Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare
Figlio di genitori caraibici della Windrush Generation, cresciuto per recitare la parte della perfetta famiglia inglese, Dwight Turner parte dalla propria storia per interrogare ciò che la psicoterapia e la terapia familiare hanno ereditato dall’impero. Il suo lavoro con Jaspreet, una donna sudasiatica prigioniera di una famiglia acquisita gerarchica, mostra che cosa cambia uno sguardo decoloniale: non spingere verso lo scontro e saper ascoltare la casta, la migrazione e la Partizione nella storia di una famiglia.
Traduzione non ufficiale in italiano di Empire to Emancipation: Potential Decolonial Pathways in Family Therapy, di Dwight Turner, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1002/anzf.70066, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Siamo ciò contro cui combattiamo: così, mentre con una mano abbattiamo, con l’altra stiamo anche ricostruendo
Dwight Turner
Abstract
La terapia familiare, come qualsiasi altra teoria delle professioni d’aiuto, è plasmata dai sistemi della colonizzazione. Questo articolo, che esplora come ciò sia avvenuto, si serve di materiale clinico per esaminare come potremmo riconoscere, mettere in discussione e decolonizzare le idee che hanno dato forma alla nostra professione. Pur presentato attraverso la lente del lavoro psicoterapeutico individuale, l’autore riconosce che la terapia familiare è in una posizione favorevole a questo riguardo e invita chi legge a usare i propri indubbi talenti per sfidare le strutture che ci ostacolano quando lavoriamo con persone provenienti da culture diverse.
Punti chiave
La colonizzazione opera per decivilizzare il colonizzatore, per abbrutirlo nel senso proprio della parola, per degradarlo, per risvegliare in lui istinti sepolti, la cupidigia, la violenza, l’odio razziale e il relativismo morale. Cesaire (2000)
I miei genitori arrivarono nel Regno Unito negli anni Quaranta e Cinquanta, per ragioni diverse. Si conobbero all’inizio degli anni Sessanta e io nacqui verso la fine di quel decennio; mio fratello arrivò all’inizio degli anni Settanta. Presento qui questo brevissimo quadro della mia storia familiare perché i miei genitori facevano parte del progetto coloniale. Il loro trasferimento nel Regno Unito si dovette in parte all’appartenenza alla Windrush Generation, ma anche al fatto che erano cresciuti dentro un ideale di impero (Williams 2020). Mia madre, in particolare, aveva una visione molto ristretta di che cosa fosse una famiglia: che aspetto avevamo, come ci comportavamo, che cosa mangiavamo e quali scuole frequentavamo. In tutto questo, la mia educazione fu davvero una recita: si doveva mettere in scena un certo tipo di dinamica familiare, ci si doveva comportare in un certo modo.
Se all’epoca si fossero rivolti a un servizio di terapia familiare, sospetto che, poiché mia madre e mio padre erano bravissimi a interpretare e mettere in scena quell’idea della perfetta «famiglia inglese bianca», nessuno avrebbe alzato un sopracciglio. Eppure, all’interno del mio sistema familiare, c’erano problemi indubbi. Per restare su di me, la mia esperienza della depressione dev’essere cominciata intorno ai 14 anni, quando fui mandato in una scuola molto esclusiva, di ceto medio, nel centro di Londra, dove non mi inserivo perché venivo additato come un estraneo. Il risultato fu che finii per sentirmi incredibilmente solo, privo di amicizie, di legami e di qualsiasi senso di chi fossi.
Nella terapia che iniziai in seguito, tra la fine dei vent’anni e l’inizio dei trenta, non si fece quasi menzione di come il sistema familiare in cui ero cresciuto potesse aver avuto un ruolo nelle difficoltà della mia crescita. Non ci fu una vera discussione su quanto la famiglia, e i suoi modi colonizzati di essere, fossero altrettanto responsabili delle difficoltà che io, e altri membri della mia famiglia, avremmo avuto più avanti. Questo articolo esamina quindi una parte di tutto ciò e chiede a noi, che pratichiamo la terapia, e a voi, che praticate la terapia familiare, di considerare quanto siano colonizzate le nostre idee su che cosa significhi esercitare la terapia familiare.
Fin dai suoi primi giorni, la psicoterapia si è sforzata di essere accettata da un’élite. Gli sforzi di Freud per far accettare le sue idee, potenti e lungimiranti, da un’istituzione medica sono forse uno dei primi esempi di una psicoterapia che si lascia colonizzare (Jacobs 2003). Intendo dire che l’istituzione medica, a modo suo, era già qualcosa che escludeva, denigrava e marginalizzava altri gruppi.
Ad esempio, la drapetomania (Willoughby 2018) fu una forma di pseudoscienza inclusa nel modello medico. Presentata come una malattia che colpiva soltanto le persone nere, l’idea era che chi si ribellava durante la schiavitù fosse affetto da una malattia mentale perché non si atteneva a quella che era considerata la sua posizione naturale. Un altro esempio è la diffusione della diagnosi di isteria nei confronti delle donne, una diagnosi radicata in un sessismo indubbio riguardo all’emotività di un gruppo rispetto a un altro. Quando iniziamo a esplorare questi e altri esempi di come il modello medico, nel suo stato colonizzato, marginalizzi altre persone, cominciamo a sfilare e a portare alla luce i fili di un modello medicalizzato che denigra chi non fa parte di questo ambiente patriarcale e suprematista bianco.
Per me, gli sforzi di Freud per far accettare le sue idee non significano che Freud fosse necessariamente prevenuto. Significano che, perché la psicoanalisi delle origini potesse affermarsi e trovare così una certa longevità, Freud firmò per così dire un patto con il diavolo accademico. Così facendo, riuscì anche a marginalizzare diversi suoi colleghi, come Carl Jung, che, pur non essendo di per sé un uomo perfetto, aveva idee e prospettive che avrebbero potuto rivelarsi molto utili per un modello medicalizzato e forse ampliare la nostra comprensione della psicoanalisi e di altre forme di terapia, dopo il loro incontro (Stevens 1990).
La colonizzazione delle idee non si limita ai modelli medicalizzati; è qualcosa che accade in molti ambiti diversi: quando pensiamo a chi può definire che cosa siano la verità e la conoscenza, nell’epoca moderna lo si vede spesso attraverso una lente molto eurocentrica. È un dato di fatto che molte culture nel mondo avevano centri di studio, biblioteche e così via, che mettevano in luce la ricchezza di conoscenza e di esperienza di quelle società; idee andate perdute nel corso delle generazioni sono state storicamente cancellate dalla nostra coscienza. Al loro posto si è imposta una narrazione secondo cui la conoscenza nella civiltà sarebbe in realtà un costrutto più moderno, portato al resto del mondo dal Nord globale. Ciò indica che c’è stata una difficoltà a riconoscere che, per certi paesi del Nord globale, l’esperienza dell’incontro con l’altro culturale, per quanto snervante, ha lasciato anche la sensazione che la loro identità culturale fosse messa in discussione dalla semplice presenza della differenza. È ciò che si osserva nell’attuale discorso nel Regno Unito sull’immigrazione e sulle imbarcazioni che attraversano la Manica, un tema diventato a modo suo un grido di battaglia per i partiti populisti di estrema destra della politica britannica.
La presenza dell’altro è una sfida alla realtà del soggetto. Ne mette in discussione l’identità e la verità. Eppure, quando pensiamo a che cosa sia la verità, dobbiamo in qualche modo riconoscere che la verità non ha un solo aspetto. La verità, a modo suo, è piuttosto fenomenologica. La colonizzazione della verità suggerisce che esista una sola verità totale e, nel quadro coloniale, che questa verità provenga dal Nord globale. È così che altre idee vengono marginalizzate.
Quando pensiamo alla psicoterapia e, ad esempio, all’esperienza dei sogni, uno degli aspetti interessanti di ciò che ha fatto qualcuno come Carl Jung nell’esplorare i sogni e il lavoro sui sogni, benché in seguito abbia pubblicato queste idee come se fossero sue, è che ha in realtà studiato numerose culture per esaminare il loro modo di guardare ai sogni, di comprenderli, di dar loro un senso e, semplicemente, di sognare (Stein 2005).
Il fatto che disponiamo di una tale ricchezza di comprensione del paesaggio onirico, una comprensione che non finirà mai davvero perché, a dire il vero, è infinita, indica qui che non esiste un’unica verità semplice. Questo è molto diverso da altre parti del counselling e della psicoterapia. Se consideriamo il modo in cui comprendiamo i modelli di attaccamento, gran parte di ciò che ci viene insegnato passa attraverso una lente occidentale molto eurocentrica. L’idea che esista una sola forma di attaccamento sicuro e che l’attaccamento si costruisca intorno all’esperienza di una madre e, forse, di un padre marginalizza le idee che si collocano al di fuori di questo ideale culturale occidentalizzato.
Poiché queste idee nascono dall’esperienza di una famiglia occidentalizzata che ha, ad esempio, da due a quattro tra figlie e figli e costituisce un’unità a sé stante, non appena consideriamo, ad esempio, l’idea afrocentrica della famiglia come unità più ampia, uno spazio esperienziale più esteso in cui nonne e nonni, zie, zii e persino le persone più vicine alla famiglia svolgono un ruolo nella crescita dell’infanzia, cominciamo a vedere, in modo piuttosto semplice, che gli attaccamenti sono molto sfaccettati e si formano in modi diversi, così che se c’è meno attaccamento in un ambito, probabilmente ce n’è di più in un altro.
L’altro aspetto da considerare in questo tipo di modello di attaccamento, ad esempio, è che quando guardiamo all’attaccamento attraverso una lente occidentalizzata, soprattutto di ceto medio e medio-alto, chiunque si trovi al di fuori di quella lente, ad esempio le famiglie operaie o magari le famiglie celtiche che avevano una prole un po’ più numerosa rispetto, diciamo, alla norma, viene marchiato come inferiore all’altro.
Vediamo l’attaccamento, vediamo questi modelli, attraverso una lente binaria semplicistica, sosterrò qui, e c’è sempre stato il rischio che abbiamo visto gran parte del lavoro che facciamo nel nostro lavoro terapeutico, e lascio questa questione a voi che praticate la terapia familiare, nello stesso modo. Kakar (2012) ne parla in una certa misura, riconoscendo che, in un contesto sudasiatico, le diverse caste all’interno del loro sistema culturale hanno modi diversi di educare le nuove generazioni, modelli di attaccamento diversi e costrutti familiari diversi.
Quando passiamo all’ambito in cui consideriamo la terapia familiare e il modo in cui essa stessa può essere stata colonizzata, dobbiamo tenere conto dell’idea che molti dei suoi costrutti sono elaborati a partire da una prospettiva eurocentrica. Riconoscerlo non significa affatto gettare vergogna sulla terapia familiare, ma riconoscere ed esplorare il fatto che la terapia familiare, a modo suo, come qualsiasi costrutto sociale, contiene al proprio interno sistemi di oppressione.
Ai fini di questo articolo, e sono consapevole di farlo a distanza, dall’altra parte del mondo, vale la pena esplorare qui le storie della Stolen Generation (Moses and Atkinson 2006), un periodo buio della storia australiana in cui l’infanzia aborigena e delle isole dello Stretto di Torres veniva sottratta alle famiglie e collocata presso famiglie australiane bianche, per «civilizzarla» e, presumibilmente, darle «una vita migliore». Il fatto che molte delle persone strappate alle loro case abbiano poi sofferto di problemi di salute mentale dice moltissimo di quanto ciò sia stato dannoso per la salute, mentale e fisica, di quell’infanzia, a causa di un’idea così miope e colonizzatrice di ciò che le famiglie dovrebbero essere. Questi fatti non si limitano all’Australia e alla Nuova Zelanda: storie simili abbondano in Irlanda (Nolan 2017) e in Canada (Sinclair 2021).
Ciò che questo articolo si propone, quindi, è esplorare come un approccio più intersezionale alla terapia familiare, e alla terapia in generale, possa aiutare chi esercita e le famiglie che segue. Andare oltre il binario, riconoscere l’importanza di accogliere, se non tutta la persona, almeno quanta più parte di essa sia intersezionalmente possibile, ci permette di vederne di più e di cogliere più chiaramente la sua posizione nella famiglia.
Per dire brevemente qualcosa sulla teoria intersezionale, si tratta di un termine coniato da autrici come hooks, Crenshaw e Hill Collins, che sostengono che subiamo molte forme diverse di marginalizzazione in base alle varie identità intersecanti che portiamo (Collins 2019; Crenshaw 1989; Hooks 2016). Ma è soprattutto Lorde (1984) a osservare che non viviamo vite legate a una sola questione, perché in nessun momento siamo un’unica identità.
Lo stesso si potrebbe quindi dire della complessità delle identità che abitano un’unità familiare, e di come interagiscono e si contendono posizione e preminenza. Eppure, una delle qualità della terapia familiare e delle competenze di chi la pratica, posso sostenere, è che questa capacità di accogliere la complessità dell’identità e del significato è già a disposizione, grazie alla formazione. Oltre a ciò, spetta quindi alla terapia familiare esaminare quanto le idee, le strutture e i sistemi in cui è inserita possano aver portato, o abbiano portato, alla marginalizzazione di altri gruppi e di altre famiglie che si presentano in terapia.
Jaspreet era una donna sudasiatica. Aveva tra i quarantacinque e i cinquant’anni e si era rivolta a me non perché stessimo facendo un lavoro di terapia familiare, ma perché voleva comprendere il suo ruolo nella dinamica familiare nell’ambito di un lavoro individuale con me. Come ho detto in questo articolo, il fatto di non essere un terapeuta familiare mi lasciava un po’ disorientato su come lavorare con una persona come lei.
Ne parlai con Jaspreet, e per lei non era affatto un problema che io non fossi un terapeuta familiare in senso stretto, per varie ragioni, tra cui il fatto che cercare una terapia andava contro la sua famiglia e, in particolare, contro le dinamiche e le regole culturali.
Qualche parola in più sulla storia di Jaspreet. Era madre di due creature, nate da un matrimonio combinato con un uomo di circa 5 anni più grande di lei. Erano sposati da una ventina d’anni e, al momento del matrimonio, lei si era trasferita dall’Asia meridionale al Regno Unito ed era andata a vivere subito con la famiglia del marito. I problemi che ebbe qui, nel Regno Unito, cominciarono al suo arrivo, quando si ritrovò a dover servire soprattutto la suocera e il suocero: era spesso la prima ad alzarsi la mattina, preparava da mangiare per tutto il giorno e si occupava non solo del marito e poi delle due creature, ma anche della famiglia del marito.
Jaspreet, però, non solo subiva i messaggi carichi d’odio della suocera, che spesso la denigrava e la umiliava davanti al marito e al resto della famiglia, ma doveva anche assistere ai maltrattamenti della suocera nei confronti del suocero. Per dire qualcosa di più su di loro, c’era una marcata differenza d’età tra la suocera e il suocero, molto più anziano. C’era anche una differenza di casta tra i due, poiché il suocero apparteneva a una casta inferiore a quella della suocera. Molte delle scene a cui assisteva tra loro vedevano la suocera sminuire il suocero, dicendogli che non era abbastanza uomo e che non aveva lo status economico e culturale a cui lei sarebbe stata abituata.
Jaspreet aveva sopportato tutto questo, come ho detto, per più di 20 anni ed era arrivata in terapia di sua iniziativa. Il punto cruciale era che aveva da poco trovato un piccolo lavoro part-time in un ufficio, dove lavorava 10 ore alla settimana. Era qualcosa per cui aveva lottato a lungo e duramente con il marito e la sua famiglia, che alla fine avevano ceduto, dandole la possibilità di uscire di casa e trascorrere un po’ di tempo lontano dalla famiglia.
Il problema in cui si imbatté sul lavoro era che aveva una responsabile che, a suo avviso, la trattava ingiustamente, sia per la sua differenza razziale sia perché questa responsabile, anch’essa donna ma britannica e bianca, era spesso difficile da gestire e con cui era complicato lavorare. Ciò portava Jaspreet a ritrovarsi talvolta a casa, chiusa tra le pareti domestiche, con la rabbia e la collera che le ribollivano dentro.
Nel nostro lavoro terapeutico considerammo quanto di ciò che aveva subito a casa fosse rimasto rimosso dentro di lei, al punto che, quando usciva per andare al lavoro, lo proiettava sulla sua responsabile.
I modi «culturalmente normali» di lavorare con questo materiale avrebbero probabilmente previsto che io, in quanto terapeuta occidentalizzato, le chiedessi che cosa avrebbe voluto dire alla responsabile, e/o alla suocera, incoraggiandola a trovare la propria voce e a farsi valere. Questo, però, sarebbe andato contro una narrazione culturale profondamente radicata in lei: che in realtà non c’era spazio per una simile conversazione, date le dinamiche di potere e la gerarchia costruite all’interno dell’unità familiare.
Esaminammo anche come in un’occasione Jaspreet avesse cercato di affrontare alcuni di questi temi in un lavoro di coppia, convincendo il partner ad accompagnarla da una figura specializzata in terapia di coppia. Tuttavia, fecero una sola seduta. Il motivo era che la persona che conduceva la terapia di coppia aveva cercato di spiegare loro che spesso le coppie proiettano gran parte dei loro conflitti irrisolti sul partner; ma quando Jaspreet lo esplorò più a fondo in terapia, si rese conto che, avendo avuto un matrimonio combinato, le idee di scelta, selezione e poi proiezione non si applicavano neanche lontanamente allo stesso modo, e quando la persona che conduceva la terapia di coppia cercò di sostenere che ciò potesse comunque essere possibile, anche se in modo inconscio, Jaspreet lo trovò estremamente irritante e sentì di non essere vista attraverso la lente culturale in cui era inserita.
Il mio lavoro specifico con Jaspreet consisteva nel darle spazio per esplorare ed esprimere parte della rabbia e delle frustrazioni che provava non solo nella vita domestica ma anche in quella lavorativa, così che quest’ultima non venisse distrutta dai conflitti irrisolti che la colpivano a casa. Mi sembrava quindi importante, in quanto terapeuta, non incoraggiare Jaspreet a riportare tutto a casa e svelare, esprimere e forse spezzare il sistema familiare in cui era racchiusa, ma lasciarle lo spazio per usare la terapia come una valvola di sfogo. Questo sfogo comportava che Jaspreet esplorasse che cosa avesse significato per lei crescere all’interno di un sistema patriarcale e culturale che, pur vecchio di centinaia di anni, talvolta produceva difficoltà ed esperienze di oppressione per alcune delle persone che ne facevano parte, come Jaspreet.
Lavorammo sulla comprensione delle questioni di attaccamento attraverso una lente culturale. L’opera di Kakar (Blamberger and Kakar 2018; Kakar 2012; Narayanan 2014), in particolare, ha portato una lente culturale nel pensiero psicoanalitico, che Jaspreet e io trovammo piuttosto utile. Esplorandola insieme, e intendo dire che anch’io ho dovuto lavorare su questo materiale, così come Jaspreet, scoprimmo che potevamo costruire una comprensione dei modelli simili all’attaccamento che le ruotavano intorno, adattando al tempo stesso la terapia in modo da sviluppare vie e strumenti attraverso cui Jaspreet potesse esistere, svilupparsi e crescere, se lo desiderava.
Il secondo aspetto è che, lavorando con una persona di origine sudasiatica, benché avrei potuto dare per scontato che la mia conoscenza fosse la verità e che sapessi tutto dell’Asia meridionale, per me era importante esplorare, sia con lei sia al di fuori delle sedute, in supervisione o anche solo attraverso le mie ricerche e letture, che cosa potesse significare per una persona come Jaspreet esistere all’interno del proprio spazio culturale singolare.
Le differenze di potere, ad esempio, c’erano. Il fatto che lei fosse la paziente e io il terapeuta è solo uno degli aspetti del differenziale di potere in questo caso. C’era anche il fatto che era una donna cresciuta in un ambiente patriarcale e in larga misura privata della propria voce, che lavorava con un uomo.
C’era poi l’esplorazione degli squilibri di potere tra le comunità sudasiatiche e afrocaraibiche. Intendo dire che dobbiamo tenere conto del fatto che, all’interno di un quadro coloniale, le persone sudasiatiche avevano più potere di quelle provenienti dai Caraibi o dall’Africa, cosa che ha spesso portato a fratture profonde tra le comunità dopo la fine del colonialismo, ad esempio in Uganda e in Zimbabwe.
Il mio lavoro con Jaspreet è stato quindi incredibilmente ricco e nutriente, e non solo per Jaspreet. Lavorando con una paziente così ricca e così disposta all’esplorazione, ho ricavato una comprensione più profonda e sfumata di me stesso e della mia eredità culturale.
Questa è la bellezza di decolonizzare non solo la terapia, ma la terapia familiare. Un approccio decoloniale al lavoro che svolgiamo, che si lavori con singole persone, con coppie o con famiglie, significa entrare in relazione con l’intera identità intersezionale delle persone che seguiamo o, se ciò è impossibile, con tutta la parte che possiamo incontrare e/o accogliere (Turner 2021).
L’altro aspetto è che, lavorando attraverso una lente decoloniale con questa maggiore ampiezza delle persone che seguiamo, esploriamo e portiamo in superficie anche una parte maggiore della nostra identità intersezionale professionale, che si eserciti la terapia individuale, la terapia familiare o altri tipi di terapia. Il lavoro che facciamo all’interno di questo quadro decoloniale significa esplorare con più profondità e ricchezza i mondi del sé e dell’altro. Andiamo così oltre questa nozione binaria di sé e altro e incontriamo molti altri ancora, man mano che esploriamo i nostri molteplici altri (Collins and Bilge 2016).
L’altro aspetto interessante del tipo di lavoro svolto in terapia familiare è che, grazie alla capacità di accogliere la natura complessa e sfumata della struttura familiare e di tutte le interazioni che si producono in quello spazio familiare, se ciò avviene all’interno di un quadro decoloniale, allora, per quanto mi riguarda, posso ipotizzare che chi pratica la terapia familiare diventi il ponte tra un modo colonizzato di vedere l’identità all’interno di una struttura familiare e un modo più decoloniale di comprendere le costruzioni sociali dell’identità.
Chi pratica la terapia familiare ha, per sua stessa natura, l’abitudine di accogliere la complessità. Anche alla terapia decoloniale viene chiesto di fare lo stesso. Abbiamo quindi qui l’occasione di percorrere la stessa strada, se ne siamo capaci. Ciò non significa che tutta la terapia familiare sia decoloniale; non posso sostenerlo, e forse non spetta nemmeno a me farlo, ma ciò che posso dire è che in questo tipo di esplorazione, ad esempio nel caso clinico che ho appena presentato, se la mia disponibilità trovasse eco in chi pratica la terapia familiare con basi sufficientemente solide nelle costruzioni sociali dell’identità e negli altri aspetti che ho già esplorato in questo articolo, saremmo in una posizione migliore per accogliere la ricchezza e i modi più sfumati in cui interagiamo all’interno delle nostre strutture.
La storia di Jaspreet conteneva tantissimi strati diversi. Lo strato individuale di che cosa significasse essere una donna sudasiatica, insieme allo strato culturale di che cosa significasse essere una donna sudasiatica di una certa casta, spinta a trovare marito, poi di che cosa significasse essere una donna sudasiatica che sposa una persona di casta superiore e si trasferisce nel Regno Unito, fino a una donna sudasiatica che sposa una persona di casta superiore, si trasferisce nel Regno Unito e deve comprendere la propria identità di donna colonizzata.
C’è, persino in quest’ultima frase, tantissimo da esplorare e da sbrogliare, eppure spesso, quando incontriamo l’alterità, abbiamo paura di esplorare questo genere di territori perché li riteniamo troppo complessi. Il pensiero coloniale è riduzionista nella sua semplicità, nel suo alterizzare l’altro, e probabilmente anch’io ne sono colpevole nella mia esplorazione dell’altro in questo articolo. C’è il rischio di perdere gran parte della ricchezza dell’altra persona perché vogliamo vederla in un modo semplicistico che crediamo di poter contenere.
Nei loro lavori, Stephen Frosh (2002) e Poland (2011) parlano di alcune impossibilità del non alterizzare l’altro e, pur concordando sul fatto che spesso usiamo l’alterizzazione come un modo per attraversare la vita e il mondo, non si tratta di essere spinti a non alterizzare mai l’altro; si tratta piuttosto della sfida di comprendere che è questo ciò che facciamo e, così facendo, modificare un comportamento e tornare alla ricchezza dell’incontro clinico, alla curiosità che accompagna l’incontro con qualcuno diverso da noi per la prima, la seconda, la terza volta e oltre.
Infine, vorrei proporre un altro modo di guardare a come la terapia familiare potrebbe far avanzare la terapia. La terapia familiare decoloniale deve vedere la struttura familiare come plasmata non solo dalla famiglia e dalla cultura, ma dalle strutture colonizzatrici che si trovano all’esterno. Una delle storie più toccanti che Jaspreet mi raccontò riguardava le esperienze del suocero durante la Partizione (Chaturvedi 2002). Per chi non conosce ciò che accadde con la Partizione: alla fine del colonialismo britannico in India, tutta quella regione fu divisa in molti modi diversi, il che provocò lo spostamento improvviso di decine di milioni di persone, in questo caso dall’India al Pakistan e viceversa.
Comprendere come cresciamo e ci formiamo, senza eccezioni, all’interno di una struttura colonizzata ci dà quindi la possibilità di comprendere pienamente la nostra identità e poi la scelta di come uscirne, o individuarci rispetto a essa, oppure trovare modi per continuare a esistere al suo interno. Intendo dire che molte persone possono discutere di smantellare il capitalismo, ed è sorprendente quante storie ho sentito di gente che vorrebbe «bruciare tutto». Se queste storie hanno senso a un certo livello, contengono anche un po’ di nonsenso, nel senso che, in teoria, ci si ritrova poi senza un sistema. Dove porterei inoltre questa teoria è all’idea che in realtà il sistema non ci è esterno: è anche dentro di noi.
Per Jaspreet, una delle cose di cui diceva spesso di essere più orgogliosa era aver incoraggiato le sue creature a uscire da alcune delle norme culturali in cui erano cresciute e a trovare la propria strada nel mondo occidentale. Riconosceva però anche che, se c’era un enorme desiderio di farlo, c’era al tempo stesso un problema: è molto difficile, e sono d’accordo, esistere per creare qualcosa di nuovo mentre si è ancora al suo interno. Ho riconosciuto che stava cercando di dirmi una delle cose che ho imparato nella mia stessa ricerca: noi siamo il sistema. Siamo ciò contro cui combattiamo: così, mentre con una mano abbattiamo, con l’altra stiamo anche ricostruendo, e si tratta meno di perturbare e cambiare il sistema che di farlo riconoscendo nello stesso tempo come ne ricostruiamo simultaneamente alcuni aspetti.
Ciò non significa che il sistema non sia maturo per il cambiamento, né che non debba svilupparsi e trasformarsi in qualche modo, perché in definitiva queste cose devono cambiare, devono andare avanti, devono svilupparsi. Significa che, perché queste cose cambino, lavoriamo di generazione in generazione, proprio come ammiro Jaspreet per aver fatto, mentre cerchiamo di perturbare, cambiare e ideare sistemi e modi di essere diversi, più adatti a una società più moderna e multiculturale.
Ho iniziato questo articolo con una confessione e una coincidenza. Vorrei quindi concluderlo allo stesso modo, con una confessione e una coincidenza. La coincidenza è che scrivere questo articolo mi ha portato anche a pensare alla mia famiglia, al radicamento della mia unità familiare in strutture culturali e sistemiche. Come ho detto, i miei genitori vengono dai Caraibi. Mio padre prestò servizio nella Seconda guerra mondiale e mia madre faceva parte della Windrush Generation, che come cultura abbiamo a lungo celebrato per aver compiuto l’enorme passo di venire nel Regno Unito alla fine degli anni Cinquanta. Ciò che entrambi erano, però, era persone colonizzate, nate e cresciute all’epoca dell’Impero britannico. Ai loro occhi, la loro identità era britannica o, cosa ancora più importante, inglese. Mio padre, in particolare, passò molto tempo e si impegnò moltissimo per parlare come parlava il re a quei tempi, ed entrambi volevano che io e mio fratello frequentassimo scuole prestigiose a Londra.
Questo era il sistema che ho assorbito crescendo, l’idea di essere meno dei Caraibi che, in realtà, più inglese. È anche qualcosa di cui mi rendevo acutamente conto ogni volta che tornavo nella terra natale di mia madre, Trinidad, dove, pur essendo nero, non venivo visto come trinidadiano, ma spesso venivo soprannominato «l’inglese» perché parlavo in modo diverso da gran parte della mia famiglia di lì, durante le mie visite.
Il mio lavoro nel corso degli anni mi ha inevitabilmente portato a riconnettermi con un senso più autentico di che cosa significhi essere afrocaraibico, africano, nero o qualunque termine Lei scelga di usare, qualunque termine io scelga per identificarmi. Questa esplorazione continua ha incontrato e incrociato il lavoro che sono riuscito a fare con una paziente come Jaspreet, un lavoro che ha riacceso in me la passione di andare avanti. Di continuare a ritrovarmi, di continuare a osservare come spesso debba adattarmi a un ambiente eurocentrico e come, nel farlo, mi ritrovi a perdere, e quindi a desiderare, un senso più autentico della mia identità nera. Le mie identità sono quindi oggi meno scisse di quanto potessero esserlo quando crescevo o quando seguivo la mia formazione, intorno ai trent’anni, e più in sintonia con le mie convinzioni personali su chi sono e sulla strada che voglio seguire, nonché sulla direzione che incoraggio anche mia figlia a seguire. Questa è la coincidenza.
La confessione finale è questa: a volte, scrivendo articoli come questo, mi sento attratto dall’argomento senza sapere bene che cosa dire. Questa è stata una di quelle occasioni in cui, mettendomi a fare ricerca e a scrivere su dove voglio andare e su come voglio essere, mi sono davvero goduto l’intero processo di elaborazione. C’è una leggerezza, una scintilla, un’intuizione che accompagnano l’invito a esplorare un tema ricco come questo, attraverso qualunque lente lo si guardi, compresa una che implica lavorare con chi pratica la terapia familiare e al suo fianco; e il piacere che provo nel mettere insieme questo articolo, a prescindere da come verrà accolto, è fatto di materiali che mi suggeriscono che questo articolo, questa esplorazione, doveva esistere.
Ciò che auguro a chi legge questo articolo è che, qualunque cosa ne ricavi, la lettura La porti ad aderire meno a ciò che dico come a una verità e La incoraggi invece a riflettere su dove si colloca con le proprie identità (al plurale) in queste esplorazioni. Non importa che la Sua identità sia celtica, europea, bianca, nera, gay, lesbica, neurodivergente, più o meno giovane, o qualsiasi altra: tutte queste identità si saranno formate in un qualche ambiente neurotipico, patriarcale, suprematista bianco, eteronormativo, ageista e così via. Le comprenda, le trovi e ci lavori. In questo modo scoprirà anche chi è.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo testo non è uno studio ma un saggio, scritto in prima persona da uno psicoterapeuta che non pratica la terapia familiare, ed è proprio questo a renderlo interessante. Ci invita a chiederci da dove provengano i nostri presupposti: una teoria dell’attaccamento pensata per la famiglia nucleare occidentale, una lettura della proiezione che presuppone un partner scelto, un ideale di affermazione di sé che può spezzare una persona prigioniera di una gerarchia familiare. La scelta clinica è istruttiva: offrire a Jaspreet uno spazio di sfogo invece di incoraggiarla a far saltare il proprio sistema. La frase «noi siamo il sistema» richiama inoltre la cibernetica di secondo ordine: chi osserva fa parte di ciò che vorrebbe cambiare. I limiti sono quelli del genere: una sola vignetta, pochi strumenti concreti per le famiglie e ampie generalizzazioni sul Nord globale o sull’Australia, affrontata a distanza, come il testo stesso riconosce. Da leggere insieme all’articolo su un paradigma afrocentrico in terapia familiare e all’articolo sull’intersezionalità in terapia familiare.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Empire to Emancipation: Potential Decolonial Pathways in Family Therapy, di Dwight Turner, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 47, n. 1 (2026), doi: 10.1002/anzf.70066, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Empire to Emancipation: Potential Decolonial Pathways in Family Therapy», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina: fa fede il testo originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Turner, D. (2026). Empire to Emancipation: Potential Decolonial Pathways in Family Therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/empire-to-emancipation-potential-decolonial-pathways-in-family-therapy (Opera originale pubblicata nel 2026 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 47(1), e70066 (2026); ripubblicata nel 2026 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.70066)
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