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Palo Alto · Comunicazione

Una logica della comunicazione

Questa scheda di lettura riprende le nozioni e i concetti sviluppati da Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson nella loro opera fondativa, arricchiti da alcuni riferimenti ad altri libri, autori o persino enigmi che, a mio avviso, ne illustrano i concetti. Il contenuto non è esaustivo: questo esercizio riflette soltanto la mia interpretazione dell’opera, collocata in un insieme più ampio di conoscenze che acquistano senso in una prospettiva interrelazionale. Une logique de la communication è di una tale ricchezza che mi sembra quasi indispensabile leggerlo per intero e con attenzione per coglierne la profondità, e non posso che consigliare a chiunque di riservargli un piccolo posto sul comodino.

Il percorso dell’opera

Dopo un’introduzione al quadro di riferimento dell’opera — quello della pragmatica della comunicazione — e la spiegazione di alcune nozioni di base, il libro si dedica alla definizione di alcuni assiomi di questa comunicazione. Il capitolo 3 studia i disturbi patologici potenzialmente contenuti in tali assiomi. Poi la teoria della comunicazione viene estesa al livello strutturale, assumendo la teoria dei sistemi come modello di base per concettualizzare la pragmatica della comunicazione umana. Il capitolo 5 illustra le nozioni affrontate in precedenza attraverso un esempio tratto dalla letteratura. Vengono poi trattati gli effetti del paradosso pragmatico sul comportamento delle persone: compare la nozione di double bind (doppio legame), che ha contribuito in particolare a comprendere meglio la comunicazione delle persone con schizofrenia. Il capitolo 7 è dedicato principalmente all’applicazione clinica e terapeutica dei modelli di comunicazione di tipo paradossale, con una digressione sul ruolo del paradosso nel gioco, nell’umorismo e nella creatività. Infine, Watzlawick, Helmick Beavin e Jackson concludono con la loro posizione personale sulla comunicazione tra l’essere umano e il reale, con il postulato che un ordine, analogo alla struttura a livelli dei tipi logici, permei la consapevolezza che l’essere umano ha della propria esistenza e determini in ultima analisi la «conoscibilità» del suo universo.

Il quadro di riferimento

L’opera si apre con tre esempi concreti, apparentemente senza rapporto tra loro, ma che hanno un denominatore comune.

«Un fenomeno resta incomprensibile finché il campo di osservazione non è abbastanza ampio da includere il contesto in cui il fenomeno stesso si verifica.»

Une logique de la communication, p. 15

Ciò è illustrato molto bene in un’altra opera di Paul Watzlawick intitolata Le langage du changement (peraltro molto complementare a quella qui esaminata), con il celebre enigma dei nove punti da collegare con quattro linee rette senza staccare la penna dal foglio: la soluzione appare solo uscendo dal quadro apparente della figura.

Tutta la logica sviluppata in seguito deriva da questa idea, che fonda in parte la linea filosofica dell’opera: «Non riuscire a cogliere la complessità delle relazioni tra un fatto e il quadro in cui si inserisce, tra un organismo e il suo ambiente, fa sì che chi osserva si imbatta in qualcosa di “misterioso” e sia portato ad attribuire all’oggetto del suo studio proprietà che forse non possiede». Questo è particolarmente importante quando l’oggetto di studio è una persona che presenta un «disturbo del comportamento», o ancora nel contesto psicoterapeutico, di fronte a qualcuno che esprime una sofferenza psichica. Se includiamo nella nostra interpretazione diversi elementi, come gli effetti del comportamento sugli altri, le reazioni altrui a quel comportamento e il contesto in cui tutto ciò avviene, l’accento si sposta da una visione isolata verso un sistema più ampio: i fenomeni psichici non vengono più compresi come semplici manifestazioni di una struttura intrapsichica. Per chi firma l’opera, questo modo di affrontare i fenomeni del comportamento umano, normale o patologico, è piuttosto vicino alla matematica sul piano concettuale, perché si tratta di una disciplina il cui oggetto primo non è la natura delle entità, ma l’esame delle relazioni tra di esse.

La nozione di funzione e di relazione

Un evento è stato decisivo nel campo della matematica: nel 1591 Viète introdusse la notazione simbolica al posto di quella numerica. Nacque così il concetto di variabile, un concetto che, per la matematica greca, avrebbe avuto tanta realtà quanta un’allucinazione! Una variabile non ha significato in sé: acquista senso solo in relazione con altre, in interazione, ed è questo a fondare il concetto di funzione. L’apertura della psicologia a questo concetto permette di considerare ogni fenomeno come compreso in un insieme più vasto di variabili che gli danno senso, ma che resterebbe incomprensibile se se ne omettesse anche una sola. Questa nozione è essenziale, perché ci permette di posizionarci diversamente nel nostro rapporto con gli altri e con il mondo in generale. Come dice Mony Elkaïm nelle sue conferenze: «Ogni volta che giudichiamo, ci risparmiamo l’analisi. Se le persone si comportano come si comportano, è perché hanno sempre una buona ragione per farlo».

Informazione e retroazione («feedback»)

La disciplina freudiana postula che il comportamento sia essenzialmente il risultato della presunta interazione di forze intrapsichiche che seguono le leggi della conservazione e della trasformazione, da cui deriva il concetto di energia. In questo modello le interazioni con le forze esterne sono considerate secondarie (da qui l’espressione «vantaggi secondari»), mentre in quest’opera sono ritenute essenziali. L’avvento della cibernetica ha sconvolto la classica controversia tra determinismo e finalità, mostrando come questi due concetti potessero coesistere in un quadro più ampio grazie alla scoperta della retroazione («feedback»). Se in una catena lineare di eventi A provoca B, B provoca C e C provoca D, la retroazione interviene quando D rinvia ad A, e condiziona così la concettualizzazione di un sistema circolare. Da quel momento possiamo considerare ogni persona in interazione con un’altra come parte di un sistema circolare. Le retroazioni possono essere sia negative sia positive: è ciò che chiamiamo comunemente «circolo vizioso» o «circolo virtuoso».

Ridondanza e metacomunicazione

Qui viene affrontato uno dei temi principali del libro: comunichiamo continuamente, ma è molto difficile comunicare sulla comunicazione (metacomunicare), dato che lo strumento utilizzato per concettualizzare questo studio è parte integrante dell’oggetto di studio. Lo studio della comunicazione passa attraverso l’individuazione delle ridondanze. Per esempio, se si osservano due persone che giocano a scacchi senza conoscerne le regole, si potranno definire abbastanza rapidamente alcune regole osservando le ridondanze nei comportamenti (muovere a turno, mangiare i pezzi, condizione di vittoria); sarà invece molto più complesso definire certe regole che rimandano a schemi osservabili meno spesso, benché preesistenti (per esempio l’arrocco).

Gli assiomi della comunicazione e le loro patologie

I capitoli 2 e 3 si rispondono: il primo propone definizioni assiomatiche, il secondo riprende ogni assioma per mostrare in che modo possa derivarne una comunicazione patologica. Ogni assioma è quindi presentato qui insieme al suo corrispettivo patologico.

1

Non si può non comunicare

Il silenzio stesso ha valore di comunicazione: è impossibile sottrarsi allo scambio.

2

Contenuto e relazione

Ogni scambio si gioca su due livelli: l’informazione trasmessa e la relazione che la inquadra.

3

La punteggiatura delle sequenze

A seconda del punto in cui ciascuna persona colloca l’inizio, il senso dell’interazione cambia.

4

Numerico e analogico

Le parole veicolano il contenuto; il non verbale, più arcaico, crea il quadro della relazione.

5

Simmetria e complementarità

Le interazioni si fondano sull’uguaglianza delle parti o sulla complementarità delle loro posizioni.

1. L’impossibilità di non comunicare

È impossibile non comunicare: il silenzio ha valore di comunicazione (ciò fa parte integrante del «dilemma dello schizofrenico»). Quali sono allora le tattiche impiegate per non avviare una comunicazione?

  • Respingere la comunicazione rifiutandola: una situazione difficile, tesa, talvolta difficilmente sostenibile a causa delle convenzioni sociali.
  • Squalificare la comunicazione: risposte confuse, incomprensibili, fuori tema, con incoerenze, frasi lasciate a metà, una sorta di delirio verbale che porterà l’altra persona a lasciar perdere.
  • Barare e fingere l’impossibilità di comunicare — il sintomo come comunicazione: «per una ragione indipendente dalla mia volontà, non sono in grado di rispondere» (emicrania, incapacità, sonno, ignoranza, lingua straniera ecc.).

2. Livelli della comunicazione: contenuto e relazione

Quando delle persone sono in relazione, i loro scambi avvengono su due livelli: il contenuto e la relazione. Messaggi come «Bada di rilasciare la frizione gradualmente e senza strappi» e «Basta che molli la frizione di colpo e la trasmissione sarà da buttare in un attimo» hanno grosso modo lo stesso contenuto informativo (notizia), ma definiscono chiaramente relazioni molto diverse (comando). Sembra che quanto più una relazione è spontanea e «sana», tanto più l’aspetto relazionale della comunicazione passa in secondo piano. Al contrario, le relazioni «malate» sono caratterizzate da un dibattito incessante sulla natura della relazione, e il contenuto finisce per perdere ogni importanza.

Un esempio riportato a pagina 79: nel corso di una psicoterapia di coppia, una coppia racconta che il marito, sapendo che avrebbe fatto piacere alla moglie, aveva invitato un amico di passaggio nella zona, pensando che lei avrebbe fatto lo stesso. Eppure, al ritorno della moglie, scoppia una scenata violenta a proposito dell’invito. In realtà erano in gioco due questioni: una richiedeva di risolvere un problema pratico (l’invito) e poteva essere oggetto di una comunicazione numerica; l’altra riguardava la relazione tra i due partner, ossia chi avesse il diritto di prendere l’iniziativa senza consultare l’altro. La stessa coppia può litigare aspramente per questioni insignificanti in un’escalation simmetrica. Un giorno la moglie porta la prova della propria argomentazione e il marito risponde: «Va bene, va bene, forse su questo hai ragione, ma hai torto a voler sempre avere l’ultima parola».

3. La punteggiatura della sequenza di eventi

In una sequenza di comunicazione il senso cambia a seconda del punto in cui se ne colloca l’inizio (esempio p. 54). È la fonte di conflitti classici, quando una delle parti attribuisce la colpa all’altra mentre la seconda risponde di agire così proprio a causa del comportamento della prima: «Sei tu che hai cominciato». Il principio di circolarità della comunicazione rompe con questo schema lineare in cui ciascuna parte cerca l’effetto e la causa. L’opera conclude che la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra le parti.

Nei casi di comunicazione discordante è caratteristico osservare un disaccordo su ciò che è causa e ciò che è effetto, mentre questi concetti sono inapplicabili a causa della circolarità dell’interazione in corso; ma questa escalation può, in alcuni casi, assumere proporzioni molto rilevanti e sfociare in una profonda frattura tra le persone.

Qui viene sviluppato un concetto importante: quello della profezia che si autoavvera. Una persona che pensa «nessuno mi vuole bene» avrà un comportamento diffidente, difensivo o aggressivo, al quale con ogni probabilità le altre persone risponderanno in modo poco amichevole, giustificando così la convinzione iniziale.

4. Comunicazione numerica e comunicazione analogica

Riceviamo continuamente due tipi di segnali, verbale e non verbale, e dobbiamo decodificarli simultaneamente per farne una sintesi. Questi due segnali hanno finalità diverse: l’analogico crea il quadro della relazione, mentre il numerico veicola il contenuto del messaggio. Se i due segnali concordano, la congruenza rafforza il messaggio; se sono incongruenti, si compirà una scelta interpretativa. Ora, la comunicazione analogica ricorre a condotte che la nostra specie ha adottato molto prima della messa a punto del linguaggio e della sua complessificazione: è più arcaica e tenderà quindi a prevalere. Paul Watzlawick completerà questa affermazione in un’altra opera, confrontando le persone a seconda che il loro funzionamento cerebrale privilegi l’emisfero sinistro o quello destro.

Notiamo che la comunicazione analogica è più ampia del semplice aspetto non verbale, perché comprende anche il contesto, gli aspetti sociali ecc. (per esempio una relazione gerarchica). Il libro fornisce del resto un esempio di errore di traduzione tra numerico e analogico (p. 98).

Un altro esempio: un marito regala spontaneamente dei fiori alla moglie. Quale interpretazione ne darà lei? Penserà «Che bel pensiero» oppure «Che cosa avrà da farsi perdonare?»?

Quando è la relazione in corso a diventare l’oggetto della comunicazione, la difficoltà aumenta ancora. Infatti ogni tentativo di formulare verbalmente una comunicazione non verbale vi introduce un errore, legato non solo alla povertà della sintassi, ma anche al rischio di un’interpretazione sbagliata. È difficile esprimere con chiarezza ciò che il corpo ha voluto dire.

5. Interazione simmetrica e complementare

Le interazioni tra due persone possono essere definite secondo due modalità: simmetrica o complementare. In una relazione simmetrica le parti agiscono come allo specchio, su un piano di parità; nella relazione complementare una occupa una posizione alta e l’altra una posizione bassa. Queste due qualificazioni non sono giudizi di valore: ciascuna parte completa l’altra per formare un tutto, come nel rapporto genitoriale o in quello tra docente e discente. Un’interazione simmetrica si caratterizza dunque per l’uguaglianza e la minimizzazione della differenza, mentre un’interazione complementare si fonda sulla massimizzazione di tale differenza.

L’escalation simmetrica. La trappola principale della relazione simmetrica è il suo andare fuori controllo, come nell’esempio della coppia citato sopra. Le parti rivaleggiano sul contenuto della comunicazione, a proposito di fatti più o meno oggettivi, e ciascuna pretende di avere ragione, mentre il vero disaccordo va cercato sul piano della relazione. Un’escalation simmetrica può concludersi in diversi modi: stabilizzazione (risate, presa di distanza, pausa), sfinimento, rottura, oppure passaggio alla complementarità quando una delle parti accetta di occupare la posizione bassa.

La complementarità rigida. La relazione complementare ha tutte le possibilità di instaurarsi correttamente finché l’identità di entrambe le parti può esprimersi pienamente. Se invece chi occupa la posizione alta nega l’identità di chi si trova in posizione bassa, questo squilibrio rischia di sfociare, nel migliore dei casi, in un sentimento di frustrazione.

Passare da una modalità di relazione all’altra è un importante fattore di stabilità; il problema principale è la rigidità di certe interazioni.

La struttura dell’interazione umana: la famiglia come sistema

Nel capitolo 4 l’opera espone la teoria generale dei sistemi collegandola al caso particolare della famiglia come sistema. Richiama i concetti sviluppati da Ludwig von Bertalanffy, partendo da una definizione, quella di Hall e Fagen: un sistema è «un insieme di oggetti e di relazioni tra gli oggetti e tra i loro attributi». Affronta poi le proprietà dei sistemi aperti.

La totalità. «I legami che uniscono gli elementi di un sistema sono così stretti che una modifica di uno degli elementi comporterà una modifica di tutti gli altri e dell’intero sistema» (p. 123). In altre parole, un sistema non si comporta come un semplice aggregato di elementi indipendenti: costituisce un tutto coerente e indivisibile.

La non sommatività. Un sistema non è la somma dei suoi elementi. «Bisogna trascurare gli elementi a favore della Gestalt e andare al cuore della sua complessità, cioè della sua struttura» (p. 124). L’analisi di una famiglia non è la somma di quella di ciascuno dei suoi membri: esistono caratteristiche proprie del sistema e modelli di interazione che trascendono le particolarità di ogni persona.

La retroazione. Come illustrato nel capitolo 1, retroazione e circolarità costituiscono il modello di causalità più adatto a una teoria dei sistemi in interazione: A influenza B, e B a sua volta influenza A.

L’equifinalità. Le stesse conseguenze possono avere origini diverse, perché è la struttura a essere determinante.

L’omeostasi familiare. I meccanismi di omeostasi hanno la funzione di riportare il sistema allo stato di equilibrio. In una famiglia, il comportamento di ciascun membro è legato al comportamento di tutti gli altri e ne dipende: li influenza ed è da essi influenzato. Quando l’équipe terapeutica porta sollievo ai mali espressamente formulati da un membro della famiglia, si trova talvolta di fronte a una nuova crisi, provocata dalla reazione dell’ambiente circostante all’evoluzione di uno dei suoi membri (esempio p. 140).

La psicosi rappresenta un cambiamento violento che ricalibra il sistema e può persino facilitare l’adattamento di una persona al proprio ambiente familiare. Nel capitolo 6 l’opera si occuperà di un tipo specifico di comunicazione patologica, potenzialmente all’origine di disturbi psichiatrici come la psicosi: la comunicazione paradossale.

Alla luce degli elementi affrontati in precedenza, si può vedere nei sistemi in interazione continua — come la famiglia — il centro stesso di uno studio delle ripercussioni pragmatiche a lungo termine dei fenomeni di comunicazione.

Chi ha paura di Virginia Woolf?

Il capitolo 5 applica tutti i principi e i concetti affrontati fin qui attraverso un esempio tratto dalla letteratura: l’opera teatrale di Edward Albee Chi ha paura di Virginia Woolf?. Poiché questo capitolo è una dimostrazione continua dei concetti precedenti, è difficile da riassumere, e se ne consiglia una lettura completa (a partire da p. 149).

La comunicazione paradossale

Le forme di comunicazione paradossali sono caratterizzate da un messaggio di cui non è possibile alcuna interpretazione corretta, il che provoca una destabilizzazione legata al blocco delle nostre facoltà di ragionamento. L’opera individua tre tipi di paradossi, che corrispondono ai tre grandi ambiti della teoria della comunicazione: la sintassi logica, la semantica e la pragmatica.

  • I paradossi logico-matematici (antinomie), come il paradosso di Russell: la «classe di tutte le classi che non sono membri di se stesse».
  • Le definizioni paradossali (antinomie semantiche): una definizione che contiene in sé il proprio contrario, come «sono un bugiardo».
  • I paradossi pragmatici (ingiunzioni e previsioni paradossali): un ordine che non può essere eseguito senza essere proprio per questo tradito — «Sii spontaneo», «Dovresti amarmi», «Non essere così docile, così obbediente!» —, senza dimenticare l’esempio del barbiere.

Vincent de Gaulejac, sociologo clinico, descrive bene nelle sue opere — in particolare in Le capitalisme paradoxant — il modo in cui la nostra società ci sottopone a ingiunzioni paradossali, e come questi fenomeni siano in larga parte all’origine della sofferenza sul lavoro e del burnout.

A chiunque è capitato, capita o capiterà di trovarsi in situazioni paradossali, sia creandole (a propria insaputa), sia subendole. Tutti gli esempi riportati nel libro in situazione terapeutica indicano che mettere in luce questi paradossi sembra avere un effetto liberatorio sulle persone in terapia che ne sono vittime: permette loro di uscire da una situazione inestricabile che le schiaccia (esempio p. 210). Riuscire a individuarli meglio può anche permettere di «prescriverli» quando è utile, di fronte a una persona incapace di cambiare: a chi rifiuta di cooperare al processo terapeutico nonostante diverse richieste, si può ordinare di non cooperare; eseguirà l’ordine ricevuto e smetterà di essere ribelle. Questa forma di comunicazione va usata con grande cautela, perché produce ciò che il libro chiama doppio legame (double bind). Il gruppo di ricerca di Palo Alto ha mostrato che un doppio legame ripetitivo era implicato nel sistema familiare delle persone con schizofrenia.

Gli elementi che compongono un doppio legame sono i seguenti:

  • una relazione intensa, che ha un valore vitale per le persone coinvolte;
  • in questo contesto, un messaggio strutturato in modo tale da affermare qualcosa, affermare qualcosa sulla propria affermazione, e in modo che le due affermazioni si escludano a vicenda — se si tratta di un’ingiunzione, bisogna disobbedire per poter obbedire;
  • chi riceve il messaggio è posto nell’impossibilità di uscire dal quadro fissato dal messaggio, anche se privo di senso: non può non reagire, e reagisce sempre in modo inadeguato, poiché il messaggio è un paradosso;
  • quando si instaura un doppio legame duraturo, persino cronico, la persona se lo aspetta come una cosa ovvia, propria della natura delle relazioni umane e del mondo in generale — il che spiega la natura patologica di certi schemi relazionali delle persone che arrivano in terapia;
  • questo modello di comunicazione è un circolo vizioso, perché il comportamento indotto dal doppio legame è necessariamente a sua volta paradossale.

Un’ingiunzione paradossale è una manifestazione del doppio legame. Possiamo avvicinarci, in termini di rappresentazione, all’angoscia provata davanti a una scelta che offre soltanto esiti nefasti attraverso il tragico esempio di un uomo sorpreso al decimo piano di un edificio in fiamme, che può scegliere solo tra la morte nel fuoco o gettandosi dalla finestra (p. 127).

Il paradosso in psicoterapia

Attraverso vari esempi, nel capitolo 7 l’opera avanza una nozione fondamentale: nessun cambiamento può avvenire dall’interno. Se un cambiamento è possibile, lo è solo uscendo dal modello; da qui l’obiettivo della terapia, provocare un cambiamento in un sistema. L’intervento psicoterapeutico costituisce un nuovo sistema che, con numerosi procedimenti, potrà introdurre un cambiamento nel sistema esistente e portarlo così a cambiare struttura o funzionamento.

In terapia si può ricorrere alla tecnica della prescrizione del sintomo — incoraggiare la persona a comportarsi come già fa — allo scopo di provocare una presa di coscienza in chi consulta, dunque un cambiamento di rappresentazione e, di conseguenza, di comportamento.

Comunicazione ed esistenza

L’ultimo capitolo apre la riflessione a considerazioni di ordine più elevato, filosofiche e, nella fattispecie, esistenzialiste. Per la filosofia esistenzialista, l’essere umano è gettato in un mondo opaco, informe e assurdo. È a partire da lì che crea la propria situazione e se la rappresenta: è l’essere umano a dare un senso a questo mondo, che si colloca al di fuori della sua comprensione oggettiva. Alcuni scrittori si sono interrogati su questa questione, come Dostoevskij, Camus o ancora Kierkegaard: «Voglio andare in un manicomio per vedere se la profondità della follia potrà darmi la soluzione dell’enigma della vita».

«“La soluzione dell’enigma della vita nello spazio e nel tempo si trova al di fuori dello spazio e del tempo”. Perché, come dovrebbe ormai essere più che evidente, nulla all’interno di una cornice permette di formulare qualcosa, o anche solo di porre domande, su quella cornice. La soluzione non consiste dunque nel trovare una risposta all’enigma dell’esistenza, ma nel comprendere che non c’è alcun enigma.»

Watzlawick, Helmick Beavin e Jackson, nella conclusione dell’opera

Sintesi generale

Il tema centrale dell’opera è naturalmente lo sviluppo del modello della comunicazione secondo Palo Alto, basato sulla teoria generale dei sistemi e sulla cibernetica, entrambe applicate a un tipo di sistema aperto: la famiglia.

Quest’opera, teorica e concettuale, è un riferimento indiscusso per chi voglia comprendere i fondamenti del contributo della scuola di Palo Alto: getta le basi di una corrente di pensiero che percorrerà poi il mondo con il nome di approccio sistemico. Ogni concetto è illustrato da esempi, fittizi o vissuti, oppure tratti dalla letteratura. Queste numerose illustrazioni permettono di integrare bene nozioni che a prima vista non sono sempre facilmente accessibili, e il capitolo dedicato a Chi ha paura di Virginia Woolf? ne è una brillante dimostrazione. È un libro che si assimila poco a poco, e mi sembra preferibile tenerlo a portata di mano piuttosto che leggerlo tutto d’un fiato, pena il rischio di trascurare alcuni concetti più elaborati ma indispensabili per comprendere il pensiero complesso di chi lo ha scritto. Watzlawick, Helmick Beavin e Jackson sono d’altronde sempre consapevoli della difficoltà della loro impresa: concettualizzare aspetti della comunicazione e delle interazioni umane utilizzando a tale scopo la comunicazione umana come mezzo, ed essendo parte di quell’ampio sistema di interazioni inerente al nostro posto nel mondo.

L’ultimo capitolo offre una riflessione filosofica molto interessante, in particolare sull’esistenzialismo. Ho ritrovato l’influenza di quest’opera in uno scrittore che è anche psicoterapeuta da più di cinquant’anni e autore di successo: Irvin Yalom. Yalom ha presto ritenuto che fosse più incisivo illustrare la complessità delle relazioni umane attraverso il romanzo. Nella sua opera Thérapie existentielle propone una riflessione sulla ricerca di senso, tema che conclude Une logique de la communication. I riferimenti letterari popolano il libro; eccone uno, a mo’ di conclusione, che avrebbe potuto trovarvi posto.

«(…) come se la pienezza dell’anima non traboccasse talvolta nelle metafore più vuote, poiché nessuno, mai, può dare l’esatta misura dei propri bisogni, né delle proprie idee, né dei propri dolori, e la parola umana è come un paiolo incrinato su cui battiamo melodie da far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle.»

Gustave Flaubert, Madame Bovary

Per chi preferisce scoprire questi concetti per immagini, l’episodio video dedicato al libro si può guardare qui sotto.

Come citare questo articolo

Besse, J. (2021, 24 maggio). Une logique de la communication. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/une-logique-de-la-communication

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