Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Marital and Family Therapy · Terapia familiare
La terapia familiare guadagna terreno in Africa, ma i suoi modelli restano in gran parte importati. L’équipe di Ronald Asiimwe, distribuita tra Minnesota, Georgia, Nairobi e Kampala, propone di radicare la giustizia sociale in un quadro nato dalle culture africane: il modello di benessere afrocentrato (African-Centered Wellness Model), fondato sui principi swahili del Nguzo Saba. Tre vignette, negli Stati Uniti e in Uganda, mostrano come l’unità, la fede o l’autodeterminazione diventino leve terapeutiche.
Traduzione non ufficiale in italiano di Cultural Threads: An Afrocentric Paradigm for Integrating Social Justice Principles in the Practice of Family Therapy in Africa, di Ronald Asiimwe, Doneila L. McIntosh, Rehema Gathumbi Nyambura e Rosco Kasujja, pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1111/jmft.70091, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato per la lettura online, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Che sia nell’America urbana o in Uganda, queste illustrazioni affermano che la saggezza culturale africana non è separata dalla salute mentale, ma ne è anzi parte fondamentale.
Ronald Asiimwe, Doneila L. McIntosh, Rehema Gathumbi Nyambura e Rosco Kasujja
Abstract
La terapia familiare si è sviluppata lentamente ma costantemente nel continente africano. Considerata la storia economica, politica e socioculturale dell’Africa, ricca e al tempo stesso complessa, è essenziale che chi pratica la terapia familiare integri i principi di giustizia sociale (GS) nella ricerca, nella formazione e nella pratica della terapia familiare. Così facendo, possiamo contribuire a offrire un sostegno più inclusivo, culturalmente sensibile e significativo alle comunità di origine africana, storicamente sottorappresentate. Inoltre, e soprattutto, raccomandiamo che l’attenzione alle questioni di GS nella pratica della terapia familiare in Africa sia radicata in quadri afrocentrici di cura e di pratica. Sulla base della letteratura esistente, presentiamo il modello di benessere afrocentrato (African‐Centered Wellness Model) come quadro fondante per promuovere una terapia familiare socialmente giusta con le famiglie africane. Per mostrare come il quadro si traduca nella pratica clinica, due delle persone che firmano l’articolo presentano vignette tratte dal proprio lavoro clinico. Segue una discussione delle implicazioni dell’integrazione dei principi del modello nella ricerca, nella formazione e nella pratica.
La pratica della terapia familiare sistemica si fonda sulla consapevolezza che il benessere mentale, emotivo e psicologico non può essere separato dai contesti relazionali, socioculturali e politici in cui vivono le persone e le famiglie. La letteratura recente sulla terapia familiare ha sottolineato l’importanza cruciale di integrare i principi di giustizia sociale (GS) nella pratica, sostenendo che le identità sovrapposte (per esempio religione, classe sociale, genere, orientamento sessuale e altre) possono generare esperienze diverse di marginalizzazione e di privilegio (AAMFT 2023; Cutts 2013; Morrison et al. 2022). Nel campo della terapia familiare è ampiamente riconosciuto che adottare una prospettiva di GS è essenziale per garantire che la cura e i servizi disponibili rispondano ai bisogni delle persone assistite, in particolare di quelle provenienti da contesti culturalmente diversi (Almeida and Tubbs 2020).
In Africa, dove le eredità storiche e le strutture contemporanee continuano a plasmare le dinamiche familiari e le esperienze di salute mentale, un approccio socialmente giusto alla terapia familiare non è soltanto vantaggioso, ma essenziale (Lombard and Twikirize 2014; Pillay 2020). La tesi principale di questo articolo è che un confronto continuo sulle questioni di GS sia vitale per la professione in crescita della terapia familiare sistemica in tutto il continente. Senza questa prospettiva, i modelli di terapia familiare esistenti rischiano di ignorare, e forse di rappresentare in modo distorto, le forze sociopolitiche e culturali, decisive e ricche di sfumature, che incidono sulle famiglie africane sia nel continente sia nella diaspora. Inoltre, a differenza della precedente letteratura africana, che ha affrontato la GS soprattutto nei campi del lavoro sociale, della psicologia scolastica e della psicologia clinica (Ahmed and Pillay 2004; Pillay 2019), questo articolo porta un’attenzione quanto mai necessaria alla terapia familiare, un campo che cresce a un ritmo più rapido in tutta l’Africa (Asiimwe et al. 2021).
Una componente cruciale di questo articolo è il modello di benessere afrocentrato (African‐Centered Wellness Model, ACWM) che proponiamo (Garrett‐Akinsanya 1998), il quale funge da base per costruire la nostra argomentazione e per orientare la discussione sviluppata nelle pagine seguenti. Proponendo un quadro afrocentrico radicato in valori culturali afrocentrici in cui ci si riconosce, nelle tradizioni spirituali e nella resilienza comunitaria, intendiamo colmare la lunga assenza delle prospettive indigene africane nella pratica dominante della terapia familiare (Nwoye 2015). Riteniamo che non integrare in modo significativo i paradigmi afrocentrati nella terapia familiare rischi di perpetuare la disconnessione culturale e l’irrilevanza clinica. Inoltre, integriamo le nostre esperienze cliniche e la letteratura esistente per mettere in luce come gli attuali problemi di salute mentale e relazionale della maggior parte delle persone e delle famiglie africane siano plasmati da questioni di GS legate, tra l’altro, alle eredità coloniali, alla guerra e alla violenza organizzata, alle disparità economiche e alle disuguaglianze di genere. Gli obiettivi di questo articolo sono dunque due: (1) individuare e discutere, a partire dalla letteratura esistente, le principali questioni di GS che riguardano le famiglie in Africa e (2) proporre un modello afrocentrico applicabile e discuterne l’utilità nella pratica terapeutica sia con le famiglie dell’Africa continentale sia con le famiglie africane della diaspora.
Per quanto ci risulta, questo è il primo articolo che esamina criticamente le questioni di GS nella pratica della terapia familiare africana da una prospettiva afrocentrica. Intendiamo sensibilizzare chi pratica la terapia familiare, e più in generale il personale della salute mentale, e fornire strumenti per una cura sistemica trasformativa, pertinente al contesto e socialmente giusta rivolta alle famiglie e alle comunità africane, oggi e in futuro. Intendiamo anche colmare il divario, nella pratica, tra la terapia familiare con persone africane nel continente e quella con la diaspora, per esempio con chi vive negli Stati Uniti e in altri paesi sviluppati.
Come gruppo che firma l’articolo, affrontiamo la discussione sulle questioni di GS in Africa riconoscendo l’immensa diversità culturale e linguistica del continente (54 paesi, oltre 1.000 gruppi etnici) e riconoscendo al tempo stesso i tratti comuni di valori, credenze e pratiche condivisi tra1 i paesi africani, in particolare quelli della regione subsahariana. Mettiamo quindi in guardia dall’imporre punti di vista esterni o presupposti universalizzanti che potrebbero non corrispondere ai contesti africani, poiché le prospettive che condividiamo in questo articolo si basano sulla letteratura esistente e su dati aneddotici del nostro lavoro clinico. L’articolo prende avvio riconoscendo lo svilimento storico dei sistemi di conoscenza locali durante il colonialismo e la persistente difficoltà di integrare i saperi indigeni nelle pratiche contemporanee di terapia familiare. Ponendo al centro le prospettive africane nel discorso della terapia familiare, intendiamo mettere in discussione le eredità coloniali e promuovere pratiche di salute mentale culturalmente pertinenti e adeguate al contesto. Nel corso della stesura di questo articolo abbiamo riflettuto sulla questione se le questioni di GS nelle società africane rispecchino quelle delle società occidentali o se abbiano radici storiche e culturali proprie, plasmate dai contesti specifici di ciascuna regione. Ci si è anche chiesto se queste questioni fossero questioni di diritti umani o se fossero plasmate da uno sguardo occidentale, che riconosciamo di aver assorbito in larga misura. Questi interrogativi, uniti alle nostre esperienze vissute e cliniche, singolari e intersezionali sul piano culturale, in quanto persone di origine africana che fanno ricerca in terapia familiare, hanno guidato la nostra esplorazione della letteratura attuale che ha dato forma a questo studio.
Ci auguriamo che l’articolo incoraggi chi legge a riflettere criticamente sull’evoluzione della terapia familiare in Africa, considerando le sfide sia storiche sia contemporanee che ne plasmano la pratica presente e futura. Invitiamo le figure professionali di ogni provenienza culturale a impegnarsi in discussioni ponderate sulle questioni di GS che le famiglie contemporanee, nella loro diversità, si trovano ad affrontare, sul ruolo di eventi storici come il colonialismo e il razzismo, e su come questi sistemi di ingiustizia plasmino attualmente e/o continueranno a plasmare il futuro della pratica della terapia familiare in contesti multiculturali e diversificati come quelli africani.
La GS è un concetto talmente sfaccettato da risultare spesso difficile da definire in modo esaustivo; tuttavia, la maggior parte della letteratura concorda su cinque principi fondamentali della GS: l’accesso (disponibilità equa delle risorse), l’equità (opportunità eque nonostante le ingiustizie storiche), la diversità (rappresentanza inclusiva nelle posizioni di potere), la partecipazione (coinvolgimento della comunità nei processi decisionali) e i diritti umani (tutela delle libertà e della dignità individuali) (Cutts 2013). Dal punto di vista della teoria dei sistemi, questi principi riflettono quanto le difficoltà individuali, familiari e comunitarie siano profondamente interconnesse con strutture sociali più ampie e ne subiscano l’influenza (Gómez‐Carrillo and Kirmayer 2023).
Nel contesto africano, i problemi di salute mentale e relazionali non possono essere separati dalle influenze storiche e sistemiche. Per esempio, la storia del colonialismo, le disparità socioeconomiche, le guerre e la violenza organizzata e l’imposizione di ideologie e religioni occidentali hanno plasmato gli attuali problemi di salute mentale in molte comunità africane (Asiimwe et al. 2021). Questi sistemi di disuguaglianza, radicati nelle storie coloniali e postcoloniali, continuano a influenzare le difficoltà odierne di molte famiglie e comunità africane, sia nel continente sia nella diaspora, per esempio nell’accesso alle cure sanitarie, all’istruzione e alle opportunità economiche. Il disagio psicologico che nasce da queste ingiustizie si manifesta nei sistemi familiari, dove i problemi di salute mentale, come il trauma, il lutto e la disfunzione, riflettono spesso lotte sociali più ampie.
In linea con Winter e Hanley (2015), la GS in terapia non dovrebbe dunque restare una nozione astratta, ma tradursi attivamente nella pratica. In questo contesto, il quadro che presentiamo, l’ACWM, offre un approccio culturalmente sensibile per farlo, in particolare sottolineando l’importanza della risonanza culturale nella salute e nel benessere. Ponendo al centro le visioni del mondo, le tradizioni e i valori africani, il modello riconosce il ruolo vitale che questi elementi culturali svolgono nel plasmare la salute mentale e relazionale individuale e collettiva. È quindi essenziale collocare questa discussione in un contesto sistemico più ampio, per comprendere quanto queste questioni siano profondamente intrecciate ai livelli personale, familiare e sociale.
L’Africa è uno dei continenti culturalmente più diversi del pianeta, con oltre 1,4 miliardi di abitanti, rappresentati da numerosi gruppi etnici e lingue (World Bank 2024). Questa immensa diversità plasma i sistemi sociali, economici e politici dell’Africa, che a loro volta influenzano le tradizioni culturali, i valori e le relazioni interpersonali nei suoi 54 paesi. A grandi linee, l’Africa può essere concettualizzata in quattro grandi blocchi: l’Africa anglofona (che indica paesi come Uganda, Kenya, Sudafrica, Nigeria, Ghana, Zimbabwe, Zambia e altri colonizzati dalla Gran Bretagna), l’Africa francofona (che indica i paesi colonizzati dalla Francia e dal Belgio, come Costa d’Avorio, Ruanda, Burkina Faso, Togo, Senegal e altri), l’Africa lusofona (per esempio Mozambico, Angola e Madagascar) e l’Africa araba (per esempio Algeria, Egitto, Tunisia, Marocco, Libia, Sudan ecc.). Altri blocchi dell’Africa comprendono paesi come Eritrea, Somalia ed Etiopia (che non furono colonizzati direttamente da potenze straniere) e la Liberia, che fece parte del progetto dell’American Colonization Society (Scruggs 2010).
Anche all’interno di ciascun paese africano esiste una diversità culturale, linguistica ed etnica significativa e immensa. In Uganda, per esempio, i baganda parlano il luganda e mantengono una monarchia centralizzata attraverso il Regno del Buganda, mentre i basoga e gli acholi parlano lingue diverse e seguono tradizioni culturali distinte. Analogamente, il Kenya, con una popolazione di oltre 50 milioni di abitanti, conta più di 40 gruppi etnici. I kikuyu, che appartengono al gruppo bantu, sono prevalentemente agricoltori, mentre i masai, del gruppo nilotico, sono pastori. Il Kenya ha compiuto progressi verso la GS con la Costituzione del 2010, che ha posto le basi per promuovere i diritti umani e l’uguaglianza (The Constitution of Kenya 2010). Nonostante questi progressi, persistono sfide come la povertà, la violenza di genere, la disoccupazione giovanile e la corruzione. Istituzioni come la Kenya National Commission on Human Rights (Kenya National Commission on Human Rights 2021) e i gruppi della società civile svolgono un ruolo determinante nella difesa delle comunità marginalizzate. La Nigeria è un altro esempio di paese africano che illustra una profonda diversità etnica. Per esempio, il popolo hausa della Nigeria settentrionale segue costumi islamici, gli yoruba del sud-ovest fondono il cristianesimo con pratiche tradizionali, mentre gli igbo del sud-est mantengono credenze culturali proprie, radicate nella spiritualità africana. Green (2013) attribuisce la diversità dell’Africa a influenze storiche come la geografia, il colonialismo, la tratta degli schiavi e l’urbanizzazione, che hanno rafforzato le divisioni etniche in tutto il continente.
Nell’era postcoloniale, fenomeni come l’urbanizzazione e la migrazione hanno ridefinito la diversità etnica dell’Africa. Nonostante le influenze coloniali, molte popolazioni africane hanno preservato le proprie lingue e tradizioni. Oggi le persone africane sono multilingui e tendono a parlare le loro lingue native accanto alle lingue coloniali, come l’inglese, il portoghese o il francese (Asiimwe et al. 2021). L’Africa resta oggi un mosaico di culture, anche all’interno di una stessa nazione, pur mantenendo l’Ubuntu (un senso condiviso di umanità, armonia e interconnessione; Nussbaum 2003). Questa analisi mette in luce la resilienza e l’adattabilità delle identità africane nel preservare il loro ricco patrimonio in mezzo alla globalizzazione e alla modernizzazione. Gli esempi presentati mostrano che, anche all’interno di una sola nazione africana, la diversità di lingue, tradizioni e pratiche culturali può essere profonda. Come si è visto, le disparità culturali incidono sulle questioni di GS, poiché storicamente le norme tradizionali hanno teso a creare disuguaglianze nella partecipazione politica, nelle cure sanitarie e nell’istruzione. Per promuovere la diversità e l’equità, dobbiamo trovare un equilibrio tra la tutela del patrimonio culturale e, al tempo stesso, il progresso dello sviluppo socioeconomico e dei diritti umani.
A partire da questa comprensione della diversità culturale e della resilienza dell’Africa, è essenziale esplorare come i paradigmi afrocentrati possano offrire quadri preziosi per affrontare le questioni di GS nei contesti contemporanei, in particolare nel campo in crescita della terapia familiare nel continente. Integrando le filosofie africane nelle discussioni sulla GS, possiamo comprendere meglio come questi paradigmi possano contribuire ad approcci più inclusivi e culturalmente sensibili alle sfide che le comunità africane affrontano in tutto il mondo.
Storicamente, gli ideali scientifici occidentali che hanno dominato la pratica della psicoterapia nella maggior parte dell’Africa sono stati criticati in quanto elitari, eurocentrici e scollegati dalle realtà locali (Leopeng 2019; Vorhölter 2024). Una parte della letteratura ha sostenuto che, per acquisire legittimità presso i popoli africani, la terapia familiare deve integrare le narrazioni culturali, spirituali e sociopolitiche delle famiglie e delle comunità africane (Bakker and Snyders 1999). Oggi l’Africa affronta numerose sfide di GS, per citarne alcune la fragilità dei sistemi sanitari, la disuguaglianza di genere e la discriminazione delle minoranze sessuali e di genere (MSG), pur possedendo al tempo stesso un vasto potenziale economico. Con una popolazione di circa 1,4 miliardi di abitanti e un’età mediana di 19 anni, la gioventù del continente traina la crescita economica e la trasformazione (UNDP 2020; World Bank 2021).
In effetti, l’immensa diversità culturale dell’Africa e la crescente partecipazione di figure professionali africane alla formazione, alla ricerca e alla pratica della terapia familiare evidenziano il bisogno crescente di una prospettiva afrocentrica sulla GS. Figure contemporanee della terapia familiare africana come Augustine Nwoye (2018) hanno messo in luce il potenziale della terapia familiare nel favorire il cambiamento sociale e la resilienza tra le persone africane, valorizzando le pratiche di guarigione indigene e integrando le visioni del mondo africane nei modelli terapeutici, così da affrontare le sfide psicosociali in modi al tempo stesso pertinenti al contesto ed emancipanti. Ciò permetterebbe a chi esercita di accompagnare le famiglie verso il cambiamento e, nello stesso tempo, di contrastare le ingiustizie sistemiche. Non farlo rischia di mettere a tacere i valori sociali africani (per esempio il comunitarismo e l’armonia relazionale) e le esperienze vissute, continuando così a rendere invisibili i saperi indigeni (Almeida et al. 2017). Inoltre, ciò perpetua i presupposti di epoca coloniale sulla superiorità occidentale e limita lo sviluppo di quadri indigeni, il che può portare a una preparazione inadeguata di chi pratica la terapia, senza consapevolezza sociale, e a pratiche inefficaci (Zimmerman and Haddock 2013). Inoltre, in assenza di quadri culturalmente risonanti, la pratica clinica rischia di allontanare le comunità africane e di ostacolare la ricerca e la collaborazione interculturali. Per affrontare queste questioni, presentiamo ora l’ACWM come un quadro attraverso il quale far avanzare l’agenda della GS nella terapia familiare in Africa.
L’ACWM è un quadro sistemico, culturalmente radicato, concepito per il lavoro con persone di origine africana. Sviluppato da Garrett‐Akinsanya (1998), questo quadro valorizza l’integrazione olistica di corpo, mente e spirito all’interno di un contesto comunitario ed ecologico. Inoltre, il modello riconosce l’influenza del patrimonio culturale, dell’identità etnica e della spiritualità sul benessere (Grills et al. 2018; Myers 1991; Nobles 1992). Radicato nella psicologia afrocentrica, il modello ha come obiettivo principale la promozione di pratiche psicoterapeutiche che riconoscano e integrino le tradizioni, le credenze e i valori delle persone assistite (Grills et al. 2018). Sebbene questo modello sia stato ampiamente applicato nelle comunità africane del continente e in quelle della diaspora, il suo potenziale per affrontare le questioni di GS nella terapia familiare resta poco esplorato nella letteratura pubblicata. Dato il complesso panorama multiculturale dell’Africa, plasmato da influenze storiche ma anche attuali, socioculturali e politiche, il modello offre a chi pratica la terapia familiare un quadro culturalmente risonante per affrontare le difficoltà di salute mentale e relazionale attraverso la saggezza culturale e la comprensione del contesto. Questo modello si fonda sul Nguzo Saba (sette principi dell’antica saggezza africana) (Karenga 1988) e delinea otto dimensioni interconnesse del benessere, utilizzando una terminologia swahili per integrare i valori culturali e accrescerne la pertinenza per le persone africane di tutto il mondo (Figura 1).

Rappresentato di solito come una ruota, con Murua (rispetto) come raggio centrale, il modello pone il rispetto reciproco verso di sé e verso le altre persone della comunità a fondamento del benessere olistico. Nia (scopo) rappresenta una vocazione che porta gioia e realizza al tempo stesso uno scopo divino e un’emancipazione collettiva, il che a sua volta sostiene il benessere vocazionale e professionale. Umoja (unità) valorizza la ricerca e il mantenimento dell’unità nella famiglia, nella comunità e oltre, per favorire il benessere mentale, relazionale ed emotivo. Kuumba (creatività) celebra l’abbellimento delle culture africane attraverso la musica, l’arte, la narrazione, il teatro, la scrittura e altre forme di espressione culturale, valorizzando al contempo il gioco e l’apprendimento esperienziale. Ujimaa (economia cooperativa) è una dimensione incentrata sulla costruzione e sul mantenimento di risorse finanziarie che sostengano la famiglia e la comunità nel suo insieme. Imani (fede) mette in risalto la pratica della spiritualità o della religione, che tende a esprimersi attraverso rituali comunitari, la venerazione degli antenati, il rispetto per le persone anziane, la riverenza per la natura, le tradizioni orali, la musica, la danza, i tamburi, le cerimonie sacre, la divinazione e l’onore reso agli spiriti. Busara (saggezza pratica) valorizza l’integrazione del sapere indigeno e di quello accademico per contribuire al benessere intellettuale. Kujichagulia (autodeterminazione) promuove la definizione, la denominazione e la difesa collettive di sé e della propria comunità, in particolare nella resistenza ai residui della colonizzazione. Infine, Ujima (lavoro collettivo e responsabilità) sottolinea l’importanza di costruire e mantenere la comunità assumendo una responsabilità condivisa nell’affrontare le difficoltà nelle relazioni, nelle famiglie e nelle comunità, il che sostiene il benessere sociale.
Per mostrare meglio come l’ACWM che proponiamo possa essere applicato nella pratica, presentiamo vignette cliniche tratte dal lavoro di chi firma l’articolo con persone africane, sia in contesti continentali sia nella diaspora. Questi casi si appoggiano a questioni di GS per mostrare come chi pratica la terapia familiare possa tradurre i principi fondamentali del modello in azione terapeutica. In molte famiglie e comunità africane sorgono spesso tensioni all’incrocio tra le norme tradizionali e le realtà contemporanee in evoluzione, come i mutamenti dei ruoli di genere, gli atteggiamenti verso l’orientamento sessuale, i fattori di stress legati alla migrazione e le differenze generazionali nelle visioni del mondo. Queste dinamiche creano spesso una tensione psicologica e relazionale per le persone e le famiglie africane alle prese con questioni di identità, appartenenza e dinamiche di potere in ambienti sociali complessi. Va notato che, sebbene in questo articolo ci concentriamo soprattutto sulla terapia familiare nell’Africa continentale, riconosciamo che due dei casi scelti riguardano persone africane che vivono negli Stati Uniti, dove gli atteggiamenti sociali in generale, in particolare su temi come l’orientamento sessuale e le scelte educative, possono essere nel complesso più aperti e accoglienti che in alcuni paesi africani. Questi climi culturali differenti potrebbero plasmare le esperienze, le decisioni e gli esiti terapeutici delle persone assistite. Invitiamo quindi chi legge ad accostarsi a questi casi apprezzandone i contesti socioculturali specifici, riconoscendo al tempo stesso che tratti culturali comuni possono persistere tra le famiglie africane nonostante le differenze geografiche (per esempio, un caso in Uganda e due negli Stati Uniti). Riconoscere queste differenze di contesto è essenziale per comprendere come le norme sociali possano influire sia sul processo terapeutico sia sulle strategie con cui le persone assistite affrontano le questioni di identità e le scelte di vita.
I tre casi presentati riguardano una famiglia liberiano-americana che vive in uno stato del Midwest degli Stati Uniti, un professionista nigeriano alle prese con lo stress da minoranza e il trauma storico negli Stati Uniti, e una famiglia ugandese che negozia aspettative legate al genere. Tra le centinaia di persone che abbiamo seguito in terapia familiare, due di noi (R.A., prima firma, e D.L.M., seconda firma) hanno scelto questi tre casi per mettere in luce la versatilità, la flessibilità e la profondità del modello proposto nell’affrontare, in modo socialmente giusto, difficoltà così complesse in contesti diversi. Ciascun caso si fonda su pratiche terapeutiche che affermano i principi cardine dell’ACWM proposto. Nei primi due casi, l’ACWM è stato presentato durante il colloquio di accoglienza, poiché la terapeuta e seconda autrice, D.L.M., utilizza il modello per la valutazione in quella fase. Alle persone in terapia sono stati spiegati il modello, il modo in cui viene utilizzato e il suo impiego nella definizione degli obiettivi terapeutici e del trattamento. Nel terzo caso, il modello è stato integrato nelle sedute quando a R.A., che conduceva la terapia e firma per prima l’articolo, è apparso evidente che rispondeva ai bisogni della famiglia.
Per tutelare la riservatezza, abbiamo utilizzato pseudonimi e modificato alcuni dettagli minori così da celare l’identità delle persone. È importante precisare che queste vignette non intendono prescrivere un approccio unico alla terapia orientata alla GS con persone africane, né implicano che ogni seduta debba affrontare esplicitamente tutte le sfaccettature dell’ACWM. Esemplificano piuttosto applicazioni sfumate e sensibili al contesto dei suoi principi fondamentali e, soprattutto, sottolineano l’importanza dell’umiltà culturale, della sintonizzazione relazionale e della flessibilità terapeutica. Se affrontati con rispetto per il contesto culturale e con attenzione alle questioni di GS rilevanti a livello locale, questi casi mostrano che chi accompagna le famiglie in terapia può operare con integrità e sensibilità culturale, qualunque sia la propria provenienza, favorendo la guarigione all’interno di famiglie diverse.
La famiglia Sessay, immigrata dalla Liberia, cresceva i suoi due figli adolescenti, Kofi (17 anni) e Samuel (14), negli Stati Uniti. Profondamente radicata nella fede cristiana, la famiglia coltiva i valori dell’istruzione, della disciplina e del rispetto della tradizione. Tuttavia, si trovava ad affrontare conflitti crescenti riguardo all’identità culturale e alle aspettative professionali. Il signor Sessay, ingegnere, attribuiva un valore enorme a quelle che chiamava professioni «rispettabili» e alla disciplina, mentre i figli Kofi e Samuel immaginavano percorsi nell’attivismo per i diritti e nella tecnologia creativa, obiettivi che il padre considerava rischiosi o perfino inappropriati. Nel frattempo, la signora Sessay, che si stava riprendendo da un trauma dopo un incidente sul lavoro, si accorgeva che la famiglia si stava allontanando emotivamente. Riconoscendo che la terapia poteva migliorare le dinamiche familiari, avviò sedute di terapia familiare con i figli. Il signor Sessay, invece, rifiutò di partecipare, esprimendo all’inizio scetticismo e un disagio culturale nei confronti della terapia. Le prime sedute con questa famiglia fecero emergere l’angoscia di Kofi per la pressione a seguire un percorso professionale che non rispecchiava i suoi interessi: si sentiva chiamato a lavorare nell’istruzione e nella difesa dei diritti. Samuel, il più giovane, era appassionato di game design, un sogno che il padre liquidava spesso come «infantile» o «troppo americano». Il signor Sessay criticava spesso Samuel perché «si comportava troppo da nero», con un linguaggio che rifletteva un pregiudizio interiorizzato verso l’espressione culturale afroamericana.
Fondata sull’ACWM, la terapia iniziò coltivando Umoja (unità), ricostruendo l’unità tra la madre e i figli attraverso il riconoscimento della cura reciproca, nel rispetto delle differenze generazionali. Attraverso Kujichagulia (autodeterminazione), Kofi e Samuel trovarono le parole e il coraggio per affermare le proprie aspirazioni senza sensi di colpa. La terapeuta (D.L.M.) presentò la ricerca di autodefinizione dei figli non come una ribellione, ma come un prolungamento della stessa resilienza che la madre e il padre avevano incarnato da immigrati negli Stati Uniti. Quando il signor Sessay si unì finalmente alle sedute, la svolta arrivò ponendo al centro Imani (fede) e Busara (saggezza). La terapeuta riformulò l’iniziale esitazione del padre a venire in terapia come normale e protettiva, propria di un sopravvissuto alla guerra civile liberiana emigrato in una terra straniera per garantire alla famiglia una stabilità sicura. Attraverso una riflessione spirituale e culturale, il signor Sessay fu invitato a vedere come il suo stesso percorso incarnasse Kujichagulia e Ujamaa (responsabilità collettiva), con il sostegno di familiari che credevano in lui.
Questa riformulazione empatica aiutò il signor Sessay ad ammorbidirsi. Cominciò a vedere i sogni dei figli non come minacce, ma come espressioni della loro comune eredità di resilienza, duro lavoro e sostegno reciproco. La preghiera in famiglia riprese e il rispetto si approfondì tra le generazioni, il che accelerò la guarigione della signora Sessay, testimone del riavvicinamento emotivo della famiglia. La terapeuta si servì della fede cristiana della famiglia per approfondire questo messaggio, ricordando che la Bibbia afferma che ogni persona è stata fatta «come un prodigio» (Salmo 139,14) e che Dio pone uno scopo unico in ogni individuo. La terapia illuminò un cammino in cui lo scopo (Nia), la fede e l’espressione di sé potevano coesistere. Questo processo aiutò a gettare un ponte verso i valori tradizionali africani profondamente radicati della madre e del padre, onorando e sostenendo al tempo stesso i bisogni dei figli nati negli Stati Uniti.
Tunde è un ingegnere informatico nigeriano di 35 anni, affermato, che vive negli Stati Uniti. È il maggiore di tre fratelli. Tunde si è presentato in terapia con un burnout crescente, ansia e un trauma irrisolto legato alla sua identità sessuale repressa e alle tensioni familiari. Ritiene che le sue difficoltà siano profondamente intrecciate a tensioni di lunga data nella sua famiglia, a causa del suo orientamento sessuale di uomo gay africano, che non ha rivelato apertamente a tutta la famiglia ma che considera fonte di un giudizio silenzioso e di distanza emotiva. In quanto figlio maggiore in una famiglia con aspettative rigide in materia di mascolinità, successo ed eteronormatività, Tunde si sente invisibile e invalidato, soprattutto a confronto con il fratello, medico, che incarnava gli ideali della famiglia.
La terapia è cominciata con Kuumba (creatività), riformulata come un processo liberatorio per immaginare una vita al di là della vergogna. La terapeuta D.L.M. ha utilizzato l’immaginazione guidata e il lavoro narrativo per aiutarlo a esplorare che sapore avrebbe la libertà se le sue decisioni fossero radicate nell’amore di sé. Non si trattava solo di fare coming out, ma di riconnettersi con un sé più pieno. Per contrastare anni di giudizio interiorizzato, la terapeuta ha fondato la sua alleanza su Murua (rispetto sacro). La terapia è stata ridefinita non come un atto occidentale volto ad «aggiustare» Tunde, ma come una pratica profondamente africana di restaurazione e di onore di sé. Murua ha permesso a Tunde di lasciar andare l’autocondanna e di entrare in uno spazio di affermazione. Ha cominciato a capire che rispettare sé stesso non significava rifiutare la sua famiglia, ma rivendicare il diritto di esistere in modo pieno e autentico. Nel corso delle sedute con Tunde, Ujima (responsabilità collettiva) è diventato l’ethos delle sedute. Ha imparato a vedere la terapia come un viaggio condiviso, non come un fardello solitario. Si è concesso di essere visto, sostenuto e guidato attraverso momenti di regressione emotiva e di guarigione. Col tempo, il suo racconto di sé è passato da un racconto di mancanza a uno di interezza nascente. I quadri culturali e terapeutici si sono intrecciati per sostenere un processo in cui Tunde ha potuto integrare le sue diverse identità, africana, queer, spirituale, intellettuale, in un sé coerente.
L’ultimo caso che presentiamo è quello di una famiglia ugandese che ha lavorato con R.A., prima firma dell’articolo, alcuni anni fa. La famiglia Kizito era una famiglia a basso reddito dell’Uganda composta dal padre, il signor Kizito, di 50 anni, dalla signora Kizito, di 40, e da due figlie adolescenti, Sammie (18 anni) e Tasha (15 anni). La famiglia si è rivolta alla terapia citando conflitti persistenti sul percorso scolastico delle ragazze. Riferivano tensioni continue legate ai valori tradizionali del padre, che esigevano che le ragazze dessero priorità all’apprendimento delle responsabilità domestiche e alla preparazione a un matrimonio precoce, mentre la madre sosteneva in silenzio l’istruzione delle figlie, ma si sentiva impotente a difenderla apertamente per paura di turbare l’armonia domestica. Con l’ACWM, ho cominciato ancorando le nostre sedute a Umoja (unità), per affermare il valore condiviso della coesione familiare, convalidando il conflitto come segno di cura e non di divisione. Basandomi su Nia (scopo), ho facilitato una conversazione con il padre sull’eredità e sullo scopo, esplorando come l’istruzione delle figlie potesse servire il bene collettivo. Attraverso Kujichagulia (autodeterminazione) e Imani (fede), abbiamo evocato storie di donne forti alla guida nella storia ugandese (come l’ex vicepresidente Specioza Kazibwe, 1994–2003, e l’ex presidente del Parlamento ugandese tra il 2011 e il 2021). Erano figure femminili influenti che il signor Kizito conosceva in quanto ugandese, e poteva vedere le sue figlie seguirne l’esempio. Nel corso del nostro lavoro, il padre ha cominciato a riformulare le sue paure come amore protettivo, il che ha condotto infine a Busara (saggezza pratica): la madre e il padre hanno iniziato a collaborare per pianificare gli impegni scolastici delle ragazze, cercando al tempo stesso di preservare alcuni valori culturali emancipanti per sostenere la crescita integrale delle figlie.
Dopo aver presentato tre casi pratici in cui è stato utilizzato l’ACWM, esaminiamo ora le principali questioni di GS (attraverso la lente del modello proposto) che richiedono un’attenzione costante nel campo in sviluppo della terapia familiare sistemica nel continente. Nei tre casi presentati, la terapia è stata più di un semplice sollievo dai sintomi: è diventata un percorso sacro, socialmente giusto, culturalmente sensibile e riparatore, fondato sui principi cardine dell’ACWM. Questi principi non solo hanno ancorato il lavoro terapeutico ai valori culturali africani, ma hanno anche aperto vie di guarigione che hanno trovato risonanza attraverso generazioni e continenti. Che sia nell’America urbana o in Uganda, queste illustrazioni affermano che la saggezza culturale africana non è separata dalla salute mentale, ma ne è anzi parte fondamentale.
Questo articolo giunge in un momento cruciale, in cui le discussioni sulla GS cominciano a occupare un posto centrale nella letteratura e nel discorso della terapia familiare africana. Eppure le stesse questioni sistemiche che dominano i discorsi globali, come la disuguaglianza di genere, le disparità di accesso, il trauma, la discriminazione razziale ed etnica, sono profondamente rilevanti anche nelle comunità africane. L’ACWM offre quindi un quadro coerente e culturalmente radicato per affrontare queste sfide e favorire una cura culturalmente sintonizzata e socialmente giusta in mezzo alle disuguaglianze strutturali.
Con ogni probabilità, la questione di GS più urgente nei contesti africani è l’accesso a cure di qualità per la salute mentale e relazionale. Le revisioni sistematiche di Essien e Asamoah (2020) e di Aguwa et al. (2023) mettono in luce diversi ostacoli alle cure, tra cui lo stigma, l’inadeguatezza delle infrastrutture e la carenza di personale formato. In particolare in molte zone rurali dell’Africa, le persone si affidano spesso a strutture tradizionali di cura consolidate, che comprendono di solito consultazioni con persone anziane rispettate, figure della guarigione tradizionale e dell’erboristeria locale, figure religiose e altre, prima di cercare l’aiuto di figure professionali della salute mentale. Sebbene ci si sia affidati a queste strutture di cura per molti anni, esse tendono a ritardare le cure e possono talvolta aggravare i sintomi. Anche nelle famiglie più agiate, le guide religiose sono spesso il primo punto di riferimento in caso di disagio relazionale, il che sottolinea il peso culturale della religione in Africa. Sosteniamo quindi che chi pratica la terapia familiare (e, a dire il vero, tutto il personale della salute mentale) in tutto il continente, così come chi lavora con popolazioni africane nel mondo, debba promuovere politiche che garantiscano servizi culturalmente pertinenti, economicamente sostenibili e accessibili. Riprendendo il concetto di Nwoye (2018) della figura terapeutica come agente di cambiamento sociale, l’ACWM offre un quadro con cui sostenere gli sforzi verso l’equità nelle cure di salute mentale. Il personale clinico è incoraggiato ad andare oltre il trattamento di sintomi isolati e a considerare influenze sistemiche più ampie, come il trauma storico, la disuguaglianza strutturale e lo sradicamento culturale. Chi esercita la terapia deve inoltre impegnarsi in un lavoro di advocacy per contribuire a definire politiche di salute mentale che colleghino la guarigione tradizionale e le cure terapeutiche moderne, come la terapia familiare, che in molti contesti africani è ancora l’ultima arrivata (Asiimwe et al. 2021). Questo approccio garantirà che nessuna persona e nessuna famiglia resti indietro o senza cure.
Inoltre, dato l’impatto diffuso dei conflitti, della guerra e delle eredità coloniali in Africa, anche le cure informate sul trauma devono essere culturalmente radicate. I conflitti armati, l’instabilità politica e gli sfollamenti hanno avuto effetti psicosociali devastanti in tutto il continente. Molte famiglie portano traumi non elaborati e hanno un accesso limitato a cure informate sul trauma e orientate alla dimensione relazionale. Sebbene interventi centrati sul trauma come la Narrative Exposure Therapy e l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) si siano dimostrati efficaci in alcuni contesti (Koebach et al. 2021), essi si concentrano in larga parte sul trattamento dei sintomi individuali, trascurando la guarigione relazionale e comunitaria. L’ACWM valorizza il benessere relazionale e l’interconnessione tra persone, famiglie, antenati e sistemi spirituali. Incoraggiamo chi pratica la terapia a considerare come il trauma si ripercuota nei sistemi familiari, e non solo nelle singole persone, e a includere nei propri interventi le credenze tradizionali e le pratiche comunitarie. Cure del trauma culturalmente sintonizzate, che valorizzino la guarigione collettiva, il benessere spirituale e il ripristino delle relazioni, possono sostenere più efficacemente le famiglie in contesti postbellici o di forte avversità. Occorre quindi dotare il personale della salute mentale nei contesti africani delle competenze per offrire una terapia relazionale del trauma che rifletta i modelli di guarigione comunitaria centrali nei contesti africani.
Poiché l’adattamento culturale diventa una priorità mondiale nella pratica della salute mentale, la formazione in psicoterapia deve essere riorientata per includere quadri culturalmente sensibili (Knudson‐Martin et al. 2019; Seponski et al. 2013). Data la diversità culturale africana illustrata in precedenza, la pratica crescente della terapia familiare nelle comunità africane deve riflettere la varietà delle credenze culturali, dei sistemi familiari e dei valori comunitari del continente. Ciò è tanto più cruciale in quanto, storicamente e ancora oggi, molti degli attuali interventi di salute mentale in Africa si basano su modelli occidentali di psicoterapia prevalentemente individualistici, che tendono a trascurare le norme relazionali o le strutture comunitarie africane (Bakker and Snyders 1999; Asiimwe et al. 2021). È importante sottolineare che i modelli nati da contesti storicamente sottorappresentati, come l’ACWM proposto, possono svolgere un ruolo vitale nella formazione di un personale clinico culturalmente competente, in particolare di chi proviene dall’Africa o intende lavorare con persone africane. Questo approccio è utile per preparare chi pratica la terapia a offrire interventi che riflettano le realtà vissute e le risorse culturali delle famiglie africane, affrontando al tempo stesso le sfide contemporanee di GS.
Poiché gran parte della popolazione africana ha meno di 18 anni (United Nations 2022), la salute mentale giovanile deve essere una priorità. Jörns‐Presentati et al. (2021) hanno condotto una revisione sistematica di 37 studi, in cui hanno riportato tassi di prevalenza elevati di depressione (26,9%), ansia (29,8%), problemi comportamentali (40,8%), disturbo da stress post-traumatico (PTSD) (21,5%) e ideazione suicidaria (20,8%) tra adolescenti dell’Africa subsahariana. Questi tassi superano quelli rilevati in molte regioni ad alto reddito, eppure le infrastrutture per la salute mentale nella maggior parte dell’Africa restano gravemente sottosviluppate. La letteratura mostra che i problemi di salute mentale non trattati in età giovanile portano a difficoltà scolastiche, problemi di abuso di sostanze e ritiro sociale, che colpiscono non solo la persona ma anche il nucleo familiare (Jörns‐Presentati et al. 2021). Alla luce di questi dati allarmanti, affrontare le difficoltà di salute mentale della gioventù africana richiede interventi di terapia familiare culturalmente adattati che integrino idee e valori africani. Incoraggiamo quindi chi pratica la terapia a trovare modi per integrare i principi del modello proposto, così da creare ambienti sicuri e culturalmente affermativi per le persone giovani a rischio di vari problemi di salute mentale. Facendo leva su principi africani come il rispetto per le persone anziane, i legami comunitari e l’interdipendenza, chi pratica la terapia può aiutare le famiglie a costruire reti relazionali protettive che sostengano il benessere mentale, emotivo e relazionale della gioventù africana.
Il matrimonio infantile è un’altra questione con profonde implicazioni relazionali e di sviluppo per le famiglie e le comunità in Africa. Una ricerca di Yaya et al. (2019) ha riportato che il matrimonio infantile riguardava il 54% delle ragazze in 34 paesi dell’Africa subsahariana, con tassi che arrivano all’81,7% in paesi come il Niger. Il matrimonio precoce è associato a una fecondità più elevata, a interruzioni di gravidanza, a parti precoci e a minori opportunità di avanzamento economico. Compromette inoltre il potenziale educativo ed economico delle ragazze e le espone a squilibri di potere nelle relazioni intime e alla violenza da parte del partner. Chi pratica la terapia familiare attraverso la lente del benessere afrocentrato può coinvolgere le famiglie e le comunità per spostare e mettere delicatamente in discussione (come nel terzo caso, con la famiglia ugandese) norme e credenze e prevenire i matrimoni precoci. Invece di limitarsi a evidenziare il danno, come la perdita di opportunità educative, il disagio relazionale e la bassa autostima, è possibile inquadrare la prevenzione in narrazioni culturali di fede, protezione, cura e responsabilità collettiva. Collaborando con le famiglie e con le persone anziane della comunità, il personale clinico può promuovere il benessere e l’emancipazione senza svalutare i valori locali. Questo approccio può favorire l’apprendimento reciproco, la guarigione e la trasformazione delle famiglie e delle comunità.
Riteniamo che la disuguaglianza di genere e gli squilibri di potere nelle società africane richiedano un approccio culturalmente sensibile e non polarizzante. Nella maggior parte dell’Africa, le disparità di genere si manifestano in un accesso diseguale all’istruzione, al lavoro e alle cure sanitarie, mentre l’instabilità economica aggrava la tensione relazionale, la violenza domestica e la trascuratezza infantile (Karoui and Feki 2018). Pur riconoscendo che alcune norme patriarcali possono essere dannose, esse operano anche all’interno di sistemi culturali che danno struttura e significato a molte famiglie e comunità. Invece di adottare una posizione conflittuale, incoraggiamo chi pratica la terapia ad applicare l’umiltà culturale e la saggezza pratica, principi chiave dell’ACWM, per aprire il dialogo e favorire l’inclusione. Questa prospettiva del «sia/sia» rispetta verità molteplici e potrebbe evitare le conseguenze potenzialmente dannose di alienare involontariamente un genere rispetto all’altro. Affidando a chi pratica la terapia familiare il ruolo di facilitare conversazioni sicure e riflessive, questo approccio potrebbe aiutare le famiglie a trasformarsi senza spezzarsi.
La discriminazione delle MSG resta una violazione persistente dei diritti umani in molti paesi africani. Per esempio, l’omosessualità è criminalizzata in 33 paesi africani su 55 (Mugisha 2024), e questo stigma sociale continua a emarginare le persone LGBTQ+, aggravando ulteriormente le difficoltà di salute mentale e relazionale di chi appartiene a queste comunità. Gli studi mostrano che le MSG presentano tassi elevati di disagio psicologico, PTSD e depressione a causa della discriminazione e della violenza sistemiche (Müller and Daskilewicz 2018; Pulerwitz et al. 2024). In Kenya, uno studio ha rilevato che oltre la metà delle 527 persone MSG intervistate riferiva sintomi di PTSD e che il 26,1% soffriva di depressione (Harper et al. 2021). Questi dati allarmanti mostrano che lavorare con le MSG in Africa richiede un equilibrio tra coraggio, conoscenza culturale ed etica clinica. Data la discriminazione giuridica e sociale che le MSG subiscono in molti paesi africani, una difesa aperta non è sempre praticabile e, nei casi peggiori, potrebbe esporre a pesanti conseguenze legali. Tuttavia, chi pratica la terapia di coppia e familiare (CFT, secondo la sigla inglese) può creare spazi terapeutici affermativi che offrano convalida, sicurezza e sostegno alle persone MSG, applicando intenzionalmente i principi dell’ACWM, in particolare la dimensione Kujichagulia (autodeterminazione), che valorizza il nominare, il definire e il difendere la propria comunità, resistendo al tempo stesso attivamente all’oppressione. Per esempio, nel processo terapeutico è possibile mettere delicatamente in discussione le narrazioni sociali dannose nei confronti delle persone MSG, promuovere il dialogo comunitario e affermare le idee di umanità condivisa (cioè Ubuntu) e di Umoja (unità). Il ruolo della figura terapeutica come costruttrice di ponti, culturalmente radicata, diventa essenziale per trasformare lo stigma in empatia, anche in contesti fortemente conservatori e discriminatori.
In definitiva, riteniamo che questioni sistemiche come la povertà, il matrimonio infantile e la disuguaglianza di genere richiedano più della terapia: esigono un cambiamento strutturale. Chi pratica la terapia familiare è in una buona posizione per promuovere politiche eque, lavorare a fianco delle figure di riferimento delle comunità e contribuire alle iniziative di educazione pubblica. Radicata nel pensiero sistemico, la nostra formazione ci prepara a confrontarci con sistemi sociali complessi e a co-costruire soluzioni sostenibili con le comunità. Chi esercita la terapia dovrebbe quindi far leva sulla propria posizione per promuovere l’emancipazione, la parità di genere e la tutela dell’infanzia, preservando al tempo stesso i valori culturali che favoriscono la coesione e la guarigione.
Man mano che la terapia familiare prende piede in Africa, l’insegnamento e la formazione in CFT in Africa devono evolversi e radicarsi nelle realtà culturali e sociopolitiche del continente. Sebbene la nascita di programmi post-laurea in CFT, soprattutto in Kenya, sia segno di progresso, questi programmi devono preparare intenzionalmente chi si forma ad affrontare le disuguaglianze sistemiche attraverso curricula orientati alla GS. Concordiamo con Zimmerman e Haddock (2013) sul fatto che chi pratica la terapia debba essere in grado di mettere in discussione i pregiudizi radicati plasmati dal colonialismo, dal patriarcato e dall’omofobia. I programmi devono quindi valorizzare la competenza culturale, i quadri antioppressivi e paradigmi afrocentrici come l’ACWM proposto, per mettere in discussione lo status quo. La riforma dei curricula dovrebbe dare priorità alle epistemologie africane, all’apprendimento esperienziale in contesti diversi e a un confronto critico con la letteratura internazionale. Come osservano Wampler e Patterson (2020), la terapia sistemica offre strumenti per il pensiero contestuale, ma senza una formazione sintonizzata sulla cultura e sul contesto chi pratica la terapia rischia di riprodurre strutture oppressive. Gli approcci relazionali e sistemici, quando sono culturalmente radicati, sono particolarmente adatti a sostenere le famiglie africane alle prese con avversità sociopolitiche e storiche. Integrare paradigmi afrocentrici, come l’ACWM, potrebbe rafforzare ulteriormente la formazione, colmare le distanze tra generazioni e favorire la resilienza.
La ricerca è altrettanto vitale in tutti questi sforzi. Come osserva Pillay (2020), far avanzare la GS richiede la costruzione di una base di evidenze culturalmente pertinente. L’ACWM offre una base per esplorare interventi culturalmente radicati e fondati sulle risorse. Tuttavia, attualmente nessuna evidenza empirica sostiene l’utilità del modello nell’esaminare la salute mentale e relazionale e il benessere delle famiglie e delle comunità africane. Per far avanzare la scienza, chi fa ricerca in CFT in Africa deve indagare le applicazioni pratiche ed empiriche del modello, sviluppare approcci radicati nel contesto locale e documentare le pratiche tradizionali che già si occupano della salute mentale familiare.
In sintesi, il futuro della terapia familiare in Africa dipende dall’integrazione di quadri di formazione e di ricerca afrocentrici, socialmente trasformativi, culturalmente pertinenti ed empiricamente fondati, che mettano chi pratica la terapia in condizione di rispondere ai bisogni specifici delle famiglie africane.
L’ACWM proposto offre non solo un ancoraggio teorico, ma anche una guida pratica per chi pratica la terapia familiare e desidera impegnarsi in una terapia familiare socialmente giusta con persone provenienti dai diversi contesti africani. Le implicazioni che mettiamo in luce in questo articolo mostrano che una terapia culturalmente radicata non deve necessariamente essere in contrasto con la pratica moderna. La consideriamo piuttosto un «sia/sia»: quando i valori tradizionali vengono integrati con intenzionalità, creatività e spirito innovativo, chi pratica la terapia può aiutare le famiglie a riappropriarsi del proprio patrimonio, favorire la resilienza e affrontare con dignità e forza le difficoltà attuali di salute mentale e relazionale. Il compito delle figure professionali della CFT in Africa, ma in realtà di chiunque pratichi la CFT con persone di provenienze culturali diverse nel mondo, non è dunque soltanto adattare modelli eurocentrici e nordamericani, ma procedere con quadri che affermino i valori di persone assistite diverse, promuovano la guarigione sistemica e costruiscano futuri equi dall’interno. Abbracciando questa prospettiva, chi accompagna famiglie africane culturalmente diverse, in Africa e nel mondo, è nella posizione di vedere una trasformazione profonda della propria pratica.
Complexe Systémique: i punti chiave
L’interesse dell’articolo sta nello spostare la questione della giustizia sociale in terapia familiare: non si tratta più soltanto di adattare modelli euroamericani, ma di partire da un quadro nato dalle culture africane. Il modello di benessere afrocentrato di Garrett-Akinsanya offre al lavoro clinico un vocabolario di risorse piuttosto che di carenze: unità, scopo, fede, saggezza pratica, autodeterminazione. Le tre vignette poggiano su un gesto sistemico familiare: riformulare la posizione di un padre (la riluttanza come protezione di un sopravvissuto alla guerra, la paura come amore protettivo) per aprire spazio alla generazione successiva senza squalificare la tradizione. La posizione del «sia/sia» rispetto alle norme patriarcali è abile, ma lascia in ombra una domanda che la pratica sistemica non può eludere: chi decide che cosa è negoziabile. Va notato anche che il modello non ha ancora una validazione empirica, come riconosce l’équipe stessa, e che due delle tre vignette si svolgono negli Stati Uniti. L’articolo ricorda opportunamente che la cultura non è un ostacolo da aggirare, ma una risorsa da ascoltare. Da leggere insieme all’articolo sulla cultura nella consulenza centrata sulla soluzione e allo studio su una formazione in terapia familiare adattata alla Cambogia.
Note dell’originale
1 In questo articolo, il prefisso «africano» è utilizzato per indicare uno o più temi teorici astratti generalizzabili, dominanti e duraturi in tutta l’Africa. Non implica in alcun modo che l’Africa sia monolitica, ma riconosce la natura in continuo cambiamento delle tradizioni culturali. Viene usato in modo analogo a come il prefisso «occidentale» è spesso utilizzato in letteratura per riferirsi a certi temi dominanti delle culture e del pensiero occidentali. Non implica che tutte le culture, o anche tutte le tradizioni, dell’«Occidente» siano uguali, ma piuttosto che alcuni aspetti di queste tradizioni sono condivisi dalle società occidentali.
Ringraziamenti. La prima firma dell’articolo desidera esprimere gratitudine al Family Process Institute per aver sostenuto la mia partecipazione (Ronald Asiimwe) al FPI 2023 New Writers Workshop nel settembre 2023 a Evanston (Illinois). Questo workshop, condotto dalla compianta dott.ssa Evan Imber‐Black, è stato determinante nel dare forma alle idee da cui è nato questo articolo. Ringrazio in particolare la dott.ssa Imber‐Black per il suo mentoring e per le preziose riflessioni condivise durante il workshop. Desidero inoltre ringraziare le persone che firmano con me l’articolo, che hanno fatto propria questa idea e hanno messo la loro competenza al servizio del suo sviluppo. La loro collaborazione è stata essenziale per portare a compimento questo studio.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Cultural Threads: An Afrocentric Paradigm for Integrating Social Justice Principles in the Practice of Family Therapy in Africa, di Ronald Asiimwe, Doneila L. McIntosh, Rehema Gathumbi Nyambura e Rosco Kasujja, Journal of Marital and Family Therapy, vol. 52, no 1 (2026), doi: 10.1111/jmft.70091, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Cultural Threads: An Afrocentric Paradigm for Integrating Social Justice Principles in the Practice of Family Therapy in Africa», pubblicato in Journal of Marital and Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Asiimwe, R., McIntosh, D. L., Nyambura, R. G., e Kasujja, R. (2026). Cultural Threads: An Afrocentric Paradigm for Integrating Social Justice Principles in the Practice of Family Therapy in Africa. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/cultural-threads-an-afrocentric-paradigm-for-integrating-social-justice-principles (Opera originale pubblicata nel 2025 in Journal of Marital and Family Therapy, 52(1), e70091 (2026); ripubblicata nel 2026 da Journal of Marital and Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/jmft.70091)
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