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Red Sistémica · Terapia di coppia

L’instabilità del legame coniugale

La coppia, che si supponeva per tutta la vita, finisce per rompersi quasi in un caso su due. Bisogna allarmarsi o vedervi una tappa normale della vita familiare? Quali sono oggi le aspettative legittime nei confronti della coppia coniugale, e una coppia duratura è ancora praticabile? Irene Loyácono mette in tensione i modelli amorosi ereditati dalla rivoluzione sentimentale della Modernità, le questioni di genere, i carichi della crescita dei figli e gli apporti delle neuroscienze, per uscire dall’idealizzazione dell’amore senza cadere nel cinismo relazionale.

Autrice Irene Loyácono, psicologa, terapeuta e formatrice in terapia di coppia e familiare, direttrice del CeTEFPrima pubblicazione VII Congresso dell’Associazione di psicoterapia sistemica di Buenos Aires – V Congresso panamericano di terapia sistemica, tavola rotonda «Preoccupazioni attuali in terapia di coppia», 2006Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Per sentirsi bene, sembra più efficace restare vivi nella coppia che chiedere all’altro: rendimi felice.»

Irene Loyácono

Parlerò qui di coppie coniugali eterosessuali dei ceti medi urbani, sposate o conviventi. Le coppie omosessuali condividono con esse alcune caratteristiche, ma sono un po’ diverse, e lo stesso vale per le coppie di altri ambienti sociali.

Le coppie di una volta

Il continuo cambiamento delle pratiche sociali modifica tanto i modelli ideali quanto le pratiche relazionali all’interno della coppia coniugale. Incontriamo di continuo modi di vivere meticci, ibridi, che invitano chi, come noi, fa terapia a un processo permanente di riflessione e di revisione delle proprie teorie e dei propri criteri. Questo lavoro vorrebbe essere una risposta parziale a tale invito.

Osserviamo da tempo una crescente instabilità nei legami di coppia: la coppia, che si supponeva per tutta la vita, finisce per rompersi quasi in un caso su due.

Per alcune persone questa instabilità è preoccupante: non solo perché la rottura coniugale, vissuta come un fallimento, comporta molta sofferenza per chi la attraversa, ma anche perché sconvolge l’ambito in cui si crescono i figli, mettendo a rischio quelle che si suppone siano le condizioni più sane per la crescita di bambine e bambini.

Per altre, il divorzio, lungi dall’essere un fallimento, è una delle tappe normali della vita familiare. Chi la pensa così sostiene che la fedeltà e la monogamia (e la monoandria) siano creazioni astratte della Modernità, che in alcuni casi potevano reggere quando la speranza di vita si aggirava intorno ai cinquant’anni, ma che oggi sono impraticabili, quando c’è il tempo di vivere due o più amori «per tutta la vita».

Alcune questioni intorno ai modelli

Quali sono oggi le aspettative legittime nei confronti della coppia coniugale? È praticabile una coppia coniugale duratura?

Vignetta clinica: Ariel

Ariel ha 37 anni, è un professionista affermato, sposato e padre di due bambine di 6 e 4 anni. Chiede una terapia di coppia e dice, molto angosciato: «Non amo più Guadalupe, e l’idea di passare il resto della mia vita con una donna che non amo mi è insopportabile. Ho il diritto di cercare un grande amore, e lo voglio… Ma io mi sono sposato per tutta la vita; l’idea di avere un fallimento matrimoniale mi uccide.» E aggiunge: «Le mie figlie sono piccoline, non posso lasciarle con una famiglia distrutta…»

La tensione tra i diversi modelli, per quanto evidente, non risulta meno dannosa. Incontriamo continuamente in studio diversi stati di transizione tra legalità più tradizionali e modelli più attuali, non solo in persone diverse che si rivolgono a noi, ma anche, come nel caso di Ariel, nel mondo interno (il sistema di credenze) di una stessa persona.

L’amore per essere felici

Consideriamo il matrimonio d’amore una conquista della libertà. Nel Disagio della civiltà, Freud (Freud, 1968) osserva che l’essere umano «prende l’amore come punto centrale e si aspetta la massima soddisfazione dall’amare e dall’essere amato». L’amore sessuale era allora considerato il metodo per eccellenza per raggiungere la felicità. E questa idea conserva ancora oggi tutta la sua attualità.

Eppure…

Sappiamo che questa modalità romantica di formare le coppie, nata poco più di duecento anni fa a partire da quella che Shorter ha chiamato la rivoluzione sentimentale della Modernità (Shorter, 1977), lungi dal rafforzare la relazione coniugale, ha contribuito alla sua instabilità, accrescendo e rendendo più complesse le aspettative con cui si accede al legame. Sappiamo che, quando le aspettative aumentano, è più facile restare frustrati. Abbiamo imparato a nostre spese che «l’amore non basta» (Beck, 1990).

L’amore

Ma di quale amore parliamo? Dell’amore passione, dell’amore romantico. Quella sorta di deliziosa folie à deux. Ora, come sostenere una coppia nel lungo periodo, e ancor più una famiglia, con il tessuto illusorio dell’innamoramento che, perché ne valga la pena, deve essere cieco? Forse è per questo che c’è chi, come la leader politica pakistana l’anno scorso, continua a ricorrere ai matrimoni combinati dalle generazioni più anziane. O chi, in versioni ormai cibernetiche, cerca la saggezza di un computer.

Tornando all’innamoramento, la psicologa Cindy Hazan, esperta di psicologia dell’attaccamento alla Cornell University di New York, afferma che «gli esseri umani sono biologicamente programmati per restare innamorati dai 18 ai 30 mesi». Dopo aver intervistato e studiato 5.000 persone di 37 culture diverse, Hazan ha sostenuto che l’amore possiede una «durata di vita» abbastanza lunga perché la coppia si conosca, si accoppi e abbia un figlio. «In termini evolutivi – afferma – non c’è bisogno di emozioni palpitanti.» (Hazan, 2006)

Non tutto finisce qui, però. Per sollievo dei nostri cuori romantici, Hazan precisa che, quando la passione declina, il cervello comincia a produrre un altro tipo di endorfine, legate a manifestazioni meno ardenti dell’amore come il cameratismo, l’affetto, la fiducia (ciò che lei chiama «amore maturo»).

L’innamoramento

Dai 18 ai 30 mesi secondo Hazan: una durata di vita appena sufficiente perché la coppia si conosca, si accoppi e abbia un figlio.

L’«amore maturo»

Quando la passione declina, altre endorfine prendono il testimone: cameratismo, affetto, fiducia.

Queste scoperte sono in correlazione con un altro aspetto che la psicoanalisi aveva messo in rilievo: la passione, essendo subordinata alla legge del godimento, è formalmente incompatibile con la felicità. Nelle parole di Assoun: «L’amore è la più potente delle tecniche della felicità, ma mina la felicità con la massima efficacia» (…), poiché «l’amore comporta un rischio correlativo al suo godimento: quello che l’io si svuoti a vantaggio dell’oggetto». Dato che l’amore implica un «contratto» di farsi Oggetto dell’altro, la coppia innamorata si forma non tanto come intersoggettivazione quanto come reciprocità del «farsi oggetto». Ma essere oggetto non garantisce la felicità; piuttosto ci espone a un grande rischio di soffrire. «Chi è innamorato ha l’impressione, non del tutto infondata, che l’altro lo inghiotta.» (Assoun, 2006)

Di fronte a questi rischi, un modo alternativo e più postmoderno di avvicinarsi alla coppia è quello che Bauman (Bauman, 2005) chiama amore liquido: in un ambiente fluido come quello attuale, «impegnarsi verso il futuro è tanto impossibile quanto offensivo», e il modello relazionale più attuale si fonderebbe più sulla «voglia» che sull’amore e sul desiderio. Il fatto è che, in una cultura che promuove la «soddisfazione istantanea», seminare, coltivare e nutrire il desiderio richiede un tempo insopportabilmente lungo. Mentre, quando è ispirata dalla voglia, la relazione segue il modello del consumo e richiede soltanto l’abilità di un consumatore medio, moderatamente esperto. Come gli altri prodotti, la relazione è destinata al consumo immediato (non richiede alcuna preparazione aggiuntiva né prolungata) e a un uso unico, cioè usa e getta.

Credo che tutti abbiamo esperienza del vuoto che portano in studio le persone che praticano questo modello relazionale.

Le questioni di genere

Giocarsi tutto per amore non gode più di buona stampa. Ma «che un amore mi renda felice» è ciò che tutti si aspettano, con una logica binaria: o mi rende felice, o ho fallito.

Questo vale in particolare per le donne. «La donna che all’amore non si affaccia non merita di chiamarsi donna», diceva il bolero. Oggi non possiamo negare che le pratiche di genere siano molto cambiate. Né che le definizioni del femminile e del maschile siano mutate. E potremmo dire con la stessa giustificazione, anche se non fa rima: «l’uomo che all’amore non si affaccia non merita di chiamarsi uomo… è un impotente affettivo (un alessitimico)».

In generale, oggi si incontrano donne che stanno in piedi, più o meno sicure di sé, in lotta per la loro piena cittadinanza, e uomini «più o meno disorientati e insicuri, alla ricerca dell’identità perduta e di un referente identificatorio forte, che però non si fondi sulla disuguaglianza e sulla violenza» (Ibarra Casals, 2006).

In ogni caso, conveniamo che, salvo onorevoli eccezioni, il benessere della famiglia poggia ancora molto più sulle spalle delle donne che su quelle degli uomini. Bambini, anziani e malati restano, con una frequenza schiacciante, faccende femminili. Sebbene l’equità tra i generi non sia più in discussione come valore sociale, non possiamo dire che sia pienamente raggiunta.

Eppure è sempre più evidente che le donne non sono più così disposte ad annullarsi, il che, sia detto per inciso, non manca di contribuire alla loro salute mentale e a quella della loro famiglia. Ma non è così semplice. Proprio a causa di questa transizione, continuiamo a trovare profondamente inscritti nelle donne più anziane, ma anche nelle giovani, gli ideali dell’amore materno (incondizionato, altruista, abnegato) non solo verso i figli, ma anche verso il partner. Non so se valga la pena precisare che questo tipo di amore materno smette a poco a poco di essere necessario e utile man mano che i figli lasciano l’infanzia e attraversano l’adolescenza.

D’altra parte, il nostro modello erotico, e Jessica Benjamin lo analizza con grande finezza (Benjamin, 1996), continua a intrecciare amore e dominio. Un dominio (di preferenza a favore dell’uomo) che è molto evidente nel controllo possessivo delle situazioni di violenza domestica, ma che traspare anche in scambi quotidiani come la domanda amorosa: «di chi è questa boccuccia?». Questa volta la domanda può essere posta anche dalle donne. E la risposta attesa è che la persona interpellata dica: «è tua».

Amore coniugale e crescita dei figli

Avevo accennato al fatto che la preoccupazione per la fragilità del legame riguarda anche la famiglia che cresce i figli. Poiché la riproduzione umana avviene ancora in contesti familiari, la fragilità della coppia coniugale ci pone anche di fronte alla problematica sociale della crescita dei figli.

Bambine e bambini continuano ad avere bisogno, per il loro sviluppo, di un enorme flusso di affetto e di assistenza, che si traduce in tempo, energia e anche denaro. I primi due apporti (tempo ed energia) sono stati tradizionalmente assunti dalle donne. Oggi ci si aspetta che la donna abbia anche uno sviluppo professionale e porti denaro, e che l’uomo, senza smettere di provvedere, sia un padre amorevole e generoso. L’infanzia continua ad aver bisogno di un ambiente calmo e stabile, ma l’organizzazione del mercato del lavoro resta incompatibile con la vita familiare e con una ripartizione equa del lavoro domestico e di cura. Il risultato, quasi immancabile, è la doppia giornata femminile e il crescente malessere, oltre alla rabbia, delle donne che, come abbiamo detto, non sono più così disposte ad annullarsi.

Ma quando le donne non scelgono più di annullarsi, chi lo farà? C’è qui un debito sociale molto grande nei confronti delle donne. Chi aiuta a crescere i figli sono in genere altre donne (nonne, collaboratrici domestiche che a loro volta lasciano i propri figli alle cure di altre donne, ecc.).

Il fattore genere interviene in non pochi malintesi della vita familiare. Non mi dilungherò qui, perché non è il tema di questo articolo, ma voglio sottolineare che ritengo indispensabili la formazione di chi fa terapia alle questioni di genere e il lavoro personale sulla propria ideologia di genere, per essere in grado di individuare i pregiudizi e i punti ciechi che perpetuano i conflitti e/o legittimano atteggiamenti e condotte sessiste nella famiglia.

Crescere bambini e adolescenti richiede moltissimo lavoro e molte decisioni che opprimono; è più facile, o almeno si è più accompagnati, crescerli in due. Sappiamo che il divorzio in sé non distrugge necessariamente i figli, ma sappiamo anche che la dinamica di una famiglia binucleare o ricomposta è molto più complessa, pur non essendo necessariamente più patologica, di quella della famiglia nucleare. Da qui la legittimità di cercare di preservare la coppia esistente finché resta praticabile.

Uno sguardo alle neuroscienze

Che cosa cerchiamo, noi esseri umani? Le neuroscienze apportano uno sguardo che illumina alcuni aspetti. È noto che la neurobiologia distingue filogeneticamente tre cervelli e indica il cervello limbico, il cervello mammifero, come il centro regolatore del nostro essere nel mondo.

Come ha giustamente sottolineato Maturana, gli esseri umani, in quanto mammiferi, sono esseri di attaccamento: abbiamo bisogno di entrare in sintonia con un altro essere umano (o almeno con un altro essere senziente: per alcune persone è più facile entrare in sintonia con il proprio animale domestico che con un altro essere umano). Ottenere sintonia e regolazione dalle nostre relazioni, ci dice la neurobiologia, è un elemento necessario al nostro benessere.

Di fatto, la solitudine, la mancanza di relazioni significative, ci impoverisce e ci destabilizza; e quando la deprivazione è estrema, può arrivare a farci impazzire e a ucciderci.

Ci sono nuovi apporti molto interessanti. La scoperta, ad esempio, di un «cervello cardiaco» (Armour, J. e Ardell, J., 2006), un centro neurologico situato nel cuore e dotato di un campo magnetico 5.000 volte superiore a quello del cervello, o la scoperta dell’elettrotonicità delle onde cerebrali, grazie alla quale le frequenze cerebrali dei partner si sincronizzano, fanno luce sulla microfisica di questa regolazione relazionale. Danno anche un correlato biologico a vecchie conoscenze di chi pratica la psicoterapia: il valore dell’incontro personale, ciò che chiamavamo esperienza emotiva correttiva, o il fattore aspecifico per cui psicoterapie diverse producono risultati simili; e perfino la ragione dell’inefficacia della semplice lettura di libri di auto-aiuto per risolvere i problemi psicologici. Metterebbero inoltre in discussione l’efficacia delle terapie online.

Le neuroscienze, infine, ci dicono che gli esseri umani hanno la capacità di ristrutturarsi a vicenda il cervello limbico. La nostra regolazione viene dall’esterno: per vivere in salute e per guarire quando ci ammaliamo abbiamo bisogno di una fonte di stabilizzazione esterna, la presenza di altri esseri significativi e l’interazione con loro.

Il disagio

Credo che possiamo convenire che il disagio della civiltà sia oggi enorme. In parte perché viviamo in un mondo fluido (Corea, C. e Lewcowicz, I., 1999), centrato sul significante denaro, che non tiene conto dei nostri bisogni personali e che scorre a una velocità che cospira contro i nostri ritmi biologici, dato che le relazioni non sono fast food. È questa una causa che potremmo chiamare «oggettiva» del disagio.

Ma, come ci mostrano le nostre teorie e le nostre pratiche, il disagio è anche intrinseco alle relazioni umane. Lungi dall’essere una patologia, un relativo disaccordo, un relativo disagio, è la forma stessa in cui si svolgono i legami reali.

In un lavoro molto bello, Seiguer e Moguillanski scrivono: «C’è una violenza intrinseca a ogni legame d’amore, che nasce dalla tensione tra la tendenza a fondersi in uno solo e l’esistenza di inestinguibili differenze dell’alterità (…) la violenza di misconoscere l’esistenza diversa dell’altro e di sentire che l’altro misconosce la propria.» La salute del legame dipenderà dalla possibilità di accettare la differenza come diversità (Seiguer e Moguillanski, 2005).

La trappola del «rendimi felice»

Dicevamo che sappiamo da tempo che l’amore non basta. Ma che gli esseri umani continuano a cercare di costruire coppie stabili fondate sull’amore.

Come uscire dall’idealizzazione dell’amore senza cadere nel cinismo relazionale?

Spinoza ci ha insegnato che nessuno sa che cosa possa un corpo (Spinoza, 1980). Se c’è passione per il vivere insieme (Maturana, 1980), le relazioni possono essere ricreate. Gli esseri umani sono di una complessità inimmaginabile. Abbiamo un’infinità di sfaccettature che possono attivarsi in momenti diversi, portando quel tocco di novità capace di risvegliare il desiderio.

Per sentirsi bene, sembra più efficace restare vivi nella coppia che chiedere all’altro «rendimi felice». Restare vivi significa non spegnersi quando si torna a casa. Mantenere un certo umorismo, una certa capacità di gioco, una certa accettazione dell’altro (e non solo tolleranza) e una buona dose di curiosità. Restare vivi vorrebbe dire non aspettarsi tutto dall’altro e avere interessi propri, in ambiti che possano essere fonti di gratificazione al di fuori dell’amore. E non dimenticare un po’ di mistero: Rosa, una donna matura, rispondeva ad alcune domande del marito con la frase «è un segreto millenario», e questo si era trasformato in un gioco che stimolava la fantasia di entrambi.

Per conservare la vitalità della coppia sembra aiutare anche una «revisione» o una messa a punto periodica: sotto forma di letture, orientamento psicologico, gruppi di riflessione, laboratori, esperienze che mettano in contatto con le sfaccettature creative e costruttive della propria personalità. Così come le persone dedicano tempo al perfezionamento professionale, partecipando ad esempio a un congresso, dovrebbero anche programmare attività stimolanti per la relazione che «deve rendermi felice».

Mi piace la metafora dell’amore come opera d’arte in collaborazione. Gli esseri umani arrivano al mondo incompiuti e devono continuare a coltivarsi e a crearsi, a completarsi artigianalmente, in un processo che si ferma solo con la morte. Lo stesso accade per la coppia.

Da ricordare

Un relativo disagio non è una patologia del legame: è la forma stessa che assumono i legami reali, e la salute del legame dipende dalla possibilità di accettare la differenza come diversità. Da qui lo spostamento proposto: smettere di aspettarsi la felicità dall’altro e restare vivi nella coppia – umorismo, gioco, accettazione, curiosità, interessi propri, un po’ di mistero – trattando l’amore come un’opera d’arte in collaborazione, mai compiuta.

Nota dell’originale

Articolo scritto originariamente per il VII Congresso dell’Associazione di psicoterapia sistemica di Buenos Aires 2006, V Congresso panamericano di terapia sistemica. Tavola rotonda: Preoccupazioni attuali in terapia di coppia.

Chi è Irene Loyácono

Irene Loyácono è psicologa. Terapeuta e formatrice in terapia di coppia e familiare. Direttrice del CeTEF (www.cetef.org.ar).

Bibliografia

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Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, dallo spagnolo, di «Inestabilidad del vínculo conyugal», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: VII Congresso dell’Associazione di psicoterapia sistemica di Buenos Aires – V Congresso panamericano di terapia sistemica, tavola rotonda «Preoccupazioni attuali in terapia di coppia», 2006). Tradotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista.

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Come citare questo articolo

Loyácono, I. (2022). L’instabilité du lien conjugal (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/l-instabilite-du-lien-conjugal (Opera originale pubblicata nel 2006 in VII Congresso dell’Associazione di psicoterapia sistemica di Buenos Aires – V Congresso panamericano di terapia sistemica, tavola rotonda «Preoccupazioni attuali in terapia di coppia», 2006; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/08/08/inestabilidad-del-vinculo-conyugal/)

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