Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Articolo concettuale
Quadranti, croce, anello, tango, ruota, galleria d’arte, piramide, diamante: in vent’anni l’approccio centrato sulla soluzione, nato minimalista e diffidente verso la teoria, si è ricoperto di diagrammi. Kirsten Dierolf ne passa in rassegna diciassette, dal diagramma di flusso di de Shazer del 1988 al Diamante di Connie e Froerer del 2023, e pone a ciascuno la stessa domanda: illumina la pratica o la irrigidisce in una sequenza di passaggi? La sua risposta: impalcature utili per chi comincia, mappe e mai il territorio, e un paradosso epistemologico: necessarie all’insegnamento, queste immagini rischiano di minare la filosofia che rappresentano.
Traduzione non ufficiale in italiano di Visualizing Solution Focused Practice: A Critical Review of Diagrams and Models in Theory and Application, di Kirsten Dierolf, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2026), doi: 10.59874/001c.159483, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le diciassette figure dell’originale, che riproducono diagrammi tratti da altre opere e restano soggette ai diritti di chi li ha creati, non sono incluse; ne sono conservate le didascalie e il testo le descrive. La traduzione non è stata realizzata né dall’autrice né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Abstract. Visualizzazioni e diagrammi sono ampiamente utilizzati in psicoterapia, nel coaching e nella pratica organizzativa per rendere tangibili e comunicabili processi astratti. Nella pratica centrata sulla soluzione (Solution Focused, SF), che privilegia il minimalismo, la capacità di risposta e la co-costruzione, l’adozione di diagrammi solleva opportunità e sfide particolari. Questo articolo presenta una revisione narrativa della letteratura e una riflessione critica sulle visualizzazioni della pratica SF pubblicate tra il 2002 e il 2023. Individua due grandi famiglie di modelli: i modelli a quadranti, che mappano orientamenti teorici, e i modelli di flusso o di processo, che rappresentano il movimento conversazionale. L’analisi ne considera i punti di forza pedagogici, i presupposti teorici e i limiti. L’articolo sostiene che, se da un lato le visualizzazioni sostengono l’insegnamento, la comunicazione e la professionalizzazione, dall’altro rischiano di semplificare eccessivamente o di distorcere l’attenzione che l’approccio SF dedica all’emergere di una conversazione.
Parole chiave: approccio centrato sulla soluzione, diagramma, visualizzazione
In psicoterapia, nel counselling e nel coaching i diagrammi servono a illustrare modelli teorici e processi della pratica. La terapia cognitivo-comportamentale (TCC), per esempio, fa largo uso di diagrammi che rappresentano l’interazione tra pensieri, emozioni e comportamenti (Beck, 2011). Allo stesso modo, la terapia familiare sistemica si è servita di genogrammi, di diagrammi delle domande circolari e di mappe di rete per illustrare le dinamiche relazionali (Minuchin, 1974). Nel management e nello sviluppo organizzativo, diagrammi di flusso, piramidi e matrici sono strumenti onnipresenti per semplificare la complessità e sostenere il processo decisionale, come l’analisi SWOT (Gurel & Tat, 2017) o la piramide dei bisogni di Maslow (1943).
In tutti questi contesti i diagrammi svolgono più funzioni che si sovrappongono. Comunicano rapidamente i processi, creano un linguaggio condiviso tra chi pratica e chi apprende e fungono da impalcatura per la pratica. Possono anche avere una forza retorica: una visualizzazione ben progettata può trasmettere autorevolezza e legittimità, soprattutto nei contesti accademici o professionali in cui le idee astratte devono essere rese concrete. Nel mondo del coaching i diagrammi assolvono anche funzioni di marketing e di branding: vengono in mente la freccia di Erickson (Erickson Coaching International, 2025), il doppio diamante del Design Thinking (Design Council, 2005) o il modello di coaching di CoActive (Kimsey-House et al., 2018).
L’approccio SF è stato sviluppato in origine come un approccio minimalista e pragmatico, incentrato sull’ascolto attento del linguaggio delle persone clienti, sull’amplificazione delle loro risorse e sulla co-costruzione di futuri preferiti (de Shazer et al., 2007). Chi lo ha fondato ha resistito ai modelli teorici complessi che spiegavano l’esperienza e il comportamento delle persone clienti, mettendo invece l’accento su ciò che funzionava nella pratica. Per questo l’approccio SF è stato spesso descritto come «antiteorico» o «post-teorico» (Iveson et al., 2012) per quanto riguarda le teorie sulle persone clienti. L’approccio SF possiede tuttavia un solido fondamento teorico nel costruzionismo sociale, nel pensiero postmoderno e nella filosofia di Ludwig Wittgenstein (de Shazer et al., 2007). I diversi modi di intendere la «teoria» rappresentano una sfida per la visualizzazione dell’approccio: ciò che si visualizza è la pratica, la teoria (sulla pratica, non sulle persone clienti) o entrambe?
La comunità SF ha prodotto diversi modelli visivi, in particolare per l’insegnamento e la diffusione. Nel tempo è emerso un ricco insieme di diagrammi, che vanno dai semplici quadranti a metafore elaborate come ruote, tanghi, gallerie, piramidi e diamanti. Ciò che colpisce è che, a differenza di altri modelli (per esempio il modello 4-D dell’Appreciative Inquiry, Cooperrider & Whitney, 2005, p. 16), l’approccio SF non ha una visualizzazione «ufficiale». Steve de Shazer creò un diagramma di flusso nel suo libro Clues (de Shazer, 1988, p. 16), ma, per quanto ne so, non fu usato come visualizzazione standard.
La varietà delle visualizzazioni esistenti solleva alcune domande interessanti. In che modo le visualizzazioni illuminano o distorcono la pratica SF, se lo fanno? Rafforzano chi apprende o rischiano di ridurre l’approccio SF a una serie di passaggi? E in che modo le diverse metafore e strutture riflettono o contraddicono l’ethos dell’approccio SF?
Questo articolo presenta una revisione basata sulla letteratura e una riflessione critica sulle visualizzazioni del processo SF nella teoria e nella pratica. Affronta tre domande guida:
Affrontando queste domande, l’articolo intende contribuire al dialogo in corso nella comunità SF sul modo migliore di rappresentare, insegnare e diffondere l’approccio preservandone l’ethos distintivo.
Questo articolo adotta l’approccio della revisione narrativa della letteratura. Anziché condurre una revisione sistematica con ricerche esaustive nelle banche dati, lo studio si basa su diagrammi e visualizzazioni pubblicati in libri, articoli e materiali professionali ampiamente citati nel campo SF. Il corpus è stato ricavato da una revisione delle opere SF note all’autrice e da una richiesta sulla lista di discussione SOLWorld. Comprende opere dal 1988 al 2023, con fonti in inglese, tedesco e francese.
Sono state individuate due grandi categorie di visualizzazioni:
Ogni modello è stato esaminato in base al suo contesto storico, al suo uso pedagogico e ai suoi presupposti teorici.
I modelli a quadranti hanno avuto particolare rilievo nei contesti organizzativi e di coaching, dove il formato due per due è familiare e ampiamente utilizzato. Sono quindi un formato immediato per presentare un modello facile da adottare in questi ambienti.
Figura 1. Il modello Solutions Focus (noto informalmente come modello Albert), da Jackson & McKergow, 2007. Figura 2. Il modello Albert da Jackson & McKergow, 2024, con i quadranti indicati esplicitamente. Figura non riprodotta.
Il modello Albert, che nella seconda edizione di The Solution Focus si chiamava ancora «The Solutions Focus Model» (Jackson & McKergow, 2007, p. 3), ha attraversato alcune versioni nelle edizioni successive del libro. I diagrammi citati risalgono al 2007, quando il diagramma comparve per la prima volta nella seconda edizione del libro, e all’edizione più recente, del 2024. La prima edizione del libro The Solution Focus non conteneva questo diagramma. Mark McKergow mi ha raccontato di aver disegnato questo modello per la prima volta nel 2003 su una lavagna durante un seminario alla Saïd Business School di Oxford. Più tardi lo stava mostrando ai colleghi del Bristol Solutions Group e uno di loro (Harry Norman) gli chiese: «Come lo chiamerai?». Mark amava citare la frase non verificabile di Albert Einstein secondo cui «tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non più semplice», e così rispose (scherzando): «Albert!». Il nome rimase.
Per quanto mi risulta, è stata la prima visualizzazione a quadranti pubblicata della pratica e della teoria centrate sulla soluzione. Ci furono tentativi precedenti, come il modello PLUS di Michael Hjerth, che visse in presentazioni a convegni ma di cui non è stata trovata alcuna versione pubblicata.
In «The Solution Focused Model» di Jackson e McKergow è etichettato solo l’asse x, come «tempo» (nelle versioni precedenti) oppure, come nella versione più recente, «passato – presente – futuro». L’asse y non è definibile con chiarezza: nella metà sinistra la parte alta è «problematica» (cioè negativa) e la parte bassa è «centrata sulla soluzione» (cioè positiva), mentre nella metà destra avviene il contrario. La bellezza di rappresentare così il processo SF è che c’è una linea retta dal passato centrato sulla soluzione al futuro perfetto e dal passato problematico al futuro temuto, il che illustra le due possibili traiettorie di una conversazione: si può prestare attenzione al passato problematico e al futuro temuto, oppure al passato centrato sulla soluzione e al futuro perfetto (il futuro preferito della persona cliente). Un piccolo triangolo punta verso il «futuro perfetto» dal punto centrale del diagramma, a indicare che nell’approccio SF non esiste un piano dettagliato che porti da dove si trova ora la persona cliente (il punto centrale) al «futuro perfetto», perché a ogni passo le cose possono cambiare a causa della complessità della situazione.
Il punto di forza di questo diagramma è che illustra la teoria SF mettendo in evidenza ciò a cui si presta attenzione, il possibile andamento di una conversazione e una differenziazione rispetto alla conversazione centrata sul problema. Intitolando il diagramma «Notice what works» («notare ciò che funziona») anziché «find what works» («trovare ciò che funziona»), la versione successiva è inoltre coerente con gli sviluppi più recenti dell’approccio SF, che sottolineano l’importanza della «descrizione» (McKergow, 2016).
Figura 3. Il Solutions Landscape / la matrice SF di Klaus Schenck. Figura 4. Il Solutions Landscape / la matrice SF di Klaus Schenck, componenti delle «soluzioni» nel tempo. Figura non riprodotta.
La «SF Matrix» di Klaus Schenck, come venne chiamata negli anni successivi, si chiamava «Solutions Landscape» («paesaggio delle soluzioni») nella pubblicazione originale. Usa una struttura simile a quella del modello Albert, ma in questo diagramma si possono etichettare sia l’asse x sia l’asse y. L’asse x è il «tempo» e l’asse y va da «negativo» a «positivo». Nell’angolo in alto a destra troviamo le «soluzioni». Secondo Schenck, «molti ingredienti possono contribuire a una soluzione: cose, persone, abilità, esperienze passate, denaro, energia, creatività…, chiamati nel loro insieme risorse. Risorse ed elementi della soluzione desiderata si possono trovare in tutti i tempi, lungo tutto l’asse del “tempo” o “linea del tempo”. Quelli del passato possono essere chiamati “esperienze”, quelli del presente “abilità”, quelli del passato e del presente insieme “eccezioni” e quelli del futuro “visioni” o “obiettivi”» (Schenck, 2006, p. 28), che egli rappresenta nel secondo diagramma.
Pur non avendo, come il modello Albert, una linea retta chiara per il processo SF, questo modello usa una struttura a matrice due per due, familiare a molte figure della consulenza organizzativa, per mappare ciò a cui si presta attenzione nell’approccio SF. Il «piano» SF è chiaramente visibile come metà superiore del diagramma. La forza di questo modello sta nella sua adattabilità alla consulenza organizzativa e nella chiarezza della rappresentazione. Schenck usa il modello anche come guida per chi pratica, incoraggiando a invitare le persone clienti a parlare di ciò che è rappresentato nella metà superiore del diagramma: «Non importa davvero da quale quadrante della mappa parta la persona con cui lavora: si possono sempre trovare domande che puntano verso il quadrato in alto a destra, il quadrante delle soluzioni! […] La mappa può aiutare a orientarsi su dove si trova la persona e su quale tipo di domanda scegliere per sostenere l’attenzione alle possibilità positive e alle risorse» (Ibid., p. 30).
Figura 5. Il quadrante di orientamento dialogico di Haesun Moon (2017). Figura 6. Il quadrante di orientamento dialogico di Haesun Moon (2020). Figura non riprodotta.
Il «Dialogic Orientation Quadrant» («quadrante di orientamento dialogico») di Haesun Moon ha reso popolare la struttura ideata originariamente da Klaus Schenck. I suoi diagrammi (Moon, 2017, 2020) combinano il linguaggio del modello Albert (Jackson & McKergow, 2007), il «futuro temuto», e la struttura del Solutions Landscape di Schenck (Schenck, 2006). La differenza tra il quadrante di Jackson & McKergow e il quadrante dialogico di Moon è che nel quadrante di Jackson & McKergow l’asse della soluzione va «verso l’alto» e l’asse del problema «verso il basso». L’orientamento di Moon e di Schenck è quello di una tradizionale matrice a quattro campi, che ne facilita l’accettazione negli ambienti manageriali, mentre il quadrante di Jackson & McKergow è visivamente più accattivante, poiché il movimento «positivo» va «verso l’alto».
Nel suo articolo «Coaching: Using Ordinary Words in Extraordinary Ways», Moon afferma di proporre «un nuovo quadro del coaching, derivato da una prospettiva interazionale centrata sulla soluzione, e un modo basato sulla pratica di comprendere “come funziona il coaching”» (Moon, 2020). Il suo quadrante è presentato come una «semplice euristica dell’interazione […] destinata a rendere più semplice l’organizzazione dell’osservazione induttiva di una conversazione di coaching» (Ibid., p. 251). Moon combina la ricerca di Janet Bavelas sulla microanalisi, l’approccio centrato sulla soluzione e il pensiero costruzionista sociale per illustrare gli orientamenti fondamentali delle conversazioni di coaching. Come Schenck, cita Korzybski: «la mappa non è il territorio» (Ibid., p. 253).
Il «quadrante di orientamento dialogico» si concentra sull’osservazione della pratica del coaching ed è strutturato esattamente come il precedente «Solution Landscape» di Klaus Schenck (Schenck, 2006), per cui valgono le stesse osservazioni fatte sopra. Moon è più esplicita sui fondamenti costruzionisti sociali e integra la microanalisi nel suo articolo.
Figura 7. Il Lösungskreuz (croce delle soluzioni) di Tom Küchler, 2020. Figura non riprodotta.
Nella pratica di lingua tedesca, Küchler ha introdotto il Lösungskreuz («croce delle soluzioni»), una visualizzazione a croce degli orientamenti conversazionali, strutturata come il «Solution Landscape» di Schenck (Schenck, 2006), ma con un design visivo più chiaro. È piuttosto minimalista e offre a chi pratica una «mappa» della conversazione molto facile da capire. Küchler indica Haesun Moon come sua fonte di ispirazione (Küchler, 2021).
Anziché usare parole per descrivere i quadranti, Küchler usa simboli: un segno più e un segno meno sull’asse verticale, e un simbolo di avanzamento rapido e uno di riavvolgimento rapido sull’asse orizzontale. Il minimalismo di questo diagramma si accorda bene con l’estetica e l’ethos minimalisti della teoria e della pratica SF. Tuttavia, quando si usa questo diagramma in formazione, chi studia ha probabilmente bisogno di spiegazioni per servirsene. Viene in mente il vecchio adagio della visualizzazione: «Un’immagine vale più di mille parole, ma non dovrebbe averne bisogno».
Figura 8. Il Solution Loop (anello delle soluzioni) di Tom Küchler (2023). Figura non riprodotta.
Andando oltre i quadranti, Küchler ha sviluppato il Solution Loop, un modello circolare che mette in evidenza i cicli iterativi. Küchler cita come fonti di ispirazione la psicologia della motivazione, la teoria PSI, lo Zürcher Ressourcen Modell e la teoria dell’accettazione e dell’impegno, il che fa alzare le sopracciglia per la loro incommensurabilità teorica. Il diagramma rappresenta la fluidità di una conversazione tra positivo e negativo e tra passato e futuro, in piena sintonia con il pensiero SF o costruzionista sociale sulle conversazioni in generale. Anche questo diagramma è molto minimale. È inoltre una delle prime visualizzazioni a mettere in primo piano la fluidità del processo SF.
Nota comparativa. I modelli a quadranti offrono chiarezza teorica e attirano un pubblico abituato ai quadri concettuali. Sono particolarmente utili negli ambienti organizzativi e accademici. Sono uno strumento pratico per osservare le conversazioni, per invitare le persone clienti a parlare di futuri positivi e di passati positivi e, quindi, anche per insegnare e apprendere l’approccio SF. Jackson & McKergow (2007) integrano una differenziazione rispetto agli approcci centrati sul problema; Küchler aggiunge una rappresentazione della fluidità della conversazione.
I modelli di flusso e di processo mettono l’accento sul movimento e sul processo conversazionali. Sono particolarmente diffusi nella formazione e nella pratica quando chi comincia a praticare l’approccio SF chiede una struttura per le proprie conversazioni. Se questa struttura può dare sicurezza a chi è agli inizi e cerca un «come fare», comporta il pericolo di semplificare eccessivamente e di solidificare una pratica fluida ed emergente.
Figura 9. Il diagramma di flusso BRIEFER di Steve de Shazer e Alex Molnar (1988). Figura non riprodotta.
Il primo tentativo di visualizzare il processo SF come diagramma di flusso avvenne nell’ambito del «Briefer Project», con cui Steve de Shazer cercò di creare un albero decisionale per la pratica SF. In questo diagramma si può vedere che cosa guida le decisioni di chi pratica nel corso di una conversazione. Se la persona cliente parla di cambiamenti avvenuti prima della seduta, chi pratica farà altre domande su quei cambiamenti. Altrimenti, chiederà delle eccezioni. Se non ci sono eccezioni, si informerà sulle soluzioni ipotetiche, e così via. Il tutto è seguito da «domande generali».
Questo primo diagramma di flusso visualizza le decisioni strategiche di chi pratica all’interno di una conversazione SF. È piuttosto complicato e suggerisce inoltre che una conversazione SF abbia una struttura fissa, cosa che le versioni più attuali della pratica hanno abbandonato in cambio di maggiore fluidità, flessibilità e collaborazione con la persona cliente.
Figura 10. Il diagramma di flusso di Bruges di Luc Isebaert e Marie-Christine Cabié (1997). Figura non riprodotta.
Il diagramma di flusso di Bruges è stato sviluppato inizialmente dall’Istituto Korzybski di Bruges, in Belgio, ed è citato anche in Cauffman & Dierolf, «The Solution Tango» (2006), purtroppo senza un riferimento diretto all’originale. Anziché concentrarsi sul processo SF, questo diagramma di flusso rappresenta un albero decisionale per chi pratica, allo scopo di «dare a chi pratica alcuni esempi di interventi possibili» (p. 116, traduzione dell’autrice). Isebaert e Cabié sottolineano che denominazioni come «esperti» o «consultanti» non descrivono le persone clienti (tenendosi lontano dalla diagnosi), ma la relazione tra la persona cliente e chi pratica. Conoscere il tipo di relazione può aiutare chi pratica a «non andare troppo in fretta ed evitare certi interventi intempestivi» (p. 116, traduzione dell’autrice). Le domande guida sono:
I diversi livelli di relazione continuano a essere insegnati all’Istituto Korzybski, ma altrove sono passati di moda. Il pericolo di questo diagramma di flusso è che crea in chi pratica uno sguardo analitico che, pur riguardando la relazione tra chi pratica e la persona cliente, può trasformarsi in una postura diagnostica. Isebaert e Cabié non lo intendevano affatto. L’idea che certe relazioni consentano conversazioni diverse è interessante. La questione se e quando «dare consigli» a una persona cliente emerge spesso nella formazione al coaching, e questo diagramma di flusso può offrire una risposta articolata.
Figura 11. I Solutions Tools di Paul Z Jackson e Mark McKergow (2002). Figura non riprodotta.
Questo diagramma di flusso parte dal «problema», tra virgolette e all’interno di un cerchio tratteggiato. Ciò segnala già che in una conversazione SF non è necessario parlare molto del «problema». Il primo elemento non tratteggiato è la piattaforma, «un punto di partenza per il nostro processo di ricerca di ciò che funziona» (Jackson & McKergow, 2007, p. 18). L’elemento successivo è il «futuro perfetto», una descrizione del futuro preferito senza il problema. Seguono i «counters», tutte le risorse, abilità, competenze pratiche e conoscenze (Ibid.), che si allineano su una scala raffigurata sul lato sinistro del diagramma. La scala abbraccia l’intero diagramma di flusso, da 1 (il livello del problema) a 10 (il livello del futuro perfetto). Gli ultimi due elementi sono «affermare» e «piccole azioni».
Il pragmatismo e la chiarezza di questo diagramma sono attraenti. Offre a chi comincia una visione chiara di come si potrebbe strutturare una conversazione. Oggi «piccole azioni» diventerebbe molto probabilmente «descrizione dei segnali di progresso» (McKergow, 2016). Il rischio di un processo standard descritto è che l’approccio SF venga inteso come una sequenza prescritta di strumenti anziché come una filosofia relazionale. Mark McKergow (conversazione privata, 2026) mi ha detto che fu l’editore a insistere sulle frecce nei diagrammi, mentre Jackson e McKergow erano ben consapevoli dei pericoli di mostrare una sequenza standard.
Figura 12. Il Solution Tango di Louis Cauffman e Kirsten Dierolf (2006). Figura non riprodotta.
Il Solution Tango paragona la pratica SF a un ballo non coreografato tra due partner (chi guida e chi segue). Chi guida offre inviti, e chi segue li segue (oppure no). La metafora del «ballo» sottolinea la co-creazione tra chi pratica e la persona cliente, in linea con la filosofia costruzionista sociale su cui si fonda l’approccio SF. Il diagramma pone al centro i «complimenti» e organizza intorno a essi gli altri «strumenti». Nel testo descrittivo (Cauffman & Dierolf, 2006, pp. 47–111) si trova una struttura in sette passaggi, che non vuole essere sequenziale.
Il diagramma, se non viene preso come una serie di passaggi sequenziali, offre una panoramica delle possibili interazioni SF. La panoramica può essere intesa come un «menu» da cui chi pratica l’approccio SF può scegliere nel corso di una conversazione. Sottolinea l’importanza dei «complimenti», traducibili all’incirca come «apprezzamento», e offre flessibilità a chi pratica.
Figura 13. La ruota SF di Susanne Burgstaller (2015). Figura non riprodotta.
La ruota SF (Burgstaller, 2015) è un modello circolare che mette l’accento sulle dimensioni sistemiche e iterative dell’approccio SF nelle organizzazioni. La ruota riflette la natura ricorsiva dell’approccio SF. Distingue il suolo e il cielo, e il sole è identificato con un «futuro preferito» carico di speranza. Sulla ruota troviamo il contesto della clientela nel suolo e, come primo punto di partenza per salire verso il cielo, il contratto. Seguono i segnali di progresso / il futuro, il futuro preferito nel sole, le speranze e le risorse nel movimento discendente e «ciò che funziona» di nuovo nel suolo.
Questo diagramma include sia il movimento sia una differenziazione tra due piani distinti: uno appartenente al contesto della clientela (il contesto e ciò che funziona) e uno appartenente alle interazioni tra chi pratica e le persone clienti. Come in tutti i diagrammi di flusso, il pericolo è che l’approccio SF venga ridotto a un processo da seguire. L’aggiunta di due piani è innovativa e interessante.
Figura 14. La galleria d’arte centrata sulla soluzione di Chris Iveson (da McKergow, 2016). Figura non riprodotta.
La galleria d’arte centrata sulla soluzione paragona una conversazione SF alla visita di un museo d’arte. La persona cliente e chi pratica entrano dalla «biglietteria», si muovono liberamente nella «galleria del futuro» e nella «galleria delle occasioni» ed escono dal «negozio di souvenir». McKergow afferma che «il senso di questa metafora è che, una volta dentro la galleria (con un biglietto o un progetto), le sale possono essere visitate in qualsiasi ordine e si può trascorrere più o meno tempo in ciascuna. […] Non è una mappa del percorso, ma una guida a quello che sarà inevitabilmente un viaggio individuale» (McKergow, 2016, p. 112). La galleria serve a tenere traccia di ciò che accade nella conversazione. A differenza di Schenck e di Moon, la galleria d’arte si concentra solo sui temi che possono emergere in una conversazione SF e non menziona quali temi non verranno sollecitati. Ciò dipende dallo scopo della «metafora della galleria»: è pensata per chi studia e pratica l’approccio SF. Un altro elemento innovativo della metafora della galleria è il passaggio dagli «strumenti» e dalle domande ai focus della conversazione. Mette inoltre in evidenza l’elemento descrittivo della pratica SF: in ogni sala la persona cliente è invitata a descrivere anziché spiegare; ogni descrizione può essere paragonata a un quadro appeso alla parete della galleria.
Il passaggio dagli strumenti alle descrizioni è molto in linea con gli elementi più recenti della pratica SF. La visualizzazione della «galleria d’arte» consente di lavorare in una struttura flessibile e di tenere presente l’invito alle persone clienti a parlare di descrizioni di un passato positivo e di un futuro orientato ai loro obiettivi. È al tempo stesso flessibile e chiara e non cade nella trappola di strutturare eccessivamente la pratica SF. Con la metafora della «galleria d’arte», ogni professionista può trovare il proprio modo di rivolgere inviti alle persone clienti.
Figura 15. Il cerchio SF di Jay Valusek (2021). Figura non riprodotta.
La visualizzazione dell’approccio SF per il dolore cronico di Jay Valusek usa la metafora di un cerchio. Al centro troviamo il «futuro preferito», con un 10 sulla scala. All’estremità opposta c’è lo 0, con il «problema». Valusek usa l’approccio SF per aiutare persone con dolore cronico e «colloca deliberatamente il “futuro preferito” della persona assistita al centro di un processo dinamico e iterativo» (Valusek, 2021, p. 15). Concentrandosi sulle eccezioni anziché sugli episodi di dolore, invitate a notare le proprie soluzioni e progettando i propri esperimenti, le persone si muovono verso il loro futuro preferito con un movimento circolare.
Questo diagramma si concentra sul processo di scala, ma lo fa con un movimento circolare anziché con la consueta linea retta. Sottolinea l’aspetto iterativo di «fare esperienza», «rendersi conto» e «sperimentare». Il futuro preferito è al centro; tuttavia non si accenna a un’attenzione alla sua esplorazione. Il diagramma è chiaro e semplice e sembra utile per spiegare un processo SF a figure professionali e persone clienti con un’impostazione più centrata sul problema, senza appesantirle con troppa teoria (sulla pratica).
Figura 16. La Lösungspyramide (piramide delle soluzioni) di Ralph Miarka e Veronika Jungwirth, 2022. Figura non riprodotta.
La «Lösungspyramide» (piramide delle soluzioni) di Miarka e Jungwirth illustra il processo SF come fondato su «il tema» (das Thema) e sulla «Wertschätzung» (apprezzamento). I vari livelli della piramide sono: «obiettivi e conseguenze», «ciò che funziona», «prossimi passi», «fiducia». Miarka e Jungwirth affermano che «ogni conversazione centrata sulla soluzione attraversa essenzialmente quattro fasi» (Miarka & Jungwirth, 2022, p. 63).
La forma della piramide suggerisce qualcosa di solido e immutabile. L’approccio SF è ridotto a un procedimento in quattro passaggi, e non è chiaro perché sia stata scelta la forma della piramide, se non per significare che ogni conversazione poggia su una base costituita da «il problema e tutte le esperienze che si sono già fatte con esso» (Ibid.). Questo diagramma rischia di assumere «il problema» come motivo principale della conversazione, mentre l’approccio SF invita in genere a concentrarsi su ciò che si desidera anziché su ciò che non si desidera. Resta anche poco chiaro perché sia stata scelta la forma della piramide, se non, forse, per ragioni di branding, nel tentativo di distinguere il diagramma da altri modelli esistenti.
Figura 17. Il diamante della terapia breve SF di Elliott Connie e Adam Froerer (2023). Figura non riprodotta.
Elliot Connie e Adam Froerer partono da un’affermazione audace: «Il modello del diamante è una delle più grandi innovazioni nel campo della terapia breve centrata sulla soluzione. È un diagramma di flusso che comprende le cinque abilità che bisogna padroneggiare per praticare efficacemente la terapia breve centrata sulla soluzione. Ti guida in ogni momento di una seduta, così non ti perderai mai più in una seduta. Saprai con assoluta chiarezza dove ti trovi, da dove vieni e che cosa viene dopo» (Connie & Froerer, 2023, p. 95). Questo tipo di linguaggio ricorda gli approcci terapeutici modernisti, in cui chi pratica detiene la competenza sul processo della seduta. Chi pratica possiede «abilità» che «padroneggia» per «non perdersi» nella seduta. La pratica terapeutica diventa qualcosa che chi pratica fa alla persona cliente anziché qualcosa che viene co-costruito, il che, a mio avviso, non è rappresentativo della filosofia e dell’ethos costruzionisti sociali dell’approccio SF.
Se trascuriamo il linguaggio di marketing, possiamo vedere che il diagramma di flusso del diamante consente comunque la co-creazione. In questa visualizzazione, il modello della «galleria d’arte» con quattro sale è ridotto a tre passaggi, con le opzioni «storia del risultato», «risorse per il risultato» e «futuro del risultato» tra il «risultato desiderato» e la «chiusura». Rispetto al modello della «galleria d’arte», l’attenzione alla descrizione (dei quadri nella sala espositiva) di comportamenti osservabili, una parte importante della pratica SF, è meno chiara; se ne parla nel riquadro laterale. Il modello del diamante in sé sottolinea la fluidità della co-costruzione tra chi pratica e la persona cliente (il che rende la retorica di marketing ancora più infelice). Aiuta chi pratica a strutturare la conversazione in modo flessibile, mantenendo l’attenzione sulle descrizioni anziché sulle spiegazioni.
Nota comparativa. I modelli di flusso si sono evoluti da semplici cassette degli attrezzi alla fine degli anni Ottanta a diagrammi ricchi di metafore, sistemici e specifici per ambito negli anni Dieci e Venti del Duemila. Eccellono per accessibilità, ma rischiano l’eccessiva semplificazione. Ogni diagramma ha i propri punti di forza e di debolezza ed è adattato al proprio contesto (per esempio la Lösungspyramide per chi fa coaching agile o la spirale di Valusek per il lavoro con il dolore cronico).
Le visualizzazioni creano messaggi memorabili, semplificano la complessità, evocano qualità metaforiche e strutturano la pratica. Aiutano a distinguere l’approccio SF da altri approcci e offrono termini di confronto. Sostengono inoltre la diffusione e la professionalizzazione, segnalando legittimità nei contesti accademici e professionali.
Le visualizzazioni impongono una struttura a un processo emergente. I modelli lineari rischiano interpretazioni da lista di controllo, pur offrendo a chi comincia un’«illusione di prevedibilità» che può essere molto utile quando si apprende un nuovo modello. Ciò riflette una sfida più ampia: bilanciare accessibilità e fedeltà.
Metafore come il tango, la ruota, la galleria, la piramide e il diamante hanno una grande forza pedagogica. Collegano la pratica astratta a esperienze incarnate, ma introducono anche associazioni involontarie (per esempio la gerarchia nelle piramidi). Chi forma all’approccio SF dovrebbe inquadrare le metafore in modo critico per evitare fraintendimenti.
Chi ha fondato l’approccio SF ha insistito su una teoria minima (sulle persone clienti). La proliferazione dei diagrammi riflette esigenze professionali di insegnamento e di diffusione, ma rischia di diluire la semplicità radicale dell’approccio SF. Le visualizzazioni incarnano così un paradosso epistemologico: necessarie alla pedagogia, rischiano però di minare la filosofia che rappresentano.
Chi pratica può usare i diagrammi come strumenti di orientamento, ma dovrebbe trattarli come mappe, non come territori. Affidarvisi troppo comporta il rischio della rigidità. Chi ha esperienza può usarli in modo selettivo, adattando le metafore ai contesti delle persone clienti.
I diagrammi possono essere utili in formazione. Spesso chi è agli inizi è contento di avere un modello da seguire, come un’impalcatura da poter abbandonare man mano che acquisisce scioltezza. Chi forma può arricchire l’apprendimento esponendo chi studia a più modelli e sottolineandone la natura metaforica e parziale. Usare modelli contrastanti nella discussione può favorire il pensiero critico anziché un’adesione dogmatica. In ultima analisi, chi forma all’approccio SF vuole incoraggiare ogni professionista a riempire la pratica SF con il proprio modo di interagire con le persone clienti (in modo SF), e non con un diagramma di flusso di cose da dire.
Negli ultimi due decenni le visualizzazioni della pratica SF si sono moltiplicate. I modelli a quadranti offrono chiarezza teorica, mentre i modelli di flusso e di processo offrono accessibilità pedagogica. Entrambi hanno arricchito l’insegnamento e la diffusione dell’approccio SF, ma entrambi comportano rischi di eccessiva semplificazione e di distorsione. Chi pratica, chi forma e chi fa ricerca dovrebbe accostarsi alle visualizzazioni in modo critico e usarle come impalcature, non come prescrizioni. I futuri lavori di ricerca e di progettazione potrebbero produrre visualizzazioni capaci di cogliere meglio la natura emergente e guidata dalla persona cliente dell’approccio SF, magari attraverso formati dinamici e interattivi.
In definitiva, le visualizzazioni resteranno parte del paesaggio pedagogico dell’approccio SF. Il loro valore non sta nel fornire rappresentazioni definitive, ma nel suscitare riflessione, dialogo e apprendimento. Usate in modo critico e creativo, possono arricchire la pratica SF anziché vincolarla.
Ricevuto l’8 ottobre 2025, accettato il 13 marzo 2026, pubblicato il 1° aprile 2026.
Complexe Systémique: l’essenziale
Una storia iconografica di un movimento che voleva fare a meno delle immagini, raccontata dall’interno da una formatrice che ha disegnato lei stessa uno dei diagrammi esaminati, il Tango. Tre cose da ricordare: l’aneddoto del modello Albert, nato su una lavagna di Oxford e battezzato a partire da una citazione apocrifa di Einstein; l’ammissione di McKergow che le frecce del suo diagramma di flusso furono imposte dall’editore; e la critica misurata ma netta del linguaggio commerciale del Diamante, «non ti perderai mai più in una seduta», così lontano dalla co-costruzione che pure rappresenta. Per chi pratica la terapia sistemica, la domanda vale al di là dell’approccio SF: ogni diagramma didattico, genogramma compreso, è una mappa che bisogna saper lasciare andare. Da leggere insieme a McKergow sulla SFBT 2.0 e la galleria d’arte, il modello di Bruges nella pratica e il cerchio di Valusek per il dolore cronico.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Visualizing Solution Focused Practice: A Critical Review of Diagrams and Models in Theory and Application, di Kirsten Dierolf, pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices, vol. 10, n. 1 (2026), pp. 3-25, doi: 10.59874/001c.159483, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione, figure non riprodotte). La traduzione non è stata realizzata né dall’autrice né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Visualizing Solution Focused Practice: A Critical Review of Diagrams and Models in Theory and Application», pubblicato nel Journal of Solution Focused Practices (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e presentazione adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Dierolf, K. (2026). Visualizing Solution Focused Practice: A Critical Review of Diagrams and Models in Theory and Application. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/visualizing-solution-focused-practice-a-critical-review-of-diagrams-and-models (Opera originale pubblicata nel 2026 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 10, n. 1 (2026), pp. 3-25; ripubblicata nel 2026 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/159483)
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