Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare
La ricerca continua a ripeterlo: è la relazione terapeutica a rendere efficace la terapia. Vuol dire che la teoria conta poco? Rudi Dallos e Arlene Vetere sostengono il contrario: la relazione è la cosa più complessa che la terapia fa, e richiede una teoria. La loro pista: l’attaccamento, la base sicura di Bowlby e un’attenzione rinnovata all’emozione, anche nei disaccordi con le famiglie sulla diagnosi.
Traduzione non ufficiale in italiano di ‘What Is the Place of Theory in Contemporary Family Therapy?’ Theorising the Concept of the Therapeutic Relationship, di Rudi Dallos e Arlene Vetere, pubblicato su Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2025), doi: 10.1002/anzf.70039, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
È da questo terreno caldo e fertile della sicurezza che la curiosità comincia a fiorire.
Rudi Dallos e Arlene Vetere
Abstract
L’articolo sostiene che la constatazione secondo cui l’ingrediente chiave di qualsiasi forma riuscita di psicoterapia è la relazione terapeutica debba essere teorizzata e sottoposta a ricerca. Si corre il rischio che la relazione terapeutica venga liquidata come un concetto intangibile, fatto di qualità come la «gentilezza», il «rispetto» e la «piacevolezza» verso le persone, le coppie e le famiglie. L’articolo sostiene invece che si tratta di uno degli ambiti più importanti, che richiede lo sviluppo di una solida base teorica e di una ricerca che la sostenga. Si argomenta che una candidata forte a teoria pertinente e clinicamente applicabile sia la teoria dell’attaccamento, con i suoi legami con le neuroscienze contemporanee. L’articolo discute come la teoria dell’attaccamento possa offrire una mappa per adattare la relazione terapeutica in modo da offrire un senso di sicurezza, tenendo conto delle differenze individuali e dei diversi pattern familiari.
Punti chiave
Cominciamo questo articolo tornando a una delle idee che hanno ispirato questo simposio. La si descrive come nata da una discussione tra Glenn Larner e David Pocock sul libro di Peter Rober Becoming an Effective Family Therapist (Rober 2024). Una delle conclusioni di Rober è che le evidenze della ricerca mostrano che l’efficacia della terapia è fortemente legata sia all’alleanza terapeutica sia alle qualità di chi conduce la terapia. Dunque, se la relazione terapeutica è centrale, qual è il ruolo della teoria, ammesso che ne abbia uno?
Posta in questi termini, non c’è forse un presupposto implicito secondo cui l’alleanza terapeutica non sarebbe di per sé qualcosa su cui occorra teorizzare? Che ciò che ne sappiamo sia semplice buon senso, come la «gentilezza» verso i membri della famiglia? Vogliamo suggerire esattamente il contrario. È probabilmente la cosa più complessa e sofisticata che facciamo nel lavoro terapeutico e quindi quella che più ha bisogno di essere studiata e compresa. Per noi la teoria è la base su cui noi, e altre persone, ci rendiamo eticamente responsabili della nostra pratica sistemica: idee, formulazione e azione. È quindi eticamente più solido lavorare con una teoria verificata attraverso le evidenze che con una teoria la cui validità non è stabilita. Accanto a questo, crediamo anche che vi sia qualcosa di mistico, e persino di magico, nell’incontro tra esseri umani, la cui complessità forse non riusciremo mai a comprendere fino in fondo. C’è forse anche il rischio che, come quando si teorizza l’umorismo, finiamo per uccidere ciò che cerchiamo di osservare.
Fatta questa riserva, in questo articolo esaminiamo alcune teorizzazioni sulla relazione terapeutica e la ricerca collegata: non solo se funziona, ma piuttosto che cosa sia. Più in generale, sebbene queste due domande collegate colgano alcune delle questioni centrali relative al teorizzare nella e sulla psicoterapia sistemica, possiamo pensare la questione in modo ancora più ampio. È possibile non teorizzare? Che cosa significherebbe: che non pensiamo a ciò che facciamo, ma procediamo semplicemente sulla base dell’intuizione, del «buon senso», in modo pragmatico? Il pensiero del costruttivista George Kelly (1955) ci è utile qui. Coniò l’espressione «l’uomo scienziato» per indicare l’idea che essere umani significa essere continuamente impegnati a formulare e verificare ipotesi sul mondo. Chiamò queste ipotesi costrutti. Secondo Kelly, usiamo questi costrutti per spiegare e, soprattutto, per prevedere ciò che ci accadrà in futuro sulla base di ciò che abbiamo appreso dal passato: i nostri costrutti sono anticipatori. Analogamente, Bowlby (1988) sviluppò l’idea di «modelli operativi» per esprimere un’idea simile: costruiamo modelli delle nostre relazioni sulla base di ciò che abbiamo vissuto, per esempio nell’infanzia. Questo però introduce l’idea che la «teoria» possa essere teoria con la «T» maiuscola, come nelle grandi teorie (macro), oppure con la «t» minuscola, come nelle teorie locali (micro), per esempio le nostre previsioni, momento per momento, di ciò che accadrà nelle nostre relazioni. Un altro modo di pensarlo è che nella terapia familiare sistemica abbiamo teorie «grandi», come la teoria secondo cui le famiglie possono essere comprese come sistemi e le relazioni descritte attraverso pattern (Minuchin 1974) o come sistemi di costruzione linguistica di significato (Anderson and Goolishan 1988; White 1995). In effetti, le successive teorie socio-costruzioniste rimandano anche a teorie di livello più micro su ciò che accade nelle conversazioni per creare significati locali nelle famiglie. Per esempio, O'Reilly e Kiyimba (2023) usano l’analisi della conversazione per esplorare esempi di incontri terapeutici in contesti di salute mentale e mostrare come la teoria possa orientare la pratica. Allo stesso modo, nella terapia familiare sistemica possiamo pensare che chi conduce la terapia formuli teorie «sul momento»: per esempio, che cosa chiederò o approfondirò ora? Quale attività potrei proporre? Quale linea argomentativa potrei esplorare ulteriormente? Analogamente, Peter Rober ha descritto le conversazioni interiori di chi fa terapia e come orientano la pratica (2024).
È importante anche riconoscere che teorizzare, soprattutto a questo livello più micro, è qualcosa che fanno anche i membri della famiglia. La domanda allora non riguarda più solo il fatto che chi pratica la terapia familiare abbia bisogno di teoria, ma quali teorie usano i membri della famiglia. Possiamo anche pensarlo come strati ricorsivi: quale teoria hanno i membri di una famiglia sulle teorie che io uso? Quanta collaborazione e trasparenza mettiamo, o possiamo mettere, nel condividere reciprocamente le nostre teorie?
La teoria considerata in questi modi può essere descritta anche come formulazione (Johnstone and Dallos 2013). Questo solleva per noi una questione fondamentale per la terapia familiare sistemica, ossia l’elefante nella stanza: la diagnosi medica. Che ci piaccia o no, molte famiglie e molti servizi con cui lavoriamo, che ci inviano famiglie, usano una teoria centrale secondo cui le persone hanno condizioni «reali», nominate e descritte come forme di malattia mentale, che funzionano come etichette diagnostiche. E ci preoccupa l’uso crescente di tali descrizioni ed etichette, spesso ateoriche: si pensi, per esempio, all’aumento delle diagnosi di autismo, che sta raggiungendo proporzioni epidemiche. Descrivere non è spiegare: la teoria tenta una spiegazione. Ancora più preoccupante è l’approccio secondo cui le esperienze umane di sofferenza possono essere spiegate come forme di malattia mentale, un approccio che assume lo status di fatto incontestato. Lo si considera semplicemente una «realtà», e questo presupposto è sostenuto da «prove» provenienti, per esempio, dalle scansioni cerebrali e dall’ereditarietà genetica delle condizioni, e così via. In realtà sosteniamo che sia altamente contestabile, perché nelle diagnosi di autismo, ADHD, depressione e anoressia le differenze cerebrali rilevate nelle TAC possono essere spiegate altrettanto bene da traumi non elaborati e da precoci esperienze relazionali di attaccamento avverse.
Le questioni sono dunque due: quale teoria abbiamo sul rapporto tra diagnosi e spiegazione? E anche se non vogliamo aderire alla diagnosi come spiegazione, come parliamo con le famiglie quando sono loro a considerare le descrizioni diagnostiche come spiegazioni, per esempio, del comportamento del loro figlio o della loro figlia? Per noi, è uno dei punti in cui torniamo alla questione da cui siamo partiti in questo articolo: la relazione terapeutica. Come possiamo costruire una relazione vicina, autentica e aperta con i genitori, per esempio, quando potremmo essere in disaccordo di fondo con la loro teoria secondo cui una diagnosi di ADHD è il modo migliore di comprendere il loro bambino o la loro bambina? Torniamo qui a notare che spesso si comincia, come ha fatto Peter Rober parlando della relazione terapeutica, pensando alla ricerca sugli esiti, cioè a quanto qualcosa sia efficace? Ma abbiamo bisogno di conoscere il processo; per esempio, «come» riescono alcune persone che fanno terapia a costruire una relazione positiva ed efficace, pur essendo in disaccordo con una famiglia sulle sue spiegazioni dei problemi? Dobbiamo sapere come e perché la relazione terapeutica funziona. È la ricerca sul processo, e ne fa parte il tentativo di definire che cosa stiamo osservando e che cosa cerchiamo.
Non dimentichiamolo: è chi fa terapia a rendere efficace la psicoterapia, e le altre professioni di aiuto. Un numero crescente di ricerche dimostra che nella pratica, così come negli studi clinici, gran parte della variabilità degli esiti è attribuibile a chi conduce la terapia, indipendentemente dal trattamento erogato. (Wampold 2011, 37)
Questa citazione dalla ricerca di Bruce Wampold (2011) mette in evidenza che dobbiamo comprendere in che modo chi conduce la terapia contribuisce a questo dato sull’efficacia. Descrivere una buona alleanza non equivale a spiegarne le dinamiche. Per noi, ciò ha implicazioni chiare per il benessere duraturo della persona professionista e per il modo in cui contribuisce allo sviluppo della fiducia nella relazione terapeutica. Due dei risultati di Wampold lo dicono chiaramente: (a) la capacità di chi conduce la terapia di notare, comprendere, monitorare e gestire le proprie risposte di attivazione nei momenti difficili della terapia; e (b) il suo impegno nello sviluppare una formulazione collaborativa che indichi la direzione del percorso terapeutico. Il secondo risultato mostra la necessità di chiarezza teorica nell’origine e nello sviluppo delle idee condivise in terapia. Abbiamo la responsabilità etica di essere chiari sulle idee e sulle risonanze che portiamo nella terapia, tanto quanto ci interessano le idee e le risonanze che portano le persone assistite, specialmente in relazione al cambiamento desiderato e alla sua direzione. Ciò richiama il bisogno costante di supervisione riflessiva e di cura di sé di chi fa terapia, come atti d’amore. Il primo risultato attinge direttamente all’enfasi della moderna teoria dell’attaccamento sulla comprensione dell’attivazione fisiologica e della co-regolazione (Schore and Schore 2008, 2017). La rassegna di Wampold sulla ricerca esistente in materia di alleanza terapeutica chiarisce che le persone che fanno terapia in modo efficace costruiscono alleanze solide con un’ampia gamma di persone assistite e di contesti di vita (Wampold 2017).
Ma come ci riescono? Per noi, un indizio sta nella possibilità, che risale anch’essa alle radici della terapia familiare sistemica, che prestino attenzione non solo a ciò che viene detto ma a come viene detto. In altre parole, entriamo in contatto con le emozioni, il dolore, l’angoscia, la ferita e la paura che i genitori provano. Questa enfasi sulla comunicazione, e sulla comunicazione come simultaneamente stratificata su più livelli, era centrale nella prima terapia familiare sistemica. Era centrale nelle teorie del gruppo di Bateson et al. (1956), per esempio nella teoria del doppio legame. Si può sostenere che nella terapia sistemica contemporanea l’attenzione si sia concentrata a tal punto sulla «costruzione di significato» da marginalizzare l’emozione, o la «costruzione di emozione», e quindi il rapporto tra questi processi.
Ci piace cominciare il nostro insegnamento della terapia sistemica con una citazione di John Bowlby:
Ora è chiaro infatti che non solo i bambini piccoli, ma gli esseri umani di ogni età sono più felici e in grado di esprimere al meglio i propri talenti quando sono sicuri che dietro di loro ci sono una o più persone di fiducia che verranno in loro aiuto se dovessero sorgere difficoltà. La persona di fiducia fornisce una base sicura a partire dalla quale il suo compagno (o la sua compagna) può agire. (Bowlby 1973, 41)
E Bowlby aveva ragione: basta una sola altra persona. Chi fa terapia può essere la prima persona di cui ci si fida dopo ripetute esperienze di danno, delusione e/o sfiducia. Bowlby lo descrisse come la «base sicura», che considerava un prerequisito fondamentale della terapia. Nei suoi termini, l’alleanza terapeutica consiste in questa esperienza di avere una persona di fiducia, come una figura genitoriale, di cui possiamo avere la certezza che «sta dietro» di noi ed è disponibile a venirci in aiuto. Questa persona è vista come una base a partire dalla quale possiamo esplorare e correre rischi, con la fiducia di poter tornare da lei per ricevere guida e consiglio. Nella ricerca di Gottman, questa fiducia poggia su tre pilastri: accessibilità, responsività e coinvolgimento (2011). Sheehan e Vetere (2023) hanno sviluppato ulteriormente il concetto e la pratica della fiducia interpersonale come forma di amore terapeutico nella tradizione dell’agape. L’amore è visto come l’impulso che dice «sì» alla richiesta di aiuto e all’invito implicito all’incontro. «Che cos’è questo sentimento d’amore che provo mentre siedo davanti a te? Ti guardo negli occhi mentre parli della tua paura e della tua angoscia, ora che ancora una volta il tuo corpo sembra tradirti. Abbiamo avuto questa conversazione molte volte negli anni. Sono consapevole delle mie fragilità fisiche mentre parli, del mio desiderio di sostenerti e di aiutarti a trovare un po’ di sollievo dalle paure che ti rodono e che si fanno più forti con gli anni, di offrirti conforto e rassicurazione, e forse persino di aiutarti a trovare un po’ di pace. So che ti fidi di me: che insieme abbiamo creato la sicurezza di cui hai bisogno quando hai paura. So che la mia presenza ti calma, e allora riesci a pensare. Questo è l’amore in azione».
È degno di nota anche che, quando Bowlby parlava di «esprimere al meglio i nostri talenti», ciò risuona con i risultati contemporanei delle neuroscienze, che hanno dimostrato come le nostre capacità di pensare, riflettere, vedere le nostre opzioni e risolvere problemi aumentino quando ci sentiamo al sicuro e siamo in uno stato ottimale di regolazione dell’attivazione (Porges 2022; Van der Kolk 2014; Siegel 2016; Vetere 2024). La nostra esperienza clinica in 45 anni è che pochissime delle persone con cui abbiamo lavorato hanno avuto una figura simile nell’infanzia o nelle relazioni attuali. La teoria dell’attaccamento usa termini come strategie di attaccamento sicure/insicure per descriverlo (Bowlby 1973; Crittenden and Landini 2011).
Ma, nella prospettiva della terapia sistemica, sorgono subito alcune domande importanti. Anzitutto: sicuro per chi, come e quando? La teoria dell’attaccamento ci è utile per cominciare a pensare a che cosa costituisca una minaccia emotiva. Alcune persone possono arrivare in terapia con l’ansia di essere «costrette» a parlare di cose che le mettono a disagio. Altre parlano volentieri dei propri sentimenti, ma non vogliono essere criticate. Queste rientrerebbero, a grandi linee, nelle strategie di attaccamento distanzianti/disattivanti e preoccupate/iperattivanti (Mikulincer and Goodman 2006; Ainsworth et al. 1978; Dallos and Vetere 2022). Abbiamo constatato che, se sbagliamo su questo punto, le persone possono essere molto restie a tornare. Abbiamo elaborato uno schema per pensarci:

Si tratta di cercare di incontrare le persone, all’inizio, là dove si sentono emotivamente al sicuro e a proprio agio. Con i pattern distanzianti ci concentriamo sui fatti e sulle spiegazioni e incoraggiamo gradualmente l’esplorazione dei sentimenti, mentre con i pattern preoccupati ci concentriamo sulle emozioni e ci spostiamo gradualmente verso la cognizione e i pattern.
Ma quando lavoriamo con gruppi familiari, questo è già troppo limitante. Ciò che è sicuro per un membro della famiglia può non esserlo per un altro. In una ricerca in cui abbiamo intervistato bambine e bambini sulla loro esperienza della terapia familiare, ci ha sorpreso che per gran parte di loro fosse stata un’esperienza sgradevole e poco sicura (Strickland-Clark et al. 2000). Hanno raccontato che trovarsi in una stanza piena di persone adulte, al centro dell’attenzione, metteva loro soggezione, che si sentivano addossare la colpa dei problemi della famiglia e temevano una punizione da parte dei genitori dopo la seduta se avessero detto la cosa sbagliata. Questa ricerca illustra il valore etico della ricerca: sarebbe stato facile supporre che, poiché la terapia sistemica adotta un approccio non colpevolizzante, sarebbe stata migliore per il bambino o la bambina inviata in terapia. Naturalmente, anche i genitori possono non sentirsi al sicuro. In una famiglia con una figlia di 14 anni che presentava anoressia, RD chiese come volessero cominciare: ciascuna persona doveva avere la possibilità di dire perché fosse lì e che cosa sarebbe stato utile, oppure preferivano parlare semplicemente insieme? Il padre e la figlia risposero di sì, che avere la possibilità di dire la propria sembrava una buona idea, ma la madre disse di non volerlo, perché a casa, ogni volta che diceva quello che pensava, sentiva che la figlia, e spesso il marito, la criticavano. Per lei non era sicuro che ciò potesse accadere in seduta. RD riconobbe ciò che era stato detto, ringraziò ciascuno per il suo riscontro ed esplorò come potesse essere parlare del parlare in questo nuovo contesto. Procedette lentamente ed esplorò come possano essere vissute le connessioni sicure e come si potessero creare quelle condizioni lì.
Forse inevitabilmente, in un articolo su questo tema, scivoliamo non solo verso la domanda se la teoria sia ancora utile nella terapia familiare sistemica, ma verso quali teorie «noi» troviamo utili. Eccoci quindi a sconfinare in uno dei nostri quadri teorici preferiti, cioè la teoria dell’attaccamento. La teoria dell’attaccamento è stata ampiamente studiata ed è evoluta in una teoria dell’adattamento di fronte al pericolo relazionale, alla sicurezza e alla protezione, e alla co-regolazione delle risposte di attivazione, anche se vale la pena ricordare che la teoria dell’attaccamento è sempre stata un amalgama di prospettive teoriche: psicodinamica, neuroscienze cognitive, biologia evoluzionistica, etologia e teoria sistemica; una teoria evolutiva della regolazione sociale dell’emozione nei gruppi familiari. La base sicura è considerata un sistema autocorrettivo fondato sul feedback (co-regolazione): si ritiene che il bambino o la bambina e la figura genitoriale interagiscano per mantenere uno stato emotivo confortevole, né troppo eccitato e ansioso né troppo piatto e inattivo. Il bambino o la bambina riceve incoraggiamento a esplorare e a correre rischi, nonché ad avere fiducia di ricevere conforto e rassicurazione quando ne ha bisogno.
Ma le idee di Bowlby sono solo una delle varie concettualizzazioni della relazione terapeutica. Le origini possono essere fatte risalire più indietro, alla teoria psicodinamica e alla centralità della relazione nel promuovere il cambiamento. Ciò comprende le idee di dinamiche inconsce messe in scena nella relazione terapeutica, come il transfert e il controtransfert, la proiezione e l’identificazione proiettiva. Chi faceva terapia intraprendeva una lunga terapia personale per evitare un invischiamento inutile e una risonanza con i processi inconsci della persona assistita. Nella terapia centrata sulla persona (Rogers 1972), anche la relazione terapeutica era considerata centrale, e le sue caratteristiche centrali erano l’accettazione, l’autenticità, il calore e lo sguardo positivo incondizionato. Il ruolo di chi faceva terapia in questa relazione era ascoltare, empatizzare e non cercare di dirigere apertamente la terapia. In un altro esempio, una sorta di metamodello non particolarmente legato a un modello terapeutico si ritrova nella concezione di Bordin (1979) della relazione terapeutica come composta da tre componenti chiave: il legame relazionale/emotivo, una visione condivisa dei problemi da affrontare e un accordo su che cosa si debba fare. Egli suggerì che dovessero essere presenti tutte e tre. Per esempio, potrei trovare che chi mi segue in terapia mostra gentilezza, comprensione e simpatia, ma se siamo in disaccordo su quale sia il problema e su che cosa fare, i sentimenti positivi possono deteriorarsi. Per noi, l’esempio più comune di difficoltà nel costruire una relazione terapeutica di fiducia è la riluttanza ad accettare le etichette diagnostiche come spiegazioni dei problemi quando in realtà sono descrizioni; né vorremmo sostenere i farmaci come soluzione principale alla sofferenza relazionale (Dallos and Vetere 2022). Ciò significa che cerchiamo di mantenere un atteggiamento aperto, presente e interessato ai punti di vista divergenti, esplorando talvolta come potremmo parlare di queste questioni e seguendo le conseguenze relazionali delle divergenze di opinione. Molto spesso ci viene chiesto di aiutare le persone ad adattarsi e a convivere con le proprie diagnosi, che queste portino o meno sollievo alle persone interessate. Per noi la supervisione è fondamentale, sia per gestire ed equilibrare le nostre risposte sia per tenere sempre presenti la sicurezza e la fiducia nella relazione terapeutica.
Nella terapia familiare sistemica la relazione terapeutica è stata concettualizzata in vari modi. Minuchin (1974) ne ha scritto più diffusamente, riferendosi per esempio al processo di «joining», l’unirsi alla famiglia, e di «accomodamento» alla famiglia. Il joining pone l’accento sulle azioni di chi conduce la terapia, mentre l’accomodamento pone l’accento sugli aggiustamenti che compie per facilitare il joining. È interessante che, in modo non troppo diverso da Bowlby (1973), Minuchin si vedesse come qualcuno che diventa una sorta di membro della famiglia, come uno zio o un nonno. Parte di questa attività consisteva nel riflettere su quali sentimenti e pensieri ciò suscitasse in lui come terapeuta e su come usarli per facilitare il cambiamento. Su questa base, Minuchin usava talvolta la relazione terapeutica in modo strategico, per esempio alleandosi deliberatamente e temporaneamente con un membro della famiglia per far emergere conflitti nascosti o triangolazioni.
Forse una delle posizioni più influenti adottate nella terapia familiare sistemica del Regno Unito è stata il concetto di neutralità o curiosità, descritto nel modo più chiaro dal gruppo di Milano (Cecchin 1987). Qui la relazione terapeutica non è vista in termini individuali, ma come una relazione con il sistema familiare. L’équipe terapeutica cerca di sostenere il sistema, evitando però di farsi trascinare nelle dinamiche emotive della famiglia o di schierarsi con qualcuno dei suoi membri. Benché descritta come in netto contrasto con la pratica psicodinamica, c’è un’interessante risonanza tra il tentativo di un certo distacco freddo da parte di chi fa terapia sistemica e lo «schermo bianco» offerto dall’analista. Possiamo notare che l’intera équipe di Milano aveva in origine una formazione psicodinamica e lavorava con famiglie con difficoltà di lunga data e profondamente radicate legate ai disturbi alimentari e alla psicosi. Lo sviluppo del suo posizionamento emotivamente più freddo, con l’aiuto delle domande circolari, era pensato per favorire uno spazio più riflessivo e cognitivo per i membri della famiglia che trovavano emotivamente più difficile districarsi.
Ciò che era entusiasmante nella nostra prima esperienza della terapia familiare sistemica era la sua apertura e visibilità: all’inizio, poter vedere le trascrizioni di conversazioni terapeutiche già avvenute. Questo contrastava in particolare con la pratica psicodinamica, che era «privata» e in cui non potevamo vedere che cosa esattamente avesse fatto e detto chi conduceva la terapia. Con l’avvento della videoregistrazione, tutto ciò divenne ancora più entusiasmante, perché potevamo vedere che cosa figure come Minuchin dicevano e facevano realmente in seduta. In questa breve sequenza abbiamo una piccola finestra su ciò che Minuchin fa in una seduta e su come risponde a una madre che dice di essere nervosa. Ciò dipendeva in parte dal fatto che le era stato detto che un terapeuta famoso sarebbe venuto a fare una co-consulenza con chi seguiva la famiglia in terapia.
Suzanne, madre; Marcy, figlia
Suzanne:: ehm, ero… devo dirle che sono molto nervosa all’idea di venire a vederla oggi (guarda Minuchin)
Minuchin:: eh, eh, anch’io, quindi va bene, s… siamo nervosi insieme.
Minuchin e Suzanne si stringono la mano
Suzanne:: hh … eh … ridendo
Minuchin:: vede, è per questo che sto fumando
Suzanne:: va bene? (guardando Marcy)
Marcy:: No, io non sono così agitata
Minuchin:: No? Allora vede, dovremmo imparare da lei…
L’estratto è tratto dall’articolo di Peter Muntigla e Horvatha (2016). L’analisi conversazionale ci aiuta a osservare nel dettaglio ciò che accade in terapia (Peter Muntigla and Horvatha 2016). È interessante che qui non vediamo tanto la teoria familiare strutturale di Minuchin, quanto l’uso di un po’ di umorismo giocoso per entrare in contatto con la madre, con qualche presa in giro bonaria della figlia. Ma suggeriremmo anche che si vede come egli costruisca, con cura ma rapidamente, una base sicura o una relazione calda con entrambe. Ne fanno parte il riconoscimento dell’ansia che la madre prova, ma anche l’ammissione da parte di Minuchin di sentirsi a sua volta ansioso. È interessante che l’analisi conversazionale sia una teoria di come l’uso del linguaggio segua pattern prevedibili, ma ciò che a nostro avviso rivela qui è la teoria di Minuchin su come entrare in contatto emotivo con le persone, e il fatto che ciò sia centrale nella terapia. Per inciso, possiamo notare il carattere storico di questo estratto, tratto dal lavoro di Minuchin del 1974, quando si fumava ancora durante le sedute di terapia. Forse l’equivalente contemporaneo è guardare i nostri telefoni cellulari?
Lo scopo di questa serie di articoli era promuovere un’ampia discussione sul ruolo della teoria nella terapia familiare sistemica contemporanea. Possiamo aggiungere che, certamente nel Regno Unito, molte figure di lunga esperienza della terapia familiare sembrano affascinate non solo dalla teoria psicologica e sociologica, ma anche dalla filosofia. Potrebbero persino spingersi a suggerire che ciò di cui abbiamo bisogno sia meno teoria psicologica e più riflessione filosofica, il che emerge chiaramente in questo articolo, così come la nostra posizione al riguardo. Torniamo al concetto di Lewin secondo cui «Non c’è niente di più pratico di una buona teoria» (Lewin 1939) e aggiungiamo che, in teoria, forse non c’è niente di più pratico di una buona teoria della relazione terapeutica. Come detto all’inizio di questo articolo, abbiamo bisogno della teoria per sostenere la pratica della formulazione ma, cosa ancora più importante, come base su cui rispondiamo eticamente della nostra pratica: di ciò che sappiamo e di come lo sappiamo. In nessun ambito ciò è più importante che nelle questioni che abbiamo sollevato a proposito della diagnosi. Non dobbiamo dimenticare, per esempio, che una diagnosi di ADHD, autismo o psicosi può accompagnare la persona per tutta la vita. Quali questioni etiche pone l’attribuire un’etichetta diagnostica a un bambino o una bambina di appena tre anni, quando le probabili cause multiple e intrecciate possono essere legate all’adattamento a esperienze pericolose tanto quanto a un disturbo ereditato biologicamente?
La formulazione è una pratica cruciale in tutte le psicoterapie, attraverso la quale le spiegazioni dell’esperienza vengono messe insieme a una base di evidenze per la pratica, entro un quadro etico di condotta. Essa guida e orienta l’azione di tutte le persone partecipanti, in un processo iterativo di feedback e azione. La formulazione ha un intento emancipatorio e permette di rendere conto della pratica. Ma, per esempio, i genitori potrebbero non essere d’accordo e sostenere di aver bisogno di una diagnosi per accedere a sostegni essenziali per il loro bambino o la loro bambina a scuola, e la nostra apparente riluttanza ad appoggiare le loro idee in merito potrebbe essere percepita come mancanza di empatia e danneggiare la nostra relazione terapeutica con loro. Il nostro obiettivo sarebbe aiutare a ottenere il sostegno di cui il bambino o la bambina ha bisogno, ampliare lo sguardo su di lui o di lei, e mobilitare e sostenere le risorse dei genitori, anziché affidarci a descrizioni del comportamento o a diagnosi per stabilire come procedere.
Riteniamo che il campo delle psicoterapie sistemiche abbia dato un contributo importante a questi dilemmi sostenendo e sperimentando pratiche di formulazione collaborative e integrative. Per esempio, la posizione di curiosità e gli inviti rivolti alle famiglie a lavorare insieme a noi attraverso un’esplorazione continua e iterativa dei problemi e delle relazioni che li circondano sono di straordinaria utilità. Ma la nostra teoria è che non ci occupiamo principalmente di sviluppare «nuovi significati», bensì di stabilire una base sicura a partire dalla quale si possa favorire l’esplorazione. È da questo terreno caldo e fertile della sicurezza che la curiosità comincia a fiorire e che le famiglie riescono a correre il rischio di allontanarsi dalla certezza insicura (Mason 2022) dell’etichettatura diagnostica per sviluppare teorie relazionali utili sulla propria vita. In questo, nel nostro lavoro terapeutico, prestiamo attenzione all’intreccio di contenuto e processo, mediato da un’osservazione condivisa e riflessiva. L’esplorazione e la formulazione – ciò che potremmo chiamare una valutazione collaborativa delle difficoltà – non sono un’attività una tantum. La nostra pratica di seguire il feedback negli incontri, di verificare le nostre comprensioni in evoluzione con tutte le persone coinvolte e di restare disponibili a rivederle alla luce di informazioni «nuove» ci rende responsabili verso tutte le persone del nostro pensiero e delle nostre azioni (Vetere and Dallos 2003).
Complexe Systémique: punti chiave
Questo testo ha la vivacità di un intervento di posizione a un simposio più che il rigore di uno studio: sostiene che la relazione terapeutica debba smettere di essere il «fattore comune» di cui si constata l’effetto senza spiegarlo. La proposta è chiara: la sicurezza prima del significato. Prima di co-costruire nuovi significati, ogni membro della famiglia deve sentirsi abbastanza al sicuro da esplorare, e ciò che rassicura una persona può minacciarne un’altra, come mostrano le bambine e i bambini che vivono la seduta familiare come un tribunale o la madre che teme di essere criticata. Lo schema basato sulle strategie di attaccamento, che parte dai fatti con alcune persone e dalle emozioni con altre, è semplice e direttamente utilizzabile. L’estratto in cui Minuchin risponde all’ansia di una madre ammettendo la propria vale come dimostrazione. L’arringa contro la diagnosi, più affermata che argomentata, e il peso dato alle neuroscienze sono discutibili; resta la questione pratica: come mantenere l’alleanza con genitori che si aggrappano alla diagnosi del proprio figlio o della propria figlia? Da leggere insieme a l’articolo sulla riformulazione relazionale nella terapia familiare basata sull’attaccamento e a l’articolo sulla neutralità in terapia.
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Traduzione non ufficiale in italiano di ‘What Is the Place of Theory in Contemporary Family Therapy?’ Theorising the Concept of the Therapeutic Relationship, di Rudi Dallos e Arlene Vetere, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 46, no 4 (2025), doi: 10.1002/anzf.70039, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questo è l’articolo originale «‘What Is the Place of Theory in Contemporary Family Therapy?’ Theorising the Concept of the Therapeutic Relationship», pubblicato su Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotto in italiano da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: traduzione non ufficiale, adattata per la lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Dallos, R., e Vetere, A. (2025). ‘What Is the Place of Theory in Contemporary Family Therapy?’ Theorising the Concept of the Therapeutic Relationship. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/what-is-the-place-of-theory-in-family-therapy-theorising-the-therapeutic-relationship (Opera originale pubblicata nel 2025 su Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 46(4), e70039 (2025); ripubblicata nel 2025 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.70039)
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