Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
BMC Health Services Research · Psichiatria
Coinvolgere la famiglia e puntare alla recovery: due principi che le politiche di salute mentale promuovono, ma raramente insieme. Undici figure professionali dell’Australia rurale descrivono qui come li collegano. Faticano a darne una definizione comune, ma descrivono pratiche concrete, frenate dalla logica medica dei servizi per acuti, dalla mancanza di tempo, dallo stigma e dalla riservatezza.
Traduzione non ufficiale in italiano di Family-focused practice within a recovery framework: practitioners’ qualitative perspectives, di Bernadette Ward, Andrea Reupert, F. McCormick, Susan Waller e S. Kidd, pubblicato in BMC Health Services Research (BioMed Central) (2017), doi: 10.1186/s12913-017-2146-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1, mal strutturata nella fonte, è presentata sotto forma di elenco; il file aggiuntivo (traccia dell’intervista) non è riprodotto; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I percorsi di recovery sono quindi relazionali e bidirezionali: le famiglie influenzano il percorso di recovery di una persona e questo percorso, a sua volta, incide sulla famiglia.
Bernadette Ward, Andrea Reupert, F. McCormick, Susan Waller e S. Kidd
Abstract
Contesto. La pratica centrata sulla famiglia (FFP, dall’inglese family-focused practice) è un approccio efficace per sostenere le persone con una malattia mentale. Anche la «recovery» occupa un posto centrale nell’assistenza contemporanea in salute mentale. Mancano però dati su come i due concetti siano collegati e su come vengano poi applicati nella pratica. Lo scopo di questo studio era esplorare le concezioni e le pratiche delle figure professionali in materia di FFP all’interno di un quadro di recovery.
Metodi. Un campionamento ragionato e a valanga è stato utilizzato per reclutare 11 figure professionali della salute mentale dell’Australia rurale e condurre con loro interviste qualitative. Il campionamento e la raccolta dei dati, svolti in parallelo, sono stati guidati dall’analisi tematica e sono proseguiti fino al raggiungimento della saturazione dei dati.
Risultati. Le persone partecipanti hanno trovato difficile formulare la propria concezione della FFP all’interno di un quadro di recovery. Sono state comunque in grado di descrivere pratiche che incarnavano una recovery centrata sulla famiglia. Tra gli ostacoli a queste pratiche figuravano i modelli medici di cura, nei quali spesso scarseggia il personale qualificato e la domanda di assistenza è elevata. Anche lo stigma (autostigma e stigma altrui) e la riservatezza sono stati individuati come ostacoli al coinvolgimento dei familiari in un’assistenza orientata alla recovery.
Conclusioni. Un’assistenza orientata alla recovery e centrata sulla famiglia è una priorità in molti paesi ad alto reddito. Serve un quadro di recovery centrato sulla famiglia che aiuti chi pianifica i servizi, le figure professionali, i familiari e le persone con bisogni di salute mentale, e che garantisca che tale assistenza sia integrata nelle linee guida di pratica.
Parole chiave: Pratica centrata sulla famiglia; Recovery; Assistenza sanitaria
A livello internazionale, i disturbi mentali rappresentano una quota significativa degli anni di vita corretti per disabilità (DALY) [1]. Il venti per cento della popolazione riferisce di aver avuto una malattia mentale nei 12 mesi precedenti e il 29% ha avuto un disturbo mentale in qualche momento della vita [2]. Il sostegno della famiglia è fondamentale nel percorso di recovery di una persona [3]. I familiari sono comunemente coinvolti nella cura e nel sostegno di chi ha problemi di salute mentale; la malattia mentale, quindi, non riguarda soltanto la singola persona. La pratica centrata sulla famiglia (FFP) è spesso usata come sinonimo di «orientata alla famiglia», «sensibile alla famiglia» e «incentrata sulla famiglia», ma nel complesso designa un approccio che riconosce e affronta i bisogni delle persone con bisogni di cura in salute mentale e della loro famiglia [4]. Una recente revisione integrativa ha ampliato il campo individuando diverse pratiche fondamentali legate al lavoro con le famiglie, tra cui la pianificazione dell’assistenza, il sostegno emotivo e sociale attivo e la psicoeducazione dei familiari all’interno di un sistema di cura coordinato [5].
Sempre più spesso i governi in Europa, Australia e Nord America sostengono un modello di pratica centrato sulla famiglia nel lavoro con persone con problemi di salute mentale. In Canada, per esempio, il documento governativo The Rising to the Challenge promuove il riconoscimento e il sostegno delle famiglie nella recovery e nel benessere di chi ha una malattia mentale [6]. Esiste inoltre un solido corpus di evidenze a favore della FFP, che si è dimostrata efficace sia per la persona malata sia per la sua famiglia. È stato dimostrato che gli interventi centrati sulla famiglia portano a un minor numero di ricadute e a una riduzione dei sintomi dei disturbi dell’umore nelle persone con disturbo bipolare [7], mentre riconoscere e sostenere le persone con bisogni di cura in salute mentale nel contesto familiare riduce il carico soggettivo dell’assistenza per la famiglia e ne aumenta il livello di cura di sé e il funzionamento emotivo nei ruoli [4]. È stato dimostrato che l’efficacia sperimentale e pratica di molti approcci basati sulla famiglia migliora la prognosi e reca beneficio ai caregiver, riducendo lo stress legato ai compiti di assistenza [8].
Negli ultimi anni si è investito in modo considerevole nella formazione alla FFP del personale della salute mentale nei paesi ad alto reddito. Al tempo stesso, la FFP varia tra gruppi professionali, tra paesi e tra diversi contesti sanitari all’interno di uno stesso paese. Il personale infermieristico psichiatrico applica la FFP meno spesso rispetto al servizio sociale e alla psicologia, un risultato attribuito a paradigmi filosofici diversi [9]. Il personale infermieristico psichiatrico australiano pratica più FFP di quello irlandese, forse perché in Australia sono stati introdotti standard e strumenti per misurare l’efficacia delle iniziative e degli interventi di salute mentale centrati sulla famiglia [10–12]. Altri lavori sostengono che i servizi di salute mentale per adulti sono meno centrati sulla famiglia rispetto ad altre organizzazioni radicate nel territorio [9, 13], forse a causa dell’orientamento medico al «paziente» dei servizi di salute mentale per adulti.
Parallelamente, il concetto di recovery è un altro tema forte che emerge nei servizi di salute mentale in molte parti del mondo sviluppato. Anthony (1993, p. 13) descrive la recovery come un
«… processo profondamente personale e unico di cambiamento dei propri atteggiamenti, valori, sentimenti, obiettivi, competenze e ruoli. È un modo di vivere una vita soddisfacente, piena di speranza e capace di dare un contributo, anche con i limiti causati dalla malattia. La recovery comporta lo sviluppo di un nuovo significato e di un nuovo scopo nella propria vita, man mano che si va oltre gli effetti catastrofici della malattia mentale».
La recovery si concentra in genere sul percorso del singolo. Tuttavia, molti altri fattori influenzano la recovery e sono mediati dalla connessione con gli altri [14], che di solito include i familiari. I percorsi di recovery sono quindi relazionali e bidirezionali: le famiglie influenzano il percorso di recovery di una persona e questo percorso, a sua volta, incide sulla famiglia. Ciononostante, nella pratica della salute mentale le famiglie sono rappresentate di solito «o come caregiver sovraccarichi, o come causa della malattia mentale di un familiare, o come fattore che mantiene la malattia mentale o che contribuisce alla ricaduta» [15]. Inoltre, per quanto riguarda le relazioni familiari, le persone con bisogni di cura in salute mentale sono spesso rappresentate come: a) destinatarie passive del sostegno familiare, b) persone che si prendono cura attivamente di genitori anziani e di figlie e figli, e/o c) partecipi di relazioni familiari reciproche, fatte di dare e ricevere [16]. Reupert et al. (2015) concludono che le interazioni e i ruoli familiari possono sia favorire sia ostacolare la recovery delle persone con una malattia mentale. In un paradigma di recovery, il percorso di recovery della famiglia stessa va riconosciuto, parallelamente a quello delle persone con bisogni di cura in salute mentale, bisogni che cambiano nel tempo [15]. Per esempio, quando una persona sta male, le relazioni familiari possono essere unilaterali e di dipendenza, mentre nella fase di ricostruzione le famiglie hanno bisogno di «lasciare andare» e di passare dal ruolo di chi presta cura a quello di chi offre sostegno [16].
A livello internazionale, l’enfasi sulla FFP e, allo stesso modo, sulla recovery nelle politiche dei servizi di salute mentale è in crescita [17]. Sebbene molto lavoro concettuale sia stato svolto separatamente sulla FFP e sulla recovery, non è chiaro, al momento, come i due concetti si intreccino e si colleghino. Sebbene molti servizi di salute mentale aderiscano a una filosofia di FFP, mancano dati su come la FFP si traduca nella pratica, soprattutto in un quadro di recovery. La definizione e l’attuazione della FFP in un quadro di recovery sono vaghe e poco comprese. Serve un quadro concettuale solido della FFP orientata alla recovery, fondato sull’esperienza vissuta delle persone con bisogni di cura in salute mentale e delle famiglie, per stabilire standard di pratica e orientare lo sviluppo professionale.
Per colmare questa lacuna è stato condotto uno studio con l’obiettivo di: a) esplorare le concezioni delle figure professionali della salute mentale sulla FFP orientata alla recovery, b) descrivere le pratiche professionali che incarnano concetti di recovery centrati sulla famiglia e c) individuare gli ostacoli e i fattori facilitanti dell’orientamento alla recovery quando si lavora con un approccio centrato sulla famiglia.
È stato condotto uno studio qualitativo, guidato da un gruppo di pilotaggio composto da figure professionali esperte, per esplorare le concezioni e le pratiche delle figure professionali della salute mentale riguardo alla pratica centrata sulla famiglia e orientata alla recovery. Il contesto era un bacino rurale di 50.000 km2 che serve 230.000 persone negli stati di Victoria e del Nuovo Galles del Sud, in Australia [18]. In tutta la regione i livelli di disagio psicologico e di disabilità grave e gravissima sono più elevati che in località comparabili [18, 19].
Le domande di ricerca e la letteratura esistente [11, 20, 21] hanno orientato la costruzione della traccia d’intervista. Le domande semistrutturate invitavano le figure professionali a descrivere la loro concezione della FFP in un quadro di recovery e il modo in cui queste potrebbero tradursi nella pratica (file aggiuntivo 1). Le domande sono state testate in anticipo e modificate in base ai riscontri del gruppo di pilotaggio, composto da figure professionali e da responsabili dei servizi. È stato utilizzato un approccio ragionato e a valanga per reclutare figure professionali «ricche di informazioni» [22] provenienti da diversi contesti dei servizi di salute mentale (per esempio ricovero per acuti, servizi territoriali, case management) che lavorano con persone (e/o con le loro famiglie) con una malattia mentale grave e persistente e bisogni complessi. Abbiamo cercato figure professionali con percorsi diversi (per esempio servizio sociale, infermieristica, welfare sociale) e con diversi livelli di esperienza.
Sono state intervistate undici figure professionali della salute mentale. Di queste, otto prestavano servizio in almeno metà della regione geografica. Come mostra la tabella 1, la disciplina di provenienza, il contesto lavorativo e gli anni di esperienza nel lavoro con le famiglie variavano. Per motivi di riservatezza non vengono forniti dettagli specifici sul ruolo e sulla sede di ciascuna persona partecipante. Non esistono regole specifiche per determinare una dimensione campionaria adeguata nella ricerca qualitativa. La raccolta dei dati prosegue in genere fino al raggiungimento della saturazione [23]. Altre ricerche comparabili, basate su interviste con figure professionali della salute mentale in questo ambito, hanno coinvolto sei figure professionali [24], quattordici unità di personale infermieristico [25] e nove membri del personale di reparto [26]; dimensioni simili alle undici persone partecipanti di questo studio.
Tabella 1 — Caratteristiche sociodemografiche delle persone partecipanti
La prima autrice ha svolto tutta la raccolta dei dati, proseguita fino al raggiungimento della saturazione tematica e informativa. Le interviste sono durate da 40 a 90 min, con una media di 57 min. Data la distribuzione geografica delle persone partecipanti, le interviste si sono svolte di persona o per telefono. Sono state registrate in audio e trascritte parola per parola. Tutte le persone partecipanti hanno ricevuto una copia della propria trascrizione per una verifica; una di loro ha apportato piccole modifiche. I dati sono stati archiviati e gestiti in Nvivo [27]. Due ricercatrici (BW e AR) hanno letto, riletto e codificato in modo indipendente le trascrizioni e le note di campo. Una codifica aperta preliminare è stata utilizzata per far emergere i temi dai dati e orientare la raccolta in corso [23]. Promemoria, note di campo e rappresentazioni visive dei dati sono serviti a facilitare le discussioni del gruppo di ricerca e la revisione dei temi emergenti, sia all’interno sia tra i contesti e le discipline delle persone partecipanti. Le differenze sono state annotate man mano che venivano individuate [23, 28].
Come mostra la figura 1, sono emersi temi chiave riguardanti la comprensione e la sintesi della FFP in un quadro di recovery, le pratiche e i relativi ostacoli e fattori facilitanti. Ogni tema e sottotema è descritto qui di seguito e illustrato con citazioni delle persone partecipanti.

Nel complesso, le persone partecipanti hanno trovato difficile formulare che cosa intendessero per FFP in un quadro di recovery. Erano comunque consapevoli dell’importanza della famiglia per il loro congiunto, anche se la loro comprensione della recovery era limitata:
Lo sappiamo tutti… che se non coinvolgi la famiglia in modo significativo, la recovery delle persone resta davvero limitata. (infermieristica)
e
Ci assicuriamo che la persona e la famiglia siano, diciamo, ciò che teniamo sempre al centro, e che, se guardiamo davvero alla recovery, guardiamo a come aiutare il nucleo familiare a funzionare meglio insieme. (assistenza sociale)
Proporre un quadro o una definizione che racchiudesse i due concetti si è rivelato difficile e la maggior parte tendeva a concentrarsi soltanto su che cosa si intendesse per recovery. La recovery, per esempio, veniva definita in termini di esiti:
La recovery nel senso di stare il meglio possibile… per, sai, rimettere in piedi la tua vita o rimetterla in carreggiata, diciamo. (terapia occupazionale)
Al contrario, altre persone vedevano la recovery come un percorso, ma tendevano a parlarne come di un percorso individuale di identità personale:
Chi vuoi essere, chi sei adesso che questa malattia è entrata in questo modo nella tua vita; come vuoi porti rispetto a questa malattia, non deve per forza definirti. (assistenza sociale)
La speranza era anch’essa un elemento chiave delle definizioni di recovery delle figure professionali, anche se, di nuovo, i familiari e le relazioni familiari non comparivano:
Se non hai speranza e non condividi con loro la speranza che possono fare diversamente, se vogliono, allora credo che come terapeuti abbiamo l’obbligo di aiutare le persone a cercare di aggrapparsi alla speranza da qualche parte. (assistenza sociale)
Vi era un certo riconoscimento, per quanto limitato, dei bisogni della famiglia e del suo stesso percorso di recovery:
Quindi che anche i familiari abbiano la possibilità di lavorare con qualcuno, per guardare alla recovery per loro, per il calvario che hanno passato anche loro. (welfare territoriale)
Nonostante la difficoltà di formulare una comprensione sintetica della recovery e della FFP, le persone partecipanti sono state comunque in grado di descrivere pratiche specifiche che, per loro, incarnavano la recovery centrata sulla famiglia. Queste si possono analizzare in due sottotemi: i) incoraggiare e sollecitare la famiglia a sostenere il congiunto malato e ii) sostenere la famiglia e rispondere ai suoi bisogni.
i. Incoraggiare la famiglia a sostenere il congiunto
Molte persone partecipanti intendevano la recovery centrata sulla famiglia come l’incoraggiare i familiari a sostenere il congiunto in modo molto concreto, per esempio:
… che si tratti di somministrare i farmaci, o di osservare gli effetti collaterali per loro, o dell’assistenza diretta… sì, le cose più pratiche, accompagnare la persona agli appuntamenti, da noi o dal medico di base, ritirare i farmaci in farmacia o portare i farmaci insieme al paziente quando viene da noi; sì, probabilmente è questa la parte principale del nostro ruolo con le famiglie, e sì, probabilmente è tutto. (infermieristica)
Questo sostegno comportava anche un’attenzione alle dinamiche familiari:
… se guardiamo davvero alla recovery, guardiamo a come aiutare il nucleo familiare a funzionare meglio insieme. (assistenza sociale)
L’attenzione alla famiglia come sistema di sostegno aveva anche un effetto reciproco: incoraggiava la persona con bisogni di cura in salute mentale a considerare la propria famiglia e il suo ruolo nella recovery, chiedendo aiuto o semplicemente riflettendo su come relazionarsi con i familiari:
… anche se non lavori direttamente con altri familiari nella stanza, ci devono essere conversazioni sulla famiglia e su come la persona che ha la malattia si rapporta alla famiglia e su come la famiglia si rapporta a lei. (psicologia)
ii. Rispondere ai bisogni dei familiari
In primo luogo, rispondere ai bisogni dei familiari significava riconoscere la presenza e il ruolo della famiglia nella recovery di una persona. Dopo aver individuato queste relazioni familiari, le persone partecipanti hanno descritto diversi modi di rispondere ai bisogni delle famiglie, tra cui la psicoeducazione:
Faccio parecchia… educazione con le famiglie quando ho una persona in carico che ha fatto fatica, diciamo, a spiegare alla famiglia com’è la vita per lei. Allora a volte invito la famiglia o chi presta cura, spesso un genitore o un parente stretto, per esplorare un po’ con loro, con la persona presente nella stanza, che cosa significa vivere insieme. (infermieristica)
Un’altra persona partecipante ha descritto come recovery orientata alla famiglia la pratica di mettere le persone in condizione di guidare le discussioni sulla propria salute mentale all’interno della famiglia.
Una mamma mi ha parlato diverse volte di una conversazione che aveva avuto o di alcune cose che aveva detto a un figlio e che non erano adatte alla sua età. Quindi ovviamente entravamo nel merito: che cosa hai detto, come avresti potuto dirlo diversamente. (supporto territoriale)
Un’altra strategia di recovery orientata alla famiglia consisteva nel promuovere la connessione familiare e incoraggiare interazioni familiari positive.
Impegnarsi insieme come famiglia; così, quando guardiamo il suo piano di attivazione comportamentale, ci abbiamo inserito del tempo, del tempo significativo con i bambini, e stiamo cercando di ottenere dei fondi di intermediazione per aiutarli a comprare delle biciclette, così possono andare in bici insieme. (assistenza sociale)
È stato menzionato anche il sostegno emotivo ai familiari:
… il mio ruolo consiste nel [dire]: «sì, va bene, adesso quando sei frustrato, sai, ricordati che, sai, la tua mamma ha questa malattia e a volte fa fatica a ricordarsi le cose e, sai, si stanca molto e ha bisogno di dormire. Quando ti senti così, sai, quali strumenti possiamo, che cosa puoi imparare per affrontarlo». (supporto territoriale)
Le persone partecipanti hanno individuato diversi ostacoli e fattori facilitanti delle pratiche di recovery centrate sulla famiglia, tra cui le relazioni familiari, il contesto del servizio, la dotazione di personale, lo stigma e il linguaggio, e la riservatezza. Non sempre si escludevano a vicenda.
Pur riconoscendo che il sostegno della famiglia poteva influire positivamente sulla recovery di un congiunto, la famiglia poteva anche avere un effetto negativo sulla persona.
… Se una parte delle difficoltà che stanno vivendo è legata alla famiglia, allora è difficile lavorare con la famiglia… se ci sono problemi di relazione con la famiglia e questo incide sul loro umore e sul loro stato mentale attuali e su altri rischi, allora sarà difficile avvicinare la famiglia e dire che questa persona si sente così perché ha detto che il rapporto con voi non è buono. (infermieristica)
Il contesto del servizio, e in particolare la collocazione di un’organizzazione, poteva favorire un servizio di recovery orientato alla famiglia:
Ho lavorato in uno spazio ideale, dove uno studio medico è uno studio di medicina di famiglia. Quindi le famiglie entrano comunque insieme nella stanza, perché ci sono un po’ abituate, mentre in un altro servizio in cui lavoro è sempre su invito. (infermieristica)
e
Lì sono nella stessa sede dei servizi sanitari territoriali. Le persone si sentono molto più a loro agio a presentarsi alla seduta con la mamma, con il papà, con il partner, con i figli, mentre qui, credo, siccome è visto come qualcosa di molto più medico e molto più clinico, è piuttosto raro. (assistenza sociale)
Al contrario, altri contesti, soprattutto quelli situati negli ospedali per acuti, non si prestavano a questo lavoro:
Per come siamo organizzati al momento hai, devi fare 2 ore di giro, quindi ci sono 2 ore durante la giornata in cui vai a fare quello, 2 ore in cui resti nella HDU (unità ad alta intensità di bisogni) quindi lì ti assegnano 4 pazienti… e quando hanno dei familiari… [tu] in realtà non hai molto tempo…
La carenza di personale e la mancanza di figure professionali formate in questo ambito costituivano altri ostacoli. Allo stesso modo, per molte persone un altro ostacolo era il tempo per lavorare con la famiglia in un’ottica orientata alla recovery.
Non c’è modo di fare una valutazione come si deve… parlare con loro della loro malattia, parlare con loro del loro piano di recovery, coinvolgere la loro famiglia in modo significativo. La nostra valutazione globale [modulo] è lunga 14 pagine e in tutto questo c’è una casella… di un paio di pollici per la famiglia. (assistenza sociale)
L’autostigma e la vergogna dissuadevano alcune persone dal coinvolgere la propria famiglia nel percorso di recovery:
Spesso c’è una vera resistenza da parte delle persone utenti a coinvolgere le loro famiglie in modo significativo, perché provano così tanta vergogna per le loro diagnosi e così tanta paura… (welfare territoriale)
Allo stesso modo, il potere del linguaggio e lo stigma associato in relazione ai rapporti familiari costituivano un ostacolo considerevole al lavoro con le famiglie in un’ottica orientata alla recovery, come mostra questo caso particolare:
Era un agricoltore. Si è sentito così offeso, umiliato; era già molto depresso e si vergognava per quello che era successo alla fattoria, ed erano sull’orlo della rovina economica, e poi [sentire] che chiamavano sua moglie la sua caregiver… il rapporto si è rotto in modo irrimediabile. (welfare territoriale)
Lo stigma associato al fatto di essere «caregiver» di qualcuno con un problema di salute mentale è emerso di nuovo in questo caso, a proposito di un evento pubblico:
Ne sono venute pochissime [di chi presta cura] perché… non volevano farsi vedere in pubblico ed essere conosciute come persone che assistono qualcuno con una malattia mentale. E ad alcune non piace essere fotografate e finire sul giornale locale. (welfare territoriale)
Infine, la riservatezza poneva problemi nel lavoro con le persone con bisogni di cura in salute mentale e con le loro famiglie:
Rassicuro sempre le persone di una famiglia: se parlo con un altro familiare, do loro un riassunto esatto di quello che penso di condividere, così non pensano che uscirò, diciamo, dal loro confine di ciò che va bene. (infermieristica)
Questo studio offre nuove prospettive sulla comprensione che le figure professionali della salute mentale hanno della FFP in un quadro di recovery e sulle pratiche che la incarnano. I nostri risultati confermano che molte figure professionali della salute mentale hanno una comprensione chiara della FFP e, in misura minore, della recovery [29]. Tuttavia, la maggior parte ha faticato a proporre una definizione unificata o sintetica di questi concetti. Ciononostante, diverse persone sono state in grado di descrivere pratiche proprie che dimostravano una recovery centrata sulla famiglia incarnata. I nostri risultati suggeriscono che le figure professionali sono consapevoli del rapporto intrecciato tra le persone con bisogni di cura in salute mentale e i loro familiari, e del conseguente impatto sul benessere mentale di tutti i membri della famiglia [30].
Per le persone partecipanti, la recovery centrata sulla famiglia si concretizzava in due modi: in primo luogo, sostenendo la famiglia perché aiuti meglio il congiunto nella sua recovery e, in secondo luogo, rispondendo ai bisogni della famiglia stessa. Nel primo caso, il sostegno pratico che le famiglie forniscono, e di fatto la dipendenza delle figure professionali da questo sostegno, soprattutto per quanto riguarda l’aderenza alla terapia farmacologica, è stato descritto altrove [31]. Al tempo stesso, le figure professionali di questo studio hanno sottolineato l’importanza di promuovere dinamiche familiari positive sia nel lavoro con le persone con problemi di salute mentale sia nel lavoro con i familiari. In confronto, Matos e Sousa (2004) hanno rilevato che la FFP consisteva di solito in un sostegno strumentale in ambiti come le finanze, il cibo e i farmaci, piuttosto che nel miglioramento delle relazioni familiari [32]. Questo risultato rappresenta quindi un progresso importante, data l’importanza dell’ambiente familiare nella recovery di una persona.
Una partecipante ha descritto come incoraggiasse e guidasse una persona a parlare con la propria famiglia, bambini compresi, dei suoi problemi di salute mentale. Sebbene la psicoeducazione familiare sia una pratica consolidata da tempo, di solito viene fornita alla famiglia da una figura professionale o attraverso un altro mezzo (come un DVD o internet) [33]. Mettere una persona in condizione di assumere il controllo del processo psicoeducativo all’interno della propria famiglia è in piena sintonia con un approccio orientato alla recovery. Il processo con cui le famiglie danno senso alla malattia di un congiunto è importante, perché rende possibili il sostegno reciproco e la risoluzione costruttiva dei problemi [34] e, secondo questa partecipante, costituiva una pratica importante associata a un approccio di recovery centrato sulla famiglia.
Il contesto sembrava incidere sulla comprensione e sull’attuazione della pratica di recovery centrata sulla famiglia da parte delle figure professionali, anche se ciò sembrava legato più al tipo di organizzazione (acuti o territorio) che al fatto di trovarsi in un contesto rurale. Le persone partecipanti che lavoravano in contesti pubblici per acuti, o vi erano collegate, si concentravano di più sulla recovery personale ed erano meno propense a comprendere e descrivere la recovery relazionale rispetto a chi aveva un’esperienza attuale o passata in ruoli dedicati alla FFP. Nei contesti per acuti le figure professionali sono spesso orientate verso una psichiatria biomedica in cui il trattamento si concentra sui sintomi più che sul contesto della cura della persona [35]. In questi contesti la cultura e il linguaggio sono spesso centrati sulla valutazione del rischio in salute mentale e sulla dimissione, perché si tratta di compiti obbligatori e urgenti [36]. Inoltre, molte persone con bisogni di cura in salute mentale e molti membri del personale hanno vissuto esperienze traumatiche [37, 38]. Come elemento della pratica orientata alla recovery, la pratica informata sul trauma può essere poco compresa, in particolare nei contesti per acuti [37]. Sebbene gli indicatori chiave di performance possano essere problematici [39], per la pratica di recovery centrata sulla famiglia non esistono. È del tutto possibile che le figure professionali dei contesti per acuti stiano fornendo un’assistenza di recovery centrata sulla famiglia, ma è probabile che questa sia inserita e integrata nei compiti medici, in modo incidentale, e che quindi non venga documentata né individuata come priorità.
Chi ricopre ruoli di guida nei contesti per acuti e ha una conoscenza approfondita della FFP orientata alla recovery potrebbe fare da modello e sostenere la formazione alla pratica di recovery centrata sulla famiglia, per garantire che la conoscenza della famiglia sia inclusa nell’elaborazione dei piani di cura [40]. Sebbene molti degli ostacoli sociali (per esempio la storia familiare) all’assistenza di recovery centrata sulla famiglia non siano facilmente modificabili, i fattori del sistema sanitario, come la mancanza di formazione e di attenzione alla pratica di recovery centrata sulla famiglia nei servizi per acuti e nella pianificazione della dimissione, possono essere affrontati. Riorientare questi servizi verso un modello di recovery non medico, guidato dalle persone con bisogni di cura in salute mentale, è possibile, ma richiede il sostegno dei servizi sanitari.
Molte delle figure professionali intervistate in questo studio non sono state in grado di formulare un quadro fondato della recovery centrata sulla famiglia, il che riflette forse lo stato della ricerca in questo ambito più in generale. Sebbene i quadri teorici possano aiutare le figure professionali a riflettere in modo critico e ampio sugli interventi che propongono e sulle valutazioni che applicano [41], non è insolito che chi lavora nella salute mentale fatichi a descrivere le basi teoriche (o di altro tipo) del proprio lavoro [42]. Un quadro di recovery centrato sulla famiglia è comunque importante, perché potrebbe servire a comprendere i problemi di salute mentale nel contesto delle famiglie. Un simile quadro potrebbe anche orientare le interazioni delle organizzazioni e delle figure professionali con le persone con bisogni di cura in salute mentale e con le loro famiglie, così come la loro risposta complessiva alla malattia mentale. È quindi indispensabile che lavori futuri collochino e posizionino la recovery centrata sulla famiglia nelle politiche e nelle linee guida di pratica.
Il nostro studio presentava dei limiti. Era circoscritto a un’unica area geografica rurale, e persone partecipanti di altri contesti potrebbero avere esperienze diverse. Tuttavia, la località è tipica di molte aree rurali e remote in cui si registrano alti livelli di stigma (o una maggiore sensibilità alla privacy) intorno alla malattia mentale, uno scarso accesso ai servizi sanitari generali e di salute mentale e livelli più elevati di malattia mentale [43, 44]. La letteratura sulla FFP e sulla recovery cresce rapidamente [5, 29], ma la nostra comprensione di come integrare queste due filosofie complesse nell’erogazione dei servizi di salute mentale, e la ricerca in merito, restano scarse. Servono ulteriori ricerche per teorizzare la FFP all’interno dei quadri di recovery ed esplorare come questi concetti possano essere integrati in diversi contesti di pratica.
Sebbene il presente studio abbia confermato nozioni precedenti sulla pratica di recovery centrata sulla famiglia per rispondere ai bisogni emotivi e pratici delle famiglie [45], la nostra ricerca ha offerto nuove prospettive sulla comprensione che le figure professionali hanno della recovery centrata sulla famiglia. Un risultato importante che fa avanzare il campo è che le pratiche legate alla recovery centrata sulla famiglia comportano la promozione di dinamiche familiari positive e il mettere la persona in condizione di condurre discussioni nella propria famiglia sui propri problemi di salute mentale. Questi risultati hanno implicazioni per la formazione, per esempio accompagnare le figure professionali nel sostenere le persone a guidare le conversazioni sulla propria salute mentale in famiglia. Va tuttavia notato che le figure professionali di questo studio non hanno preso in considerazione il percorso di recovery dei familiari stessi, per quanto riguarda il mantenere la speranza, il ricostruire i legami e il superare il trauma secondario (come teorizzato in precedenza) [15]. Queste lacune specifiche indicano un bisogno formativo su come le figure professionali potrebbero sostenere il percorso di recovery di una famiglia.
La pratica di recovery centrata sulla famiglia è dinamica [5]. Deve rispondere alla natura mutevole del percorso di recovery delle persone con bisogni di cura in salute mentale e dei loro familiari. È una sfida continua per i servizi sanitari, e l’efficacia di qualsiasi intervento di recovery centrato sulla famiglia dovrebbe essere monitorata con strumenti validati che permettano di misurare il cambiamento. L’attuazione delle riforme nazionali del sistema australiano di salute mentale [46] deve dare priorità alla pratica di recovery centrata sulla famiglia all’interno dei servizi per acuti e dei servizi sanitari territoriali e tra di essi.
Complexe Systémique: i punti chiave
L’interesse dello studio è portare alla luce un punto cieco: le équipe sanno che la famiglia conta, ma continuano a pensare la recovery come un percorso individuale. La famiglia compare soprattutto come risorsa per la persona in cura (farmaci, appuntamenti, spostamenti), più raramente come un sistema con un proprio percorso di recovery, proprie prove da attraversare e un proprio bisogno di speranza. Due pratiche meritano l’attenzione di chi lavora in clinica sistemica: sostenere le dinamiche familiari anziché limitarsi all’aiuto materiale, e aiutare la persona interessata a parlare della propria condizione con le persone vicine, bambini compresi, anziché fare la psicoeducazione al suo posto. Gli ostacoli individuati sono tanto relazionali quanto istituzionali: la casella «famiglia» di pochi centimetri in un modulo di 14 pagine, ma anche la parola «caregiver» che umilia un agricoltore già depresso. I limiti stanno in un piccolo campione proveniente da un’unica regione rurale e in interviste che non danno voce alle famiglie. Da leggere insieme all’articolo su ciò che favorisce o frena un approccio centrato sulla famiglia e all’articolo sulle riunioni di rete orientate alla recovery.
Note dell’originale
Ringraziamenti. Chi firma l’articolo desidera ringraziare le persone che hanno partecipato allo studio per il loro tempo e la loro competenza.
Finanziamento. Partners in Recovery Program.
Disponibilità di dati e materiali. Le persone partecipanti sono identificabili a partire dal set di dati, che pertanto non può essere reso disponibile.
Contributi di autrici e autori. AR, BW e FMcC hanno ideato lo studio; tutte le persone firmatarie hanno partecipato alla sua progettazione e al suo coordinamento; AR e BW hanno svolto l’analisi qualitativa; tutte le persone firmatarie hanno letto e approvato il manoscritto finale.
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere alcun conflitto di interessi.
Consenso alla pubblicazione. È stato ottenuto il consenso scritto per pubblicare le citazioni rese anonime.
Approvazione etica e consenso alla partecipazione. Lo studio è stato approvato dai comitati etici per la ricerca sugli esseri umani di Bendigo Health e della Monash University. Le persone partecipanti hanno dato il loro consenso scritto.
Nota dell’editore. Springer Nature resta neutrale rispetto alle rivendicazioni giurisdizionali nelle mappe pubblicate e nelle affiliazioni istituzionali.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Family-focused practice within a recovery framework: practitioners’ qualitative perspectives, di Bernadette Ward, Andrea Reupert, F. McCormick, Susan Waller e S. Kidd, BMC Health Services Research, vol. 17, articolo 234 (2017), doi: 10.1186/s12913-017-2146-y, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabella presentata sotto forma di elenco). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Family-focused practice within a recovery framework: practitioners’ qualitative perspectives», pubblicato in BMC Health Services Research (2017) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Ward, B., Reupert, A., McCormick, F., Waller, S., e Kidd, S. (2017). Family-focused practice within a recovery framework: practitioners’ qualitative perspectives. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/family-focused-practice-within-a-recovery-framework-practitioners-qualitative-perspectives (Opera originale pubblicata nel 2017 in BMC Health Services Research, 17, 234 (2017); ripubblicata nel 2017 da BMC Health Services Research, https://bmchealthservres.biomedcentral.com/articles/10.1186/s12913-017-2146-y)
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