Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Contemporary Family Therapy · Terapia familiare
La depressione post-partum si cura meglio quando chi fa coppia con la madre, o una persona della famiglia da lei scelta, entra nella stanza di terapia? Un gruppo dell’Università del Minnesota ha passato al vaglio dodici studi pubblicati nell’arco di dieci anni, classificando ogni intervento in base al suo livello di inclusione familiare. Il verdetto: anche un coinvolgimento modesto aiuta, e i programmi che includono di più la famiglia mostrano gli effetti più netti. Restano aperti due nodi: campioni poco diversificati e misure di coppia che non si possono confrontare tra loro.
Traduzione non ufficiale in italiano di Examining the Role of Family Members in Perinatal Interventions Targeting Postpartum Depression: A Decade in Review, di Ċante Nakanishi, Ana Mireya Diaz-Howard e Tai Mendenhall, pubblicato in Contemporary Family Therapy (Springer) (2026), doi: 10.1007/s10591-026-09791-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle 1 e 2 sono presentate sotto forma di elenchi. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Qualsiasi livello di inclusione familiare è meglio di niente.
Ċante Nakanishi, Ana Mireya Diaz-Howard e Tai Mendenhall
Abstract
La letteratura esistente sulla depressione post-partum (DPP) si concentra soprattutto sui fattori di rischio individuali, sul trattamento psicoterapeutico individuale e sulle cure psicofarmacologiche. Lavori recenti hanno cominciato a riconoscere l’importanza di includere partner e altri membri della famiglia nella cura della salute mentale materna per migliorarne gli esiti. Chi firma l’articolo ha esaminato criticamente 12 studi per comprendere i fondamenti teorici, le metodologie e gli effetti dei diversi livelli di coinvolgimento familiare in tali lavori. Abbiamo adottato una prospettiva sistemica per comprendere meglio gli interventi familiari volti a migliorare gli esiti della DPP e un approccio a modello graduato per ampliare gli studi che traducono la ricerca sulle scienze della famiglia in queste pratiche di cura. I risultati sostengono con forza il coinvolgimento della famiglia negli interventi per la DPP. La salute mentale perinatale riguarda l’intero sistema familiare, non solo le madri che hanno partorito, e mobilitare i sostegni sociali può avere effetti positivi sugli esiti post-partum. Concludiamo con alcuni suggerimenti per la clinica e per la ricerca, affinché si approfondiscano esperienze diverse e si esplorino le sfumature degli interventi familiari per questa popolazione.
Parole chiave: Famiglia, Sostegno familiare, Terapia familiare, Depressione post-partum, Revisione sistematica
I disturbi della salute mentale materna sono tra le complicanze più frequenti per le madri che partoriscono durante il periodo perinatale, definito come l’intervallo che va dall’inizio della gravidanza fino a un anno dopo il parto (Howard & Khalifeh, 2020). I disturbi della salute mentale perinatale – espressione inclusiva che riconosce la salute mentale di madri e padri in questa fase – comprendono i disturbi dell’umore, d’ansia, psicotici e correlati al trauma (Yeaton-Massey & Herrero, 2019). La depressione post-partum (DPP) è il più frequente di questi disturbi e colpisce circa una neomamma su otto (Bauman et al., 2020). Tra i fattori sociali che contribuiscono alla DPP materna figurano la riduzione del sostegno sociale, l’insoddisfazione coniugale, la violenza interpersonale, la disoccupazione e le difficoltà economiche (Ghaedrahmati et al., 2017).
Il periodo perinatale rappresenta una transizione importante per le persone e per le famiglie, e i fattori che vi incidono si collocano sui piani individuale, diadico, relazionale e intergenerazionale (Bost et al., 2002; Dun, 2010; Katz-Wise et al., 2010; Kluwer, 2010; Rauch-Anderegg et al., 2020). È stato riconosciuto, per esempio, che la relazione di coppia funziona da fattore moderatore sia di rischio sia di protezione rispetto ai sintomi depressivi post-partum dei genitori (Çankaya & Dikmen, 2022; Kümpfel et al., 2025). Diversi studi suggeriscono inoltre che le dinamiche relazionali presenti prima della nascita si consolidano, e che i successivi cambiamenti nella soddisfazione coniugale possono persistere per anni (Bogdan et al., 2022; Kluwer, 2010).
Esistono pochi interventi basati sulle evidenze per preparare le coppie e le famiglie alla transizione alla genitorialità. I primi interventi di coppia (per es. il Becoming a Family Project; Cowan & Cowan, 1995) hanno dato risultati promettenti: le coppie partecipanti hanno registrato meno cambiamenti negativi nella soddisfazione per i propri ruoli rispetto a un gruppo di controllo. Shapiro e Gottman (2005) hanno sperimentato un laboratorio prenatale per coppie e hanno riscontrato che il programma aveva effetti positivi nel post-partum su depressione, ostilità e qualità coniugale, mettendo ulteriormente in luce l’influenza della relazione di coppia in questo periodo. Più di recente, la clinica e la ricerca hanno sottolineato l’importanza di coinvolgere l’intero sistema familiare nel trattamento della DPP, al di là della relazione di coppia (Battle et al., 2023).
Benché gli interventi a base familiare siano ancora in fase di sviluppo, precedenti revisioni sistematiche hanno cercato di affrontare in modo più ampio la questione della loro efficacia sulla salute mentale materna e hanno evidenziato risultati positivi. Cluxton-Keller e Bruce (2018), per esempio, hanno riscontrato che la terapia familiare riduceva i sintomi depressivi materni, ma che la dimensione dell’effetto era moderata dall’intensità dell’intervento (cioè prevenzione o trattamento) e dal livello di coinvolgimento familiare. Se integrati nelle cure pediatriche, gli interventi rivolti ai genitori possono migliorarne la salute mentale e le interazioni tra genitori e prole (Cluxton-Keller et al., 2015). Una precedente revisione di sintesi di Noonan et al. (2021) ha esaminato studi su interventi psicosociali per la DPP e l’ansia pubblicati tra il 2010 e il 2020 che includevano il partner o un membro della famiglia. Ne sono emersi nove interventi, con la conclusione che occorreva estendere lo studio degli esiti degli interventi oltre il genitore destinatario e armonizzare gli esiti dei diversi studi per facilitarne il confronto.
Per ampliare i risultati precedenti ed esaminare gli approcci teorici, le metodologie e i livelli di inclusione familiare nella letteratura esistente, abbiamo incentrato la revisione sulle seguenti domande: a) Quali sono i punti di forza, i limiti e le implicazioni degli attuali approcci teorici e metodologici utilizzati per studiare gli interventi familiari sulla DPP materna? e b) In che modo il livello di inclusione familiare incide sugli esiti della depressione post-partum? Per rispondere a queste domande, abbiamo sintetizzato l’uso di teorie, disegni di ricerca e metodi descritti negli studi recenti. Per esaminare i livelli di coinvolgimento familiare nella letteratura, abbiamo applicato un approccio a modello graduato (Pratt & Sonney, 2020) che consente di tradurre la ricerca sulle scienze della famiglia in interventi a base familiare. Abbiamo scelto questo modello perché è stato concepito per valutare il coinvolgimento familiare nelle pratiche di cura operazionalizzando l’inclusione dei membri della famiglia, da livelli bassi a livelli alti.
Le prime ricerche nelle banche dati sono state condotte nell’ottobre 2023, concentrandosi sugli articoli pubblicati tra il 2013 e il 2023, in APA PsychINFO, PubMed e Google Scholar (vedi fig. 1). Nel dicembre 2025 è stata condotta un’ulteriore ricerca per assicurarsi di aver individuato tutti gli articoli. Questa rassegna decennale ha permesso un’analisi approfondita degli attuali approcci metodologici, dei risultati empirici e delle tendenze emergenti degli interventi familiari. I termini di ricerca utilizzati nelle diverse banche dati comprendevano varianti di: [family therapy, couples therapy, psychotherapy, OR family intervention], AND [perinatal mood disorder, postpartum depression, peripartum depression, perinatal depression, OR mood disorder], AND [family, parents, caregivers, spouse, OR partner] AND [pregnancy, postpartum, perinatal, antenatal, OR peripartum] AND [primary care OR integrated care]. Dodici articoli soddisfacevano i criteri di inclusione.

La prima firma dell’articolo ha condotto lo screening iniziale dei titoli, lo screening degli abstract e l’estrazione dei dati. I quadri teorici, le domande di ricerca, le misure del funzionamento individuale e diadico, i metodi di ricerca, le qualifiche di chi conduceva gli interventi e la collocazione geografica degli studi sono stati estratti sistematicamente e rivisti dall’intero gruppo di lavoro (vedi tabella 1). Le informazioni estratte sono servite a individuare temi, punti di forza e limiti nell’insieme della letteratura. È stato poi applicato il modello di Pratt e Sonney (2020) per determinare il livello di inclusione familiare, che è stato rivisto e approvato da tutte le persone che firmano l’articolo.
Tabella 1 — Quadro d’insieme di teoria, disegno di ricerca, campionamento, collocazione geografica e qualifiche di chi ha condotto l’intervento
Gli articoli sono stati inclusi se: a) le madri nel periodo perinatale e una persona di sostegno identificata partecipavano insieme ai servizi, configurazione definita «coinvolgimento familiare» (per es. coniuge, cogenitore, genitore, caregiver, parente); b) si concentravano sui servizi di salute mentale durante la gravidanza e/o i periodi perinatale e post-partum; c) prendevano in esame esiti relativi alla depressione post-partum; d) personale sanitario, ambulatori di cure primarie, ospedali, ambulatori prenatali o servizi di cure integrate partecipavano alla conduzione dell’intervento; e) erano scritti in inglese; f) erano sottoposti a revisione paritaria. Gli articoli sono stati esclusi se: a) i campioni comprendevano soltanto madri, individualmente; b) esaminavano la salute perinatale (per es. procedure mediche o condizioni fisiche) senza ricorso a servizi di salute mentale; c) si concentravano esclusivamente sul trattamento delle dipendenze da sostanze o su interventi online privi di facilitazione; d) il campione si collocava al di fuori del periodo perinatale, della gravidanza o del post-partum; e) non erano scritti in inglese; f) non erano sottoposti a revisione paritaria (per es. capitoli di libri, tesi di dottorato, letteratura grigia).
Per comprendere a fondo come la letteratura attuale intenda il ruolo della famiglia nel trattamento della DPP, è importante esaminare in che modo la teoria getti le basi degli studi di questa analisi. Dei 12 articoli esaminati, cinque individuavano almeno un quadro teorico, sei almeno un quadro terapeutico e uno non lo specificava (vedi tabella 1). In questa analisi, tutti i quadri sono stati suddivisi in tre categorie: socioculturali, integrati e impliciti.
Quattro studi individuavano fattori interni, esterni e contestuali multidimensionali che incidono sulla salute mentale della madre nel post-partum. Per esempio, Geller et al. (2018) si sono basati sulla teoria dello scambio di energia sociale per la depressione post-partum (SEED), secondo cui le donne con DPP cercano di raggiungere un equilibrio tra sé stesse e le proprie reti socioculturali (Posmontier & Waite, 2011). Giallo et al. (2022) hanno attuato un intervento derivato dal modello dello stress familiare e dalla teoria della sicurezza emotiva, mettendo in luce come i fattori esterni (per es. le condizioni economiche, il conflitto tra i genitori) incidano sulla coesione familiare. Queste teorie sistemiche mettono in discussione gli attuali quadri della DPP (per es. quelli che trattano le donne in modo isolato), evidenziando il sostegno e la cura dinamici di cui beneficiano le madri e i loro contesti sociali.
Gambrel et al. hanno utilizzato la neurobiologia interpersonale (IPNB) sia nel loro studio a metodi misti (2015a) sia nel loro studio qualitativo (2015b). L’IPNB è un quadro interdisciplinare che concepisce il benessere come il prodotto di un’integrazione olistica delle diverse parti del cervello, che svolgono compiti e si collegano tra loro creando uno stato di flessibilità, adattabilità, coerenza, energia e stabilità (Siegel & Drulis, 2023).
Gli approcci teorici impliciti comprendono teorie non specificate e quadri terapeutici. Per esempio, Daley-McCoy et al. (2015) sostengono che le coppie vivono cambiamenti significativi durante la fase di transizione alla genitorialità del loro ciclo di vita familiare, in linea con la teoria del corso di vita, ma non esplicitano in che modo una teoria specifica si applichi al loro lavoro. Rientrano negli approcci impliciti anche gli studi che non nominavano alcuna teoria ma individuavano un quadro terapeutico che orientava il lavoro. Le teorie sono spesso il fondamento dei quadri terapeutici, anche se in modo implicito, mentre la terapia in sé è un’applicazione pratica di un quadro mediante un insieme di competenze e di interventi. Sei studi individuavano tre quadri terapeutici (vedi tabella 1): a) la terapia cognitivo-comportamentale (CBT), per favorire la ristrutturazione cognitiva e migliorare gli schemi comunicativi negativi; b) la terapia dialettico-comportamentale (DBT), per migliorare la regolazione emotiva e l’efficacia interpersonale dei membri della famiglia partecipanti; c) la musicoterapia creativa (CMT), per attivare i processi neurali neonatali e favorire il legame affettivo con i genitori fin dalla nascita.
Tre degli studi inclusi in questa revisione erano indagini a metodi misti, otto erano quantitativi e uno era qualitativo (vedi tabella 1). Degli 11 studi quantitativi e a metodi misti, cinque facevano parte di uno studio randomizzato controllato (RCT), due erano valutazioni di programmi e uno era un ibrido efficacia/implementazione. Tutti gli articoli indicavano che gli interventi dello studio erano condotti da personale professionale formato (per es. con una formazione specifica per garantire la fedeltà all’intervento) e/o abilitato (per es. personale clinico con abilitazione) (vedi tabella 1). Gli interventi sono stati erogati in contesti diversi, per es. ospedali o ambulatori ospedalieri (n = 4), videoconferenze (n = 3), programmi di day hospital (n = 1), domicilio delle persone partecipanti (n = 1) e contesti non specificati (n = 3). Sette studi includevano l’altro membro della coppia e cinque includevano membri della famiglia scelti dalla madre (vedi tabella 2).
Tabella 2 — Quadro d’insieme degli interventi, delle misure e del livello di inclusione familiare
Tutti i 12 articoli hanno utilizzato metodi di campionamento non specificati, ma hanno definito una serie di criteri di inclusione, il che fa pensare a un campionamento a scelta ragionata. Le persone partecipanti sono state reclutate presso ospedali regionali (n = 5), ambulatori di cure primarie (n = 2), servizi di salute familiare o di visite domiciliari (n = 3) e altri canali di invio (per es. centri nascita, corsi di accompagnamento alla nascita, attività commerciali locali; n = 2). Tutti gli studi condotti negli Stati Uniti (n = 7) riportavano nei risultati l’appartenenza razziale delle persone partecipanti. Un solo studio statunitense riportava un campione a maggioranza non bianca. Gli studi condotti in Cina (n = 1), Iran (n = 1), Australia (n = 1), Svizzera (n = 1) e Regno Unito (n = 1) non indicavano l’appartenenza razziale come identificatore principale, ma due riportavano la nazionalità o il paese di nascita delle persone partecipanti. Dieci studi riportavano i dati sociodemografici sia della madre sia della sua persona di sostegno, un elemento di contesto importante dato che questo corpus esaminava proprio il ruolo di tale persona di sostegno. Solo due studi segnalavano la presenza di coppie dello stesso sesso e/o queer nel campione. In sei studi, la maggior parte delle madri aveva una laurea triennale o un titolo superiore, e uno studio riferiva che oltre il 70% del campione aveva frequentato l’università almeno in parte (Geller et al., 2018). Tre studi riferivano che la maggior parte del campione non aveva un titolo universitario. Cinque studi riferivano che la maggioranza delle persone partecipanti aveva un impiego.
Le misure (n = 41; vedi tabella 2) valutavano in vari modi il funzionamento interpersonale delle persone partecipanti e la gravità della DPP: dalla salute mentale e dal benessere materni (n = 13) al funzionamento e alla comunicazione diadici o familiari (n = 20), ad aspetti della genitorialità (n = 4) e alla soddisfazione per l’intervento (n = 4). Gli studi quantitativi e a metodi misti motivavano chiaramente la scelta delle misure self-report utilizzate.
Salute mentale post-partum e funzionamento materno. Il funzionamento materno è stato valutato con 13 misure diverse. La Edinburgh Postpartum Depression Scale (EPDS) è stata lo strumento più utilizzato negli studi (n = 6). I gruppi di ricerca hanno usato la EPDS per a) individuare la presenza di sintomi depressivi e b) valutare il funzionamento materno, il disagio e/o la gravità dei sintomi depressivi come esito primario. Due studi hanno usato la EPDS per valutare i sintomi depressivi di entrambi i membri della coppia (Daley-McCoy et al., 2015; Kehl et al., 2020).
Il secondo strumento più utilizzato per misurare il benessere materno è stata la Depression, Anxiety, and Stress Scale (DASS-21; n = 3). In due studi, la DASS-21 è stata somministrata sia alle madri sia ai padri. Tre studi hanno utilizzato il Beck Depression Inventory – Second Edition (BDI-II); uno studio ha usato il BDI originale; e tre hanno impiegato versioni o sottoscale dello State Trait Anxiety Inventory (STAI). Le altre misure sono state utilizzate una sola volta nell’insieme della letteratura per valutare la salute e il benessere materni (vedi tabella 2).
Funzionamento diadico o familiare. Tutti gli articoli esaminati hanno usato strumenti diversi (n = 20) per valutare la qualità della relazione e/o la comunicazione. Molti di questi strumenti, però, valutavano costrutti simili (per es. comunicazione, soddisfazione relazionale, risoluzione dei conflitti). Alcune misure erano applicabili alle relazioni familiari, non solo a quelle di coppia (per es. la Perceived Hostility Scale); alcune valutavano la cogenitorialità (per es. la Coparenting Relationship Scale); e alcune le relazioni di coppia (per es. la Dyadic Adjustment Scale). Benché possa sembrare una misura individuale, Gambrel e Piercy (2015a) hanno usato il Five Facet Mindfulness Questionnaire per misurare la mindfulness delle persone partecipanti, che a loro avviso incide positivamente sulla sintonizzazione intrapersonale, sulle interazioni diadiche e sul funzionamento interpersonale complessivo.
Genitorialità e funzione genitoriale. Tre studi hanno valutato diversi aspetti della genitorialità con quattro strumenti. Per esempio, Geller et al. (2018) hanno usato la Parental Stress Scale (PSS) per esplorare le percezioni dei genitori sugli aspetti positivi e negativi del proprio ruolo genitoriale. Altri studi hanno esaminato i fattori di stress fisici e sociali e valutato il calore e l’ostilità genitoriali (vedi tabella 2).
Soddisfazione per l’intervento. Quattro studi hanno utilizzato questionari self-report per misurare la soddisfazione delle persone partecipanti per l’intervento o gli interventi ricevuti. Due studi hanno impiegato due versioni diverse del Client Satisfaction Questionnaire (CSQ) per valutare l’accettabilità dell’intervento e la soddisfazione per il programma. Altri due articoli hanno utilizzato un questionario distinto, ideato dal gruppo di ricerca, per valutare alcuni aspetti (cioè contenuti, logistica) dei propri interventi (vedi tabella 2).
Gli studi a metodi misti e quantitativi inclusi in questa revisione hanno utilizzato diverse analisi per confrontare gli effetti degli interventi. In 11 studi sono state calcolate statistiche descrittive, in particolare medie e deviazioni standard, al basale e dopo l’intervento. Cinque studi hanno impiegato analisi non parametriche (per es. il test dei ranghi con segno di Wilcoxon, il test U di Mann-Whitney) per tenere conto delle piccole dimensioni dei campioni, della non indipendenza e della violazione dell’assunto di normalità. Tra le altre analisi figuravano test t per campioni appaiati, per valutare i cambiamenti delle persone partecipanti nei diversi tempi di rilevazione, test t per campioni indipendenti e test per misure ripetute, la g di Hedges e modelli lineari misti generalizzati per determinare gli effetti principali dell’intervento nei gruppi di controllo e di intervento.
Per esaminare le interviste qualitative, i tre studi a metodi misti hanno utilizzato un’analisi tematica codificata da più persone del gruppo di ricerca. Gambrel e Piercy (2015a) hanno usato i dati qualitativi per «ampliare e spiegare i risultati quantitativi» (p. 8). Giallo et al. (2022) e Kehl et al. (2020) hanno condotto interviste qualitative dopo l’intervento per rilevare la soddisfazione, i miglioramenti e gli esiti.
L’unico studio qualitativo, di Gambrel e Piercy (2015b), ha descritto in dettaglio un processo di grounded theory per mettere in luce le esperienze delle persone partecipanti a un intervento di mindfulness. Il gruppo di ricerca ha seguito un processo iterativo con tre fasi di codifica: aperta, assiale e analisi del testo integrale (Strauss & Corbin, 1998). Ha poi rivisto i codici fino a raggiungere il consenso e ha adottato ulteriori accorgimenti per garantire rigore e affidabilità (per es. coinvolgimento di altre persone incaricate della codifica, procedure di documentazione chiare, consultazione tra pari e nel gruppo, verifica con le persone partecipanti).
Questo corpus dimostra che un approccio alla depressione post-partum che coinvolge la famiglia è benefico sia per le madri sia per l’altro membro della coppia. I tassi di sintomi depressivi materni si riducono in modo statisticamente significativo quando l’altro membro della coppia partecipa a interventi centrati sulla famiglia (Battle et al., 2023; Cluxton-Keller & Bruce, 2018; Cluxton-Keller & Olson, 2023; Cluxton-Keller et al., 2023; Dafei et al., 2021; Geller et al., 2018; Ngai et al., 2020). I dati hanno mostrato che diminuivano anche i tassi di ansia materna, l’affettività negativa paterna e il disagio psicologico, mentre migliorava nel complesso il funzionamento interpersonale (per es. comunicazione, risoluzione dei conflitti, sostegno alla cogenitorialità) (Cluxton-Keller and Olson 2023; Daley-McCoy et al. 2015; Gambrel and Piercy 2015a). Daley-McCoy et al. (2015) hanno riscontrato che nel post-partum le coppie andavano incontro a un calo della soddisfazione relazionale, ma che quelle che partecipavano agli interventi mostravano un calo minore rispetto ai gruppi di controllo. Gli uomini che hanno partecipato agli interventi di mindfulness hanno riferito un miglioramento della soddisfazione relazionale dopo l’intervento (Gambrel and Piercy 2015a). L’inclusione di un membro della famiglia, e non solo dell’altro genitore, si è associata nel tempo a una riduzione del conflitto con la madre partecipante (Cluxton-Keller & Olson, 2023).
Abbiamo applicato a questa letteratura il modello di Pratt e Sonney (2020) per esaminare in che misura le famiglie fossero incluse nell’affrontare la DPP. Abbiamo riscontrato livelli di inclusione familiare alti (n = 7), moderati (n = 2) e bassi (n = 3) (vedi tabella 2). Anche i livelli bassi di inclusione familiare hanno mostrato effetti positivi sulla DPP materna. Dafei et al. (2021) hanno sostenuto che la semplice presenza dell’altro membro della coppia nel trattamento migliora gli esiti materni grazie alle maggiori conoscenze e al maggiore coinvolgimento di questa persona nella gravidanza. Gli studi con livelli alti di inclusione familiare hanno mostrato risultati solidi, con riduzioni statisticamente significative dei sintomi depressivi (per es. Cluxton-Keller & Olson, 2023; Cluxton-Keller et al., 2018, 2023) e dimensioni dell’effetto da medie a grandi nelle misure di esito (Battle et al. 2023; Gambrel and Piercy 2015a; Giallo et al. 2022), a sostegno dell’idea che la salute mentale perinatale riguardi l’intera famiglia. Secondo quanto riportato, questi studi hanno migliorato il funzionamento interpersonale delle persone partecipanti migliorando la comunicazione nella coppia, aumentando il tempo di qualità trascorso insieme e riducendo il conflitto. La varietà dei livelli di inclusione familiare mette in luce uno spostamento in corso dell’assistenza sanitaria verso approcci più centrati sulla famiglia (Lamson et al., 2022).
La letteratura esistente contiene numerosi presupposti sulla depressione post-partum (DPP), accanto a buone pratiche su come affrontarla. Geller et al. (2018) hanno messo in evidenza fattori interni ed esterni, nonché micro- e macroprocessi, che contribuiscono alle esperienze del post-partum. Questa prospettiva sistemica promuove il benessere materno riconoscendo al tempo stesso il ruolo e l’impatto importanti delle reti sociali. Tuttavia, se è vero che partner e altri membri della famiglia desiderano spesso essere coinvolti nella cura perinatale, possono anche provare ambivalenza e incontrare ostacoli nel farlo. Occorre un maggiore sostegno strutturale per garantire che le donne, in particolare quelle ad alto rischio, siano sostenute in questo periodo critico (Hoang et al., 2022; Taylor et al., 2018).
Nella revisione qui presentata abbiamo esaminato i quadri di riferimento, le metodologie e i livelli di coinvolgimento familiare degli interventi incentrati su questi temi importanti. Abbiamo considerato la validità, l’attendibilità, i tempi di somministrazione, l’operazionalizzazione e la sensibilità culturale degli strumenti impiegati dai gruppi di ricerca, e abbiamo verificato se i costrutti che intendevano valutare fossero adeguati alle popolazioni destinatarie. Un punto di forza dell’insieme degli studi è che molti hanno usato la Edinburgh Postpartum Depression Scale (EPDS) come misura al basale e dopo l’intervento per determinare i cambiamenti nella gravità dei sintomi depressivi. Attualmente la EPDS è la misura più accettata e valida per valutare i sintomi e la loro gravità nei gruppi perinatali (Cox et al., 1987; Kendall-Tackett, 2024). Dalla sua prima elaborazione è stata validata per la gravidanza e per il post-partum in otto lingue diverse, nonché per i padri (Kozinsky & Dudas, 2015; Levis et al., 2020; Matthey et al., 2001).
È tuttavia opportuna una certa cautela. In una rassegna di studi di validazione, Kozinszky e Dudas (2015) hanno rilevato che la EPDS può generare un numero considerevole di falsi positivi e può anche non individuare casi positivi di DPP. Questi risultati contrastanti potrebbero dipendere dal fatto che il personale sanitario usa la EPDS per diagnosticare la DPP, anziché per lo screening a cui è destinata (Kendall-Tackett, 2024). La ricerca ha inoltre esaminato la validazione della EPDS in popolazioni diverse, proponendo soglie alternative e adattamenti degli item per tener conto delle sfumature culturali dei sintomi depressivi (Chan et al., 2021; Salehi et al., 2023; Levis et al., 2020). Per esempio, Moyer et al. (2023) hanno creato una versione della EPDS informata sul trauma, con un linguaggio più colloquiale per le popolazioni statunitensi. Anche se nessuno strumento standardizzato è perfetto, la EPDS è uno strumento di screening pratico per valutare i sintomi depressivi sia delle madri sia dell’altro membro della coppia durante il periodo perinatale; è però importante che la ricerca e il personale sanitario ne conoscano i limiti.
A differenza della diffusissima Edinburgh Postpartum Depression Scale (EPDS), nella valutazione del funzionamento interpersonale e/o diadico le sovrapposizioni tra gli articoli considerati erano minime. Non c’erano due studi che usassero lo stesso strumento per valutare la relazione tra le madri e la loro persona di sostegno. Questa mancanza di coerenza nelle misure diadiche rende difficile confrontare i risultati degli studi. Alcuni gruppi di ricerca non hanno spiegato fino in fondo le ragioni della scelta degli strumenti somministrati. Per esempio, sebbene la Dyadic Adjustment Scale sia ampiamente utilizzata per valutare la soddisfazione coniugale, potrebbe non misurare con precisione le componenti che incidono sui neogenitori o sulla loro relazione reciproca (Bogdan et al., 2022). La letteratura trarrebbe beneficio da una motivazione esplicita dell’uso degli strumenti e da una precisazione di come essi colgano i costrutti desiderati del funzionamento relazionale, in particolare con dati diadici, per i quali l’interdipendenza è un aspetto da considerare necessariamente. Alcune misure del funzionamento diadico sono state somministrate soltanto alle madri partecipanti, il che ha limitato l’analisi delle variabili a livello di relazione. La letteratura emergente trarrebbe vantaggio da una standardizzazione degli strumenti di misura del funzionamento diadico nel periodo perinatale.
Gli interventi centrati sulla famiglia presenti in questo corpus sembrano costituire un punto di forza, ma possono essere difficili da attuare nei diversi servizi sanitari. Molti consistevano in sedute psicoeducative o in gruppi di sviluppo delle competenze in vari formati (per es. in presenza, telemedicina in contemporanea). Per esempio, Geller et al. (2018) hanno messo in atto un modello ideale di servizi di sostegno intensivo per le madri nel periodo perinatale, con livelli moderati di inclusione familiare. Il loro intervento ha dato risultati positivi sul funzionamento materno, sullo stress genitoriale, sulla regolazione emotiva e sull’adattamento diadico. Un modello così intensivo può però essere difficile da sviluppare a causa dei finanziamenti, delle tariffe di rimborso, della formazione clinica e del sostegno istituzionale (o della sua mancanza). Approcci più accessibili per il personale curante e per le pazienti, con livelli più modesti di inclusione familiare (per es. un laboratorio psicoeducativo di due ore; Daley-McCoy et al., 2015), hanno comunque mostrato risultati promettenti nell’alleviare la DPP e il disagio di coppia durante il periodo perinatale.
È importante segnalare i seguenti limiti della revisione qui presentata. L’omogeneità di molti campioni fa pensare che questa revisione colga soprattutto le esperienze di una popolazione particolare (cioè questa letteratura era sbilanciata verso campioni bianchi e con un livello di istruzione elevato). È difficile dire se ciò sia rappresentativo delle esperienze di altre persone con la DPP. Nella letteratura si riscontrava inoltre un’ampia varietà di metodologie, temi e misure. Per esempio, alcuni studi si concentravano sulla psicoeducazione (per es. Dafei et al., 2021; Ngai et al., 2020) alla presenza dell’altro membro della coppia, altri sul sostegno familiare e sulle dinamiche interpersonali (per es. Battle et al., 2023; Giallo et al., 2022). Sebbene questa varietà offra una prospettiva ampia, rende difficili i confronti generali. È evidente, tuttavia, che qualsiasi livello di inclusione familiare è meglio di niente.
Date le disparità ben documentate di salute mentale e fisica che colpiscono le madri nere, indigene e di colore (BIPOC), questa letteratura potrebbe trarre vantaggio anche dall’applicazione di un quadro intersezionale o culturalmente specifico (Hoang et al., 2022). Secondo Hill et al. (2022), per esempio, negli Stati Uniti le madri nere e AI/AN presentano tassi di mortalità materna più elevati rispetto alle madri bianche non ispaniche, disparità che si comprendono meglio alla luce dell’intersezione dei fattori sociali ed economici (per es. genere, appartenenza razziale, condizione socioeconomica, ambiente) che modellano gli esiti di salute. Inoltre, un quadro inclusivo (per es. quello dei determinanti sociali della salute) consentirebbe di integrare la famiglia allargata nella cura, riconoscendo la diversità familiare e l’importanza dei legami di parentela nelle comunità razzializzate (Bernardes, 1999; Gerstel, 2011; Herman & Newland, 2022). Applicando un quadro intersezionale a questa letteratura, la ricerca può accrescere la partecipazione di famiglie diverse e affrontare le disuguaglianze sistemiche che contribuiscono alle disparità di salute materna.
Tutti gli studi esaminati in questa revisione tranne uno includevano misure self-report. Battle et al. (2023) hanno utilizzato uno strumento compilato dal personale clinico (cioè la Modified Hamilton Rating Scale for Depression) per valutare i sintomi delle persone partecipanti. In questa popolazione è possibile ricorrere ad altri approcci (per es. osservativi, d’archivio, fisiologici) per misurare aspetti del periodo perinatale (Leary, 2016). Basarsi principalmente su misure self-report non consente di cogliere pienamente la complessità delle dinamiche interpersonali nella ricerca diadica. Affrontando le questioni della validità per popolazioni diverse, dell’interdipendenza dei dati e della standardizzazione delle misure diadiche, gli studi futuri potranno rafforzare il rigore e la pertinenza della ricerca diadica nella popolazione perinatale.
Benché questa letteratura abbia dimostrato l’importanza del coinvolgimento dell’altro membro della coppia, gli studi futuri potranno esaminare i livelli di inclusione familiare (Pratt & Sonney, 2020) per offrire valutazioni più sfumate di come il coinvolgimento familiare incida sulla salute perinatale. Esaminare il ruolo del sostegno allargato alle madri (per es. parenti, amicizie, pari) potrebbe fornire informazioni decisive per migliorare la salute mentale materna. Inoltre, studi longitudinali volti a determinare gli esiti a lungo termine degli interventi perinatali potrebbero offrire indicazioni preziose sull’efficacia degli interventi precoci e sulla capacità delle famiglie di affrontare meglio le future sfide della genitorialità.
La scarsa letteratura sugli interventi terapeutici basati sulle evidenze nel contesto del periodo perinatale indica una necessità – e un’opportunità – di occuparsi clinicamente della salute mentale dei genitori in attesa e delle famiglie che si allargano. È fondamentale che chi pratica la terapia di coppia e familiare (CFT) sappia in che modo gli interventi familiari incidono sugli esiti di salute mentale perinatale. Il periodo perinatale è un momento cruciale per coinvolgere le famiglie, perché è segnato da cambiamenti accentuati nell’identità, nelle dinamiche relazionali, nei livelli di stress e negli adattamenti di ruolo. Chi pratica la terapia di coppia e familiare dispone di un insieme di competenze peculiare per coinvolgere le famiglie e attuare interventi mantenendo alto il livello di coinvolgimento familiare. In questa fase può servirsi della propria formazione sistemica per includere efficacemente nel trattamento la famiglia biologica e/o scelta, così da sostenere i neogenitori e la loro prole. Mobilitare sostegni aggiuntivi per le madri può migliorare gli esiti sia individuali sia interpersonali, come lasciano intendere i risultati di questa revisione. Comprendere il periodo perinatale e il modo in cui incide sulle dinamiche interpersonali consente un miglioramento sistemico più ampio, con potenziali effetti positivi a lungo termine sul benessere familiare.
Questa revisione ha sintetizzato i punti di forza e i limiti teorici e metodologici di 12 articoli che esaminano come il coinvolgimento familiare incida sulla depressione post-partum (DPP). I risultati mostrano che coinvolgere un membro della famiglia nel trattamento per sostenere l’adattamento perinatale può migliorare la DPP e il funzionamento interpersonale. La ricerca futura dovrebbe includere campioni diversificati nei propri disegni per comprendere meglio le esperienze sfaccettate della DPP nelle famiglie. Inoltre, andrebbero condotti studi longitudinali durante il periodo perinatale per mostrare gli effetti nel tempo sulla salute materno-infantile, sulla coesione familiare e sul funzionamento interpersonale. La terapia di coppia e familiare si trova in una posizione privilegiata per coinvolgere le famiglie in questo momento critico, e l’adozione di un quadro inclusivo consentirà una migliore integrazione dei sostegni essenziali.
Complexe Systémique: punti chiave
Questa revisione conferma ciò che la pratica sistemica intuisce: la depressione post-partum non riguarda solo la madre, ma è un momento in cui l’intero sistema si riorganizza, e la coppia può sia aggravare la situazione sia proteggere. Il suo contributo più utile è la griglia dei livelli di inclusione: dalla semplice presenza in seduta dell’altro membro della coppia a una terapia che lavora attivamente sulle relazioni, ogni gradino sembra portare un beneficio, e i programmi che includono di più la famiglia mostrano gli effetti più netti. Ne discende una regola pratica: invitare una persona vicina, scelta dalla madre, anche a un solo incontro informativo, è già meglio di niente. Resta però necessaria la cautela: dodici studi eterogenei, campioni in prevalenza bianchi e con un alto livello di istruzione, nessuna misura di coppia condivisa da due studi e una EPDS talvolta usata per fare diagnosi quando è pensata per lo screening. Per chi pratica la terapia di coppia e familiare, la posta in gioco è anche istituzionale: far riconoscere il periodo perinatale come un tempo di lavoro con la famiglia, e non solo di presa in carico individuale. Da leggere insieme alla rassegna sulle famiglie delle persone con depressione e all’articolo sulla coppia tra coniugalità e genitorialità.
Note dell’originale
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.
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Traduzione non ufficiale di Examining the Role of Family Members in Perinatal Interventions Targeting Postpartum Depression: A Decade in Review, di Ċante Nakanishi, Ana Mireya Diaz-Howard e Tai Mendenhall, Contemporary Family Therapy, pubblicazione anticipata online (2026), doi: 10.1007/s10591-026-09791-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Examining the Role of Family Members in Perinatal Interventions Targeting Postpartum Depression: A Decade in Review», pubblicato in Contemporary Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Pubblicata da Complexe Systémique: il testo è stato tradotto in italiano con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Nakanishi, Ċ., Diaz-Howard, A. M., et Mendenhall, T. (2026). Examining the Role of Family Members in Perinatal Interventions Targeting Postpartum Depression: A Decade in Review. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/examining-the-role-of-family-members-in-perinatal-interventions (Opera originale pubblicata nel 2026 in Contemporary Family Therapy, OnlineFirst (2026); ripubblicata nel 2026 da Contemporary Family Therapy, https://link.springer.com/article/10.1007/s10591-026-09791-1)
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