Questa versione è stata tradotta dal francese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Ciò che facciamo senza sempre dirlo. Ciò che diciamo senza farlo davvero.
Nei sistemi umani — famiglie, istituzioni, organizzazioni — la strategia non è un piano da srotolare. È un’arte della manovra nell’incertezza, un aggiustamento sottile nel cuore della complessità.
Non è autoritaria — un ordine impartito dall’esterno — né sacrificale — un dono di sé che sfinisce — né dogmatica — l’applicazione di un modello. È interazionale, adattiva, ricorsiva.
Che cosa sto attivando? A quale livello logico sto intervenendo? Sto co-costruendo una possibilità o imponendo un copione?
Strategia viene dal greco strategos: il generale, ma anche l’arte di governare. In una prospettiva sistemica e postmoderna, non si tratta più di comandare, ma di comporre. Comporre con i vincoli, le tensioni, le resistenze. Comporre con le temporalità del sistema. Comporre con l’incertezza.
Una strategia riuscita è spesso invisibile. Non ha bisogno di essere nominata per essere efficace. Si riconosce dai suoi effetti: un sistema che torna a muoversi, una parola che circola, un sintomo che perde la sua funzione, un’ipotesi che diventa operante.
La strategia appartiene alla metis, quell’intelligenza duttile e astuta dell’antica Grecia: né forza né fuga, ma biforcazione. Prende le deviazioni necessarie per aprire vie d’uscita là dove tutto sembra chiuso.
Ma non è cinica. Si radica in un’etica del legame. Non è missionaria — voler convincere — né altruista sacrificale — voler salvare — ma operativa: interviene dall’interno, con giustezza.
Ciò che conta non è ciò che si dice, ma come, a chi e in quale contesto. La strategia non è l’applicazione di un modello, ma un modo di leggere il sistema e di intervenirvi.
Non agisce con la forza, ma con la forma: una parola, un’ipotesi spostano le linee con più sicurezza di un piano d’azione. È un ascolto attivo della struttura implicita delle interazioni, delle resistenze e delle potenzialità latenti.
Un’adolescente silenziosa; madre e padre disarmati. Chi conduce la terapia non chiede perché la ragazza non parli. Dice alla madre: «E se Sua figlia La stesse proteggendo da qualcosa?»
In una sola frase, la scena cambia registro. Il sintomo diventa messaggio. Il silenzio diventa legame. Ecco che cos’è una strategia: far emergere senso piuttosto che designare un problema.
Il pensiero cinese parla di shi: la disposizione delle forze. La strategia non affronta, asseconda il flusso. Non cerca di convincere, ma di creare una risonanza. Non resiste alle resistenze: le utilizza.
È un modo di agire con il sistema, mai contro di esso.
Colmare una mancanza. Richiudere lo scarto. Applicare una soluzione pronta all’uso. Convincere. Salvare.
Rivelare uno scarto fecondo. Lavorare la tensione tra uno stato vissuto e uno stato desiderato, tra un racconto cristallizzato e una possibilità ancora non formulata.
È meno una soluzione che un impegno: lavorare lo scarto anziché richiuderlo.
In un mondo avido di soluzioni pronte all’uso, la strategia sistemica è un invito a rallentare, ad ascoltare, a disinnescare in altro modo. Ci ricorda che il cambiamento non si decreta: si coltiva.
Preferire la tessitura al piano, la presenza al potere, la spirale alla linea retta.
Pensare la strategia significa pensare l’essere umano come un sistema vivente, fragile, intelligente, talvolta riottoso, talvolta magnifico, sempre in divenire. Significa accettare di danzare con il sistema, non di schiacciarlo.
Doumit, Y. (2025). Stratégie : l’art invisible du changement systémique. Complexe Systémique. https://www.complexe-systemique.com
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