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Red Sistémica · Violenze
La violenza filio-parentale (VFP) è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni, ritagliandosi uno spazio proprio nel complesso campo della violenza intrafamiliare. È sempre esistita, ma sempre legata ad altri problemi (psicopatologia grave, ecc.). Quella che compare oggi è un nuovo modello di VFP, in cui la violenza è il nucleo centrale del problema e non una circostanza in più di una problematica più ampia. Questo articolo propone una comprensione ecosistemica della VFP, che include fattori sociali, educativi, individuali e familiari. Dopo averla definita, chi firma il testo elenca e descrive le variabili legate alla genesi e al mantenimento di questa problematica, prestando particolare attenzione alle aree del funzionamento familiare coinvolte e alle dinamiche relazionali caratteristiche dei nuclei in cui si sono verificati episodi di questo tipo.
Parole chiave: violenza filio-parentale, limiti, gerarchie e segreti familiari.
«Poche cose smontano il nostro ideale di famiglia più dell’inversione della sequenza naturale rappresentata dal fatto che una figlia o un figlio picchi un genitore.»
Roberto Pereira Tercero e Lorena Bertino Menna
Negli ultimi tre anni i mezzi di comunicazione hanno dato conto di un aumento spettacolare di quello che possiamo chiamare il terzo tipo di violenza intrafamiliare. Storicamente, l’attenzione si è rivolta dapprima alla violenza dei genitori verso i figli, poi alla violenza coniugale; oggi emerge la violenza filio-parentale (VFP).
Le relazioni giudiziarie di questi anni registrano un notevole aumento delle denunce di genitori aggrediti dai propri figli: si sono moltiplicate per otto in Catalogna nel periodo 2000-20041, per tre nei Paesi Baschi tra il 2002 e il 20032, e per quattordici dal 2000 al 2004 nella Comunità Valenciana3.
Ciò non significa che prima non esistesse; tuttavia emerge davanti all’opinione pubblica come se si trattasse di un fenomeno nuovo, e tanto gli ambienti professionali quanto la società nel suo insieme cominciano a prestare attenzione a un problema che in passato veniva concepito come uno dei tanti che accompagnavano patologie di media gravità.
In realtà, questo fenomeno non ha nulla di strano: lo stesso è accaduto con gli altri tipi di violenza intrafamiliare. Tanto il maltrattamento infantile quanto la violenza coniugale sono situazioni radicate da molti anni in seno alla famiglia. Soltanto la loro definizione come inadeguate e dannose, insieme allo sforzo di portarle alla luce, ha modificato la visione frammentata che se ne aveva, favorendo l’emergere sociale di un problema nascosto. Allo stesso modo, la VFP rimaneva occultata come uno dei tanti conflitti presenti in una famiglia con altre disfunzioni.
Ma un altro fattore è stato decisivo per questa comparsa improvvisa della VFP: l’emergere di un nuovo profilo di violenza, localizzato in famiglie apparentemente normali, esercitata da figli e figlie che in precedenza non presentavano problemi, e che sono responsabili di questo spettacolare aumento delle denunce giudiziarie.
Descriveremo più avanti entrambi i tipi di violenza ma, prima, definiremo che cosa intendiamo per violenza e per VFP.
L’Organizzazione mondiale della sanità definisce la violenza come «ogni azione od omissione intenzionale che, diretta verso una persona, tende a causarle un danno fisico, psicologico, sessuale o economico» (OMS, 2002). Ci troviamo quindi di fronte a diversi tipi di violenza (fisica, psicologica, trascuratezza, abuso sessuale, maltrattamento economico, vandalismo), che possono inoltre essere classificati in base al contesto in cui si producono: intrafamiliare, politico, scolastico, lavorativo, ecc.
È necessario distinguere tra aggressività e condotta violenta. La prima, di natura relazionale, fa parte dell’esperienza umana e non produce necessariamente un danno nell’interlocutore. La condotta violenta, invece, non fa parte del modo di essere: costituisce una condotta appresa e, come tale, può essere cambiata. Inoltre è naturale nel proprio contesto e diventa perturbante solo quando viene decontestualizzata (Abeijón, 2006). Così, per esempio, due squadre di rugby possono placcarsi violentemente per tutta la durata della partita senza che la loro condotta venga giudicata intollerabile. Ma se le stesse persone, finita la partita, ripetono altrove la stessa condotta, è molto probabile che finisca per intervenire la polizia.
Partiamo da un punto di vista sistemico, nel quale consideriamo sia una linearità sia una circolarità della condotta violenta. La violenza deve essere affrontata sul piano legale, in un contesto lineare, in cui si stabilisce una distinzione tra vittime e carnefici. Ma deve anche essere compresa sul piano tecnico, ed è a questo scopo che introduciamo la circolarità, come strumento utile per capire il processo in cui interagiscono le persone coinvolte nella condotta violenta (Lamas, 2000).
Linearità
Il registro legale: la violenza va affrontata distinguendo tra vittime e persone che aggrediscono.
Circolarità
Il registro tecnico: comprendere il processo in cui interagiscono le persone coinvolte nella condotta violenta.
Intendiamo questo tipo di violenza come l’insieme di condotte reiterate di aggressione fisica (colpi, spintoni, lancio di oggetti), verbale (insulti ripetuti, minacce) o non verbale (gesti minacciosi, rottura di oggetti a cui si tiene), dirette contro i genitori o contro gli adulti che ne occupano il posto (Pereira, 2006).
Colpi, spintoni, lancio di oggetti.
Insulti ripetuti, minacce.
Gesti minacciosi, rottura di oggetti a cui si tiene.
Rientrano quindi le minacce e gli insulti, espressi con gesti o con parole, le aggressioni fisiche di qualsiasi tipo o la rottura deliberata di oggetti a cui tiene la persona aggredita. Inoltre, la violenza deve essere diretta contro i genitori o contro le figure genitoriali che li sostituiscono: tutela, personale educativo, ecc.
Non rientra dunque in questa definizione la violenza occasionale, senza precedenti e che non si ripete. Ciò esclude, in modo quasi generalizzato, il parricidio, che presenta caratteristiche particolari che lo distinguono da questo tipo di violenza e che spesso costituisce un episodio unico, senza precedenti registrati.
Sono escluse anche l’aggressione sessuale ai genitori e gli assalti premeditati con armi letali, considerati di un profilo diverso, così come la violenza che compare in uno stato di importante diminuzione della coscienza (autismo o ritardo mentale grave) e che non si ripete quando tale stato cessa: violenza nel corso di intossicazioni, di disturbi mentali organici, di disturbi del corso o del contenuto del pensiero, ecc.
La violenza che si presenta in questi casi esclusi fa parte del modello tradizionale a cui facevamo riferimento in precedenza: ne sono esempi le aggressioni ai genitori da parte di una persona tossicodipendente in cerca di denaro o di droga in piena crisi di astinenza, gli attacchi di una persona con schizofrenia spinta da deliri o allucinazioni, o le aggressioni prodotte in uno stato crepuscolare.
Includiamo inoltre in questa VFP tradizionale:
La nuova VFP condivide con gli altri modelli la ricerca del controllo e del potere nella famiglia, pur distinguendosene per il perseguimento di obiettivi. Il nuovo profilo riguarda le aggressioni esercitate da bambine e bambini, adolescenti e giovani in apparenza senza difficoltà, provenienti da qualsiasi strato sociale, con condotte violente più o meno estese, che includono sempre l’ambito familiare e, molto spesso, si limitano a questo contesto. La fascia d’età di chi aggredisce è ampia, anche se la VFP è più frequente nell’adolescenza, e non è raro che si tratti di ragazzi e ragazze che non solo non sono aggressivi fuori casa, ma che in altri contesti presentano addirittura condotte iperadattate. Il consumo di sostanze è abituale, ma non in misura maggiore rispetto alla popolazione della stessa età (Romero Blasco e coll., 2005).
Le persone aggredite sono gli adulti responsabili della loro educazione, di qualsiasi età e genere, anche se il fenomeno è più frequente con genitori in età avanzata, nelle famiglie monoparentali, e ancora di più con le madri che con i padri (Gallagher, 2004; Ibabe, 2007).
È una violenza che si produce generalmente in escalation: comincia di solito con insulti e squalifiche, passa alle minacce e alla rottura di oggetti, e finisce con aggressioni fisiche sempre più gravi. È un processo che può durare anni, e va sottolineato che non ha una fine predeterminata: la violenza cresce progressivamente e non si arresta nemmeno quando si è ottenuta una sottomissione assoluta, un pieno dominio e controllo attraverso il terrore.
Non esistono studi affidabili di prevalenza e incidenza, ma si constata, soprattutto attraverso le relazioni giudiziarie, il suo costante aumento negli ultimi anni. Dati statunitensi indicano che il 25% delle telefonate alle associazioni contro il maltrattamento intrafamiliare proviene da genitori aggrediti dai propri figli. Cyrulnik (2005) indica un’incidenza stimata che varia tra l’1% delle famiglie francesi, il 4% di quelle giapponesi e il 6% di quelle statunitensi, e aggiunge che «in una sola generazione, il fenomeno dei genitori maltrattati ha assunto dimensioni mondiali».
I cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi decenni nella maggior parte del mondo – e in particolare nella società occidentale – hanno favorito straordinariamente la comparsa di nuove dinamiche che hanno alterato gli equilibri di potere all’interno della famiglia, così come nell’altro grande sistema educativo: la scuola.
A partire dalla seconda metà del XX secolo, si è passati da un sistema chiaramente autoritario a un altro, democratico ma mal inteso, in cui si mette in relazione la democrazia con l’assenza di autorità e con l’uguaglianza al momento di prendere decisioni. In Spagna ciò è avvenuto più tardi e in modo più accelerato, parallelamente alla transizione politica.
Il modello gerarchico familiare e sociale viene messo in discussione, ma solo in modo formale, poiché la responsabilità educativa continua a essere attribuita, legalmente e socialmente, ai genitori e al personale educativo. Non li si spoglia della responsabilità ma, spesso, dell’autorità, così come di alcuni dei mezzi abitualmente utilizzati per mantenerla.
Altri cambiamenti sociali, che si producono parallelamente, accrescono la difficoltà di genitori ed équipe educative nel mantenere la propria autorità:
– La diminuzione del numero di discendenti, con un aumento importante dei figli unici, situazione che raggiunge il suo parossismo in Cina, dove è stata istituita per legge. I figli, sempre più rari, diventano spesso un tesoro da viziare e accudire con estrema delicatezza, a cui prestare attenzione sempre e ovunque: i sovrani di casa.
– I cambiamenti dei modelli familiari. La famiglia nucleare vede progressivamente diminuire la propria presenza, al punto che oggi rappresenta meno del 50% dei modelli familiari nella società occidentale. Altre tipologie, come le famiglie monoparentali o ricomposte, affidatarie o adottive, occupano uno spazio sempre maggiore. In tutti questi nuovi modelli, per ragioni specifiche di ciascuno ma piuttosto simili tra loro, mantenere l’autorità del genitore o dei genitori diventa più difficile.
– I cambiamenti del ciclo di vita familiare, con un progressivo innalzamento dell’età media in cui si hanno figli, che dà luogo a genitori più avanti negli anni, con meno energie per lottare con la prole al fine di mantenere la disciplina e porre dei limiti.
– I cambiamenti del mondo del lavoro, con il pieno ingresso delle donne nell’occupazione e l’aumento del numero di ore da trascorrere fuori casa – per orari interminabili o lunghi spostamenti –, che danno origine ai cosiddetti bambini con la chiave al collo. Il numero di ore di contatto con la prole diminuisce, si rientra a casa stanchi e, nel poco tempo trascorso insieme, si cerca di evitare il più possibile le situazioni di tensione. Si eliminano le azioni che generano frustrazione, alla ricerca di un’armonia familiare che non aggravi ulteriormente la stanchezza dei genitori. Si instaura allora un’educazione permissiva, la cui conseguenza è la difficoltà a porre limiti e a farsi rispettare.
E quando sono altri membri della società a cercare di porre questi limiti, non è raro osservare che i genitori si alleano indiscriminatamente con il figlio o la figlia, scontrandosi, talvolta violentemente, con il corpo docente che cerca di educare senza la collaborazione delle famiglie. Questo scontro tra famiglia e sistema educativo ha portato alla frequente perdita di una collaborazione indispensabile, nonché all’indifferenza e all’assenteismo di gran parte del corpo docente, logorato dalla mancanza di sostegno di ogni tipo nello svolgimento del proprio lavoro.
– L’evoluzione della società verso un modello educativo basato più sulla ricompensa che sulla sanzione, più sulla tolleranza che sulla disciplina, ha portato a restringere in modo significativo la capacità sanzionatoria del personale educativo. Al corpo docente è stata tolta da tempo la possibilità di utilizzare quasi tutte le punizioni. Ora questa capacità sanzionatoria viene tolta ai genitori, che non possono più punire fisicamente i propri figli.
Parallelamente, e in modo incoerente, la società è sempre più permissiva verso la violenza della prole. I messaggi violenti si moltiplicano nei media, la televisione e i videogiochi illustrano all’infanzia e alla gioventù i mille modi di risolvere i propri problemi con la violenza, mentre l’età della responsabilità penale si sposta in avanti e la responsabilità legale si relativizza.
– Infine, non si può non segnalare la deriva sociale verso un edonismo e un nichilismo crescenti, con un importante disorientamento generale riguardo alla strada da seguire e una perdita dei riferimenti di valore che dovrebbero guidare i membri delle famiglie nel difficile lavoro dell’educazione.
Ci troviamo dunque di fronte a un modello sociale che attribuisce un’importanza sempre maggiore all’infanzia e alla giovinezza, indicata come l’età migliore della vita, che si cerca di prolungare indefinitamente. La permissività verso le condotte di queste età aumenta mentre, contemporaneamente, si privano le persone responsabili dell’educazione degli strumenti coercitivi necessari per esercitarla. Lo spazio familiare privato si riduce, e i sistemi sociali e legali – il pubblico – intervengono sempre di più in quello che prima era il santuario familiare. Non c’è dubbio che questa invasione del privato da parte del pubblico presenti aspetti positivi, come la lotta contro il maltrattamento e l’abuso sessuale, per esempio; comporta però anche alcuni effetti collaterali: togliendo al personale educativo e ai genitori la delega sociale per la gestione e l’uso degli strumenti coercitivi, questi restano unicamente nelle mani dell’Amministrazione.
Non sorprende quindi che incontriamo, con sempre maggiore frequenza, personale educativo e genitori che rinunciano alla propria funzione e la delegano allo Stato. Comincia a essere abituale che i servizi sociali o giudiziari si trovino di fronte a genitori che rinunciano esplicitamente alla responsabilità genitoriale e consegnano i figli all’amministrazione perché se ne faccia carico. Sopraffatti da una situazione complessa, con scarse risorse per affrontarla e colpevolizzati da una società che li ritiene responsabili della cattiva condotta dei figli, questi genitori finiscono per arrendersi e passare la patata bollente a chi si è riservato l’esclusiva della capacità disciplinare e coercitiva.
Da ricordare
Per chi firma il testo, la società contemporanea produce una doppia incoerenza: continua ad attribuire ai genitori e al personale educativo la responsabilità dell’educazione privandoli al tempo stesso dell’autorità e dei mezzi per esercitarla, e si mostra sempre più permissiva verso la violenza giovanile. Poiché gli strumenti coercitivi restano unicamente nelle mani dell’Amministrazione, un numero crescente di genitori ormai senza risorse finisce per delegarle la propria funzione.
Parallelamente a questi cambiamenti sociali, diversi studi hanno cercato di mettere in relazione gli stili educativi con la VFP.
Peek e Fisher (1985), in un ampio studio su un campione di studentesse e studenti degli ultimi anni delle high school statunitensi, hanno raccolto informazioni su situazioni di VFP verificatesi nell’arco di tre anni e sugli stili di esercizio dell’autorità e del controllo (power style) nelle loro famiglie, trovando una chiara relazione tra i due fattori. Hanno quindi messo in relazione i dati sulla VFP con quattro stili educativi: a) stile punitivo e non rigoroso; b) stile rigoroso ma non punitivo; c) stile né punitivo né rigoroso; d) stile violento. I risultati hanno mostrato una chiara relazione tra la VFP e gli stili violento (una violenza generalizzata nella famiglia, esercitata in modo abituale) e punitivo ma non rigoroso (cioè più arbitrario e senza norme chiare).
Gallagher (2004) propone un modello simile quando mette in relazione la VFP con due stili educativi: il permissivo-liberale e l’autoritario-violento.
Sulla scia di queste proposte, troviamo nella nostra casistica una chiara correlazione tra questi stili educativi e la VFP, anche se potremmo stabilire delle differenze tra la nuova e la tradizionale VFP quanto agli stili educativi.
La nuova VFP sarebbe più legata allo stile permissivo-liberale (o punitivo non rigoroso), in cui non si stabiliscono norme chiare né vi è un esercizio coerente dell’autorità. Quando si cerca di applicare norme o punizioni, queste risultano arbitrarie e generano una frustrazione maggiore. Figli e figlie sono spesso iperprotetti, si dà loro tutto ciò che chiedono quasi senza esigere nulla, fino a farne dei tiranni, con una scarsa autostima e un basso livello di tolleranza alla frustrazione e di empatia.
Questa arbitrarietà nell’imposizione delle norme e dell’autorità, così come la soddisfazione immediata dei desideri della prole, possono dipendere tanto dall’esistenza di un’interazione fusionale con il genitore, in cui la relazione prevale sull’educazione, quanto da un’incapacità di stabilire norme coerenti a causa di disaccordi o conflitti tra i genitori.
Lo stile educativo autoritario e violento genera spesso famiglie multiviolente, in cui le aggressioni servono a risolvere i conflitti. Qualsiasi ribellione viene sanzionata con un aumento delle punizioni, delle minacce, delle umiliazioni o della violenza. L’autorità non si negozia e si esercita in modo rigido e inflessibile. La VFP compare qui come difensiva, protettiva, di ritorsione o legata a una psicopatologia grave.
Un terzo stile educativo, riportato da Ibabe e coll. (2007) citando Laurent e Derry (1999), sarebbe lo stile negligente-assente, in cui i genitori abdicano al proprio ruolo, dichiarano apertamente che non spetta a loro porre le norme e che la prole (indipendentemente dall’età e dalle capacità cognitive) è ormai abbastanza grande da sapere che cosa fare. Questi genitori generano nel figlio o nella figlia una pseudo-indipendenza, quando non una parentificazione. La violenza viene allora usata come tentativo di imporsi o, al contrario, di rifiutare il ruolo in cui si viene collocati. Qui troviamo entrambi i tipi di VFP, quella tradizionale e quella nuova.
Nuova VFP
Stili educativi permissivi e negligenti; fusione emotiva tra chi aggredisce e il genitore aggredito; la violenza come tentativo primitivo di allontanamento in una relazione in cui l’educazione viene sacrificata al mantenimento del legame.
VFP tradizionale
Stili educativi autoritari e negligenti; violenza intrafamiliare pregressa o psicopatologia grave; la violenza come condotta difensiva, modalità appresa di risoluzione dei conflitti o espressione patologica.
In sintesi, la nuova VFP è legata a stili educativi permissivi e negligenti; si collega principalmente alla fusione emotiva tra chi aggredisce e il genitore aggredito, e si concettualizza come un tentativo primitivo di allontanamento in una relazione in cui l’educazione (intesa come porre limiti e norme e, quindi, generare frustrazione) viene sacrificata al mantenimento della relazione (estremamente stretta, fusionale, creata e mantenuta da entrambe le parti).
La VFP tradizionale sarebbe associata a stili educativi autoritari e negligenti, con una violenza intrafamiliare pregressa o una psicopatologia grave in uno o più membri della famiglia. La violenza compare come condotta difensiva, come modo appreso di risolvere i conflitti e abbassare la tensione, oppure come espressione psicopatologica o di una diminuzione transitoria della coscienza.
Oltre ai fattori sociali e familiari – che affronteremo più avanti –, esiste una serie di variabili individuali associate a chi aggredisce nella VFP.
È stata individuata una serie di caratteristiche di personalità che compaiono con maggiore frequenza in chi aggredisce: bassa autostima, egocentrismo, impulsività e assenza o diminuzione della capacità empatica. Le ultime due, frequenti ma non sempre presenti, si associano di solito ad alcuni disturbi che vedremo più avanti.
La bassa autostima e l’egocentrismo sono due delle caratteristiche che si osservano con maggiore frequenza, anche se non in modo esclusivo, nelle persone giovani che aggrediscono, e sono legate, secondo H. Omer (2007), ai cambiamenti del modello educativo. Secondo questo autore, le valutazioni condotte – negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso – sull’evoluzione dell’educazione verso un modello più permissivo, incentrato sugli stimoli positivi più che sul superamento delle difficoltà, hanno mostrato che l’autostima dei giovani era diminuita. Sembra che essa sia legata più alla percezione di essere in grado di affrontare gli ostacoli e di superarli da sé che alla connotazione positiva dei successi. In altre parole, per esempio, passare automaticamente alla classe successiva senza aver superato gli esami non genera un’alta autostima, ma tutto il contrario; e quanto più si facilitano le cose nell’infanzia e nell’adolescenza e minore è lo sforzo richiesto per affrontare i problemi, tanto meno cresce l’autostima.
Un altro fattore che incide sull’emergere e sul mantenimento della VFP è il consumo di sostanze. Pur non costituendo una variabile centrale – come abbiamo già segnalato –, favorisce la comparsa di condotte violente a qualsiasi età e in qualsiasi contesto.
La VFP si associa inoltre, con una certa frequenza, alla presenza di psicopatologie diverse:
È attualmente di moda ed è oggetto di una forte pressione affinché la sua diagnosi si estenda agli adulti. Presenta una serie di caratteristiche frequentemente associate alla VFP: impulsività, scarsa tolleranza alla frustrazione, frequente consumo di sostanze, ecc.
Al momento di diagnosticare questo disturbo nella VFP, occorre distinguere con cura se si manifesta esclusivamente nelle relazioni familiari o in qualsiasi contesto: lavorativo, scolastico, nella stanza di terapia, ecc. Nel primo caso avremmo indizi del fatto che la condotta risponde soltanto a interazioni specifiche del nucleo familiare.
Vengono diagnosticati con frequenza in questo tipo di fenomeno, anche se va sottolineato che non vi sono necessariamente legati: in alcuni casi di disturbi di personalità comparirà la VFP, e solo in alcune delle persone che esercitano una VFP si potrà porre una tale diagnosi.
La VFP si comprende nel contesto di un bisogno patologico di attenzione, per ottenere la quale ogni mezzo è buono. Poco frequente.
Grandiosità, assenza di empatia; le altre persone sono vissute come insignificanti, prive di qualsiasi diritto di ostacolare il raggiungimento degli obiettivi perseguiti. Qualsiasi mezzo è buono per ottenere ciò che si vuole, compresa la violenza.
Condotta instabile, imprevedibile, alterazione dell’identità e della relazione, che può portare alla comparsa di una VFP.
Assenza di empatia, freddezza affettiva, ricorso a qualsiasi metodo per raggiungere i propri obiettivi, controllo e manipolazione relazionale: l’esercizio di una VFP non è raro in queste persone giovani.
Di fronte a questi casi di personalità antisociale, dobbiamo prestare particolare attenzione all’esistenza di uno schema di violenza generalizzata o di condotta delinquenziale, oppure al fatto che essa si produca esclusivamente all’interno della famiglia. In quest’ultimo caso, e benché tutti gli interventi richiedano un approccio familiare, risulterebbe evidente che l’intervento deve vertere sul circuito relazionale violento più che sull’individuo che aggredisce.
Nella nostra esperienza – che coincide con quella di alcuni autori come Mouren e coll. (1985) –, la nuova VFP si associa più frequentemente a disturbi dell’area ansiosa, in particolare fobici e ossessivi: bambine e bambini, ragazze e ragazzi esigenti e tirannici in casa, ma docili e timorosi fuori – soprattutto a scuola. Non è raro, in questi casi, che compaiano compulsioni o sintomi fobici come l’agorafobia o la fobia scolare.
A nostro avviso, nelle famiglie che presentano il nuovo profilo di VFP si osserva una serie di dinamiche relazionali caratteristiche, che ci proponiamo di descrivere qui di seguito.
Per comprenderle, è necessario sottolineare che il modello sistemico concepisce la violenza familiare come il risultato di una determinata interazione tra i diversi membri della famiglia, nel corso della quale i ruoli di vittima e di aggressore possono scambiarsi, come ha descritto la letteratura sistemica di riferimento sulla violenza familiare. Come abbiamo spiegato, per poter intervenire con maggiori probabilità di successo in un contesto psicoterapeutico, dobbiamo cercare di comprendere il processo attraverso cui si giunge alla condotta violenta. Ciò si ottiene introducendo il concetto di circolarità, cioè l’interazione continua tra le persone coinvolte nella relazione, in uno scambio comunicativo che non ha né inizio né fine e che si condiziona reciprocamente. Se riusciamo a conoscere le interazioni familiari intorno alla condotta violenta, potremo decifrarla e trovarle un senso, il che ci permetterà di parlarne e di cercare alternative.
È stata descritta una serie di fattori familiari che favoriscono la comparsa della VFP:
– Un’esperienza familiare pregressa di uso della violenza per risolvere i conflitti. Se ciò che la prole impara in famiglia è che i disaccordi – di qualsiasi tipo – portano a un’impasse, a una situazione senza via d’uscita, e che la violenza è una risorsa risolutiva che scarica la tensione creata, è probabile che, crescendo, di fronte a situazioni simili, si ripetano i meccanismi appresi nell’infanzia per risolverle. In altre parole, le famiglie in cui figli e figlie hanno assistito a frequenti maltrattamenti generano più facilmente persone maltrattanti – verso i genitori, o in futuro verso partner e figli. In questi casi, la violenza può comparire in tre modi diversi: a) generalizzata, in famiglie in cui la violenza è di tutti contro tutti; b) diretta contro la persona che aggrediva, quando l’identificazione avviene con la vittima del maltrattamento precedente; c) diretta contro la vittima, quando l’identificazione avviene con la persona che aggrediva. Quest’ultimo caso è più frequente del precedente: si finisce per riprodurre a specchio la condotta osservata, unendosi al maltrattamento della vittima designata dal sistema familiare.
In ogni caso, è importante sottolineare che, se la ripetizione dell’esercizio della violenza è frequente quando la si è vissuta, non si può affermare che questa esperienza determini un futuro agire aggressivo.
– Genitori eccessivamente permissivi, privi di norme, che si sono esplicitamente proposti di educare la prole democraticamente – e che spesso lo hanno annunciato pubblicamente – (Cyrulnik, 2005); che intrattengono una relazione genitori-figli simmetrica fin dalla più tenera età, in cui le norme, anche quelle di primo grado – legate alla sopravvivenza immediata di bambine e bambini –, non si impongono ma si negoziano, e in cui l’opinione di ogni membro ha lo stesso valore.
– Genitori iperprotettivi che, per ragioni diverse – nascita a lungo desiderata, tardiva, fragile, affido, adozione, ecc. –, sono disposti a soddisfare ogni desiderio della prole. Questi genitori annunciano pubblicamente che ameranno i propri figli sopra ogni cosa, qualunque cosa facciano. In altre parole, rinunciano non solo alla condotta coercitiva, ma anche all’altro importante strumento per porre limiti: se non ti comporti bene, non potrò volerti bene.
– Genitori insoddisfatti del proprio ruolo, che esprimono spesso che la loro vita è vuota, priva di senso, e che non sanno perché continuano a vivere. Genitori che hanno avuto figli accidentalmente o contro la propria volontà, e che manifestano il loro disappunto al riguardo.
– Genitori che intrattengono una relazione molto conflittuale e sono soliti squalificarsi a vicenda davanti alla prole. Il conflitto può portare a una triangolazione, in cui si utilizza il figlio o la figlia per attaccare l’altro genitore, cercandone l’alleanza. A tal fine, non si esita a squalificare l’altro genitore, soprattutto quando il limite è venuto da quella parte: si tolgono le punizioni, si svaluta ciò che fa, lo si ridicolizza e lo si scredita. Questa situazione porta all’incoerenza e al disaccordo su come educare la prole, o all’inadeguatezza dei mezzi utilizzati: le stesse condotte comportano punizioni sproporzionate in alcuni casi e passano inosservate in altri. L’arbitrarietà diventa la norma e scredita ogni tentativo di porre limiti coerenti.
– Genitori che, per diverse ragioni, intrattengono una relazione eccessivamente stretta, fusionale, con uno dei figli. Si tratta generalmente di famiglie monoparentali, o di famiglie in cui uno dei genitori è assente, freddo o distante. Questa caratteristica è centrale nella comparsa della nuova VFP e si riscontra, secondo la nostra esperienza, nella maggioranza dei casi; almeno – o soprattutto – all’inizio della condotta violenta.
La disfunzione familiare si osserva fondamentalmente in tre delle principali aree del funzionamento familiare (Harbin e Madden, 1979):
L’assenza di gerarchia è la principale caratteristica del funzionamento di queste famiglie.
Negazione, minimizzazione, mito della pace e dell’armonia familiare, costruzione di un segreto.
Fusione emotiva tra chi aggredisce e il genitore aggredito, che precede la comparsa della violenza.
L’assenza di gerarchia costituisce la principale caratteristica del funzionamento di queste famiglie, ed è costante, che si tratti di una famiglia multiviolenta, monoparentale o con entrambi i genitori presenti. La difficoltà a stabilire norme e limiti è ciò che colpisce di più quando si rivolgono a un servizio, insieme all’ammissione del fallimento in quest’area e alla richiesta che qualcuno dall’esterno se ne faccia carico.
In queste famiglie constatiamo che uno dei genitori – a volte entrambi – ha abdicato al proprio ruolo, che la loro rivalità impedisce di sviluppare procedure per stabilire le norme o le priva di ogni efficacia. Ciò non impedisce loro di attribuire, quasi all’unanimità, l’abdicazione del ruolo educativo alla personalità e alla condotta violenta del figlio o della figlia. «Non si può fare niente»: è il leitmotiv che non solo maschera l’incapacità dei genitori di assumere un ruolo gerarchico, ma genera spesso una mancanza di collaborazione al momento di affrontare il problema: se altri lo risolvono, allora non era impossibile e, di conseguenza, ne porto una parte di responsabilità.
Spesso i genitori rifiutano esplicitamente di essere la fonte delle norme – e quindi di rendersi responsabili del loro rispetto –, dichiarando che non è compito loro, o che spetta alla scuola o alla società. Questo atteggiamento favorisce la parentificazione di uno dei figli, a cui viene delegata la poca autorità rimasta; sopraffatto dalla situazione, questo figlio o questa figlia sviluppa condotte violente come tentativo di controllo, che si applica dapprima a fratelli e sorelle più piccoli – se ce ne sono – e poi si estende al genitore o ai genitori.
Il fallimento o la rinuncia a stabilire una gerarchia che permetta di instaurare e mantenere delle norme è legato a diversi dei fattori che abbiamo segnalato in precedenza: triangolazioni in cui si cerca l’alleanza del figlio o della figlia, relazione fusionale tra chi aggredisce e uno dei genitori, conflitti e rivalità tra i genitori che non permettono a nessuno dei due di detenere la gerarchia familiare, ecc.
Nella VFP, l’immagine familiare – sia quella dei genitori sia quella di chi aggredisce – è deteriorata. Il senso di fallimento dei genitori nell’educazione, la vergogna di subire l’aggressione da parte di un figlio o di una figlia, la protezione dell’immagine familiare fanno sì che quasi tutte le famiglie coinvolte neghino la gravità dell’aggressione e ne minimizzino gli effetti, anche quando sono pubblici ed evidenti. Ciò costituisce un serio ostacolo a una prevenzione e a una presa in carico adeguate di questi casi, che si rivolgono ai servizi solo quando le aggressioni diventano pubbliche per una ragione o per l’altra.
Il deterioramento della situazione familiare porta a una reazione che mira proprio a presentare un’immagine opposta: si crea così il mito della pace e dell’armonia familiare, visibile nella maggior parte di queste famiglie finché non è più possibile dissimulare l’evidenza. Per nascondere ciò che sta accadendo, si costruisce progressivamente un segreto intorno al funzionamento familiare.
Benché la creazione e il mantenimento di questo segreto siano tipici di qualsiasi tipo di violenza intrafamiliare, nella VFP la negazione è praticamente la regola e raggiunge estremi gravi: si tollerano livelli elevati di aggressività per un periodo prolungato prima di prendere provvedimenti (Harbin e Madden, 1979).
Vignetta
La sera della vigilia di Natale, durante uno dei tanti litigi con la figlia, questa ferisce la madre con un coltello. Poiché un altro dei suoi figli deve arrivare da un momento all’altro, la madre si cambia gli abiti macchiati di sangue e lo accoglie senza dirgli nulla dell’accaduto. Solo quando il sangue ricompare sul vestito, rendendo evidente la situazione, la madre ne parla.4
Il mantenimento del segreto si caratterizza per il rifiuto del confronto o della discussione aperta sulla condotta violenta, la minimizzazione di quest’ultima e dei suoi effetti, il rifiuto di prendere provvedimenti coerenti («visto che non succede niente», non sarebbe coerente farlo) e il rifiuto dell’aiuto esterno.
Vignetta
Dopo una serie di domande, i genitori raccontano in seduta il momento in cui il figlio ha cercato di strangolare il padre con il cavo della console perché lui gliel’aveva staccata. In quel momento la madre scoppia a piangere e spiega: «questa situazione è terribile». Quando in seduta le si chiede di precisare questo commento, risponde: «è dovuto passare dalla camera di sicurezza e, per di più, i suoi amici l’hanno visto quando la polizia l’ha portato via in manette; non ce lo perdonerà mai».
Poiché diventa sempre più difficile mantenere segreto ciò che accade, il contatto con l’esterno diminuisce progressivamente, il che porta a un isolamento che favorisce, a sua volta, l’aumento della condotta violenta. Questo isolamento può anche derivare da un’esigenza di chi aggredisce, che vi vede una maggiore facilità per raggiungere i propri obiettivi. L’isolamento favorisce allora il mantenimento del segreto, creando un circolo vizioso che, al tempo stesso, aggrava il problema.
Tra le ragioni che permettono di comprendere questa condotta possiamo citare il mito dell’armonia e della pace familiare menzionato sopra, la salvaguardia dell’immagine che ciascuna persona ha di sé, il senso di fallimento nel compito genitoriale e, soprattutto, la vergogna che tutto ciò diventi pubblico e che il fallimento del progetto familiare venga messo in evidenza: poche cose smontano il nostro ideale di famiglia più dell’inversione della sequenza naturale rappresentata dal fatto che una figlia o un figlio picchi un genitore.
Lo sforzo di mantenere il segreto e la presunta armonia familiare può portare a tipi di comunicazione e di relazione tipici delle famiglie psicotiche: la devianza comunicativa (Wynne e Singer, 1977) e la pseudo-mutualità (Wynne e coll., 1971).
Cyrulnik (2005), nella sua descrizione delle persone giovani che aggrediscono, osserva che «tutti gli adolescenti maltrattanti che abbiamo incontrato erano stati privati dell’opportunità di sperimentare l’effetto della separazione». Rileva anche che la loro infanzia era stata molto spesso segnata dal conformismo e dall’ansia, prima della tirannia.
In quasi tutte le famiglie seguite a Euskarri compare la fusione emotiva tra chi aggredisce e il genitore aggredito, come fase che precede la comparsa della condotta violenta. Questa relazione intensa può sembrare strana, soprattutto se veniamo a conoscenza del caso in una fase già molto avanzata, con una relazione genitore-figlio molto deteriorata; ma, esplorandola con attenzione, emerge nella grande maggioranza dei casi.
Questa relazione è più evidente in una famiglia monoparentale o che attraversa una fase di monoparentalità, ma si produce anche in famiglie con entrambi i genitori presenti, a causa di un allontanamento o di un conflitto tra loro.
È più facile da osservare nelle famiglie monoparentali, dove il figlio o la figlia occupa spesso il posto del partner del genitore, producendo talvolta una relazione pseudo-incestuosa: ci si scambiano confidenze, anche le più intime, si cerca un sostegno reciproco, si esce insieme, si condivide la stanza o il letto.
Vignetta
Quando Inés si è rivolta a noi, abbiamo incontrato una madre separata, giovane, attraente e molto seduttiva, che viveva con i propri genitori e con il suo unico figlio di 18 anni, con il quale condivideva la stanza da anni e che, dall’ingresso nell’adolescenza, si comportava in modo violento nei suoi confronti. Non aveva alcun rapporto con il padre e, pur avendo da tempo un «amico», non pensava di lasciare la casa familiare. Solo dopo diverse sedute, e numerosi tentativi di far uscire il figlio dalla stanza – tutti bloccati dalla madre –, abbiamo saputo che la casa aveva tre camere da letto, ma che due erano occupate dai nonni, che dormivano separati da anni.
Questa relazione così stretta, che per un certo tempo è andata bene a entrambi, entra in crisi quando la crescita, le circostanze o l’esplosione ormonale dell’adolescenza la rendono molto pericolosa. In questo legame così vicino, fusionale, l’inizio della violenza può essere compreso come un tentativo primitivo di presa di distanza, di fuga da una relazione ormai vissuta come opprimente, limitante o pericolosa. Compaiono poi i benefici secondari della condotta violenta – controllo, potere – che contribuiscono al suo mantenimento.
Questa eccessiva vicinanza tra genitore e figlio comporta inoltre l’impossibilità di creare una relazione gerarchica. Se mio figlio è il mio amico, il mio confidente, il mio sostegno, non posso pormi con lui in un ruolo di autorità; questo lo porta ad assumere un ruolo indipendente prima del tempo. Lo stesso accade nelle famiglie con entrambi i genitori presenti, in cui l’esercizio dell’autorità è bloccato dal conflitto genitoriale o dall’abdicazione del ruolo genitoriale. Ma, come spiegano Harbin e Madden (1979), questa autonomia non è tale, poiché i giovani continuano a dipendere economicamente e, soprattutto, emotivamente dai genitori. Si tratta quindi di una pseudo-indipendenza, che rende la separazione ancora più difficile. In questa situazione si può anche comprendere l’uso della violenza come un modo fallito di cercare quell’allontanamento.
Da ricordare
Nella nuova VFP sono colpite tre aree del funzionamento familiare: la gerarchia (i genitori abdicano o si neutralizzano a vicenda, «non si può fare niente»), l’immagine familiare (negazione, segreto, isolamento, mito dell’armonia) e la separazione (una fusione emotiva tra genitore e figlio o figlia che la violenza viene a rompere in modo maldestro). È questa fusione, presente in quasi tutti i casi seguiti a Euskarri, che chi firma il testo pone al centro della propria comprensione.
Come abbiamo segnalato nella parte precedente, possiamo distinguere processi di innesco e di mantenimento della violenza. Questi differiscono a seconda del modello familiare – famiglie multiviolente, monoparentali, famiglie con entrambi i genitori presenti –, pur conservando alcuni aspetti comuni.
– Nelle famiglie multiviolente, la violenza compare come una conseguenza quasi naturale della relazione familiare: è necessario esercitarla per sopravvivere, oppure è ciò che si è appreso di poter fare per scaricare la tensione creata dai conflitti e dai disaccordi. Una volta stabilito questo meccanismo, non se ne utilizzerà un altro finché non si sarà imparato a farlo e non gli si saranno trovati vantaggi rispetto al ricorso alla violenza.
– Nelle famiglie con entrambi i genitori presenti compare anch’essa la fusione emotiva tra chi aggredisce e il genitore aggredito, come fase che precede la comparsa della violenza.
In una fase precedente si produce di solito un conflitto non risolto tra i genitori, generalmente di grande intensità e di lunga durata, che porta alla triangolazione, cioè al coinvolgimento del figlio o della figlia nelle difficoltà coniugali.
Questa triangolazione somiglia a quella descritta da Selvini e coll. nel loro libro I giochi psicotici nella famiglia (1990). Dopo il conflitto e l’imbroglio coniugale che conduce a una situazione di impasse, si produce l’intrusione del figlio nel gioco, che si allea con uno dei due genitori. Ma, in questo caso, non si produce il tradimento del figlio che conduce alla psicosi: la relazione di alleanza si mantiene, producendo un allontanamento reale – separazione – o emotivo dall’altro genitore. Con il tempo, è il figlio o la figlia a cercare di allontanarsi, e il genitore a bloccare questo tentativo, il che provoca l’esplosione della condotta violenta.
– Nelle famiglie monoparentali possiamo comprendere questo processo come una fase di quanto descritto nel paragrafo precedente, anche se la triangolazione e il conflitto possono apparire lontani nel tempo e ormai dimenticati. Qui la fusione emotiva è più evidente perché, in assenza dell’altro genitore, il legame può stringersi più facilmente.
– Negli ultimi due casi, è la difficoltà di separazione e di autonomia che, con il passare del tempo, porta al conflitto e produce l’esplosione della violenza. Se si trattasse di famiglie a transazione psicotica, è probabile che l’individuazione e la crescita dell’identità personale verrebbero sacrificate a vantaggio del mantenimento della relazione e dell’armonia familiare, fino alla pseudo-mutualità. Fortunatamente, nella maggior parte dei casi, il desiderio di autonomia e di indipendenza, così come l’aspirazione a costruirsi un’identità propria, prevalgono su quello di mantenere la relazione e di soddisfare i bisogni dei genitori, per cui si avviano movimenti verso la separazione. Tuttavia, lungi dall’essere favoriti, questi vengono bloccati, e la violenza compare come quel tentativo disperato di ottenere la separazione.
Ecco, nel dettaglio, una sequenza tipica di esplosione della condotta violenta:
Inizia un disaccordo tra il genitore e il figlio o la figlia, generalmente intorno alla definizione di una norma o all’esercizio dell’autorità, cosa mal tollerata fin dall’inizio da chi la subisce.
Si avvia una discussione, con le due parti collocate su un piano di parità, il che porta facilmente a un’escalation simmetrica.
Una delle parti, generalmente il figlio o la figlia – ma può essere anche il genitore –, adotta un comportamento di evitamento e, senza risolvere il conflitto, cerca di ritirarsi.
L’altra parte, generalmente il genitore – ma a volte anche il figlio o la figlia –, la insegue e la incalza, cercando di impedirne il ritiro.
L’inseguimento blocca l’uscita dal conflitto e fa salire notevolmente la tensione.
Scatta la reazione violenta della parte incalzata, genitore o figlio, per porre fine alla tensione. Spesso, dopo questa esplosione, subentra la distensione, e la relazione può ricostruirsi.
Alcuni esempi tratti da casi diversi illustrano questo processo:
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Gorka ci raccontava che, nelle situazioni in cui litigava con sua madre, cercava di andarsene in camera ad ascoltare musica per calmarsi; ma, la maggior parte delle volte, lei lo seguiva rimproverandogli il suo cattivo comportamento, gli spegneva la musica e gli impediva di chiudere la porta. La tensione cresceva sempre di più, finché Gorka non riusciva più a trattenersi e cominciava a insultarla, a gridarle contro e a spingerla, fino a gettarla a terra, per poi pentirsene. Suo fratello minore lo confermava.
Jorge e suo padre avevano cominciato una nuova discussione. Questa volta il motivo della lite era un disaccordo su una piccola somma di denaro che Jorge non aveva restituito dopo aver comprato del materiale scolastico. Come in altre occasioni, i toni si sono alzati finché il padre ha deciso di ritirarsi e di cambiare stanza, ma il figlio lo ha seguito alzando la voce e cominciando a insultarlo. Il padre, cercando di evitare lo scontro, se n’è andato di nuovo in un’altra stanza, dove Jorge lo ha raggiunto poco dopo. Per la terza volta il padre se n’è andato, rifugiandosi nella propria camera. Jorge lo ha seguito, finché hanno finito per aggredirsi a vicenda, come le volte precedenti.
Dopo un violento litigio, Ángel è uscito di casa. Sua madre ha cercato di impedirglielo, ma lui le ha dato un forte spintone – che l’ha fatta cadere dalle scale – ed è scappato di corsa. Una volta rialzatasi, lei lo ha seguito zoppicando fino a un parco, dove ha ritrovato il figlio ormai più calmo. Scaricata la tensione, la madre gli ha offerto una sigaretta, mentre chiacchieravano seduti su una panchina del parco.
Haim Omer (2004) ha studiato a fondo la reazione dei genitori di fronte alla condotta violenta dei figli e propone di classificare le risposte in due tipi, che chiama dura e morbida:
– Reazione dura o escalation simmetrica: quella in cui si risponde all’ostilità con l’ostilità, e alla violenza precedente con una violenza maggiore. Il genitore cerca di vincere le aggressioni del figlio o della figlia con le stesse armi, suscitando una nuova risposta violenta; si produce così un’escalation simmetrica, con un aumento progressivo dell’ostilità. Si utilizzano risorse violente di ogni tipo: minacce, grida, umiliazioni, aggressioni fisiche, punizioni, ecc. Entrambe le parti credono di agire per legittima difesa: è l’altra parte ad aggredire. Quanto più ciascuna parte si sente intrappolata in questa condotta, tanto più alti sono i livelli di aggressività.
Vignetta
Il sabato pomeriggio, Fernando cominciava una discussione con suo padre sull’ora di rientro a casa. Non riuscivano a trovare un accordo – nessuno dei due toglieva o aggiungeva un minuto alla propria proposta – e i toni si alzavano sempre di più. Presto cominciavano gli insulti, poi gli spintoni e, a volte, i colpi, da entrambe le parti, finché Fernando, ormai più forte di suo padre, riusciva a scostarlo dalla porta e a uscire in strada.
– Reazione morbida o escalation complementare: quella in cui si cerca di usare la persuasione verbale per convincere il figlio o la figlia che la sua condotta è sbagliata e che deve cambiare. Si ricorre ad argomentazioni logiche, a suppliche, a manifestazioni di affetto, cercando di stabilire una connessione empatica affinché rinunci al proprio atteggiamento. Tuttavia, si ottiene soltanto un aumento delle pretese, che crescono di fronte all’atteggiamento sottomesso del genitore. L’aumento della violenza genera più sottomissione, producendo ciò che Omer chiama escalation complementare, in cui la sottomissione accresce le richieste.
Vignetta
Da quando Juana aveva cominciato a insultarla, sua madre aveva sempre risposto rimproverandola con un tono dolce, chiedendole di rifletterci. Gli insulti crescevano sempre di più, e sua madre si mostrava molto paziente e comprensiva, senza smettere di premiarla in altri momenti con i pasti o con i piccoli dolcetti che sapeva le piacevano, cercando di conquistarla con l’affetto. Questo è durato fino al giorno in cui Juana le ha dato il primo schiaffo. Sua madre ha smesso di mostrarsi affettuosa, ma da allora Juana faceva il bello e il cattivo tempo in casa.
L’escalation complementare è asimmetrica e si caratterizza per una dinamica di ricatto. Il messaggio trasmesso è un messaggio di debolezza, il che rafforza l’uso della violenza per raggiungere i propri obiettivi.
Secondo lo stesso autore, a volte si produce una mescolanza di reazioni, in modo pendolare, oscillando tra dure e morbide, poiché le due escalation si alimentano a vicenda.
Reazione dura – escalation simmetrica
Ostilità contro ostilità, ciascuna parte si crede in legittima difesa; l’aggressività sale da entrambi i lati.
Reazione morbida – escalation complementare
Persuasione, suppliche, affetto; la sottomissione accresce le pretese del figlio o della figlia. Dinamica di ricatto.
La violenza del figlio o della figlia provoca, per esempio, una condotta di sottomissione, che genera un aumento delle sue pretese. Ma questo atteggiamento, che risponde con pretese sempre maggiori ai tentativi di empatia e di persuasione, suscita nel genitore una frustrazione e un’ostilità progressive, che finiscono per esplodere in un accesso di aggressività e di violenza. Questa reazione, invece di placare chi aggredisce, ne aumenta l’aggressività; si entra allora in un’escalation simmetrica che può raggiungere livelli tali che il genitore si spaventa delle possibili conseguenze, o si vergogna della propria perdita di controllo, e torna a una condotta di temporeggiamento e di sottomissione di fronte alle pretese. È un’interazione circolare, che porta inevitabilmente all’aggravarsi del problema.
Il mantenimento della condotta violenta si basa sui benefici secondari che se ne ricavano. Qualsiasi comportamento aggressivo all’interno della famiglia mira ad accrescere il potere e il dominio. Nel caso della VFP, questa ricerca non riguarda soltanto il controllo, ma anche il raggiungimento di obiettivi: rientrare a casa all’ora desiderata, ottenere più soldi per le spese, poter decidere che cosa e quando si mangia; in definitiva, una totale libertà d’azione. Si cerca inoltre di ridurre al minimo la concorrenza – se esiste –, di limitare i movimenti e le comunicazioni dei genitori per evitare interferenze esterne che mettano in pericolo il potere acquisito, e di spaventare i genitori fino a renderli impotenti.
Vignetta
Un giorno Beatriz decise che non si sarebbe più seduta a tavola con i genitori se suo padre avesse continuato a mangiare con loro. Per un certo periodo mangiò da sola, finché sua madre cedette e cominciò a mangiare con lei. Per due anni il padre mangiò da solo, mentre le pretese di Beatriz andavano aumentando. La violenza cominciò quando la ragazza pretese che la madre si separasse dal padre.
Con il passare del tempo, chi aggredisce si orienta progressivamente verso il potere; le relazioni tra genitori e figli diventano sempre più rare e di qualità peggiore, e quelle con fratelli e sorelle – se ce ne sono – si deteriorano allo stesso modo. I genitori imparano a ignorare le condotte negative per evitare lo scontro, cosicché chi aggredisce ha bisogno di puntellare il proprio potere con comportamenti sempre più estremi (Omer, 2004).
Gli scopi di chi aggredisce finiscono per essere gli stessi della violenza sociale e politica: il dominio attraverso la paura che essa produce, utilizzando in modo ripetitivo azioni violente con un aumento progressivo del livello di minaccia, il che, secondo lo schema della violenza sociale e politica di Sluzki (2002), finisce per produrre nelle vittime una reazione di intorpidimento e di sottomissione.
Vignetta
Antonia ci raccontava di aver deciso di mettere un chiavistello alla porta della sua camera, per la paura che provava la notte dormendo, al pensiero che suo figlio sarebbe rientrato aggressivo dalla strada. «…Ogni volta che in televisione passava qualcosa sui maltrattamenti, mi diceva: “Finirai così”. Vedevo già delle ombre la notte, pensando che sarei impazzita. Sembrava che stesse di guardia… Stavo malissimo, ero in preda al panico… Molte volte, per paura, non ho aperto bocca.»
Gli effetti di questa condotta nell’ambito familiare si possono riassumere così:
Dopo aver definito il fenomeno della VFP e stabilito una distinzione tra i diversi tipi esistenti, abbiamo indicato, a partire da una comprensione ecologica, i fattori che influiscono tanto sull’emergere quanto sul mantenimento di questa problematica: a) sociali – sottolineando in particolare la loro relazione con gli stili educativi –, b) individuali – collegando caratteristiche di personalità a una possibile presenza di psicopatologia – e c) familiari, che costituiscono l’interesse centrale del presente lavoro.
In quest’ultimo ambito, pur esplicitando i modelli familiari in cui si presenta questo tipo di comportamento, l’analisi si concentra sulla dinamica familiare – precedenti di violenza, stile genitoriale, relazione tra i coniugi, aree disfunzionali, ecc. – che favorisce tanto l’emergere quanto il mantenimento della condotta violenta.
Segnaliamo inoltre il funzionamento che tende a ripetersi con frequenza nella nuova VFP:
Per tutte queste ragioni, riteniamo indispensabile includere l’approccio relazionale in questo tipo di problematica, considerando inoltre, tra i suoi obiettivi principali, la modifica della dinamica familiare; infatti, se il trattamento si limita alla scomparsa della condotta violenta – obiettivo, beninteso, primario –, è più probabile che essa prosegua e successivamente si aggravi.
Ciò implicherà un lavoro simultaneo sulle tre aree descritte come disfunzionali – organizzazione gerarchica e definizione delle norme, protezione dell’immagine familiare, separazione e fusione – senza perdere di vista la ricostruzione del legame tra genitori e figli che, in questi casi, è gravemente compromesso dalle condotte violente, le quali tendono a favorire una percezione ridotta e distorta in ciascun membro.
Note dell’originale
1. Relazione della Procura della Catalogna, 2005.
2. Relazione della Procura della Comunità autonoma basca, 2005.
3. Relazione della Procura della Comunità Valenciana, 2005.
4. Quotidiano ADN, 26 dicembre 2007.
Chi firma questo testo
Roberto Pereira Tercero: psichiatra. Direttore di Euskarri, Centro di intervento sulla violenza filio-parentale.
Lorena Bertino Menna: psicologa, psicoterapeuta. Coordinatrice di Euskarri, Centro di intervento sulla violenza filio-parentale. https://www.avntf-evntf.com/presentacion/
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Traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Una comprensión ecológica de la violencia filio-parental», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Red Sistémica). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Pereira Tercero, R., & Bertino Menna, L. (2023). Une compréhension écologique de la violence filio-parentale (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/une-comprehension-ecologique-de-la-violence-filio-parentale (Opera originale pubblicata nel 2023 su Red Sistémica; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/08/una-comprension-ecologica-de-la-violencia-filio-parental/)
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