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Journal of Family Therapy · Terapia familiare

Revisione sistematica e metasintesi sull’esperienza delle persone in terapia con le équipe riflessive nella pratica clinica

Che cosa vivono le famiglie quando un’équipe, dietro uno specchio o nella stanza, discute ad alta voce la loro seduta? Rachael Harris e Jon Crossley, dell’Università di Leicester, hanno riunito undici studi qualitativi sull’équipe riflessiva ideata da Tom Andersen. L’esperienza appare dapprima strana, talvolta travolgente; diventa utile quando ci sono sicurezza, un’équipe eterogenea e speranza.

Autrici e autori Rachael Harris e Jon Crossley (Psicologia clinica, Università di Leicester, Regno Unito)Prima pubblicazione Journal of Family Therapy, 9 maggio 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di A systematic review and meta-synthesis exploring client experience of reflecting teams in clinical practice, di Rachael Harris e Jon Crossley, pubblicato in Journal of Family Therapy (Wiley) (2021), doi: 10.1111/1467-6427.12346, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’équipe deve creare un senso di sicurezza perché le persone partecipanti si coinvolgano.

Rachael Harris e Jon Crossley

Abstract

Scarseggiano prove facilmente accessibili sull’impatto delle équipe riflessive nella terapia familiare. Era necessaria una sintesi della letteratura per fare chiarezza e offrire una comprensione dell’esperienza che le persone in terapia hanno del processo. È stata condotta una ricerca sistematica nella letteratura sull’équipe riflessiva e sono stati individuati 11 articoli che utilizzavano metodologie qualitative. I risultati di questi studi sono stati sintetizzati mediante metaetnografia. Sono emersi tre temi: «insolito e strano», «conversazioni uniche» e «ambiente terapeutico». Il processo dell’équipe riflessiva risultava inatteso e singolare, ma poteva essere utile quando le persone si sentivano al sicuro e comprese. Pur essendo accolte inizialmente come un’esperienza bizzarra e insolita, le équipe riflessive sono in genere considerate un approccio efficace e utile nella terapia familiare e di coppia. Occorre adottare ulteriori accorgimenti perché le persone in terapia si sentano in grado di partecipare al processo, evitando che diventi travolgente e inutile.

Indicazioni per la pratica

  • Quando la famiglia incontra per la prima volta l’équipe riflessiva, si osservano livelli più elevati di autoconsapevolezza e di incertezza.
  • Un solido rapporto con chi conduce la terapia può sostenere il coinvolgimento della famiglia con l’équipe.
  • Le équipe riflessive sono state vissute come più efficaci quando rappresentavano un gruppo eterogeneo per percorsi professionali, etnici e culturali.
  • La speranza e la convalida sono componenti essenziali nella creazione di uno spazio terapeutico capace di introdurre una differenza in una famiglia.

Contesto

Il presente studio si proponeva di sintetizzare la ricerca sull’uso delle équipe riflessive dal punto di vista delle persone in terapia, per orientare la comprensione del valore di questo metodo nei contesti clinici. Alla scuola sistemica di Milano (Selvini Palazzoli et al., 1979) si attribuisce la «prima generazione» dell’approccio dell’équipe riflessiva. In questo modello, la persona designata come terapeuta conduceva una seduta con la famiglia mentre l’équipe terapeutica ascoltava dietro uno specchio unidirezionale. Poi usciva e teneva una conversazione riflessiva con l’équipe lontano dallo spazio terapeutico. Decideva quindi quali parti di questa discussione riportare alla famiglia.

Tom Andersen, a quanto pare, era a disagio per la mancanza di collaborazione con le persone in terapia in questo processo, nonché per la posizione «esperta» di chi conduceva la seduta e di chi faceva parte dell’équipe (Haley, 2002). Portando la conversazione dell’équipe nello spazio terapeutico, la famiglia poteva ascoltare le idee in prima persona. Queste nuove idee permettevano a una famiglia di considerare prospettive alternative, aprendosi a un modo diverso di stare insieme (Andersen, 1987). Questo metodo è oggi comunemente noto come «équipe riflessiva» (Andersen, 1991). Includere le persone in terapia in discussioni che prima si svolgevano lontano da loro ha permesso una maggiore collaborazione tra le persone in terapia e l’équipe terapeutica (Andersen, 2007; Haley, 2002).

Le équipe riflessive sono state utilizzate in diversi contesti clinici, tra cui la terapia familiare (Jenkins, 1996), la terapia di coppia (Allan et al., 2019), i contesti di salute fisica (West et al., 2015), i servizi per la disabilità intellettiva (Anslow, 2013) e i servizi per le dipendenze (Garrido-Fernandez et al., 2017). Nonostante la sua ampia diffusione nella terapia familiare, la letteratura sul processo dell’équipe riflessiva è limitata (Willot et al., 2012). La letteratura disponibile evidenzia che l’impatto sulle persone in terapia può essere vario. Kleist (1999) ha rilevato che il processo dell’équipe riflessiva poteva migliorare l’alleanza terapeutica, accelerando così gli esiti terapeutici. Brownlee et al. (2009) hanno invece rilevato che l’équipe non era sempre considerata un intervento positivo, anche se la maggior parte delle persone in terapia apprezzava alcuni aspetti dell’esperienza. Tseliou e il suo gruppo di ricerca (2020a, 2020b) hanno condotto una metasintesi sul processo di cambiamento nella terapia sistemica. Hanno rilevato che le équipe riflessive potevano costituire un ostacolo, trattandosi di una pratica poco familiare, ma che nel complesso l’équipe era considerata un’esperienza positiva (Tseliou et al., 2020b).

Data la scarsità e l’eterogeneità della letteratura disponibile, si è sostenuto che occorrono ulteriori ricerche per capire come funzionano le équipe riflessive (Heatherington, Friedlander & Greenberg, 2005), con diversi gruppi di clienti e diverse metodologie (Kleist, 1999). Per orientare e alimentare efficacemente questa ricerca, servono revisioni che raccolgano e sintetizzino i risultati sparsi.

Le precedenti revisioni della letteratura offrivano un quadro descrittivo della ricerca disponibile, senza una ricerca sistematica della letteratura né un’analisi critica degli studi esaminati. Questa revisione sistematica sintetizza e valuta quindi la ricerca qualitativa recente, per migliorare la comprensione dell’esperienza che le persone in terapia hanno del processo dell’équipe riflessiva. Si concentra esclusivamente su ricerche di impostazione qualitativa per due ragioni principali. In primo luogo, basarsi su un’unica metodologia ha garantito una maggiore coerenza nell’analisi dei dati, consentendo di trarre conclusioni più chiare e coerenti. In secondo luogo, le filosofie del costruzionismo e della fenomenologia che sottendono l’approccio dell’équipe riflessiva (Jenkins, 1996) si prestano a un’esplorazione basata su dati qualitativi.

Metodi

Strategia di ricerca

Le ricerche esplorative iniziali hanno esaminato la letteratura disponibile e aiutato a individuare parole chiave pertinenti. È stato consultato PROSPERO per verificare l’esistenza di revisioni già registrate, ma non ne è stata trovata alcuna. Andersen ha usato entrambi i termini «reflecting team» (équipe riflessiva) e «reflecting process» (processo riflessivo) per descrivere l’approccio (Roberts, 2009), che sono stati quindi inclusi entrambi nella presente revisione per raccogliere il maggior numero possibile di articoli pertinenti.

Sono stati usati anche termini di ricerca più ampi, a causa della scarsità di letteratura e per garantire che tutta la ricerca pertinente fosse inclusa nella presente revisione. Dixon-Woods et al. (2006) suggeriscono che strategie di ricerca ampie possono essere utili quando si sintetizzano costrutti per sviluppare un nuovo significato rispetto alla domanda di revisione scelta. La strategia di ricerca è presentata nella tabella 1. Le banche dati PsychINFO, Web of Science, Medline e Scopus sono state interrogate con le parole chiave, poiché rappresentavano un’ampia gamma di fonti. Una ricerca nella letteratura grigia tramite Google Scholar e una ricerca manuale negli articoli pertinenti non hanno prodotto ulteriori articoli. Queste ricerche sono state completate tra novembre 2019 e gennaio 2020. Gli articoli sono stati selezionati da una delle due persone autrici, ma il processo è stato supervisionato dall’altra e discusso con lei.

Tabella 1 — Strategia di ricerca

  • Termini di ricerca. ‘Reflect* team*’ OR ‘Reflect* processes’ AND ‘Therap*’.

Criteri di inclusione

Si è deciso che cercare articoli pubblicati negli ultimi 20 anni avrebbe fornito una gamma adeguata di studi pertinenti. Le ricerche esplorative iniziali hanno individuato una revisione esaustiva condotta da Kleist nel 1999. Si è quindi concluso che esaminare la letteratura degli ultimi 20 anni avrebbe permesso di includere quanta più ricerca possibile, senza duplicare lavori precedenti.

L’esperienza delle persone in terapia è stata definita come la prospettiva di una singola persona utente e/o del suo partner o di un suo familiare. L’équipe riflessiva è stata operazionalizzata come un’équipe composta da personale terapeutico e/o sanitario che assisteva a una seduta di terapia e condivideva le proprie riflessioni o direttamente con chi conduceva la terapia, o con le persone presenti e chi conduceva la terapia. L’équipe si trovava nella stessa stanza della seduta oppure in una stanza separata, ma seguendo comunque la seduta in diretta. Ciò ha consentito di includere la più ampia varietà possibile di declinazioni dell’approccio.

Per ricerca qualitativa si è intesa qualsiasi metodologia che esplorasse e analizzasse dati descrittivi ricchi. Poteva trattarsi di resoconti retrospettivi dell’esperienza delle persone in terapia o del dialogo durante la seduta. Si è deciso che sarebbe stato utile riunire l’esperienza vissuta in seduta e quella retrospettiva, nonostante le loro diverse posizioni epistemologiche, data la limitata letteratura disponibile e per ottenere la comprensione più ampia possibile del processo dell’équipe riflessiva.

Gli ulteriori criteri di inclusione ed esclusione sono illustrati nella tabella 2.

Tabella 2 — Criteri di inclusione/esclusione

  • Inclusione: esplora specificamente l’uso dell’équipe/processo riflessivo (RT/P), o dedica una parte significativa dell’attenzione all’équipe riflessiva. Esclusione: nessuna menzione del RT/P, o il RT/P non rappresenta un contributo significativo ai risultati.
  • Inclusione: si riferisce esclusivamente all’uso del RT/P nella pratica clinica. Esclusione: focus su supervisione, formazione e insegnamento.
  • Inclusione: metodologia qualitativa, dal punto di vista di utenti/familiari. Esclusione: dati quantitativi, articolo teorico/filosofico privo di componente di ricerca.
  • Inclusione: ha esplorato l’impatto e l’uso del RT/P in seduta o in modo retrospettivo. Esclusione: non ha prodotto dati che esplorassero l’uso/l’impatto del RT/P.
  • Inclusione: sottoposto a revisione paritaria. Esclusione: non sottoposto a revisione paritaria.
  • Inclusione: in lingua inglese. Esclusione: nessuna versione in inglese disponibile.
  • Inclusione: pubblicato tra il 1999 e il 2019. Esclusione: pubblicato prima del 1999.

La figura 1 illustra il processo di ricerca mediante un diagramma di flusso PRISMA (Moher et al., 2009), con l’elenco dei motivi di esclusione. I dodici articoli rimanenti sono stati sottoposti a un processo di valutazione della qualità.

Diagramma di flusso PRISMA della strategia di ricerca (Moher et al., 2009).
Figura 1. Diagramma di flusso PRISMA della strategia di ricerca (Moher et al., 2009).

Valutazione della qualità

Valutare il livello di ricerche qualitative eterogenee richiede un approccio ampio, per apprezzare pienamente i diversi modi in cui la gamma di metodi è stata utilizzata. Il quadro di Caldwell et al. (2011) è stato ritenuto di portata adeguata ed è stato quindi adottato e adattato per supportare la valutazione della qualità degli articoli rimanenti. Sono state mantenute solo le domande relative alla ricerca qualitativa, e gli articoli sono stati valutati a seconda che soddisfacessero o meno i criteri specificati. Il punteggio indicava se soddisfacevano i criteri pienamente (punteggio 2), in parte (punteggio 1) o per nulla (punteggio 0). Gli articoli con punteggio 0 su una qualsiasi domanda sono stati esclusi dall’analisi (tabella 3). I punteggi totali di ciascun articolo sono serviti a valutarne il contributo alla sintesi.

Tabella 3 — Punteggi della valutazione della qualità

Punteggi nell’ordine: Allan et al. (2019); Anslow (2013); Egeli et al. (2014a); Egeli et al. (2014b); Egeli et al. (2014c); Lever e Gmeiner (2000); Mitchell et al. (2014); Munro et al. (2008); Parker e O’Reilly (2013); Pender e Stinchfield (2014); West et al. (2015); Williams e Auburn (2016).

  • 1. Il titolo riflette il contenuto? 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 1.
  • 2. Chi firma lo studio è credibile? 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2.
  • 3. L’abstract riassume le componenti chiave? 2, 2, 1, 2, 1, 2, 1, 2, 2, 2, 2, 1.
  • 4. La motivazione della ricerca è esposta chiaramente? 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2.
  • 5. La revisione della letteratura è esaustiva e aggiornata? 1, 1, 1, 2, 2, 2, 1, 2, 2, 2, 2, 1.
  • 6. L’obiettivo della ricerca è enunciato chiaramente? 2, 2, 1, 2, 1, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 1.
  • 7. Tutte le questioni etiche sono individuate e affrontate? 1, 2, 1, 1, 1, 0, 2, 1, 1, 1, 2, 1.
  • 8. La metodologia è individuata e giustificata? 2, 2, 1, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2.
  • 9. Il retroterra filosofico e il disegno dello studio sono individuati ed è evidente la motivazione della scelta del disegno? 2, 2, 1, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2.
  • 10. I concetti principali sono individuati? 2, 2, 2, 2, 2, 1, 2, 2, 2, 1, 2, 2.
  • 11. Il contesto dello studio è descritto? 2, 2, 2, 2, 2, 1, 2, 2, 2, 1, 2, 1.
  • 12. La selezione delle persone partecipanti è descritta/il metodo di campionamento è individuato? 2, 2, 2, 2, 2, 1, 1, 2, 1, 2, 1, 1.
  • 13. Il metodo di raccolta dei dati è verificabile? 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 1, 2, 2, 2, 2.
  • 14. Il metodo di analisi dei dati è credibile e confermabile? 2, 2, 2, 2, 2, 2, 2, 1, 2, 2, 2, 1.
  • 15. I risultati sono presentati in modo appropriato e chiaro? 2, 2, 1, 1, 1, 1, 2, 2, 1, 2, 2, 1.
  • 16. La discussione è completa? 2, 1, 1, 2, 2, 1, 2, 1, 2, 2, 2, 1.
  • 17. La conclusione è completa? 2, 1, 2, 2, 2, 1, 1, 1, 1, 2, 2, 2.
  • PUNTEGGIO TOTALE (max: 34) 32, 31, 26, 32, 30, 0, 30, 29, 30, 31, 33, 24.

Legenda: 0, criteri non soddisfatti; 1, criteri soddisfatti in parte; 2, criteri pienamente soddisfatti.

Alcuni studi mancavano di chiarezza riguardo alla metodologia e ai dettagli dell’analisi dei dati, indicati come importanti indicatori di qualità nel quadro di Caldwell et al. (2011), e hanno ricevuto di conseguenza punteggi più bassi. Punteggi più bassi per la conclusione sono stati attribuiti quando i dettagli descrittivi dei risultati avevano la precedenza su una discussione approfondita delle implicazioni, o quando la discussione dei limiti o i suggerimenti per la ricerca futura mancavano o erano vaghi. Un articolo è stato escluso dall’analisi (Lever & Gmeiner, 2000) perché non faceva alcun riferimento a considerazioni etiche, che costituivano uno dei criteri del quadro. Due articoli hanno ottenuto punteggi relativamente bassi rispetto agli altri (Egali et al., 2014a; Williams & Auburn, 2016). Si è ritenuto che tali punteggi indicassero un livello sufficiente per contribuire alla sintesi, ma questi articoli hanno avuto un peso minore nell’analisi.

Risultati

Caratteristiche degli studi

I risultati rappresentano le opinioni di oltre 120 persone. L’età dichiarata delle persone partecipanti andava da 2 a 66 anni. Cinque studi hanno riportato l’etnia delle persone partecipanti. Tutte le trentacinque persone di cui è stata indicata l’etnia sono state descritte come britanniche bianche o caucasiche. Gli studi sono stati condotti in contesti tradizionalmente occidentali, come il Regno Unito (n = 3), gli Stati Uniti (n = 2), il Canada (n = 4) e l’Australia (n = 2).

Tutti e undici gli studi sono stati condotti nel contesto dell’assistenza territoriale per la salute mentale, compresi i servizi per persone sorde (Munro et al., 2008), i servizi territoriali per la disabilità intellettiva (Anslow, 2013), i servizi di consulenza familiare e di coppia (Egeli et al., 2014a, 2014b, 2014c; Mitchell et al., 2014; Parker & O’Reilly, 2013; Pender & Stinchfield, 2014; Williams & Auburn, 2016) e i contesti di salute fisica (West et al., 2015). Sette degli undici articoli facevano riferimento a componenti dell’équipe riflessiva in formazione (Allan et al., 2019; Egeli et al., 2014a, 2014b, 2014c; Munro et al., 2008; Pender & Stinchfield, 2014; West et al., 2015). Le caratteristiche di ciascuno studio sono illustrate nella tabella 4.

Tabella 4 — Caratteristiche degli studi

  • Munro et al. (2008). Obiettivi: esplorare l’uso di un modello costruzionista di counselling con un’équipe riflessiva, con un’attenzione particolare all’esperienza di persone sorde in terapia. Formato dell’équipe riflessiva (RT): uso di uno specchio unidirezionale. La persona interprete resta nella stanza principale di terapia per tutta la durata. La seduta inizia nella stanza principale con terapeuta e cliente, con l’équipe riflessiva (RT). Poi l’équipe e chi è in terapia si scambiano di posto perché l’RT possa discutere, e si scambiano di nuovo per la restituzione con chi conduce il counselling; durata totale = 1 ora. La composizione dell’équipe riflessiva non era costante: équipe da due a quattro persone, scelte in un gruppo di otto counsellor. Reclutamento, procedura, campione: N = 2 partecipanti donne. Persone sorde individuate tra chi si era rivolto al centro con la propria famiglia. Invitate a partecipare in quanto frequentavano il centro. Raccolta e analisi dei dati: interviste in profondità guidate da temi pianificati in anticipo. Persone intervistatrici e interpreti diverse da quelle coinvolte nel processo terapeutico. Uso di «metodi qualitativi di analisi comparativa costante» influenzati dai lavori sulla grounded theory. Luogo: Australia.
  • Anslow (2013). Obiettivi: esplorare le esperienze di persone adulte con disabilità intellettiva con un’équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): nessuno specchio unidirezionale (RT nella stanza con clienti e terapeuta). Durata 1 ora. Una persona terapeuta (tre figure della psicologia clinica come RT). Reclutamento, procedura, campione: N = 5 (quattro donne, un uomo). Tutte persone britanniche bianche. Età 18–44 anni. Due persone si aiutavano nel parlare con il Makaton. Utenti di un servizio per la disabilità intellettiva. Partecipavano regolarmente a una terapia familiare con uno o più membri del loro sistema. Raccolta e analisi dei dati: interviste semistrutturate supportate dal richiamo assistito tramite DVD dell’équipe riflessiva. Analisi fenomenologica interpretativa. Validazione mediante restituzione alle persone partecipanti e focus group con l’équipe terapeutica. Luogo: Regno Unito.
  • Parker e O’Reilly (2013). Obiettivi: esplorare come chi conduce la terapia esce dalla seduta e vi rientra, il potenziale di rottura in quel momento, e come l’informazione proveniente dall’RT viene trasmessa da chi conduce la terapia e accolta dall’équipe. Formato dell’équipe riflessiva (RT): terapia descritta come «terapia familiare post-milanese». Uso di uno specchio unidirezionale; l’équipe non si scambia di posto con la famiglia e le riflessioni vengono trasmesse a chi conduce la terapia, che le riferisce alla famiglia. Reclutamento, procedura, campione: quattro famiglie. N = 22 familiari. N = 2 figure terapeutiche. Tutte persone britanniche bianche di basso livello socioeconomico. Reclutate da un campione di convenienza di famiglie che partecipavano a sedute di terapia familiare. Raccolta e analisi dei dati: analisi della conversazione su dati videoregistrati provenienti da 22 ore di sedute di terapia familiare. Luogo: Regno Unito.
  • Pender e Stinchfield (2014). Obiettivi: determinare il punto di vista di chi è in terapia sull’utilità di un formato con équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): due «persone terapeute incaricate dell’intervista» e una o due altre persone terapeute nella stanza come RT. Uso dello specchio unidirezionale. Riflessioni presentate dopo la seduta principale di terapia. Occasionalmente una delle persone terapeute incaricate dell’intervista si univa all’RT. L’RT cambia fisicamente posizione per stare faccia a faccia, con la famiglia che osserva. Reclutamento, procedura, campione: N = 2 (coppia eterosessuale sposata). 46 e 47 anni. Entrambe persone caucasiche. Sposate da 10 anni. Contattate dalla prima firma dello studio perché frequentavano il centro di counselling. Raccolta e analisi dei dati: interviste condotte due volte: una dopo l’RT e una un mese dopo. Interviste trascritte e note di campo usate per codificare i dati, sviluppati poi in «unità di significato», temi, categorie e concetti. Luogo: Stati Uniti.
  • Egeli et al. (2014a). Obiettivi: esaminare le esperienze di speranza e di vulnerabilità di chi è in terapia, anche con un’équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): seduta di 40–45 min con una persona terapeuta mentre l’RT è dietro lo specchio; poi l’équipe riflessiva si scambia di stanza con terapeuta e coppia e presenta le proprie idee prima di scambiarsi di nuovo, e la coppia ha un ultimo colloquio di chiusura con terapeuta (totale 65–85 min). Reclutamento, procedura, campione: N = 6 (tre coppie eterosessuali in terapia di coppia). Età 29–47 anni. Caucasiche. Campione di convenienza di coppie che frequentavano un centro di counselling. Raccolta e analisi dei dati: interviste di richiamo del processo interpersonale. Analisi tematica. Valutazioni autoriferite (1–10) dei livelli di speranza e di vulnerabilità. Luogo: Canada.
  • Egeli et al. (2014b). Obiettivi: esaminare le esperienze di vulnerabilità di chi è in terapia di coppia, anche con un’équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): seduta di 40–45 min con una persona terapeuta mentre l’RT è dietro lo specchio; poi l’équipe riflessiva si scambia di stanza con terapeuta e coppia e presenta le proprie idee prima di scambiarsi di nuovo, e la coppia ha un ultimo colloquio di chiusura con terapeuta (totale 65–85 min). Reclutamento, procedura, campione: N = 6 (tre coppie eterosessuali sposate in terapia). Età 29–47 anni. Caucasiche. Campione di convenienza di coppie che frequentavano un centro di counselling. Raccolta e analisi dei dati: interviste di richiamo del processo interpersonale. Analisi tematica. Luogo: Canada.
  • Egeli et al. (2014c). Obiettivi: esaminare le esperienze di vulnerabilità di chi è in terapia di coppia, anche con un’équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): seduta di 40–45 min con una persona terapeuta mentre l’RT è dietro lo specchio; poi l’équipe riflessiva si scambia di stanza con terapeuta e coppia e presenta le proprie idee prima di scambiarsi di nuovo, e la coppia ha un ultimo colloquio di chiusura con terapeuta (totale 65–85 min). Reclutamento, procedura, campione: N = 6 (tre coppie eterosessuali sposate in terapia). Età 29–47 anni. Caucasiche. Campione di convenienza di coppie che frequentavano un centro di counselling. Raccolta e analisi dei dati: interviste di richiamo del processo interpersonale. Analisi tematica. Luogo: Canada.
  • Mitchell et al. (2014). Obiettivi: esplorare l’esperienza delle famiglie con due diversi formati di seduta iniziale di terapia familiare con un’équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): due condizioni: 1) terapeuta principale ed équipe si riuniscono prima della seduta per formulare ipotesi. Restituzione elaborata lontano dalla famiglia: solo chi conduce la terapia la presenta alla famiglia. 2) Terapeuta principale ed équipe si riuniscono per formulare ipotesi prima della seduta. Restituzione elaborata davanti alla famiglia e a chi conduce la terapia (che si scambiano di posto e ascoltano dietro lo specchio unidirezionale). Reclutamento, procedura, campione: quindici famiglie di «clienti inviati» e clienti della terapia familiare. Clienti inviati di 8–16 anni. Condizione 1: n = 8 famiglie inviate. Condizione 2: n = 7 famiglie inviate. Etnia non indicata. Raccolta e analisi dei dati: grounded theory. Interviste semistrutturate. Luogo: Australia.
  • West et al. (2015). Obiettivi: esplorare l’esperienza di clienti e personale clinico rispetto a un intervento di sostegno alle famiglie di minori con diagnosi di cancro, con un’attenzione specifica alle convinzioni familiari sulla malattia. Formato dell’équipe riflessiva (RT): conversazioni terapeutiche modellate in parte sulla seduta descritta in precedenza dall’équipe di Milano. Uso di uno specchio unidirezionale. Reclutamento, procedura, campione: sedici familiari di tre famiglie, in un servizio per minori con diagnosi di cancro. Anche tre componenti dell’équipe terapeutica hanno partecipato alle interviste. Raccolta e analisi dei dati: 52 ore di riprese video. Dieci interviste (personale clinico (n = 3) e le altre con diverse combinazioni di familiari, singolarmente o in gruppo). Indagine ermeneutica integrata delle interviste e delle trascrizioni delle riprese video. Luogo: Canada.
  • Williams e Auburn (2016). Obiettivi: individuare come viene utilizzata la connotazione positiva nella terapia familiare, insieme all’équipe riflessiva. Formato dell’équipe riflessiva (RT): processo in due parti: il personale si riuniva prima, poi incontrava la famiglia. L’RT (chiamato «Network Therapy Team») dietro lo specchio unidirezionale per tutta la seduta dopo una breve presentazione. Scambio di stanze dopo la seduta per fornire una breve restituzione ed eventuali suggerimenti cauti. Poi nuovo scambio perché la famiglia/rete ne discutesse. Reclutamento, procedura, campione: cinque famiglie. N = 15 clienti. Sei donne adulte, tre ragazze di 10–16 anni, sei ragazzi e bambini di 2–16 anni. N = 13 figure terapeutiche. Raccolta e analisi dei dati: trascrizioni di sedute familiari videoregistrate sottoposte ad analisi della conversazione. Luogo: Regno Unito.
  • Allan et al. (2019). Obiettivi: esplorare come le coppie in terapia con un RT vivono il rapporto con la speranza nella loro relazione. Formato dell’équipe riflessiva (RT): seduta unica con équipe riflessiva, offerta con la promessa di una seduta di counselling gratuita in caso di partecipazione. L’équipe riflessiva ascoltava dietro uno specchio unidirezionale e passava nella stanza di terapia per offrire le proprie riflessioni, mentre la coppia ascoltava dietro lo specchio. Reclutamento, procedura, campione: N = 32 coppie (64 in totale). N = 11 coppie per le interviste qualitative. Età 20–66 anni. Durata della relazione 1–37 anni. Trentuno relazioni eterosessuali. Una relazione tra persone dello stesso sesso. Raccolta e analisi dei dati: metodi misti. Analisi quantitativa della Relationship Hope Scale e della scala Experiences in Close Relationships – Revised. Analisi qualitativa. Analisi tematica di interviste trascritte un mese dopo la seduta con l’équipe riflessiva. Luogo: Stati Uniti.

Otto articoli si sono concentrati su resoconti diretti dell’esperienza di chi è in terapia (Allan et al., 2019; Anslow, 2013; Egeli et al., 2014a, 2014b, 2014c; Mitchell et al., 2014; Munro et al., 2008; Pender & Stinchfield, 2014), e tre sull’interazione tra clienti ed équipe terapeutica (Parker & O’Reilly, 2013; West et al., 2015; Williams & Auburn, 2016). I dati di sei partecipanti sono stati utilizzati in tre studi (Egeli et al., 2014a, 2014b, 2014c). Tutti gli studi tranne uno hanno raccolto i dati mediante interviste con le persone partecipanti. Williams e Auburn (2016) hanno utilizzato l’analisi della conversazione su trascrizioni di terapia familiare videoregistrata per esplorare le interazioni tra le persone in terapia e chi la conduce.

Metasintesi

Una sintesi di dati qualitativi può offrire spiegazioni che i singoli studi forse non consentirebbero (Paterson, 2012). Le revisioni precedenti erano di natura aggregativa, e si è ritenuto che una sintesi integrativa potesse riunire queste esperienze per rivedere la comprensione attuale di come le équipe riflessive possano essere utilizzate al meglio.

La metaetnografia (Noblit & Hare, 1988) traduce i risultati di ciascun articolo negli altri, generando temi e concetti trasversali. La metaetnografia ha permesso di riunire questi articoli eterogenei e di tradurli gli uni negli altri, consentendo al tempo stesso le confutazioni tra articoli. La sezione dei risultati di ciascun articolo selezionato è stata sottoposta a una codifica dettagliata, che ha portato a temi descrittivi rappresentativi dell’articolo di partenza. L’analisi si è concentrata principalmente sulle citazioni delle persone in terapia, ma sono state considerate anche le interpretazioni di chi firmava gli studi, poiché erano state determinanti nella scelta delle singole citazioni. Man mano che si analizzava ogni nuovo articolo, emergevano ulteriori concetti, sintetizzati in temi interpretativi trasversali che andavano oltre le analisi dei singoli articoli.

Sintesi dei risultati

Sono stati individuati tre temi concettuali centrali: la percezione dell’équipe riflessiva come «insolita e strana», le «conversazioni uniche» vissute nella terapia con un’équipe e il riconoscimento dell’«ambiente terapeutico» creato attraverso l’uso dell’équipe riflessiva.

Insolito e strano

All’interno di questa narrazione complessiva sono stati individuati due sottotemi. Il primo riguardava la sensazione di essere sotto osservazione e di una maggiore autoconsapevolezza quando un’équipe ascoltava la seduta. Il secondo riguardava la diversa risonanza delle équipe riflessive a seconda delle modalità adottate.

«Qualcuno che ti guarda»

Per alcune persone è emersa una sensazione di disagio legata allo specchio unidirezionale o alla consapevolezza diretta che un’équipe osservava la seduta. Alcune persone in terapia hanno riferito che l’esperienza insolita di un’équipe riflessiva era legata alla sensazione di esposizione, di essere in vetrina davanti a persone mai incontrate prima e con cui condividevano dettagli intimi.

«Mi sentivo come uno del circo, c’era gente che stava lì a guardarti.» (Ragazzo di 13 anni, cliente, Mitchell et al., 2014, p. 244)

Circa un terzo degli articoli ha rilevato che c’era qualcosa di scomodo nell’ascoltare le riflessioni, sapendo che si basavano sull’osservazione delle discussioni familiari. Le persone partecipanti avevano l’impressione di ricevere commenti sulla loro vita personale senza poter dire nulla, in quel momento.

«Credo che fosse un po’ scomodo averli dall’altra parte mentre facevamo la nostra seduta. E sì! Come un’esperienza extracorporea, stare dall’altra parte. Gente che parlava come se non ci fossimo nemmeno.» (Donna adulta, cliente, Allan et al., 2019, p. 393)

Nonostante un alto livello di autoconsapevolezza, le persone riuscivano a partecipare alla seduta in una certa misura. Con il passare del tempo, nella seduta iniziale, le persone partecipanti sentivano di poter parlare più liberamente e si immergevano nel contenuto dell’incontro.

«Qualcuno ti guarda e sai che ti guardano, ma in realtà non li vedi, quindi un po’ ti dimentichi che ti stanno guardando.» (Donna adulta, cliente, Allan et al., 2019, p. 393)

Una risonanza diversa a seconda delle modalità

Questo sottotema riflette il modo in cui le persone in terapia hanno vissuto i diversi modi di utilizzare un’équipe riflessiva. Nella maggior parte degli articoli, l’équipe riflessiva era presente dietro uno specchio unidirezionale ad ascoltare la seduta. In un articolo, l’équipe ascoltava in silenzio nella stessa stanza della famiglia (Anslow, 2013). Un solo articolo ha utilizzato un’équipe riflessiva le cui riflessioni erano ascoltate soltanto da chi conduceva la terapia (Parker & O’Reilly, 2013). Un altro articolo ha confrontato il caso in cui le riflessioni erano ascoltate da chi partecipava alla terapia e quello in cui non lo erano (Mitchell et al., 2014).

Ascoltare direttamente l’équipe riflessiva dava alle famiglie l’opportunità di assistere alla nascita delle idee e al consenso raggiunto nella discussione, a patto di riuscire a concentrarsi su ciò che veniva detto. La quantità di informazioni prodotte era talvolta vissuta come confusa e travolgente quando le persone in terapia ascoltavano direttamente le riflessioni. Ciò era particolarmente vero quando nella stanza c’erano altre distrazioni.

«Ho pensato: “sai, non mi ricordo nemmeno la metà di tutto questo…”. Ero nella stanza; cercavo di tenere buoni i bambini per riuscire a sentire che cosa succedeva» (Uomo adulto, cliente, Mitchell et al., 2014, p. 249).

La presenza di uno specchio unidirezionale rafforzava in particolare la percezione che chi si trovava nella stanza di terapia fosse sotto i riflettori e più in vista.

«Sembrava “Bones”… interrogano la gente e stanno seduti nell’altra stanza a guardare e dicono “fai questo, fai quello, fai quell’altro”» (Ragazza di 12 anni, cliente, Mitchell et al., 2014, p. 244)

Un articolo suggeriva che l’uso di una lettera terapeutica offriva alle persone in terapia qualcosa di tangibile da portare con sé per ricordare le conversazioni avute in terapia.

«Se è nero su bianco, Jackie può leggerlo e rileggerlo, e non guardare così tanto la parte negativa […] perché bisogna cercare un po’ di più per trovare gli aspetti positivi.» (Donna adulta, cliente, Mitchell et al., 2014, p. 249)

«Conversazioni uniche»

Questo tema è rappresentato da due sottotemi: uno esplora come la parola venga usata per generare nuove idee e nuovi significati, l’altro considera l’impatto delle prospettive multiple nello spazio terapeutico.

Trasformare la parola

A volte le riflessioni dell’équipe si concentravano su determinate persone, a volte su parti specifiche del sistema familiare o sul suo insieme. Chi firmava un articolo suggeriva che le persone in terapia notavano quando le équipe riflessive privilegiavano alcuni elementi delle conversazioni terapeutiche e non altri. Per una partecipante con disabilità intellettiva, ciò ha dato voce e forza alle sue opinioni, cosa che prima non era stata possibile:

«c’era una cosa sul fatto di far sì che mio padre mi trattasse da adulta e mi lasciasse prendere le mie decisioni, perché adesso sono grande abbastanza… Mi è sembrato giusto, sì.» (Donna adulta, cliente, Anslow, 2013, p. 241)

Le nuove prospettive offerte dall’équipe erano in genere ben accolte, perché permettevano l’emergere di nuove idee e l’avvio del processo di ricerca di soluzioni.

«l’hanno messo un po’ sul tavolo ed era una prospettiva diversa guardarlo da quel lato, così potevamo farci un’idea di come stava andando per poterlo aggiustare, ed è stato bello.» (Donna adulta, cliente, Allan et al., 2019, p. 390)

Benefici e peso delle voci multiple

Le famiglie ritenevano che avere più figure professionali ad ascoltarle e a riflettere su di loro desse accesso a più idee e possibili soluzioni. Questi modi alternativi di pensare erano in genere considerati utili. Il fatto che più persone dell’équipe condividessero pensieri simili su una situazione contribuiva anche a convalidare quelle prospettive.

«Più persone lavorano su certi problemi, forse più facilmente arriva una soluzione… sì, perché magari hanno idee che le due persone che ci seguono non hanno, e io di sicuro non ho le risposte.» (Uomo adulto, cliente, Pender & Stinchfield, 2014, p. 278)

«erano idee diverse, con alcune ero d’accordo e con altre no, a volte non erano forse le idee che sarebbero venute a me, ma erano buone idee.» (Donna adulta, cliente, Munro et al., 2008, p. 317)

Le persone partecipanti erano anche consapevoli dei diversi gruppi professionali coinvolti: personale terapeutico in formazione e già qualificato, figure della psicologia e della psichiatria, personale infermieristico. Ciò sembrava influire sulla credibilità della restituzione e sul modo in cui veniva interpretata dalle persone in terapia.

«Probabilmente avrei dato più peso a quello che [la persona formatrice] aveva da dire. Ricordo di aver pensato: ecco, questa è la persona importante.» (Donna adulta, cliente, Egeli et al., 2014c, p. 98)

Le persone partecipanti hanno riflettuto sull’età, il genere, la sessualità, la cultura e l’etnia delle persone che componevano l’équipe riflessiva. Sentire persone con un’origine diversa dalla propria era convalidante per alcune, ma per altre sollevava dubbi sulla capacità dell’équipe di cogliere come potesse essere la vita di chi proviene da un’altra cultura.

«Per me è stato davvero positivo per come ho sentito che percepivano la nostra relazione. Ma sarebbe davvero interessante vedere che cosa cambierebbe se fossero donne nere o di altre minoranze razzializzate.» (Donna adulta, cliente, Allan et al., 2019, p. 393)

Ambiente terapeutico

Questo tema comprendeva due sottotemi: uno descriveva il clima di sicurezza creato in terapia, l’altro rappresentava la considerazione positiva e la speranza offerte dall’équipe, al di là delle conversazioni in corso.

Creare sicurezza

Questo sottotema descriveva l’atmosfera nella stanza che permetteva (o impediva) lo svolgersi delle conversazioni terapeutiche. Quando le persone in terapia si sentivano al sicuro, riuscivano ad affrontare in terapia conversazioni più difficili, che forse non avrebbero potuto avere altrove. L’incertezza sul processo ha fatto sì che un cliente si sentisse incapace di rispondere alla persona con cui era in coppia.

«Ho cominciato a sentirmi a disagio, […] Sì, cercavo di capire la stanza. Ero vulnerabile. Avevo bisogno che qualcuno mi guidasse. Non sapevo che cosa fare, così alla fine non ho fatto niente.» (Uomo adulto, cliente, Egalie et al., 2014b, p. 28)

Le persone in terapia che avevano incontrato l’équipe prima della seduta hanno affermato che vedere i volti delle persone dell’équipe riflessiva aumentava la loro capacità di parlare apertamente e rafforzava la sensazione di far parte di un processo collaborativo. Sentirsi al sicuro e potersi fidare delle persone dell’équipe era una componente importante per poter trarre beneficio dall’équipe riflessiva.

«La prima seduta è stata un po’ strana, ma una volta che si sono presentati e tutto il resto, è diventato più facile parlare liberamente e apertamente.» (Uomo adulto, cliente, Pender & Stinchfield, 2014, p. 278)

Era apprezzato l’uso di un linguaggio semplice, espresso in modo caloroso e comprensivo. Il fatto che l’équipe fosse professionale, non giudicante e discreta rassicurava le persone partecipanti e le aiutava a proseguire la terapia con l’équipe riflessiva.

«Ma una cosa… questo posto qui, vedo com’è. È molto diverso da altri contesti di counselling. […] Sento che in questo centro siete stati molto accoglienti, così quando ho chiesto chiarimenti, mi avete ascoltata.» (Donna adulta, cliente, Munro et al., 2008, pp. 316)

«Un riflesso di speranza»

Le persone partecipanti apprezzavano l’approccio professionale dell’équipe riflessiva e un modo di formulare le riflessioni centrato sui punti di forza personali, sulla positività e sulla convalida. L’atteggiamento professionale dell’équipe riflessiva e di chi conduceva la terapia, così come la sensazione che l’équipe lavorasse in modo collaborativo, aiutavano le persone partecipanti a sentirsi fiduciose in un cambiamento.

«Credo che sia avere quel riflesso di speranza che ti viene restituito. Soprattutto, credo, se sei in una relazione difficile o stai passando un periodo difficile, questo farebbe davvero emergere una positività di cui molte coppie avrebbero bisogno.» (Donna adulta, cliente, Allan et al., 2019, p. 389)

Le persone partecipanti hanno parlato dell’impatto di un’attenzione rivolta ai loro punti di forza come individui e all’interno delle loro relazioni. Ciò veniva vissuto più facilmente come convalidante quando le riflessioni erano accompagnate da commenti normalizzanti che dimostravano che l’équipe aveva compreso il punto di vista della persona in terapia.

«Sembravano molto attenti a non trarre conclusioni estreme su quello che vedevano (…) se fossi arrivata e la gente fosse stata molto fredda e del tipo “perché non l’hai fatto in quel modo?”, sai, probabilmente sarei scoppiata a piangere.» (Donna adulta, cliente, Pender & Stinchfield, 2014, p. 278)

Le persone partecipanti agli studi di Egeli et al. (2014a, 2014b) hanno evidenziato come concentrarsi sui punti di forza potesse risultare invalidante, poiché di norma si arriva in terapia aspettandosi di parlare di certe difficoltà. Alcune persone in terapia temevano che l’équipe riflessiva non avesse pienamente ascoltato o colto ciò che avevano portato in seduta.

«Non mi sembrava di fare tanto quanto lei [il membro dell’RT] mi riconosceva. Quindi, in un certo senso, lì [ho avuto] un po’ di quella vulnerabilità, perché ho visto che lei mi vedeva più in alto di come mi vedo io. Mi vedeva fare più di quanto io mi veda fare, e questo mi ha fatto sentire come se forse non stessi facendo abbastanza.» (Donna adulta, cliente, Egali et al., 2014b, p. 31)

Discussione

Questa metasintesi di undici articoli ha prodotto tre temi principali, relativi all’esperienza «insolita e strana» delle équipe riflessive, alle «conversazioni uniche» avvenute nello spazio terapeutico e all’«ambiente terapeutico» creato da chi conduceva la terapia e dall’équipe.

L’équipe riflessiva è stata descritta come un’esperienza insolita, che per alcune persone si traduceva in ansia o in un senso di vulnerabilità. Tseliou et al. (2020b) hanno suggerito che il carattere poco familiare dell’esperienza dell’équipe riflessiva può ostacolare il processo terapeutico. In precedenza si era già constatato che l’ansia legata all’uso di un’équipe riflessiva, in particolare con uno specchio unidirezionale, inibisce il coinvolgimento nella terapia (Young et al., 1997). Col tempo questa sensazione si attenuava e permetteva alle persone in terapia di sperimentare un modo diverso di comunicare all’interno delle loro relazioni. Andersen (1987) sosteneva che, incoraggiando le persone in terapia ad ascoltare idee «insolite» dall’équipe, queste potevano allontanarsi dai loro modelli «abituali» di relazione reciproca e favorire così il cambiamento, ma che se l’esperienza era troppo insolita, poteva portarle a interrompere del tutto la partecipazione al processo (Andersen, 1991). La ricerca inclusa in questa revisione ha in genere confermato questa posizione.

Le persone in terapia che non ascoltavano direttamente le riflessioni lo trovavano utile, perché offriva loro una pausa dalla seduta mentre l’équipe parlava con chi conduceva la terapia. Ascoltare molte informazioni direttamente dall’équipe è stato descritto come fonte di confusione, a causa del formato e della quantità di elementi prodotti. Ciò è coerente con risultati precedenti, secondo cui l’équipe riflessiva può essere poco utile se si condivide troppo (Griffith et al., 1992), o se ci sono informazioni che non sembrano pertinenti per la famiglia (Lax, 1995).

Le persone in terapia hanno osservato che l’équipe riprendeva di solito le loro parole e i loro significati e li restituiva in modo ponderato e riflessivo. Ciò privilegiava il punto di vista di alcuni membri della famiglia e permetteva di prendere distanza dalle difficoltà in corso per creare nuovi modi di guardarle. Le persone in terapia sembravano anche apprezzare la molteplicità delle prospettive, sia perché più persone convalidavano una stessa idea, sia perché la famiglia ascoltava diverse idee da prendere in considerazione. In precedenza le famiglie avevano riferito di trarre beneficio dall’ascolto di idee contrastanti da parte dei membri dell’équipe, il che aveva permesso loro di scegliere le idee che risuonavano di più (Cox et al., 2003). È stato rilevato che la molteplicità delle idee permette alle famiglie di riconoscere che possono esserci diverse soluzioni (Smith et al., 1992). Le diverse idee dei membri della famiglia possono talvolta generare conflitto, ma il ruolo di chi conduce la terapia, che insieme contiene e fa avanzare le diverse narrazioni, è risultato vissuto come benefico (Tseliou et al., 2020a).

Le persone partecipanti hanno trovato utile anche che l’équipe fosse composta da un gruppo eterogeneo di persone per percorso professionale, età, genere e cultura. Panya e Herlihy (2009) hanno suggerito che creare sicurezza nello spazio terapeutico può essere più importante che far corrispondere l’équipe riflessiva alle persone in terapia per origine etnica e culturale. I risultati della presente revisione evidenziano l’importanza sia della sicurezza sia di una rappresentanza della diversità nell’équipe riflessiva. Avere nell’équipe riflessiva un gruppo eterogeneo di persone crea potenzialmente il contesto per una discussione più ricca tra le molteplici prospettive (Smith et al., 1993).

I risultati di questa revisione suggeriscono che le persone partecipanti hanno bisogno di sentirsi al sicuro per parlare apertamente, ma che la presenza dell’équipe può inizialmente diventare un ostacolo. Cox et al. (2003) hanno sottolineato la possibilità che l’équipe riflessiva crei un clima di sostegno in cui le persone in terapia si sentano rispettate e comprese. È stato rilevato che l’assenza di un clima di sicurezza inibisce il desiderio della persona in terapia di condividere la propria storia (Lever & Gmeiner, 2000). L’uso di un linguaggio positivo e di una posizione collaborativa, nonché il fatto di restituire speranza alla famiglia, aiutavano i membri della famiglia a guardare con più ottimismo ai cambiamenti futuri. Snyder et al. (2002) hanno sottolineato che la ricerca sui processi di cambiamento ha individuato la speranza come fattore comune di cambiamento in diversi modelli di psicoterapia.

Young et al. (1997) hanno rilevato che un’équipe riflessiva che riformula le idee come possibilità permetteva ai membri della famiglia di ascoltare riflessioni positive, oltre a suggerimenti di cambiamento. I risultati della presente revisione sostengono l’uso della connotazione positiva quando si lavora come équipe riflessiva. Concentrarsi sui punti di forza delle persone in terapia è considerato convalidante ed emancipante (Smith et al., 1995). Si raccomanda tuttavia cautela, poiché questa revisione ha rilevato che ciò può anche far sentire le persone come se le loro difficoltà non fossero state ben rappresentate, o come se non vi fosse una piena comprensione dei problemi portati in terapia. Occorre una posizione «sia/sia»: rispondere alla posizione della famiglia, comprese le sue difficoltà, senza concentrarsi troppo sui problemi, il che rischierebbe di far perdere la speranza alla famiglia (Lax, 1995).

Punti di forza e limiti

La presente revisione ha riunito una serie di studi qualitativi che esaminano l’esperienza dell’uso di un’équipe riflessiva negli ultimi 20 anni. I dati di tre degli articoli (Egeli et al., 2014a, 2014b, 2014c) provenivano dallo stesso studio, ma ciascun articolo poneva l’accento su un aspetto diverso. Tutti gli articoli hanno rappresentato un elemento prezioso della revisione della letteratura, ma il loro contributo a ciascun tema è stato anche attentamente ponderato in tutto il lavoro alla luce della valutazione della qualità. È difficile utilizzare un unico quadro per valutare una varietà così ampia di metodologie qualitative. Si è tuttavia ritenuto che la valutazione della qualità adottata fosse sufficiente per distinguere gli articoli di qualità accettabile da quelli che non lo erano.

Il piccolo numero di studi che hanno riportato l’etnia ha individuato rappresentanze provenienti da contesti bianchi e occidentali. Sarebbe utile che la ricerca futura colmasse questa mancanza di rappresentanza includendo persone partecipanti di provenienze sociali, culturali ed etniche più ampie.

Sarebbe difficile separare l’impatto del processo dell’équipe riflessiva da altri processi in atto nello spazio terapeutico. Tseliou et al. (2020a, 2020b) hanno individuato temi simili a quelli della presente revisione nel loro esame del discorso della terapia sistemica, con e senza équipe riflessiva. Tra questi figuravano i benefici del riconoscimento delle prospettive multiple, della decostruzione e poi della ricostruzione di nuovi significati, e dell’allontanamento dalle narrazioni colpevolizzanti.

Implicazioni

La terapia con un’équipe riflessiva può offrire un contesto in cui emergono nuove conversazioni e nuovi comportamenti. La presente revisione suggerisce che ciò sia dovuto, almeno in parte, alla condivisione di prospettive multiple in un ambiente sicuro. È importante tenere presente quante informazioni e quante prospettive siano utili per la famiglia, perché troppe possono risultare confuse o travolgenti. Le équipe riflessive possono essere vissute come più efficaci quando l’équipe rappresenta un gruppo eterogeneo per percorsi professionali, sociali, etnici e culturali. L’équipe deve creare un senso di sicurezza perché le persone partecipanti si coinvolgano. La speranza, l’individuazione dei punti di forza e la convalida sono tutte componenti necessarie per costruire e mantenere uno spazio terapeutico capace di introdurre una differenza.

Complexe Systémique: punti chiave

Ecco una revisione che finalmente dà voce alle famiglie su una pratica che la terapia sistemica utilizza da Tom Andersen in poi senza sempre interrogarla. Il verdetto è sfumato: l’équipe riflessiva sorprende, espone e talvolta travolge per la sola quantità di idee, prima di diventare, per molte persone, uno spazio in cui si trova ascolto e in cui circola la speranza. Emergono tre leve cliniche: presentare l’équipe di persona prima della seduta, dosare la quantità di riflessioni e costruire équipe eterogenee per professione, età e cultura. Il punto più sottile riguarda la connotazione positiva: concentrata soltanto sulle risorse, può invalidare chi arriva per parlare delle proprie difficoltà; bisogna mantenere il «sia/sia» tanto caro al pensiero sistemico. I limiti sono quelli del corpus: undici studi, per lo più di paesi anglofoni, campioni quasi interamente bianchi ed équipe spesso in formazione, il che esclude ogni generalizzazione. Da leggere insieme a l’intervista a Tom Andersen e lo studio di caso sulla condivisione o meno delle riflessioni nel Dialogo Aperto.

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Traduzione non ufficiale in italiano di A systematic review and meta-synthesis exploring client experience of reflecting teams in clinical practice, di Rachael Harris e Jon Crossley, Journal of Family Therapy, vol. 43, n. 4 (2021), doi: 10.1111/1467-6427.12346, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (testo tradotto in italiano, tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo «A systematic review and meta-synthesis exploring client experience of reflecting teams in clinical practice», pubblicato in Journal of Family Therapy (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in testa a questa pagina. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Harris, R., e Crossley, J. (2021). A systematic review and meta-synthesis exploring client experience of reflecting teams in clinical practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/a-systematic-review-and-meta-synthesis-exploring-client-experience-of-reflecting-teams (Opera originale pubblicata nel 2021 in Journal of Family Therapy, 43(4), 687-710 (2021); traduzione non ufficiale in italiano pubblicata nel 2026 da Complexe Systémique, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/1467-6427.12346)

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