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Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare

Favorire le relazioni locali che costruiscono solidarietà: pensare in modo sistemico la terapia familiare e il cambiamento climatico

Che cosa dovrebbe fare la terapia familiare dell’ecoansia e dei disastri climatici? Mark Furlong, del Bouverie Centre (La Trobe University, Melbourne), rifiuta di trattarli fin dall’inizio come una patologia individuale. Il saggio contrappone il sé autonomo della psicologia dominante al sé relazionale del pensiero sistemico e si appoggia all’epidemiologia sociale per difendere la missione tradizionale della disciplina: aiutare le persone a costruire legami affidabili ed etici.

Testo di Mark Furlong (Bouverie Centre, La Trobe University, Melbourne, Australia)Prima pubblicazione Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 22 luglio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Encouraging the Local Relationships That Build Solidarity: Thinking Systemically About Family Therapy and Climate Change, di Mark Furlong, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2025), doi: 10.1002/anzf.70005, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il vocabolario della salute mentale individuale, il più delle volte, non è il linguaggio migliore per raccontare gli alti e bassi prevedibili della vita.

Mark Furlong

Abstract

Per chi è parte della cittadinanza e per chi esercita una professione di cura, il cambiamento climatico ha implicazioni importanti. Questo contributo cerca di «percorrere l’anello» tra il personale e il professionale in una lettura sistemica del rapporto tra terapia familiare e cambiamento climatico. La riflessione parte da una domanda pratica: come dovrebbe formulare, chi esercita la clinica, le richieste di aiuto in cui un disastro ambientale immediato, o la prospettiva di un degrado progressivo, occupa un posto centrale? Riconoscendo il significato profondo del cambiamento climatico, si sviluppano tre ambiti. In primo luogo, si presentano dati su due concezioni contrapposte della salute e del benessere che appaiono immediatamente pertinenti. In secondo luogo, si confronta la concezione dominante del sé con una visione sistemica del sé. In terzo luogo, si sintetizza la ricerca condotta dall’epidemiologia sociale sull’importanza delle relazioni personali. Si sostiene che questa ricerca conferma la missione che la terapia familiare ha tradizionalmente servito: aiutare le persone per cui lavoriamo a costruire legami etici e affidabili. In conclusione, si avanza una raccomandazione affermativa: nel contesto del cambiamento climatico, il contributo specifico della disciplina alla costruzione delle relazioni rende questo servizio particolarmente importante.

Sintesi

  • Per chi è parte della cittadinanza e per chi esercita una professione di cura, il cambiamento climatico ha implicazioni importanti. Questo contributo esamina tre ambiti correlati per presentare una lettura sistemica del rapporto tra il fenomeno del cambiamento climatico e la pratica della terapia familiare.
  • Una domanda chiave è questa: come potrebbe formulare, chi esercita la clinica, le richieste di aiuto in cui un disastro ambientale immediato, o la prospettiva di un degrado progressivo, occupa un posto centrale? Un esame approfondito mostra in che modo le attribuzioni relative al cambiamento climatico costruiscono i significati particolari che le persone assistite attribuiscono ai problemi che portano.
  • Un secondo ambito pertinente per la pratica professionale considera due concezioni contrapposte della salute e del benessere. Queste due interpretazioni sono legate (i) alla concezione dominante secondo cui il sé è un’unità a sé stante e (ii) alla visione sistemica secondo cui il sé è essenzialmente relazionale.
  • Trovare un equilibrio tra questi poli opposti — tra autonomia e relazionalità — è una preoccupazione centrale per la pratica professionale. La questione è particolarmente attuale, poiché la priorità ereditata in un’ampia gamma di tradizioni terapeutiche è stata privilegiare l’autonomia e ridimensionare l’importanza dell’interdipendenza.
  • Con l’accelerare del cambiamento climatico, la missione della terapia familiare di migliorare la qualità delle interdipendenze delle persone assistite diventa sempre più urgente. La ricerca condotta dall’epidemiologia sociale sull’importanza delle relazioni personali per la salute e il benessere convalida questa missione.

1 Introduzione

L’articolo di giornale era categorico. Una «spiegazione convincente» (Dalton e O'Malley 2025, 24) della portata e della violenza degli incendi che stavano allora devastando Los Angeles si poteva trovare in uno studio accademico appena pubblicato. Lo studio era uscito su una rivista prestigiosa — Nature Reviews — appena 2 giorni prima dello scoppio degli incendi (09.01.25). Non solo avanzava una formulazione generale che dava senso alle «violente oscillazioni stagionali tra piogge catastrofiche e siccità logoranti» che si stanno vivendo in tutto il mondo, ma lo studio esaminava, in modo inquietante, uno scenario d’incendio per l’area di Los Angeles che rispecchiava con grande precisione la conflagrazione che stava effettivamente avvenendo (Swain et al. 2025).

La tesi dello studio era che il riscaldamento del pianeta stava generando una «spugna atmosferica» in espansione esponenziale, poiché un’atmosfera più calda assorbe sempre più umidità. Questo sviluppo indica un cambiamento qualitativo, in quanto fa parte di un processo di retroazione amplificante che chi firma lo studio ha chiamato «colpo di frusta idroclimatico»: un nuovo schema a distribuzione casuale, cioè, che stravolge l’omeostasi consolidata definita dalle stagioni. Nella fase successiva del ciclo, una spugna atmosferica sovraccarica scarica inaspettatamente episodi di precipitazioni superiori alla media, comprese inondazioni più frequenti. Queste precipitazioni estreme generano una crescita fuori stagione nei campi e nei boschi. Nella siccità successiva, questa massa vegetale enorme si secca rapidamente fino a diventare una polveriera densa di combustibile.

Avendo familiarità con i concetti di base — anelli di retroazione, omeostasi e morfogenesi, distribuzione non lineare —, chi pensa in modo sistemico non si lascia turbare dalla scienza del cambiamento climatico. La sfida è integrare questa comprensione nella propria epistemologia personale e nella propria pratica professionale. Consapevole che qualcuno potrebbe sostenere che queste due sfere debbano restare separate, quanto segue cerca di «percorrere l’anello» (Wender 1968, 40) tra il personale e il professionale nel contesto di un progetto attuale e complesso: qual è il rapporto tra terapia familiare e cambiamento climatico?

2 Qual è il nome giusto?

Dove potrebbero entrare in relazione la «terapia familiare» e il «cambiamento climatico»? Un punto di partenza ovvio è considerare le richieste cliniche. In primo luogo, in studio potrebbe arrivare una persona, una coppia o una famiglia in forte sofferenza che ha vissuto direttamente un disastro.

Una richiesta del genere non sorprenderebbe. Secondo una revisione sistematica pubblicata su Frontiers in psychiatry, gli eventi (ambientali) acuti possono agire attraverso meccanismi simili a quelli dello stress traumatico, conducendo a schemi psicopatologici ben noti» (Cianconi et al. 2020, 74). La stessa revisione osserva inoltre che:

Gli effetti del cambiamento climatico possono essere diretti o indiretti, a breve o a lungo termine. Inoltre, le conseguenze dell’esposizione a eventi meteorologici estremi o prolungati possono anche essere differite, comprendere disturbi come lo stress post-traumatico o persino trasmettersi alle generazioni successive (74).

La sintesi qui sopra appare autorevole. Esprimendosi in terza persona, chi firma la revisione assicura a chi legge che la risposta agli eventi acuti segue «schemi psicopatologici ben noti». Pur formulata senza ambiguità, questa affermazione è più instabile di quanto dichiari, dato che il cambiamento climatico è una variabile che sta sconvolgendo molto di ciò che si dava per scontato. Questa azione deregolatrice comprende lo scardinamento di ortodossie psichiatriche — schemi di pensiero che tendono a decontestualizzare — e lo svuotamento di senso di molti dei problemi che vengono portati in terapia.

L’esito di un evento è mediato dal suo contesto e dal significato che le persone coinvolte gli attribuiscono. Per esempio, nell’ambito dell’abuso sessuale infantile, si riconosce che il tradimento della fiducia potenzia l’impatto di un’aggressione: con un esito peggiore che se l’aggressione venisse da una persona qualsiasi, chi occupa posizioni di responsabilità ha un potere speciale di tradire la fiducia fondamentale che ha ricevuto. Se si mantiene l’attenzione all’importanza del contesto e del significato, quali implicazioni ci sono se la persona, la coppia o la famiglia in sofferenza è stata colpita, poniamo, da un incendio terribile?

Se le persone colpite comprendono questo evento come frutto del karma o del destino, come espressione della volontà di Dio o come un caso di pura sfortuna, è probabile che questo tipo di interpretazione produca un esito bio-psicologico diverso da quello che si ha se l’evento viene inteso come conseguenza, poniamo, della negligenza delle autorità locali. Ciò che porta la questione dell’interpretazione al centro dell’attenzione è che la scienza del clima collega la frequenza e la gravità di eventi tradizionalmente classificati come «catastrofi naturali» a un tipo di causalità del tutto diverso: quella antropogenica. Questa riformulazione può incidere in modo significativo sugli esiti soggettivi. Nella misura in cui è così, c’è da aspettarsi che i cosiddetti «schemi psicopatologici ben noti» citati dalla revisione sopra menzionata siano più casuali di quanto preveda l’ortodossia. I popoli delle Prime Nazioni ne sono un esempio: se la propria comunità costiera viene progressivamente sommersa, è del tutto logico attribuire questo disastro alle conseguenze ecologiche innescate dall’espropriazione coloniale (Cox 2023).

Un secondo tipo di richiesta riguarda persone che non hanno vissuto direttamente un disastro climatico, ma che soffrono per quello che percepiscono come il deterioramento dell’ambiente. Il più delle volte questo stato d’animo viene chiamato «ecoansia» (Vukičević e Liu 2024). Sulla sua descrizione il dibattito è ampio; per esempio, Kaplan (2020, 83) si chiede: «La sindrome da stress pre-traumatico legata al clima è una condizione reale?». In questo crocevia si contendono il campo numerosi termini. Young (2021), per esempio, sostiene che «disturbo climatico» sia il descrittore generale migliore; lo stesso lavoro difende inoltre la legittimità delle formulazioni centrate sull’impotenza frustrata, sulla depressione, sull’angoscia e sul lutto. Ci si potrebbe porre un’ulteriore domanda: anziché un segno di patologia, la preoccupazione per il cambiamento climatico non è forse un modo di avere un’adeguata consapevolezza? Questo stato d’animo potrebbe persino essere una risposta sana e sensata a un disastro che precipita senza controllo (Furlong 2022b).

Se si preferisce il termine «ecoansia» (Robbins e Moore 2013), negli ultimi decenni è stato pubblicato un numero crescente di studi incentrati su questa categoria di preoccupazione. Questa crescente presenza accademica rispecchia, a grandi linee, l’attenzione mediatica quasi incessante suscitata dal susseguirsi di incendi, inondazioni e siccità «senza precedenti» verificatisi nello stesso periodo. Non sorprende quindi che una parte considerevole della popolazione sia diventata (più o meno) assorbita, e (più o meno) tormentata, dallo spettro del cambiamento climatico. Questo stato d’ansia si è solo intensificato, poiché molte di queste persone, forse la maggioranza, non credono che si stiano prendendo misure significative per attenuare, e ancor meno evitare, l’imminente collasso climatico. A questo proposito, il più ampio studio scientifico del genere mai realizzato ha rilevato che l’inazione percepita dei governi era alla radice dell’«ansia climatica (che) incide sulla vita quotidiana e sul funzionamento del 45% delle bambine, dei bambini e delle persone giovani che hanno risposto all’indagine nel mondo» (Hickman et al. 2021, 863).

Molte voci della sanità pubblica sostengono che l’ecoansia sia una crisi di salute mentale. Per esempio, quasi 15 anni fa, sull’Asia-Pacific Journal of Public Health, Blashki et al. (2011) esortavano i servizi sanitari a prepararsi all’impatto che il cambiamento climatico avrà sulla cittadinanza: tanto su chi ne è direttamente colpito quanto su chi ne è a conoscenza ma, finora, non ne è direttamente toccato. Il Climate Council of Australia (2023) avanza un argomento simile, indicando che la maggioranza (80%) della popolazione australiana è colpita dal sapere che le ondate di calore sono più frequenti, il 47% dalle inondazioni, il 42% dagli incendi boschivi, il 36% dalla siccità e il 29% dalle tempeste distruttive.

La distinzione osservata sopra — che un gruppo non è stato colpito direttamente dal cambiamento climatico e l’altro sì — può sembrare comoda, ma è fenomenologicamente insostenibile. Per esempio, come chi scrive, molte persone nell’Australia continentale (e altrove) continuano a soffrire perché gli incendi del 2018/2019 nell’Area patrimonio mondiale della Tasmanian Wilderness hanno distrutto foreste primarie antiche e insostituibili. Contrariamente a quanto presuppone una comprensione ingenua, questo lutto sembra indelebile e non si è attenuato con il tempo. La notizia che una parte della popolazione di Mallacoota continua a lottare attivamente, nonostante sforzi molto intensi per ridurne la sofferenza, 5 anni dopo i devastanti incendi che hanno colpito la cittadina, testimonia questa verità inquietante (Mounsey 2025).

3 Che cos’è una risposta sistemicamente informata?

Una risposta alla crescente incidenza dell’ecoansia consisterebbe nell’offrire terapia «al dettaglio», cioè nel distribuire su larghissima scala un programma terapeutico. Prima di poter considerare questa idea, occorre affrontare una questione preliminare, di interesse centrale per chi pratica la terapia familiare: qual è lo statuto diagnostico, e quindi la «trattabilità», dell’ecoansia? Una persona che si dichiara terapeuta di orientamento sistemico e gode di notorietà internazionale offre una via d’accesso alla questione di come inquadrare al meglio il «disturbo climatico»: è una malattia, una condizione, una nevrosi o forse un semplice disadattamento?

Lo stimato formatore Dr. Michael Yapko ha condotto alcuni anni fa (13.04.16), al Bouverie Centre di Melbourne, un workshop intensivo di 1 giorno intitolato «Working systemically with individuals». Nella parte dedicata alle domande del pubblico, gli è stato chiesto come avrebbe compreso una persona che si fosse presentata nel suo studio attribuendo all’impatto del cambiamento climatico la sofferenza e la preoccupazione significative che provava. La domanda era se, secondo il Dr. Yapko, questa richiesta fosse un segno di patologia o se lo stato d’animo di questa persona fosse meglio compreso come una risposta razionale a una situazione inquietante. Senza alcuna riserva, ha risposto che lo stato d’animo di questa persona dimostrava la presenza di un problema psicologico circoscritto e trattabile.

La formulazione di Yapko è tutt’altro che universale. Anziché vedervi un segno di patologia, una visione ecologica sostiene che è angosciante essere testimoni dell’ammalarsi del pianeta. Questa prospettiva è stata esplorata in vari modi. Per esempio, il termine solastalgia è stato coniato da Glenn Albrecht, ricercatore che studia gli effetti psicosociali del degrado ambientale. La sua ricerca indica che molte persone riferiscono una perdita generalizzata di benessere associata alla consapevolezza che il proprio ambiente è danneggiato (Albrecht et al. 2007). Risultati simili sono stati riportati in molti luoghi. Se i fiumi e i laghi dei popoli indigeni — in Brasile, in Nigeria — vengono avvelenati, la popolazione locale tende a sperimentare una perdita pervasiva di vitalità e di benessere. Lo stesso vale per chi vive a Tuvalu o in un’altra isola del Pacifico destinata a essere presto sommersa. La risposta a un simile trauma può somigliare a una malattia, ma da una prospettiva ecologica è controproducente ridurre questo stato a una malattia o a un disturbo.

In fondo, questa differenza riguarda il modo in cui si concepisce il sé. Per esempio, Yapko sembra ispirarsi alla visione psicologica dominante secondo cui il sé sano è un’unità delimitata e autonoma che, se è adattata, sente di esercitare un controllo sul proprio ambiente. A differenza del «sé agentico» adattato reso popolare da Bandura (1997, 2008), un individuo giudicato non ottimale o disadattato, disturbato o compromesso può essere riprogrammato terapeuticamente per raggiungere un grado adeguato di autoefficacia. (Si può notare che l’immagine di Bandura ha avuto un’influenza prodigiosa; un indicatore indiretto della sua diffusione è che il suo testo chiave del 1997 è stato citato più di 125.000 volte).

Una visione agentica del sé può essere contrapposta a quella di chi adotta una posizione relazionale (Matthews 2006).1 Ampiamente condivisa dal femminismo, dall’antropologia, dalla teoria critica, dalla teoria dei sistemi e da chi possiede una comprensione popolare di buon senso, questa prospettiva è riassunta dal passo seguente:

… la persona non dovrebbe essere intesa come un’entità separata e atomizzata, anche se lei può fare esperienza del mondo in questo modo, ma come parte dei processi sociali che costituiscono la società. Nella sua formulazione più celebre di questa posizione, Marx scrive che l’essenza umana «non è un’astrazione immanente al singolo individuo, (ma) nella sua realtà … è l’insieme dei rapporti sociali» (Leonard 1984, 23)

È quest’ultima premessa — che il sé sia un «insieme di rapporti sociali» — a orientare quanto segue. Forse l’idea chiave contenuta in questa premessa è che gli esseri umani sono interdipendenti piuttosto che indipendenti. Gli approcci sistemici sostengono con forza questa visione:

Più un sistema sviluppa la propria complessità, più può sviluppare la propria autonomia e moltiplicare le proprie dipendenze. Costruiamo la nostra autonomia psicologica, individuale e personale attraverso le dipendenze che subiamo. (Morin, citato in DiNicola 1997, 200)

Per quanto inizialmente controintuitiva, una prospettiva sistemica ha implicazioni progressiste a più livelli. Questo ambito comprende il modo in cui si può intendere il «benessere».

4 Che cosa significa stare bene?

Anziché come semplice assenza di patologia, nel settore sanitario e sociale la concezione ereditata della salute si basa sulla valutazione professionale de «l’individuo» rispetto a un certo criterio o a questo o quel paniere di indicatori. Per esempio, la formulazione psicologica standard pone l’accento su criteri come un locus of control interno, l’autoregolazione emotiva e così via. Questo approccio è ben sintetizzato nel costrutto del «sé agentico» citato in precedenza (Bandura 1997, 2008).

Ispirate a tradizioni teoriche particolari, costruzioni diverse della salute poggiano sulla stessa premessa: che l’individuo sia, o non sia, idoneo allo scopo rispetto ai criteri privilegiati dalla scuola di appartenenza. Per esempio, gli approcci psicoanalitici si propongono di aiutare le persone in analisi a «raggiungere l’ambivalenza», le terapie centrate sulle emozioni cercano di aiutare le persone assistite a essere emotivamente nel flusso e la pratica reichiana prende di mira le rigidità muscolari problematiche. Ancora meno empirico è il costrutto di «autorealizzazione». Ai fini del presente lavoro, si menziona questa icona autarchica perché liquida categoricamente l’importanza della connessione, come quella del cibo e del riparo, come un «bisogno da carenza» (Maslow 1954).

Un unico criterio tende ad attraversare le concezioni della salute diffuse tanto nei media tecnici quanto in quelli divulgativi: nei tempi difficili, gli individui devono essere resilienti. Secondo questa visione è essenziale sapersi riprendere, essere tenaci e rifiutare lo scoraggiamento. L’idea viene riciclata nei pareri esperti, nelle testimonianze personali e nelle campagne di sanità pubblica: secondo il Victorian suicide prevention framework 2016–2025, l’obiettivo chiave è «costruire la resilienza» Victorian Government (n.d.). Rose e Lentzos (2017) vanno oltre. Sostengono che la resilienza è diventata una specificazione chiave della persona e un imperativo morale coercitivo al servizio della governamentalità. Emergono anche altre voci critiche. Per esempio, in The Resilience Myth, Chemaly (2024) smonta il luogo comune machista secondo cui la «grinta» individuale è tutto ciò che serve. Senza il minimo imbarazzo, sembra che la valorizzazione della resilienza non faccia che rietichettare e poi riciclare l’ideale del «carattere» così popolare nei racconti di Rudyard Kipling sull’eroismo maschile dell’epoca vittoriana.

Una comprensione sistemica adotta un approccio diverso. Per esempio, Bruce Daisley (https://www.makeworkbetter.info/p/quick-fix-wellness-courses-dont-work), ex vicepresidente di Twitter, ha contestato la premessa secondo cui la resilienza è un attributo che gli individui possiedono o non possiedono:

La vera resilienza risiede in un sentimento di unione, nel sentire che formiamo un tutt’uno con chi ci circonda in un’impresa condivisa (1).

Prima di considerare questa idea in relazione alla sua pertinenza per la pratica della terapia familiare, è logico tentare di presentare uno schizzo, un’intuizione, del significato del cambiamento climatico. Più precisamente, se al cambiamento climatico si sostituisce il termine «collasso climatico», che cosa è in gioco?

5 Inquadrare un tema senza confini: il significato del cambiamento climatico

Per millenni è esistita un’omeostasi tra:

  • le regolarità climatiche (andamento delle precipitazioni, variazioni di temperatura, ecc.) e
  • gli eventi climatici irregolari avversi (siccità, tempeste, inondazioni, ecc.).

In linea generale, all’interno di questa omeostasi le deviazioni dallo schema si sono prodotte con una frequenza e un’intensità accettabili. Insieme ad altre forme di vita, gli esseri umani hanno naturalizzato questo schema come base di nicchie vitali sostenibili e favorevoli. Negli ultimi decenni l’omeostasi ereditata ha subito un’alterazione crescente. Questa alterazione si manifesta nella perdita di regolarità ed è evidente anche nell’aumento della frequenza e dell’intensità di ciascuna categoria di evento climatico avverso: caldo, allagamenti, incendi, inondazioni, tempeste e siccità. La natura, a quanto pare, non è più «normale».2

I fenomeni dinamici come il cambiamento climatico non producono conseguenze lineari: poiché lo schema si sta perdendo, poiché il clima diventa più «entropico», è sempre meno possibile prevedere con precisione quale sarà l’impatto del cambiamento climatico in luoghi particolari e in momenti specifici. Tenendo conto di questo fatto, e riconoscendo anche che il cambiamento climatico non ha confini temporali né geografici, la traiettoria che finirà per delinearsi è, in larga misura, incerta. Si possono tuttavia formulare generalizzazioni probabilistiche: tendenze.

Una tendenza chiave riguarda la presenza crescente di «eventi senza precedenti». Per esempio, la comunità scientifica ha registrato un aumento prodigioso della temperatura media dell’oceano nel Circolo polare artico. Allo stesso modo, come è stato riportato spesso, in molti luoghi, per esempio in Australia e altrove, sono state registrate temperature atmosferiche medie mai viste prima. Questi risultati particolari non vanno considerati eventi «senza precedenti» isolati poiché, per ciascuna dimensione dell’espressione climatica — caldo, inondazioni, tempeste, siccità e incendi —, si sta documentando uno schema di rilevazioni «fuori scala».

C’è chi sostiene che uno schema di attività che supera costantemente la variazione normale non possa conciliarsi con l’immagine benevola evocata dall’espressione «cambiamento climatico». Consapevoli che l’espressione «cambiamento climatico» potrebbe essere eufemistica, persino controproducente, alcune voci propongono che i termini «perturbazione climatica» o addirittura «collasso climatico» descrivano più fedelmente ciò che è in corso, poiché colgono con maggiore precisione la disregolazione che si vive sempre di più. Un simile livello di perturbazione è difficile da concepire. In parte, ciò dipende dal fatto che il costrutto «collasso climatico» appartiene a una classe di fenomeni che Timothy Morton, in ambito filosofico, ha chiamato iperoggetti (Morton 2013). Questi fenomeni sono così massicciamente distribuiti, così potenti e totalizzanti nella loro complessità da sfidare la comprensione. Perché?

La socializzazione ci ha insegnato a presumere che oggetti ed eventi siano collocati nel tempo e nello spazio. Gli iperoggetti, in questo caso il collasso climatico, trascendono la localizzazione e la fissità temporale. Questa aspecificità sfida il senso comune. Ad aggravare la difficoltà intellettuale c’è il fatto che il collasso climatico comporta la perdita di uno schema radicato. In termini climatici, quello schema implicava storicamente uno stato stazionario: una qualità di omeostasi tra caratteristiche regolari (l’andamento delle stagioni) e una distribuzione attesa di eventi irregolari (siccità, tempeste) che si verificavano con una frequenza e un’intensità attese e accettabili. Questo stato era ritenuto permanente ed è stato naturalizzato come nostro quadro di riferimento.

La struttura ereditata, il nostro habitat di nicchia, è stata perturbata da apporti antropocentrici negli ultimi 200 anni. La conseguente perdita di schema — chiamata «entropia» nel vocabolario della teoria dei sistemi — si osserva in gradi di disorganizzazione a cascata, in cui la nuova normalità è l’irregolarità. Gli eventi che capitavano una volta ogni 100 anni si addensano, le siccità sfidano le medie stagionali, le condizioni di nubi pirocumulonembi propagano gli incendi.

Lenton et al. (2022, 2025) sostengono che il cambiamento climatico perturberà molte delle «nicchie» che sono state gli habitat, gli spazi di vita sostenibili, in cui le popolazioni umane hanno storicamente vissuto. Questa ricerca ha concluso che il cambiamento climatico:

ha già posto ~9% della popolazione (> 600 milioni di persone) al di fuori di questa nicchia. Entro la fine del secolo (2080–2100), le politiche attuali, che portano a un riscaldamento globale di circa 2,7 °C, potrebbero lasciare un terzo (22%–39%) della popolazione al di fuori della nicchia (1238).

Se si tiene presente quanto detto — se il significato del cambiamento climatico o del collasso climatico costituisce il contesto —, la totalità con cui ci si confronta è profondamente incompatibile con il mondo dato per scontato così a lungo. Questa differenza stridente non produrrà «schemi psicopatologici ben noti» (Cianconi et al. 2020, 74). Trovarsi «fuori dalla nicchia» è motivo di preoccupazione, qualunque sia il problema portato.

6 Risultati dell’epidemiologia sociale e dei determinanti sociali della salute

Che chi pratica la terapia familiare condivida o meno l’idea che gli esseri umani siano «insiemi di rapporti sociali», i risultati dell’epidemiologia sociale e degli studi sui determinanti sociali della salute trasmettono lo stesso messaggio: nella misura in cui la terapia familiare si occupa di costruire la base relazionale delle persone assistite, dovrebbe continuare a fare ciò che fa. Più che un commento o una conclusione consolatori, esiste un solido argomento empirico, in rapida crescita, a sostegno di questa affermazione.

Per esempio, l’epidemiologia sociale ha rilevato che l’incidenza di malattie come le patologie cardiovascolari, la demenza, l’ictus e il cancro diminuisce quando la cittadinanza può contare su una solida base relazionale. Nei periodi favorevoli una base relazionale forte tende a tenere lontana la malattia e, se la malattia insorge, un patrimonio di relazioni affidabili ne attenua l’impatto, favorendo al tempo stesso la guarigione (Berkman et al. 2014). Gli studi sugli esiti per chi è privo di un’appartenenza sicura rafforzano questo punto: «… la solitudine (figura) nell’elenco dei fattori di rischio per la cattiva salute e la morte prematura, accanto al fumo, all’obesità e alla mancanza di esercizio fisico» (Cacioppo e Patrick 2008, 108).

Al di là delle preoccupazioni mediche immediate, le relazioni sicure sostengono gli esseri umani nelle circostanze avverse. Che legami di attaccamento non provvisori e non condizionati abbiano questa capacità è convalidato empiricamente dallo studio multigenerazionale Harvard Study of Adult Development. Questo progetto longitudinale unico conclude che le relazioni positive contano per la salute e la felicità più dei geni, del QI, della situazione economica e dello status sociale di una persona (Waldinger e Schulz 2023). La rispettabilità scientifica di queste affermazioni (e di altre affini) ha assunto una veste ancora più ufficiale quando l’ufficio del Surgeon General degli Stati Uniti ha recentemente pubblicato un parere di 70 pagine sull’importanza della connessione sociale (Murthy 2023).

Un insieme di dati facilmente disponibili è coerente con questa sintesi. Ai fini del presente lavoro, le relazioni hanno più valore quando sono sicure ed etiche. Che ci si trovi o no in prossimità di un disastro climatico, si raccomanda una pratica che metta in atto la tesi secondo cui il benessere umano progredisce nella misura in cui le relazioni personali sono eque e stabili.

A questo scopo, si impone un’ipotesi: è possibile riformulare la salute e il benessere in termini sistemici? Per esempio, anziché privilegiare una visione ristretta della «salute mentale privata», un’alternativa sarebbe inquadrare la questione in termini, poniamo, di responsabilità etica e di qualità delle interdipendenze della persona. Allo stesso modo, si potrebbero considerare cornici come il «benessere interpersonale», «l’etica della vita relazionale» o «un equilibrio dinamico tra autonomia e orientamento verso l’altro». La premessa di questa ipotesi è che il vocabolario della salute mentale individuale, il più delle volte, non è il linguaggio migliore per raccontare gli alti e bassi prevedibili della vita.

L’argomentazione è la seguente:

  • in molte situazioni, la «salute mentale» è una cornice problematica, perché privatizza, anziché contestualizzare, il campo dell’attenzione;
  • ciò che si intende per salute mentale di una persona è spesso un epifenomeno, una costruzione fuorviante, che manca il punto;
  • il punto è che il pensiero femminista, quello transculturale e la teoria critica concordano tutti sulla necessità di un equilibrio tra il sé relazionale e il sé autonomo, anche se la nostra ideologia attuale fa de «l’individuo» un feticcio;
  • concentrarsi eccessivamente su «l’io»/«la mia salute mentale» può essere una priorità illusoria che, alla lunga, può rivelarsi controproducente. Per esempio, prescrivere più «cura di sé» può essere come cercare di asciugarsi con un asciugamano bagnato.

Un inquadramento più sistemico-relazionale della salute e del benessere ha particolarmente senso in un contesto di degrado climatico. Un inquadramento di questo tipo può sostenere lo sviluppo della solidarietà e del cameratismo di cui ci sarà bisogno in questo contesto. In una certa misura, simili formulazioni offrono anche un contrappunto a immagini sempre più militaristiche della salute e del benessere individuali (Furlong 2017). Queste immagini — affermati, prendi il comando, se non vinci sei un perdente — richiamano in modo struggente la frase attribuita a Jiddu Krishnamurti: «non è segno di salute essere ben adattati a una società profondamente malata».

7 Coda: guardare in faccia il cambiamento climatico

Nella sezione «Business» dello stesso quotidiano citato nel primo paragrafo di questo contributo è stato pubblicato un articolo intitolato «Under GOP pressure, Blackrock quits climate group amid Wall St exodus» (Brush e Kishan 2025). L’articolo descrive gli sforzi energici compiuti da organismi repubblicani e vicini al Partito repubblicano per costringere le istituzioni d’investimento a ritirarsi dagli impegni assunti con l’iniziativa Net-Zero Asset Managers (NZAMi). Il punto centrale del pezzo era la notizia che un’alleanza pionieristica di 325 società di gestione patrimoniale era sempre più in crisi. Secondo l’articolo, anche un’organizzazione parallela — la Net Zero Banking Alliance, un gruppo di cui facevano parte Goldman Sachs e JPMorgan Chase — era sotto attacco e aveva subito «un esodo di massa dei membri statunitensi».

In origine, gli enti aderenti a questi due gruppi si erano impegnati a «imporre obiettivi ESG (ambiente, sostenibilità e governance)» alle aziende con cui facevano affari. Secondo l’articolo, questa alleanza si sta ora sgretolando sotto la pressione di una campagna condotta da esponenti politici e legislativi statunitensi, per esempio Ken Paxton, alla guida della procura generale del Texas. Il fronte avverso accusava la coalizione pro-clima di frenare la produzione di carbone, di adottare condotte collusive e di avere un impianto essenzialmente anticoncorrenziale. Dietro queste accuse c’era una posizione più di fondo: l’affermazione che l’ansia per il collasso climatico non sia altro che isteria woke, dato che le tesi della scienza del clima sarebbero una bufala. Secondo l’articolo, in origine la NZAMi contava sulla firma di aziende che gestiscono un volume di fondi potenzialmente decisivo: circa 50.000 miliardi di dollari. Ora sembra che la presa del fronte pro-clima sulle organizzazioni che controllano questi fondi si stia allentando a causa dell’efficacia della campagna contro l’azione climatica.

È una cattiva notizia. Anche senza aver seguito la NZAMi o la più ampia mobilitazione intorno ai criteri ESG, la defezione di società di gestione chiave rappresenta una brutta svolta, dato che non esiste un pianeta B. Ciò che appena un anno o due fa sembrava molto promettente — che una leva potente potesse ancora sorreggere un muro che crolla — è stato assalito da un antagonista implacabile. Nella misura in cui ciò è vero, chi ha sostenuto l’azione per il clima da parte dei grandi poteri economici e vi ha riposto le proprie speranze ha subito un duro colpo. Questa situazione inquietante chiama ciascuno di noi a dare il meglio, con coraggio e con una speranza ponderata (Wiseman 2021), sapendo che pensare al cambiamento climatico suscita inevitabilmente un pericolo psichico. Questo stato d’animo viene evocato in modo stridente quando si incontra la contraddizione che emerge considerando i due articoli di giornale citati: il primo dice a chi legge che il cambiamento climatico sta producendo inevitabilmente tragedie sempre più frequenti, il secondo che oggi è meno probabile di un anno fa che riusciamo a rallentare, e ancor meno a invertire, il degrado del clima. Per chi è parte della cittadinanza e per chi esercita una professione di cura, questa situazione è difficile da sopportare, ma è necessario affrontarla (Matthews 2006).

Complexe Systémique: punti chiave

Il merito del saggio è porre una domanda che la clinica evita volentieri: che cosa diventa il problema portato quando il suo contesto è un clima che si sregola? Anziché classificare l’ecoansia tra i disturbi, ricorda un principio sistemico di base: il significato che una famiglia dà a un disastro, destino o negligenza umana, ne plasma gli effetti. La critica del sé «agentico» e della resilienza individuale coglie nel segno: prescrivere più «cura di sé» a persone che attraversano una perdita collettiva è, secondo l’immagine dell’articolo, come cercare di asciugarsi con un asciugamano bagnato. La risposta proposta è insieme modesta ed esigente: continuare a fare ciò che la terapia familiare sa fare, rafforzare relazioni sicure, eque e locali, che l’epidemiologia sociale collega alla salute. Si tratta di un saggio, senza vignetta clinica né dati propri, e la sua ultima sezione, sulla finanza climatica, appartiene più all’impegno civico che al lavoro clinico. Offre tuttavia una cornice per accogliere il disagio climatico senza psichiatrizzarlo. Da leggere insieme a l’intervista a Cynthia Hansen sulla ripresa dopo i disastri e l’articolo su Gregory Bateson, per il quale la mente era già ecologica.

Note dell’originale

1 The ecological self di Freya Mathews (Matthews 2006) è forse il testo chiave che esamina questo tema.

2 La descrizione del cambiamento climatico presentata in questo contributo si basa sulla ricerca che chi scrive ha condotto per un progetto sul rapporto tra condizione di senza dimora e cambiamento climatico. Si veda The Council to Homeless Persons (2024). A sua volta, questo progetto si è ispirato a Furlong (2022a).

Ringraziamenti. Pubblicazione ad accesso aperto resa possibile dalla La Trobe University, nell’ambito dell’accordo tra Wiley e La Trobe University tramite il Council of Australian University Librarians.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Encouraging the Local Relationships That Build Solidarity: Thinking Systemically About Family Therapy and Climate Change, di Mark Furlong, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 46, no 3 (2025), doi: 10.1002/anzf.70005, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Encouraging the Local Relationships That Build Solidarity: Thinking Systemically About Family Therapy and Climate Change», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2025) con licenza CC BY 4.0. Traduzione di Complexe Systémique realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Furlong, M. (2025). Encouraging the Local Relationships That Build Solidarity: Thinking Systemically About Family Therapy and Climate Change. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/encouraging-the-local-relationships-that-build-solidarity-thinking-systemically-about-family-therapy (Opera originale pubblicata nel 2025 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 46(3), e70005 (2025); ripubblicata nel 2025 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.70005)

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