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International Journal of Environmental Research and Public Health · Migrazione
Come si cresce oltre un trauma che non si è vissuto in prima persona? In Norvegia, Yen Pham e Marguerite Daniel hanno raccolto le narrazioni di figlie e figli di boat people vietnamiti che oggi hanno tra i trenta e i quarant’anni passati. Aspettative scolastiche smisurate, botte, un debito verso genitori che hanno perso tutto: il trauma passa attraverso la vita quotidiana. Combinando Bowen con la salutogenesi di Antonovsky, lo studio mostra come la distanza, la comprensione e talvolta il perdono aprano una via di guarigione nell’età adulta.
Traduzione non ufficiale in italiano di Developing a Strong Sense of Coherence as a Pathway Beyond Intergenerational Trauma: Narratives of Adult Children of Vietnamese Boat Refugees, di Yen Pham e Marguerite Daniel, pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (MDPI) (2026), doi: 10.3390/ijerph23020266, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le tabelle sono presentate sotto forma di elenchi; i punti salienti dell’editore sono collocati all’inizio del testo; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
I risultati suggeriscono che la guarigione in età adulta dall’impatto intergenerazionale del trauma non consiste nel cancellare i legami familiari, ma nello svolgere un ruolo attivo nel rielaborarli grazie a una comprensione più profonda, dando un senso al proprio passato.
Yen Pham e Marguerite Daniel
Rilevanza per la salute pubblica: in che modo questo lavoro si collega a una questione di salute pubblica?
Importanza per la salute pubblica: perché questo lavoro è significativo per la salute pubblica?
Implicazioni per la salute pubblica: quali sono le principali implicazioni o i messaggi chiave per chi opera sul campo, chi prende decisioni politiche e/o chi fa ricerca in salute pubblica?
Le interazioni familiari disadattive sono uno dei meccanismi attraverso i quali il trauma si trasmette da una generazione all’altra. L’attuale approccio di intervento per le famiglie colpite dal trauma si concentra sui genitori traumatizzati e sulle diadi genitore–figlio durante l’infanzia. Ciò lascia scoperta la questione di come le figlie e i figli adulti, che forse non vivono più con i genitori, possano superare gli effetti negativi delle interazioni disadattive vissute con i genitori nell’infanzia come eredità della loro storia traumatica. Questo studio si concentra sulla prole di boat people vietnamiti, oggi tra i trenta e i quarant’anni, in due città della Norvegia, e ricorre a interviste narrative per suscitare lunghe narrazioni sulle esperienze dell’intero arco di vita. Un approccio analitico ibrido utilizza la Thematic Network Analysis (analisi delle reti tematiche), guidata da un quadro concettuale che integra la teoria della salutogenesi e la teoria dei sistemi familiari di Bowen. I risultati mostrano che le interazioni disadattive tra genitori e prole nelle famiglie di boat people vietnamiti comprendono le aspettative elevate dei genitori, una genitorialità severa, l’obbligo di accontentare i genitori e l’adultizzazione, interazioni plasmate dal trauma e mediate dalla cultura vietnamita. Sviluppare un forte senso di coerenza (SOC), caratterizzato da una migliore comprensione di sé in relazione alla famiglia, dalla costruzione di significato rispetto al passato e da un ruolo attivo nel rielaborare il rapporto con i propri genitori, costituisce una via per superare gli effetti dei modelli disadattivi della famiglia d’origine. Nel complesso, questo articolo offre un quadro salutogenico, orientato all’intero arco di vita, per comprendere la guarigione oltre gli effetti del trauma intergenerazionale subiti nell’infanzia.
Parole chiave: trauma intergenerazionale; boat people vietnamiti; figli e figlie di persone rifugiate; senso di coerenza; differenziazione del sé; salutogenesi; teoria dei sistemi familiari
L’esposizione al trauma è un’esperienza comune in diverse popolazioni del mondo [1], il che ne fa una questione di salute mentale pubblica con molteplici livelli di influenza sugli individui, sulle relazioni, sulla comunità e sulla società [2,3]. Questo articolo si concentra sul trauma intergenerazionale, in cui gli effetti del trauma si trasmettono da una generazione all’altra [4].
Il trauma intergenerazionale designa un fenomeno in cui gli effetti delle esperienze traumatiche non si manifestano soltanto nella generazione esposta al trauma, ma persistono anche nelle generazioni successive [4]. Gli studi pubblicati hanno mostrato che la prole di genitori esposti al trauma è più vulnerabile di quella di genitori non esposti [5,6,7,8]. Le persone rifugiate che fuggono verso un nuovo paese per ragioni di sicurezza vivono spesso traumi legati alla migrazione, in particolare prima e durante il viaggio migratorio [9,10]. Studi precedenti mostrano esiti di salute sfavorevoli nella prole di persone rifugiate esposte al trauma [11,12]. In particolare, lo stato di salute delle persone rifugiate al loro arrivo nel nuovo paese predice gli esiti di salute della loro prole due decenni più tardi [13]. Ciò suggerisce che il trauma legato alla migrazione abbia un impatto intergenerazionale negativo sulle famiglie rifugiate.
Gli studi empirici sul trauma intergenerazionale nelle popolazioni rifugiate suggeriscono che l’interazione familiare (cioè una genitorialità carente) sia uno dei canali attraverso i quali il trauma si trasmette da una generazione all’altra [4,14]. La maggior parte degli interventi sul trauma intergenerazionale si concentra sui genitori o sulle diadi genitore–figlio durante l’infanzia [15]. Le prove a sostegno di questi approcci sono considerevoli. Per esempio, gli studi empirici centrati sui genitori colpiti dal trauma considerano il benessere globale dei genitori [16], il loro senso di coerenza [17] e la loro rete sociale [12,13,18] come fattori protettivi per la salute della prole. Inoltre, gli studi empirici centrati sulla relazione genitore–figlio hanno suggerito che un funzionamento familiare adattivo [19], un miglioramento della genitorialità [20], la sintonia familiare [5,21] e una comunicazione aperta sul trauma passato [19,22] potrebbero attenuare l’impatto del trauma genitoriale sulla prole. Tuttavia, le conoscenze empiriche su come figlie e figli adulti possano orientarsi, reinterpretare e guarire più avanti nella vita dalle interazioni familiari plasmate dal trauma durante l’infanzia restano limitate.
La letteratura ricorre all’espressione «genitorialità disadattiva» [23,24] per descrivere strategie genitoriali carenti, come una disciplina dura e il maltrattamento, che fungono da canale di trasmissione del trauma da una generazione all’altra. Ispirandoci a questa espressione, in questo articolo usiamo il termine «interazione figlio–genitore disadattiva» per riconoscere la risposta della prole all’interno di un rapporto deteriorato con i genitori. Il modo in cui si definisce una relazione disadattiva può essere spiegato con la teoria dell’accettazione-rifiuto interpersonale (Interpersonal Acceptance–Rejection Theory) [25], secondo la quale le relazioni con persone significative, come i genitori, che non sono in grado di offrire calore, conforto, sostegno, cura e simili possono avere un impatto negativo sulla salute, sul senso di sé e sulla visione del mondo.
In questo studio qualitativo, attraverso la prospettiva delle persone adulte figlie di boat people vietnamiti in Norvegia, esploriamo come il trauma intergenerazionale venga vissuto nelle famiglie rifugiate e come la prole lo superi. In particolare, identifichiamo dapprima le interazioni disadattive tra genitori e prole plasmate dal trauma avvenuto nella storia migratoria della famiglia. Valutiamo poi che cosa aiuti figlie e figli a superare gli effetti negativi di queste interazioni disadattive. Poiché le interazioni disadattive tra genitori e prole sono ampiamente considerate un meccanismo di trasmissione del trauma da una generazione all’altra [4], una migliore comprensione della guarigione della prole getta luce sulle direzioni di intervento per la prole delle persone rifugiate.
Nel suo significato più ampio, il trauma intergenerazionale designa il fenomeno per cui il trauma vissuto da una generazione può incidere sulla salute della generazione successiva [4]. Nella letteratura, il termine «trauma intergenerazionale» è raggruppato con altri termini affini, come trauma multigenerazionale, trauma transgenerazionale, trauma collettivo e trauma storico ([26], p. 320) ([27], p. 415) ([28], p. 175). Nella loro accezione più ampia, tutti questi termini descrivono la «natura multigenerazionale» del trauma vissuto ([26], p. 320). Di conseguenza, nella letteratura alcuni di questi termini sono usati in modo intercambiabile, senza distinzione, per esempio trauma intergenerazionale e trauma transgenerazionale [28,29], e soprattutto trauma intergenerazionale e trauma storico [29,30].
È stata tuttavia proposta una leggera distinzione tra trauma intergenerazionale, trauma collettivo e trauma storico. Il trauma collettivo è un trauma di vasta portata vissuto collettivamente da un gruppo o da una comunità, che può alterare le identità, le idee e le interazioni all’interno della comunità colpita [29], per esempio il trauma collettivo dovuto a inondazioni, uragani, tempeste, eruzioni, carestie, guerre, genocidi ecc. [31]. A differenza del trauma intergenerazionale, il trauma collettivo designa in genere l’effetto collettivo del trauma all’interno di una comunità o di un gruppo. Il trauma intergenerazionale, invece, designa spesso l’impatto del trauma attraverso le generazioni familiari [32,33], sottolineandone l’effetto intergenerazionale. Esempi di trauma intergenerazionale sono gli studi sulle esperienze dei discendenti di sopravvissuti all’Olocausto [34] o della prole nata da stupri di guerra [35]. Il trauma storico comprende sia gli effetti collettivi sia quelli intergenerazionali del trauma: il trauma è condiviso collettivamente all’interno di una comunità o di un gruppo, e la ferita che ne deriva si accumula o cresce a valanga nel tempo, da una generazione all’altra [33,36]. Un esempio di trauma storico è il caso della popolazione nativa americana e dell’Alaska: la sua lunga storia di assoggettamento attraverso la colonizzazione, la guerra e il genocidio spiega le disparità di salute legate all’appartenenza etnica tra questa popolazione e la popolazione statunitense [37].
Tutte queste forme di trauma possono coesistere nelle popolazioni rifugiate. Tra gli studi precedenti figurano il trauma collettivo [38] tra le persone rifugiate afghane dopo decenni di guerra e di sfollamento; il trauma intergenerazionale [39] attraverso tre generazioni di persone rifugiate palestinesi, dovuto all’impatto persistente della violenza coloniale di insediamento e militare; e il trauma storico tra le persone rifugiate del Sud-est asiatico arrivate negli Stati Uniti [40], dovuto alle molteplici perdite subite durante una lunga storia di guerra, instabilità politica e genocidio.
In questo studio, sebbene l’analisi si concentri principalmente sul trauma intergenerazionale per descrivere gli effetti del trauma attraverso le generazioni familiari delle famiglie di boat people vietnamiti, prendiamo in considerazione anche il più ampio contesto storico e collettivo della comunità, per una comprensione più approfondita.
La letteratura sulle popolazioni rifugiate suggerisce che la genitorialità e le relazioni familiari siano il meccanismo soggiacente che mantiene gli effetti intergenerazionali del trauma ([4], p. 751). Poiché è il tema di questo articolo, sintetizziamo gli studi empirici che descrivono l’interazione tra genitori e prole sotto l’impatto del trauma legato alla migrazione vissuto dai genitori rifugiati. Gli studi che descrivono l’interazione intergenerazionale sotto l’influenza di altri aspetti dell’esperienza delle famiglie rifugiate, come lo stress da acculturazione e i divari culturali tra generazioni, non sono inclusi qui.
L’interazione tra genitori e prole a cui si riferisce questo articolo comprende i vissuti reciproci dei genitori e della prole, plasmati dall’impatto del trauma avvenuto nella loro storia familiare. Sul versante genitoriale, la letteratura sulle famiglie rifugiate riporta una genitorialità disadattiva nei genitori traumatizzati, che comprende violenza, disciplina dura, aspettative elevate e iperprotezione della prole. In particolare, un cattivo stato di salute (per esempio sintomi di PTSD) dovuto a esperienze traumatiche può compromettere le capacità genitoriali [41], il che spiega perché la prole di genitori traumatizzati subisca più violenza rispetto a quella di genitori non traumatizzati [41,42]. Il trauma non risolto dei genitori rifugiati è stato associato alle aspettative elevate che essi impongono alla prole, per esempio in ambito scolastico [43,44]. Il trauma non risolto è legato anche al silenzio dei genitori sul trauma e sul passato, come strategia per proteggere la prole [45,46].
Quanto alla prospettiva della prole, gli studi pubblicati descrivono come figlie e figli di persone rifugiate possano sentirsi in debito per il sacrificio dei genitori e voler ricompensarli [46]. La letteratura descrive anche la parentificazione o l’adultizzazione della prole di persone rifugiate, che può assumere ruoli adulti in famiglia [19,47] per prendersi cura emotivamente dei genitori o farsi carico delle esigenze domestiche, come modo di alleviare il trauma vissuto in passato dai genitori.
Durante l’epoca coloniale, il Vietnam fu diviso in Vietnam del Nord e Vietnam del Sud. I francesi orientarono il Vietnam del Sud verso il capitalismo occidentale, mentre il Vietnam del Nord seguì la via del comunismo [48]. La differenza culturale tra le due regioni proseguì durante il periodo del sostegno americano, dopo la colonizzazione francese. Quando il comunismo prese il controllo del paese, il che portò alla caduta di Saigon [49], una parte consistente della popolazione del Vietnam del Sud fuggì dal paese [48].
Con boat people vietnamiti, o «popolo delle barche», si indicano le persone che fuggirono dal Vietnam via mare ([50], p. 84). Si stima che tra 200.000 e 400.000 boat people non siano sopravvissuti alle tempeste, alle imbarcazioni sovraffollate e ai pericoli dei pirati in mare, e non abbiano potuto ricevere l’aiuto umanitario che avrebbe facilitato il loro accesso ai campi di transito lungo il tragitto verso i paesi di accoglienza [50].
Secondo Statistics Norway ([51], p. 26), oltre 10.000 persone vietnamite sono arrivate in Norvegia come rifugiate. Di queste, più di 6000 erano rifugiate a titolo principale, mentre le altre, più di 3000, sono arrivate tramite ricongiungimento familiare con le prime. In linea con le esperienze di altri gruppi di persone rifugiate, anche i boat people vietnamiti hanno vissuto difficoltà prima e durante il viaggio migratorio. Gli studi pubblicati descrivono le esperienze traumatiche delle persone rifugiate vietnamite quando si trovavano in Vietnam, come assistere a morti e a ferite gravi dovute alla guerra, la tortura e le esperienze militari [52]. Dopo la fuga dal Vietnam, le persone rifugiate hanno affrontato altre prove: l’attesa nei campi profughi, la separazione dalla famiglia, le ferite, la morte di familiari a cui hanno assistito, la violenza e le aggressioni [53]. A livello familiare, questi traumi storici di guerra e di sfollamento hanno effetti negativi sulla salute mentale delle persone rifugiate [54], che a loro volta incidono sulla salute mentale della loro prole [13].
Un gruppo di studi condotti in Norvegia segue, a distanza di due decenni, le persone rifugiate vietnamite giunte in Norvegia dai campi di transito, e ne descrive le difficoltà di adattamento al nuovo paese, come la scarsa partecipazione al mercato del lavoro [55] e le difficoltà di acculturazione [56] legate all’apprendimento e all’uso della lingua norvegese. In questo contesto, le persone rifugiate vietnamite hanno fatto affidamento sulla comunità vietnamita del nuovo paese per farsi aiutare a crescere la prole e ad adattarsi [57]. La letteratura esistente descrive anche i possibili conflitti tra genitori e prole dovuti ai divari culturali nel nuovo paese [58].
Come possono le persone figlie di boat people vietnamiti superare gli effetti negativi delle interazioni disadattive con i genitori, eredità del trauma migratorio della loro famiglia? Alla ricerca di un quadro teorico su come si cresca oltre l’impatto negativo della propria famiglia, ci rifacciamo alla teoria dei sistemi familiari di Bowen [59,60] e alla teoria del senso di coerenza di Antonovsky ([61], p. vii), ([62], p. 19).
Secondo Bowen, una famiglia funziona come un sistema unitario, in cui ogni parte è interconnessa con le altre e le influenza ([59], p. 351). Sotto l’influenza del sistema familiare, ogni bambina o bambino sviluppa diversi livelli di sé lungo un continuum, che va dalla confusione del sé alla differenziazione del sé ([60], pp. 108–109). La confusione del sé è uno stato di malessere, che designa le circostanze in cui una persona non riesce a sviluppare un sé proprio, cosicché la sua vita e le sue scelte sono dirette passivamente dall’influenza della famiglia, il che contribuisce a ripetere i modelli del sistema familiare ([60], pp. 108–109). La differenziazione del sé, invece, è uno stato maturo, che designa le circostanze in cui una persona sviluppa un sé ben definito, così da poter dirigere la propria vita e le proprie scelte al di là dell’influenza del sistema familiare ([60], pp. 108–109).
Per comprendere la trasmissione intergenerazionale del trauma nelle famiglie rifugiate secondo questa teoria: quando i genitori sono colpiti da un trauma legato alla migrazione, la prole ne è colpita attraverso le interconnessioni e le interazioni all’interno del sistema familiare. Queste interazioni disadattive tra genitori e prole possono incidere su figlie e figli e nuocere alla loro salute. Quando la prole subisce passivamente l’impatto del trauma trasmesso attraverso le interazioni familiari, presenta una «confusione del sé», che rispecchia il sistema familiare disfunzionale. Se invece riesce a superare l’impatto del trauma trasmesso attraverso le interazioni familiari disadattive, sviluppa un sé differenziato, segno della sua capacità di separarsi dal sistema familiare disfunzionale, di crescere al di là di esso e di dirigere la propria vita e le proprie scelte.
Ma come si passa dall’essere influenzati da interazioni familiari disadattive all’acquisizione di un sé differenziato? La prospettiva della promozione della salute considera questo movimento dalla malattia (confusione del sé) verso la salute e il benessere (differenziazione del sé) come un processo di rafforzamento del senso di coerenza, facilitato dalle risorse generali di resistenza [62], ([63], pp. 95–99). Un forte senso di coerenza (SOC) è un indicatore di buon funzionamento e di salute della persona, caratterizzato da tre dimensioni: l’aspetto cognitivo (comprensibilità), ossia la convinzione che le sfide siano comprese e che il mondo interno ed esterno sia coerente, strutturato e chiaro, anziché caotico o disordinato ([62], p. 17); l’aspetto comportamentale (gestibilità), ossia la convinzione di disporre di risorse adeguate per far fronte a una sfida in modo salutare [64]; e l’aspetto motivazionale (significatività), ossia «un modo di guardare alla vita come degna di essere vissuta, di vedere i fattori di stress come forse dolorosi e tuttavia degni di essere affrontati anziché anestetizzati» ([65], p. 79). Negli studi empirici, molti interventi misurano il SOC come indicatore del miglioramento della salute [66,67,68]. Il SOC si allinea inoltre con molti altri noti indicatori orientati alla salute, come la qualità della vita e l’autostima [68]. Le risorse generali di resistenza (GRR) sono poi «qualsiasi caratteristica della persona, del gruppo o dell’ambiente in grado di facilitare una gestione efficace della tensione» ([69], p. 99). Secondo Antonovsky, le GRR favoriscono lo sviluppo di un forte SOC ([63], pp. 95–97).
Se la teoria dei sistemi familiari aiuta a individuare una soluzione che permette di superare l’impatto intergenerazionale del trauma trasmesso attraverso il sistema familiare, essa non spiega come avvenga il movimento dalla malattia (confusione del sé) verso questo stato di benessere (differenziazione del sé). La combinazione della teoria dei sistemi familiari di Bowen e del quadro di Antonovsky ci permette di coprire entrambi gli aspetti: gli esiti e i percorsi. In particolare, adottiamo la struttura generale in tre componenti del SOC e la applichiamo alla descrizione di un sé differenziato. Lo sviluppo di un sé differenziato è quindi interpretato come un processo di rafforzamento del SOC, facilitato dalle GRR e caratterizzato dal miglioramento della comprensibilità, ossia la capacità di riflettere su di sé in relazione ai legami familiari e di sviluppare una comprensione approfondita di come le situazioni e le interazioni familiari incidano su di sé; della gestibilità, ossia la capacità di usare le risorse per svolgere un ruolo attivo nelle relazioni con i genitori e per orientare le proprie scelte e la propria vita al di là delle influenze familiari; e della significatività, ossia le intuizioni o le lezioni significative tratte dalle esperienze vissute in famiglia. Inoltre, questa combinazione dei due quadri è appropriata perché le sottocomponenti del SOC sono strettamente allineate con l’orientamento psicologico degli interventi rivolti alla prole di genitori traumatizzati, che sottolinea l’importanza della capacità di riflettere su di sé e di comprendersi in relazione alle persone significative della famiglia. Una comprensione approfondita e la consapevolezza sono la chiave per aiutare una persona a svolgere un ruolo attivo in queste relazioni e a spezzare il ciclo del trauma trasmesso attraverso le interazioni familiari ([70], p. 97), [71,72].
Questa concezione dello sviluppo di un forte senso di coerenza (un sé differenziato) come via per crescere oltre l’impatto del trauma trasmesso attraverso le interazioni familiari disadattive guiderà l’analisi dei dati di questo articolo.
Questo articolo fa parte di uno studio qualitativo più ampio. Il campione originario comprende sei persone adulte figlie di boat people vietnamiti e quattro guide religiose, come presentato nella Tabella 1. Le persone partecipanti sono state reclutate tramite figure di riferimento della comunità (gatekeeper), nonché con strategie a valanga e di convenienza, a Oslo e a Bergen, da giugno a ottobre 2023. Yen Pham, prima firma dell’articolo, ha contattato negozi di alimentari vietnamiti e centri religiosi per chiedere se conoscessero figlie o figli di boat people («con của thuyền nhân»). Le persone figlie di boat people vietnamiti dovevano soddisfare i criteri di inclusione: essere la prima figlia o il primo figlio nati da boat people vietnamiti dopo l’arrivo dei genitori in Norvegia, oppure esservi giunti con i genitori in tenera età, così da garantire che non fossero stati esposti direttamente al trauma legato alla migrazione. A fini di triangolazione ([73], p. 66), le persone partecipanti del Gruppo 2 sono guide religiose che hanno servito la comunità vietnamita in Norvegia. Le guide religiose sono state reclutate tramite chiese cattoliche e templi buddisti, poiché queste sono le due principali appartenenze religiose della comunità vietnamita in Norvegia ([74], p. 3).
Tabella 1 — Elenco delle persone partecipanti.
Per ogni persona: n., pseudonimo, sesso, età al momento della fuga dei genitori dal Vietnam.
L’intervista narrativa [75] è stata utilizzata per suscitare una risposta narrativa lunga. Alle persone adulte del Gruppo 1 sono state poste tre ampie domande principali: «Potrebbe raccontarmi le esperienze dei suoi genitori quando hanno lasciato il Vietnam e si sono trasferiti in Norvegia?»; «Potrebbe raccontarmi la sua vita?» e «Secondo Lei, in che modo le esperienze dei suoi genitori influenzano le esperienze della sua vita?». Per ogni domanda, Yen Pham ha poi usato degli spunti per aiutare le persone partecipanti a orientarsi nei loro racconti: le fasi (prima della partenza dal Vietnam, durante il viaggio, dopo l’arrivo in Norvegia), il periodo (infanzia, adolescenza ecc.), il luogo (a casa, a scuola, al lavoro ecc.) e gli eventi (difficoltà, modi per superarle). Analogamente, alle guide religiose (Gruppo 2) è stato chiesto che cosa avessero osservato delle esperienze della prole di boat people vietnamiti, con particolare attenzione alle esperienze dei genitori rifugiati, a quelle della prole e al modo in cui le esperienze dei genitori influenzavano quelle della prole. La durata media delle interviste è stata di un’ora, con una variazione da 40 minuti a un’ora e mezza. Le interviste si sono svolte sul luogo di lavoro, in caffetteria o a domicilio, secondo la comodità e le preferenze delle persone partecipanti. Prima della raccolta dei dati, il progetto di trattamento e gestione dei dati è stato sottoposto a SIKT (l’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca) per una valutazione etica. Tutte le persone partecipanti sono state informate dell’obiettivo della ricerca, delle modalità di trattamento dei dati e dei loro diritti in materia di partecipazione volontaria, riservatezza e anonimato o anonimato parziale (guide religiose). Dieci persone hanno accettato di partecipare allo studio.
Grazie al metodo dell’intervista narrativa, sono stati raccolti dati ricchi e ampi sulle esperienze della prole di boat people vietnamiti, che mettono in luce due aspetti: l’acculturazione e il trauma intergenerazionale. Nel complesso, le guide religiose hanno descritto le loro osservazioni sul primo aspetto più che sul secondo. Ai fini di questo articolo, le guide religiose sono state escluse dall’analisi dei dati. È stata esclusa dall’analisi anche una partecipante (Nhi), che ha lasciato il Vietnam all’età di cinque anni, perché potrebbe essere stata esposta direttamente al trauma legato alla migrazione, il che rende la sua esperienza del trauma diversa da quella delle altre persone partecipanti. I risultati riportati in questo studio si basano quindi sui dati di cinque persone, Hung, Huy, Hieu, Hau e Ngoc, come indicato nella Tabella 1.
L’analisi dei dati è stata condotta secondo la Thematic Network Analysis [76]. Sebbene questa analisi condivida con altre analisi qualitative alcune caratteristiche fondamentali nel far emergere temi da affermazioni sia implicite sia esplicite, il suo punto di forza è offrire un principio organizzativo e un mezzo di presentazione ([76], p. 388). Il processo graduale di etichettatura dei codici e di costruzione dei temi di base, dei temi organizzatori e dei temi globali è sistematico, rigoroso e trasparente. Le interviste sono state trascritte e gestite con NVivo 12. Yen Pham ha letto le trascrizioni riga per riga per generare codici pertinenti agli estratti. I codici affini sono stati raggruppati in temi di base, poi combinati in temi organizzatori. Questi ultimi sono stati infine raggruppati per costruire temi globali, come presentato nella Tabella 2 e nella Tabella 3. Mentre il processo di generazione dei codici e dei temi di livello inferiore (temi di base) è induttivo, la costruzione dei temi di livello superiore (temi organizzatori, temi globali) è guidata deduttivamente dal quadro teorico. Data la ricchezza e l’ampiezza dei dati narrativi, un approccio di analisi ibrido garantisce una comprensione approfondita delle narrazioni e permette al contempo risultati ben inquadrati.
Tabella 2 — Tema globale 1: le interazioni disadattive tra genitori e prole come manifestazioni degli effetti intergenerazionali del trauma nelle famiglie.
Temi organizzatori, temi di base e codici.
Tabella 3 — Tema globale 2: un forte senso di coerenza come via per superare gli effetti intergenerazionali del trauma nelle famiglie.
Temi organizzatori, temi di base e codici.
La credibilità dello studio, che riguarda la congruenza dei risultati con le realtà studiate, è garantita nel modo seguente: ottenendo descrizioni dense e dettagli concreti del fenomeno studiato ([73], p. 64) grazie a una strategia di intervista narrativa, trascorrendo molto tempo a contatto con le comunità vietnamite in Norvegia e ricorrendo alla triangolazione, cioè all’uso di diversi tipi di fonti di informazione [73], p. 66), per mettere a confronto i dati raccolti presso gruppi diversi.
I risultati descrivono le interazioni disadattive tra genitori e prole come manifestazioni del trauma intergenerazionale nelle famiglie di boat people vietnamiti, e poi i percorsi attraverso i quali figlie e figli crescono oltre queste influenze familiari.
Nelle famiglie di boat people vietnamiti sono emersi due tipi di interazioni disadattive tra genitori e prole. Il primo tipo, sul versante genitoriale, consisteva nell’imporre alla prole aspettative elevate di riuscita scolastica e nell’esercitare una genitorialità severa. Il secondo tipo, sul versante della prole, consisteva nel sentirsi in obbligo di accontentare i genitori per ricompensarli delle loro difficoltà, oppure nell’assumere ruoli adulti fin dalla più giovane età per condividere con loro le responsabilità familiari. Le persone figlie di boat people vietnamiti di questo studio hanno vissuto l’uno o l’altro di questi due tipi di relazione disadattiva con i genitori.
Il primo tipo di interazione disadattiva tra genitori e prole è una genitorialità carente. Huy, Hau e Ngoc hanno raccontato che i genitori imponevano loro aspettative elevate di riuscita scolastica. In particolare, i genitori rifugiati si aspettavano che si concentrassero esclusivamente sullo studio e non permettevano loro di avere interessi o hobby. Come ha raccontato Huy:
«All’epoca non ricordavo esattamente di che cosa parlasse lui [suo padre]. Credo che volesse che mi concentrassi sullo studio… Avevo appena sei o sette anni allora… Se uscivo con gli amici, o appena toccavo il pallone [per giocare a calcio], mio padre mi sgridava.»
Anche Hau ha fatto eco alla storia di Huy: «Se non faccio i compiti, se non vado a scuola o se c’è qualche problema a scuola, i miei genitori mi puniscono più duramente… intendo punizioni fisiche». Huy, Ngoc e Hau hanno anche raccontato di essere stati picchiati molto, da piccoli, in casa. Huy ha descritto così la genitorialità vissuta in casa da bambino:
«Non riuscivo a trovare niente di quello che facevo che potesse soddisfare mio padre. Uscivo con gli amici, rientravo a casa con cinque minuti di ritardo, e prendevo le botte. Mi azzuffavo a scuola con quelli che facevano i bulli con mio fratello, e prendevo le botte. Ai miei genitori arrivavano segnalazioni su problemi a scuola, e prendevo le botte. Io e i miei amici raccoglievamo bottiglie per scambiarle con soldi e comprare caramelle. Mio padre trovava le carte delle caramelle, e prendevo le botte… [Da adulto] Commentava tutto quello che facevo: le amicizie, le fidanzate, il modo di vestire, il portamento, tutto.»
Soprattutto perché durante l’infanzia Huy cercava di giocare a calcio di nascosto, senza il permesso del padre, aveva sempre paura che il padre lo scoprisse, il che avrebbe comportato una punizione severa. Il padre però finì per scoprirlo e continuò a vietargli di giocare a calcio, anche quando Huy fu selezionato dalla squadra nazionale. Riflettendoci da adulto, Huy ha detto che l’unico modo per accontentare il padre e ottenere che lo lasciasse giocare a calcio sarebbero stati risultati scolastici eccellenti. Come ha raccontato Huy:
«A 12 anni… quando scavalcavo la recinzione [dopo essere entrato nella squadra], la mia testa, ogni giorno, tre volte a settimana, ripeteva sempre “Papà non passa, papà non passa, papà non passa”: la mia mente continuava a ripeterlo. Dopo aver scavalcato la recinzione senza essere visto, che sollievo, che paura… Quando avevo 15 anni, quel giorno, […] avevo appena messo una gamba sulla recinzione e mio padre è passato. Quel giorno, quando sono tornato a casa, mio padre non mi ha sgridato, ma io avevo già pianto… Un giorno, mentre giocavo con la mia squadra, l’ho visto che mi guardava dalla recinzione […]. Non capivo perché fosse venuto. Nella mia testa pensavo che fosse venuto a dire che ero un buono a nulla […] e che quindi mi avrebbe proibito di giocare a calcio […] Prima di vederlo avevo segnato tre gol, […] ma da quando l’ho visto […] non riuscivo più a giocare […] Quando avevo quasi 17 anni, sono stato scelto come titolare da una squadra di calcio […] volevano farmi firmare il contratto […], ma mio padre non voleva che giocassi a calcio. Non avevo l’età per firmare il contratto […]. Da allora ho riversato su di lui il mio odio. Lo odiavo tantissimo […] Quella pressione è irrisolvibile. […] Penso che se potessi tornare ai miei tredici, quattordici anni, potrei consigliarmi: va bene, avrei dovuto assecondare la volontà di mio padre, e allora lui […] mi avrebbe lasciato fare qualcosa che allora non mi era permesso. […] Forse, a 13 e 14 anni, se gli avessi obbedito, smettendo di giocare a calcio per un anno o due e concentrandomi sullo studio, prendendo sempre i voti più alti a scuola… mio padre mi avrebbe premiato con qualcosa per rendermi felice. E poi, a 16 anni… [avrebbe firmato per me il contratto con la squadra].»
Il secondo tipo di interazione disadattiva tra genitori e prole emerso da questo studio è l’obbligo che figlie e figli sentono di ricompensare i genitori per le difficoltà legate alla migrazione vissute in passato. Cercavano di accontentare i genitori o assumevano ruoli adulti in famiglia fin da piccoli. Come ha osservato Hieu, cercava sempre di accontentare i genitori, il che gli causava stress:
«Sono il nipote maggiore da parte di mio nonno paterno… sentivo una certa pressione a dover avere successo, ed è per questo che… ho scelto di diventare architetto, perché in Vietnam, per noi, l’architetto è una professione di alto livello. Nessuno da parte di mio padre aveva mai fatto studi superiori, quindi i miei genitori ne erano felicissimi e orgogliosi… È stato un lavoro duro… Davo ai miei genitori un motivo per essere felici, e loro andavano a raccontare alle altre famiglie vietnamite che io ero questo e quello…»
Hieu ha spiegato di sapere che i genitori avevano lavorato tantissimo perché lui potesse avere questa vita, e che non poteva semplicemente sprecarla.
Anche la storia di Hung riecheggia quella di Hieu nel modo in cui si prendeva cura dei genitori. Fin da piccolo, Hung si è fatto carico di numerose responsabilità familiari, tra cui fare da interprete, preparare i documenti fiscali e trattare con un avvocato e con l’impresa che costruiva la casa per conto dei genitori. Inoltre, da bambino, Hung era sensibile alle emozioni dei genitori. Hung si accorgeva quando i genitori erano sotto stress: «Sapevo che i miei genitori erano stressati anche se non lo dicevano a noi figli. Vivevo sotto lo stesso tetto, quindi lo sapevo e basta, ascoltavo e sapevo». In particolare, ha persino sacrificato gli studi per sostenere la famiglia, come ha descritto Hung: «Era un periodo difficile, quindi pensavo di poter studiare più tardi. Ho deciso di andare a lavorare per ridurre lo stress economico dei miei genitori».
Queste interazioni disadattive tra genitori e prole generano una confusione emotiva che impedisce a figlie e figli di sviluppare un’adeguata comprensione di sé (cioè di riconoscere le proprie scelte e capacità autentiche), nonché la capacità di orientarsi nelle relazioni con i genitori. Huy, Hau e Ngoc, che hanno subito una genitorialità carente, da bambini hanno vissuto una confusione emotiva nei confronti dei genitori. In particolare, Huy riteneva che qualunque cosa facesse, non era mai all’altezza per suo padre. Allo stesso modo, da bambina, Ngoc trovava le aspettative elevate dei genitori «strane» e «ingiuste»:
«l’aspettativa è tipo… ingiusta, perché loro non sono andati a scuola, quindi non sanno quanto è difficile… Allora hanno aspettative davvero strane, che tutto sia facile, e che tutto debba essere facile perché qui è un paese libero, la scuola è gratuita, sai… tutto è gratuito, quindi chiunque può diventare quello che vuole. Loro non avevano niente e hanno comunque ottenuto tutto. Se ci sono riusciti loro, certo che possiamo farcela anche noi.»
Trovava inoltre che la casa della sua infanzia fosse un luogo «caotico», dove lei e i suoi fratelli e sorelle venivano picchiati molto. Analogamente, da bambino, Hau provava imbarazzo per i suoi genitori quando si confrontava con i compagni di classe, perché era l’unico ad arrivare a scuola con i lividi delle punizioni fisiche ricevute a casa: «Avevo tanti amici norvegesi… ci confrontavamo sempre [raccontandoci quello che succedeva a casa]… solo io arrivavo a scuola con i lividi».
Hung e Hieu, che da bambini cercavano di ricompensare i genitori per le difficoltà legate alla migrazione, hanno vissuto una confusione emotiva riguardo a sé stessi. Poiché cercava di accontentare i genitori e di soddisfarne le aspettative, da bambino Hieu era confuso riguardo alle proprie capacità. Come ha detto Hieu:
«Non mi sentivo, a volte… non sono abbastanza bravo. Ho sempre tenuto in piedi una facciata per far contenti i miei genitori vietnamiti e farli stare bene, mentre io… so che non ero perfetto e forse non ero intelligente e bravo come pensavano.»
Questo dubbio è aumentato quando ha intrapreso gli studi superiori di architettura, e ancora di più dopo due lutti familiari consecutivi, che hanno inciso sul suo rendimento accademico. Hieu si sentiva malissimo per i suoi scarsi risultati:
«Mi vergognavo, mi sentivo un fallito… come se non meritassi di essere lì, tra altre persone che lavoravano sodo per ottenere buoni risultati. Anch’io lavoravo sodo, ma non ottenevo nessun risultato… Mi vergognavo, ed è arrivato al punto che ho sviluppato un’ansia sociale, perché sentivo di non essere al mio posto.»
Nella sua storia, Hung non ha detto chiaramente che il fatto di assumersi responsabilità da adulto quando era bambino abbia avuto su di lui un impatto negativo, ma avrebbe voluto poter proseguire gli studi superiori una volta risolte le difficoltà economiche della famiglia, cosa che in realtà non ha fatto. Come ha descritto Hung: «Se potessi tornare indietro, sarei deciso ad andare all’università, e il mio percorso sarebbe più facile. Sento che quella decisione [sacrificare gli studi per sostenere la famiglia] è stata in parte sbagliata».
In questo studio, il percorso attraverso il quale le persone figlie di boat people vietnamiti crescono oltre gli effetti intergenerazionali del trauma corrisponde allo sviluppo di un sé differenziato, come presentato nella Tabella 3. In particolare, il passaggio a un sé differenziato, equivalente a un processo di rafforzamento del senso di coerenza, è stato favorito dal sostegno sociale, dai servizi sanitari, dai miglioramenti nella genitorialità dei genitori rifugiati e da una distanza temporanea dall’influenza dei genitori in età adulta. Figlie e figli mostrano una migliore comprensione di sé in relazione alla famiglia e alle difficoltà migratorie dei genitori; sono riusciti a ridefinire il legame con i genitori, potendo dirigere la propria vita e le proprie scelte liberi dalla loro influenza; hanno potuto percepire i genitori come una fonte di pace e di ispirazione, anziché come la fonte di stress che avevano conosciuto nell’infanzia.
Il passaggio dall’essere condizionati dalla relazione disadattiva con i genitori allo sviluppo di un sé differenziato, processo di rafforzamento del senso di coerenza, inizia con una distanza temporanea dall’influenza della famiglia, vissuta da tutte le persone adulte intervistate. Il primo tipo di distanza temporanea è nato dallo sforzo di evitare i genitori. Per esempio, Hau e Ngoc sono andati a vivere altrove per allontanarsi dai genitori una volta diventati adulti. Huy ha cercato di evitare il padre trovando un lavoro lontano da casa. La distanza fisica come forma di evitamento è frequente in chi ha subito nell’infanzia una disciplina genitoriale severa. Per esempio, Huy ha descritto così il suo evitamento del padre:
«Ogni giorno dopo la scuola passavo dal negozio di mia madre e le chiedevo se stava bene […] Però, ogni volta che arrivava mio padre, me ne andavo. Non volevo parlare con mio padre. […] Qualunque cosa facessi, lui era sempre contrario… A un certo punto ho dovuto andarmene, per dedicarmi a quello che volevo.»
Il secondo tipo di distanza temporanea è nato grazie alla naturale transizione verso l’età adulta. Per esempio, Hung si è sposato e ha investito di più nella sua nuova famiglia. Hieu ha aspettato la laurea in architettura, che segnava il compimento dei desideri della famiglia, per conquistare la propria libertà.
«E poi mi sono laureato, è stato un grandissimo sollievo. Da quel momento voglio… sì, vivere la mia vita. […] Dopo i trent’anni non lo valorizzo [il successo scolastico] quanto la libertà personale, l’essere felice, sentirmi al meglio e avere una buona vita emotiva.»
La distanza temporanea dovuta a questa transizione naturale è frequente in chi, nell’infanzia, si sentiva in obbligo di accontentare i genitori o di sacrificarsi per loro.
L’analisi mette in luce anche altre risorse che favoriscono lo sviluppo di un sé differenziato, sperimentate dalle persone figlie di boat people vietnamiti. La prima risorsa è il sostegno sociale. Ngoc ha raccontato che, quando nell’infanzia cercava di evitare i genitori, si appoggiava ai fratelli e alle sorelle, il che manteneva vivo in lei il senso della famiglia. Hieu ha ricordato anche il sostegno delle amicizie e degli insegnanti, che lo hanno aiutato ad affrontare la sua ansia: «Dopo un episodio a scuola, ho capito che cosa mi era successo nel confronto… Allora mi sono confrontato e ho spiegato loro com’era, e poi loro… gli insegnanti hanno cominciato a credermi». La seconda risorsa sono i servizi sanitari. In particolare, Huy ha sottolineato il ruolo importante del sostegno psicologico nell’aiutarlo a comprendere la relazione tra sé e il padre. Inoltre, la riflessione e il confronto psicologico sono strategie psicologiche a cui Hieu e Ngoc hanno fatto ricorso per comprendere sé stessi in relazione alla famiglia. La terza risorsa è un cambiamento nei genitori. Nella storia di Huy, il padre è cambiato quando Huy aveva quasi 40 anni, il che ha finalmente alleviato la sua lotta nella relazione con il padre. Come ha raccontato Huy:
«Negli ultimi cinque anni sono riuscito a sentirmi in pace. Lui [suo padre] mi ha chiamato e mi ha chiesto se stavo bene, e come giocavo a calcio da bambino, perché aveva trovato in casa un sacco di medaglie… Quel giorno, quando ho ricevuto la sua telefonata, mi è sembrato di non essere mai stato così felice come quel giorno… Mi sono sentito come se mi fossero tolti 100 kg dalle spalle… Voglio dire che nessuna pressione nella mia vita era paragonabile a quella che mi imponeva mio padre.»
Tra i trenta e i quarant’anni, le persone figlie di boat people vietnamiti hanno sviluppato una comprensione più approfondita di sé nelle relazioni con i genitori. Comprendono in che modo il trauma migratorio abbia inciso sulla genitorialità dei genitori (Ngoc), in che modo la genitorialità carente dei genitori abbia inciso sulle loro esperienze (Huy) e in che modo l’obbligo di accontentare i genitori abbia causato loro stress (Hieu). Per esempio, Ngoc ha descritto come ha compreso il modo in cui il trauma migratorio dei genitori si sia tradotto nelle aspettative elevate che nutrivano verso di lei e i suoi fratelli e sorelle:
«Hanno perso la loro cultura, hanno perso la lingua, hanno perso la terra, hanno perso la famiglia… Non è facile, hanno un po’ cercato di vivere attraverso i figli… volendo, desiderando… spingendoci a forza su una strada in cui potessimo riuscire…»
Ngoc ha anche compreso perché i genitori applicassero una disciplina severa a lei e ai suoi fratelli e sorelle:
«Hanno perso tutto… Tutto quello che avevano eravamo noi, e noi cercavamo solo di integrarci in Norvegia, questa è la perdita più grande… Lo facevano [il controllo eccessivo] perché è l’unico modo che conoscono, l’unico modo di cui sono capaci. Immagini la frustrazione: i figli, undici figli che sono tutto quello che hai, ti voltano le spalle perché non vogliono parlare la lingua, non vogliono davvero mantenere la cultura, e vogliono solo far parte, sai, della cultura norvegese.»
Huy, che ha subito la disciplina dura del padre, ha capito in che modo gli effetti negativi della relazione con il padre si siano riversati nelle sue relazioni con gli altri. Huy ha raccontato di aver dovuto ricorrere a un sostegno psicologico in età adulta, perché non riusciva a controllare la rabbia verso gli altri:
«Il percorso psicologico mi aiuta a capire che cosa mi fa arrabbiare. Per quanto io sia bravo nel calcio o al lavoro, ho ancora qualcosa di represso dentro. Ero sotto una forte pressione da parte di mio padre, che mi faceva sentire che non ero mai abbastanza. E così anch’io pretendo molto dagli altri.»
Hieu, che fin da piccolo cercava di accontentare i genitori, ha anche descritto come ha compreso che mantenere la facciata per accontentarli lo faceva ammalare. In seguito, questo peso gli è stato tolto dalle spalle grazie a un confronto psicologico a scuola, con il sostegno dell’insegnante e delle amicizie. Ha affrontato la situazione e ha spiegato all’insegnante e ai compagni di classe che cosa causava la sua ansia. Questo confronto segna la sua chiara comprensione di sé in relazione ai genitori e alla situazione familiare.
Una comprensione approfondita delle interazioni disadattive vissute in passato con i genitori ha aiutato le persone figlie di boat people vietnamiti di questo studio a riposizionarsi all’interno di tali interazioni. Chi aveva evitato i genitori a causa della loro genitorialità carente riesce ora a riavvicinarsi a loro (Huy, Ngoc, Hau). Per esempio, Huy non si arrabbia più in presenza del padre; ha deciso di perdonarlo e ha poi potuto cenare con lui e parlare dei suoi successi calcistici del passato: «Mio padre ora è in pensione da 20 anni… quando torno a casa per i pasti in famiglia, riconosco i suoi rimpianti, quindi non gli do più la colpa. Voglio essergli più vicino». Allo stesso modo Ngoc, dopo 15 anni trascorsi in un’altra città per evitare la famiglia della sua infanzia, è riuscita a riavvicinarsi ai genitori e ad apprezzare il cibo come «linguaggio d’amore» dei genitori, invece di vedere la casa come un luogo brutto e triste, come ha detto lei stessa:
«[…] quando crescevo in casa mia, i miei genitori, per via della situazione, noi vedevamo solo il lato triste […], il modo di agire, il modo di dimostrare amore, erano semplicemente i loro modi di allora […]. Adesso li amo da morire. È stato solo un periodo della mia crescita in cui li odiavo [i miei genitori], come fanno tanti ragazzi.»
Chi aveva smarrito la propria identità cercando sempre di accontentare i genitori o di farsi carico delle responsabilità domestiche riesce ora a seguire i propri interessi e a lasciarsi alle spalle la tendenza obbligata ad accontentare i genitori. Per esempio, dopo la laurea in architettura, Hieu ha seguito la sua passione per la danza ed è diventato un ballerino conosciuto in Europa. Allo stesso modo Hung, che nell’infanzia aveva assunto un ruolo adulto, oggi si prende cura della propria famiglia e lascia che sia sua sorella ad aiutare ad accudire i genitori.
Al momento dell’intervista, tra i trenta e i quarant’anni, tutte le persone adulte intervistate riuscivano a vivere la relazione con i genitori rifugiati come una fonte di serenità e di ispirazione. Chi nell’infanzia aveva provato «imbarazzo» (Hau) per i genitori, aveva «riversato odio» (Huy) su di loro o li aveva «odiati» (Ngoc) riusciva ora a provare più calma e serenità nei loro confronti. Hau e Ngoc riconoscevano lati più positivi della loro famiglia, che da piccoli non riuscivano a vedere. Chi aveva smarrito la propria identità cercando di accontentare i genitori (Hieu) o sacrificando i propri interessi per loro (Hung) ha ora acquisito un senso più chiaro di sé e della propria vita (Hieu, Hung). In particolare, la maggior parte delle persone adulte intervistate ha indicato il trauma migratorio dei genitori come una fonte di ispirazione per affrontare le difficoltà della propria vita. Come ha descritto Ngoc:
«Lei è madre, ha due figli, e sa… quanto è difficile crescere due figli. Allora immagini com’è averne tipo 11… com’è non parlare la lingua, non avere soldi né niente… Mia madre e mio padre non si lamentavano poi tanto, [eppure] avevano più problemi di me… Poi l’ho affrontato al lavoro. Ho risolto tutte le cose che non andavano [nella mia vita].»
Questo articolo fa eco a studi precedenti sulle motivazioni delle interazioni tra prole e genitori plasmate dal trauma, tra cui le aspettative elevate dei genitori (per es. [43]), la genitorialità severa (per es. [42]), l’obbligo della prole di accontentare i genitori (per es. [46]) e l’adultizzazione della prole (per es. [47]). Tuttavia, queste manifestazioni del trauma intergenerazionale potrebbero essere in parte mediate dalla cultura. Per esempio, ciò che potrebbe essere specifico delle esperienze delle persone figlie di boat people vietnamiti è che quasi tutte le interazioni disadattive di questo studio sembrano legate all’atteggiamento dei genitori vietnamiti nei confronti del valore della riuscita scolastica. È per questo che, quando cercavano un modo per accontentare i genitori, sceglievano di eccellere a scuola o di intraprendere la professione percepita come la più prestigiosa dalla comunità vietnamita (cfr. il racconto di Hieu). I genitori colpiti dal trauma proteggevano la prole dalle difficoltà costringendola a riuscire a scuola e applicando una genitorialità severa quando non si concentrava sullo studio. Huy non riusciva a trovare nulla di ciò che faceva che potesse soddisfare il padre, eppure cercava di eccellere a scuola, cosa che ha compreso più tardi, in età adulta. L’ossessione dei genitori per la riuscita scolastica potrebbe generare una tensione costante tra genitori e prole, dato che in Norvegia la scolarità dura almeno 12 anni durante l’infanzia. Di conseguenza, nel sostegno alle famiglie rifugiate, vale la pena considerare le motivazioni culturalmente plasmate che stanno dietro la genitorialità disadattiva, anziché limitarsi a cercare di modificarla.
Se le manifestazioni delle interazioni tra prole e genitori plasmate dal trauma sono mediate dalla cultura di appartenenza, in che misura queste interazioni si osservano in quella cultura quando l’impatto intergenerazionale del trauma è assente? Sebbene le manifestazioni del trauma intergenerazionale possano sembrare un semplice riflesso dei valori e delle pratiche delle famiglie vietnamite, indipendentemente dagli effetti del trauma, come la genitorialità severa o l’alto rendimento scolastico [77], la motivazione che le sostiene potrebbe essere diversa tra chi è segnato dagli effetti del trauma e chi non lo è. Innanzitutto, sebbene la cultura incoraggi bambine e bambini vietnamiti a ottenere alti risultati scolastici [78], uno dei nostri partecipanti (Hieu) ha scelto di studiare sodo per accontentare i genitori e ricompensarli delle loro difficoltà. Questa motivazione a ricompensare i genitori delle loro difficoltà trova eco in altre popolazioni colpite dal trauma [46]. Inoltre, un’ulteriore motivazione alla base della genitorialità severa o delle aspettative di alto rendimento scolastico vissute dalle persone partecipanti potrebbe essere il trauma non risolto dei genitori o le loro strategie per proteggere la prole dalle difficoltà. Questa genitorialità guidata dal trauma ha creato una grande confusione nelle persone partecipanti riguardo alla relazione con i genitori. In altre parole, se la natura delle interazioni tra prole e genitori è guidata sia dagli effetti intergenerazionali del trauma sia dai valori culturali vietnamiti, un segno probabile per distinguere tra chi è segnato dagli effetti del trauma e chi non lo è, all’interno dello stesso contesto culturale, è il fatto che figlie e figli vivano o meno una grande confusione nella relazione con i genitori e riguardo a sé stessi.
Pur avendo vissuto nell’infanzia interazioni disadattive con i genitori rifugiati, eredità della guerra e del trauma migratorio nella storia familiare, le persone adulte figlie di boat people vietnamiti sono riuscite a superare l’impatto intergenerazionale del trauma sviluppando un forte senso di coerenza.
In che modo lo sviluppo di un senso di coerenza aiuta a superare l’impatto intergenerazionale del trauma? Applicando il quadro dei sistemi familiari di Bowen [59,60], questo articolo sostiene che sviluppare un sé differenziato sia la via per superare gli effetti negativi della propria famiglia, invece di mantenere un sé confuso in cui la persona continua a essere diretta passivamente dalle influenze familiari, il che funge da meccanismo di ripetizione dei modelli segnati dal trauma da una generazione all’altra. Inoltre, il passaggio da un sé confuso (stato di malessere) nell’infanzia a un sé differenziato (con una salute e un benessere migliori) equivale al processo di rafforzamento del senso di coerenza, facilitato dalle risorse generali di resistenza (GRR). Questo studio offre quindi un percorso salutogenico, orientato all’intero arco di vita, per comprendere la guarigione dal trauma intergenerazionale.
È interessante notare che il passaggio a un senso di coerenza più forte, in tutte le persone adulte di questo studio, è iniziato prima di tutto con una distanza temporanea dai genitori: andando intenzionalmente via dalla casa d’infanzia, trovando un lavoro lontano da casa, oppure attraverso la naturale transizione verso l’età adulta, con la creazione di una propria famiglia o il compimento dei desideri dei genitori. Questa distanza temporanea dalle interazioni disadattive con i genitori è importante, perché offre alle persone adulte lo spazio per riconoscere che cosa sia davvero significativo per loro e per la loro vita, al di là delle aspettative o degli obblighi verso i genitori. In chi ha vissuto una genitorialità severa, la distanza fisica può aiutare a ritrovare calma e sicurezza nel mettere ordine nella propria vita, il che riecheggia le esperienze di alcune persone partecipanti a uno studio precedente ([46], p. 418). Inoltre, considerandolo alla luce della concezione del coping di Antonovsky [61], la distanza temporanea aiuta probabilmente a non dover affrontare fattori di stress che instaurano uno stato di tensione: la sfida è ancora presente, ma si acquisiscono maggiore gestibilità e controllo sulla situazione.
Inoltre, il sostegno sociale svolge un ruolo importante nell’aiutare la prole ad affrontare l’impatto intergenerazionale del trauma. Quando non riuscivano a trovare pace nella relazione con i genitori, su chi potevano appoggiarsi? È in quel momento che il sostegno, per esempio, di fratelli e sorelle, amicizie e insegnanti diventa molto importante. Queste risorse sociali compaiono nelle narrazioni delle persone adulte come figure di cui potevano fidarsi e alle quali potevano rivelare le proprie vulnerabilità e affrontarle (cfr. la storia di Hieu), o su cui appoggiarsi quando la relazione con i genitori era fonte di caos e di stress (cfr. il racconto di Ngoc). Ciò è in linea con la nozione di «altri legittimi» (legitimate others) di Antonovsky come risorsa per la salute ([62], pp. 17–18).
Tuttavia, in un caso di questo studio, la distanza temporanea e il sostegno sociale non sono bastati a superare l’impatto intergenerazionale del trauma. Huy non è riuscito a risolvere le difficoltà nella relazione con i genitori finché il padre non lo ha chiamato per chiedergli come stava e ha mostrato di riconoscere la sua passione di un tempo per il calcio. Ciò suggerisce che, quando la causa profonda di un’interazione di scarsa qualità tra genitori e prole risiede nei genitori, un cambiamento dei genitori può essere molto importante per la salute e il benessere di figlie e figli. Ciò è in linea anche con l’attuale approccio di intervento sul trauma intergenerazionale [15]: migliorare la genitorialità e le condizioni di salute dei genitori traumatizzati.
Non è facile stabilire quale delle tre componenti del SOC sia la più importante per le persone figlie di boat people vietnamiti nel superare l’impatto intergenerazionale del trauma. Secondo Antonovsky ([62], p. 22), la significatività è la componente più cruciale, perché funge da motivazione che porta la persona a considerare la propria sfida degna di essere affrontata. Tuttavia, tra le persone adulte di questo studio, alcune hanno evitato i genitori per quasi due decenni, senza alcuna motivazione a riavvicinarsi (per es. Huy, Ngoc). La motivazione a riavvicinarsi ai genitori, a passare del tempo con loro e a perdonarli per la severità del passato è emersa dopo che avevano sviluppato una comprensione approfondita di sé nella relazione con i genitori, della storia della famiglia e delle ragioni per cui i genitori avevano agito così, cioè quando la loro comprensibilità si era rafforzata, nel senso definito dalla teoria della salutogenesi. Si potrebbe però anche sostenere, ragionevolmente, che per queste figlie e questi figli di famiglie vietnamite riavvicinarsi alla famiglia sia sempre qualcosa di essenziale che desiderano fare, ed è per questo che non potevano semplicemente cancellare i legami con i genitori e sentirsi in pace, nemmeno vivendo lontano dalla famiglia. La loro motivazione (significatività) c’era sempre; semplicemente non sapevano ancora come fare, finché la comprensibilità di sé e della relazione con i genitori non è migliorata. Potrebbe essere un buon argomento. Tuttavia, se l’essenza della significatività è definita come la partecipazione attiva della persona nel ritenere una sfida, per quanto dolorosa, degna di essere affrontata, questo studio non mostra chiaramente che la significatività venga per prima in tale processo. Al contrario, alcune delle persone adulte (Huy, Ngoc, Hau) hanno scelto di evitare i genitori, percepiti come fonte di forti fattori di stress, e hanno svolto un ruolo attivo nel riavvicinarsi a loro dopo che la comprensione della propria situazione era migliorata, così che i fattori di stress (i genitori) sono stati poi percepiti come non stressanti.
La comprensibilità, in quanto componente del SOC nelle persone adulte figlie di boat people vietnamiti che sono riuscite a superare l’impatto intergenerazionale del trauma, comprende molteplici aspetti. Include la comprensione del trauma migratorio della famiglia, del modo in cui queste esperienze traumatiche hanno influenzato le interazioni dei genitori con la prole, di quale sia davvero il linguaggio d’amore dei genitori rifugiati, delle ragioni per cui i genitori hanno agito così nel nuovo paese e dei lati positivi della propria famiglia e della cultura d’origine. Questa comprensione può emergere dalle riflessioni personali sulle proprie esperienze di vita (per es. il racconto di Ngoc) oppure da un sostegno professionale o esterno (per es. figure professionali della psicologia e insegnanti nei racconti di Huy e Hieu). Una comprensione approfondita della propria famiglia e della propria cultura svolge poi un ruolo importante nel permettere alle persone figlie di boat people vietnamiti di dare un senso a sé stesse e alla propria vita e di trasformare la relazione con i genitori, il che contribuisce a sua volta alla loro salute e al loro benessere. Ciò è in linea con gli approcci di intervento psicologico esistenti per le famiglie segnate dal trauma [71,72]: rafforzare la capacità di interpretare pensieri e sentimenti legati al trauma e di dare un significato alle proprie esperienze.
Sebbene lo studio sia riuscito a raccogliere esperienze vissute ricche della prole di boat people vietnamiti, il numero ridotto di persone partecipanti e lo squilibrio di genere potrebbero limitare in una certa misura i modelli tematici. Il disegno iniziale dello studio, con diversi tipi di persone intervistate (le persone adulte figlie di boat people e le guide religiose) a fini di triangolazione [73], non ha ancora potuto essere applicato con successo a questo tema, il trauma intergenerazionale, le cui manifestazioni avvengono spesso all’interno delle interazioni familiari e possono non essere evidenti a osservatori esterni, come le guide religiose. Questo aspetto metodologico andrebbe considerato nei futuri disegni di ricerca. Inoltre, rispetto alle altre persone adulte, l’impatto negativo del trauma intergenerazionale vissuto da Hung sembrava leggermente meno intenso, il che suggerisce che non tutti i genitori esposti al trauma abbiano avuto un impatto negativo di pari livello sulla prole. Ciò è forse dovuto alla guarigione e alla resilienza dei genitori stessi, aspetto che questo studio non conferma e che potrebbe essere promettente per la ricerca futura, per esempio sulla resilienza intergenerazionale. Un punto di forza fondamentale di questo studio è la combinazione del concetto di sé differenziato della teoria dei sistemi familiari di Bowen [59,60] e del concetto di senso di coerenza della teoria della salutogenesi [61,62] per individuare una possibile soluzione e possibili percorsi per superare l’impatto intergenerazionale del trauma. Ciò è particolarmente significativo per chi è stato colpito dal trauma e cerca di andare avanti con coerenza, significato e salute. Contribuisce inoltre all’attuale approccio di intervento per le famiglie colpite dal trauma, spostando l’attenzione dagli interventi nell’infanzia sul trauma intergenerazionale [15] verso la costruzione di significato in età adulta e la differenziazione dalle influenze familiari disadattive. Il metodo analitico ibrido è un altro punto di forza dello studio. La parte deduttiva fornisce risultati ben inquadrati, mentre la parte induttiva genera intuizioni a partire da narrazioni ricche, alla ricerca di un inquadramento concettuale pertinente. Questo processo di analisi ibrido, con andirivieni tra dati e inquadramento concettuale, rafforza la credibilità della ricerca.
Questo studio suggerisce inoltre la necessità di un sostegno sanitario (per es. screening per individuare i bisogni, laboratori e spazi di dialogo per la riflessione) per le persone adulte figlie di persone rifugiate, così da aiutarle a comprendere meglio sé stesse in relazione alla cultura d’origine e alla storia di trauma della famiglia, come via per crescere oltre il trauma intergenerazionale. Il personale sanitario che sostiene le persone rifugiate dovrebbe essere consapevole che, sebbene la trasmissione del trauma intergenerazionale sia comune a diverse comunità, le sue espressioni possono essere in parte modellate dalla cultura della popolazione. Di conseguenza, i servizi sanitari (per es. consulenza, interventi familiari e interventi di comunità) per le popolazioni rifugiate dovrebbero essere erogati in modo culturalmente sensibile e adattato. Inoltre, nel sostenere le persone adulte figlie di persone rifugiate, per quanto dolorose siano state le loro esperienze, è molto importante aiutarle a trovare un significato in tali esperienze. Senza vedere alcun lato positivo nella propria situazione, senza trovare alcun significato nelle interazioni familiari disadattive dell’infanzia e senza rendersi conto che i genitori, in qualche modo, tengono davvero a loro, potrebbero non riuscire mai a sentirsi calme e in pace rispetto alla propria famiglia d’origine o al proprio passato. Naturalmente, l’ideale sarebbe che i genitori potessero cambiare o che la relazione tra genitori e prole potesse migliorare, ma ciò potrebbe non essere sempre possibile per le persone adulte, soprattutto se i genitori sono morti prima che potesse accadere.
Questo studio amplia la letteratura sul trauma intergenerazionale mettendo al centro le voci delle persone adulte figlie di boat people vietnamiti e illuminando il modo in cui le persone avanzano verso la salute nonostante abbiano subito interazioni familiari plasmate dal trauma. Pur radicati nel contesto storico e culturale specifico della migrazione forzata vietnamita, i risultati offrono indicazioni trasferibili su come il trauma intergenerazionale si mantenga e si trasformi in contesti culturali diversi. In tutte le narrazioni, il trauma intergenerazionale si è trasmesso non solo attraverso il racconto del trauma migratorio dei genitori, ma anche attraverso le interazioni quotidiane tra prole e genitori plasmate dal trauma, tra cui la genitorialità severa, le aspettative di alto rendimento, l’obbligo di ricompensare i genitori e l’adultizzazione. Questi meccanismi riecheggiano modelli documentati in altre popolazioni rifugiate, nonché nelle popolazioni indigene, in quelle sopravvissute all’Olocausto e in quelle colpite da conflitti, il che suggerisce che, sebbene le espressioni del trauma intergenerazionale siano culturalmente situate, i meccanismi di trasmissione del trauma siano strutturalmente coerenti da un contesto all’altro.
In modo decisivo, questo studio sposta l’attenzione verso una popolazione meno studiata ma di grande rilevanza: le persone adulte che non vivono più con la famiglia d’origine e che tuttavia continuano a portare l’eredità emotiva e relazionale del trauma, mantenuta attraverso le interazioni disadattive con i genitori nell’infanzia. I risultati suggeriscono che la guarigione in età adulta dall’impatto intergenerazionale del trauma non consiste nel cancellare i legami familiari, ma nello svolgere un ruolo attivo nel rielaborarli grazie a una comprensione più profonda, dando un senso al proprio passato. È così che avviene la differenziazione del sé rispetto all’impatto dei modelli disadattivi della famiglia d’origine. Si tratta anche di un processo di rafforzamento del senso di coerenza, a favore di una salute e di un benessere migliori, facilitato dalle risorse generali di resistenza.
Complexe Systémique: i punti chiave
Questo studio norvegese sposta lo sguardo: il trauma intergenerazionale non si gioca soltanto nell’infanzia e nella diade genitore–figlio; si rielabora in età adulta. Cinque persone figlie di boat people vietnamiti, oggi tra i trenta e i quarant’anni, descrivono aspettative scolastiche schiaccianti, botte, l’obbligo di ricompensare genitori che hanno perso tutto, l’adultizzazione. Ciò che ha permesso loro di liberarsene somiglia a ciò che Bowen chiama differenziazione del sé: una distanza temporanea, spesso fisica, poi una nuova comprensione della storia familiare e infine legami rielaborati, talvolta il perdono. Per la clinica, due lezioni. La distanza non è necessariamente una rottura: può preparare un ritorno. E comprendere il significato culturale e traumatico della durezza genitoriale apre più porte del semplice tentativo di correggerla; un cambiamento nel genitore stesso resta talvolta decisivo. I limiti sono chiari: cinque narrazioni, quattro delle quali di uomini, una codifica svolta da una sola persona e un quadro teorico che orienta in larga misura la lettura. Da leggere insieme alla revisione esplorativa sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate e allo studio sull’ambivalenza intergenerazionale e la differenziazione del sé.
Note dell’originale
Avvertenza/Nota dell’editore: Le affermazioni, le opinioni e i dati contenuti in tutte le pubblicazioni sono esclusivamente di chi le firma e di chi vi ha contribuito, e non di MDPI e/o della redazione. MDPI e/o la redazione declinano ogni responsabilità per eventuali danni a persone o cose derivanti da idee, metodi, istruzioni o prodotti menzionati nel contenuto.
Ringraziamenti. Ringraziamo Suha Ballout, University of Washington School of Nursing, per il generoso sostegno informale offerto nella fase finale di preparazione del manoscritto prima dell’invio, in particolare nel chiarire il contributo dell’articolo al campo del trauma e il suo contesto di salute pubblica.
Contributi. Concettualizzazione, Y.P. e M.D.; metodologia, Y.P. e M.D.; acquisizione dei finanziamenti, Y.P. e M.D.; analisi dei dati, Y.P.; scrittura (preparazione della prima stesura), Y.P.; scrittura (revisione e correzione), M.D. e Y.P.; supervisione, M.D. Chi firma l’articolo ha letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.
Dichiarazione del comitato etico. Lo studio è stato sottoposto a valutazione etica da SIKT (l’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca) prima della raccolta dei dati.
Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti allo studio.
Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Developing a Strong Sense of Coherence as a Pathway Beyond Intergenerational Trauma: Narratives of Adult Children of Vietnamese Boat Refugees, di Yen Pham e Marguerite Daniel, International Journal of Environmental Research and Public Health, vol. 23, no 2, 266 (2026), doi: 10.3390/ijerph23020266, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (tabelle presentate sotto forma di elenchi). Né chi firma l’articolo né l’editore sono responsabili di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «Developing a Strong Sense of Coherence as a Pathway Beyond Intergenerational Trauma: Narratives of Adult Children of Vietnamese Boat Refugees», pubblicato in International Journal of Environmental Research and Public Health (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Pham, Y., et Daniel, M. (2026). Developing a Strong Sense of Coherence as a Pathway Beyond Intergenerational Trauma: Narratives of Adult Children of Vietnamese Boat Refugees. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/developing-a-strong-sense-of-coherence-as-a-pathway-beyond-intergenerational-trauma (Opera originale pubblicata nel 2026 in International Journal of Environmental Research and Public Health, 23(2), 266 (2026); ripubblicata nel 2026 da International Journal of Environmental Research and Public Health, https://www.mdpi.com/1660-4601/23/2/266)
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