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Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development · Violenza

Una prospettiva socio-interpersonale sulla rivelazione delle avversità infantili: un approccio qualitativo comparativo con persone sopravvissute in Irlanda

Perché tante vittime di maltrattamento infantile restano in silenzio, o non vengono ascoltate? L’équipe di Shauna Rohner ha intervistato 29 persone adulte irlandesi che avevano subito abusi in famiglia o in istituti religiosi. Da un lato il segreto di famiglia, dall’altro il potere della Chiesa e, ovunque, la mancanza di sostegno hanno reso a lungo impossibile parlare.

Autrici e autori Shauna L. Rohner, Aileen N. Salas Castillo, Jessica Michel, Andreas Maercker e Myriam V. Thoma (Institute of Psychology, Division of Psychopathology and Clinical Intervention, University of Zurich, Svizzera) e Alan Carr (School of Psychology, University College Dublin, Irlanda)Prima pubblicazione Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development, 17 febbraio 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di A socio-interpersonal perspective on the disclosure of childhood adversity: A qualitative comparative approach in Irish survivors, di Shauna L. Rohner, Aileen N. Salas Castillo, Jessica Michel, Andreas Maercker, Alan Carr e Myriam V. Thoma, pubblicato in Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development (Taylor & Francis) (2023), doi: 10.1080/26904586.2023.2177234, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Era un segreto nella nostra famiglia e non potevamo parlarne.

Una partecipante, citata da Shauna L. Rohner et al.

Abstract

Le avversità infantili (ossia abuso sessuale, fisico o emotivo e trascuratezza fisica o emotiva) sono un problema molto diffuso, ma spesso poco denunciato. Sebbene la rivelazione possa essere importante per la guarigione, i risultati sono discordanti e spesso non tengono conto dei contesti sociali e interpersonali più ampi. Questo studio si proponeva di esaminare la rivelazione nelle persone sopravvissute ad avversità infantili applicando una prospettiva socio-interpersonale. Intendeva inoltre esplorare le influenze culturali e contestuali sulla rivelazione, valutando persone sopravvissute provenienti da due contesti di avversità distinti. Sono state condotte interviste semistrutturate con 12 persone sopravvissute irlandesi provenienti da un contesto di avversità intrafamiliare (età media: 57,4 anni, 11 donne) e 17 persone sopravvissute irlandesi provenienti da un contesto di avversità istituzionale (età media: 60,7 anni, 10 donne). I dati sono stati analizzati mediante la framework analysis e l’applicazione del modello socio-interpersonale. I risultati indicano rivelazioni non riuscite e mancate rivelazioni nell’infanzia, con un aumento della rivelazione in età adulta. I temi individuati hanno evidenziato fattori legati alla rivelazione comuni ai due gruppi (per es. vergogna, inerzia, mancanza di sostegno infrastrutturale e sociale, riconoscimento sociale), nonché risultati specifici di ciascun contesto (per es. il segreto di famiglia radicato nel campione intrafamiliare, il potere e l’influenza della Chiesa nel campione istituzionale). I risultati sottolineano la necessità di considerare non solo la relazione tra la vittima minorenne e chi ha commesso l’abuso, ma anche i complessi contesti sociali, culturali e interpersonali in cui la persona è inserita.

Parole chiave: avversità infantili; rivelazione; framework analysis; metodi di ricerca qualitativa; fattori socio-interpersonali

Le avversità e i traumi infantili, sotto forma di abuso sessuale, fisico o emotivo e di trascuratezza fisica o emotiva, sono un problema molto diffuso, ma spesso poco denunciato. Una rassegna di meta-analisi ha esaminato 244 pubblicazioni con 551 tassi di prevalenza delle avversità infantili provenienti da tutto il mondo (Stoltenborgh et al., 2015). I risultati hanno rivelato un ampio divario tra i tassi di prevalenza basati su informatori e quelli autoriferiti, con prevalenze autoriferite più elevate: 36,3% per l’abuso emotivo, 22,6% per l’abuso fisico, 7,6% per l’abuso sessuale (maschi), 18,0% per l’abuso sessuale (femmine), 18,4% per la trascuratezza emotiva e 16,3% per la trascuratezza fisica (Stoltenborgh et al., 2015). Tali risultati fanno delle avversità infantili una questione globale di salute pubblica e di diritti umani. L’infanzia rappresenta una fase vulnerabile dello sviluppo umano, in cui si dipende in larga misura dal loro ambiente immediato per la cura e l’accudimento (Hertzman, 2013). Quando l’ambiente è caratterizzato da avversità o disfunzioni, ciò può avere conseguenze dannose per la salute, il benessere e lo sviluppo nell’infanzia (per es. comportamenti a rischio, compromissione della salute fisica, disturbi mentali, disadattamento psicosociale) (Carr et al., 2020a; Kalmakis & Chandler, 2015).

Sebbene esista molta ricerca sulle conseguenze negative delle avversità infantili, è stata dedicata comparativamente poca attenzione ai contesti in cui esse si verificano. Ciò è cruciale, poiché lo specifico ambiente dell’avversità potrebbe influire sulle traiettorie di adattamento a lungo termine (Assink et al., 2019). Una classificazione comune degli ambienti di avversità basata sul contesto è la distinzione tra avversità infantili intrafamiliari (ossia commesse da persone interne alla famiglia) ed extrafamiliari (ossia commesse da persone che non fanno parte della famiglia). Alcuni dati suggeriscono che l’abuso intrafamiliare possa avere un esordio più precoce, una durata maggiore e una frequenza più elevata rispetto all’abuso extrafamiliare (Loinaz et al., 2019). Inoltre, la ricerca ha mostrato che le vittime minorenni tendono maggiormente a ritardare la denuncia dell’abuso fisico e sessuale quando a commetterlo sono i genitori piuttosto che persone esterne alla famiglia (Hershkowitz, 2006). Queste complessità evidenziano l’importanza di valutare i contesti di avversità.

Un contesto extrafamiliare, quello dell’assistenza istituzionale, riceve un’attenzione crescente da parte della ricerca. Una recente revisione sistematica ha individuato associazioni significative tra l’abuso istituzionale sui minori e esiti negativi nell’arco della vita negli ambiti della salute fisica e mentale e dell’adattamento psicosociale (Carr et al., 2020b). L’abuso istituzionale sui minori può essere di particolare interesse quando si confrontano ambienti di avversità, poiché l’istituto può rappresentare un equivalente extrafamiliare del microsistema familiare (Derksen, 2010).

Nella ricerca sulle avversità infantili si è passati da una prospettiva patologica a un’attenzione per la resilienza e la capacità adattiva, nonché per i fattori che vi contribuiscono (Höltge et al., 2018). All’interno di questa nuova prospettiva, il concetto di rivelazione, ossia l’esposizione o lo svelamento di esperienze traumatiche, è emerso come variabile chiave dell’adattamento successivo all’avversità (Müller & Maercker, 2006). Una meta-analisi di 146 studi sulla rivelazione ha riportato benefici in cinque su sei esiti principali, ossia salute psicologica, funzionamento fisiologico, salute riferita, impatto soggettivo dell’intervento e funzionamento generale (Frattaroli, 2006). Tuttavia, i risultati sulla rivelazione del trauma sono discordanti, e alcune ricerche suggeriscono che la rivelazione abbia un lato negativo. La ricerca sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD) ha individuato atteggiamenti disfunzionali verso la rivelazione, tra cui la riluttanza o l’impulso a rivelare, e reazioni emotive intense durante la rivelazione (Müller & Maercker, 2006). Analogamente, uno studio con persone adulte sopravvissute ad abusi infantili commessi nella Chiesa cattolica austriaca ha rilevato che chi presentava sintomi psichici elevati (rispetto a sintomi assenti o lievi) riferiva una riluttanza significativamente maggiore a rivelare e più reazioni emotive durante la rivelazione (Lueger-Schuster et al., 2014). Questi studi mostrano che la rivelazione può svolgere un ruolo complesso nell’adattamento successivo all’avversità e sottolineano la necessità di ulteriori chiarimenti.

Sebbene la ricerca iniziale sulla rivelazione si sia concentrata su fattori individuali (per es. età, genere), la rivelazione non è un processo unilaterale, poiché implica uno scambio tra la persona e i suoi ambienti sociali e interpersonali (Alaggia et al., 2019). Uno studio basato su interviste ha esaminato la rivelazione informale in minori che avevano subito abusi sessuali e nei loro genitori (McElvaney et al., 2014). I fattori interpersonali sono risultati decisivi per la capacità della vittima di raccontare, tra cui il fatto di essere interpellata o incoraggiata a rivelare, la creazione da parte di altre persone di occasioni di rivelazione e l’incoraggiamento dei pari. I risultati hanno sottolineato le dinamiche dialogiche e interpersonali coinvolte nel processo di rivelazione (McElvaney et al., 2014). In linea con questa prospettiva, nel presente studio è stato applicato il modello quadro socio-interpersonale di Maercker e Horn (2013), che descrive le interazioni tra fattori socio-interpersonali in grado di facilitare od ostacolare l’elaborazione del trauma e l’adattamento post-traumatico. Il modello propone tre livelli di contesti sociali in cui la persona è inserita (Maercker & Horn, 2013): (1) il livello individuale amplia le prospettive tradizionali centrate sull’individuo considerando gli affetti e le cognizioni sociali (per es. vergogna, colpa, rabbia); (2) il livello delle relazioni sociali strette descrive le interazioni nelle relazioni ad alta intimità psicologica (per es. sostegno sociale, scambi negativi, empatia, rivelazione); e (3) il livello dei contesti sociali distanti comprende i processi sociali e culturali che influenzano l’elaborazione del trauma (per es. orientamenti valoriali culturali, riconoscimento o ingiustizia sociale) (Maercker & Horn, 2013). Gli studi che hanno applicato questo modello a popolazioni diverse, come persone sottoposte nell’infanzia a lavoro minorile vincolato (Maercker et al., 2016), o alla valutazione del disturbo dell’adattamento (Lorenz et al., 2018), hanno individuato fattori socio-interpersonali significativi, tra cui la solitudine, la rivelazione (disfunzionale), il sostegno sociale percepito e il riconoscimento sociale. Tuttavia, è necessaria una ricerca approfondita per esaminare le influenze socio-interpersonali rilevanti per la rivelazione delle avversità infantili.

Lo scopo del presente studio era esaminare la rivelazione del trauma nelle persone sopravvissute ad avversità infantili applicando una prospettiva socio-interpersonale. Lo studio intendeva inoltre comprendere meglio le influenze culturali e contestuali sulla rivelazione del trauma, valutando persone sopravvissute provenienti da due contesti di avversità, ossia le avversità infantili intrafamiliari e quelle istituzionali. Per valutare i fattori legati alla rivelazione all’interno dei diversi livelli socio-interpersonali e tra di essi, è stato adottato un approccio qualitativo che consentisse una comprensione approfondita di questo tema complesso.

Metodo

Questo studio si basa sui dati qualitativi di un progetto di ricerca più ampio sulla resilienza e l’invecchiamento sano nelle persone anziane che hanno vissuto avversità infantili in Irlanda. Lo studio è frutto di una collaborazione, guidata da un gruppo di ricerca dell’Istituto di Psicologia dell’Università di Zurigo, con l’University College Dublin, il National College of Ireland e la Ulster University. Di conseguenza, il protocollo dello studio è stato approvato sia dal Comitato etico della Facoltà di Lettere e Scienze sociali dell’Università di Zurigo, Svizzera (ID 18.6.1), sia dal Comitato etico per la ricerca sull’essere umano (discipline umanistiche) dell’University College Dublin (ID HS-18-30-Carr). In conformità con la Dichiarazione di Helsinki, lo studio è stato condotto con il consenso informato scritto di tutte le persone partecipanti.

Campione e reclutamento

Il campione era composto da persone irlandesi con esperienze di avversità nell’infanzia e/o nell’adolescenza. Ulteriori criteri di inclusione erano l’inglese come lingua madre, un’età pari o superiore a 50 anni e l’assenza di una diagnosi di deterioramento cognitivo o di demenza. Il campione comprendeva due gruppi: (1) persone sopravvissute ad avversità intrafamiliari, che avevano vissuto le avversità infantili nell’ambiente familiare domestico; e (2) persone sopravvissute ad avversità istituzionali, che avevano vissuto le avversità infantili in un contesto istituzionale di assistenza sociale. È stata stimata una numerosità campionaria minima di 12 interviste in base alle raccomandazioni della ricerca empirica per raggiungere la saturazione teorica (Guest et al., 2006). Il reclutamento ha previsto il contatto con organizzazioni guidate da persone sopravvissute, il passaparola tra persone sopravvissute, interviste radiofoniche con la persona responsabile dello studio (prima firma), nonché la distribuzione di volantini in spazi pubblici e su social network, forum ad accesso libero e blog. Le persone interessate hanno contattato il gruppo di ricerca e hanno risposto a una serie di domande di screening per verificarne l’idoneità. Le persone idonee all’intervista qualitativa sono state assegnate al rispettivo gruppo (ossia sopravvissute ad avversità intrafamiliari o istituzionali), e i due gruppi sono stati appaiati in base alla gravità delle avversità infantili mediante l’Adverse Childhood Experiences—International Questionnaire (ACE-IQ; Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 2020). Due persone sono state escluse allo screening perché non soddisfacevano i criteri di inclusione e altre due si sono ritirate prima dell’intervista per motivi personali.

Raccolta dei dati

Le interviste semistrutturate sono state condotte tra agosto e dicembre 2018 in luoghi diversi a seconda delle preferenze e della mobilità delle persone partecipanti (per es. a casa loro, all’università, via Skype). Per guidare le interviste è stata elaborata e sperimentata una traccia che copriva quattro temi principali: le esperienze di avversità nell’infanzia, le strategie di coping, la riflessione sugli esiti e la vita dopo le avversità infantili (per ulteriori dettagli si veda Mc Gee et al., 2020). Le interviste sono durate tra 60 e 120 minuti e sono state registrate in audio. Il gruppo di intervista era composto da sei membri del gruppo di ricerca: ogni intervista era condotta da una persona intervistatrice principale, affiancata da una seconda che prendeva appunti. Le persone partecipanti potevano farsi accompagnare da una persona di loro scelta come sostegno morale (che non prendeva parte all’intervista), possibilità di cui si sono avvalse due persone. Al termine di ogni intervista è stato svolto un debriefing, sono state proposte possibilità di sostegno psicosociale e le persone partecipanti sono state compensate per il tempo e gli spostamenti con un piccolo contributo economico (20 €), comunicato solo alla fine dell’intervista.

Analisi dei dati

La trascrizione letterale delle interviste è stata realizzata con il software f4transkript (Audiotranskription, 2021). Tutte le trascrizioni sono state riviste e anonimizzate da due persone di madrelingua inglese (di nazionalità irlandese), tra cui la persona responsabile dello studio (prima firma). Le trascrizioni sono state poi importate nel software MAXQDA (versione 20.4.1; VERBI GmbH, 2020) per l’analisi dei dati con il metodo della framework analysis (Ritchie & Spencer, 1994). La framework analysis consente di elaborare e organizzare sistematicamente insiemi di dati complessi e si basa su cinque fasi ben definite: (1) familiarizzazione con i dati; (2) individuazione di un quadro tematico per la codifica; (3) applicazione del quadro di codifica mediante l’indicizzazione delle trascrizioni; (4) costruzione di tabelle e sintesi dei dati; e (5) mappatura e interpretazione dei dati alla luce delle domande di ricerca e della teoria e della ricerca pertinenti (Ritchie & Spencer, 1994). La chiara strutturazione e aggregazione dei dati in una matrice è una caratteristica fondamentale di questo metodo, che facilita i confronti tra casi e all’interno di ciascun caso (Ritchie & Spencer, 1994). Il metodo favorisce inoltre la considerazione di informazioni derivate sia dai dati sia dalla teoria, il che consente di applicare il modello quadro socio-interpersonale (Maercker & Horn, 2013) per individuare i fattori legati alla rivelazione nei diversi livelli del modello. Per quanto riguarda l’attendibilità e la validità dei risultati, è stato calcolato il valore Kappa come misura di attendibilità, che ha indicato un accordo elevato tra codificatori (κ = .89) (McHugh, 2012). Un processo di triangolazione durante la fase di indicizzazione ha garantito un’elevata coerenza della codifica: due persone hanno codificato in modo indipendente tutte le trascrizioni e hanno discusso i codici definitivi e le discrepanze con la persona responsabile dello studio (prima firma). Un’elevata affidabilità è stata ottenuta anche coinvolgendo persone esterne per la validazione incrociata della codifica su una selezione di trascrizioni (Guion et al., 2011). È stata effettuata una validazione con le persone partecipanti, discutendo i temi con alcune di esse, il che ha portato a piccoli affinamenti e a un accordo complessivo.

Risultati

Tutte le citazioni delle persone partecipanti sono accompagnate dalle seguenti informazioni: codice identificativo (F = campione [intra]familiare; I = campione istituzionale), genere ed età.

Caratteristiche del campione

Sono state condotte interviste con 29 persone sopravvissute ad avversità infantili, suddivise in due gruppi: 12 persone sopravvissute ad avversità infantili intrafamiliari, 11 donne e un uomo, con un’età media di 57,4 anni (SD = 6.27; fascia d’età = 51–72 anni); e 17 persone sopravvissute ad avversità infantili istituzionali, 10 donne e sette uomini, con un’età media di 60,7 anni (SD = 7.44; fascia d’età = 50–77 anni). La valutazione soggettiva dello status socioeconomico (SES) è stata espressa su una scala da 1 a 10, dove 1 è il valore più basso e 10 il più alto. Il SES medio era di 5,82 nel campione intrafamiliare (intervallo: 2–7; SD = 1.47) e di 3,44 nel campione istituzionale (intervallo: 1–7; SD = 1.89). Il campione istituzionale aveva trascorso in media 10,2 anni in istituto (intervallo: <1–18 anni). Una panoramica dei dati sociodemografici dei due campioni è riportata nella tabella 1. Quanto alle avversità infantili, nel campione intrafamiliare le più riferite erano l’abuso emotivo (91,7%) e l’abuso fisico (90,9%), seguiti dall’abuso sessuale (75,0%), dalla trascuratezza emotiva (58,3%) e dalla trascuratezza fisica (16,7%). Il campione istituzionale ha riferito frequenze leggermente più elevate: trascuratezza emotiva (94,0%), abuso emotivo (93,8%), abuso fisico (93,3%), trascuratezza fisica (93,3%) e abuso sessuale (77,8%).

Tabella 1 — Panoramica delle caratteristiche sociodemografiche dei campioni intrafamiliare e istituzionale.

Per ogni caratteristica: n (%) nel campione intrafamiliare (n = 12), poi nel campione istituzionale (n = 17); «–» = nessuno.

Età (anni)

  • 50–59. Intrafamiliare: 9 (75.00); istituzionale: 6 (35.29).
  • 60–69. Intrafamiliare: 2 (16.67); istituzionale: 9 (52.94).
  • ≥70. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 2 (11.76).

Genere

  • Uomo. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 7 (41.18).
  • Donna. Intrafamiliare: 11 (91.67); istituzionale: 10 (58.82).

Situazione sentimentale

  • Single. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 3 (17.65).
  • In una relazione. Intrafamiliare: 2 (16.67); istituzionale: 1 (5.88).
  • Matrimonio/convivenza registrata. Intrafamiliare: 6 (50.00); istituzionale: 5 (29.41).
  • Separazione/divorzio. Intrafamiliare: 2 (16.67); istituzionale: 7 (41.18).
  • Vedovanza. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 1 (5.88).

Titolo di studio più elevato

  • Nessuna istruzione formale. Intrafamiliare: –; istituzionale: 4 (23.53).
  • Scuola primaria. Intrafamiliare: –; istituzionale: 2 (11.76).
  • Scuola secondaria. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 2 (11.76).
  • Formazione professionale. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: –.
  • Certificato/diploma universitario. Intrafamiliare: 7 (58.33); istituzionale: 9 (52.94).
  • Certificato universitario post-laurea. Intrafamiliare: 2 (16.67); istituzionale: –.

Condizione lavorativa

  • Occupazione. Intrafamiliare: 7 (58.33); istituzionale: 4 (23.53).
  • Disoccupazione. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 1 (5.88).
  • Lavoro domestico non retribuito. Intrafamiliare: 1 (8.33); istituzionale: 1 (5.88).
  • Volontariato. Intrafamiliare: –; istituzionale: 5 (29.41).
  • Pensione. Intrafamiliare: 3 (25.00); istituzionale: 4 (23.53).
  • Inabilità al lavoro. Intrafamiliare: –; istituzionale: 1 (5.88).
  • Altro. Intrafamiliare: –; istituzionale: 1 (5.88).

Fattori socio-interpersonali legati alla rivelazione delle avversità infantili

Dai dati sui fattori e sul processo legati alla (mancata) rivelazione delle avversità infantili sono emersi tre temi principali: (1) Questione di famiglia nel campione intrafamiliare, (2) Religione e società (potere della Chiesa) nel campione istituzionale e (3) Disponibilità di sostegno in entrambi i campioni. Questi temi sono illustrati con riferimento al modello quadro socio-interpersonale, ossia ai livelli individuale, delle relazioni strette e dei contesti sociali distanti (Maercker & Horn, 2013). Si veda la tabella 2 per una panoramica dei temi e la figura 1 per i temi e i fattori rappresentati nei diversi livelli del modello quadro socio-interpersonale.

Figura 1. Panoramica dei temi della rivelazione nei campioni intrafamiliare e istituzionale, rappresentati sul modello quadro socio-interpersonale.
Figura 1. Panoramica dei temi della rivelazione nei campioni intrafamiliare e istituzionale, rappresentati sul modello quadro socio-interpersonale.

Tabella 2 — Panoramica dei temi: fattori e processi legati alla rivelazione.

Questione di famigliaa

La percezione della famiglia come unità sociale e le convinzioni associate sulla famiglia, che hanno influenzato la (mancata) rivelazione delle avversità infantili nel campione intrafamiliare.

  • Minimizzazione o inerzia legate a norme e valori sociali sulla famiglia e sull’infanzia (per es. l’unità familiare come intoccabile, l’infanzia come subordinata, normalizzazione delle punizioni corporali)
  • Convinzioni radicate sul mantenere il segreto di famiglia e riluttanza a essere sleali; protratte in età adulta, impossibilità di sfuggire a chi ha commesso l’abuso
  • La morte di chi aveva commesso l’abuso ha facilitato la rivelazione: liberazione dal segreto, nessuna ripercussione né paura
  • Rivelazione pubblica (per es. libro, campagna) per ridurre la segretezza e lo stigma e sensibilizzare

Religione e società (potere della Chiesa)b

La posizione e l’influenza della Chiesa nella società irlandese dell’epoca, e il successivo riconoscimento da parte dello Stato e della società, che hanno influenzato la (mancata) rivelazione delle avversità infantili nel campione istituzionale.

  • Mancata rivelazione nell’infanzia legata al potere della Chiesa nella società
  • Mancata rivelazione forzata durante le ispezioni
  • Stigma, vergogna indotta e mancanza di riconoscimento o di credibilità hanno scoraggiato la rivelazione
  • Rivelazione in età più avanzata facilitata dal declino del potere della Chiesa, dall’inchiesta statale e dalla procedura di risarcimento, e dal riconoscimento sociale

Disponibilità di sostegno

Le opportunità di sostegno e l’accesso alle risorse di sostegno (per es. sostegno infrastrutturale, sostegno sociale), che hanno influenzato la (mancata) rivelazione delle avversità infantili sia nel campione intrafamiliare sia in quello istituzionale.

  • Mancanza di sostegno sociale e infrastrutturale nell’infanzia, cultura del silenzio attorno all’abuso sui minori
  • La disponibilità di sostegno sociale (per es. rete sociale) e di risorse di sostegno (per es. counseling, gruppi di sostegno, linee di ascolto) in età adulta ha facilitato l’elaborazione e ridotto vergogna e senso di colpa
  • Sostegno tra pari specifico del campione istituzionale in età adulta (per es. organizzazioni guidate da persone sopravvissute, centri di sostegno)

a Tema presente solo nel campione intrafamiliare. b Tema presente solo nel campione istituzionale.

Questione di famiglia

Il tema Questione di famiglia descrive la percezione della famiglia come unità sociale e le convinzioni associate sulla famiglia, che hanno influenzato la (mancata) rivelazione delle avversità infantili nel campione intrafamiliare. Nell’infanzia, 9 persone partecipanti intrafamiliari su 12 hanno vissuto una rivelazione non riuscita, poiché la maggior parte dei tentativi di rivelazione si è scontrata con incredulità, minimizzazione o inerzia. Per esempio, una partecipante è stata portata in ospedale a causa delle lesioni riportate durante l’abuso sessuale. Tuttavia, le prove dell’abuso furono ignorate a favore della versione dell’autore dell’abuso e non fu preso alcun provvedimento:

Ma mi ha violentata così brutalmente che ho avuto un prolasso dell’utero. (…) Ho pensato “finalmente qualcuno ci arriva [capisce]”. Lui [il padre, autore dell’abuso] è rimasto fuori dal box mentre il medico mi visitava. E quel medico sapeva benissimo cosa stava guardando. (…) Mio padre ha detto: “È in quell’età, credo che stesse giocando con un bastone o qualcosa del genere”. E lì è finita. (F03, donna, 56)

Un fattore chiave della mancata rivelazione per le persone partecipanti intrafamiliari era la necessità di preservare l’unità familiare custodendo il «segreto di famiglia» (F06, donna, 53): «Era un segreto nella nostra famiglia e non potevamo parlarne» (F12, donna, 57). Ciò era legato a un senso di lealtà verso la famiglia: «Senti un po’ che non puoi dire niente a nessuno, perché sei sleale» (F04, donna, 56). Questa mancata rivelazione si è protratta in età adulta, poiché era «radicato in me… fin da piccola, di queste cose semplicemente non si parla» (F06, donna, 53). La mancata rivelazione in età adulta era dovuta anche all’assenza di un momento netto di distacco dall’ambiente intrafamiliare e all’impossibilità di sfuggire a chi aveva commesso l’abuso. Di conseguenza, la morte di quella persona è stata spesso «la svolta» (F08, donna, 53) per la rivelazione, poiché non c’erano più ripercussioni da temere: «Quando è morto, in un certo senso è sparito tutto, non c’è più niente di cui avere paura» (F04, donna, 56). Le persone partecipanti si sono sentite liberate dalla narrazione inculcata di dover custodire il segreto di famiglia: «Non vivere una vita segreta, o, sai, niente… Poter parlare» (F11, donna, 54). Nel campione istituzionale, invece, la morte di chi aveva commesso l’abuso non è stata altrettanto rilevante per la rivelazione: un solo partecipante ha menzionato il bisogno di andare al funerale «per vedere se il diavolo se n’era andato davvero» (I02, uomo, 50).

Un caso unico di rivelazione in età adulta nel campione intrafamiliare, per il suo carattere pubblico, è stato quello di tre sorelle che hanno rivelato quanto vissuto attraverso molteplici canali. Lo hanno rivelato prima in un processo contro il padre (autore dell’abuso), il che le ha aiutate a liberarsi da sentimenti di vergogna e di stigma a lungo interiorizzati: «Credo che, appena abbiamo preso la decisione di denunciarlo (…) da quel giorno in poi, non credo che ci portassimo più dietro lo stigma» (F03, donna, 56). In seguito lo hanno rivelato scrivendo un libro sulle loro esperienze, il che le ha aiutate a elaborare l’abuso: «Scrivere la propria storia fa benissimo, davvero, perché è come vomitare, ti stai purgando» (F01, donna, 62). Hanno anche avviato una campagna pubblica per sensibilizzare sull’abuso intrafamiliare sui minori, parlando apertamente e incoraggiando altre persone a farsi avanti, per eliminare lo stigma e «la segretezza, la normalità che accompagna l’abuso sessuale» (F02, donna, 57).

Religione e società (potere della Chiesa)

Il tema Religione e società (potere della Chiesa) descrive la posizione e l’influenza della Chiesa nella società irlandese dell’epoca, nonché il successivo riconoscimento da parte dello Stato e della società, che hanno influenzato la (mancata) rivelazione delle avversità infantili nel campione istituzionale. Nell’infanzia, circa la metà (8 su 17) delle persone partecipanti istituzionali ha riferito di non aver rivelato nulla o una persistente riluttanza a rivelare, poiché «loro [la Chiesa] controllavano tutto. Non potevi aprire bocca su niente» (I08, donna, 61). Le persone partecipanti sentivano di «non avere in realtà nessun rifugio sicuro» (I02, uomo, 50), a causa del carattere religioso della società irlandese e del potere della Chiesa in quell’epoca:

Tutti quegli abusi continuavano, eppure loro uscivano nel mondo e venivano messi su un piedistallo. E il potere che avevano su di noi, e il potere che avevano fuori… nessuno faceva nemmeno una domanda. (I07, donna, 66)

Circa la metà (9 su 17) delle persone partecipanti istituzionali ha fatto almeno un tentativo di rivelazione nell’infanzia. Tuttavia, per la maggior parte (8 su 9) la rivelazione non è riuscita, cosa che molte hanno attribuito al potere della Chiesa, unito al loro (basso) status sociale. All’epoca in Irlanda dominava una società ecclesiastica: «Era religione a colazione, religione a pranzo, religione a cena» (I10, donna, 57). Le figure religiose godevano di grande considerazione, erano ritenute moralmente irreprensibili ed erano presenti in molti ambiti della società, tra cui l’istruzione, la sanità e gli istituti. Le persone partecipanti, invece, erano considerate «più in basso di chiunque altro nella popolazione irlandese» (I02, uomo, 50) e subivano stigma e discriminazione. A causa di questo squilibrio di potere e sociale, sentivano che non sarebbero state credute: «Ci lamentavamo spesso, ma la lamentela passava sempre sopra le loro teste. Perché erano stati messi a capo, quelle persone erano state messe a capo di noi, e la loro parola contava più della nostra» (I12, uomo, 63). Tale era il potere della Chiesa nella società da alimentare una cultura del silenzio e della compiacenza in cui «molte persone sapevano che stava succedendo [l’abuso], ma chiudevano semplicemente un occhio» (I16, donna, 61). Poche persone hanno ricevuto aiuto o riconoscimento dopo la rivelazione, il che ha accresciuto i sentimenti di vergogna o di colpa e scoraggiato ulteriori tentativi di rivelazione: «Mi hanno fatto sentire che ero io quella sbagliata, che ero io la colpevole. E insomma, che cosa orribile fare questo a una bambina che chiedeva aiuto» (I07, donna, 66).

In età adulta, il declino del potere della Chiesa ha permesso alle persone sopravvissute di farsi avanti e di rivelare le proprie esperienze. Di conseguenza, lo Stato ha istituito una commissione e una procedura di risarcimento per indagare su queste denunce e risarcire economicamente le persone sopravvissute. Ciò ha contribuito anche ad avviare un dibattito pubblico sulla questione: «Tutti noi che parlavamo insieme di quello che era successo, cosa che non avevamo mai fatto, finché non sono arrivate le scuse [dello Stato]. Credo che sia stato allora che la gente ha cominciato a parlare» (I16, donna, 61). Tuttavia, per alcune persone partecipanti la procedura di risarcimento è stata un’esperienza negativa di rivelazione forzata, in cui sono state spinte a rivelare e a rivivere le loro esperienze di abuso: «Ma mi è stato d’aiuto? Perché era una cosa di cui non ero pronta a parlare. Mi è stata un po’ imposta» (I11, donna, 66). Un altro aspetto negativo della maggiore esposizione era legato alle percezioni di genere: un partecipante ha osservato quanto fosse difficile rivelare un abuso sessuale in quanto uomo, alla luce delle aspettative e degli stereotipi di genere: «Non riuscivo a parlarle [a mia moglie] di quello che mi era successo. (…) Perché sentivo che sarei stato meno uomo se le avessi detto che ero stato violentato da ragazzino» (I02, uomo, 50). Tuttavia, l’esposizione mediatica e il riconoscimento sociale hanno offerto alla maggior parte delle persone partecipanti un senso di convalida e di comprensione che non avevano conosciuto in gioventù: «Adesso qualcuno parla di quello che è successo a tutti noi. (…) E adesso mi sento riconosciuta! (…) Allora non se ne parlava molto, quindi non sapevi mai se ti credevano o no» (I09, donna, 63). Diverse persone partecipanti hanno perfino descritto sentimenti di forza o di resilienza dopo una rivelazione in età più avanzata:

Credo che stiamo affrontando meglio le cose da quando abbiamo parlato, da quando abbiamo detto “ci avete fatto questo, ci avete fatto del male, ci avete imprigionati, ci avete resi schiavi”. Credo che sia da lì che molti di noi traggono la loro forza… Perché altrimenti ce lo tenevamo dentro, era chiuso lì dentro. (I07, donna, 66).

Disponibilità di sostegno

L’ultimo tema, Disponibilità di sostegno, descrive le opportunità di sostegno e l’accesso alle risorse di sostegno, compreso il sostegno infrastrutturale e sociale, che hanno influenzato la (mancata) rivelazione in entrambi i campioni. Nell’infanzia, la mancata rivelazione era rafforzata dalla mancanza di servizi di sostegno e di sostegno sociale; le persone partecipanti affermavano che «nessuno sapeva cosa fare di tutta questa faccenda. Non c’era nessuno a cui rivolgersi, non c’erano aiuti, non c’erano risorse» (F02, donna, 57). Alcune persone partecipanti collegavano la mancanza di sostegno alla cultura del silenzio che circondava allora l’abuso sui minori: «Allora nessuno ne parlava [dell’abuso sui minori]. Quindi la cultura di quei tempi era, diciamo, il silenzio, davvero» (F09, donna, 52). Molte persone partecipanti hanno descritto il netto contrasto tra la loro mancanza di possibilità di sostegno e quelle oggi disponibili per l’infanzia, come «il counseling, e ci sono persone disponibili nelle scuole e altrove con cui puoi parlare» (F06, donna, 53), o poter «prendere il telefono adesso e chiamare ChildLine o qualcosa del genere, sai. Ai miei tempi non esisteva» (F09, donna, 52). Anche le persone sopravvissute ad avversità istituzionali hanno riflettuto sul miglioramento del sostegno formale nell’assistenza sociale: «Adesso c’è chi segue il tuo caso, ci sono persone che si occupano di te, c’è tutto questo per aiutarti. Io non avevo nessuno» (I09, donna, 63).

A differenza dell’infanzia, l’età adulta è stata caratterizzata per entrambi i gruppi da una maggiore disponibilità di risorse di sostegno, che ha facilitato la rivelazione. Il sostegno sociale ha avuto un’importanza fondamentale per entrambi i gruppi in età adulta, e le persone partecipanti hanno creato le proprie reti di sostegno: «Adesso ho ottime amicizie, un piccolo gruppo di persone molto care con cui potrei parlare di qualsiasi cosa. Ed era una cosa che da bambina non avevo» (F12, donna, 57). Quanto ai servizi di sostegno, alcune persone partecipanti istituzionali si sono avvalse di servizi di counseling finanziati dallo Stato per elaborare in età più avanzata le loro esperienze di avversità: «Quando sono arrivate le scuse dello Stato hanno offerto il counseling (…) la cosa bella di lei [la counselor] è che non faceva molte domande, mi lasciava semplicemente parlare» (I01, donna, 50). L’accesso a infrastrutture di sostegno (per es. counseling, gruppi e centri di sostegno) è stato cruciale per la rivelazione nel campione intrafamiliare, aiutando ad affrontare i sentimenti di colpa o di vergogna che le persone partecipanti si portavano dietro dall’infanzia:

Credo che sia stato un po’ il counseling a farmi credere che niente di tutto questo era colpa mia. Sai, ho sempre detto che facevamo qualcosa che la spingeva [la madre] a picchiarci o a colpirci. Ma lei [la counselor] mi ha fatto credere che non è mai stata colpa mia. (F12, donna, 57)

Il legame che abbiamo tutti, ecco, è più forte di quello di certe famiglie. E non è tanto che l’abbiamo voluto così, e non è nemmeno successo per caso… è una conseguenza diretta di dove eravamo, di come siamo stati cresciuti. (I11, donna, 66).

Discussione

Questo studio ha esaminato la rivelazione del trauma in persone sopravvissute provenienti da due contesti di avversità infantile, quello intrafamiliare e quello istituzionale, applicando una prospettiva socio-interpersonale. I risultati indicano un’infanzia caratterizzata da rivelazioni non riuscite e mancate rivelazioni in entrambi i campioni, con un aumento della rivelazione in età adulta. Tre temi hanno individuato fattori e processi legati alla rivelazione rilevanti per entrambi i campioni (per es. vergogna, inerzia, mancanza di sostegno infrastrutturale e sociale, riconoscimento sociale), nonché risultati specifici di ciascun contesto (per es. il segreto di famiglia radicato nel campione intrafamiliare, il potere e l’influenza della Chiesa nel campione istituzionale). Questi risultati evidenziano l’interazione di fattori dei diversi livelli socio-interpersonali nell’influenzare la (mancata) rivelazione (Maercker & Horn, 2013).

La mancata rivelazione nell’infanzia, in entrambi i campioni, era legata a sentimenti di vergogna, perpetuati dalle norme culturali e dai valori sociali predominanti nell’Irlanda dell’epoca (per es. l’infanzia come subordinata, la cultura del silenzio attorno all’abuso sui minori), e dall’incredulità o dall’inerzia che ne derivavano da parte di membri della comunità. Questi risultati trovano sostegno nella ricerca a orientamento culturale di Fontes e Plummer (2010), triangolata con dati di casi clinici. I loro risultati hanno individuato barriere socioculturali alla rivelazione, tra cui la centralità della vergogna e il tabù di parlare di sessualità o di abuso (Fontes & Plummer, 2010). Coerentemente con il modello quadro socio-interpersonale (Maercker & Horn, 2013), i presenti risultati sostengono l’idea che i fattori socioculturali abbiano un ruolo nella rivelazione dell’abuso sui minori, come parte di una complessa interazione con fattori individuali e interpersonali.

Oltre ai fattori comuni, le dinamiche della rivelazione nel presente studio hanno fatto emergere anche caratteristiche divergenti nei due campioni, sottolineando l’importanza di una prospettiva sulla rivelazione attenta al contesto. Il primo tema, Questione di famiglia, ha individuato diversi fattori legati alla rivelazione specifici del contesto di avversità intrafamiliare. L’esperienza delle avversità infantili era inquadrata dal valore sociale dell’unità familiare come intoccabile (ossia livello dei contesti sociali distanti; Maercker & Horn, 2013), il che spesso portava all’inerzia dopo una rivelazione (non riuscita). Ciò trova sostegno in ricerche internazionali sulle norme sociali relative alla violenza sui minori, che hanno rilevato come il non interferire negli affari di famiglia sia una norma sociale di comportamento profondamente radicata in convinzioni normative e aspettative sociali (Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF), 2016). Poiché tali norme possono influenzare la (mancata) risposta all’abuso sui minori, è necessaria ulteriore ricerca su questo aspetto socioculturale, molto trascurato, della rivelazione delle avversità infantili.

Una barriera decisiva alla rivelazione intrafamiliare era costituita dalle complessità della relazione familiare: le persone partecipanti non parlavano per paura di spezzare la famiglia o per sentimenti di (s)lealtà (ossia livelli individuale e delle relazioni strette; Maercker & Horn, 2013). Ciò è coerente con la ricerca sull’abuso sessuale sui minori di Collin-Vézina et al. (2015), che ha mostrato come la paura dell’allontanamento dai genitori fosse una barriera decisiva alla rivelazione. Analogamente, uno studio basato su interviste con persone sopravvissute ad abusi sessuali intrafamiliari nell’infanzia ha rilevato che il desiderio di proteggere le relazioni con i familiari e il bisogno di presentare un’identità familiare e personale normativa erano motivazioni comuni per nascondere l’abuso (Tener, 2018). A questa questione stratificata si aggiungeva, esclusivamente nel campione intrafamiliare, l’impossibilità di sfuggire all’ambiente avverso a causa del legame familiare e della persistente presenza fisica o emotiva di chi aveva commesso l’abuso. Di conseguenza, la morte di quella persona ha rappresentato un fattore facilitante chiave della rivelazione. Ciò è coerente con un recente studio sulle esperienze di lutto e sull’abuso sessuale sui minori, in cui la morte di chi aveva commesso l’abuso era associata a un senso di libertà di parlare (Lin et al., 2021). Sebbene i presenti risultati lascino intravedere la complessità della dinamica tra la vittima minorenne e chi ha commesso l’abuso, la morte di una persona abusante appartenente alla famiglia può essere associata a emozioni contrastanti, a sentimenti di perdita complicati e a possibili cambiamenti dell’identità (personale) della persona sopravvissuta all’interno del sistema familiare. Sono quindi necessari futuri studi approfonditi per comprendere e sostenere meglio il complesso processo di rivelazione dell’abuso intrafamiliare sui minori.

Il secondo tema, Religione e società (potere della Chiesa), ha individuato fattori legati alla rivelazione specifici del contesto di avversità istituzionale. Dato che gli istituti erano gestiti da enti religiosi, il potere della Chiesa nella società costituiva una barriera chiave alla rivelazione nell’infanzia. Ciò è in linea con la ricerca di Spröber et al. (2014) con persone sopravvissute ad abusi sessuali subiti nell’infanzia in istituti religiosi in Germania. I risultati hanno individuato fattori che favorivano il verificarsi di abusi sessuali ripetuti per lunghi periodi, tra cui le concezioni sociali sui diritti dell’infanzia (per es. pochi diritti, pratica abituale delle punizioni corporali) e la natura delle strutture istituzionali (per es. strutture di potere gerarchiche e dipendenza, distorsione di credibilità a favore delle figure di autorità) (Spröber et al., 2014). Nel presente studio, la pervasività dei valori religiosi nella società irlandese, e in particolare il divieto di parlare di sesso, ha ostacolato la rivelazione dell’abuso (sessuale) in entrambi i gruppi. Ciò può riflettere il legame tra religione e identità nazionale nell’Irlanda del XIX e del XX secolo, e il radicamento della Chiesa in diversi settori sociali, che può aver contribuito all’elevato grado di adesione agli insegnamenti della Chiesa (Féich & O’Connell, 2015; McLoone-Richards, 2012).

In età adulta, una differenza significativa tra i due campioni era il livello di riconoscimento sociale (ossia livello dei contesti sociali distanti; Maercker & Horn, 2013) delle persone sopravvissute ad abusi istituzionali, rispetto a quelle sopravvissute ad abusi intrafamiliari. Ciò può essere dovuto al carattere pubblico del tema. L’intervento dello Stato sull’abuso istituzionale e la relativa attenzione mediatica hanno accresciuto l’esposizione della società al problema e la sua comprensione, incoraggiando le persone sopravvissute a farsi avanti. Sebbene alle persone sopravvissute ad abusi intrafamiliari mancasse il riconoscimento sociale, un’eccezione notevole è rappresentata dalle tre sorelle che hanno scritto un libro sulle loro esperienze e avviato una campagna pubblica di sensibilizzazione a favore delle persone sopravvissute ad abusi (sessuali) intrafamiliari nell’infanzia. Dato l’effetto benefico del riconoscimento sociale e della rivelazione (per es. Mc Gee et al., 2020), una linea d’azione chiave per facilitare la rivelazione e migliorare gli esiti potrebbe consistere nell’accrescere la consapevolezza e il riconoscimento sociali dell’abuso (sessuale) intrafamiliare sui minori.

L’ultimo tema, Disponibilità di sostegno, ha individuato la (mancanza di) sostegno come elemento importante per la rivelazione, indipendentemente dal contesto di avversità. Entrambi i campioni hanno indicato la mancanza di sostegno sociale (ossia livello delle relazioni strette) e di sostegno infrastrutturale (ossia livello dei contesti sociali distanti; Maercker & Horn, 2013) come una barriera alla rivelazione nell’infanzia. In età adulta, invece, una maggiore disponibilità di risorse di sostegno ha creato occasioni di rivelazione. Ciò è coerente con ricerche precedenti sull’impatto del sostegno sociale percepito dopo un abuso (sessuale) nell’infanzia (per es. Collin-Vézina et al., 2015). Un risultato specifico del presente studio è stata l’importanza del sostegno tra pari per le persone sopravvissute ad abusi istituzionali (ossia livello delle relazioni strette; Maercker & Horn, 2013), poiché le esperienze di avversità condivise hanno facilitato la rivelazione. Ciò è in linea con una recente ricerca di Sheridan e Carr (2020), secondo la quale le interazioni tra persone sopravvissute che offrivano un sostegno duraturo, un modo autentico di relazionarsi e l’accettazione delle esperienze di vita costituivano un aspetto della crescita post-traumatica dopo l’abuso istituzionale sui minori. I presenti risultati suggeriscono inoltre che l’esperienza traumatica collettiva e il conseguente senso di comunità e di sostegno tra pari possono anche facilitare la rivelazione e l’empowerment delle persone sopravvissute.

Quanto alle implicazioni, i risultati possono orientare la ricerca futura e la pratica clinica per quanto riguarda la creazione di ambienti sicuri per la rivelazione di informazioni potenzialmente traumatiche o stigmatizzanti, come l’abuso sui minori. Servono approcci psicoterapeutici (e di ricerca) attenti alle influenze socioculturali sulla rivelazione (per es. cultura del silenzio, abuso sessuale come argomento tabù), nonché alle sfide specifiche di ciascun contesto di avversità (per es. convinzioni religiose o familiari radicate). Inoltre, il successo del sostegno tra pari e delle reti gestite da persone sopravvissute ad abusi istituzionali può indicare l’opportunità di integrare nella pratica clinica iniziative guidate da persone sopravvissute, come il counseling con il supporto dei pari (Konya et al., 2020). Ciò potrebbe contribuire ad accrescere il ricorso ai servizi di sostegno psicosociale da parte delle persone sopravvissute ad abusi nell’infanzia. Sul piano delle politiche, i risultati indicano la necessità di programmi di psicoeducazione e di campagne pubbliche per affrontare le norme sociali e culturali dannose sottostanti, come la normalizzazione della violenza domestica e lo stigma e il silenzio che circondano l’abuso sui minori (Powell & Scanlon, 2015). Ciò può essere particolarmente rilevante per accrescere il riconoscimento sociale e facilitare la rivelazione dell’abuso (sessuale) sui minori nel contesto irlandese, dato il divieto storico di un dibattito pubblico su questo tema (McLoone-Richards, 2012). Inoltre, alcune persone sopravvissute ad abusi istituzionali hanno riferito di essersi sentite impreparate o costrette alla rivelazione durante l’inchiesta statale e la procedura di risarcimento. Ciò potrebbe orientare la gestione futura di casi investigativi o forensi di questo tipo, dando priorità a una rivelazione accompagnata da una terapia come parte del processo (Alaggia et al., 2019). Infine, poiché la mancanza di infrastrutture di sostegno costituiva una barriera alla rivelazione nell’infanzia, è fondamentale aumentare i finanziamenti per facilitare l’accesso ai servizi e alle risorse di sostegno, così da creare vie per la rivelazione.

I risultati vanno considerati alla luce dei limiti dello studio. In primo luogo, il disegno retrospettivo dello studio può dare luogo a distorsioni del ricordo (Althubaiti, 2016), il che indica la necessità di futuri studi prospettici sulla rivelazione dell’abuso sui minori in diversi contesti di avversità. In secondo luogo, nonostante gli ampi sforzi per reclutare più uomini, il campione intrafamiliare era prevalentemente femminile. Una spiegazione, avanzata da un partecipante allo studio, potrebbe risiedere negli stereotipi negativi e nelle aspettative legate alla mascolinità, che possono impedire o ritardare la rivelazione negli uomini (per es. Collin-Vézina et al., 2015). Per rispecchiare meglio le esperienze maschili di abuso (intrafamiliare) nell’infanzia e di rivelazione, gli studi futuri dovrebbero valutare campioni più equilibrati per genere, con un reclutamento mirato di sopravvissuti di sesso maschile. In terzo luogo, l’approccio basato sull’adesione volontaria può generare una distorsione da autoselezione. Ciò può essere particolarmente problematico per uno studio sulla rivelazione dell’abuso sui minori, poiché chi non ha rivelato può avere meno probabilità di partecipare. Studi futuri che ricorrano a indagini online anonime, quantitative o qualitative, potrebbero favorire la partecipazione e la rivelazione su temi così delicati (Braun et al., 2021). Nonostante questi limiti, lo studio offre un contributo prezioso sulla rivelazione dell’abuso sui minori, adottando un approccio qualitativo comparativo e un’ampia prospettiva socio-interpersonale. Per quanto è a conoscenza di chi firma l’articolo, si tratta del primo studio che applica il modello quadro socio-interpersonale (Maercker & Horn, 2013) per mappare i fattori (individuali, interpersonali e socioculturali) legati alla rivelazione in persone sopravvissute irlandesi ad abusi intrafamiliari e istituzionali nell’infanzia.

Conclusione

Tre temi hanno messo in luce fattori e processi legati alla rivelazione dell’abuso sui minori nei diversi livelli socio-interpersonali (Maercker & Horn, 2013). Nell’infanzia, le persone sopravvissute ad abusi intrafamiliari e istituzionali hanno incontrato barriere comuni alla rivelazione, tra cui la mancanza di sostegno infrastrutturale e sociale, sentimenti di vergogna aggravati da norme sociali e culturali repressive e l’inerzia di singole persone o di comunità. Nel campione intrafamiliare, sentimenti radicati di lealtà familiare e l’impossibilità di sfuggire all’ambiente avverso hanno favorito la mancata rivelazione, che si è protratta in età adulta. Nel campione istituzionale, invece, la mancata rivelazione nell’infanzia è stata influenzata dal potere della Chiesa nella società, e la rivelazione è aumentata in età adulta con il declino dell’influenza della Chiesa e il crescente riconoscimento sociale. Poiché la rivelazione può rappresentare un primo passo per affrontare le avversità infantili e ricevere un sostegno adeguato, comprendere le barriere e i fattori che facilitano una rivelazione riuscita è di fondamentale importanza per la ricerca e la pratica. Soprattutto, questi risultati sottolineano la necessità di considerare non solo i fattori legati alla relazione tra la vittima minorenne e chi ha commesso l’abuso, ma anche i complessi contesti sociali, culturali e interpersonali in cui la persona è inserita.

Complexe Systémique: punti chiave

L’interesse dello studio sta nel suo cambio di prospettiva: la rivelazione non è un atto individuale di coraggio, ma un evento relazionale che dipende da chi ascolta, da ciò che la famiglia e la società consentono di dire e dal momento. Nelle famiglie, la lealtà e il segreto, sostenuti dalla presenza continua della persona abusante, chiudono la parola fino all’età adulta, a volte fino alla morte di quella persona. Negli istituti è stato il prestigio della Chiesa a rendere la rivelazione incredibile, e il riconoscimento pubblico a renderla possibile, talvolta a prezzo di una rivelazione forzata. Per la clinica, un setting terapeutico da solo non basta a rendere possibile la parola: occorre lavorare sulle lealtà, sulle alleanze e sul contesto, e offrire accompagnamento nelle procedure che esigono un racconto. I limiti sono quelli di uno studio retrospettivo su 29 persone volontarie anziane, in larghissima maggioranza donne nel gruppo familiare, nell’Irlanda di un’epoca precisa. Da leggere insieme all’articolo sulla gestione della rivelazione nei racconti dell’infanzia e all’articolo sui segreti di famiglia come porte d’ingresso.

Note dall’originale

Standard etici e consenso informato. Il protocollo dello studio è stato approvato sia dal Comitato etico della Facoltà di Lettere e Scienze sociali dell’Università di Zurigo, Svizzera (ID 18.6.1), sia dal Comitato etico per la ricerca sull’essere umano (discipline umanistiche) dell’University College Dublin (ID HS-18-30-Carr). Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki.

Ringraziamenti. Chi firma l’articolo desidera ringraziare tutte le persone intervistate che hanno generosamente condiviso le proprie esperienze per questo studio. Ringraziamo inoltre Clodagh Cogley, Nathalie Golec, Tina Tanner, Penelope Adams e Flavia Eigenmann per il loro aiuto nella realizzazione dello studio. Lo studio è stato sostenuto anche dallo University Research Priority Program (URPP) «Dynamics of Healthy Aging» dell’Università di Zurigo.

Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di A socio-interpersonal perspective on the disclosure of childhood adversity: A qualitative comparative approach in Irish survivors, di Shauna L. Rohner, Aileen N. Salas Castillo, Jessica Michel, Andreas Maercker, Alan Carr e Myriam V. Thoma, Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development, vol. 20, n. 4 (2023), doi: 10.1080/26904586.2023.2177234, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’articolo originale «A socio-interpersonal perspective on the disclosure of childhood adversity: A qualitative comparative approach in Irish survivors» è stato pubblicato in Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development (2023) con licenza CC BY 4.0. Complexe Systémique ne pubblica qui una traduzione non ufficiale in italiano, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Rohner, S. L., Salas Castillo, A. N., Michel, J., Maercker, A., Carr, A., e Thoma, M. V. (2023). A socio-interpersonal perspective on the disclosure of childhood adversity: A qualitative comparative approach in Irish survivors. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/a-socio-interpersonal-perspective-on-the-disclosure-of-childhood-adversity-a-qualitative (Opera originale pubblicata nel 2023 in Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development, 20(4), 507-527 (2023); ripubblicata nel 2023 da Journal of Family Trauma, Child Custody & Child Development, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/26904586.2023.2177234)

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