Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Psicoterapia

Intorno alla questione dei sentimenti del terapeuta sistemico

I sentimenti di chi fa terapia sono importanti tanto per il buon andamento dei casi quanto per la salute professionale di chi la esercita. Le terapie sono state descritte in modi diversi: come risoluzione di problemi, come sviluppo umano, come strategie, come strutture, ecc. Questo scritto propone una lettura complementare a tutte le altre: la mappatura dei sentimenti del terapeuta, nel loro riferimento a molteplici contesti. La proposta si fonda su questo: chi fa terapia è la risorsa più a portata di mano da modificare, in modo tale che questa modifica aiuti a cambiare il sistema terapeutico. I sentimenti del terapeuta, visti come patterns o ologrammi, potrebbero servire da passi nella co-costruzione di ecologie alternative.

Autore Lino Guevara, psichiatra, già direttore del Centro de Terapia Familiar di NeuquénPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 17, luglio-agosto 1991Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Fare terapia è una cosa troppo seria per non prenderla con umorismo.»

Lino Guevara

Introduzione

A mo’ di introduzione, proporrò un avvicinamento al tema dei sentimenti e riferirò alcuni esempi che possono emergere nei diversi ambiti di appartenenza di chi fa terapia.

Per utilizzare in modo operativo il senso più ampio del termine «sentimenti», e ai fini di questa conversazione, vi propongo la seguente definizione:

«i sentimenti sono ciò che tutti noi intendiamo con questa parola». Accontentiamoci, per ora, di questa tautologia. Da molto tempo la sistemica si è allontanata da queste zone di ambiguità, avvicinandosi di più alla matematica e affidandosi di più all’osservabile, ai comportamenti. Ha fatto bene. In parte perché doveva servirsi di linguaggi formalizzabili, secondo la tradizione scientifica.

Devo dire però che ricordo una conversazione con il dottor Hugo Cowes, semiologo, in cui parlavamo di scienze dure e scienze molli, e della fisica delle relazioni, e all’improvviso mi disse: «l’unica disciplina che parla della realtà è la poesia». Me ne ricordo adesso perché credo anch’io, come tutti, che i sentimenti siano realtà molto importanti.

Sono d’accordo con il mio amico: parlare dei sentimenti appartiene al dominio della poesia, che del resto se ne occupa molto bene. Pensiamo al nostro Pablo Neruda.

Ma poiché i sentimenti sono una cosa seria, bisogna parlarne, anche se dobbiamo attraversare zone imprecise. Imprecisa è la nozione a essi collegata, la nozione di «anima». Per dire anima, i guaraní dicevano «sole del petto», e per dire amico dicevano «il mio altro cuore». Ed è da quelle parti che si aggirano i sentimenti: nel cuore dei sistemi terapeutici; nella «buona» o nella «cattiva» disposizione delle persone che consultano, e nelle risonanze delle persone consultate. Il termine «joining» rimanda ai sentimenti. Come quando si dice che l’adeguata calibratura della relazione terapeutica è il prerequisito di un intervento ben riuscito. Ma un buon «joining» contribuisce anche alla salute professionale di chi fa terapia. È noto che fare terapia implica un lavoro complesso di gestione delle proprie emozioni al servizio della terapia, dell’équipe e della propria crescita personale. È un lavoro complesso, e lo è in parte perché la questione dei sentimenti è stata trattata come una «scatola nera» nella teoria sistemica. Riprendiamo ancora una volta, ora, il compito di formalizzare valori emotivi. Cominciamo a dar loro delle parole.

Quando, venendo dalla psicoanalisi, non sapevamo nominare le relazioni interpersonali, eravamo soliti fare con la mano un gesto che le rappresentava. Quel gesto è caduto in disuso, forse perché abbiamo imparato a nominare l’interazione. Abbiamo creato le parole necessarie. Ora dobbiamo imparare a nominare i sentimenti. E intanto usiamo dei gesti (ricordo Carmine Saccu, in un seminario, che chiedeva a un terapeuta come si fosse sentito durante il colloquio, e lo faceva muovendo la mano all’altezza dell’epigastrio), anche se i sentimenti possono aggirarsi anche più in alto o più in basso.

In questa relazione parlerò dei sentimenti del terapeuta sistemico raccontando alcuni fatti e alcuni sentimenti così come chi fa terapia potrebbe percepirli nel proprio lavoro. Lo farò a volte sotto forma di riflessioni sulla mia esperienza personale, e con curiosità per le vostre esperienze. Commenterò aspetti della professione, delle terapie, delle équipe e delle istituzioni come fonti di sentimenti per chi fa terapia.

La professione

È una professione affascinante. Può anche essere angosciante. Spesso camminiamo sulle sabbie mobili. Richiede inoltre una certa capacità di sacrificio, se si nutre interesse per i contesti della scoperta. Può capitare di trovarsi controcorrente rispetto a qualche istituzione, in percorsi quasi controculturali. Quando si «sceglie la professione psi», si crede che prima si acquisirà una conoscenza e poi, semplicemente, la si applicherà. Al momento di ricevere il diploma, con un certo sgomento, si sospetta che ci si laureerà senza possedere una conoscenza compiuta. Allo sgomento segue allora il panico. Bisogna già lavorare per mantenersi. Si sente di non avere la minima idea di come si eserciti questa professione, ed è già tardi: si è caduti nella trappola, bisogna cominciare a costruire quasi da zero la conoscenza necessaria al proprio lavoro concreto, e intanto lavorare, ricevendo esseri umani! Si ha appena la consolazione di qualche amuleto, come le classificazioni delle malattie (ricordo chiaramente come spiegavo ai miei primi pazienti la struttura dell’apparato psichico). Ma la sfida finisce per essere seducente, e allora sì che si resta «intrappolati senza via d’uscita», anche se la presunta patologia che avrebbe portato a scegliere questa strada è ormai risolta. E restiamo innamorati dei misteri, con quella «vocazione a far venir meno le apparenze», come dice Lacan. Dunque questa professione consiste nel lavorare «da psi»! Ora, le istituzioni pagano per lo svolgimento di compiti da esse stabiliti e richiedono un profilo professionale adatto a questo scopo. Ciò si avvicinerà o meno all’ideale che ciascuno ha della propria professione. La popolazione che consulta, dal canto suo, fa finta di adattarsi ai setting istituzionali, ma si porta appresso tutto il proprio sistema di credenze, più o meno dissimulato, e configura a sua volta un certo profilo della domanda. In mezzo al sandwich, chi esercita la professione cerca di aggrapparsi alla propria fonte di lavoro, cerca di rispondere alla richiesta dell’istituzione e alla domanda delle persone e, come se tutto ciò non bastasse, signore e signori, deve ascoltare il richiamo della giungla delle proprie teorie, tecniche e credenze. Sicché, a prima vista, il sentire di chi fa terapia ha a che vedere con il grado di coerenza che riesce a ottenere, a seconda che armonizzi meglio o peggio tutte queste domande. A volte a meraviglia, a volte con giochi di destrezza: bisogna destreggiarsi con i miti sull’ammalarsi e sul guarire, con la comunità scientifica, con la propria famiglia, ecc. Così, ciò che si esercita, in questo ruolo eroico di terapeuta, è l’apprendimento della propria professione.

Nel mio caso particolare, dopo alcuni anni di peripezie, tra il fare comunità terapeutica e il sopravvivere ai governi militari degli anni Sessanta, approdai a Neuquén nel 1972. Tra conquista del West ed esilio precoce. Il congresso del 1970 aveva legittimato per me la pratica della terapia familiare che portavamo avanti di nascosto dalle cattedre universitarie, e organizzai il mio autoapprendimento, così come continuo a fare oggi. Utilizzo il procedimento di rivedere, alla fine di ogni anno, tutta la casistica seguita. La valutazione delle terapie mi permette di scoprire quale tipo di schema o di modello ho usato nell’anno precedente. Individuo gli errori e costruisco correzioni; ottengo anche alcune quantificazioni. Per esempio, prendendo gli ultimi dieci anni (dal 1980 al 1990), osservo di aver indicato ogni anno un 60% tra terapia familiare e di coppia e un 30% di terapia individuale, sempre con un modello sistemico. Il restante 10% si suddivide tra interventi presso istituzioni, perizie in ambito lavorativo, ecc. Così, in questi ultimi vent’anni o quasi, ho lavorato scegliendo come asse principale quel modello in costruzione permanente che andava emergendo dalle valutazioni retrospettive; in altre parole, ho cercato di costruire un’epistemologia il più indipendente possibile, la stessa per tutti i casi, ovunque ricevessi e qualunque fosse la remunerazione. Ho imposto questa condizione nelle occasioni in cui ho lavorato in istituzioni pubbliche (cosa che è stata possibile in una città di dimensioni limitate e dell’interno del paese). Ho cioè privilegiato l’aspetto di ricerca clinica del lavoro.

Usare un modello in costruzione permanente dà la soddisfazione della libertà, ma anche una certa attesa, il piacere della scoperta, l’orrore dell’errore, la passione del conoscere. Dico appunto: sentimenti. Qualunque sia il modo in cui lavorate, quel modo vi suscita sentimenti diversi. A onor del vero, si impara dal proprio lavoro e dal lavoro di colleghe e colleghi, che a loro volta imparano e si mostrano generosi. Ho avuto la fortuna di imparare molte cose da molte persone; l’esperienza di apprendimento più importante è stata l’associazione con il dottor Escot, che oggi vive in Francia.

Per quindici anni siamo stati l’uno supervisore dell’altro; coterapeuti e confidenti. Attualmente condivido il lavoro con la mia compagna Mary Raña, e anche con Elsa Peralta, Alicia Stuller, Pablo Idiazábal e María Virginia Aguirre (di Córdoba). Le idee felici nascono dal lavoro condiviso. Condividiamo anche tanti affetti. Parlo di sentimenti, e di apprendimento. Mi fa piacere pensare al «ricircolo» di sentimenti e idee, alla maniera di Boscolo e Cecchin nel loro lavoro di formazione.

Casi e cose

Ogni vita umana, a guardarla bene, ha molto della tragedia. Se, davanti al caso che ci consulta, non abbiamo vissuto la dimensione di dramma di quella vita, vuol dire che non siamo ancora entrati in contatto. Dobbiamo anche viverne la dimensione di tenerezza, o il fatto che sia una commedia degli equivoci. Ma al di là del ridicolo, dell’assurdo o del sublime, ogni ora partecipiamo a un dramma profondo, diverso, originale. Per questo fare terapia è una cosa troppo seria per non prenderla con umorismo. Credo che sia per questo che in terapia serve l’umorismo: non come catarsi, alla maniera della sala operatoria, non come dissimulazione, ma l’umorismo come forma di conoscenza, come belvedere epistemologico. Il fatto è che abbiamo l’abitudine di occuparci dei temi esterni: l’amore, la morte, la follia. Nel nostro lavoro è frequente che ci sia una certa tensione.

Come impegnarci emotivamente senza perdere l’autonomia di giudizio? Nella tensione-transazione della consultazione, le persone che consultano e quelle che sono consultate cercano l’equilibrio tra essere e appartenere, in ogni ineffabile momento che è loro dato.

Non succede soltanto che chi fa terapia contamini i casi con la propria storia: anche i casi possono contaminarne la persona. Le caratteristiche dei casi possono generare nella persona terapeuta sentimenti di inferiorità, di superiorità, di confusione o altre distorsioni. In particolare, certi isomorfismi tra alcuni tratti parziali di ciascun caso e gli aspetti corrispondenti di questioni molto rilevanti per la sua esistenza producono in chi fa terapia fascinazioni, distorsioni ed echi. Come si suol dire, si può rimanere «incollati» o «carichi».

Mi ha colpito una certa ansia di allontanarsi dallo studio alla fine della giornata. La fretta con cui a volte noi terapeuti scappiamo via dall’istituzione dopo l’ultimo colloquio del giorno (la cartella clinica dell’ultimo colloquio resta da scrivere). A volte la fretta non serve a molto perché, una volta in strada, abbiamo di nuovo dimenticato dove abbiamo lasciato l’auto. E bisogna allora fare quelle passeggiate dissimulate, come se si guardassero le vetrine, perché il signore dell’edicola non commenti: «Dottore! Si è di nuovo dimenticato dove ha lasciato la macchina? Ma che cosa avranno in testa questi psicologi?»

Per quanto lungo sia il tragitto verso casa, è possibile che ci portiamo dietro i problemi del lavoro. E possono esserci echi domestici, una contaminazione delle nostre relazioni familiari con i residui dei casi. Non sempre si riescono a lasciare i problemi del lavoro sul lavoro. È possibile che le nostre famiglie ricevano richieste esasperate o altre proiezioni. In vari modi, il nostro può essere un lavoro insalubre. Mary Raña mi diceva, in una pausa del lavoro: «Fino a che punto devo sopportare gli sgarbi di questo paziente maleducato?» E pensavamo alla vulnerabilità di chi fa terapia. A volte bisogna porre dei limiti per difendersi. Al contrario, in altri casi, può essere necessario un ampliamento dei sentimenti di chi fa terapia per poter trattare, per esempio, con famiglie che comprendono membri abusanti e membri abusati. E bisogna allenarsi per superare i pregiudizi razziali o di genere. Come indurre le persone a cambiare, rispettandole?

Nei casi opposti, quando la relazione con le persone che consultano è preziosa e per di più gratificante, al momento di concludere il trattamento dobbiamo affrontare la perdita: dobbiamo separarci. Separarsi costa.

Il primo obiettivo del colloquio familiare (diceva Minuchin agli albori della terapia familiare), il primo obiettivo è che la famiglia torni al colloquio successivo. Oggi direi che il secondo obiettivo è far sì che chi fa terapia accetti che la famiglia non torni più, una volta risolto il problema concordato all’inizio.

Ci sono anche perdite, anche separazioni, da colleghe e colleghi, da chi si forma con noi, ecc. Non ci si può coinvolgere e disimpegnare come ci si cambia d’abito.

Può accadere allora che la persona del terapeuta sia limitata, repressa nel proprio lavoro. E può accadere che il lavoro terapeutico sia troppo presente nella sua vita.

Da ricordare

Non è solo la storia di chi fa terapia a contaminare i casi: anche i casi contaminano chi fa terapia. Gli isomorfismi tra un tratto del caso e una questione viva della propria esistenza producono fascinazioni, distorsioni ed echi, e non esiste una camera di compensazione che permetta di coinvolgersi e poi disimpegnarsi come ci si cambia d’abito.

L’équipe

L’équipe offre visioni binoculari che a volte compensano queste distorsioni individuali ma, come è stato segnalato in altri interventi, anche l’équipe, in quanto insieme, può restare intrappolata in modi riconoscibili.

L’équipe fa ricircolare i sentimenti. Per ottenere un buon clima di lavoro, è possibile che l’équipe abbia bisogno di una fase sociale prima di iniziare il pre-colloquio, come riscaldamento per l’affiatamento. In questi primi momenti ciascun membro racconta in modo più o meno informale come va la giornata: come stanno i suoi familiari, le sue paure, i suoi desideri e le sue realizzazioni. Questo aggiornamento permette all’équipe di abilitare e integrare i suoi membri. Poi, uscendo dal colloquio per i dialoghi di supervisione, un’informazione preziosa per cominciare a pensare è: «Come ti senti?» Il che equivale a dire: come confluiscono le influenze della famiglia e il tipo di echi che risvegliano in te? Come ci si sente da una parte e dall’altra dello specchio? (anche se si dice «ho osservato», «penso», è «ho sentito», «sento»). Alla fine di un dialogo di supervisione, un indicatore del fatto che l’équipe ha trovato formulazioni soddisfacenti è che chi conduce il colloquio abbia perso l’impulso di tornare in fretta nella stanza, dalla famiglia. Bisogna essere convinti delle formulazioni costruite perché l’intervento sia convincente e si resti in pace dopo che la famiglia se n’è andata.

Le teorie

Molto brevemente: si può usare un modello sistemico «alla Haley» e preoccuparsi non dei propri sentimenti, ma delle strategie adeguate alla risoluzione del problema. Se diamo valore al lavoro «alla Erickson», considereremo minuziosamente i sentimenti delle persone che consultano, e non i nostri. Eppure i sentimenti del terapeuta esistono (guardate, per esempio, Michelle Ritterman). Con Mony Elkaïm incorporeremo la nozione di «risonanze». Il grande Whitaker, operazionalizzando i propri sentimenti, ritiene che se la terapia non serve a lui, se lui non ne gode, non ha senso.

Nella mia esperienza è notevole la facilità con cui i grandi maestri mi hanno influenzato. Sono stato un fanatico interazionale, strategico e strutturale, esperienziale e ipnoterapeuta, milanese e «alla romana». Non sono riuscito a divorziare da nessuno di loro! E, peggio ancora, non riesco a smettere di costruire le mie proprie costruzioni.

Il contatto con le famiglie o con le persone è un contatto emotivo che mobilita. Durante i colloqui è possibile che parliamo di noi stessi oppure no, a seconda del modello teorico che stiamo sperimentando. Potremo usare esempi tratti dalle nostre vite e dalle nostre famiglie, oppure no. Ma c’è sempre una certa dose di repressione dei propri sentimenti. Che lo specchio ci protegga o che siamo in diretta con le persone. Non abbiamo (ed è giusto che sia così) libertà di espressione. Come a teatro, la nostra recitazione deve adattarsi più al personaggio richiesto dal copione che si va svolgendo che al desiderio dell’interprete, sicché il tempo del lavoro può diventare, pericolosamente, in certe occasioni, un tempo tra parentesi della nostra vita.

Più ore si lavora, più cresce l’esposizione a mille stimoli e a mille repressioni. Le emozioni familiari e le loro risonanze sovrastimolano chi fa terapia, che dovrà esercitare un controllo molto maggiore che in un normale scambio sociale.

Mi chiedo se non sia per questo che mia moglie dice che parlare di me stesso è il mio argomento preferito.

Dove si racconta che la remunerazione è un’altra fonte di emozione

La remunerazione del lavoro terapeutico può avvenire tramite stipendio, pagamento a prestazione, obras sociales (le casse mutue argentine), acquisizione di clientela, cooperative, fondazioni, ecc.: sono tutte imperfette. Questa questione del pagamento di chi fa terapia dovrebbe essere inclusa nelle valutazioni e nei nostri scambi. Può esserci sfruttamento; la sottoremunerazione è frequente. Con la scusa della formazione ci sono servizi che sfruttano. Gli ospedali esigono quantità, statistiche. Oppure, all’estremo opposto, c’è un’influenza eccessiva della remunerazione sull’epistemologia. La classe alta, la gente che paga meglio, finisce spesso per accaparrarsi una parte di chi fa terapia, che passa così dall’essere «freelance» a una condizione quasi da dipendente.

È raro vedere remunerato il tempo del lavoro d’équipe, o il tempo per leggere, per formarsi, ecc. E chi fa terapia sta bene soltanto quando sente di potersi formare in modo permanente.

La remunerazione non costituisce soltanto un riconoscimento professionale: fa arrabbiare quando non basta, oppure può essere fonte di insoddisfazione. Non ho la soluzione a questo problema, ma sono certo che le entrate economiche hanno a che vedere con i sentimenti del terapeuta.

Le politiche sanitarie e sociali danno un contributo senza pari

Non so se le politiche sanitarie suscitino in voi dei sentimenti; in me sì. A volte mi identifico totalmente con il Minuchin di Family Kaleidoscope. In venticinque anni di psichiatria ho passato il tempo a cercare di convincere le persone che non hanno una malattia mentale, e a cercare di convincere le istituzioni a non dividere le famiglie. I programmi rivolti a patologie specifiche, intese come individuali, producono nelle reti sociali lacerazioni che non si riparano. Quanti seminari dovrà ancora tenere Jorge Colapinto per raccontarci che a New York la sua agenzia lavora per riunire i membri delle famiglie che vengono separate perché il programma per il bambino porta via il bambino, il programma per la donna porta via la donna, quello per l’uomo anche, e l’abitazione, una volta vuota, viene recuperata dall’ente per la casa. Come corollario, se qualcuno della famiglia può tornare, non ha più dove andare. È meglio dunque partecipare all’elaborazione di politiche adeguate e delle leggi corrispondenti. Non si tratta di opporsi semplicemente alle istituzioni. Né si tratta di essere semplici esecutori di politiche di partito travestite da bene comune.

Il contesto sociale del terapeuta

Chi fa terapia, in quanto persona, vive le proprie circostanze, che anch’esse suscitano sentimenti.

In Argentina sappiamo che oggi i problemi della gente riguardano la sopravvivenza immediata. «Più di venti milioni di persone» non hanno di che vivere nel nostro paese. «Pochi milioni girano per i centri turistici.» Tutto il paese ha sofferto il terrorismo di Stato e ora il neoliberismo. Tuttavia nel nostro paese c’è una coscienza crescente della necessità dell’etica e una partecipazione maggiore alle questioni politiche: comincia la fine dei nepotismi provinciali, una certa democratizzazione dei corpi intermedi, le varie manifestazioni. Ora si sta riducendo lo Stato, e c’è qualcosa di buono in questo, ma non è possibile abdicare alle responsabilità dello Stato in materia di istruzione e sanità, per esempio, se vogliamo somigliare a un paese sviluppato.

Sul piano internazionale, quest’estate abbiamo vissuto nel terrore la guerra del Golfo. Sono sentimenti. Che non avremmo voluto vivere. Ma siamo sullo stesso pianeta. Bisogna pensarci molto. Cioè, se vogliamo andare dalla storia concreta alla pratica terapeutica, e se vogliamo co-costruire e non soltanto replicare.

Non credo che siamo davanti alla fine della storia, come qualcuno dice. Credo invece che stiano crollando i muri che ci impedivano di vedere oltre, e che le soluzioni dipenderanno molto da accordi e pianificazioni locali. Questo ci riguarda, perché forse comincia l’era (per usare le parole di Minuchin) in cui si vedranno di più le relazioni, di più ciò che connette, la solidarietà e la responsabilità, invece di concentrarci sull’individuale, sulla territorialità, sulla discriminazione e sull’aggressione.

Commenti

Ho passato sommariamente in rassegna alcuni eventi e alcuni sentimenti che chi fa terapia può percepire. Forse finora ho detto soltanto due cose:

1) che il terapeuta è una persona; 2) che i sentimenti sono variabili. Nel doppio senso: sono variabili, ma sono anche una variabile da tenere in conto per nuove formalizzazioni.

Lavorare abitualmente in zone di incertezza a volte è piacevole; possiamo vederlo dal punto di vista della possibilità di creare. Godiamo dell’euforia della creatività. Altre volte no: semplicemente subiamo l’incertezza. È importante soppesare comportamenti e fatti, ma non per questo la soggettività deve restare nel dominio di ciò che si può tralasciare o di ciò che dà fastidio. Ci saranno cose difficili da misurare, come la passione di curare. Ma molte cose si potrebbero formalizzare; bisogna continuare, altrimenti non possiamo né valutare né imparare. Perché l’esperienza che danno gli anni aiuta, ma purtroppo l’esperienza è «un viaggio di sola andata». Serve a tollerare meglio certe cose, per esempio che la maggior parte delle ipotesi che formuliamo deve essere corretta. Oppure, nei termini di Whitaker: «l’unica cosa che il terapeuta può scegliere è il modo in cui sbaglierà». Ma è stato anche detto: non basta, in terapia, confessare la propria confusione. D’altra parte, non sono sicuro che l’unica cosa da fare sia perturbare. Preferisco le formulazioni positive. È certo che c’è qualcosa di vero in questo, che si perturba e il sistema si riorganizza, ma preferisco descrivere, senza eludere i sentimenti, le forme che aiutano le persone a vedere se, tutti insieme, riusciamo a diventare più liberi, più responsabili e più connessi.

Perché mentre sfidiamo le persone che ci consultano, la sfida per noi è restare integri e continuare a studiare, a crescere e a godere del nostro lavoro. Perché esistono quei momenti gloriosi in cui, finalmente, comprendiamo. In cui tutto torna, non c’è più sintomo e tutto si unisce meravigliosamente in un’unica configurazione generale di senso: il caso, l’équipe, chi osserva e noi stessi. Lo si sente qui. È fantastico. È un grande piacere. Ma questo non accade sempre. Resteranno molti misteri.

Per Einstein «la cosa più bella che possiamo sperimentare è il mistero. È la fonte di ogni vera arte e di ogni vera scienza».

Per concludere: chi fa terapia lavora, ha una famiglia, appartiene a équipe, istituzioni, teorie. Ci sono sentimenti dappertutto. Ora, schematizzando «alla Bateson», diremmo che, mentre la coscienza (le parole, il formale) ci permette di vedere soltanto porzioni di circuiti ecologici, i sentimenti sono patterns. «Poiché viviamo in un mondo di strutture a circuito, è il riconoscimento della circolarità a costituire la saggezza.» «Su questo pianeta l’amore può sopravvivere (seguo qui Bateson) soltanto se la saggezza acquista una voce più efficace.»

E, parafrasando: che tipo di correzione si otterrebbe quanto all’orientamento della saggezza, se si prendessero in considerazione i sentimenti del terapeuta?

Le terapie sono state descritte come risoluzione di problemi, come il fatto che la soluzione è il problema, come crescita, ecc. Tra questi molteplici sentieri, sarebbe interessante costruire le terapie anche con l’itinerario dei sentimenti del terapeuta, nei loro diversi momenti, con le loro molteplici voci. Otterremmo così mappe complementari che, accanto a quelle che tracciamo abitualmente, ci aiuterebbero forse a illuminare i nostri cammini. Un cammino di complessità tra il determinismo e il caso, tra la turbolenza e la serenità, tra il rigore e l’immaginazione.

«L’unica cosa che il terapeuta può scegliere è il modo in cui sbaglierà.»

Carl Whitaker, citato dall’autore

Nota dell’originale

(*) Questo lavoro è stato pubblicato nel n. 17 di Perspectivas Sistémicas (luglio-agosto 1991) e presentato in precedenza alle 2e Giornate sistemiche di scambio sistemico, svoltesi il 2, 3 e 4 maggio 1991 nella città di Córdoba. Un pubblico numeroso e la qualità dei lavori hanno fatto di questo incontro un evento importante nel campo della terapia sistemica. Perspectivas Sistémicas vi era presente tramite il suo rappresentante a Córdoba, il dottor Guillermo «Willy» Visotsky, che ci invia questo ricco materiale da lui scelto. Sottolineiamo anche la buona organizzazione dell’evento da parte del suo principale animatore, il recentemente scomparso Mauricio Salgado, prestigioso terapeuta familiare di questa città dell’interno del paese: valga questo breve commento come un tardivo ma sentito e sincero omaggio postumo a uno stimato collega.

Chi è Lino Guevara

(1) Il dottor Lino Guevara è stato direttore del Centro de Terapia Familiar di Neuquén. È direttore della didattica del Centro de Estudios Sistémicos (CES).

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, condotta dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «En torno a la cuestión de los sentimientos del terapeuta sistémico», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 17, luglio-agosto 1991). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Guevara, L. (2022). Autour de la question des sentiments du thérapeute systémique (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/autour-de-la-question-des-sentiments-du-therapeute-systemique (Opera originale pubblicata nel 1991 in Perspectivas Sistémicas, n. 17, luglio-agosto 1991; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/21/en-torno-a-la-cuestion-de-los-sentimientos-del-terapeuta-sistemico/)

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