Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Systemic Practice and Action Research · Pratica sistemica
Che cosa significa indagare un sistema quando ogni persona lo vede in modo diverso? Frank Stowell torna alle fonti dell’approccio dei sistemi soft, Churchman e Checkland, riletti alla luce di Husserl e Gadamer, e ne ricava punti di riferimento per ogni indagine partecipativa: fissare il confine, sospendere i propri presupposti, far autenticare il risultato dalle persone coinvolte.
Traduzione non ufficiale in italiano di The Art of Soft Systems Inquiry: Retracing the Footsteps of Churchman and Checkland, di Frank Stowell, pubblicato in Systemic Practice and Action Research (Springer) (2024), doi: 10.1007/s11213-024-09689-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Un sistema è un sistema perché diciamo che lo è.
Frank Stowell
Abstract
In questo articolo rifletto sull’indagine nei sistemi soft. Per farlo, riprendo il discorso di Churchman sulle idee filosofiche alla base dei sistemi di indagine e poi esamino l’applicazione pratica dell’indagine soft avviata da Checkland. Questo insieme di lavori suggeriva che i modelli ontologici del comportamento organizzativo fossero inadeguati e che solo l’adozione di una prospettiva epistemologica avrebbe fornito la base per comprendere i sistemi complessi che caratterizzano la società umana. Queste idee hanno dato impulso a un nuovo modo di affrontare la complessità. Questo lavoro ha creato una difficoltà per la ricerca-azione, poiché restare fedeli a questa scoperta significava che qualsiasi metodo di indagine dovesse essere in grado di far fronte a tale complessità. Uno dei risultati è stata la Soft Systems Methodology (SSM). Paradossalmente, il successo della SSM ha frenato l’ulteriore discussione di queste idee. Lo scopo di questo articolo è riprendere le idee di Churchman e Checkland come modo per tornare ai principi primi. In questo articolo rivaluto le loro idee e quelle di Husserl e Gadamer e suggerisco che c’è ancora molto da ricavare da questo ricco filone del pensiero sistemico.
Parole chiave: Sistemi di indagine, Metodologia dei sistemi soft, Metodo di indagine apprezzativa, Ricerca-azione, Sistemi digitali
Bertalanffy ha detto: «…In un modo o nell’altro, siamo costretti a occuparci di complessità, di totalità o sistemi, in tutti i campi del sapere. Ciò implica un riorientamento di fondo del pensiero scientifico.» (ibid, 1973, p.3). Questo riconoscimento trova espressione nell’opera dei professori C.West Churchman e Peter Checkland.
Lo scopo di questo articolo è riprendere le loro idee chiave e le loro riflessioni sui «sistemi di indagine». Questi due studiosi hanno posto le basi dei sistemi «soft». L’ambito di interesse sono i «sistemi di indagine1», cioè: come ci accingiamo a scoprire? La questione è nata dalla crescita dei sistemi digitali e dalla loro influenza su di noi. È apparso evidente che la domanda solleva anche una questione più ampia, ad esempio come vengono progettati e sviluppati tali «sistemi2»? Su che cosa si basano e qual è l’approccio adottato da chi indaga? Discuterò che cosa implica applicare le idee soft quando si intraprende un’indagine nel mondo reale. Il mio scopo è considerare se, e come, possiamo arrivare al «cuore» dell’indagine.
Anzitutto, dichiaro il mio punto di partenza, le mie Weltanschauungen. Non si tratta della storia della pratica sistemica né delle origini del pensiero sistemico. Per esempio, un prezioso testo di Georgiou (2007) esplora il pensiero «sistemico». Nel testo discute varie idee, dalla teoria generale dei sistemi alle situazioni linguistiche ideali di Habermas. Georgiou presenta una visione che, a suo avviso, descrive l’epistemologia sistemica. Pur trattandosi di un percorso notevole, non sono convinto che in questa discussione colga l’essenza dei sistemi «soft», ma non era questa la sua intenzione. Il suo punto di vista sembra dovere più a Habermas e a un’interpretazione psicologica del comportamento umano che alle idee sui sistemi di indagine sostenute da Churchman e Checkland.
La mia impressione generale su questo testo è che tenda verso un’interpretazione psicologica dei sistemi, mentre i sistemi soft sono influenzati dalle idee di Hegel e Husserl più che da quelle di Habermas e Sartre. A mio avviso, queste idee sono pertinenti non solo alla progettazione e allo sviluppo dei sistemi digitali, ma al modo in cui comprendiamo le situazioni complesse in quanto tali. Anche Ulrich (1994) offre un resoconto della «filosofia pratica» in cui l’influenza di Churchman sulle idee sistemiche è chiaramente delineata. Ma il mio articolo non intende passare in rassegna tutti i metodi di indagine3, bensì riprendere le idee di Churchman e Checkland e la nascita dell’indagine nei sistemi soft.
Un attributo importante dell’indagine soft è il riconoscimento della soggettività dell’esperienza4 e di come questa influisca sul modo in cui conduciamo un’indagine libera da pregiudizi. L’osservazione di Husserl è pertinente al percorso che ho seguito; egli dice: «Chi dunque confronta i propri pensieri sulle cose con le cose stesse può in realtà soltanto misurare il proprio pensiero contingente, influenzato dall’abitudine, dalla tradizione, dall’inclinazione e dall’avversione, con un pensiero libero da tali influenze e che non ascolta altra voce se non quella della propria intrinseca legalità» (Husserl 2001a, b, p.42). L’essenza di questa idea, credo, emerge dal pensiero di Churchman e Checkland che, come osservava Naughton (1979), può essere descritto collettivamente come «tecnologia sociale». Rendere operative queste idee non è un compito banale, poiché comprendere ciò che le parti interessate richiedono è tanto un’arte5 quanto una scienza, cosa spesso fraintesa e assente negli approcci riduzionisti all’indagine.
Riprendo le riflessioni di Churchman e Checkland sull’indagine, su come atteggiamenti e convinzioni possano influenzare i risultati e su come possiamo tenerne conto. Pur riferendomi alle idee che Churchman ha espresso nel suo testo del 1971, non mi addentrerò in un’analisi critica dei filosofi a cui fa riferimento.6 Mi avvarrò invece delle sue conclusioni e della loro influenza sulla comprensione umana. Considererò poi le idee di Checkland sull’indagine organizzativa così come sono descritte in Systems Thinking Systems Practice (1999), quindi rifletterò su queste idee e ne considererò l’impatto sull’indagine e l’influenza sulla teoria e sulla pratica sistemiche. Concluderò con due esempi del risultato pratico di queste idee. L’articolo è suddiviso in sezioni, ciascuna dedicata a un aspetto delle idee di Churchman e Checkland sull’indagine. Comincio con i sistemi digitali, passo poi a sistema e teleologia, all’indagine organizzativa, all’indagine singeriana, alla Weltanschauung, al pensiero sopra e sotto la linea, al confine e alla MoP, agli elementi costitutivi di Churchman e alla SSM di Checkland, poi alle influenze di Husserl e Gadamer, alla pratica e infine alle conclusioni.
I «sistemi» digitali vengono sviluppati a partire da ciò che è stato «scoperto» indagando un particolare ambito di interesse, dal quale si elabora un modello, un algoritmo matematico. Questo modello diventa il cuore pulsante del sistema informatico. Il programma si basa su un algoritmo scritto da qualcuno per facilitare un insieme definito di obiettivi. Chi programma è incatenato a una serie di funzioni binarie, ma il mondo reale è plasmato da valori e opinioni. Da dove provengono i dati su cui si sviluppa l’algoritmo, come influiscono sul sistema più ampio e come se ne considera l’impatto su chi lo utilizza? Questo mi porta a chiedere: come decide chi progetta che cosa debba essere codificato e a quale scopo?
La società umana non può essere facilmente semplificata in un modello definitivo; le decisioni sono prese da esseri umani, e per chi si occupa di storia dell’arte, di teologia, di scienza o di gestione non esiste un calcolo semplice. Perfino chi programma e conosce i metodi di indagine ha raramente l’opportunità di vedere il «sistema» nel suo insieme: lo scompone in parti adatte al proprio scopo. La conseguenza non voluta dell’installazione di una tecnologia è aggravata dai metodi di indagine importati dalla scienza riduzionista, che raramente permettono a chi indaga di considerarne l’impatto sul sistema nel suo insieme.
Sbagliare può avere un effetto duraturo e dannoso. Ne è un esempio il progetto Horizon7. I problemi di fondo del progetto Horizon delle Poste britanniche illustrano la conseguenza del non considerare il sistema nel suo insieme. Si è verificato un fallimento sistemico che ha portato a numerose false accuse di furto (si veda Smith 2022). L’impatto su persone e comunità è stato considerevole. L’importanza dello «scoprire» per chi progetta è evidente, non solo nello sviluppo di sistemi digitali ma anche nell’indagine organizzativa. Se l’indagine è viziata, sarà viziato anche tutto ciò che ne consegue.
Ogni indagine significa trovare un accomodamento tra le parti interessate sulla questione da indagare, e non è facile, perché i sistemi sociali non sono fissi e cambiano continuamente. Chi dirige un’organizzazione sa che il proprio mondo è un misto di funzione e di pratica sociale. Opera in un mondo plasmato dall’immaginazione e dalla teoria, ma anche dalle sabbie mobili del gusto e dell’opinione. Qualsiasi metodo di indagine impiegato dovrebbe essere in grado di considerare il sistema nel suo insieme e permettere a chi indaga di prendere coscienza delle pratiche sociali e dell’opinione soggettiva. Ma come decide chi indaga quale sistema debba essere indagato e quale metodo di indagine adottare?
Come decidiamo o riconosciamo il «sistema» da indagare? Una volta ho scritto che un sistema è un sistema perché diciamo che lo è. Non è così frivolo come potrebbe sembrare a prima vista. I «sistemi» non sono fissi, ma vengono scelti da chi vi è associato. Il «sistema» di trasporto di una persona è, per un’altra, un «sistema» che causa danni ambientali. Sistema. Ciò non significa che non esistano sistemi riconosciuti: questi li chiamiamo sistemi teleologici. Ma nel linguaggio quotidiano la maggior parte dei sistemi a cui ci riferiamo sono costrutti intellettuali.
Churchman si riferisce al concetto di teleologia,8 cioè al riconoscimento di qualcosa che ha uno scopo o un disegno. Gli eventi possono essere spiegati soltanto in funzione dei fini verso cui sono diretti, dei loro scopi. Un sistema teleologico, in senso aristotelico, equivale a chiedersi: «qual è la natura fondamentale di questo oggetto?», la sua finalità oggettiva (Checkland 1981 p.30). Può essere intrinseca o estrinseca. Ma Churchman osserva che «Non tutte le entità teleologiche sono sistemi. Il tratto distintivo dei sistemi è che possono essere separati in parti e che le parti operano insieme a vantaggio del tutto…», (ibid, 1971, p.49). Per esempio, possiamo attribuire uno scopo al meccanismo di un orologio, ma ci sono cose di cui non possiamo spiegare fino in fondo perché «viaggino» verso il loro esito finale. Il primo è un tratto del disegno, il secondo è ciò che percepiamo come un processo teleologico naturale. Consideriamo il sole come esempio di teleologia. Finirà per spegnersi. In modo semplicistico possiamo paragonarlo a un fuoco: brucerà finché non avrà esaurito il combustibile. Non può fare altrimenti. Il suo percorso dall’origine alla fine è predeterminato. Ma il sole è anche una parte essenziale della vita vegetale, che ne sfrutta l’energia mediante la fotosintesi. Il processo produce gli zuccheri semplici di cui una pianta sana ha bisogno per crescere. Possiamo anche pensare a «sistemi» legati al sole che abbiamo creato noi, come i pannelli solari che convertono l’energia solare in elettricità. Possiamo chiamarli «sistemi» perché siamo noi a definirli come dotati di uno scopo.
Non tutte le entità teleologiche sono sistemi. Un corpo umano può essere considerato teleologico, ma non può essere separato in parti, perché le parti operano insieme per costituire il tutto (Churchman 1971, p.47). A chi conduce un’indagine sistemica interessa la relazione tra le parti che compongono il «sistema nel suo insieme»; in questo caso, l’interazione tra le parti fisiche e il tutto per mantenere la vita. Pur potendo pensare a «sistemi» come l’apparato respiratorio, questi non sono teleologici: li abbiamo nominati per uno scopo specifico. Checkland distingue in modo importante tra teleologia e teleonomia. La teleologia è, in linea generale, una forma di spiegazione in senso aristotelico: è intrinseca o immanente. La teleonomia, invece, «…è un prodotto della selezione, non la sua causa9». Tuttavia, discutere la differenza tra le due non è pertinente a questo articolo. Manterrò la nozione di teleologia come la descrive Churchman e quella di sistema come qualcosa di ideato dagli esseri umani per uno scopo specifico. Date queste considerazioni, come si sceglie il sistema di interesse e come può chi indaga arrivare a comprenderlo?
Intraprendere un’indagine su una situazione di interesse, un «sistema», come un’organizzazione,10 in cui la tecnologia digitale ha un ruolo importante, può provocare uno scontro di opinioni difficili da conciliare. Questo perché il «sistema» non è fisso e, quando si introducono cambiamenti nelle pratiche di lavoro, le persone si sentono minacciate. Le controversie che ne nascono vengono spesso presentate come vertenze salariali, che, per quanto rilevanti, non sono sempre la causa di fondo: a preoccupare sono i cambiamenti nelle pratiche di lavoro (Stowell 2020). Il «sistema» di interesse, dunque, è visto in modi diversi dalle persone coinvolte. Chi indaga deve cercare di dare un senso a ciò che ha creato, o sta creando, le questioni che destano preoccupazione. I metodi riduzionisti ereditati dalle scienze naturali si rivelano spesso carenti di fronte alle questioni complesse che scaturiscono dai gruppi sociali. Checkland afferma: «…la debolezza della RO, non minore di quella dell’IS e dell’AS, è di essere legata alla logica in situazioni in cui la logica non è necessariamente preminente (ibid1983, p.668). Si riconosce che avviare un’indagine e stabilire la causa di fondo del malcontento richiede un approccio capace di indagare tali sistemi complessi, quelli che Ackoff chiamava sistemi «ingarbugliati»11 (Ackoff1978, p.4.). È importante riflettere su questo quando si sceglie un metodo per «scoprire». Spesso il metodo scelto viene applicato senza interrogarsi sulla base concettuale su cui poggia. Per esempio, un approccio riduzionista basato sulle risposte di un campione di opinioni (ad es. questionari) può facilmente concentrarsi più sulla verifica della dimensione del campione mediante un qualche metodo di prestazione12 che sulla pertinenza delle domande rispetto alla situazione esplorata. Va inoltre riconosciuto che il campione è creato, analizzato e interpretato da chi indaga. Chi indaga prosegue con il tema stabilito dall’ambito di competenza in cui si muove,13 (scavando più a fondo la stessa buca?). Una seconda considerazione importante è, come ci ricorda Churchman, che «…nessuna osservazione può diventare oggettiva se chi osserva non è a sua volta oggetto di un’osservazione oggettiva». (Churchman1971, p.150). Quanto spesso chi fa ricerca viene osservato mentre conduce un’indagine, e come saprà di aver finito? Ciò conduce alle osservazioni di Churchman e Checkland e ai sistemi di indagine singeriani.
Un sistema di indagine singeriano non ha un punto di conclusione: è un ciclo continuo di apprendimento. In questo senso l’indagine singeriana può essere considerata teleologica, perché l’indagine non ha mai fine, come la curiosità umana. Tale indagine «… è anzitutto la nozione aristotelica della funzione di un tipo» (Singer 1937, p.271). L’indagine singeriana dovrebbe abbracciare l’intera portata dell’indagine nella progettazione, un punto ripreso da Churchman, il quale afferma che è necessario utilizzare l’intera portata dell’indagine per supportare il compito progettuale (Churchman 1971, p.195). Analogamente, nel modo 1 della SSM, Checkland si riferisce all’indagine singeriana quando sottolinea che «…il fatto che la fase 7 sia una ridefinizione della situazione problematica mostra che la metodologia nel suo insieme è un sistema di indagine singeriano…» (ibid, 1999 p.260).
Per riassumere14 le conclusioni di Churchman, egli afferma che «…ogni indagine dovrebbe avere lo scopo di creare conoscenza, con una misura di prestazione definita. E, cosa importante, prosegue: «… la progettazione dell’indagine secondo linee esoteriche e disciplinari è probabilmente sbagliata. L’ambiente del sistema di indagine è un aspetto molto critico della progettazione; idealmente ognuno prende decisioni, e il progresso può essere misurato in base al grado in cui committenza, chi decide e chi progetta coincidono.» (ibid pp’s.200—201). È un’aspirazione, con limiti pratici. Non possiamo tenere conto del mondo intero né di tutti i punti di vista di tutte le persone. Ciò significa che siamo noi a selezionare il «sistema» di interesse e chi vi prenderà parte.
Sia Churchman sia Checkland sottolineano l’importanza del coinvolgimento delle persone partecipanti. Ma dobbiamo essere consapevoli delle Weltanschauungen, le «W» delle persone partecipanti, e della loro influenza sull’indagine. Nel modo 1 della SSM la creazione di una Rich Picture è un modo per raccogliere i punti di vista delle persone partecipanti. Churchman suggerisce che chi indaga e le persone partecipanti dovrebbero fondersi in un’unica entità. Egli ha meditato sulle idee di Leibniz, Locke, Kant, Hegel e Singer e, a questo proposito, Checkland afferma che le idee dei sistemi soft «… sono state ulteriormente sviluppate e hanno acquisito un certo grado di legittimità grazie alla loro associazione con la filosofia di Husserl e la sociologia di Schutz (Checkland 1999, pp’s.277–281; ad es. Schutz 1962).
Per dare un senso alla situazione di interesse15, chi indaga con un approccio soft dovrebbe riconoscere che le esperienze personali svolgono un ruolo importante nella selezione (intenzione) e nell’«apprezzamento» del «sistema» verso cui è diretta la nostra attenzione. In senso pratico, ciò comporta il tentativo di separare ciò che sembra accadere da ciò che le persone partecipanti vorrebbero che accadesse (l’essere e il dover essere). Chiediamo loro di immaginare le «cose» in sé. Non è possibile riuscirci senza difficoltà, e sono il primo ad ammettere quanto sia improbabile, ma questa dovrebbe essere l’intenzione. Un simile pensiero richiede una rigorosa disciplina mentale. Churchman ci ricorda che «…l’essere umano si esprime certo nel proprio modo individuale, e il suo concetto del garante nasce dalla sua individualità; eppure la sua individualità è una realtà, e non qualcosa di relativo alla visione del mondo di questa o quella persona che indaga», (ibid 1971, p.277). Nella SSM Checkland richiama la nozione di Weltanschauung di Dilthey per mettere in luce queste differenze (Checkland 1999, pp’s.215–221).
Pur accettando l’importanza della Weltanschauung, ho l’impressione che nella pratica non sia sempre stata considerata come si intendeva. Incorporare questa idea senza un’attenta riflessione ne offusca l’importanza. Nella mia esperienza c’è quasi una reazione istintiva, un tentativo di riconoscere che le persone hanno idee diverse sulla situazione di interesse, senza considerare come ciò si manifesti e incida su un’indagine. Per ridurre questo rischio, potremmo dare un nome al «sistema» e chiedere alle persone partecipanti di discuterne gli input e gli output. Ciò aiuterà a far emergere i punti di vista sul suo scopo e a mettere a fuoco che cosa si intende con questo «sistema».
Sebbene ogni persona abbia una visione diversa di un sistema, cerchiamo di raggiungere un accomodamento e dobbiamo riconoscere che, quali che siano le differenze, ai suoi occhi si tratta comunque di un sistema. In questo senso possiamo richiamare Husserl. La fenomenologia si occupa del modo in cui riconosciamo qualcosa, un fenomeno «…che, pur essendo in un certo modo irreale, determina la realtà» (Patočka 2002, pp’s.31–37). In altre parole, il sistema è un sistema per chi lo osserva. Può sembrare ovvio, ma così facendo sottolineo che riconosciamo che la nostra percezione di qualcosa può essere interpretata in modi diversi da chi osserva da posizioni diverse, ma che la «cosa» resta la «cosa» per ciascuno. È importante ricordare che stiamo selezionando una parte che si adatta al nostro scopo.
Non è troppo azzardato affermare che la maggior parte di chi osserva non si sforza di comprendere l’essenza di ciò che osserva e difende invece la propria opinione iniziale. Ma riflettere su questa idea ci aiuta a riconoscere le dimensioni ontica ed eidetica16 che costituiscono la base della nostra comprensione soggettiva del mondo.
Usiamo il termine «sistema» nel linguaggio quotidiano, ad esempio il sistema giudiziario, il sistema sociale, il sistema sanitario, il fallimento sistemico e così via. Tutte espressioni comuni, eppure raramente si chiede a chi usa il termine che cosa intenda con il «sistema» a cui si riferisce. Raramente esiste una definizione chiara. Un esempio è «un’organizzazione17»: ci riferiamo a essa come a una sorta di sistema18, ma è improbabile che l’oggetto della discussione sia visto da tutti come un «sistema» allo stesso modo. Possiamo chiamare qualcosa sistema perché percepiamo che è composto da parti che operano insieme per costituire il tutto, ma ciò si basa su un’opinione soggettiva.
I sistemi sono situazioni di interesse e vengono riconosciuti come tali dalla prospettiva di chi osserva, cioè sono soggettivi; possiamo dar loro un nome, ma raramente una definizione. Vediamo ogni situazione in modo diverso; come osserva Checkland, «… Data la natura degli esseri umani, accadrà che non ci occupiamo di “problemi” ma di “percezioni di problemi” – e naturalmente sarà possibile un’ampia varietà di percezioni…» (ibid 1999, p.238). Come decidiamo in che modo questa cosa che stiamo indagando sia un «sistema» tra le molte alternative in competizione? Chi includiamo e chi escludiamo? È un dilemma, ma ricordiamo che siamo noi a decidere.
Sia Checkland sia Churchman includono la nozione di Weltanschauung; Weltanschauung è un’espressione tedesca che significa «mondo», «percezione». Si riferisce a una visione filosofica del mondo e del posto che l’umanità vi occupa. O, più in generale, a un punto di vista particolare. Nel modo 1 della SSM, la verifica CATWOE richiama l’attenzione sulla «W» per mettere in luce la prospettiva che sta dietro, ad esempio, alla definizione radice. Checkland richiama l’attenzione sulla «W» anche nella retrospettiva trentennale (ibid 1999, p.A40). È un tratto innegabile della percezione umana. In tempi recenti viene spesso usata in modo piuttosto approssimativo per indicare differenze di opinione in senso generale, più che l’idea più raffinata concepita da Dilthey19 (qv, Dilthey 2002).
Perché chi indaga possa condurre la propria indagine, la situazione di interesse dovrebbe essere descritta in modo che tutte le persone coinvolte abbiano chiaro che cosa devono indagare e siano d’accordo. Ciò pone una sfida a chi indaga, se vogliamo seguire Churchman, il quale afferma che l’ambiente del sistema di indagine dovrebbe essere, in modo cruciale, un ambiente di cooperazione, e che il successo si misura in base al grado in cui chi progetta e la committenza si fondono in un’unica entità. Ma tutte le persone coinvolte avranno punti di vista diversi. È importante che il metodo di indagine consenta una discussione libera. In questo intento credo vi siano somiglianze tra Churchman e la nozione di fusione degli orizzonti20 di Gadamer (ibid 2004, pp’s.304–305). Inoltre, nel modo 1 della SSM, Checkland ribadisce l’importanza della discussione nelle fasi 6 e 7, che mirano a suscitare un dibattito sulla fattibilità delle implicazioni della fase 4. La discussione e la comprensione sono fondamentali nell’approccio sia di Checkland sia di Churchman. Entrambi sono mossi dal modus dell’indagine singeriana. Vale a dire: in primo luogo chi indaga pensa a una situazione nella sua interezza e, in secondo luogo, riconosce che l’indagine è un processo senza fine. Non va considerata una conversazione informale sul «sistema», poiché miriamo a cercare di descriverne l’essenza. Lavoriamo verso una visione condivisa del «sistema» di interesse e una sua maggiore comprensione.
La nostra discussione ha finora messo in luce che riconosciamo che lo stesso «sistema» può essere percepito diversamente da altre persone. L’idea di pensare sopra e sotto la linea era un modo fantasioso per cercare di far sì che chi indaga e le persone partecipanti si distaccassero dal loro «mondo reale». Husserl ci chiede di riconoscere il «nucleo» di qualcosa, la sua essenza.21 Essa si fonda sul concetto ed è subordinata alla messa da parte di tutte le idee preconcette (epoché) per vedere i fenomeni attraverso lenti non offuscate, permettendo così al vero significato dei fenomeni di emergere naturalmente con la propria identità e al suo interno (Moustakas 1994).
Qui chiediamo alle persone partecipanti di concepire l’«essenza» (eidos)22 della «cosa» che stiamo indagando. L’essenza, se può essere colta, spiega l’esistenza, l’identità, le potenzialità, la categorizzazione, le relazioni e gli attributi percepibili di ogni cosa» (Gibson 2010). Va notato che le essenze23 non sono forme preesistenti ma eidetiche: sono immagini mentali di qualcosa. Le forme non sono considerate come preesistenti là fuori, ma come costituite in atti intenzionali, nei quali siamo diretti verso di esse. È la natura di base di qualcosa a essere indispensabile. L’idea di essenza di Husserl consiste nel sospendere il giudizio sull’esistenza, il che significa che non c’è universale. Intendo questo nel senso che ogni «cosa» che affrontiamo è presa in sé.24 Husserl chiede di sospendere i giudizi a favore del loro essere creati da atti intenzionali25, attraverso i quali ci troviamo coinvolti. Essi appartengono interamente alla mente; sono immanenti. Impariamo a conoscere il mondo «facendo esperienza delle cose», il che ci offre un modo per cogliere che cosa sono. Per apprezzarlo, Checkland chiede a chi indaga di compiere una sorta di ginnastica intellettuale. Suggerisce di pensare a una linea immaginaria che separa il mondo reale dal mondo del pensiero e di guardare le cose con occhi nuovi (Checkland, ad es. 1981, p.247; Checkland e Scholes 1999, p.27). È un modo per rendere operativi concetti difficili. Il mondo reale è ciò che chi indaga percepisce come il «sistema»; nel secondo, sotto la linea, pensiamo in termini di idee sistemiche. Il primo è un mondo che può essere modellizzato o misurato attraverso l’osservazione, il secondo un cosiddetto «mondo del pensiero». Il mondo del pensiero è un mondo intangibile, immanente e limitato interamente alla mente o a un determinato ambito; è interno e soggettivo.
È importante ricordare che ciò che scegliamo di riconoscere come sistema è qualcosa che noi estraiamo da un sistema più ampio. L’estrazione sarà determinata da diversi fattori, tra cui la percezione che chi indaga ha della situazione e le varie influenze che subisce. È qualcosa costituito da attività finalizzate. Ma è chi indaga ad attribuire uno scopo a questo «sistema». Il compito del pensare sopra la linea è cercare di comprendere quella cosa, la sua essenza. In termini pratici probabilmente non è possibile, ma tentare di farlo ne sottolinea l’importanza, invece di limitarsi a un sommario «cenno» alla Weltanschauung.
La differenziazione tra attività sopra e sotto la linea sottolinea che pensare sopra la linea significa pensare alla «cosa» nel suo stato primordiale, evitando le nostre predisposizioni naturali26 (Vickers 1983). Nel modo 1 della SSM la RP fornisce alle persone partecipanti la base per individuare ciò che, per loro, costituisce problemi o questioni. Si tratta di un’attività sopra la linea. Nella pratica è impegnativo, e chi indaga dovrebbe essere consapevole dello sforzo intellettuale che ciò comporta. Riconosco la difficoltà di cercare di pensare alle preoccupazioni nella loro forma più «pura», ma chi indaga dovrebbe essere consapevole di doversi concentrare su un «sistema» che ha selezionato dal «sistema» più ampio. È una scelta soggettiva. Questo è importante perché le opinioni soggettive delle persone partecipanti, che si usi la SSM o un altro approccio, possono riversarsi nel pensiero sotto la linea e, di conseguenza, è probabile che vi importino molte delle stesse «questioni».
Chiedere a chi indaga di pensare in termini di sopra e sotto la linea separa ciò che accade nel «mondo reale», sopra la linea, dal pensiero su parti selezionate di esso, sotto la linea.
Pensare sotto la linea comporta la selezione di sistemi ritenuti pertinenti ai temi problematici individuati dalle attività «sopra la linea». Nel modo 1 della SSM chi indaga e le persone partecipanti riflettono sui «temi problematici» e prendono in considerazione sistemi che ritengono pertinenti a tali temi. Dobbiamo essere consapevoli che ciò che scegliamo di riconoscere come «sistema» è qualcosa che estraiamo da un sistema più ampio. «…che qualcosa sia o non sia un sistema è considerato una scelta specifica di chi progetta.» (Churchman 1971, p.42). È una scelta soggettiva e sarà legata alla prospettiva di chi indaga.
Ciò può essere problematico, poiché non è raro che chi indaga e le persone partecipanti pensino a ciò che, dal loro punto di vista, «È»27 il caso nella situazione che desta preoccupazione, cioè ai sistemi del mondo reale. Se continuano a pensare a ciò che «È» il caso sotto la linea, l’obiettivo ne risulta indebolito. Il senso di questo esercizio è che a chi indaga si chiede di pensare alle proprie preoccupazioni impiegando il pensiero «sistemico», e nient’altro.28 Alle persone partecipanti si chiede di sospendere il pensiero sulle esperienze precedenti di situazioni simili e, nel caso della SSM, di concentrarsi sui «temi problematici» e su quali sistemi nozionali siano ritenuti pertinenti. La sospensione del pensiero su problemi simili vale per qualsiasi indagine, che utilizzi la SSM o altri metodi soft. Husserl la chiama epoché: mettere tra parentesi le esperienze precedenti di situazioni simili (qv).
La differenziazione sopra e sotto la linea non va considerata come relativa alla sola SSM. È un esercizio intellettuale pertinente a qualsiasi indagine sistemica. Nell’Appreciative Inquiry Method (AIM) la differenza viene messa in luce chiedendo alle persone partecipanti di pensare a una questione, o domanda, legata al sistema di interesse in termini di «che cosa è il caso» e poi di che cosa «dovrebbe» essere il caso (Stowell 2021a).
Pensare in termini di sopra e sotto la linea è un esercizio intellettuale importante e una considerazione preziosa per chi desidera comprendere più a fondo l’indagine nei sistemi soft.
Chi indaga dovrebbe iniziare il proprio percorso dichiarando l’approccio da adottare,29 deciderne il confine e concordare dove inizia e dove finisce. È importante chiarire chi condurrà l’indagine, il metodo di indagine e chi vi parteciperà.30 Chiarire il confine del sistema di interesse è utile per tutte le persone coinvolte. Così facendo si può evitare di escludere ambiti e persone pertinenti all’indagine. Questo aspetto importante è chiaramente mancato nel progetto Horizon.
Churchman afferma che a progettare sono tutte le persone. Il successo, dice, si misura in base al grado in cui chi progetta e la committenza si fondono in un’unica entità. Ancora una volta riecheggia qui la fusione degli orizzonti di Gadamer (qv). L’accordo sul confine è importante a questo punto, e sono chi indaga e le persone partecipanti a formulare i giudizi di confine. Come dice Ulrich, «…non è la realtà là fuori…, ma piuttosto il punto di vista di chi indaga» (Ulrich 1994, p.226). Non è qualcosa che esiste in attesa di essere scoperto. Determiniamo il «sistema» di interesse come qualcosa che ritagliamo da sistemi più ampi e dal loro ambiente, mettendo in luce la soggettività della nostra azione. Sia Churchman sia Checkland sottolineano l’importanza del confine e, sebbene Checkland non lo renda esplicito nel modo 2 della SSM, esso è di fatto stabilito dalla «situazione che desta preoccupazione», cioè dalle ragioni per cui chi fa ricerca o pratica è impegnato nell’indagine. Ma per chi si avvicina all’indagine nei sistemi soft senza averne familiarità, può essere utile che l’ambito di preoccupazione (di interesse) sia rappresentato graficamente. L’atto di tracciare il confine che distingue il «sistema» di interesse dal sistema più ampio a cui appartiene aiuta a chiarire il pensiero. A tal fine è importante che le persone partecipanti siano consapevoli che il confine è determinato dal punto o dai punti di vista delle persone coinvolte.
Il culmine di un’indagine consiste nel considerare azioni di cambiamento. Possiamo distinguerle in desiderabili e in ciò che è accettabile, o fattibile, per le persone partecipanti. Si tratta di un’attività del mondo reale, sopra la linea, in cui le persone partecipanti deliberano se il risultato dell’indagine possa essere attuato. L’attività sottolinea l’importanza della cooperazione e dell’accettazione del risultato, cioè della sua appropriazione da parte delle persone coinvolte. Ciò può essere ottenuto solo se chi indaga e chi detiene il problema si fondono in un’unica entità. L’ultimo punto da discutere è l’idea di misurare la soddisfazione per il risultato di un’indagine, una misura di prestazione. In certa misura, questo ci porta dall’indagine – lo scoprire – a un risultato pratico, quello della progettazione del sistema, passando dall’apprezzamento all’attuazione.
Churchman discute a lungo l’opportunità che il sistema, esito dell’indagine, disponga di una qualche misura di prestazione31 (MoP) che consenta a chi progetta e alle parti interessate di valutare se il risultato risponde alle loro aspettative. Gli esempi che fornisce illustrano la sfida che ciò comporta, poiché appare chiaro che ogni situazione potrebbe produrre requisiti diversi. Ogni MoP dipende dalla prospettiva delle diverse parti interessate coinvolte. Analogamente, Checkland osserva che le misure di prestazione dipendono dalla prestazione dei sistemi giudicata rispetto alla prestazione del sistema nel suo insieme (ibid, 1981, p.174,). Ciò mette a fuoco la natura di un approccio «soft» all’indagine e il fatto che non sempre si limita a chi progetta e alla committenza.32 Checkland suggerisce che la MoP si concentri su tre aspetti33: «…verificare che l’output venga prodotto, verificare se per ottenerlo si impiegano risorse minime, verificare a un livello superiore che valga la pena farlo… (ibid, 1999, p. A24.).
Non dobbiamo dimenticare che un’indagine soft riguarda l’apprendimento delle persone partecipanti sul «sistema» di interesse e il metterle loro in condizione di considerare azioni di cambiamento (Vickers 1983, p.212). È facile dimenticarlo se il ciclo di apprendimento è subordinato alla definizione di un insieme di criteri con cui giudicarne l’efficacia. È un equilibrio delicato tra lo sviluppare un «sistema» che soddisfi le persone partecipanti e l’imporre un parametro di riferimento come misura del suo buon funzionamento. In Checkland e Poulter (2006, p.14) si discutono le attività coinvolte nello scoprire e si propongono 4 fasi di attività. Il livello 3 consiste nel discutere e dibattere, per passare poi al livello 4, che consiste nel progettare l’azione per migliorare la situazione. I moduli risultanti vengono monitorati in base a quanto bene funzionano le attività.
Pur accettando il punto di Churchman e Checkland secondo cui il risultato dovrebbe disporre di un qualche mezzo per valutarne la prestazione, deve comunque trattarsi di qualcosa che le persone partecipanti possano fare proprio. In un articolo di Champion e Stowell (2001) si suggerisce che le idee tradizionali relative alla verifica del «sistema» (MoP) e le espressioni associate agli approcci «hard», come validazione e verifica, possono essere fuorvianti. Si propone che il ruolo delle persone partecipanti sia quello di autenticare il processo di indagine e il suo risultato. La nozione di autenticità34 è un mezzo con cui le persone partecipanti dimostrano di accettare il risultato dello studio. Si tratta dell’accettazione di un risultato prima di passare all’azione. L’idea offre un modo «soft» di avallare il risultato mantenendo «…un libero scambio di idee ed espressioni tra le persone partecipanti.» (ad es. Stowell 2021b).
Dobbiamo tuttavia riconoscere che siamo noi a scegliere il sistema da studiare, che il numero di opinioni che possiamo abbracciare è limitato e che non tutte le parti interessate avranno condiviso quell’esperienza. In senso pratico è importante che le persone direttamente coinvolte si approprino del risultato, così che vi siano abbastanza figure di riferimento per attuare e sostenere i cambiamenti. Occorre essere consapevoli delle sensibilità del sistema più ampio e dell’effetto del risultato su altre persone (ad es. il progetto Horizon). A tal fine, la proposta di Champion e Stowell che ciò che emerge da un’indagine venga «autenticato» prima di passare alla progettazione dell’azione per migliorare la situazione ha un suo valore. La transizione dall’apprezzamento all’attuazione mette in luce la difficoltà di passare da un’indagine «soft» a una progettazione che introduce modi di misurare la prestazione per valutarne il valore.
Churchman, il teorico, e Checkland, l’empirista e professionista, condividono l’interesse per quelli che chiamiamo «sistemi soft». Le loro idee hanno ispirato molte persone della comunità sistemica a esplorare questo nuovo ambito della ricerca e della pratica sistemiche. In The Design of Inquiring Systems (1971), Churchman esplora le idee filosofiche di Leibniz, Locke, Kant, Hegel e le filosofie di Singer sulla comprensione umana. Il suo testo fornisce una base a chi si interessa delle idee filosofiche e dei fondamenti di una «indagine sistemica». A queste idee si aggiunge una dimensione pratica creata da Checkland et al. (1981). La mia indagine ha messo in luce le somiglianze e le differenze tra questi due studiosi. Le idee discusse sopra si concretizzano come segue. Churchman ci fornisce gli elementi costitutivi e Checkland i mezzi pratici per attuare idee così difficili,35 (Checkland 1981, pp’s.161–180).
Occupa un posto di rilievo nell’analisi di Churchman e nell’opera di Checkland ciò che Singer (1936) chiamava appagamento, con cui intendeva «…quegli aspetti della vita che le danno significato» (Churchman 1971, pp’s.199–200); in termini pratici, un’indagine sistemica dovrebbe mirare a conseguire conoscenza, cooperazione e accordo. A mo’ di sintesi di queste idee, Churchman fornisce degli elementi costitutivi, basati sulla nozione di Singer di un processo di indagine senza fine. Riassumo questi elementi costitutivi36 come segue:
Churchman ci ricorda che la filosofia di fondo è, in definitiva, determinata dalle influenze intellettuali della persona che conduce la ricerca (ibid 1971, p.277). Senza una consapevolezza critica di come ci accingiamo a scoprire, rischiamo di «scavare più a fondo la stessa buca».
Checkland riconosce che il modo 1 della SSM è utile per «insegnare» l’indagine soft. Come professionista e docente posso confermarlo, poiché offre l’opportunità di far emergere punti importanti da considerare. Checkland descrive il modo 1 della SSM come segue:
Nel suo testo del 1999 Checkland ha presentato i risultati di un programma di ricerca sull’indagine (condotto nell’arco di 30 anni39). Da questo programma di ricerca sono emersi il modo 1 della Soft Systems Methodology (SSM) e, in seguito, il modo 2. Molte delle riflessioni di Churchman sono evidenti nelle fasi del modo 1 della SSM, come si può vedere nella discussione precedente. Aggiungo ora di seguito la descrizione di Checkland del modo 2 della SSM, che incorpora le lezioni apprese dalla sua applicazione (si veda Checkland 1999, p.A9):
Le idee di Churchman e Checkland hanno cambiato l’approccio all’indagine e fornito un modo per affrontare la complessità delle situazioni sociali. Lo scopo principale di un’indagine nei sistemi soft è generare un ciclo di apprendimento piuttosto che cercare una soluzione ottimale, come avviene di solito con un approccio guidato dalla tecnica. Questo era nuovo e pionieristico.
L’indagine soft e lo sviluppo di queste idee sono ben rappresentati dall’impressionante quantità di letteratura sulla Soft Systems Methodology (si veda Checkland 1999), e ritengo che non vi sia alcun vantaggio nell’aggiungere altro a questa letteratura. Darò per acquisita la SSM, in quanto soddisfa i punti chiave sollevati sopra. Chi pratica i sistemi soft si interessa a comprendere le nostre esperienze immaginate e «reali» e il modo in cui esse plasmano la nostra percezione del mondo. Husserl si occupava di spiegare come ciascuna persona formuli la propria comprensione del mondo e di situazioni specifiche. Sosteneva che impariamo a conoscere il mondo facendo esperienza delle «cose», il che ci offre un modo per dar loro un senso. Le persone fanno esperienza del mondo della vita e, attraverso queste esperienze, cercano di comprendere il perché e il che cosa delle cose esperite. La conoscenza scientifica, invece, cerca di attribuire ragioni a questi accadimenti, ma «…la scienza non ha un modo adeguato di studiare ciò che è sfuggente, poiché mira sempre alla precisione, e quindi in un senso reale la scienza è alienata dalla natura, (Churchman 1971, p.18).
Il risultato di un’indagine soft si basa sulla conoscenza acquisita nel ciclo di apprendimento che consente alle persone partecipanti di considerare azioni di cambiamento. L’indagine deve «…passare dal pensare all’azione al pensare al sostegno all’azione…» (Champion 2001, p.79). Tuttavia, creare un simile circolo virtuoso è problematico, perché significa abbandonare una convinzione sviluppata a partire dall’esperienza personale. Un’indagine soft ha la sfida di tenere conto delle opinioni e dei punti di vista delle persone partecipanti e di fornire un mezzo pratico per gestirli. Come chiudiamo dunque il cerchio tra il riconoscere l’importanza dell’esperienza soggettiva e il tenerne conto in senso pratico?
Per evitare i pregiudizi derivanti dalle nostre stesse «predisposizioni» (Vickers 1983, p.48),40 Dilthey ci offre la Weltanschauung, ma Gadamer offre il ciclo di apprendimento come modo di strutturare la comprensione che trovo più convincente. Egli afferma che la comprensione può essere raggiunta solo in riferimento alla Weltanschauung e al tempo41 in cui tale comprensione avviene. Vale a dire che la nostra comprensione di qualcosa si colloca nel contesto in cui il fenomeno viene vissuto. A ciò possiamo aggiungere Husserl, che dice: «…Ogni essere umano comprende anzitutto…il proprio mondo circostante concreto o la propria cultura; e lo fa precisamente in quanto appartiene alla comunità che lo plasma storicamente… (ibid p.133, 1991). La comprensione, dice Gadamer, è il «…gioco reciproco del movimento della tradizione e del movimento di chi interpreta…ed è …costantemente in formazione nel nostro rapporto con la tradizione, come mezzo per esaminarne la legittimità». (Gadamer 2004, p.293). L’idea di ciclo di apprendimento di Gadamer implica uno scambio tra le persone partecipanti fino al raggiungimento di un punto di comprensione reciproca. A tal fine aggiungo alla discussione precedente le seguenti idee, che possono utilmente arricchire i modi di condurre una «indagine soft»:
Nella sezione finale presento, in forma di diagramma, due metodi di indagine soft: il modo 2 della SSM e l’AIM.
La SSM ha fornito a chi la pratica un approccio dei sistemi soft per affrontare situazioni ingarbugliate (ad es. Ackoff 1971, p.4.). Il modo 1 della SSM offre una rappresentazione visiva di un modo per rendere operative queste idee. Le lezioni apprese dalla pratica hanno portato allo sviluppo del modo 2. Questo sviluppo è rappresentato dal diagramma della retrospettiva trentennale della SSM riportato di seguito nella Fig. 1

Il ciclo di apprendimento si può osservare nell’iterazione tra diversi punti di vista sul problema percepito, da cui scaturiscono modelli di sistemi di attività finalizzata pertinenti. Sebbene le idee soft forniscano la base per riflettere su come intraprendere un’indagine e la SSM sia un modo per renderle operative, la storia non finisce qui. L’Appreciative Inquiry Method42 (AIM) è stato sviluppato da West (1990) e Stowell e, nel corso di diverse applicazioni, ha conosciuto un’evoluzione che lo ha trasformato da metodo di elicitazione della conoscenza a metodo di indagine organizzativa (Stowell 2021a). Non è un sostituto della SSM, bensì un metodo alternativo di indagine soft. Pur riprendendo molte delle idee della SSM, presenta anche alcune differenze utili.
Per esempio, nel modo 1 della SSM il passaggio dall’elaborazione di una Rich Picture all’emergere dei temi problematici è individuato (e selezionato) dalle persone partecipanti. È un mezzo per coinvolgere le persone partecipanti in un ciclo di apprendimento. Nell’AIM43 si parte da una questione o da una domanda, che è un punto di partenza comune per chi fa consulenza o conduce un’indagine. Chiediamo alle persone partecipanti «che cosa è il caso» che crea questa questione. Le persone partecipanti sono invitate a produrre, sotto forma di diagramma di Venn, cerchi concentrici che si sovrappongono al punto centrale in cui è individuata la questione (o domanda). Ogni diagramma contiene ciò che la questione significa per loro. Questi diagrammi di Venn (mappe di sistema) vengono poi discussi in plenaria. Ciò è pensato per mettere in luce le differenze di opinione e avviare un ciclo di apprendimento. Le differenze tra le persone partecipanti vengono discusse e queste cercano di trovare un accomodamento tra i punti di vista; una parvenza della nozione gadameriana di fusione degli orizzonti. Non è raro che la domanda venga riconsiderata man mano che le persone partecipanti discutono le loro opinioni. Questa fase soddisfa l’indicazione di Churchman secondo cui chi progetta e la committenza si fondono in un’unica entità, e fornisce una buona base su cui procedere. L’indagine prosegue poi secondo le linee mostrate nella Fig. 2 qui sotto. L’AIM è discusso in modo completo in Stowell 2021a.

Churchman e Checkland hanno considerato come si potesse condurre un’indagine sul tipo di questioni complesse associate alle situazioni sociali. Pur essendo più interessato ai fondamenti filosofici della comprensione, Churchman ha delineato le idee che a suo avviso andavano considerate. Sia lui sia Checkland prediligevano Singer, ma per Checkland sono stati la filosofia di Husserl e la sociologia di Schutz, unite alla nozione di sistemi apprezzativi di Vickers, a consentire di sviluppare le idee in un approccio pratico.44 Credo che questi due studiosi abbiano aperto un nuovo capitolo per chi elabora teorie e pratica nel campo dei sistemi. Mentre Churchman ha offerto una discussione illuminante sull’indagine (che tutte le persone che praticano o fanno ricerca nel campo dei sistemi dovrebbero leggere), Checkland ha fornito un modo per metterla in atto (qv).
Ho utilizzato il modo 1 della SSM in varie sezioni per riconoscere l’importanza di queste idee pionieristiche. Esso offre inoltre a chi si avvicina per la prima volta ai sistemi soft un quadro in cui fermarsi a riflettere su queste idee (si veda Stowell 2016). Ho incluso il modo 2 della SSM per illustrarne lo sviluppo nell’arco di 3 anni. Ho aggiunto anche l’AIM come esempio di ulteriore sviluppo dell’indagine soft che ne conserva la filosofia di fondo. Le idee soft, nella forma della SSM, hanno dato credito a ciò che alcune persone avrebbero potuto considerare semplici elucubrazioni filosofiche. Spero che questo articolo possa ispirare ulteriori esplorazioni.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo testo non nasce dalla pratica clinica, eppure parla direttamente a chiunque conduca colloqui sistemici. Frank Stowell ricorda che un sistema non è dato: è ritagliato da chi lo osserva, secondo la propria Weltanschauung, ed è questo ritaglio, il confine, che va esplicitato e negoziato con le persone coinvolte. La distinzione di Checkland tra pensare «sopra» e «sotto» la linea somiglia a un esercizio familiare alle équipe cliniche: separare ciò che accade da ciò che si costruisce per pensarlo. L’idea di «autenticazione», in cui sono le persone coinvolte, e non una misura esterna, a convalidare il risultato, richiama la co-costruzione del senso in seduta o negli incontri di rete. I limiti sono chiari: un saggio senza dati, esempi soprattutto organizzativi e informatici, una lettura sbrigativa di Husserl e Gadamer, e un testo che promuove anche il metodo dell’autore stesso, l’AIM. Da leggere insieme a l’articolo sulla cibernetica di primo e secondo ordine e a l’articolo sul costruttivismo.
Note dell’originale
1 Ripreso dal titolo del libro di C. West Churchman Design of Inquiring Systems (1971).
2 Sistema è usato nel senso di Churchman, Checkland e Bertalanffy, qv.
3 Per una preziosa discussione sul pensiero sistemico «hard», si veda il capitolo 5 di Checkland 1999, e anche Ulrich 1994, p.329.
4 Si veda Ulrich 1994, p.321.
5 The Art of Systems Thinking, O’Connor e McDermott 1997.
6 Per esempio, si veda Ulrich 1994, pp’s.337–342.
7 Il programma di contabilità Horizon di Fujitsu ha dato luogo a uno dei più estesi errori giudiziari della storia giudiziaria del Regno Unito.
8 Ad es. si veda Bertalanffy 1973, pp’s. 44–46; Seung 2009, pp’s.172–180; Popper 1983, pp’s.267–268; Hegel 1977, p.156.
9 Si veda Dresow e Love (2023) per una preziosa discussione.
10 Organizzazione: un costrutto intellettuale, un nome generico; si veda più avanti la discussione su «dare un nome al sistema».
11 Si veda anche Armson 2011, in particolare p.14.
12 Ad es. ISO 17025:2017. https://www.iso.org/ISO-IEC-17025
13 Churchman osserva seccamente che «La scienza è un’istituzione votata alla sopravvivenza». (1971 p.59).
14 Si invita chi legge a leggere Design of Inquiring Systems per comprendere il pensiero di Churchman.
15 La fenomenologia realista studia la struttura della coscienza e dell’intenzionalità, assumendo che essa si dia in un mondo reale in larga misura esterno alla coscienza e non in qualche modo portato all’esistenza dalla coscienza. Encyclopedia of Phenomenology, Kluwer Academic Publishers, 1997, Dordrecht e Boston.
16 Ontico: ciò che c’è; eidetico: la sua struttura essenziale.
17 Organizzazione è un concetto intellettuale per descrivere un «sistema» ed è spesso accettato senza discussione. Diventa un processo collettivo di attribuzione di significato. Una discussione utile si trova in Checkland 1999, pp’s. A46-A48.
18 Organizzazione è un concetto intellettuale per descrivere un «sistema» ed è spesso accettato senza discussione. Diventa un processo collettivo di attribuzione di significato. Una discussione utile si trova in Checkland 1999, pp’s. A46-A48.
19 L’obiettivo di Dilthey era ampliare la Critica della ragion pura di Kant, di carattere principalmente cognitivo, in una Critica della ragione storica.
20 «…la fusione degli orizzonti era la forma in cui questa unità (di senso) si attua, la quale non permette a chi interpreta di parlare di un senso originario dell’opera senza riconoscere che, nel comprenderla, vi entra anche il proprio senso…» (Gadamer 2004, p.578).
21 MacQuarrie 1973 offre una discussione interessante su questo tema, ad es. pp’s.61–101.
22 Essenza: insieme di proprietà di una cosa o degli esemplari di un tipo di cosa che quella cosa deve possedere per essere quella particolare cosa. Bullock e Trombley 2000, p282-3; e Gibson (scaricato nel 2021).
23 Popper respinge l’idea di una spiegazione ultima. Si chiede: «perché non dovrebbero esserci tante essenze diverse quante sono le cose diverse?» 1983, pp194-197.
24 Invarianza: qualcosa di permanente, che rimane inalterato. Come un cerchio.
25 Intenzionalità: è il modo della coscienza, il modo della nostra intenzione, a fare la differenza, immanente in ogni singolo caso (si veda Husserl 2001a, b, pp’s.84–85).
26 Vickers afferma che diamo senso al nostro mondo attraverso l’esperienza che ne facciamo, attraverso il modo in cui lo sentiamo e ci relazioniamo a esso tramite la nostra esperienza soggettiva.
27 Si veda Vickers 1983 per una discussione sui giudizi di valore. L’essere e il dover essere, Churchman 1971, pp.201–202.
28 Si riconosce che, quando fu proposta per la prima volta, l’idea faceva parte del processo di apprendimento della SSM.
29 Si veda Checkland e Howell 1998, sulla FMA.
30 Il codice mnemonico PEArL si è rivelato utile a questo proposito; si veda Champion e Stowell (2001); Stowell e Cooray (2016)
31 Per una discussione illuminante si veda Churchman 1971, capitolo 6.
32 Un esempio recente di questo tipo di influenza è messo in luce da Hart 2014, pp’s. 176–179.
33 Checkland si riferisce alle tre E: efficacia, efficienza, effettività, 1999 pA25.
34 L’autenticità comporta …«Una dimostrazione alle persone coinvolte da un’indagine che i risultati di un processo di apprendimento collaborativo e interpretativista sono pertinenti alla situazione in esame e accettabili per le persone interessate». Si veda Champion e Stowell 2001; Stowell, F.A. e Cooray, S. 2016.
35 Ho utilizzato questa prima versione della SSM perché rappresenta l’esempio più chiaro delle prime riflessioni sul rendere operativa l’indagine nei sistemi soft.
36 L’elenco completo si trova in Churchman 1971 p.200.
37 Si invita chi legge a consultare la discussione di questa fase del modo 1 della SSM, pp’s.169–177 (Checkland 1999).
38 Il FSM e i sistemi di attività umana vengono in seguito abbandonati e non figurano nel modo 2 della SSM.
39 Si veda Checkland 1999, STSP, una riflessione trentennale.
40 Si veda anche Hegel 2003 pp’s, 44–53.
41 Per una discussione interessante si veda Bergson 1971, capitolo II, in particolare p.,139.
42 L’Appreciative Inquiry Method non va confuso con l’Appreciative Inquiry (Cooperrider e Srivastva 1987) e con il suo modo «spontaneo» di coinvolgere le persone partecipanti. L’AIM ha un quadro di idee, non strutturato come tale, ma che offre a chi lo pratica un insieme di strumenti di «indagine» basati sulle idee di olismo e soggettività. Gli «strumenti» utilizzati sono un ausilio per riflettere sulla situazione e per raccogliere i punti di vista delle altre persone partecipanti.
43 Una discussione completa dell’AIM si trova in Stowell 2021a
44 Vickers (1983, p69) la descrive come «…la storia interiore di un individuo, di un’organizzazione e di una società…».
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Traduzione non ufficiale di The Art of Soft Systems Inquiry: Retracing the Footsteps of Churchman and Checkland, di Frank Stowell, Systemic Practice and Action Research, vol. 37, n. 6 (2024), doi: 10.1007/s11213-024-09689-9, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né l’autore né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione dell’articolo originale «The Art of Soft Systems Inquiry: Retracing the Footsteps of Churchman and Checkland», pubblicato in Systemic Practice and Action Research (2024) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo dell’autore è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Stowell, F. (2024). The Art of Soft Systems Inquiry: Retracing the Footsteps of Churchman and Checkland. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/the-art-of-soft-systems-inquiry-retracing-the-footsteps-of-churchman-and-checkland (Opera originale pubblicata nel 2024 in Systemic Practice and Action Research, 37(6), 1123-1140 (2024); ripubblicata nel 2024 da Systemic Practice and Action Research, https://link.springer.com/article/10.1007/s11213-024-09689-9)
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