Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Journal of Solution Focused Practices · Etica
«Non lasciare impronte nella vita delle persone che segui», diceva Insoo Kim Berg. Stephan Natynczuk e Will Dobud, terapeuti all’aria aperta, prendono la frase alla lettera: i sette principi di Leave No Trace, l’etica della sostenibilità delle guide di montagna e di fiume, diventano metafore della conversazione centrata sulla soluzione – non essere turisti nella vita della persona, non lasciarsi dietro i propri rifiuti, non scavare in profondità, non accendere un fuoco che non si riesce a spegnere prima della fine della seduta. Da qui il testo passa al privilegio, al «non-sapere deliberato» che si rifiuta di vederlo e ai Custodi Tradizionali delle terre non cedute su cui operano tanti programmi all’aria aperta. Decolonizzare la propria pratica comincia dal decentrare sé stessi.
Traduzione non ufficiale in italiano di Leave No Trace, Willful Unknowing, and Implications from the Ethics of Sustainability for Solution-Focused Practice Outdoors, di Stephan Natynczuk e Will W. Dobud, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2021), doi: 10.59874/001c.75049, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella 1 è presentata sotto forma di sette schede. I riquadri con l’etichetta «Complexe Systémique» sono nostri, non di chi firma l’articolo. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Non lasciare impronte nella vita delle persone che segui
Insoo Kim Berg (2009), epigrafe dell’articolo
Abstract
Portare la terapia della parola all’aria aperta è una pratica sempre più diffusa, che ha preso slancio soprattutto in risposta alle restrizioni imposte dal COVID su ciò che si poteva fare in presenza al chiuso, e con una crescente consapevolezza dei benefici dello stare all’aperto nella natura (Ewert & Davidson, 2021). In questo articolo attingiamo all’etica della sostenibilità del settore delle attività outdoor per cercare metafore per la pratica terapeutica all’aria aperta, in particolare per la terapia breve centrata sulla soluzione. Partiamo da ciò che oggi è considerato buona pratica per la preservazione e la tutela degli ambienti e degli habitat che frequentiamo. Sviluppiamo poi questi principi etici, come Leave No Trace («non lasciare traccia»), come metafore per un lavoro terapeutico deliberatamente centrato sulla soluzione all’aria aperta, in particolare per quanto riguarda il rispetto delle voci delle persone che seguiamo. Proponiamo metafore per mostrare perché e come chi pratica la terapia all’aria aperta dovrebbe mirare a «non lasciare traccia» nella vita delle persone a cui offre i propri servizi, così come non lascerebbe traccia del proprio passaggio sul territorio che attraversa. Illustriamo come la nostra pratica possa attingere all’etica della sostenibilità per rendere possibile la decolonizzazione del nostro lavoro outdoor centrato sulla soluzione (Mlcek, 2017) e consideriamo come un approccio consapevole del privilegio possa contribuire a «decolonizzare» la pratica terapeutica. Suggeriamo che gli approcci centrati sulla soluzione alla terapia all’aria aperta richiedano un lavoro supplementare sulla teoria e sull’etica del counselling, a integrazione delle qualifiche di conduzione di attività outdoor.
La terapia breve centrata sulla soluzione (centrata sulla soluzione) è già stata descritta come un quadro teorico utile per le terapie all’aria aperta e basate sull’avventura (Gass & Gillis, 1995; Natynczuk, 2016; Natynczuk, 2020; Pyror et al., 2005). Nonostante i contributi alla letteratura, si è discusso poco di come gli atteggiamenti etici di chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione e la sostenibilità outdoor possano orientare la terapia all’aria aperta. Secondo la rassegna di Harper e Dobud (2020) sulle terapie all’aria aperta, sono molte le persone che svolgono un lavoro terapeutico in ambienti naturali.
Pur conoscendo persone con formazione clinica che svolgono questo lavoro – in psicoterapia, nel servizio sociale, nel counselling, nell’educazione – e altre figure d’aiuto, includiamo in questa discussione anche le figure professionali prive di formazione clinica, come guide d’avventura, personale istruttore e coach che di fatto forniscono servizi di terapia all’aria aperta. Tenendo conto di ciò, in tutto l’articolo indichiamo chi offre terapia all’aria aperta e interventi centrati sulla soluzione con il termine «figure professionali», per restare il più possibile inclusivi. Nel corso dell’articolo stabiliamo collegamenti chiari con i presupposti della pratica centrata sulla soluzione, intesa come un orientamento utile per il nostro lavoro terapeutico all’aria aperta e, per estensione, per affrontare il privilegio e la decolonizzazione della terapia.
Per molte persone, e messa da parte l’intenzione terapeutica, le esperienze all’aria aperta sono spesso percepite, in modo aneddotico, come qualcosa che «forma il carattere» della «gioventù problematica». Nelle nostre speranze di professionisti della terapia outdoor centrata sulla soluzione, il moderno settore delle attività all’aria aperta sta diventando, in un senso molto concreto, una professione di cura in cui i bisogni e le preferenze delle persone seguite vengono rispettati. Cook (2001) e Loynes (2002) hanno descritto come il settore dell’istruzione outdoor nel Regno Unito si sia lasciato alle spalle le sue origini, che consistevano nel preparare la gioventù alla guerra e a governare l’Impero britannico. Nell’attuale sistema di qualifiche per la conduzione di attività d’avventura, uno spostamento verso quelle che chiamiamo genericamente le competenze trasversali di facilitazione, come l’ascolto e il coaching, ha progressivamente guadagnato credito nel ruolo di chi conduce attività outdoor, man mano che il valore terapeutico del tempo trascorso nella natura veniva riconosciuto (Harper et al., 2021). Inoltre, chi pratica la terapia all’aria aperta ha bisogno di un’etica rinnovata e facilmente accessibile, dalla psicoterapia clinica più esperta alla guida d’avventura, e viceversa. Fondere l’etica della terapia, della conduzione outdoor e della sostenibilità è un aspetto importante per dare forma alle terapie all’aria aperta come attività professionale (Natynczuk 2016; 2020).
Per quanto breve, la nostra riflessione su questa posizione etica centrata sulla soluzione ci ha condotti verso il potere e il privilegio, la decolonizzazione delle pratiche terapeutiche e il modo in cui l’etica della sostenibilità di Leave No Trace (LNT) può orientare le professioni d’aiuto. LNT si compone di sette principi: (a) pianificare e prepararsi, (b) spostarsi e accamparsi su superfici resistenti, (c) smaltire correttamente i rifiuti, (d) lasciare ciò che si trova, (e) ridurre al minimo l’impatto dei fuochi, (f) rispettare la fauna selvatica e (g) avere riguardo per le altre persone che frequentano i luoghi. Anche se a prima vista chi pratica la terapia potrebbe chiedersi come il rispetto della fauna selvatica e delle altre persone possa portare a metafore utili per la pratica centrata sulla soluzione, abbiamo scoperto che la nostra indagine su questi principi, solo in apparenza semplici, ci ha condotti a metafore davvero stimolanti per la pratica.
Quanto al nostro posizionamento, scriviamo questo articolo da figli di padri rifugiati, sradicati da eventi storici, cresciuti diversi dai nostri coetanei in modo sia indiretto sia diretto. La nostra posizione etica è informata dai pericoli dell’allontanamento forzato delle persone, dai rastrellamenti di gruppi etnici in Europa per deportarli nei campi di lavoro e di sterminio, e dall’espropriazione e dallo sfollamento forzato di altri gruppi etnici, che dovrebbero insegnarci una lezione dalla storia, per non parlare della prospettiva dei diritti umani. C’è da sperare che un approccio centrato sulla soluzione anti-oppressivo (Natynczuk, 2014) possa superare le barriere culturali in quanto non normativo, con figure professionali che incarnano al massimo grado una pratica centrata sulla persona; l’indicazione è di muoversi con passo leggero nella vita delle persone che si rivolgono a noi (George, 2007). Ci colleghiamo ai principi della decolonizzazione, del potere e del privilegio. Ci hanno influenzato non solo la morte di George Floyd e i movimenti di protesta che ne sono seguiti, ma anche il tema della pratica anti-oppressiva e inclusiva della conferenza online della Solution-Focused Brief Therapy Association nel 2020.
Non nuocere è un’etica primaria ben consolidata nelle professioni d’aiuto e viene spesso attribuita al celebre giuramento di Ippocrate. Per quanto possa sembrare apocrifa, si tratta di una posizione a cui tendere, che aiuta a garantire che chi viene da noi con delle difficoltà se ne vada in condizioni migliori di quando è arrivato. «Nuocere il meno possibile» può sembrare più pragmatico, e al tempo stesso illustra la complessità del definire e del rispettare un comportamento etico, come hanno mostrato Pope et al. (1987) tra chi pratica la terapia. Scrivendo dell’interesse di Kurt Hahn, fondatore di Outward Bound, per lo sviluppo della compassione e del servizio attraverso le esperienze all’aria aperta, McKenzie e Blenkinsop (2006) hanno sottolineato che, se la cura per gli altri è un concetto universale, ciò che si intende per cura adeguata varia da una cultura all’altra. Benché le esperienze all’aria aperta possano essere utili per costruire un senso di coesistenza e di riconciliazione tra individui e comunità (Stidder & Haasner, 2007), combinare terapia e attività outdoor non è sempre semplice come avere una conversazione significativa all’aperto. Secondo Becker (2015), la natura ha molto da ricordarci sul nostro legame con essa. Ciononostante, ci sono conversazioni importanti da intrattenere e molti modi per farlo (Harper & Dobud, 2020). Riteniamo che un approccio centrato sulla soluzione, come presentato da Natynczuk (2014), sia una guida di facile uso per chi lavora all’aria aperta, perché richiama l’attenzione su aspetti della professionalità outdoor che si traducono direttamente in metafore per la pratica terapeutica, come creare un clima di competenza, successo e padronanza, co-costruire un futuro preferito, il dovere di cura ed essere utili.
Quando ci avventuriamo in luoghi selvaggi, occorrono competenze ed esperienza per guidare, orientarsi e sopravvivere in ambienti che possono diventare rapidamente duri e implacabili. La natura non sempre guarisce, e ha molti modi di ferire, mutilare e uccidere chi è incauto e impreparato. Di qui l’esigenza, da parte delle compagnie assicurative e delle autorità di regolamentazione, di valutazioni dei rischi e protocolli di sicurezza attentamente ponderati. Chi aspira a praticare la terapia all’aria aperta impara presto che la propria influenza va oltre l’insegnamento di abilità, come orientarsi con una bussola, e dipende in larga misura dalle competenze interpersonali (Gray & Collins, 2016) e dalla gestione del rischio (Hickman & Stokes, 2016). Tutto ciò che chi pratica la terapia all’aria aperta fa attraverso la propria conduzione influisce sulla qualità delle alleanze terapeutiche (Natynczuk, 2019). Esistono numerosi acronimi pertinenti, come CLAP, che deriva dalla conduzione su fiume ma si applica anche ad altre attività, come la discesa in corda doppia nel sottosuolo. CLAP ci ricorda alcuni elementi della conduzione outdoor: comunicazione (Communication), linea di vista (Line of sight), evitamento dei pericoli (Avoidance of hazards) e posizione di massima utilità (Position of maximum usefulness). L’equivalente terapeutico è subito evidente: una buona comunicazione è essenziale. Manteniamo una linea di vista chiara verso il futuro preferito della persona, evitiamo tutto ciò che non è pertinente al suo interesse e restiamo il più utili possibile nella nostra co-facilitazione. Soprattutto, ci sono considerazioni di sicurezza e, quando il dovere di cura non viene rispettato, le conseguenze possono essere gravi per tutte le persone coinvolte. Chi riceve l’intervento e chi lo conduce può perdere la vita (Kellet 2015). Ci preoccupiamo anche di come l’ambiente venga conservato e protetto dall’erosione e dall’inquinamento, e di come flora e fauna non vengano danneggiate o distrutte. Questa etica serve a proteggere chi campeggia in luoghi selvaggi dal contagiarsi a vicenda con pratiche igieniche poco attente e dal dare fuoco alla foresta o alla brughiera secca. Naturalmente, le metafore che potremmo prendere in prestito dalle buone pratiche outdoor sono troppe per un solo articolo. Per esempio, chi arrampica dovrebbe evitare di scalpellare la roccia per creare appigli che rendano la salita più facile. Il risultato sarebbe un imbroglio che distrugge il grado originale della via con un graffito fisico. Negli ambienti dell’arrampicata, questo porterebbe probabilmente all’ostracismo di chi ha scalpellato, perché una via tradizionale verrebbe rovinata, sia esteticamente sia per lo sport. Nella pratica centrata sulla soluzione, non cercheremmo di rendere più facile la vita della persona facendo il lavoro al suo posto; facciamo l’equivalente di aiutarla a trovare da sé gli appigli naturali. Come abbiamo constatato, le pratiche di terapia all’aria aperta offrono molte metafore utili per la terapia breve centrata sulla soluzione, per mettere in discussione il nostro privilegio e per decolonizzare la pratica terapeutica. Lavorare all’aria aperta è una pratica ricca di metafore un po’ scontate (per esempio, non inquinare le sorgenti d’acqua (forse il senso di un sé autentico della persona, o le sue risorse utili) con i propri rifiuti (il controtransfert)). In questo modo possiamo evitare il doppio scoglio del transfert e del controtransfert, che in genere evitiamo nella pratica centrata sulla soluzione. Invitiamo chi legge a considerare le metafore che può usare nella propria pratica centrata sulla soluzione. Di seguito alcune delle metafore che abbiamo scoperto sviluppando la nostra indagine su LNT e sulla terapia centrata sulla soluzione all’aria aperta.
Tra le metafore centrate sulla soluzione facilmente trasferibili:
Nella pratica centrata sulla soluzione, il nostro ideale terapeutico è non lasciare traccia del proprio intervento (George, 2007). Le persone dovrebbero fare esperienza di compiere da sé il lavoro che produce il cambiamento; di essere il proprio intervento. Ratner et al. (2012) ci ricordavano che Insoo Kim Berg sosteneva l’etica, a cui tendere, del non lasciare impronte nella vita di una persona, il che comprende porre domande che non nuocciano; per esempio, risvegliando un trauma. Questa etica rimanda direttamente a una delle più importanti dell’etica della sostenibilità recente, Leave No Trace (LNT, 2020), che si fonda sul vecchio detto: Non prendere nulla se non fotografie e non lasciare nulla se non gratitudine. In circa 25 anni, LNT (2020) è diventato un corso di formazione a sé stante per chi insegna attività outdoor, con una diffusione dichiarata di 15,5 milioni di persone. Questa formazione insegna in modo pratico a prestare la massima cura nel considerare il proprio impatto e quello dei gruppi che si conducono in ambienti fragili. Ci sono prove che LNT sia generalmente accettato nella comunità dell’avventura (Sharp et al., 2020) e che figuri a livello internazionale nella formazione delle guide di montagna e delle guide di ambienti selvaggi. L’ideale è che non si possa notare alcuna traccia della presenza di un gruppo dopo che si è allontanato. Nessun rifiuto; nessuna traccia di qualcuno che abbia campeggiato per la notte. L’ambiente in quel luogo è incontaminato quanto, o più di, quando il gruppo è arrivato. Con una domanda crescente su ambienti naturali sempre più accessibili, una simile posizione etica, che consiste nel non nuocere e nel non lasciare traccia, è necessaria.
Siamo in debito con chi, tra colleghe e colleghi della terapia all’aria aperta, ha sperimentato con noi queste idee. Per esempio, [il secondo autore] ha discusso le nostre conclusioni preliminari con l’anziano aborigeno boandik Uncle Ken Jones durante un incontro di terapia d’avventura in Australia Meridionale. Forte di decenni di esperienza di lavoro con popolazioni detenute vulnerabili, Uncle Ken ha rivolto subito la sua attenzione al quinto principio di LNT: ridurre al minimo l’impatto dei fuochi. Ha detto che non dovremmo mai soffocare una persona. Dobbiamo usare piccoli rametti per alimentare il nostro fuoco e non procedere mai più avanti della persona. Soprattutto, Uncle Ken ha sconsigliato di accendere un fuoco che non si riesce a spegnere prima della fine della seduta, così da evitare la ritraumatizzazione. Nella tabella 1 qui sotto abbiamo preso i sette principi di LNT, confrontato l’etica outdoor con un equivalente terapeutico e attinto ai presupposti della pratica centrata sulla soluzione (Wheeler & Vinnicombe, 2011).
La nostra indagine su come i principi di LNT possano condurci a metafore utili per la pratica della terapia all’aria aperta ci ha ricordato di considerare la nostra posizione etica. Per esempio, collocando le persone che seguiamo come esperte della propria vita, ci ricordiamo dell’importanza della pratica anti-oppressiva, del mettere in discussione il nostro privilegio e del riconoscere i molti modi di conoscere, decolonizzando così il nostro approccio. Sviluppiamo questi temi qui di seguito.
1. Pianificare e prepararsi
Pratica outdoor. Consenso e contratto. Anamnesi medica adeguata e recapiti dei familiari più prossimi. Si raccomanda una valutazione dei rischi approfondita. Scelta del luogo, del percorso, degli orari, della durata, dell’ubicazione dei servizi, del ritmo, procedura in caso di rientro tardivo/chiamata d’emergenza e comunicazione, regolamenti locali, restrizioni di accesso, carte topografiche, bussola, attrezzatura tecnica, kit di soccorso, abbigliamento adatto al clima e alle previsioni meteo, abiti di ricambio, lampade frontali, kit di primo soccorso, riparo d’emergenza, possibilità di preparare una bevanda calda e così via.
Pratica terapeutica generale. Saper far fronte agli imprevisti assume un significato nuovo, soprattutto in ambienti poco familiari. Il ritmo di una seduta camminando e parlando può essere molto lento, il tempo atmosferico ha un impatto enorme. Il terreno deve essere adatto alla forma fisica della persona: è difficile parlare quando si è senza fiato. Regolare il ritmo della conversazione sullo sforzo del movimento. Conoscere i punti del percorso in cui è più facile trovare riservatezza. Per le passeggiate brevi, conoscere il percorso, i tempi e i luoghi in cui ci si può fare da parte rispetto al sentiero mentre avviene una riflessione profonda. All’aria aperta ci sono moltissime metafore che possono aiutare od ostacolare. Comprendere l’importanza del paesaggio e il modo in cui l’ambiente e la natura possono interagire come co-facilitatori. Prevedere l’impatto delle distrazioni, come cani giocherelloni e persone invadenti e chiacchierone. Sapere come concludere la seduta se il percorso dura più della conversazione o viceversa.
Pratica centrata sulla soluzione. Le persone portano le proprie risorse e i propri punti di forza, sia personali sia legati alle loro reti sociali. Prepararsi a riconoscere i cambiamenti che avvengono di continuo. Considerare le persone come piene di risorse e capaci di cambiare. Prima della seduta, pensare alla persona nel suo momento migliore.
2. Spostarsi, lavorare e accamparsi su superfici resistenti
Pratica outdoor. Ridurre l’erosione, i danni al suolo, la distruzione degli habitat.
Pratica terapeutica generale. Restare in superficie, senza scavare troppo a fondo a meno che non sia utile. Non fare supposizioni. Non dare consigli non richiesti.
Pratica centrata sulla soluzione. Lavorare con la resilienza, i punti di forza e i momenti in cui la persona affronta bene le cose. Le soluzioni trovate dalla persona hanno più probabilità di adattarsi alla sua situazione particolare e di essere messe in pratica e mantenute. Lavorare con ciò che funziona bene. Capire che cosa la persona desidera dalla seduta. Lavorare con la persona per orientarsi verso il suo futuro preferito, o verso la meta della seduta.
3. Smaltire correttamente i rifiuti
Pratica outdoor. Raccogliere e portare via ogni tipo di rifiuto in un contenitore rigido e a tenuta stagna. Non inquinare le sorgenti d’acqua. Non sotterrare né bruciare i rifiuti.
Pratica terapeutica generale. Fare attenzione a non porre domande sconsiderate e scusarsi per le domande «stupide». Evitare di «diagnosticare» la persona attraverso la lente della propria esperienza, o attraverso teorie e ipotesi comprese male.
Pratica centrata sulla soluzione. Evitare il controtransfert e il prescrivere «soluzioni» a partire dal proprio racconto e dalle proprie esperienze. È la persona a sapere.
4. Lasciare ciò che si trova
Pratica outdoor. Non asportare flora, fauna o reperti. Non fare graffiti né incidere le superfici naturali. Non tagliare la vegetazione senza necessità né lanciare sassi in modo sconsiderato da scogliere o pendii ripidi.
Pratica terapeutica generale. Rispettare l’esperienza della persona e la sua posizione di esperta di sé stessa. Mantenere la riservatezza.
Pratica centrata sulla soluzione. Rispettare il sapere e le preferenze della persona su ciò che desidera ottenere parlando con Lei. Non essere turisti nella vita delle persone. Il problema non è la persona.
5. Ridurre al minimo l’impatto dei fuochi
Pratica outdoor. Evitare di bruciare il terreno, fare attenzione a non incendiare la torba, i prati o i boschi. Usare i focolari già esistenti, evitare il fumo eccessivo e mantenere i fuochi il più piccoli possibile. Se il fuoco è troppo grande, non sappiamo quali danni troveremo se lo lasciamo incustodito. Spegnere tutti i fuochi appena non servono più. Ripulire i focolari e rimettere a posto le zolle se si è scavato un nuovo focolare.
Pratica terapeutica generale. Evitare di risvegliare o di causare ulteriori traumi. Non scavare a fondo in questioni che non si riesce a «spegnere» prima della fine della seduta. Evitare la mancanza di sensibilità e di sincerità.
Pratica centrata sulla soluzione. Fare attenzione con gli elogi, nel caso suonino poco autentici. Convalidare l’esperienza della persona ed evitare di prescrivere le proprie soluzioni. Problemi che sembrano complessi potrebbero non richiedere una soluzione complessa. Con il tempo umido cerchiamo il legno asciutto all’interno di un tronco e ci concentriamo sul far crescere un fuoco a partire da quello, così come ascolteremmo le eccezioni e i momenti in cui il futuro preferito esiste già.
6. Rispettare la fauna selvatica
Pratica outdoor. Non inseguire, intimidire, danneggiare la fauna e la flora. Ridurre al minimo il disturbo, per esempio il rumore.
Pratica terapeutica generale. Rispettare tutto ciò che la persona porta in seduta. Non portare via nulla da una seduta senza un permesso esplicito.
Pratica centrata sulla soluzione. Riconoscere tutto ciò che la persona porta, in particolare i suoi modi di sopravvivere, la sua determinazione, la sua perseveranza e la sua determinazione per un futuro migliore. Muoversi con passo leggero, con coscienza e con rispetto.
7. Avere riguardo per le altre persone che frequentano i luoghi
Pratica outdoor. Mostrare cortesia e rispetto verso chi utilizza i sentieri, i campeggi, i punti di accesso e di uscita dei fiumi. Dare la precedenza ai gruppi più piccoli o più veloci. Ridurre al minimo il rumore di notte.
Pratica terapeutica generale. Avere riguardo per le altre parti interessate importanti per la persona.
Pratica centrata sulla soluzione. Rispettare le altre persone che forniscono racconti in terza persona. Fare attenzione alle influenze di una pratica «forzata verso la soluzione» (solution-forced).
Nota. I sette principi di Leave No Trace, la relativa buona pratica outdoor e i loro equivalenti nella pratica terapeutica e centrata sulla soluzione.
Kliman (2010) ha esortato chi pratica a riflettere sul proprio privilegio, descritto come le «differenze di potere relativo trascurate o minimizzate… nelle relazioni familiari, terapeutiche e di supervisione» (p. 39). Per l’ambito outdoor, Rose e Paisley (2012) hanno sostenuto che l’apprendimento esperienziale è una pedagogia privilegiata, prodotto della bianchezza, volta a mantenere lo status quo. Mitten (2020) ci ha ricordato che il privilegio può portare a supposizioni su ciò che è appropriato per le persone che seguiamo, in particolare riguardo a quelli che potremmo considerare modelli stereotipati di partecipazione all’avventura, come le «zone di comfort». Puntare a spingere le persone fuori dalla loro zona di comfort è una supposizione precaria per chi pratica la terapia. In primo luogo, c’è la congettura che chi si rivolge alla terapia sia, di fatto, a proprio agio, anche quando cerca attraverso la terapia un cambiamento in meglio. In secondo luogo, chi mira a portare le persone oltre la loro «zona di comfort» rischia di adottare un approccio troppo prescrittivo o coercitivo e di ignorare i punti di forza esistenti della persona e i suoi modi di far fronte alle difficoltà. In terzo luogo, nella pratica centrata sulla soluzione esploriamo ciò che funziona nella vita di una persona e chiediamo: «Che differenza farebbe avere di più di ciò che funziona?». In effetti, chiediamo che cosa, all’interno della zona di comfort della persona, sarebbe più utile, anziché cercare nuovi punti di forza che non rientrano nel suo repertorio di risorse. L’importanza di sollevare queste domande in un tema dedicato alla pratica centrata sulla soluzione all’aria aperta sta nel mettere in discussione lo status quo della facilitazione outdoor, che spesso sembra puntare sugli aspetti sportivi anziché cogliere le occasioni terapeutiche (Dobud, 2021). Dobbiamo affrontare ciò che è «dato per scontato» e che deriva dalle origini del lavoro outdoor.
Il privilegio può renderci ciechi verso chi è meno privilegiato e verso le strutture della società che mantengono posizioni di svantaggio, come il razzismo, il sessismo, l’eteronormatività, il classismo, o le discriminazioni verso le persone con disabilità o neurodivergenti. Abbiamo chiamato non-sapere deliberato il rifiuto di accorgersene: la scelta di non riflettere sull’impatto del proprio privilegio. Tuttavia, attraverso una versione del non-sapere deliberato a vantaggio della persona, collochiamo le persone che seguiamo come esperte della propria vita, rispettiamo tutte le persone e confidiamo che sappiano che cosa desiderano dai nostri servizi.
La pratica centrata sulla soluzione ci chiede di gestire il privilegio attraverso un ascolto attivo e costruttivo, selezionando in modo collaborativo aspetti del futuro preferito della persona per costruire insieme una descrizione dettagliata e documentata di ciò che è possibile; per allargare il suo mondo (McKergow, 2021). Chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione mantiene una curiosità rispettosa per contribuire a ridurre la disuguaglianza di privilegio tra la figura professionale e la persona. Froerer e Connie (2016) hanno identificato con decisione chi pratica l’approccio centrato sulla soluzione come una figura alleata e co-facilitatrice del cambiamento. Abbiamo fiducia nelle persone che seguiamo, ascoltiamo tutto ciò che dicono e poniamo domande per chiarire il loro percorso verso il cambiamento; in parte per assicurarci di non commettere errori da principianti dovuti alle nostre supposizioni e al nostro privilegio, ma soprattutto per sostenere l’interesse della persona. Il nostro ruolo di co-facilitazione e di alleanza nel cambiamento è tangibile quanto la nostra competenza tecnica nel guidare l’avventura, che contribuisce al senso collettivo di sicurezza in qualsiasi ambiente estremo: le esperienze condivise e il tempo di qualità sono fondamentali per accogliere il cambiamento (Natynczuk, 2019).
Chi accompagna il cambiamento ascolta con un orecchio costruttivo (Shennan, 2019), mantenendo un’attenzione intensa al linguaggio della persona (Froerer & Connie, 2016), proprio come dovremmo fare quando facciamo sicura, cioè quando usiamo una corda per proteggere chi arrampica da una caduta al suolo, perché possa salire con fiducia. Dedichiamo tutta la nostra attenzione alla sicurezza di chi svolge il lavoro più impegnativo: chi arrampica. Siamo attenti ai suoi movimenti e ascoltiamo con attenzione la sua voce per dare più corda, tendere la corda, prepararci a una caduta, sapere quando sta tentando il passaggio chiave della via, quando riposa o quando è al sicuro a fine salita. Sentiamo attraverso la corda ogni movimento e ogni esitazione di chi arrampica. Nonostante la nostra posizione di potere nel garantire la sicurezza, restiamo in ascolto delle domande ansiose che comunicano vulnerabilità nel passaggio chiave: «Mi tieni?». Domande che richiedono il massimo livello di fiducia tra due persone e di dare immediatamente il sostegno richiesto quando serve. Privilegiare l’esperienza della persona, senza dirigerla troppo, attraverso una cura e un’attenzione mirate e attraverso la fiducia che condividiamo nell’avventura, aiuta chi pratica a porsi come alleanza affidabile, e come testimone, del cambiamento inevitabile che verrà. Questo privilegio accordato all’esperienza della persona, mirando a non lasciare traccia, dovrebbe aiutarci a decolonizzare la nostra pratica, accogliendo il sapere e le prospettive delle persone con cui lavoriamo e rinunciando a porci al centro come detentori di un sapere sull’esperienza vissuta altrui.
Collegare la nostra pratica outdoor centrata sulla soluzione alla decolonizzazione richiede un chiarimento. Il nostro lavoro si fonda qui su un confronto con figure accademiche e professionali di origine indigena negli Stati Uniti, in Australia, in Canada e in Nuova Zelanda. Per esempio, le indicazioni critiche della professoressa associata maori Susan Mlcek ci hanno aiutato a intendere la decolonizzazione non come una posizione binaria in cui le filosofie occidentali sono «cattive», ma come un modo di riconoscere come la cultura, la storia, l’oppressione e il potere possano informare le lenti teoriche che portiamo nel nostro lavoro (Mlcek, 2017). Le esperienze dei popoli indigeni non possono essere separate dagli effetti della decolonizzazione.
Dopo esserci consultati con figure anziane delle comunità e con il mondo accademico, abbiamo scelto di usare Custodi Tradizionali (Traditional Custodians) per indicare i popoli che vivevano su una terra con pratiche, lingua, aspetto e credenze proprie (Cohn, 2011), in seguito colonizzati da europei. Riconosciamo che termini come aborigeno, indigeno, Prime Nazioni, Proprietari Tradizionali, nativi e altri sono stati usati in modo appropriato in passato, ma useremo Custodi Tradizionali perché è il termine comunemente usato nell’Acknowledgement of Country (riconoscimento del territorio) in Australia (si veda https://www.indigenous.gov.au/contact-us/welcome_acknowledgement-country). Naturalmente, nessun termine dovrebbe omologare le tante culture, tribù e popoli diversi sotto l’ombrello di «Custodi Tradizionali». Facciamo quindi nostro il riconoscimento, da parte di Harper, Gabrielson e Carpenter (2018), dell’influenza dei Custodi Tradizionali sulle pratiche outdoor e d’avventura e chiediamo a chi pratica la terapia all’aria aperta di informarsi su chi siano i Custodi Tradizionali locali là dove vive, lavora, gioca e cerca svago, e di riconoscerne la presenza sulla terra; e di evitare di omologare chiunque, persona o gruppo, in qualsiasi senso.
La questione va oltre le terapie all’aria aperta. Jones e Segal (2018) hanno scritto che le questioni legate al colonialismo d’insediamento sono in gran parte ignorate nel campo affine dell’ecopsicologia, che cerca, come ha ribadito Brown (1993), di riunire «la sensibilità della terapia, la competenza dell’ecologia e l’energia etica dell’attivismo ambientale» (p. xvi). Harper, Rose e Segal (2019) hanno quindi raccomandato a chi pratica di:
Harper, Rose e Segal, 2019, p. 245
«…sforzarsi di informarsi sulla storia particolare delle relazioni tra popoli indigeni e popolazioni di coloni nei propri paesi, conoscere le realtà vissute dai popoli indigeni cercandone le voci attraverso la ricerca e costruendo relazioni autentiche, e infine esaminare come poter sostenere le iniziative locali guidate dai popoli indigeni volte ad affrontare le ingiustizie in corso e la riconnessione con la terra»
Occupandosi di deliberazione morale e di consapevolezza ambientale, Thorburn (2018) ha esaminato la pedagogia dell’apprendimento all’aperto e ci ha ricordato che chi apprende può essere incoraggiato a «vivere vite più coinvolte emotivamente e più ricche di immaginazione in mezzo ai conflitti che sono un aspetto quotidiano della vita» (p. 32). Ciò che manca, come hanno sottolineato Ritchie et al. (2015a, b), è la voce dei Custodi Tradizionali, soprattutto direttamente dalle prospettive locali e in relazione a un apprendimento esperienziale culturalmente pertinente. Beringer e Martin (2003) hanno sostenuto che alcune definizioni della terapia all’aria aperta mettevano a tacere «i contributi decisivi . . . che gli ambienti naturali apportano a molti programmi di terapia d’avventura» (p.31). Suggeriamo che molti approcci alle terapie all’aria aperta mettano inconsapevolmente a tacere le voci dei Custodi Tradizionali delle terre non cedute su cui operano molti dei nostri programmi terapeutici.
Per esempio, Cohn (2011) ha sostenuto che i modi di conoscere di queste comunità hanno il «potenziale di ispirare un cambiamento fondamentale» (p. 15) nella terapia all’aria aperta, offrendo nuovi quadri per la teoria e la pratica. Ciò trova eco nella voce autentica di Rameka (2016), che scrive delle prospettive maori e richiama l’attenzione su considerazioni «filosofiche» e «religiose» in forte contrasto con le visioni del mondo eurocentriche, come il modo in cui popoli diversi possono intendere le proprie relazioni vissute e spirituali con il tempo, gli antenati e il passato, il futuro e il presente, la nascita, la morte e il «frattempo», con la terra e l’acqua. L’interpretazione di gran parte del sapere dei Custodi Tradizionali, pur utile a colmare una lacuna filosofica nella terapia all’aria aperta, avviene spesso con occhi occidentali. In molte parti del mondo occidentale non è raro fare trekking o pagaiare su territori non ceduti. In sostanza, traiamo beneficio dalle nostre esperienze su terre in cui nessuno ci ha invitati (Skidmore, 2017). Chi fa trekking può essere, nel peggiore dei casi, deliberatamente ignaro di riti, luoghi sacri, tradizioni o buone pratiche archeologiche relative ai reperti, e cadere inconsapevolmente vittima di un’eccessiva generalizzazione culturale, una sorta di visione disneyana della natura, della terra e dei popoli che c’erano per primi (Loynes, 1998). Essere turisti nella vita di altri popoli perpetua l’assoggettamento, la stigmatizzazione e la discriminazione (Leglisé & Migge 2007), mantiene il predominio anglosassone degli interventi di terapia all’aria aperta in termini di lingua e di concetti culturali (Chang et al. 2017) e lascia i Custodi Tradizionali di fatto invisibili e senza voce (Nelson & Wilson, 2012), semplicemente perché ignorati.
Spetta qui a chi pratica dimostrare un comportamento informato e rispettoso (Berg, 2009), sia nella pratica centrata sulla soluzione sia nella guida outdoor, evitando il tokenismo e il romanticismo, magari radicalizzando la pratica centrata sulla soluzione come ha proposto Shennan (2020) per un’alleanza più profonda tra chi pratica e chi si rivolge alla terapia rispetto alle influenze culturali e politiche. Accogliere le preferenze, le visioni del mondo e i modi di conoscere delle persone seguite può aiutare chi pratica ad andare oltre modelli di terapia all’aria aperta fortemente influenzati dalla filosofia occidentale, e quindi a decolonizzare i propri approcci (Mckenzie & Blenkinsop, 2006; Russell & Farnum, 2004).
Decolonizzare la nostra pratica terapeutica all’aria aperta comincia dal «decentrare» chi pratica e dal privilegiare l’esperienza di cura della persona, le sue preferenze, i suoi saperi e le sue migliori speranze per il futuro. Evitiamo, per dirla in modo colloquiale, di «piantare la nostra bandiera» nella vita delle persone che seguiamo. Riteniamo quindi essenziale ripensare la nostra «cura» per la posizione etica del non lasciare traccia nella vita delle persone che seguiamo, riaffermando così i nostri valori e le nostre considerazioni etiche centrati sulla soluzione. Come ha descritto Rameka (2016), chi pratica deve «riflettere criticamente sulle lenti che utilizza e lavorare verso nuove lenti e nuovi modi di vedere il mondo, l’insegnamento e l’infanzia» (p. 394). Adottando una posizione ampia e tenendo presente l’appello di Shennan (2020) all’azione collettiva, invitiamo chi pratica la terapia centrata sulla soluzione, al chiuso come all’aperto, a esplorare come la propria posizione teorica informi la propria pratica.
Al di là di tecniche specifiche, come la domanda del miracolo o le domande di scala, la pratica centrata sulla soluzione è unica nel modo in cui chi la pratica guarda alle persone con cui lavora. Esaminando l’etica della sostenibilità outdoor e confrontandoci con alcune persone delle Prime Nazioni con cui collaboriamo, abbiamo trovato somiglianze con l’etica della pratica centrata sulla soluzione che vale la pena riconsiderare. Ancora una volta, eventi attuali pertinenti hanno rafforzato la nostra spinta a esplorare l’importanza di privilegiare le preferenze e i modi di conoscere delle persone con cui lavoriamo. Trascurare l’obiettivo del non lasciare traccia può rafforzare pratiche paternalistiche nella salute mentale, in cui chi pratica occupa il centro della scena nel percorso di cambiamento e le esperienze delle persone seguite vengono trascurate.
Complexe Systémique: punti chiave
L’articolo prende come filo conduttore una frase di Insoo Kim Berg che Chris Iveson ha usato come titolo: non lasciare impronte. Qui la frase passa per le mani delle guide di fiume e di montagna e diventa una griglia di sette principi, ciascuno con il suo equivalente terapeutico: la mappa (sapere dove si va), i rifiuti (il consiglio non richiesto, il controtransfert), la superficie (non scavare), il fuoco (non accenderne mai uno che non si riesce a spegnere prima della fine della seduta, dice l’anziano boandik Uncle Ken Jones). La seconda metà sposta la domanda sul privilegio di chi pratica e sulle terre non cedute; si ricollega all’appello di Guy Shennan per una pratica critica. Per chi legge in francese è anche una delle rare descrizioni concrete della terapia camminando (walk-and-talk), con i suoi vincoli di ritmo, di tempo atmosferico e di riservatezza.
Ringraziamenti
The authors acknowledge Associate Professor Susan Mlcek from Charles Sturt University’s School of Humanities and Social Sciences for her inspirational conversations and critical guidance throughout the writing of this paper.
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Articolo originale di Stephan Natynczuk e Will W. Dobud, Leave No Trace, Willful Unknowing, and Implications from the Ethics of Sustainability for Solution-Focused Practice Outdoors, pubblicato in Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 2 (2021), doi: 10.59874/001c.75049, con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, come indicato all’inizio di questa pagina, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Leave No Trace, Willful Unknowing, and Implications from the Ethics of Sustainability for Solution-Focused Practice Outdoors», pubblicato in Journal of Solution Focused Practices (2021) con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Natynczuk, S., & Dobud, W. W. (2021). Leave No Trace, Willful Unknowing, and Implications from the Ethics of Sustainability for Solution-Focused Practice Outdoors. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/leave-no-trace-willful-unknowing-and-implications-from-the-ethics-of-sustainability-for-solution-focused-practice-outdoors (Opera originale pubblicata nel 2021 in Journal of Solution Focused Practices, vol. 5, n. 2 (2021); ripubblicata nel 2021 da Journal of Solution Focused Practices, https://journalsfp.org/article/75049)
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