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Attachment & Human Development · Migrazione

Separazione tra genitori e figli alla frontiera e la via della riparazione: affrontare un fenomeno globale legato ai rifugiati

Tra il 2017 e il 2021, più di 5.000 minori sono stati separati dai genitori alla frontiera meridionale degli Stati Uniti, e oltre un migliaio non ha ancora ritrovato la propria famiglia. L’équipe del Child Trauma Research Program di San Francisco ripercorre ciò che otto decenni di ricerca sull’attaccamento, sullo stress e sull’istituzionalizzazione dicono di queste rotture, poi mostra, attraverso tre famiglie, come la Child-Parent Psychotherapy aiuti a ritessere il legame, anche con bambine e bambini più grandi e in un gruppo multifamiliare.

Autrici e autori Karen Jones-Mason, Vilma Reyes, Monica Noriega e Alicia F. Lieberman (Child Trauma Research Program, University of California, San Francisco, USA)Prima pubblicazione Attachment & Human Development, 23 settembre 2024Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Parent-child border separation and the road to repair: addressing a global refugee phenomenon, di Karen Jones-Mason, Vilma Reyes, Monica Noriega e Alicia F. Lieberman, pubblicato in Attachment & Human Development (Taylor & Francis) (2025), doi: 10.1080/14616734.2024.2401928, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La dichiarazione di fine articolo è riunita nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’impatto delle separazioni forzate tra genitori e figli è indiscutibile, e lo è anche la speranza di riparazione.

Karen Jones-Mason, Vilma Reyes, Monica Noriega e Alicia F. Lieberman

Abstract

In seguito alla politica di tolleranza zero (Zero-Tolerance Policy, ZTP) del Department of Homeland Security, dal 2017 al 2021 oltre 5.000 minori sono stati separati dai genitori alla frontiera meridionale degli Stati Uniti, e per oltre 1.000 di loro il ricongiungimento non è ancora confermato. Le separazioni avvengono inoltre ogni giorno a causa di retate dell’immigrazione, di procedure caotiche e del mutare delle politiche migratorie. Questo articolo affronta la questione più fondamentale per le famiglie che subiscono tali separazioni: come riparare legami di attaccamento recisi all’improvviso, in particolare in una popolazione probabilmente già traumatizzata. L’articolo aggiorna anzitutto chi legge sulla situazione delle separazioni negli Stati Uniti e offre una sintesi concisa delle conseguenze della separazione tra figli e genitori. Presenta poi la Child-Parent Psychotherapy (CPP) come intervento per le famiglie colpite. L’articolo applica inoltre, per la prima volta, la CPP a bambine e bambini più grandi e propone tre esempi clinici del suo impiego nel trattamento di famiglie separate. Infine, offre indicazioni generali per sostenere queste famiglie.

Parole chiave: attaccamento; trauma; separazione familiare; ricongiungimento; child-parent psychotherapy

La separazione familiare dovuta alla migrazione forzata e alla condizione di rifugiato è diventata un fenomeno globale che arreca danni duraturi alla salute fisica ed emotiva di un numero incalcolabile di minori in tutto il mondo. È urgente affrontare le conseguenze dannose della separazione tra figli e genitori con strategie di intervento volte a riparare l’impatto nocivo dell’attaccamento spezzato sul sano sviluppo infantile. Questo articolo persegue più obiettivi. In primo luogo, riassumiamo brevemente decenni di ricerca che documentano l’impatto devastante che una separazione familiare improvvisa può avere sull’infanzia. In secondo luogo, presentiamo tre esempi clinici in cui la Child-Parent Psychotherapy (CPP) è stata utilizzata come intervento basato sulle evidenze e centrato sulla relazione per ristabilire la fiducia nella relazione di attaccamento dopo il ricongiungimento tra figli e genitori. Infine, proponiamo raccomandazioni per aiutare il personale clinico a offrire interventi informati sulla relazione alle famiglie che hanno vissuto eventi traumatici nel paese d’origine e la separazione tra figli e genitori nei nuovi paesi di accoglienza. Speriamo che questo articolo ispiri chi lavora nei servizi e chi fa ricerca a collaborare allo sviluppo di un approccio coordinato per aiutare bambine, bambini e famiglie colpiti dal flagello delle separazioni legate alla migrazione.

Portata del problema

Si stima che negli Stati Uniti oltre 5.000 minori siano stati sottratti ai genitori in base alla politica di tolleranza zero (ZTP) introdotta dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti nel 2018,1 di cui circa 400 avevano meno di cinque anni e almeno 295 erano cittadini statunitensi.2 La ZTP stabiliva che ogni persona adulta che si presentasse alla frontiera degli Stati Uniti senza documenti fosse perseguita penalmente, anche se chiedeva asilo, e separata da tutti i minori che la accompagnavano. I primi rapporti indicavano che i minori erano stati trattenuti in media per 154 giorni, alcuni per un anno.3 La logica della politica era descritta come «deterrenza» (Soboroff, 2020).

La United States District Court del distretto meridionale della California ha ordinato al Department of Human Services (DHS) di cessare la separazione delle famiglie e ne ha disposto il ricongiungimento nella causa Ms. L., et al. v. ICE et al., (2018).4 Di recente, il tribunale federale ha approvato una transazione nella causa Ms L. et al., vs. ICE et al., (2023)5 che vieta per otto anni la pratica della separazione dei minori alle frontiere statunitensi.6 Dato questo limite temporale, la ZTP potrebbe essere applicata di nuovo alle frontiere degli Stati Uniti.

L’Interagency Task Force on the Reunification of Families (IATFRF) è stata istituita nel 2021 per individuare le famiglie separate tra il 20 gennaio 2017 e il 20 gennaio 2021 che dovevano ancora essere ricongiunte. A novembre 2023, l’IATFRF riferiva che oltre 3.147 minori erano stati ricongiunti, ma che per oltre 1.000 altri il ricongiungimento non era ancora confermato.7

Chi opera nei servizi, chi fa ricerca e l’opinione pubblica dovrebbero tenere presente che ogni giorno minori continuano a essere separati dai genitori per una varietà di circostanze. Per esempio, le separazioni avvengono quando le retate dell’immigrazione hanno luogo sul posto di lavoro del genitore, quando i minori arrivano alla frontiera con una persona adulta diversa da un genitore o dal tutore legale (per esempio un nonno o una nonna) e quando la Customs and Border Patrol (CBP) trattiene le famiglie separatamente e le rilascia in momenti e luoghi diversi.8 Profondamente preoccupante è anche la pratica di espellere un genitore all’insaputa dell’altro, che resta senza partner con i figli in un paese nuovo (Venta et al., 2024).

Va inoltre ricordato che, con il pretesto di proteggere la popolazione dal COVID-19, a partire dal 2020 l’amministrazione Trump ha espulso circa 16.000 minori non accompagnati in base alla norma Title 42 (1944) dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC). I tribunali federali hanno fermato questa pratica nel novembre 2020.9 Queste espulsioni erano improvvise ed eseguite senza alcun piano per la sicurezza dei minori. Anche dopo la fine delle espulsioni di minori non accompagnati, il Title 42 ha continuato a essere applicato a persone adulte e famiglie, con il risultato che migliaia di persone si sono accumulate in città di frontiera con alti livelli di violenza.10 Si stima che circa 3 milioni di persone siano state espulse in base alle restrizioni del Title 42, il che ha indotto alcune famiglie a mandare i figli da soli oltre la frontiera, negli Stati Uniti.11 Analogamente, politiche come il «Migrant Protection Protocol» ((MPP) (noto anche come protocollo «Remain in Mexico»)) obbligavano le famiglie a restare nelle città di frontiera in attesa dell’esito delle loro pratiche. Anche queste politiche hanno portato famiglie a mandare i figli da soli oltre la frontiera (Mercado et al., 2021; Venta et al., 2024). Più di recente, l’amministrazione ha emanato una «Proclamation»12 ai sensi delle sezioni 212(f) e 215(a) dell’Immigration and Nationality Act («INA») che stabilisce limiti rigorosi alle domande di asilo, autorizza l’espulsione di chi non esprime spontaneamente un timore e applica criteri più severi a chi chiede asilo. I minori non accompagnati sono esentati dalla proclamazione, il che accresce il rischio che le famiglie mandino di nuovo i figli da soli oltre la frontiera.

Purtroppo, come altri hanno osservato, non è la prima volta che negli Stati Uniti si verificano separazioni familiari (de la Pena et al., 2019). Durante la schiavitù, famiglie di tutta la diaspora africana venivano separate quando figli o genitori venivano venduti (Pargas, 2009; Sinha, 2022). Bambine e bambini nativi americani venivano sottratti alle famiglie e mandati in collegi nell’ambito del movimento volto a massacrare e colonizzare i popoli indigeni delle Americhe (Adams, 1995; Feir, 2016; Tafoya & Del Vecchio, 2005). Durante la Seconda guerra mondiale, le famiglie di statunitensi di origine giapponese furono allontanate con la forza dalle loro case e internate in campi; anche alcune famiglie vennero separate (Houston & Houston, 1973, Nagata et al., 2019).

Gli Stati Uniti non sono i soli a ricorrere a questa pratica. Separazioni familiari stanno avvenendo attualmente in molti luoghi del mondo. Per esempio, indagini recenti riferiscono che quasi 20.000 minori sono stati sottratti alle famiglie in Ucraina e trasferiti in Russia, il più piccolo dei quali avrebbe avuto circa 4 mesi.13 Inoltre, minori ucraini mandati a vivere presso parenti negli Stati Uniti sono stati separati alla frontiera perché non viaggiavano con i genitori.14 Organizzazioni per i diritti umani riferiscono che minori uiguri vengono separati dalle famiglie in Cina e collocati in istituti di «protezione dell’infanzia» e in collegi.15 Gli esempi abbondano, il che conferma l’attualità del tema di questo numero speciale.

Poiché le politiche che usano la separazione familiare come arma sono presenti e persistono in tutto il mondo, cresce il bisogno di cure tanto per il minore quanto per la famiglia. La CPP offre sostegno terapeutico e orientamento ai genitori per aiutare i figli a riprendersi da eventi devastanti come la violenza comunitaria e domestica, la morte di una figura di accudimento e la separazione in tempo di guerra o in altri eventi potenzialmente mortali. Il Child Trauma Research Program (CTRP) della University of California, San Francisco (UCSF) si è attivamente impegnato nella cura di minori separati dalle famiglie durante la ZTP e in seguito.

Conseguenze della separazione tra figli e genitori

Circa ottant’anni di ricerca hanno dimostrato non solo che le separazioni improvvise possono avere conseguenze evolutive catastrofiche per l’infanzia, ma che anche separazioni normative e relativamente brevi tra genitore e figlio o figlia possono avere effetti misurabili (Ainsworth et al., 1956; Bowlby, 1951, 1969 [1982]; Jones-Mason et al., 2019). Le ricerche pertinenti si trovano nella letteratura sull’attaccamento e negli studi su minori esposti all’istituzionalizzazione.

La teoria dell’attaccamento affonda le sue radici nello studio della separazione tra figli e genitori (Bowlby, 1969[1982]). La teoria dell’attaccamento è «… una teoria etologica e biologica che concepisce l’attaccamento come un istinto o un sistema comportamentale interno al bambino volto a mantenere la vicinanza a una fonte di sicurezza in cui svilupparsi, di solito, negli esseri umani, il genitore biologico» (Bowlby, 1969 [1982]; Jones-Mason et al., 2019, p. 3) Decenni di ricerca hanno stabilito che i legami di attaccamento sono necessari non solo alla sopravvivenza del lattante, ma anche allo sviluppo sociale ed emotivo e perfino alla salute fisica (Cassidy & Shaver, 2016; Sroufe, 2005). Le ricerche di John Bowlby, a partire dal suo rapporto per l’Organizzazione Mondiale della Sanità del 1951, hanno messo in luce gli effetti negativi della separazione infantile e coniato il termine «deprivazione materna» (Bowlby, 1951). Il suo film fondamentale con James Robertson, «A Two-Year-Old Goes To The Hospital» (Bowlby & Robertson, 1954), ha mostrato le reazioni emotive dell’infanzia alla separazione, tra cui dolore e rabbia, anche in separazioni normative come il ricovero ospedaliero della madre.

Bowlby ha infine pubblicato la sua teoria in tre volumi: Attachment (Bowlby 1969 [1982]), Separation: Anxiety and Anger (Bowlby 1973) e Loss: Sadness and Depression (Bowlby 1980). Bowlby e Robertson hanno individuato tre fasi che bambine e bambini attraversano quando sono separati dalle loro figure di accudimento primarie: protesta, disperazione e distacco. La protesta nasce dalla rabbia e dall’ansia per la separazione dal genitore, la disperazione dalla tristezza e dal lutto, e il distacco come risposta difensiva (Bowlby, 1973; Bretherton, 1992) Le sue osservazioni hanno mostrato che i minori manifestano reazioni emotive intense alla separazione, come pianto prolungato e cambiamenti comportamentali quali dondolamento o immobilità, mentre il ricongiungimento comporta di solito un distacco iniziale seguito da ambivalenza (Bowlby, 1973).

Studi successivi hanno confermato le osservazioni di Bowlby, mostrando effetti persistenti della separazione sul comportamento e sulla salute dei minori (Ainsworth et al., 1956; Heinicke, 1956; Robertson & Robertson, 1971). Le ricerche su persone adulte separate dai genitori durante la Seconda guerra mondiale hanno indicato effetti a lungo termine, tra cui risposte allo stress accentuate, disturbi psichiatrici e problemi di salute rilevati sessant’anni dopo (Eriksson et al., 2014; Pesonen & Raikkonen, 2012). Difficoltà simili si osservano nei minori che subiscono separazioni alla frontiera, in parallelo con le esperienze dei minori evacuati durante la Seconda guerra mondiale (per esempio, lasciare un luogo di grande pericolo senza necessariamente capire che cosa stesse succedendo né perché, e senza la certezza di rivedere un giorno i genitori) (Jones-Mason et al., 2019). Questi studi sottolineano l’influenza duratura delle relazioni di attaccamento interrotte sul benessere mentale e fisico attraverso le generazioni.

L’attaccamento è una teoria della regolazione. La teoria dell’attaccamento, radicata nel lavoro di Bowlby, afferma che la relazione tra la figura di accudimento e il minore influenza profondamente la regolazione emotiva e comportamentale di quest’ultimo (Bowlby, 1973). Secondo Bowlby, vi sono tre idee chiave riguardo all’autoregolazione infantile: in primo luogo, i minori che si fidano delle proprie figure di accudimento hanno meno probabilità di provare una paura intensa; in secondo luogo, le aspettative sulla disponibilità della figura di accudimento si formano durante un periodo sensibile che va all’incirca dai sei mesi ai cinque anni; in terzo luogo, queste aspettative formano un modello operativo interno (MOI) che guida i comportamenti del minore (Bowlby, 1973). Bowlby ipotizzava che una delle cause principali dell’ansia nella prima infanzia derivi da esperienze che minano le aspettative sulla disponibilità della figura di accudimento, tra cui possono rientrare separazioni effettive associate a cure sostitutive incoerenti e a un’educazione in istituto (anche in istituti «ben gestiti»).

Altri studiosi e studiose hanno suggerito che i minori sviluppano capacità di autoregolazione elaborando strategie di attaccamento per mantenere la vicinanza alle figure di accudimento; i minori sicuri comunicano apertamente, quelli evitanti sopprimono il disagio e quelli resistenti cercano un’attenzione eccessiva (Cassidy, 1994; Main, 1981; Main & Hesse, 1990). La classificazione disorganizzata si applica ai lattanti che non mostrano un modello coerente di comportamenti di attaccamento; il termine disorganizzato si riferisce in realtà a un crollo delle strategie di attaccamento che organizzano le risposte al bisogno di conforto e di sicurezza in condizioni di stress. I comportamenti disorganizzati sono considerati idiosincratici, propri di ciascun minore (Main & Hesse, 1990; Solomon & George, 2016).

La ricerca indica che l’attaccamento influenza i sistemi di regolazione biologica, tra cui il sistema nervoso autonomo (SNA), l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) e le funzioni epigenetiche, con effetti sulle risposte allo stress e sugli esiti di salute (Asok et al., 2013; Beach et al., 2016; E. Chen et al., 2011; Shonkoff et al., 2012). Queste attività biologiche dipendono, per uno sviluppo normativo, da stimoli esperienziali forniti in parte dalla relazione di accudimento, e sono ritenute meccanismi fisiologici chiave attraverso cui lo stress influisce sugli esiti di salute (cioè «penetra sotto la pelle»(Soares et al., 2021).

La risposta allo stress coinvolge diversi di questi sistemi, tra cui le branche parasimpatica (SNP) e simpatica (SNS) del sistema nervoso autonomo (SNA), nonché funzioni neuroendocrine, metaboliche e immunitarie. Due risposte allo stress principali sono il sistema simpatico-adreno-midollare (SAM), che fa parte della branca simpatica del sistema nervoso autonomo (SNA), e l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA) (Gunnar & Vazquez, 2006). La figura 1 presenta una breve sintesi della risposta SAM e HPA. La risposta allo stress si è sviluppata per aiutare gli individui a fuggire da predatori o da minacce immediate, ma era concepita per attivarsi solo per una breve durata. Quando lo stress è cronico e/o soverchiante, può diventare tossico (Sapolsky, 2004). Gli studi esistenti indicano che l’attivazione persistente della risposta allo stress contribuisce a spiegare i legami tra avversità precoci ed esiti sul piano dello sviluppo o della malattia (Bengtsson et al., 2023; Chiang et al., 2023; Danese & McEwen, 2012; Laurent & Powers, 2007). Si ritiene in generale che la relazione di attaccamento svolga un ruolo centrale nel porre fine alla risposta allo stress e, quindi, nel fare da «cuscinetto» che protegge le persone dall’impatto negativo dello stress cronico sulla salute (Gunnar, 2017; Gunnar et al., 2015).

La risposta allo stress*.
Figura 1. La risposta allo stress*.

Studi sull’essere umano e sugli animali suggeriscono che la relazione di attaccamento plasmi la regolazione dell’asse HPA (Albers et al., 2008; Berry et al., 2017; Bosquet Enlow et al., 2014; Braarud & Stormark, 2006; Gunnar, Brodersen, Krueger, et al., 1996; Hostinar et al., 2014; Martinez-Torteya et al., 2014; Meaney & Szyf, 2005; Mills-Koonce et al., 2009; Nachmias et al., 1996). Le ricerche sulla prole umana indicano che, nelle prime fasi della vita, livelli ridotti di sensibilità genitoriale sono correlati a livelli elevati di cortisolo durante attività come il bagnetto (Albers et al., 2008) o il cambio del pannolino (Morelius et al., 2007).

Anche separazioni brevi o il disimpegno genitoriale possono innescare risposte allo stress nei minori e influire sulla risposta allo stress dell’asse HPA o del SNA (Bosquet Enlow et al., 2014; Bush et al., 2017; Conradt & Ablow, 2010; Jones-Mason et al., 2018, 2023; Moore & Calkins, 2004). Va notato che generazioni di studi sugli animali hanno anch’esse riportato legami tra separazione dai genitori e cambiamenti nella regolazione del cortisolo (Feng et al., 2011; Stanton & Levine, 1985; Zhang, 2017). Anche quando il genitore è semplicemente non responsivo o non disponibile per un breve periodo, i lattanti umani presentano alterazioni della funzione HPA. Per esempio, gli studi basati sul paradigma dello Still-Face (Still-Face Paradigm, SFP) riportano aumenti del cortisolo nei lattanti dopo appena due minuti di semplice disimpegno genitoriale (Grant et al., 2009). Benché separazione e disimpegno non siano la stessa cosa, la misura dimostra quanto rapidamente si attivi la risposta allo stress quando il genitore è soltanto inaccessibile. Gli studi sull’attaccamento che misurano le risposte dei lattanti durante la fase di separazione dal genitore della Strange Situation Procedure (SSP) (Ainsworth et al., 1978) indicano che i minori presentano aumenti misurabili del cortisolo (Gunnar, Brodersen, Nachmias, et al., 1996; Nachmias et al., 1996; Spangler et al., 1994). Una genitorialità sensibile e attaccamenti sicuri (che suggeriscono relazioni in cui i genitori erano disponibili e responsivi) sono correlati a una minore reattività del cortisolo e a una migliore regolazione dello stress di fronte a prove come l’assenza del genitore o le procedure mediche (Bosquet Enlow et al., 2014; Feldman, 2009; Feldman et al., 2010; Grant et al., 2009; A. B. Johnson et al., 2018; Letourneau et al., 2011; Wagner et al., 2019). Inoltre, uno degli studi sulle persone evacuate ha riportato, sessant’anni dopo, una maggiore reattività del cortisolo nelle persone adulte separate dai genitori nell’infanzia durante la Seconda guerra mondiale rispetto a quelle che non lo erano state (Eriksson et al., 2014).

L’attaccamento contribuisce anche a plasmare il SNA

In generale, quando provano disagio, i minori con attaccamento sicuro, avendo imparato a fidarsi delle risposte dei genitori, mostrano un’attivazione del SNA più bassa e una reattività allo stress più adattabile rispetto ai minori con attaccamento insicuro (Jones-Mason et al., 2018). I minori con figure di accudimento incoerenti o non responsive si riprendono dal disagio lentamente o non si riprendono affatto (Jones-Mason et al., 2018, 2023).

Più precisamente, un’attività parasimpatica a riposo più elevata (misurata attraverso l’aritmia sinusale respiratoria, RSA) e una diminuzione della RSA sotto stress sono considerate segni positivi di regolazione sociale ed emotiva (Jones-Mason et al., 2018). I lattanti di genitori molto sensibili tendono ad avere livelli di RSA a riposo più elevati rispetto a quelli di genitori meno sensibili (M. Johnson et al., 2017; Kaplan et al., 2008; Kohler-Dauner et al., 2022). I lattanti con attaccamento sicuro, in situazioni di gioco libero, mostrano una RSA più elevata e un’attività del SNS più bassa (Kohler-Dauner et al., 2022). I lattanti con attaccamento insicuro mostrano una maggiore reattività della RSA durante i ricongiungimenti con i genitori (Groh & Narayan, 2019). Una ricerca recente ha inoltre rilevato che una genitorialità sensibile nei momenti di difficoltà è associata a una minore reattività del SNP e a un migliore recupero del SNP e del SNS (Jones-Mason et al., 2023).

La funzione del SNA nei minori durante procedure di separazione come la SSP è risultata variabile, ma diversi studi mettono in evidenza differenze significative. Per esempio, Sroufe e Waters (1977) hanno rilevato che, sebbene tutti i minori presentassero un aumento della frequenza cardiaca durante la SSP, quelli con attaccamento sicuro mostravano il recupero più rapido della frequenza cardiaca al ricongiungimento con la madre rispetto a quelli con attaccamento insicuro. I lattanti disorganizzati presentavano frequenze cardiache più elevate sia quando erano soli sia quando erano con una figura di attaccamento (Spangler & Grossmann, 1993; Willemsen-Swinkels et al., 2000). I lattanti evitanti mostravano un maggiore ritiro del SNP, indice di un carico allostatico più elevato (Hill-Soderlund et al., 2008). In un campione di minori in affido familiare, quelli con una storia di trascuratezza presentavano la reattività del SNS più elevata durante la SSP (Oosterman et al., 2010). I minori con attaccamento disordinato (termine usato per indicare sia le classificazioni disorganizzato-controllante sia le classificazioni insicuro-altro) mostravano risposte del SNS più elevate per tutta la durata della SSP, con andamenti della RSA diversi da quelli dei minori con attaccamento ordinato, che mostravano una diminuzione della RSA alla prima separazione e un aumento al secondo ricongiungimento. Questi studi indicano che sia la mancanza di responsività o di disponibilità propria di una genitorialità poco sensibile sia l’assenza effettiva del genitore innescano una risposta del SNA nei minori.

In conclusione, molteplici risposte allo stress sembrano essere influenzate o plasmate dalle esperienze vissute all’interno della relazione di attaccamento. Questi studi suggeriscono che anche separazioni brevi o il disimpegno genitoriale in condizioni controllate possono incidere sui sistemi di regolazione dello stress, come l’asse HPA e il SNA. La separazione dai genitori può tradursi in un’attivazione cronica della risposta allo stress, o «stress tossico». Lo stress tossico esercita un grave impatto fisiologico sul cervello in via di sviluppo e su altri sistemi biologici, il che può dar luogo a un ampio spettro di problemi di salute e di sviluppo (Eriksson et al., 2014; Pesonen & Raikkonen, 2012; Shonkoff, 2019).

Istituzionalizzazione e deprivazione

I minori separati con la forza dai genitori a causa delle politiche migratorie possono andare incontro a gravi forme di deprivazione durante la separazione. La letteratura sulla deprivazione infantile è pertinente per i minori separati alla frontiera, che subiscono il doppio impatto della separazione e della deprivazione. Un amicus brief presentato a nome dei minori trattenuti in un campo di detenzione del Texas spiegava:

[Visite recenti presso] la struttura della CBP di Clint, in Texas, nel settore di El Paso, hanno rilevato che almeno 250 tra lattanti, minori e adolescenti erano trattenuti nella struttura, alcuni da quasi un mese. Alcuni dei minori non avevano fatto la doccia né il bagno né ricevuto un cambio di vestiti puliti dal loro arrivo nella struttura, e avevano un accesso insufficiente a sapone e spazzolini da denti. I minori erano sporchi e indossavano vestiti coperti di fluidi corporei, tra cui urina. Ricevevano cibo insufficiente ed erano costretti a dormire su freddi pavimenti di cemento. Almeno 15 minori nella struttura avevano l’influenza e altri 10 erano tenuti in quarantena medica. A minori di appena sette o otto anni veniva chiesto di occuparsi di piccolissimi che avevano appena conosciuto.»16 (Brief of Amicus, Flores vs Barr, 2019, pp. 4-5)

Un recente rapporto sui minori di età compresa tra 6 mesi e 18 anni trattenuti presso il Karnes County Family Residential Center (KCFRC) tra giugno 2018 e ottobre 2020 ha rivelato condizioni preoccupanti. Nonostante l’accordo federale Flores, che stabilisce standard di sicurezza per i minori in detenzione, la durata mediana del soggiorno era di 43 giorni, oltre i limiti previsti. Il rapporto segnalava gravi problemi di salute tra i minori, tra cui deperimento da moderato a grave (4,3%), rischio di malnutrizione (11,7%), arresto della crescita (22,6%) e grave arresto della crescita (5,5%), senza alcun intervento documentato per affrontare questi problemi. Le barriere linguistiche erano evidenti, con un ricorso minimo agli interpreti, il che incideva sull’ambiente di cura. Le condizioni descritte nell’amicus brief e nel recente rapporto medico suggeriscono che i minori, anche i lattanti più piccoli, stanno vivendo quella che appare come una deprivazione, e che ciò avviene in un periodo molto sensibile per lo sviluppo. Gli studi sugli istituti che esaminano l’impatto della deprivazione sono quindi pertinenti in questa sede.

Sebbene una rassegna completa degli studi sulla deprivazione istituzionale vada oltre gli scopi di questo articolo (per una sintesi degli studi sugli istituti si vedano Jones-Mason et al., 2019; Nelson & Fox, 2014), ne offriamo una breve panoramica per illustrare l’impatto di queste condizioni e la loro pertinenza per i minori separati alla frontiera. Già negli anni Trenta, studiosi come René Spitz e William Goldfarb avevano rilevato il profondo impatto evolutivo dell’allevamento in istituto, inclusa una devastante vulnerabilità alle malattie e alla morte (Goldfarb, 1943; Spitz, 1945, 1946). Oggi le stime del numero di minori accolti in istituto variano da 3,18 a 9,42 milioni (Desmond et al., 2020).

La ricerca mostra in modo coerente che l’istituzionalizzazione incide negativamente sullo sviluppo infantile, portando a una cognizione compromessa, a difficoltà di linguaggio, a ritardi di crescita e a problemi sociali e comportamentali (Bick, Fox, et al., 2017; Bick, Luyster, et al., 2017; Bos et al., 2009; Fox et al., 2011; D. E. Johnson et al., 2010; Kreppner et al., 2001, 2007; Li et al., 2017; Perry & Donzella, 2023; Roy et al., 2000; Wade et al., 2022; Windsor et al., 2011)

I minori istituzionalizzati presentano di solito un QI più basso rispetto a quelli in affido familiare (van IJzendoorn et al., 2008). Per esempio, uno studio britannico che ha seguito 165 minori dopo l’istituzionalizzazione ha rilevato gradi diversi di compromissione cognitiva in funzione della durata: meno di 6 mesi (tasso di compromissione del 2,3%), 6–24 mesi (12,0%) e 24–42 mesi (32,6%) (Rutter et al., 2004). La ricerca evidenzia anche un arresto della crescita nei lattanti e nella prima infanzia in istituto, e uno studio indica che si può perdere circa un mese di crescita lineare ogni 2–3 mesi trascorsi in istituto (Miller & Hendrie, 2000; Pollak et al., 2010). Anche quando i bisogni materiali sono soddisfatti, i minori istituzionalizzati possono subire un arresto della crescita in ambienti socialmente ed emotivamente deprivati (Sonuga-Barke et al., 2010). Gli effetti a lungo termine comprendono sintomi come comportamenti antisociali, ansia accentuata e difficoltà emotive persistenti fino all’adolescenza (Hodges & Tizard, 1989a, 1989b).

Studi recenti hanno approfondito l’impatto dell’istituzionalizzazione sullo sviluppo cerebrale, rivelando differenze strutturali e funzionali rispetto a coetanei non istituzionalizzati (Nelson & Fox, 2014). Gli studi di neuroimmagine mostrano un volume cerebrale ridotto e anomalie nei fasci di sostanza bianca, che possono incidere sul funzionamento neurocognitivo e comportamentale dei minori istituzionalizzati (Behen et al., 2009; Herzberg et al., 2018). Gli studi EEG suggeriscono somiglianze tra i minori istituzionalizzati e quelli con ADHD (Marshall et al., 2004). Studi longitudinali come il Bucharest Early Intervention Project (BEIP) dimostrano gli effetti duraturi dell’istituzionalizzazione fino all’adolescenza, con differenze persistenti nella struttura cerebrale (per esempio un minore volume di sostanza grigia e bianca) e nel funzionamento cognitivo (Sheridan et al., 2022; Wade et al., 2019). Inoltre, nei minori con esperienza di istituto si osservano alterazioni dei sistemi di risposta allo stress, come l’asse HPA e il SNA, con implicazioni per il loro benessere fisiologico e psicologico (Esposito, Koss, et al., 2016; Gunnar et al., 2001; Perry et al., 2022; Shirtcliff et al., 2021).

Un recente studio qualitativo ha intervistato minori che erano stati istituzionalizzati pur avendo una famiglia, principalmente per fattori economici (come la monogenitorialità o le difficoltà finanziarie) e sociali (come il divorzio, l’abuso di sostanze e la violenza domestica) (Ismayilova et al., 2023). Condotto con minori di età compresa tra 8 e 16 anni, intervistati dopo il ricongiungimento o durante visite domiciliari, lo studio coglie la loro esperienza dell’istituzionalizzazione e del trauma della separazione. I minori esprimevano tristezza, nostalgia delle figure di accudimento e sentimenti di abbandono (Ismayilova et al., p. 6–7). Una parte di loro nutriva risentimento e distacco verso i genitori e mostrava ottundimento emotivo o comportamenti aggressivi (Ismayilova et al., p. 8, 11). Descrivevano gli istituti come eccessivamente irreggimentati, privi di stimoli e con un’istruzione inadeguata, riferendo episodi di violenza e una riservatezza minima (Ismayilova et al., p. 8–9). Alla fine dello studio, un minore aveva un messaggio per i genitori: «Il mio consiglio ai genitori è di non mandare i figli negli istituti» (Ismayilova et al., 2023, p. 9).

In conclusione, la ricerca sottolinea in modo coerente l’impatto profondo e duraturo dell’istituzionalizzazione sullo sviluppo infantile in molteplici ambiti, il che rende necessari un sostegno e interventi completi per questa popolazione vulnerabile.

Telomeri ed epigenetica

Indagini recenti hanno messo in luce legami tra le esperienze genitoriali e i processi cellulari, concentrandosi in particolare sui telomeri e sulla regolazione genetica. I telomeri, segmenti ripetitivi di DNA situati alle estremità dei cromosomi, svolgono un ruolo cruciale nella replicazione e nella stabilità del DNA (Blackburn & Epel, 2017). I telomeri si accorciano a ogni divisione cellulare fino a raggiungere una lunghezza critica che arresta ulteriori divisioni e porta alla morte cellulare. Numerosi studi hanno associato telomeri più corti a vari fattori di rischio per la salute come il fumo, il consumo di alcol, l’obesità e lo stress cronico (Buxton et al., 2011; Epel et al., 2004; Strandberg et al., 2012; Valdes et al., 2005). Anche i comportamenti genitoriali sono stati associati alla lunghezza dei telomeri: uno studio indica che la responsività genitoriale moderava l’associazione tra lunghezza dei telomeri e status socioeconomico, con telomeri più lunghi solo nei minori che vivevano in ambienti con poche risorse (Asok et al., 2013). Altri studi hanno rilevato associazioni tra telomeri più corti e un lungo periodo di cura in istituto durante l’infanzia (Drury et al., 2012), la perdita del padre per morte, incarcerazione o varie altre cause (Mitchell et al., 2017) e la migrazione dei genitori (correlata a sintomi internalizzanti ed esternalizzanti più elevati) (X. X. Chen et al., 2019). Uno studio recente ha riportato che giovani adottati con precedente esperienza di istituto avevano telomeri più corti e livelli più elevati di sintomi depressivi rispetto a minori che avevano sempre vissuto con la propria famiglia (Heleniak et al., 2023). Va notato che, poiché l’età dell’adozione non prediceva la lunghezza dei telomeri, chi ha condotto lo studio ha ritenuto che il risultato potesse derivare dall’esperienza stessa dell’istituzionalizzazione piuttosto che dalla durata della permanenza in istituto (Heleniak et al., 2023).

Infine, una ricerca condotta in Cina su minori separati dai genitori a causa della migrazione dalle zone agricole ha esaminato la lunghezza dei telomeri in tre gruppi: minori i cui genitori si erano allontanati per più di sei mesi all’anno quando avevano meno di 6 anni (separazione nella prima infanzia), minori separati in modo continuativo dalla nascita (separazione prolungata) e minori i cui genitori non si erano mai allontanati (Wang et al., 2023). I telomeri sono stati misurati due volte, a un anno di distanza. I minori che avevano vissuto una separazione prolungata avevano telomeri significativamente più corti dei minori mai separati. Non è stata rilevata alcuna differenza nella lunghezza dei telomeri tra i minori che avevano vissuto una separazione nella prima infanzia ma si erano ricongiunti durante l’adolescenza e i minori mai separati. Secondo chi ha condotto lo studio, questi risultati suggeriscono che l’adolescenza possa essere un periodo di sensibilità evolutiva e possa quindi offrire l’occasione di proteggere i minori più grandi dagli effetti della separazione dai genitori (Fuhrmann et al., 2015). Lo studio non indica se i minori partecipanti avessero vissuto alcuno degli altri gravi traumi subiti dai minori alla frontiera, ma il personale clinico può tenere presente che l’adolescenza può essere un periodo sensibile e quindi un momento importante per intervenire. Questi risultati suggeriscono che la responsività genitoriale, la separazione e l’istituzionalizzazione incidono sulla lunghezza dei telomeri, soprattutto nelle prime fasi della vita.

La regolazione epigenetica comprende i processi che influenzano l’espressione genica e la plasticità fenotipica senza alterare le sequenze del DNA (Ashe et al., 2021). I cambiamenti epigenetici, in particolare la metilazione del DNA, regolano l’espressione genica modificando i cromosomi (Rahat et al., 2023). La metilazione del DNA, un marcatore epigenetico stabile, rappresenta un punto cruciale in cui le esperienze ambientali si intrecciano con la neurobiologia (Ellis et al., 2011). Le prime ricerche sui roditori hanno dimostrato che la separazione materna durante periodi sensibili dello sviluppo altera la metilazione del DNA e l’espressione genica, in particolare nelle aree legate alla regolazione dello stress e allo sviluppo cerebrale (Anier et al., 2014; Meaney, 2001; Meaney & Szyf, 2005; Meaney et al., 2007; Weaver et al., 2004; Zaidan et al., 2023). Gli studi esistenti suggeriscono che la responsività della figura di accudimento influenzi la regolazione genica (Beach et al., 2015; Bock et al., 2014; E. Chen et al., 2011; Jones-Mason et al., 2016; Kang et al., 2013; Provenzi et al., 2020; van IJzendoorn et al., 2010) (per una rassegna degli studi epigenetici legati alla psicopatologia e allo sviluppo si veda O’Donnell e Meaney (2020)).

Negli studi su minori istituzionalizzati, una metilazione differenziale di geni associati a una funzione immunitaria compromessa e allo sviluppo cerebrale è stata osservata in minori di quattro anni che vivevano in orfanotrofio rispetto a coetanei cresciuti in famiglia (Naumova et al., 2019); in minori in età scolare che vivevano in istituto rispetto a minori cresciuti dalla famiglia biologica (Naumova et al., 2012); in minori adottati con esperienza di istituto rispetto a minori cresciuti nella famiglia d’origine (Esposito, Jones, et al., 2016); e in minori adottati con un’esperienza di istituto lunga o breve rispetto a coetanei adottati senza esperienza di istituto (Kumsta et al., 2016). Inoltre, studi come il BEIP hanno indicato una correlazione negativa tra la durata dell’istituzionalizzazione e i livelli di metilazione di due geni legati allo stress (Non et al., 2016).

Che cosa può aspettarsi di incontrare il personale clinico nelle famiglie che sono state separate? Come è stato sottolineato da più parti, le famiglie che arrivano alla frontiera meridionale degli Stati Uniti fuggono spesso da guerre, violenze domestiche o comunitarie, sconvolgimenti politici o economici, e talvolta da tutto questo insieme (Office of Inspector General, 2019). Di conseguenza, figli e genitori portano i segni fisiologici ed emotivi di molteplici esposizioni traumatiche. Poi, a un certo punto, subito dopo l’arrivo alla frontiera, il minore viene sottratto alla sua unica fonte di sicurezza: la figura di accudimento. Può ritrovarsi terrorizzato, affamato, infreddolito e solo in una stanza, accudito soltanto da altri minori, e infine affidato a estranei. Sulla base delle ricerche qui presentate, quale sarebbe l’impatto bio-psico-sociale della separazione sul minore? I primi studi di Bowlby e di altri suggeriscono che, una volta allontanati, i minori inizieranno il processo di protesta, disperazione e distacco. Le registrazioni audio presentate al Congresso, in cui si sentono minori alla frontiera piangere chiamando i genitori, dimostrano dolorosamente la protesta.17 Gli studi sul SNA stabiliscono che, quando una figura di attaccamento semplicemente si disimpegna, anche per un periodo molto breve, si rilevano differenze misurabili nella reattività del SNS, del SNP e del cortisolo (Conradt & Ablow, 2010; Jones-Mason et al., 2023). Di conseguenza, al momento dell’allontanamento il minore protesterà, l’amigdala invierà segnali all’ipotalamo, che a sua volta invierà segnali alle ghiandole surrenali, le quali produrranno adrenalina. L’aumento dell’adrenalina stimolerà un aumento della frequenza cardiaca, della pressione sanguigna e della respirazione, e una diminuzione della digestione (Jones-Mason et al., 2019). In questo stato di stress elevato aumenteranno anche i livelli di cortisolo, le pupille si dilateranno, i vasi sanguigni dei muscoli si dilateranno mentre quelli di altre parti del corpo si restringeranno, potranno comparire perdita dell’udito e visione a tunnel, e il sistema immunitario e quello riproduttivo verranno soppressi (Bhushan et al., 2020; Jones-Mason et al., 2019; Lovallo et al., 2010; Sapolsky, 2004). Senza una figura di attaccamento che faccia da cuscinetto, la risposta allo stress probabilmente proseguirà e le conseguenze potrebbero includere immunosoppressione, disturbi riproduttivi, problemi del tratto digerente (per esempio ulcere, arresto della crescita), malattie cardiovascolari, osteoporosi, diabete a esordio tardivo, obesità e invecchiamento accelerato (Bhushan et al., 2020). Come hanno mostrato Bowlby e altri, anche quando i minori venivano separati dai genitori per ragioni normative, come la nascita di un fratellino o di una sorellina, al ricongiungimento mostravano rabbia, crisi e disfunzioni della regolazione che talvolta duravano anni. Chi viene allontanato dalle figure di attaccamento abbastanza a lungo può staccarsene del tutto. Purtroppo, ci sono ancora minori separati da anni, di fatto orfani. Infine, come mostrano gli studi sulle persone evacuate, l’impatto sulla salute e sul funzionamento psicosociale potrebbe essere rilevabile anche sessant’anni dopo. In altre parole, senza intervento, l’impatto fisiologico e psicologico della separazione può durare tutta la vita.

Può essere utile notare anche che un numero ridotto ma relativamente recente di studi ha documentato lo stato di salute di famiglie e giovani alla frontiera. Uno studio ha riferito che, su 17 persone adulte, tutte tranne due soddisfacevano i criteri del PTSD (le altre due presentavano sintomi suggestivi di trauma) e che, su 9 minori, tutti tranne due soddisfacevano i criteri del PTSD (PHR, 2020). Molte di queste persone avevano anche diagnosi di depressione e di ansia. I minori, inoltre, «… manifestavano reazioni che includevano regressione nei comportamenti adeguati all’età, pianto, rifiuto del cibo, incubi e altre difficoltà del sonno, perdita di tappe evolutive acquisite, nonché il bisogno di aggrapparsi ai genitori e la paura dopo il ricongiungimento con loro» (PHR, 2020, p. 4). Sono sintomi individuati da Bowlby e da altri agli albori della ricerca sull’attaccamento. Un altro studio ha riportato una sintomatologia da PTSD in una coorte di studenti e studentesse delle scuole superiori le cui famiglie erano immigrate circa due anni prima; il 60% superava i punteggi soglia clinici (Venta & Mercado, 2019). Lo stesso studio ha riportato risultati simili in una coorte di figure di accudimento appena arrivate negli Stati Uniti; il 60% dei minori aveva punteggi superiori ai punteggi soglia clinici per l’esposizione al trauma. Un altro studio ha esaminato l’esposizione al trauma e ad altre esperienze di vita avverse (adverse life experiences, ALE) tra i giovani non accompagnati negli Stati Uniti (Cardoso, 2018). Cardoso (2018) ha confermato che i giovani non accompagnati sono esposti ad ALE in più momenti della migrazione, tra cui nel paese d’origine, durante il viaggio e dopo l’arrivo nel paese di accoglienza. Queste esperienze includono violenza estrema, abusi fisici e sessuali, abbandono, violenza di Stato, tortura e rapimento. Tra questi giovani, il 56,7% soddisfaceva i criteri del disturbo da stress post-traumatico, il 30% quelli del disturbo depressivo maggiore e il 30% riferiva di aver avuto pensieri suicidari nell’ultimo anno. I giovani erano inoltre costantemente esposti a eventi traumatici come la separazione familiare, la violenza in famiglia e nella comunità, un sostegno istituzionale inadeguato e una povertà diffusa. Va notato che diversi studi hanno confermato che i minori che arrivano alla frontiera degli Stati Uniti sono stati esposti a tassi estremamente elevati di eventi traumatici, come la violenza emotiva, fisica e sessuale, con depressione, ansia e PTSD oltre i punteggi soglia clinici (Bamford et al., 2021; Cohodes et al., 2021; Mercado et al., 2024; Silva et al., 2022).

Le ricerche esposte sopra suggeriscono che la cura di queste famiglie è fondamentale. Ci si chiede se alcuni di questi esiti evolutivi negativi possano essere invertiti. In altre parole, come aiutare queste famiglie?

Interventi basati sulle evidenze per affrontare le separazioni tra genitori e figli legate all’immigrazione: la Child-Parent Psychotherapy

La Child-Parent Psychotherapy (CPP) (Lieberman et al., 2005, 2006) è un trattamento supportato empiricamente che assume come oggetto specifico dell’intervento terapeutico la diade figura di accudimento-bambino e ha le potenzialità per curare minori in tenera età (fino a cinque anni) separati con la forza dai genitori in condizioni di trauma estremo e/o di costrizione (Chu et al., 2021; Lieberman et al., 2006). Poiché il trauma può danneggiare la fiducia del minore nel fatto che la figura di accudimento sia una fonte affidabile di protezione, la CPP mira a rafforzare la capacità della figura di accudimento di offrire cure sensibili e a ristabilire nel minore un senso di sicurezza, creando una traiettoria di sviluppo positiva (Chu et al., 2021; Lieberman et al., 2011).

Nella prima fase della CPP, la fase fondativa, il personale clinico CPP incontra da sola la figura di accudimento per una media di cinque sedute. Questa fase è cruciale per stabilire un’alleanza solida e condurre una valutazione approfondita della storia traumatica della figura di accudimento e del minore. Comporta anche la comprensione di come queste esperienze abbiano influito sul funzionamento del minore e sul modo in cui la figura di accudimento percepisce la loro relazione. Il personale clinico CPP aiuta le figure di accudimento a comprendere il legame tra la storia traumatica del minore e le sue espressioni comportamentali ed emotive, esaminando e interpretando il significato sottostante dei comportamenti preoccupanti. Offre indicazioni evolutive sui fattori che riattivano il trauma, collaborando con le figure di accudimento per anticipare possibili fattori scatenanti e prepararvi sé stesse e il minore. Questa fase va oltre la valutazione e offre occasioni di intervento, rafforzando la capacità riflessiva della figura di accudimento e rispondendo ai bisogni concreti della vita quotidiana, come l’insicurezza alimentare, l’alloggio, i servizi sociali e l’assistenza legale (Lieberman et al., 2019).

Il personale clinico CPP sa che l’obiettivo della CPP va ben oltre la riduzione dei sintomi. La CPP mira a rafforzare la fiducia, la responsività e la sintonizzazione all’interno della relazione genitore-figlio, l’intervento più potente per il recupero dal trauma nella prima infanzia. A tal fine, la fase fondativa è il momento per esplorare le speranze, le preoccupazioni e i desideri della figura di accudimento per il proprio figlio o la propria figlia e per invitarla a considerare come la propria storia possa aver influito sulla relazione genitore-figlio. Per esempio, durante la fase fondativa il o la terapeuta CPP chiede alla figura di accudimento di richiamare alla mente e condividere «ricordi angelici», ossia ricordi benevoli di un momento in cui si è sentita particolarmente al sicuro, accudita e compresa. L’intervista Angels in the Nursery funge al tempo stesso da strumento di valutazione e di intervento per aiutare le figure di accudimento ad attingere alle proprie fonti interne di protezione e di sicurezza psicologica che sperano di condividere con il proprio bambino o la propria bambina.

La fase fondativa si conclude con una seduta di restituzione tra il o la terapeuta CPP e la figura di accudimento. Durante la seduta di restituzione, la figura di accudimento e chi conduce la terapia discutono di ciò che hanno appreso nella fase fondativa e giungono a una comprensione condivisa di come le esperienze traumatiche passate siano collegate alle attuali difficoltà comportamentali ed emotive nella relazione genitore-figlio. Nominare presto nel trattamento il legame tra le esperienze traumatiche passate e le difficoltà presenti crea, nella relazione terapeutica, uno spazio di coraggio per riconoscere l’impatto del trauma su di sé e sul proprio figlio o figlia. La figura di accudimento e chi conduce la terapia decidono poi come introdurre il minore al trattamento in un modo che riconosca questo legame tra ciò che ha vissuto e le sue attuali difficoltà o comportamenti socio-emotivi, tenendo conto della sua fase di sviluppo, delle sue difficoltà e dei suoi punti di forza. Dopo la fase fondativa inizia la fase centrale del trattamento CPP, che comprende l’introduzione del minore alla CPP. La CPP utilizza sei modalità di trattamento principali:

  1. Promuovere i progressi evolutivi attraverso il gioco, il contatto fisico e il linguaggio
  2. Offrire una guida evolutiva riflessiva non strutturata
  3. Mostrare con l’esempio comportamenti protettivi adeguati
  4. Interpretare sentimenti e azioni
  5. Sostegno emotivo e comunicazione empatica
  6. Intervento in situazioni di crisi, gestione del caso e aiuto concreto per i problemi della vita quotidiana (Lieberman et al., 2015a, pp. 32-39)

Il manuale di trattamento fornisce inoltre al personale clinico strategie per affrontare «il gioco, la disorganizzazione sensomotoria e l’alterazione dei ritmi biologici; la paura; i comportamenti temerari, autolesivi e a rischio di incidenti; l’aggressività; una genitorialità punitiva e critica; e la relazione con l’autore della violenza e/o con il padre assente…» (Lieberman et al., 2006, p. 914).

La conclusione, ultima fase del trattamento, viene pianificata con grande sensibilità e in collaborazione con il genitore e il minore. La preparazione alla conclusione inizia fin dall’inizio, quando il genitore e chi conduce la terapia discutono di quando il trattamento terminerà. Man mano che il trattamento prosegue, l’attenzione si sposta gradualmente dalle difficoltà affrontate nel trattamento ai cambiamenti positivi avvenuti e al confronto tra passato e presente (Lieberman et al., 2015b). Il processo comincia concretamente circa due mesi prima della conclusione. Chi conduce la terapia effettua valutazioni post-test, utilizzando strumenti strutturati per misurare i cambiamenti dei sintomi oppure conducendo un colloquio informale con il genitore. Qualunque sia l’approccio scelto, l’obiettivo è avviare con il genitore una discussione riflessiva sugli ambiti in cui vi sono stati progressi, sui possibili fattori dei cambiamenti positivi, sulle difficoltà che permangono e sulle strategie per affrontare le difficoltà attuali e future. Il genitore riceve anche una psicoeducazione sulle fluttuazioni che il trauma continua a produrre e sul fatto che, crescendo, il minore potrà porsi nuove domande sulle esperienze passate o comprenderle in modi diversi. Il genitore viene inoltre informato che i sintomi possono ripresentarsi se il minore è esposto a nuovi traumi o a ciò che ricorda traumi precedenti. Al minore viene ricordato circa sei settimane prima che l’intervento sta per concludersi, per lasciare il tempo sufficiente a elaborare la notizia. È comune anche il ricorso a vari rituali di commiato (per esempio realizzare cornici, libretti o biglietti che ricordino il tempo trascorso insieme), per esprimere che cosa abbia significato per loro il periodo di trattamento e salutarsi in modo significativo (Lieberman et al., 2015b)

I risultati di diversi studi randomizzati confermano l’efficacia della CPP in vari campioni, tra cui bambine e bambini latini nella prima infanzia, di famiglie a basso reddito, con attaccamento insicuro ed esposizioni traumatiche multiple (Lieberman et al., 1991); lattanti maltrattati (Cicchetti et al., 2006); minori nella prima infanzia di madri depresse (Chu et al., 2021; Cicchetti et al., 1999; Toth et al., 2006); minori in età prescolare maltrattati (Toth et al., 2002) e minori in età prescolare esposti alla violenza domestica (Ghosh Ippen et al., 2011; Lieberman et al., 2005, 2006).

Ricerche innovative mostrano che la CPP può incidere su processi biologici come l’invecchiamento cellulare. Sullivan e il suo gruppo di ricerca (Sullivan, Merrill et al., 2024) hanno utilizzato un disegno quasi sperimentale confrontando un campione di minori (2–6 anni) che hanno ricevuto la CPP con minori (3–6 anni) che avevano anch’essi vissuto stress e traumi ma non avevano ricevuto alcun trattamento di salute mentale. Al basale, entrambi i gruppi mostravano un invecchiamento epigenetico accelerato, probabilmente attribuibile allo stress e al trauma; al follow-up, tuttavia, solo i minori che avevano ricevuto la CPP mostravano un’interruzione dell’accelerazione dell’età epigenetica. Sullivan e il suo gruppo ipotizzano che l’intervento CPP sembri proteggere i minori esposti al trauma dalla sua iscrizione biologica, attenuando a breve termine l’accelerazione dell’invecchiamento epigenetico pediatrico. Il dato secondo cui la CPP incide positivamente sull’invecchiamento cellulare dei minori concorda con la rassegna della letteratura di Sullivan e del suo gruppo, in cui gli interventi diadici risultavano modificare i processi cellulari, oltre a migliorare la funzione cardiaca dei minori, favorire la maturazione cerebrale e ridurre l’infiammazione (Sullivan, Roubinov et al., 2024).

Nel complesso, questi studi riferiscono che i minori trattati con la CPP presentano tassi più elevati di attaccamento sicuro, un migliore funzionamento cognitivo, sintomi di stress traumatico più bassi sia nelle madri sia nei figli, meno problemi comportamentali, una minore incidenza e sintomi ridotti di PTSD, e che la CPP potrebbe perfino incidere sui minori a livello cellulare (Lieberman & Van Horn, 2008; Lieberman et al., 2005, 2006).

La CPP per le separazioni tra genitori e figli legate all’immigrazione

Le seguenti vignette cliniche, rese anonime, illustrano come la CPP venga applicata nel contesto delle separazioni tra genitori e figli legate all’immigrazione. Tutte le procedure sono state approvate dall’Institutional Review Board della University of California, San Francisco (numeri di protocollo: 10–04820 (CPP) e 22–35947 (Lazos Familiares)).

Caso 1. Regina, madre di 29 anni di due figli, Andrea, di 14 anni, e Joaquin, di 4 anni e mezzo, è emigrata in California da un paese rurale di El Salvador. Fuggivano dalla violenza comunitaria e dalle continue minacce alla sicurezza della famiglia e alla loro attività. Joaquin presentava insonnia, aggressività verso la madre, ansia da separazione, scarso appetito, interesse ridotto per il gioco, crisi intense e comportamenti impulsivi come correre in strada.

Durante la fase fondativa, Regina ha raccontato del suo bel paese natale e di un negozio di famiglia che aveva lavorato duramente per mandare avanti. Aveva subito un’aggressione sessuale da parte di un membro di una gang locale e minacce ripetute di tornare per uccidere lei e i suoi figli. All’epoca credeva che Joaquin non sapesse che cosa fosse successo. È fuggita con i due figli in un viaggio lungo ed estenuante, durante il quale sono stati più volte testimoni di violenze e hanno patito fame e freddo, pur ricevendo qualche aiuto lungo la strada. Regina ha pianto ricordando il senso di tradimento provato quando, finalmente giunta a destinazione, ha scoperto che il peggio delle sue sofferenze sarebbe arrivato proprio all’arrivo. La sua famiglia è stata fermata e trattenuta in una struttura comunemente chiamata «hielera» (ghiacciaia), con riferimento alle celle di detenzione gelide. «Faceva parte della tortura», ha detto la madre, ricordando di aver coperto i figli con fogli di alluminio per cercare di tenerli al caldo. Le luci al neon erano sempre accese e riuscivano a malapena a dormire. Regina ha collegato l’insonnia del figlio a questa esperienza. Andrea è stata costretta a separarsi da Regina e Joaquin durante la detenzione. Juaquin si aggrappava alla madre e chiedeva disperato dove portassero Andrea. La terapeuta CPP e Regina si sono chieste se l’ansia da separazione e l’insonnia di Joaquin derivassero dalla dolorosa consapevolezza che i genitori potevano essere separati dai figli.

Durante la seduta di restituzione, la terapeuta CPP ha aiutato Regina a integrare la propria storia, le esperienze che avevano colpito la famiglia e il loro legame con le difficoltà attuali. Abbiamo constatato che integrare la propria esperienza con i pensieri, i comportamenti e i sentimenti attuali favorisce un senso di significato sia per il minore sia per il genitore. Le esperienze di violenza e di paura vissute da Joaquin e l’aver assistito a una separazione forzata sono legate alla sua attuale rabbia verso la madre e alla sua paura di separarsi da lei o di dormire la notte. Il suo comportamento è una reazione comprensibile alla paura estrema che ha provato.

Durante la prima seduta diadica, Joaquin è entrato nella stanza dei giochi e si è concentrato su un giocattolo in particolare dicendo: «i soldati mi hanno preso questo giocattolo». Regina ha aggiunto che il bambino stringeva un giocattolo proprio come quello della stanza dei giochi e che l’agente dell’immigrazione glielo aveva strappato di mano. Ci prepariamo con i genitori cercando di conoscere il più possibile le loro esperienze, ma restiamo anche aperte e aperti a ciò che i minori portano una volta iniziato il trattamento. Regina ha detto di non essersi resa conto di quanto l’esperienza di perdere il giocattolo avesse significato per lui.

Durante la fase centrale dell’intervento, Joaquin ha detto alla madre: «cuando cierro mis ojos, tengo miedo qué te desaparezcas» (quando chiudo gli occhi, ho paura che tu sparisca), facendo luce sulla portata della sua paura. I bambini piccoli hanno una paura universale e profonda di essere separati dai genitori, una paura essenziale alla nostra sopravvivenza come specie perché li mantiene vicini ai genitori, e questa paura era diventata per lui una certezza quando aveva assistito alle separazioni forzate. Regina ha passato molte notti a continuare a rassicurare Joaquin e a massaggiargli la schiena per diversi mesi, prima che lui riuscisse finalmente a dormire di nuovo tutta la notte. Andrea a volte sceglieva di partecipare alle sedute. Seguiva un trattamento individuale a scuola, ma Regina ha detto che la figura clinica della scuola non l’aveva mai incontrata e che lei pensava che Andrea non avesse raccontato ciò che le era accaduto alla frontiera. Andrea non parlava mai del periodo trascorso separata dalla famiglia. Durante una seduta, Joaquin ha scelto il gioco Candyland e ha chiesto ad Andrea di giocare con loro. Il personaggio di Andrea ha subito alcune battute d’arresto nel gioco ed è rimasto indietro rispetto a loro lungo il percorso. Joaquin è diventato visibilmente ansioso e ha aggiunto alle regole del gioco un elemento magico per cui la sorella aveva «ali magiche» per poter raggiungere lui e la mamma. Il gioco offre ai bambini piccoli l’occasione di sperimentare finali alternativi e di vivere un senso di padronanza su eventi che non potevano controllare. La terapeuta CPP e la sua supervisora hanno discusso modi per integrare Andrea quando partecipava alle sedute, sapendo quanto la relazione con la sorella fosse importante per Joaquin e che Andrea probabilmente non riceveva i servizi terapeutici informati sul trauma di cui aveva bisogno.

Dopo 20 sedute si è svolta una valutazione intermedia, e Regina ha riferito livelli subclinici di stress genitoriale e di depressione, nonché una diminuzione dei livelli di evitamento PTSD di Joaquin. Dopo 8 mesi di trattamento, Regina riusciva a riconoscere il comportamento di Joaquin come una manifestazione del trauma e poteva aiutarlo a co-regolare le emozioni e a gestire i fattori che riattivavano il trauma, come il momento in cui lo lasciava all’asilo. Quando Joaquin cercava di picchiare la madre, lei diceva: «So che hai visto persone che picchiavano, ma non ti lascerò picchiarmi», e la sua aggressività è diminuita nel tempo. Ristabilire un senso di sicurezza nello scudo genitoriale giova sia ai genitori sia ai figli. Regina è diventata più sicura della propria capacità di proteggerlo e di consolarlo, mentre Joaquin ritrovava fiducia nella capacità della madre di farlo. Andrea ha continuato a unirsi alla diade in alcune sedute, creando occasioni per Joaquin di esprimere la sua paura di essere separato dalla sorella. A posteriori, un approccio rivolto all’intera famiglia avrebbe forse consentito un trattamento più integrato. L’impatto delle separazioni forzate tra genitori e figli è indiscutibile, e lo è anche la speranza di riparazione.

La CPP con minori più grandi colpiti dalle separazioni tra genitori e figli legate all’immigrazione

Sebbene vi siano evidenze empiriche a sostegno dell’uso della Child-Parent Psychotherapy (CPP) per i minori dalla nascita ai cinque anni (Ghosh Ippen et al., 2011), abbiamo constatato che il modello è utile anche nel trattamento di minori in età scolare, in particolare quando presentano rotture dell’attaccamento. Da oltre 10 anni il personale clinico del Child Trauma Research Program applica i principi fondativi della CPP in contesti scolastici attraverso la Mental Health Initiative finanziata da Tipping Point a San Francisco, in California. Abbiamo appreso che 1) se non vengono curati, i traumi vissuti nella prima infanzia continuano a manifestarsi nell’infanzia e nell’adolescenza e 2) le rotture dell’attaccamento devono essere trattate all’interno di un modello basato sulla relazione per affrontare la fonte della ferita. Le figure di accudimento continuano a essere relazioni formative per tutta l’infanzia, e occuparsi delle rotture in queste relazioni è fondamentale per ristabilire nel bambino o nell’adolescente un senso di sicurezza relazionale.

La CPP ispira un approccio terapeutico che include i fratelli e le sorelle più grandi, denominato Whole Family Trauma Treatment (WFTT). Il WFTT è un modello concepito per rispondere ai bisogni di una popolazione di minori e figure di accudimento alle prese con gli effetti di traumi cronici, sistemici e intergenerazionali. È un trattamento basato sulla relazione che mira a riparare gli effetti dannosi del trauma nei minori e nella trama di relazioni che li sostiene. Il WFTT è un modello sistemico informato sul trauma che pone al centro e rafforza i legami di attaccamento per migliorare il benessere dei minori e delle famiglie. I legami di attaccamento sono una potente forza di mediazione per chi è in fase di sviluppo, e queste relazioni si collocano all’interno di un sistema familiare più ampio. L’approccio Whole Family coinvolge fratelli e sorelle, cugini, zii, genitori acquisiti, nonni, membri della famiglia d’elezione e il sostegno della comunità come risorse nel processo di guarigione. Traumi e avversità gravi e pervasivi possono deteriorare il funzionamento familiare e compromettere lo sviluppo sano dei minori. Il WFTT si fonda su evidenze tratte da decenni di ricerca sulla pratica clinica e riunisce gli interventi più efficaci per il trattamento del trauma all’interno di un sistema familiare. Il modello WFTT integra interventi intrapsichici, interpersonali e sociali per ridurre il disagio familiare e creare il porto sicuro e la base sicura di cui ogni minore ha bisogno per crescere bene.

Caso 2. Carla (28 anni) e Nelson (8 anni) provenivano da un piccolo villaggio nei dintorni di San Pedro Sula, in Honduras. Durante la fase fondativa, Carla ha descritto il loro cantón (cioè il villaggio) come una zona rurale e tranquilla in cui la famiglia viveva da generazioni. L’amato cantón di Carla e Nelson è stato irrimediabilmente segnato dal colpo di Stato militare sostenuto dagli Stati Uniti nel 2009 e dall’assassinio extragiudiziale di figure di riferimento della comunità come Berta Cáceres nel 2016. Secondo Carla, dopo questi eventi il loro amato cantón è diventato un focolaio di criminalità, corruzione della polizia e violenza di genere. Quando Nelson aveva circa 6 anni, Carla ha cominciato a ricevere minacce da membri di gang che stavano prendendo il controllo della zona. Nonostante numerosi tentativi di ottenere protezione dalle autorità locali, Carla è stata infine rapita e aggredita sessualmente da membri delle gang.

Carla e Nelson sono fuggiti dall’Honduras poco dopo e hanno intrapreso un viaggio pericoloso attraverso l’America centrale e il Messico per raggiungere la frontiera tra Stati Uniti e Messico. A loro insaputa, l’arrivo di Carla e Nelson alla frontiera tra Stati Uniti e Messico ha coinciso con l’applicazione della politica di «tolleranza zero» del 2018, dell’era Trump. Lungo il viaggio, Carla e Nelson avevano sentito voci di famiglie separate alla frontiera. Secondo Carla, Nelson era rimasto scosso da queste voci e l’aveva supplicata: «Non lasciare che mi portino via, mamá! Promettimelo!» Carla aveva rassicurato Nelson che non avrebbe permesso che accadesse, cercando di placare l’angoscia di entrambi per l’incombente rischio di separazione.

Quando si sono presentati agli agenti della U.S. Border and Customs Protection (CBP), Carla e Nelson sono stati trasferiti in una cella di detenzione sovraffollata, fredda e senza finestre, nota come «la hielera» (la ghiacciaia, come si è detto sopra). Non potendo lavarsi né sdraiarsi a causa del sovraffollamento, Carla e Nelson erano sempre più inquieti in attesa del loro destino. Dopo circa 72 ore, Carla e Nelson, insieme a diverse altre famiglie, sono stati condotti in un’altra stanza dove gli agenti dell’immigrazione hanno ordinato alle persone adulte di mettersi contro il muro e ai minori di mettersi in fila indiana sul lato opposto della stanza. Dopo alcuni minuti angosciosi, gli agenti dell’immigrazione hanno ordinato ai minori di uscire dalla stanza. Nelson è corso dalla madre e l’ha supplicata di non lasciare che lo portassero via. Carla ha ricordato in lacrime gli agenti dell’immigrazione che le strappavano fisicamente dalle braccia un Nelson disperato. Nelson e Carla sono stati poi trasferiti in centri di detenzione diversi, dove sarebbero rimasti per le 3 settimane successive.

Il giorno del ricongiungimento, Carla ha ricordato di aver atteso in una grande sala insieme a diverse altre madri separate dai figli. Uno dopo l’altro, i minori entravano nella sala, spesso correndo tra le braccia aperte delle madri. Quando è stato chiamato il nome di Nelson, nessuno è entrato. Dopo diversi minuti, Nelson ha varcato la porta controvoglia, a testa bassa, rifiutandosi di guardare Carla negli occhi. Carla ha ricordato di aver abbracciato Nelson con tutte le sue forze mentre il figlio si ritraeva. Secondo Carla, le prime parole che Nelson le ha rivolto sono state: «me l’avevi promesso».

Sei mesi dopo, Carla e Nelson si sono rivolti a un servizio sociale locale dedicato alla popolazione latina per una psicoterapia. Durante il colloquio di accoglienza, Carla ha espresso preoccupazione per l’impatto della separazione sulla relazione con il figlio. In lacrime, Carla ha riferito alla persona incaricata dell’accoglienza che il figlio era irriconoscibile: il bambino un tempo vivace e affettuoso era ora chiuso, arrabbiato e timoroso. Carla e Nelson hanno seguito la CPP per quasi 2 anni con una figura clinica bilingue e biculturale formata alla CPP. Durante le sedute diadiche, Nelson si impegnava in un gioco traumatico ripetitivo in cui rimetteva in scena nella sabbiera le scene della loro separazione alla frontiera e disegnava il periodo trascorso in detenzione.

Il caso di Nelson è stato affidato a un’altra figura clinica CPP quando lui aveva circa 8 anni. Nelson si è presentato alla nuova figura clinica come un bambino molto più grande, e spesso preferiva parlare e giocare ai videogiochi piuttosto che giocare con i giocattoli nella sabbiera. Durante il trattamento, Nelson si presentava come un bambino perfezionista e rigido, spesso irritato dai tentativi della madre di parlare della loro storia migratoria. Nelson era anche uno studente modello e andava fiero della sua pagella quasi perfetta. Dopo sei mesi di trattamento con la nuova figura clinica, Nelson ha cominciato ad avere ideazioni suicidarie. In lacrime, Nelson ha ammesso davanti alla madre e alla figura clinica di aver avuto pensieri di togliersi la vita dopo una lite con la madre sul tempo trascorso davanti agli schermi. Nel trattamento, Nelson e Carla hanno lentamente sviscerato come la loro esperienza di separazione forzata avesse frantumato la capacità di Nelson di fidarsi di sé stesso e degli altri per sentirsi al sicuro. La richiesta d’aiuto di Nelson è emersa come una porta d’accesso per aiutare lui e la madre a entrare in contatto con le emozioni dolorose di lutto, rabbia e risentimento presenti nella relazione genitore-figlio. Durante il trattamento, la figura clinica ha aiutato Carla e Nelson a trovare, attraverso il gioco, momenti di connessione e di riparazione. Lentamente, Nelson è diventato più capace di esprimere emozioni negative con la madre, e Carla ha rafforzato la propria capacità di contenere gli affetti disregolati del figlio senza esserne sopraffatta. Questi momenti di riconoscimento delle emozioni dolorose, di connessione e di riparazione hanno aiutato Nelson e Carla a guarire la loro relazione anni dopo la prima separazione alla frontiera tra Stati Uniti e Messico.

Lazos Familiares: un intervento di gruppo basato sulla CPP per affrontare le separazioni tra genitori e figli legate all’immigrazione

Caso 3. Lazos Familiares è un intervento di gruppo multifamiliare di 8 settimane, basato sulla CPP, rivolto alle famiglie che hanno vissuto separazioni tra genitori e figli legate all’immigrazione. Figure di accudimento e minori di età compresa tra 0 e 17 anni si servono del gruppo per facilitare il processo di ricongiungimento dopo una separazione familiare legata all’immigrazione. Lazos Familiares utilizza strategie di co-regolazione emotiva, la narrazione e la cura comunitaria per sostenere famiglie latine ispanofone nell’affrontare l’impatto delle separazioni legate all’immigrazione sulle loro relazioni, sul legame con la comunità e sul benessere collettivo. Nel corso delle 8 settimane, le famiglie lavorano insieme per costruire un racconto della loro storia di separazione e di ricongiungimento che onori la prospettiva del minore e quella della figura di accudimento. Lazos familiares comprende anche attività intenzionali di costruzione della comunità per facilitare l’elaborazione dei traumi collettivi della migrazione forzata e della discriminazione e creare occasioni di guarigione collettiva. I gruppi sono condotti in spagnolo da un’équipe terapeutica di 3 persone bilingui e biculturali formate alla CPP.

Laura (30 anni), Alfredo (35), Flor (12) e David (7) Campos sono stati indirizzati al gruppo multifamiliare Lazos Familiares dalla persona che coordina il centro risorse per le famiglie della scuola elementare di David. David era un bambino sveglio e timido che presentava un’ansia da separazione pervasiva quando veniva accompagnato a scuola e quando lo si andava a prendere. Approfondendo, la persona che coordina il centro risorse per le famiglie ha appreso che David aveva vissuto molteplici separazioni traumatiche dai genitori durante il percorso migratorio. Quando David aveva 3 anni, il padre era stato rapito e ricattato da membri di una gang in El Salvador. Dopo essere sfuggito per un soffio ai suoi rapitori e aver tentato più volte invano di ottenere protezione dallo Stato, i genitori di David avevano preso la difficile decisione di fuggire da El Salvador e chiedere asilo negli Stati Uniti. Durante la valutazione iniziale con la figura terapeutica di Lazos Familiares, Laura ha raccontato in lacrime i dettagli di quando Alfredo era stato temporaneamente separato dalla famiglia durante il viaggio attraverso il Messico e di nuovo dopo l’arrivo al valico di frontiera tra Stati Uniti e Messico. Dopo aver trascorso più di 48 ore nella «hielera», Alfredo era stato inviato in un centro di detenzione per immigrati in Georgia, dove era rimasto rinchiuso per i 6 mesi successivi. Nel frattempo, Laura, Flor e David erano stati mandati in una struttura di detenzione per famiglie in Arizona. Lì, Laura ricorda di aver tenuto tra le braccia un David inconsolabile, che temeva di non rivedere mai più il padre dopo 3 separazioni impreviste. Dopo 3 settimane di detenzione familiare, Laura, Flor e David erano stati rilasciati e trasferiti nella San Francisco Bay Area, dove avevano atteso il rilascio di Alfredo.

Quasi 3 anni dopo, la famiglia Campos, ormai riunita, ha partecipato all’intervento di terapia di gruppo multifamiliare Lazos Familiares per affrontare le persistenti difficoltà di ansia da separazione e di stress post-traumatico di David e Flor. Durante la fase fondativa, chi conduceva la terapia ha appreso che entrambi i genitori ed entrambi i figli soffrivano di persistenti sequele di stress post-traumatico, tra cui incubi, ansia da separazione ed evitamento di tutto ciò che ricordava le separazioni. Dopo aver letto in grande gruppo «Cuando No Estabas Conmigo», un libro ispirato alla CPP sulle separazioni tra genitori e figli scritto da Chandra Ghosh Ippen, ciascun membro della famiglia Campos ha lavorato in piccoli gruppi con i propri pari per creare un racconto della propria esperienza di separazione e di ricongiungimento. Grazie alla forza della narrazione, della metafora e della comunità, i membri della famiglia Campos hanno condiviso i propri racconti tra loro, nella sicurezza del grande gruppo. Il racconto di David si intitolava «El conejo grande y el conejito chiquito (il coniglio grande e il coniglietto piccolino)». Con l’aiuto dell’équipe terapeutica di Lazos Familiares, David ha raccontato ai genitori come aveva vissuto le molteplici separazioni dal padre e di che cosa avesse bisogno da loro ora. Alla domanda su che cosa «el conejito chiquito (il coniglietto)» avesse bisogno ora dai genitori, David ha risposto: «Voglio che giochino di più con me e che non si arrabbino con me quando non voglio andare a scuola». Laura e Alfredo si sono esercitati a riconoscere e co-regolare le emozioni dolorose con i figli, circondati da altri genitori che stavano anch’essi imparando nuovi modi di entrare in relazione con i propri figli. Quando è venuto il momento per le figure di accudimento di condividere i propri racconti con i figli, Alfredo ha narrato una storia straziante sul «conejo grande (coniglio grande)», che cercava instancabilmente la sua famiglia dopo che erano stati separati da «el monstruo (il mostro)». Alfredo, Laura, David e Flor hanno utilizzato l’intervento di terapia di gruppo Lazos Familiares per ritessere i fili delle loro relazioni reciproche e con la nuova comunità trovata negli Stati Uniti. Dopo aver ascoltato i racconti delle altre famiglie del gruppo, i membri della famiglia Campos hanno detto di sentirsi meno isolati e più fiduciosi nel futuro della loro famiglia e della loro comunità.

Discussione

La discussione che precede presenta tre casi clinici di famiglie che hanno vissuto traumi gravi nel paese d’origine, durante il viaggio verso nord e, come ha affermato una madre, alla frontiera, dove è cominciata la vera «tortura». Va notato che i comportamenti e i sintomi rilevati in tutti i minori sono simili a quelli riportati da Bowlby e da altri negli studi precedenti sulla separazione (per esempio aggressività, disregolazione (per esempio problemi di sonno), depressione, rabbia ecc.). Riteniamo importante sottolineare che la CPP ha avviato il trattamento chiedendo ai genitori quali fossero i loro bisogni concreti (per esempio cibo, alloggio, assistenza legale, assicurazione ecc.). La CPP è abbastanza flessibile da proseguire per tutto il tempo in cui persiste il bisogno clinico. Inoltre, sebbene la CPP sia principalmente un intervento diadico genitore-figlio, altri membri della famiglia sono stati invitati a partecipare quando chi conduceva la terapia ha ritenuto che ciò fosse clinicamente indicato. Considerati gli strati di trauma e le altre complessità vissute da queste famiglie, tenere conto dei bisogni della persona nella sua interezza è esattamente ciò che serve.

I minori separati hanno ormai età diverse, provengono da culture diverse, parlano lingue diverse e possono avere come figure di attaccamento una sola persona adulta, più persone adulte o altre persone adulte. Alcuni hanno fratelli o sorelle, altri no. Alcuni di questi minori potrebbero non ricongiungersi mai con la propria famiglia o, forse, non averne mai più notizie, e sono costretti a creare relazioni con nuove figure di attaccamento. Poiché il personale clinico deve praticare una cura culturalmente competente, chi conduce la terapia deve anche conoscere gli aspetti specifici della cultura di ogni famiglia seguita in trattamento. Di conseguenza, il trattamento di ciascuna famiglia può avere obiettivi e approcci diversi. Di seguito proponiamo alcune linee guida di base che riteniamo possano essere utili nel progettare interventi terapeutici con questi minori e le loro famiglie.

  1. Sosteniamo la prosecuzione degli sforzi per ricongiungere i minori separati dalle loro famiglie. Sono passati più di sei anni dalla ZTP. Nonostante gli sforzi dell’IATFRF e di altre ONG, oltre 1.000 minori potrebbero dover essere ancora ricongiunti e alcuni potrebbero non esserlo mai. Speriamo che, se il ricongiungimento è impossibile, sia almeno possibile un contatto regolare con i familiari.
  2. Il personale clinico dovrebbe collaborare con altre discipline. Prima di iniziare il lavoro terapeutico, occorre verificare se questa popolazione estremamente vulnerabile abbia soddisfatti almeno i bisogni materiali più elementari: un alloggio sicuro, cibo nutriente a sufficienza, accesso alle cure mediche, un lavoro ecc. Una persona senza casa, affamata e malata avrà grandi difficoltà a rispondere adeguatamente al trattamento. C’è persino chi ha suggerito che possa essere contrario all’etica iniziare un trattamento prima che siano stati affrontati i bisogni fondamentali di sopravvivenza della persona (de la Pena et al., 2019). Di conseguenza, la pratica clinica dovrebbe poter contare, per le persone assistite, su assistenti sociali, case manager, consulenza legale ecc. Va notato che l’accordo Ms. L et al., vs. ICE et al., (2023) prevede 6 mesi di aiuto per l’alloggio e un certo sostegno nella ricerca di una rappresentanza legale, pur senza garantirla (Ms. L et al., v. ICE et al., 2023, pp. 10–13).
  3. Le persone assistite dovrebbero sottoporsi a visite mediche regolari che prevedano esplicitamente lo screening delle malattie associate allo stress traumatico (per esempio cardiopatie, diabete, obesità e malattie respiratorie). Come indica la discussione che precede, le famiglie separate possono trovarsi ad affrontare problemi medici per tutta la vita. L’American Academy of Pediatrics afferma, nella sua presa di posizione sulle cure mediche per i minori immigrati, che la copertura sanitaria dovrebbe essere garantita a tutti i minori indipendentemente dal loro status migratorio (Linton et al., 2019). Eppure queste famiglie incontrano molteplici ostacoli nell’accesso alle cure, come lo stigma, la mancanza di servizi culturalmente sensibili, il timore di conseguenze sul piano migratorio, i costi delle cure mediche, la mancanza di riservatezza, la paura del sistema medico e della salute mentale, la discriminazione razziale e culturale e una fondamentale mancanza di informazioni sui servizi sanitari (Pillai et al., 2023; Place et al., 2021). Per offrire cure adeguate, le figure professionali devono coltivare una competenza culturale e una comprensione di come il trauma incida sugli esiti di salute nel contesto migratorio. È stato suggerito di istituire una rete di supporto specialistica a fini di consulenza nei casi particolarmente complessi (Mercado et al., 2021). I servizi di lavoro sociale e di case management sarebbero utili. L’attuale accordo nella causa Ms. L prevede un aiuto per le spese mediche, coprendo le quote a carico delle famiglie quando ricevono cure presso i Federally Qualified Health Centers, ma solo per un periodo di ammissibilità di 12 mesi Ms. L et al., vs. ICE et al., (2023, p. 10).
  4. Si può sostenere che il compito più fondamentale dell’intervento terapeutico sia offrire a queste famiglie un luogo sicuro in cui poter parlare delle esperienze traumatiche vissute, ricevere un riconoscimento, acquisire un vocabolario che aiuti adulti e minori a nominare e comprendere ciò che è loro accaduto, sviluppare una certa consapevolezza di come tutte queste esperienze stiano incidendo sulle relazioni familiari e sulla vita in generale, e cercare di sviluppare strategie di coping per affrontare difficoltà che potrebbero durare tutta la vita. Dato il danno sistemico pervasivo e stratificato che le famiglie hanno subito nel momento in cui ricevono i servizi clinici, occorrono spesso mesi, se non di più, per costruire un’alleanza terapeutica e rispondere ai bisogni concreti. Bisogni molteplici e cure specialistiche su più generazioni aggiungono ulteriore complessità al trattamento. Offrire servizi clinici significativi a questa popolazione è un compito enorme, e raccomandiamo che la terapia sia offerta senza limiti di tempo prestabiliti. L’attuale accordo Ms. L et al., v. ICE et al., (2023) prevede servizi di salute comportamentale per le famiglie separate, ma solo per 3 anni (Ms. L et al., v. ICE et al., 2023, pp. 10–13). Dobbiamo tenere presente che non ci sono soltanto minori che sono stati separati, ma anche minori rimasti di fatto orfani. I minori orfani dovrebbero ricevere interventi pensati per aiutarli a elaborare il lutto del genitore o dei genitori perduti e a sviluppare e mantenere nuove relazioni di attaccamento. La plasticità e la sensibilità all’ambiente associate all’adolescenza (Wang et al., 2023) possono offrire a questi minori, man mano che crescono, una nuova possibilità di riparazione fisiologica e di costruzione di relazioni future sane. Le cure per la salute mentale sono cruciali per i genitori, non solo per il loro benessere ma anche per la salute dei figli. Per esempio, i genitori con traumi e lutti non risolti hanno maggiori probabilità di avere figli con attaccamenti ansiosi o disorganizzati, esposti a un rischio maggiore di esiti comportamentali, sanitari e fisiologici negativi (Jones-Mason et al., 2019; Lyons-Ruth & Jacobvitz, 2016; Pietromonaco & Beck, 2019).
  5. Incoraggiamo a tenere conto delle risorse e dei fattori di protezione che consentono alle famiglie immigrate di affrontare le enormi difficoltà della loro vita. Per esempio, le famiglie immigrate dimostrano spesso una forte motivazione e un profondo apprezzamento per il lavoro e l’istruzione; i figli di genitori immigrati beneficiano di forti legami familiari e di un senso del dovere; e le famiglie immigrate hanno in genere obiettivi educativi elevati, anche se raggiungerli può essere difficile (Cabrera et al., 2022; Orjuela-Grimm et al., 2022).
  6. Si dovrebbe considerare seriamente l’inclusione dell’intera famiglia nella terapia. Sebbene la CPP sia stata tradizionalmente un intervento diadico, come indica la discussione che precede è possibile, e può essere appropriato, includere nel trattamento altri membri della famiglia.
  7. Per prevenire la ritraumatizzazione, la cura informata sul trauma dovrebbe essere integrata in tutti gli enti organizzativi o istituzionali che entrano in contatto con popolazioni immigrate (per esempio ospedali, forze dell’ordine e agenzie per l’immigrazione) (Mercado et al., 2021). Sono necessari finanziamenti adeguati per la ricerca, al fine di documentare l’efficacia di tale cura e individuare gli adattamenti necessari.
  8. Il modo migliore di affrontare la separazione tra figli e genitori è prevenirla.18 Ci preoccupa che, in base all’accordo nella causa Ms. L, al DHS sia vietato attuare una politica di separazione dei minori soltanto per otto anni. Ci preoccupa profondamente anche che negli ultimi anni sia stata ventilata la possibilità di trattenere di nuovo le famiglie in centri di detenzione. Esistono prove considerevoli, tra cui quelle presentate all’inizio di questo articolo, che documentano le violazioni dei diritti umani perpetrate in questi centri. Va notato che altri paesi hanno vietato questa pratica (Jones-Mason et al., 2019; Shoichet & Bracho-Sanchez, 2019). Anche le organizzazioni professionali hanno assunto una posizione ufficiale contraria alla detenzione delle famiglie immigrate (American Medical Association, 2017; Linton et al., 2017). Date le condizioni disumane nei centri di detenzione, dobbiamo prendere posizione contro la carcerazione delle famiglie. Sono esistiti diversi programmi alternativi con alti tassi di successo quanto alla comparizione delle famiglie in tribunale, tra cui il Family Case Management Program (FCMP) (creato dallo stesso Department of Homeland Security nel 2015) e l’Intensive Supervision Alternative Program (ISAP) (Jones-Mason et al., 2019; Linton et al., 2017).
  9. Riteniamo che occorra apportare cambiamenti fondamentali alle pratiche e alle procedure in materia di immigrazione per creare un sistema più centrato sui minori e sulle famiglie. Per esempio, organizzazioni di difesa dei diritti e figure professionali di tutto il paese hanno dedicato anni all’elaborazione di una proposta di modifica della prassi in materia di immigrazione intitolata «Reimagine Children’s Immigration Proceedings».19 La proposta suggerisce, tra le altre modifiche, che i procedimenti in materia di immigrazione non inizino nemmeno finché il minore non sia collocato in sicurezza in una casa, riducendo così il tempo trascorso in istituto. Il minore ha inoltre diritto a un’assistenza legale e, se la sua domanda di asilo o di protezione viene respinta, spetta allo Stato l’onere di dimostrare che sarà al sicuro al rientro nel paese d’origine. Il rapporto stabilisce inoltre chiaramente che i minori non dovrebbero essere separati dalle loro famiglie per finalità di applicazione delle norme sull’immigrazione, a meno che non si accerti che il genitore o il familiare rappresenta una minaccia immediata per la sicurezza del minore. Una tale conclusione deve essere riesaminata tempestivamente da un’autorità giudiziaria competente in diritto di famiglia.
  10. Poiché sembra che la separazione stia continuando non solo negli Stati Uniti ma anche in altri paesi, è indispensabile una ricerca longitudinale che segua queste famiglie e documenti le conseguenze psicobiologiche delle separazioni inappropriate. Tale ricerca scientifica potrebbe essere utilizzata nelle azioni legali intentate dalle famiglie separate in tutto il mondo per ottenere un risarcimento, per informare chi prende le decisioni politiche affinché rafforzi la protezione delle popolazioni vulnerabili (per esempio rifugiati e rifugiate) e per fornire a chi difende i diritti umani le prove necessarie a chiedere la fine di questa pratica, non solo in periodi di sconvolgimenti politici o economici, ma in qualsiasi momento.

Speriamo che le informazioni e la discussione qui presentate aiutino il personale clinico e il mondo della ricerca a riparare relazioni di attaccamento spezzate e a continuare a battersi per politiche migratorie sane e umane. Infine, desideriamo sottolineare un’ultima volta che, per aiutare i minori vittime di politiche migratorie distruttive, dobbiamo aiutare l’intera famiglia. Con le parole di John Bowlby, apparse nel suo rapporto originale per l’OMS e troppo spesso ignorate:

Così come l’infanzia dipende in modo assoluto dai genitori per il proprio sostentamento, allo stesso modo … i genitori dipendono … da una società più ampia per i mezzi economici. Se una comunità tiene alla propria infanzia, deve avere a cuore i genitori.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo articolo tiene insieme due livelli che il lavoro clinico spesso separa: la ferita intima di un legame spezzato e la decisione politica che l’ha prodotta. Da una prospettiva sistemica, il suo interesse è duplice. In primo luogo, la separazione non è trattata come un «evento» individuale, ma come un taglio in un sistema di attaccamento, i cui effetti si possono seguire fin dentro la fisiologia e nelle relazioni tra fratelli e sorelle, come quando il piccolo Joaquin dà alla sorella «ali magiche». In secondo luogo, la riparazione passa attraverso il sistema stesso: prima i bisogni concreti, poi un genitore sostenuto nel tornare a essere uno scudo, la fratria invitata a partecipare, infine un gruppo multifamiliare in cui ogni famiglia trova una comunità. Serve una certa distanza critica: tre vignette senza misurazioni sistematiche, un’équipe che valuta il proprio modello e una posizione apertamente militante che mescola evidenze e impegno. Da leggere insieme a lo studio svedese sugli effetti a lungo termine della Child-Parent Psychotherapy e a la scoping review sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate.

Note dell’originale

1 U.S Att’y Gen., Attorney General Sessions Delivers Remarks Discussing the Immigration Enforcement Actions of the Trump Administration (7 maggio 2018), http://www.justice.gov/opa/speech/attorney-general-sessions-delivers-remarks-discussing-immigration-enforcement-actions. Il 6 aprile 2018 è stato diffuso un altro memorandum di Sessions che ordinava alle procure federali lungo la frontiera sud-occidentale degli Stati Uniti di adottare immediatamente una «zero-tolerance policy for all offenses referred for prosecution under [8 U.S. C.] section 1325(a)». Sessions, J. (2018). Memorandum for federal prosecutors along the southwest border: Zero-tolerance for offenses under 8 U.S.C.1325(a) (Office of the Attorney General). Washington, DC: United States Department of Justice.

2 Le famiglie erano state separate anche l’anno precedente, dopo che nell’aprile 2017 l’Attorney General aveva diffuso un memorandum che dava priorità al perseguimento dei reati in materia di immigrazione. U.S. Department of Health and Human Services, Office of Inspector General. Separated children placed in office of refugee resettlement care (gennaio 2019). HHS OIG Issue Brief OEI- BL-18-00511. Disponibile su https://oig.hhs.gov/oei/reports/oei-BL-18-00511.pdf. Il tribunale ha poi esteso la classe dei ricorrenti nella causa Ms. L et al., v. ICE et. al., (2023) per includervi i minori separati dopo il luglio 2017 fino alla data dell’ordinanza del giudice Sabrow. Ms. L et al., v. ICE et al., (2023) Order Granting Plaintiffs Motion to Modify Class Definition, Case No. 18 CV428- DMS-MDD (S.D.C.A., 3/8/2019). I dati forniti all’ACLU hanno confermato che il governo aveva separato anche 1.556 minori dal 1° luglio 2017 al 26 giugno 2018 (207 sotto i cinque anni, cinque sotto un anno, 26 di un anno, 40 di due anni, 76 di tre anni e 60 di quattro anni). Associated Press (25 ottobre 2019). The tally of children separated at border is now over 5,000. PHR (2020) You will never see your child again. Retrieved from: https://phr.org/wp-content/uploads/2020/02/PHR-Report-2020-Family-Separation-Full-Report.pdf.

3 Family separation: By the numbers. Disponibile su: https://www.aclu.org/issues/family-separation. Va notato che l’ACLU rappresenta in giudizio la parte ricorrente nella causa Ms. L. et al., v. ICE et. al. (2023).

4 Ms. L. et al., v. ICE et al., 310 F. Supp.3d 1133 (S.D. Cal. 2018).

5 In re Ms. L et al., v. ICE, et al., 3:18-cv-428-DMS-AHG (2023). Settlement Agreement. Disponibile su: https://www.aclu.org/documents/ms-l-v-ice-settlement-document-dec-1-2023?

6 ACLU (8 dicembre 2023). Court Approves Historic Settlement in ACLU’s Family Separation Lawsuit Case: Ms. L v. ICE. Disponibile su: https://www.aclu.org/press-releases/court-approves-historic-settlement-in-aclus-family-separation-lawsuit.

7 Department of Homeland Security (DHS) (15 settembre 2023). Interagency Task Force on the Reunification of Families Interim Progress Report, Fact Sheet: A Review by the Family Reunification Task Force on the Second Anniversary of Its Establishment. Disponibile su: https://www.dhs.gov/news/2023/02/02/fact-sheet-review-family-reunification-task-force-second-anniversary-its#:~:text=The%20Task%20Force%20has%20now, them%20the%20opportunity%20for%20reunification. Va notato che nel dicembre 2023 il giudice Sabrow ha approvato un accordo tra l’ACLU e il governo nella causa Ms. L v. ICE. (2023). Secondo l’ACLU, l’accordo prevede:
«L’accordo riguarda circa 4.500-5.000 minori e i loro genitori.
Il governo continuerà a individuare le famiglie che sono state separate, a finanziarne il ricongiungimento negli Stati Uniti e a offrire loro un percorso per chiedere asilo nel paese.
Le famiglie avranno accesso a prestazioni che le aiutino a rimettersi in piedi, come il permesso di lavoro, l’aiuto per l’alloggio, l’assistenza legale e i servizi medici.
Al governo è vietato reintrodurre la politica di tolleranza zero nei prossimi otto anni.»
Si veda ACLU (8 dicembre 2023). Court Approves Historic Settlement in ACLU’s Family Separation Lawsuit Case: Ms. L v. ICE. Disponibile su: https://www.aclu.org/press-releases/court-approves-historic-settlement-in-aclus-family-separation-lawsuit.

8 KIND (Kids in need of defense) (2017). Betraying Family Values: How Immigration Policy at the United States Border is Separating Families. Disponibile su https://supportkind.org/wp-content/uploads/2017/03/BetrayingFamilyValues_Feb2017.pdf.

9 American Immigration Council (25 maggio 2022). A guide to Title 42 expulsions at the border. Disponibile su: https://www.americanimmigrationcouncil.org/research/guide-title-42-expulsions-border#:%7E:text=Before%20the%20practice%20of%20expelling,expel%20nearly%2016%2C000%20unaccompanied%20children; Texas Civil Rights Project V. Wolf – Complaint (Case 1:20-cv −02,035). Disponibile su https://www.aclu.org/cases/texas-civil-rights-project-v-wolf?document=texas-civil-rights-project-v-wolf-complaint.

10 Statista (2024) Ranking of the most dangerous cities in the world in 2024, by murder rate per 100,000 inhabitants (https://www.statista.com/statistics/243797/ranking-of-the-most-dangerous-cities-in-the-world-by-murder-rate-per-capita/.

11 Chishti, M., Bush-Joseph, K. & Montalvo, J. (2024). Migration policy institute; Title 42 Postmortem: U.S. Pandemic-Era Expulsions Policy Did Not Shut Down the Border. Disponibile su: https://www.migrationpolicy.org/article/title-42-autopsy#:~:text=There%20were%20exceptions%20to%20the,children%20to%20cross%20without%20adults; US Customs and Border Protection (15 luglio 2024). Nationwide Encounters. Disponibile su https://www.cbp.gov/document/stats/nationwide-encounters.

12 Department of Homeland Security (DHS) (7 giugno 2024). Securing the Border. Disponibile su: https://www.federalregister.gov/documents/2024/06/07/2024-12435/securing-the-border. In sintesi, la recente proclamazione e il regolamento dell’amministrazione Biden introducono quattro cambiamenti significativi nell’esame delle domande di asilo. Stabiliscono un limite numerico rigoroso alle domande di asilo. Se nell’arco di sette giorni vengono intercettate più di 2.500 persone al giorno tra i valichi di frontiera, chi non ha un appuntamento tramite l’app CBP One non può chiedere asilo finché la media non scende sotto le 1.500 al giorno per una settimana consecutiva. Questa restrizione, probabilmente destinata a durare, colpisce la maggior parte di chi chiede asilo, esentando soltanto i minori non accompagnati, le vittime di tratta e le persone che si trovano in situazioni di emergenza medica acuta o di minaccia imminente. Durante il divieto di asilo, la Customs and Border Protection (CBP) non verificherà più il timore di rimpatrio. Saranno invece le persone a dover esprimere spontaneamente il proprio timore, nonostante la CBP sia nota per intimidire o non documentare queste preoccupazioni. Solo chi «manifesta» timore può chiedere una protezione limitata e temporanea, sulla base di un criterio più severo. Il nuovo regolamento estende il divieto di asilo già in vigore sotto Biden, che limita già fortemente l’accesso per chi non dispone di una preapprovazione o di un appuntamento CBP One. Ciò comporta eccezioni più ristrette, applicando il divieto anche a chi non può usare l’app CBP One a causa di vari ostacoli. Sia il nuovo regolamento sia il divieto già in vigore sotto Biden prevedono un criterio più severo per la verifica delle domande di asilo (per una sintesi si veda National Immigrant Justice Center (5 giugno 2024). Asylum: Frequently asked questions about the latest policy. Disponibile su: https://immigrantjustice.org/staff/blog/new-biden-executive-action-further-eviscerates-right-seek-asylum-frequently-asked.

13 Gall, C., Oleksandr, C. & Engelbrecht, C. Ukraine’s stolen children. New York Times. Disponibile su https://www.nytimes.com/interactive/2023/12/26/world/europe/ukraine-war-children-russia.html?smid=nytcore-ios-share&referringSource=articleShare; United Nations Press Release (24 agosto 2023). Deportation, Treatment of Ukraine’s Children by Russian Federation Take Centre Stage by Many Delegates at Security Council Briefing. Disponibile su https://press.un.org/en/2023/sc15395.doc.htm.

14 Jordan, M. Ukrainian Children and Caregivers Are Being Separated at U.S. Border. New York Times. Disponibile su:(https://www.nytimes.com/2022/04/19/us/ukraine-family-separations.html).

15 https://www.hrw.org/news/2019/09/15/china-xinjiang-children-separated-families?gclid=CjwKCAjw3dCnBhBCEiwAVvLcu545wk74QoNwqej7a-0L8H6Cjt5WQ9G7wY0J5qouk-l7FjcOQQblYxoCuiwQAvD_BwE.

16 Brief for the States of California, et al., as Amici Curiae in support of plaintiffs’ application for temporary restraining order, Case No. 2:85-cv-4544-DMG, pp. 4-5, Flores v. Barr, 407 F. Supp. 3d 909 (C.D. Cal 2019, pps. 4–5).

17 Representative Ted Lieu on Immigration. (22 giugno 2018). Consultato l’1/1/2019 su https://www.c-span.org/video/?447188-5/representative-ted-lieu-plays-audio-detained-migrant-children.

18 Va notato che l’articolo 9 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza stabilisce: «1. Gli Stati parti vigilano affinché il fanciullo non sia separato dai suoi genitori contro la loro volontà, a meno che le autorità competenti non decidano, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che questa separazione è necessaria nell’interesse preminente del fanciullo. Una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattino o trascurino il fanciullo, oppure se vivano separati e una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del fanciullo.» United Nations Human Rights, Office of the High Commissioner (11/20/198). Convention on the Rights of the Child. Disponibile su https://www.ohchr.org/en/instruments-mechanisms/instruments/convention-rights-child.

19 Young Center for Children’s Immigrant’s Rights (2020). Reimagine Children’s Immigration Proceedings. Disponibile su: https://www.theyoungcenter.org/reimagining-childrens-immigration-proceedings#:~:text=The%20reimagined%20system%20guarantees%20an,may%20be%20unknown%20or%20uncertain.

Dichiarazione sui conflitti di interesse. Chi firma l’articolo non ha segnalato alcun potenziale conflitto di interesse.

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Traduzione non ufficiale di Parent-child border separation and the road to repair: addressing a global refugee phenomenon, di Karen Jones-Mason, Vilma Reyes, Monica Noriega e Alicia F. Lieberman, Attachment & Human Development, vol. 27, n. 5 (2025), doi: 10.1080/14616734.2024.2401928, con licenza CC BY 4.0. Traduzione in italiano e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Parent-child border separation and the road to repair: addressing a global refugee phenomenon», pubblicato in Attachment & Human Development (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Jones-Mason, K., Reyes, V., Noriega, M., e Lieberman, A. F. (2025). Parent-child border separation and the road to repair: addressing a global refugee phenomenon. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/parent-child-border-separation-and-the-road-to-repair-addressing-a-global-refugee (Opera originale pubblicata nel 2024 in Attachment & Human Development, 27(5), 775-810 (2025); ripubblicata nel 2025 da Attachment & Human Development, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/14616734.2024.2401928)

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