senso di influenza sulla propria vita. Per noi il senso di agentività è più della semplice conoscenza del tipo di influenza che si ha; è un’esperienza incarnata dell’essere in grado di agire, di fare, di muoversi e di cambiare. Il coinvolgimento metaforico può offrire la possibilità di esplorare le proprie esperienze in modo da sentire che il cambiamento è possibile. Poiché chi conduce la terapia vuole dare alle persone che segue la sensazione di avere una presa su ciò con cui lottano al di fuori della stanza di terapia, la speranza è che il senso di agentività resti alla persona dopo la fine della terapia e si traduca in capacità di far fronte alla vita quotidiana.
Riassumendo, in questo articolo abbiamo presentato una proposta per considerare le metafore come strumenti d’azione nel contesto terapeutico sistemico collaborativo. Abbiamo sostenuto che le metafore funzionano al meglio quando vengono messe in atto, e che compiere movimenti o performance espliciti non è l’unico modo per metterle in atto. Le metafore possono anche essere messe in atto ed esplorate insieme nel dialogo. Poiché l’intenzione di chi pratica la terapia sistemica collaborativa è far emergere nuove esperienze per la persona in terapia, le metafore sono risorse utili per chi pratica questa terapia, quando vengono messe in atto con parole d’azione. Mettere in atto le metafore permette di far emergere nelle persone in terapia nuove prospettive e un senso di agentività, perché chi conduce la terapia co-costruisce dinamicamente la metafora con la persona e usa parole d’azione per creare insieme nuovi significati. La nostra risposta alla domanda «che cosa fa delle metafore dei buoni strumenti terapeutici?» è dunque che esse possono essere collegate a parole d’azione, attraverso le quali si possono esplorare la corporeità e l’agentività della persona.
Benché la nostra analisi si basi sull’approccio sistemico collaborativo alla psicoterapia, siamo convinti che anche altri modelli terapeutici possano trarne ispirazione. Una condizione importante, tuttavia, è che la terapia non sia incentrata sullo scoprire o sul portare alla luce significati «fissi», «nascosti» o «rimossi», ma sul co-creare in modo creativo realtà più vivibili; per questo non tutte le terapie basate sulla parola potranno trarre beneficio dalla nostra strategia di intervento.15
Condivideremo tre indicazioni pratiche che derivano dalla nostra proposta. In primo luogo, a nostro avviso non è necessario lavorare con una metafora culturalmente consolidata: qualsiasi parola può andare bene. Chi conduce la terapia dovrebbe restare attento alle parole che si prestano a esplorazioni metaforiche enattive. Per esempio, è usando parole comuni (come «tatuaggio» o «scudo») ed esplorando le parole d’azione a esse collegate che si possono fare progressi. In secondo luogo, siamo consapevoli del fatto che talvolta lavorare con metafore esistenti può persino essere dannoso, soprattutto quando chi è in cura o chi conduce la terapia ne adotta interpretazioni letterali o semplicistiche. Per esempio, Stilwell et al. (2021) osservano che l’uso di metafore strutturali lineari (come: il dolore è un «nodo», il corpo è una «macchina» o non si ha «stabilità del core») può limitare la capacità di una persona di comprendere la propria condizione, perché suggerisce che la causa del suo dolore persistente sia, ad es., «semplicemente un nodo muscolare, piuttosto che un’esperienza complessa» (p. 6). È quindi importante che chi conduce la terapia sia sensibile agli effetti che una metafora (e la sua co-costruzione) può avere sulla persona. In terzo luogo, se talvolta è utile esplorare la metafora fino in fondo, chi conduce la terapia dovrebbe anche sapere quando lasciarla andare. Occorre sfruttare al massimo la metafora e, quando non è più utile, lasciarla andare, così che la persona possa concentrarsi su nuove esperienze andando avanti nella vita. Non si dovrebbe restare «agganciati» alle metafore che funzionano, ma vederle come strumenti. Una volta usata con successo (con il suo significato co-costruito insieme alla persona, che le ha permesso di trovare una nuova prospettiva), la metafora va messa da parte, così da non vincolare la persona nel suo cammino.16
Possiamo quindi interrogarci ulteriormente sul ruolo delle metafore nella nostra proposta. Se è l’uso di parole d’azione a produrre il cambiamento rilevante, perché non applicare semplicemente parole d’azione a qualsiasi parola, invece che alle metafore? Non potremmo limitarci a introdurre molte parole d’azione in un dialogo terapeutico, o usare parole d’azione con i termini diagnostici, senza trovare prima una metafora? Che cosa ha di speciale il mettere in atto le metafore?
Per rispondere a questa domanda è utile ricordare di nuovo le qualità incarnate delle metafore discusse nella prospettiva dell’EEC. In primo luogo, le metafore hanno radici incarnate che possono essere esplorate. Permettono di parlare degli aspetti multisensoriali delle nostre esperienze (Abrahamson, 2020). Una volta scoperte le radici incarnate e gli aspetti sensoriali delle metafore, è più facile trovare parole d’azione per esplorarle ulteriormente. In secondo luogo, le metafore rimandano a una rete di significati. Possono suscitare associazioni nate in contesti diversi e permetterci di applicarle a un contesto presente. Per esempio, gli oggetti sorgente delle metafore (corazza e tatuaggio) sono inseriti in pratiche e attività diverse (letteratura, film o vita quotidiana), il che permette di parlare in modi nuovi del bersaglio: chi conduce la terapia può attingere alle nostre esperienze condivise e alle narrazioni culturali legate a scudi e tatuaggi per trovare parole d’azione pertinenti con cui far avanzare la conversazione. Le metafore aiutano così chi conduce la terapia a inserirsi nel dialogo e a trovare molte parole d’azione per approfondire il tema della conversazione. Infine, alcune metafore potrebbero funzionare meglio delle parole comuni, perché permettono visualizzazioni sensomotorie concrete. Per esempio, in un dialogo terapeutico, chi pratica la terapia sistemica può invitare la persona a convertire la propria affermazione in un’immagine e attirare la sua attenzione sulle modalità fenomenologiche implicite (somatiche, propriocettive e cinestesiche).17 Prendiamo come esempio le parole «senza aiuto» e «impotente» (Fondelli e Rucińska, 2021). Benché in una conversazione sembrino intercambiabili, queste espressioni ci permettono di immaginarci in situazioni diverse. L’essere senza aiuto si può immaginare come trovarsi senza nessuno intorno su cui poter contare (nell’immaginazione si è soli). L’essere impotenti si può immaginare come non riuscire a influenzare qualcuno che è presente (nell’immaginazione non si è soli). Queste immaginazioni, a loro volta, richiamano parole d’azione diverse. Così, una volta visualizzato come il corpo è collocato in queste relazioni, possono emergere nuove parole d’azione con nuove possibilità d’azione. La concezione enattiva dell’immaginazione, secondo cui le immaginazioni sono profondamente radicate nelle esperienze corporee e negli affetti (Rucińska e Gallagher, 2021), può chiarire ulteriormente come nuove esperienze corporee possano emergere con l’immaginare.
Ripetiamolo: a nostro avviso non è ciò che la metafora dice, ma ciò che si può fare con la metafora per produrre un senso di agentività, a far funzionare la metafora. Come è stato il nostro messaggio fin dall’inizio, in contesti e interazioni diversi i significati delle metafore possono cambiare con l’uso.
Complexe Systémique: punti chiave
L’articolo sposta una domanda che la pratica clinica si pone spesso: bisogna cercare la metafora «giusta»? No, rispondono Rucińska e Fondelli: una metafora vale per ciò che due persone ne fanno. La corazza di Andy diventa un’armatura che si indossa, che si toglie un pezzo alla volta, che si appende all’attaccapanni; il tatuaggio di Ben diventa una storia di cui si possono scegliere i colori e la visibilità. Ogni verbo trasforma un’immagine statica in una possibilità d’azione, e una posizione di vittima in un’esperienza di agentività. Vi si riconosce la posizione del non sapere di Anderson e Goolishian, ma anche una vecchia intuizione di Palo Alto: l’insight non basta, qualcosa deve accadere nello scambio. Per la pratica, tre riferimenti concreti: partire dalle parole stesse della persona, anche le più comuni; non rinchiudere nessuno in una metafora strutturale («il corpo è una macchina»); sapere quando lasciar andare la metafora, una volta che ha fatto il suo lavoro. Limiti: solo due vignette, senza analisi degli effetti a più lungo termine, e un caso di autolesionismo che richiede anche una valutazione del rischio di cui l’articolo non si occupa. Da leggere insieme a l’articolo sul potere delle metafore nella terapia di coppia e l’articolo sul passaggio dall’intervento esperto alla conversazione collaborativa.
Note dell’originale
1Ringraziamo chi ha svolto la revisione anonima per l’utile formulazione.
2Per esempio, Jackson (1957) ha sottolineato l’importanza di prestare attenzione agli aspetti analogici della comunicazione, come il respiro, il tono della voce e i movimenti del corpo; Satir et al. (1991) hanno sottolineato l’importanza del «fare esperienza» durante le conversazioni terapeutiche e hanno invitato i membri della famiglia a scolpire le loro relazioni attraverso il corpo. E più di recente Wilson et al. (2020) sottolineano come la terapia sistemica sia anzitutto una messa in atto, o una performance, che si crea tra tutte le persone partecipanti.
3Bertrando e Gilli (2008) osservano che esiste uno scarto tra, da un lato, l’attenzione della teoria sistemica al linguaggio e alle storie e, dall’altro, la pratica sistemica con la sua attenzione all’effetto che queste storie hanno sulle esperienze corporee della persona in terapia. Descrivono come l’attenzione ristretta al linguaggio e al dialogo nella costruzione della teoria sistemica e la sua «crescente tendenza (…) a enfatizzare le parole e la narrazione, oscurando la rilevanza dell’interazione corporea» (Bertrando e Gilli, 2008, p. 368) abbiano avuto l’effetto di creare i cosiddetti «dialoghi disincarnati»: dialoghi così concentrati sul contenuto di ciò che viene detto da sottovalutare le esperienze incarnate e le interazioni non verbali.
4Osserviamo che, pur ritenendo che le nostre considerazioni sulle metafore non siano specifiche della terapia sistemica collaborativa e possano essere applicate ad altre terapie, ci atteniamo alla terapia sistemica collaborativa per due ragioni principali. In primo luogo, il contesto terapeutico sistemico è un contesto più adatto alla messa in atto delle metafore, perché in terapia sistemica non usiamo le metafore per svelare significati, ma per crearli. In secondo luogo, mettere in atto le metafore nelle tipiche terapie basate sulla parola, in cui l’attenzione resta rivolta allo «svelare significati», può dare risultati opposti a quelli che, dalla nostra prospettiva, riteniamo benefici. Torneremo su questo punto più avanti.
5In questo articolo non ci baseremo sulla distinzione tecnica tra metafora, similitudine e analogia. Queste distinzioni non sono rilevanti per la nostra argomentazione: anche se risultasse che alcuni dei nostri esempi non riguardano stricte metafore, ma andrebbero classificati linguisticamente come similitudini o analogie, le nostre considerazioni restano altrettanto rilevanti per i contesti terapeutici.
6Il contesto che considerano è il gioco di finzione in cui si fa finta di essere una meteora per imparare le traiettorie e i concetti di fisica a esse associati. Descrivono un esperimento in cui i bambini hanno imparato le traiettorie delle meteore «incarnandole» nella finzione, per esempio correndo e saltando ed esplorando esplicitamente lo spazio intorno a loro. Nel contesto del gioco, la corsa dei bambini aveva una natura metaforica, poiché metteva in atto il movimento della meteora. Il gioco di finzione implica una trasformazione metaforica in cui si agisce come se una cosa fosse un’altra, ed è proprio in questa azione che la banana (bersaglio) è un telefono (sorgente).
7Per esempio, la capacità di vedere somiglianze tra due oggetti distinti è descritta da Norbury (2005) come «un processo di sviluppo complesso che richiede l’acquisizione di diverse abilità, [come] rappresentazioni semantiche abbastanza ampie da cogliere il confronto che viene fatto» (p. 384). Norbury ritiene che stabilire sotto quali aspetti due oggetti si somiglino implichi ragionare sulle mappature dal dominio sorgente al dominio bersaglio con l’uso di «abilità di ragionamento analogico» (2005, p. 385).
8«Al cuore della metafora c’è la raccolta diretta di (la risonanza a) un pattern invariante in un insieme informazionale specifico sia del topic sia del veicolo (come, per i fiori e i fuochi d’artificio, invarianti che specificano un’espansione progressiva a partire da un punto centrale). In questo modo la metafora, come altre forme di conoscenza, si basa su un processo fondamentalmente percettivo» (Szokolszky, 2006, p. 87).
9Una caratterizzazione così ampia della simulazione non impegna ad aderire alla Simulation Theory di tipo rappresentazionale.
10Come discusso da Kompa, «esistono studi di fMRI che mostrano che l’elaborazione di verbi che denotano azioni compiute con la mano (prendere, afferrare), con il piede (calciare) o con la bocca (leccare) suscita un’attivazione nella corteccia motoria (e premotoria) (secondo un’organizzazione somatotopica)» (2017, p. 197).
11Per esempio, un contesto terapeutico potrebbe richiedere un tipo di metafore diverso da quello richiesto per apprendere un’abilità; per quest’ultimo, si veda Abrahamson (2020).
12Danno l’esempio di compiere «lunghi movimenti ampi da sinistra a destra e ritorno» (p. 19) per mettere in atto il concetto di «ponte».
13«Queste metafore sono diventate enattive attraverso l’interazione tra personale clinico e pazienti; abbiamo osservato dispiegarsi una costruzione dinamica di senso tra personale clinico e pazienti quando chi curava toccava le persone in cura nelle zone della schiena in cui provavano dolore, oltre che nelle aree circostanti. Mentre chi curava applicava una pressione manuale sui tessuti, veniva richiamata l’attenzione delle persone in cura sui punti in cui i muscoli erano percepiti da chi curava come annodati, tesi o simili a corde» (Stilwell et al., 2021, p. 239, corsivo aggiunto).
14Ringraziamo chi ha svolto la revisione anonima per l’utile formulazione.
15Per esempio, mettere in atto le metafore in terapie in cui l’attenzione resta rivolta allo «svelare significati» può dare risultati opposti a quelli che riteniamo benefici in questo metodo di intervento (cioè far emergere il senso di agentività della persona). Per esempio, è possibile mettere in atto le metafore concentrandosi sulle parole d’azione a esse collegate per portare alla luce ulteriori «verità nascoste» sulla persona in terapia. Lo si farebbe concentrandosi su parole d’azione che approfondiscono la comprensione originaria della metafora (ad es., soffermandosi sulla pesantezza del portare una «corazza»). Ma ciò non farebbe che rafforzare la persona nei vecchi significati (ad es., la corazza come rappresentazione del peso del bullismo) e non le offrirebbe nuove prospettive, che sono in definitiva il valore aggiunto del nostro approccio.
16Si consideri un’utile analogia tratta da Abrahamson (2020) su come chi insegna violoncello usi la metafora «prendilo come una fragola» per trasmettere come dovrebbe essere la presa di chi impara (delicata, come se si avesse paura di schiacciare una fragola). Una volta che chi studia ha appreso la presa che permette di trovare da sé un flusso musicale, la metafora ha svolto il suo compito e va lasciata andare. Suonando, chi studia non dovrebbe più pensare alla metafora della fragola, ma concentrarsi sulle nuove esperienze musicali, e sulle affordance per suonare, che la padronanza della presa ha reso possibili.
17Secondo Abrahamson (2020), la comprensione delle metafore e la capacità di imparare dalle metafore risiedono nell’emergere di «molteplici modalità sensoriali che scaturiscono tacitamente [nella messa in atto della metafora], tra cui quella visiva, uditiva, cinestesica, propriocettiva e somatica» (p. 216).
Dichiarazione etica. In conformità con la legislazione locale e i requisiti istituzionali, per lo studio su partecipanti umani non erano richiesti la revisione e l’approvazione etica. Il consenso informato alla pubblicazione di qualsiasi immagine o dato potenzialmente identificabile incluso in questo articolo è stato ottenuto dalle persone coinvolte negli incontri terapeutici e da chi ne esercita la tutela legale o dai familiari più prossimi.
Contributi. Tutte le persone elencate come autrici hanno dato un contributo sostanziale, diretto e intellettuale al lavoro e ne hanno approvato la pubblicazione.
Finanziamento. Questo lavoro è stato reso possibile grazie al finanziamento della Research Foundation – Flanders (FWO) «Enactive Approach to Pretending» (12J0419N).
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara che la ricerca è stata condotta in assenza di qualsiasi rapporto commerciale o finanziario che possa essere interpretato come un potenziale conflitto di interessi.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Enacting Metaphors in Systemic Collaborative Therapy, di Zuzanna Rucińska e Thomas Fondelli, Frontiers in Psychology, vol. 13 (2022), doi: 10.3389/fpsyg.2022.867235, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Enacting Metaphors in Systemic Collaborative Therapy», pubblicato in Frontiers in Psychology (2022) con licenza CC BY 4.0. Traduzione in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Rucińska, Z., e Fondelli, T. (2022). Enacting Metaphors in Systemic Collaborative Therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/enacting-metaphors-in-systemic-collaborative-therapy (Opera originale pubblicata nel 2022 in Frontiers in Psychology, 13, 867235 (2022); ripubblicata nel 2022 da Frontiers in Psychology, https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2022.867235/full)
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