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Frontiers in Sociology · Terapia multifamiliare

Perché i gruppi multifamiliari per adolescenti transgender e i loro genitori?

Alla Pitié-Salpêtrière di Parigi, giovani trans dai 13 ai 19 anni si incontrano ogni mese in un gruppo di parola, mentre i loro genitori si riuniscono separatamente; due o tre volte l’anno, tutti si ritrovano insieme. Nicolas Rabain descrive questo dispositivo multifamiliare di ispirazione psicoanalitica e ciò che cambia nell’isolamento delle famiglie e nei loro legami.

Testo di Nicolas S. Rabain (Centre de Recherches Psychanalyse, Médecine et Société, University of Paris, Francia)Prima pubblicazione Frontiers in Sociology, 25 gennaio 2021Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Why Multi-Family Groups for Transgender Adolescents and Their Parents?, di Nicolas S. Rabain, pubblicato su Frontiers in Sociology (Frontiers Media) (2021), doi: 10.3389/fsoc.2020.628047, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Paradossalmente, è spesso più facile parlare di questioni difficili durante un gruppo multifamiliare, perché le persone partecipanti che assistono agli scambi verbali costituiscono anche un sostegno molto solido.

Nicolas S. Rabain

Abstract

L’articolo presenta un approccio terapeutico per le famiglie contemporanee, sviluppato in un dispositivo innovativo di cura della salute mentale. Questo approccio prevede l’accoglienza sia di adolescenti transgender sia dei loro genitori. In un primo momento, il gruppo di adolescenti si riunisce in un gruppo di parola. Poi, i loro genitori si riuniscono senza di loro per riflettere sulle relazioni familiari e sull’adattamento sociale e per ricevere sostegno quando ne hanno bisogno. I due gruppi si incontrano un paio di volte l’anno in un incontro multifamiliare. A partire da una dinamica fondata sul principio della libera associazione e sul gioco delle identificazioni tra le persone partecipanti, l’articolo mostra come questi gruppi e questi incontri multifamiliari promuovano la salute mentale e prevengano i disturbi mentali e la rottura delle relazioni familiari.

Parole chiave: gruppi multifamiliari; famiglie contemporanee; innovazione nella cura della salute mentale; identità trans; relazione familiare; adattamento sociale; omogenitorialità; esiti psicologici

Introduzione

Nel contesto di configurazioni familiari contemporanee come l’omogenitorialità o la monogenitorialità, il mondo clinico ha sviluppato approcci nuovi e innovativi per offrire un sostegno terapeutico nella cura della salute mentale. Alcuni si basano sul lavoro individuale con chi è in cura, mentre altri privilegiano un approccio di gruppo, ricorrendo a focus group, gruppi di parola o gruppi multifamiliari in cui le persone vengono accompagnate da figlie e figli o dai genitori. Il dispositivo innovativo di cura della salute mentale che presentiamo in questo articolo è destinato sia ad adolescenti transgender sia ai loro genitori. In un primo momento, il gruppo di adolescenti si riunisce in un gruppo di parola la cui dinamica si fonda sul principio della libera associazione. Poi, i genitori vengono accolti senza il proprio figlio o la propria figlia, per favorire la riflessione sulle relazioni familiari e sull’adattamento sociale e per ricevere sostegno quando ne hanno bisogno. I due gruppi si incontrano in una seduta multifamiliare due o tre volte l’anno, allo scopo sia di favorire esiti terapeutici in caso di sofferenza psicologica o di difficoltà nelle relazioni familiari, sia di prevenire la rottura delle relazioni familiari. In altre parole, questo approccio in tre tempi mira a favorire una discussione sulle sfide che adolescenti transgender e genitori incontrano nelle relazioni familiari e nell’adattamento sociale, e più in particolare sulle difficoltà vissute nelle esperienze di discriminazione e di rifiuto.

A chi sono destinati i nostri gruppi e come funzionano? In che modo promuovono la salute mentale? In che modo prevengono i disturbi mentali?

Materiali e metodi

In conformità con la legislazione locale e con i requisiti internazionali, questo studio su partecipanti umani non richiedeva revisione né approvazione etica. Le persone partecipanti hanno fornito il proprio consenso informato scritto prima di partecipare allo studio.

Nel 2013 il professor David Cohen ha istituito un servizio di consultazione per l’identità sessuale nel suo reparto di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (ospedale La Salpêtrière, Parigi). Questo tipo di consultazioni è nato dapprima negli Stati Uniti e in Canada negli anni Settanta ed è poi arrivato in Europa passando per i Paesi Bassi e il Regno Unito. Nel 2013 in Francia sono stati istituiti tre servizi di consultazione pionieristici, tra cui il nostro. Il loro obiettivo comune era accogliere persone che presentavano una «disforia di genere». Pur disponendo di una coorte ampia rispetto ad altri ospedali francesi, un’analisi statistica resta per il momento impossibile: in sei anni la nostra consultazione per l’identità sessuale ha ricevuto soltanto circa 150 bambine, bambini e adolescenti transgender, il che non basta affatto per un’analisi statistica. Questi dati mostrano la carenza di risorse messe in campo nel Paese per sostenere le persone minorenni transgender (Condat et al., 2016; Mendès et al., 2016).

Nel nostro reparto di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, la maggior parte di adolescenti transgender chiede il nostro aiuto per essere accompagnata nella transizione. La richiesta iniziale riguarda spesso gli aspetti medici di questo processo. Ogni mese, all’ospedale La Salpêtrière, le Riunioni di Concertazione Multidisciplinare (RCM) riuniscono diverse professioni: neuropsichiatria infantile, psicologia, pediatria, psicomotricità, endocrinologia, biologia della riproduzione, etica e diritto. In questo contesto ciascuna figura professionale condivide il proprio punto di vista e la gestione dei casi più complessi viene elaborata insieme. Per esempio, si può valutare e discutere l’opportunità di prescrivere una terapia ormonale o un bloccante della pubertà. Si può anche stabilire quale trattamento abbia più probabilità di funzionare meglio per ciascun paziente. In queste riunioni le decisioni vengono prese caso per caso.

Nel 2017 il professor David Cohen mi ha proposto di creare un nuovo dispositivo di cura della salute mentale con la dottoressa Julie Brunelle nel suo servizio di consultazione per l’identità sessuale. La dottoressa Julie Brunelle lavorava da diversi anni con minorenni transgender, mentre a me è stato chiesto di partecipare in qualità di specialista dei gruppi terapeutici. Due anni prima, infatti, avevo avviato all’ospedale La Salpêtrière un gruppo analitico multifamiliare pionieristico destinato ad adolescenti con dipendenze. La creazione di quel gruppo si fondava sulla mia formazione clinica all’Ospedale pediatrico Dr. Ricardo Gutiérrez di Buenos Aires. L’Argentina è il Paese in cui la psicoanalisi multifamiliare è stata creata negli anni Sessanta da García Badaracco (1989) e García Badaracco (2000). Questo nuovo dispositivo era inizialmente destinato a pazienti con schizofrenia, ma le sue indicazioni si sono via via diversificate. Oggi può essere indicato per giovani pazienti finora resistenti alle terapie tradizionali. Di solito presentano disturbi del comportamento, disturbi alimentari, dipendenze, problematiche narcisistiche, una sindrome ansioso-depressiva o un’ansia di separazione (Rabain e Bourvis, 2016). I gruppi multifamiliari riuniscono «da due a venti famiglie che si scambiano storie, esperienze ed emozioni. Le sedute possono durare da 1 h a due ore e mezza, a seconda del numero di partecipanti, dei tipi di patologia e del quadro istituzionale. La comunicazione è coordinata da un gruppo di co-terapeuti formati alle tecniche della psicoterapia individuale, di gruppo e familiare […]».

È così che la dottoressa Julie Brunelle e io abbiamo cominciato a riunire in un gruppo una decina di adolescenti dai 13 ai 19 anni che si interrogavano sull’identità trans. All’epoca eravamo tra i pochissimi reparti di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza in Francia a offrire una presa in carico ambulatoriale di gruppo a minorenni transgender. Quel gruppo è attivo ancora oggi. Ogni seduta si compone di due parti: prima l’accoglienza della decina di adolescenti transgender e poi, separatamente, quella dei loro genitori. Entrambi i sottogruppi sono «aperti», il che significa che nuove persone possono inserirsi strada facendo, ed entrambi si riuniscono un paio di volte l’anno in un incontro multifamiliare. Vorremmo sottolineare che tutte le persone partecipanti sono estremamente assidue, che provengano o meno da Parigi e dalla sua cintura. Alcune, infatti, vivono in campagna, in altre città o in piccoli paesi e attraversano ogni mese il Paese per raggiungere Parigi, solo perché non vogliono perdere nemmeno una seduta del gruppo! Il 50% della nostra utenza proviene da fuori dell’area parigina. Inoltre, accogliamo sia famiglie di ambienti privilegiati sia famiglie socialmente svantaggiate.

Fin dal primo incontro chiariamo che il nostro obiettivo è accompagnare chi è adolescente nel processo di costruzione della propria identità di genere e favorire il dispiegarsi della sua soggettività in un contesto lontano dagli stereotipi di genere. Il nostro obiettivo con i genitori è riflettere sulle relazioni familiari e su come affrontare ogni tipo di esperienza di discriminazione. Il quadro del nostro gruppo si fonda su alcune regole: non appena viene inserita una nuova persona adolescente transgender, ciascuna persona si presenta con il proprio nuovo nome, l’età, a volte la classe, i gusti musicali e le attività extrascolastiche, come in qualunque altro gruppo di adolescenti. Si chiede anche alla persona appena arrivata se desidera che ci si riferisca a lei con «lui» o con «lei». Poi, fin dall’inizio, vengono formulate tre regole fondamentali. Primo: «Tutto ciò che viene detto nel gruppo deve restare nel gruppo». Questa regola di riservatezza è estremamente importante. Secondo: «Non giudicate nessun membro del gruppo!» La chiamiamo regola del rispetto. E infine: «Chiedete la parola quando sentite il bisogno o il desiderio di parlare… E parlate il più possibile!». Ogni persona è infatti invitata a formulare ciò che vuole, ciò che prova e ciò che ha bisogno di dire o di chiedere, affinché le sue parole risuonino negli altri membri del gruppo. È la regola della libera associazione. In altre parole, non lavoriamo con una selezione di temi preparati in anticipo.

Come quello di adolescenti, il gruppo dei genitori funziona con le stesse regole (riservatezza, rispetto e libera associazione). Quando viene inserita una nuova madre o un nuovo padre, ciascuna persona si presenta anche con il proprio nome e con quello del figlio o della figlia. Inoltre, gli interventi dell’équipe co-terapeutica mirano a rilanciare l’associatività delle persone partecipanti e non consistono in un’interpretazione diretta come in un gruppo psicoanalitico. Tuttavia, come ogni quadro terapeutico, il gruppo di adolescenti transgender e quello dei loro genitori rispondono ai cinque criteri di Racamier (2002): 1) un luogo fisso dell’istituzione; 2) una durata fissa (in questo caso, 1 h con il gruppo di adolescenti seguita da 1 h con i genitori) e una frequenza (incontri mensili); le sedute multifamiliari sono programmate due o tre volte l’anno e durano 1 h e mezza con tutti insieme; 3) un numero di famiglie consistente sotto la guida di due co-terapeuti e di una persona addetta alla segreteria; 4) le tre regole fondamentali sopra menzionate, che riguardano tutte le persone partecipanti; 5) e, non da ultimo, l’attenzione agli effetti di confine, cioè ai limiti tra l’interno e l’esterno del gruppo, o anche a quei momenti intermedi in cui la seduta comincia o finisce.

Dopo ogni seduta, l’équipe co-terapeutica e la persona addetta alla segreteria si confrontano per mezz’ora sulla dinamica del gruppo e sul processo terapeutico di ciascun paziente. Questo lavoro di elaborazione si basa non solo sui temi affrontati da chi partecipa e sulle sue emozioni, ma anche sulle nostre reazioni controtransferali. Inoltre, ogni 2 mesi abbiamo una supervisione con una figura esperta di psicologia clinica che esercita in libera professione, per continuare a elaborare i nostri movimenti controtransferali a partire dagli appunti presi dalla segreteria durante le sedute e da ciò che ricordiamo. Anche qui la dinamica si fonda sul principio della libera associazione. In breve, due co-terapeuti e una persona di segreteria presentano il materiale clinico da prospettive diverse a una figura professionale della psicologia che non lavora nel nostro ospedale ma ha una notevole esperienza di gruppi terapeutici.

Risultati

Durante le prime sedute, la domanda più ricorrente riguarda di solito l’ostilità dell’ambiente in cui vive chi è adolescente, in particolare l’ambiente scolastico e il quartiere, o perfino l’ostilità di familiari, spesso esterni al nucleo familiare. Il più delle volte, questo fenomeno di rifiuto costituisce un ostacolo al processo di transizione. Eppure questo tema unisce il gruppo di adolescenti transgender, perché permette di mettere temporaneamente da parte le differenze: «L’altro giorno davanti alla mia scuola si sono presentati dei transfobici. Avevano delle mazze da baseball!», racconta Jenifer. Il luogo più spesso citato come teatro di minacce o molestie è la scuola. David si indigna: «Nella mia scuola media, a volte i cisgender osano chiederci cosa abbiamo tra le gambe… Noi non ci permetteremmo mai di fargli domande così intime!». Quando si parla delle persone cisgender, l’intimità è un tema che ritorna regolarmente, così come lo sguardo delle persone cisgender: «Certi “cis” vogliono essenzializzarci; a volte cercano di andare a letto con noi, solo per una notte, solo per vedere, come se fossimo fenomeni da baraccone!». Un altro tema che unisce è lo sport, in particolare gli spogliatoi, la piscina e le estati al mare: «E se il binder si vede sotto la maglietta? E se incontro qualcuno che conosce la mia vecchia identità…?». In breve, i temi ricorrenti nel gruppo di adolescenti sono l’ostilità dell’ambiente, l’intimità e l’impegno in un movimento attivista. Grazie a questi temi comuni, gli involucri del gruppo si consolidano progressivamente e chi partecipa comincia a prendere la parola: «Avevo una paura tremenda prima del coming out; e dopo ho provato un po’ di sollievo; ma in realtà questo genere di cose posso dirle solo qui, in questo gruppo, perché mi fido di voi!».

Nella nostra esperienza, dopo circa un anno le opinioni cominciano a divergere. Al tempo stesso si rafforzano le capacità associative delle persone partecipanti e la loro capacità di contraddittorio. Ecco un esempio di partecipanti che prendono la parola quando non sono d’accordo: «Bisogna dire o nascondere la propria identità trans?» Per alcune persone non è necessario che tutti lo sappiano: «Non voglio essere un ragazzo trans: voglio solo essere un ragazzo!». Inoltre, non c’è bisogno di informarne le persone conosciute dopo la transizione. Per altre, l’annuncio permette di distinguere le persone di cui ci si può fidare da quelle di cui bisognerà sbarazzarsi. Ci sono anche altre differenze: bisogna fare attivismo o no? Alcune persone rifiutano lo stile radicale e talvolta caricaturale dell’attivismo LGBT: «Solo i settari si mettono in mostra al Gay Pride… Fa male alla causa! Quest’anno non ci vado!». Altre considerano il Pride come «…l’unico giorno dell’anno in cui non abbiamo paura, perché intorno a noi c’è la nostra “nuova famiglia”!».

Molto spesso, adolescenti transgender diventano temporaneamente insegnanti dei propri genitori. Non possiedono soltanto un sapere soggettivo che abita il loro corpo, ma anche informazioni raccolte sui social network e sui blog di adolescenti transgender. Il discorso collettivo si basa su un campo lessicale di neologismi che devono trasmettere ai genitori. Adolescenti transgender dispongono inoltre di più informazioni rispetto alla grande maggioranza del personale sanitario sulla presa in carico multidisciplinare da considerare nel quadro della loro transizione. E i loro genitori, una volta riuniti in gruppo?

Mentre il tono del gruppo di adolescenti è per lo più fatto di umorismo, risate e autoironia, anche quando si parla di situazioni dolorose, il gruppo dei genitori è meno in armonia: mentre alcune persone banalizzano la propria situazione familiare, altre esprimono le loro angosce. A volte scoppiano in lacrime, cosa che nel gruppo di adolescenti non è ancora mai successa.

Nessun genitore si trova nella stessa fase. Le famiglie più refrattarie hanno lasciato il gruppo dopo poche sedute, mentre altre sono rimaste fino a oggi. La gamma delle posizioni genitoriali è piuttosto ampia. Alcuni genitori sostengono il proprio figlio o la propria figlia incondizionatamente: «Sto dalla parte di mia figlia da quando ho capito che la sua transizione era vitale per lei».; «Ho fatto tutto il possibile per accelerare la procedura di cambio dello stato civile», dice la madre di Billie, prima di aggiungere che «La prima iniezione di testosterone è stata un momento felice condiviso con famiglia e amici». La madre di Tatiana: «In Francia ci vogliono anni per essere operati. Così accompagnerò mia figlia all’estero per il suo diciottesimo compleanno. Non vedo l’ora dell’intervento, perché la sua “disforia” possa essere alleviata!» Altri genitori si oppongono a qualsiasi forma di transizione: «Non userò il suo nuovo nome! Mia figlia resterà sempre una ragazza!» Tra questi due estremi, sono possibili tutte le posizioni intermedie.

Le preoccupazioni per il corpo del figlio o della figlia sono ricorrenti: quali sono gli effetti collaterali postoperatori? Come si valuta il rischio di insuccesso? «E se volesse tornare indietro dopo l’operazione?» Gli interventi di riassegnazione trasformano da un giorno all’altro e sono irreversibili. Le terapie ormonali, i cui risultati compaiono gradualmente, generano un’ansia altrettanto percepibile: «Abbiamo abbastanza prospettiva sugli effetti indesiderati dei bloccanti della pubertà o degli ormoni sulle ossa?»

Più lontano dal soma, il tema del «lutto per il figlio immaginato dai genitori» ricorre spesso, e spesso con le stesse tappe: «Prima si è tagliata i capelli. Poi il suo nome di nascita è scomparso dal libretto di famiglia. Poi lui ha cominciato il testosterone, e presto ci sarà la mastectomia. Pensavo di aver elaborato il lutto per mia figlia. Ma ora, visto che lui non vuole preservare i suoi ovociti, non so più che fare. Non sarò mai nonna!», dice la madre di Michael prima di scoppiare in lacrime. La madre di Michael cresce il figlio da sola da quando lui aveva 3 anni. Fa del suo meglio, ma a volte perde sicurezza. Per confortarla, il padre di Daniel le risponde: «Forse hai ragione… Però almeno non perderai tuo figlio. Il mio era al quarto tentativo di suicidio. Da quando è diventato un uomo, è tornato a vivere!». Sostenere la transizione del proprio figlio o della propria figlia può ridurre in modo significativo il rischio di suicidio (Toomey e Syvertsen, 2018).

Un’altra domanda ricorrente per i genitori del gruppo riguarda il loro vissuto personale dal coming out del figlio o della figlia: «Per me la notizia è stata come una bomba atomica; ma alla fine non era niente in confronto alla nostra paura dei tentativi di suicidio». Un altro padre: «A Christopher non piacevano i vestiti da bambina. Pensavo che sarebbe diventata omosessuale, ma non transgender. E comunque all’epoca non sapevo nemmeno cosa fosse!».

Per la madre di Steve, che cresce da sola il figlio adottivo, la scintilla è stata l’incontro in sala d’attesa con una madre e sua figlia transgender, che ha fatto la differenza: «La ragazzina sembrava felice e realizzata. Ho scoperto per caso che era transgender, nonostante il suo aspetto del tutto ordinario», ricorda. «Poi ho parlato di identità trans con sua madre, una donna dolce che era più avanti di me nel percorso, e questo mi ha tranquillizzata. Mi ha fatto cambiare idea, e ho cominciato a sostenere mio figlio, soprattutto contro il bullismo!». La madre di Steve è infatti dovuta andare più volte al liceo prima di arrivare a un accordo con la dirigenza per una «transizione sociale» (che il figlio fosse chiamato con il suo nome maschile e trattato come un ragazzo). Tuttavia, il medico scolastico ha deciso che non sarebbe stato possibile e ha fatto un annuncio a tutto il corpo docente e a tutta la popolazione studentesca dell’istituto ricordando che Steve era «nato femmina», aveva mentito e da quel momento doveva essere chiamato con il suo nome femminile. Questa situazione ha inevitabilmente portato Steve ad abbandonare di colpo la scuola. Steve non è mai più tornato in quel liceo.

Dopo circa un anno, gli scambi tra i genitori hanno finito per decentrarsi: di recente le questioni di identità trans hanno lasciato il posto a problemi che si incontrano classicamente nell’adolescenza: «Se mia figlia cerca tanto il suo posto, è perché sta attraversando una classica ribellione adolescenziale!». Col tempo, infatti, si prende distanza e si riesce a vedere il quadro d’insieme.

Quando adolescenti transgender e genitori si riuniscono in una seduta multifamiliare, nessuno interrompe nessuno. I genitori hanno in genere un atteggiamento attento e alcuni genitori restano colpiti e commossi nel vedere il proprio figlio o la propria figlia all’interno di un gruppo consolidato composto da adolescenti transgender. L’équipe co-terapeutica cerca di favorire esiti terapeutici in caso di sofferenza psicologica o di difficoltà nelle relazioni familiari invitando i membri del gruppo a parlare di tutto ciò che viene loro in mente, «anche se non è facile»: «La famiglia di mia madre, a Marsiglia, ci ha rifiutato. Lei è lesbica e io sono trans… ma non ce ne importa granché, perché laggiù sono tutti mafiosi! (risate). All’inizio io e mia madre litigavamo parecchio… ma ora abbiamo lasciato Marsiglia per Parigi, e stiamo benissimo!» Paradossalmente, è spesso più facile parlare di questioni difficili durante un gruppo multifamiliare, perché le persone partecipanti che assistono agli scambi verbali costituiscono anche un sostegno molto solido (Rabain, 2018).

Ma perché e in che modo le sedute multifamiliari permettono di discutere le sfide che adolescenti transgender e genitori incontrano nel loro adattamento sociale? In che modo favoriscono esiti terapeutici in caso di sofferenza psicologica o di difficoltà nelle relazioni familiari? In che modo arrivano talvolta perfino a prevenire la rottura delle relazioni familiari?

Discussione

Movimenti transferali e controtransferali

Il gruppo multifamiliare modifica i movimenti transferali disperdendo le proiezioni su diversi membri del gruppo. Riunire più famiglie con co-terapeuti e una persona di segreteria genera «transfert multipli». Questa particolare dinamica transferale permette alle persone partecipanti di evitare gli effetti negativi di un transfert duale massiccio. Più precisamente, il dispositivo psicoanalitico multifamiliare genera elementi transferali che si possono classificare in tre modi. Il transfert può essere anzitutto «radiale» 1), cioè rivolto all’équipe co-terapeutica. Poi il transfert può essere «orizzontale» 2), quando è rivolto ad altri membri del gruppo. Questo tipo di transfert si rafforza nel corso delle sedute grazie agli effetti di risonanza tra partecipanti che affrontano problematiche comuni. Alcune identificazioni incrociate, che consistono nell’investire altri genitori del gruppo, possono essere di grande aiuto per adolescenti i cui genitori presentano fragilità narcisistiche. I gruppi multifamiliari, infatti, consolidano l’identità e rafforzano la stabilità narcisistica. In altre parole, i giochi identificatori favoriti da questo dispositivo sostengono adolescenti e genitori quando presentano fragilità narcisistiche. E infine, il transfert può essere rivolto al gruppo «come oggetto totale» 3) (Rabain e Bourvis, 2016, 320).

Secondo J. García Badaracco: «La partecipazione di un paziente a un gruppo [psicoanalitico multifamiliare] […] accresce il lavoro di elaborazione. Questo lavoro spinge i membri della famiglia ad allentare le proprie difese.» (2000, 66, traduzione personale). Mentre le dinamiche transferali sono qualificate come «multiple» – o «diffratte», a seconda della traduzione –, i movimenti controtransferali in un dispositivo simile sono «proteiformi», nella misura in cui l’équipe co-terapeutica si identifica sia con adolescenti sia con i loro genitori. Un’altra ragione per cui le nostre sedute di supervisione si sono rivelate davvero utili.

Promuovere la salute mentale

Il nostro approccio innovativo alla cura della salute mentale ha permesso sia ad adolescenti sia ai loro genitori di uscire da una certa forma di isolamento. Nel gruppo di adolescenti, qualunque sia la singolarità delle loro esperienze, tutte le persone, senza eccezione, hanno vissuto la transfobia, il rifiuto e l’emarginazione, cosa molto frequente (Simons e Schrager, 2013, 791). Durante il primo anno del gruppo di parola, le manifestazioni di rispetto e di attenzione verso gli altri membri del gruppo richiamano il fenomeno dell’«illusione gruppale» così come la definisce Anzieu (1991), (362–363): assenza di conflittualità e sentimento di autosufficienza coesistono, come se tutti i modelli necessari si potessero trovare nella diversità del materiale portato dalle persone partecipanti. Man mano che l’involucro gruppale si formava, si è materializzato un confine tra un interno buono e un esterno ostile. La scissione tra buono e cattivo non si situava quindi all’interno del gruppo, ma tra il gruppo e l’esterno (Anzieu, 1975; Anzieu, 1985).

Lo sguardo delle persone cisgender può talvolta essere vissuto come respingente e sprezzante, o perfino curioso, in modo voyeuristico (Bufnoir, 2016). Far parte di un gruppo di parola che riunisce adolescenti transgender è quindi un modo per rafforzare il proprio narcisismo. Ciò promuove inoltre la salute mentale informando i membri del gruppo delle diverse possibilità di presa in carico di cui possono beneficiare, in ospedale o presso varie associazioni: associazioni transgender come OUTrans1, associazioni contro la transfobia, associazioni LGBTIQA+, ecc.

Allo stesso modo, anche i genitori si interrogano su temi molto importanti, come il suicidio e la sopravvivenza del figlio o della figlia. Per esempio, una questione ricorrente e difficile per i genitori del gruppo è il «lutto per il bambino sognato» (Lebovici e Stoléru, 1983; Lebovici, 1998). Stare insieme, cercare di elaborare insieme, aiuta non solo ad affrontare la propria angoscia, ma permette anche di posizionarsi meglio di fronte al figlio o alla figlia, il che è essenziale per sostenerli (Menvielle e Rodan, 2011). Dal punto di vista psichiatrico, si osserva una recrudescenza dei segni di ansia e depressione tra adolescenti transgender. Per queste ragioni, i nostri gruppi possono essere considerati un approccio preventivo, anche se non si limitano alla prevenzione.

Prevenzione dei disturbi mentali

L’ansia e la depressione riscontrate in adolescenti transgender sono legate ad aspetti specifici del loro ambiente (Bernard e Wathelet, 2019, 111–123). Tra i fattori di rischio figurano il bullismo a scuola o nel quartiere e la transfobia di membri della famiglia. La stigmatizzazione legata al genere, infatti, moltiplica per cinque il rischio di sviluppare una sindrome depressiva rispetto alla popolazione adolescente generale (Kaltiala-Heino e Bergman, 2018, 31–41). Da qui l’importanza di offrire un sostegno medico e psicologico alle persone minorenni transgender e ai loro genitori.

Tra gli e le adolescenti della nostra consultazione per l’identità sessuale, circa il 70% presenta problemi d’ansia, e più in particolare un «disturbo ansioso-depressivo», secondo il rapporto statistico annuale di attività del nostro reparto di psichiatria dell’adolescenza (2019). Si osservano anche reazioni fobiche, in particolare la fobia scolare, molto frequente tra adolescenti transgender, che porta a un abbandono scolastico totale. Questo fenomeno è più frequente in questo gruppo che nella popolazione generale del nostro reparto: il tasso di abbandono scolastico è del 38%. Di fronte a questi dati, stiamo valutando la possibilità di un nuovo studio, con l’aiuto di altri reparti di psichiatria dell’adolescenza, per confrontare il tasso di sindrome ansioso-depressiva nelle persone che hanno beneficiato del nostro approccio di cura della salute mentale con quello di un gruppo di controllo di persone che non hanno ricevuto alcun sostegno di gruppo.

Non appena gli involucri del gruppo sono stati abbastanza solidi, hanno finalmente potuto manifestarsi i primi movimenti di differenziazione: alcune persone vogliono essere considerate adolescenti transgender, mentre altre vogliono semplicemente essere considerate un ragazzo o una ragazza; vale a dire che, per vivere felici, bisogna vivere nascosti. Altri membri sostenevano invece che, per difendersi efficacemente, bisognava mostrarsi fermi. Allo stesso modo, mentre alcune persone erano inorridite dal Pride, altre dicevano di adorare il Gay Pride.

Mentre l’ambiente comunitario e i social network offrono ad adolescenti transgender un’ampia varietà di figure identificatorie, il gruppo di adolescenti rafforza il gioco identificatorio in situ. Oltre a contrastare una tendenza a un isolamento mortifero, le sedute permettono identificazioni e controidentificazioni con partecipanti dall’identità binaria o non binaria, che ravvivano la loro associatività psichica. Così la «generazione gender fluid» – espressione che designa la nuova generazione di adolescenti e di persone adulte in cui alcune persone sentono di non essere del tutto uomo né del tutto donna – resta innegabilmente più flessibile della precedente, soprattutto per quanto riguarda l’identità di genere e la questione dell’orientamento sessuale. In questo gruppo, quasi tutte le persone partecipanti avevano fin dall’inizio una relazione sentimentale. Eppure nessuno ne parlava spontaneamente. Nessuno sapeva chi stesse con un ragazzo o con una ragazza, con una persona partner cisgender o transgender. Dopo un anno, il gruppo di adolescenti è diventato meno evasivo e ha cominciato a parlare dei propri amori. In altre parole, questo approccio di gruppo rafforza la capacità di associare e di ridistribuire la libido su oggetti sostitutivi (Rabain, 2017; Rabain, 2018). Un altro obiettivo principale di questo gruppo è «rafforzare la personalità – processo di soggettivazione – e favorire una migliore stabilità emotiva, con una maggiore capacità di affrontare e sopportare eventi traumatici». (García Badaracco, 2000, (235, traduzione personale).

Prevenzione delle rotture delle relazioni familiari

All’inizio, il gruppo dei genitori era caratterizzato da una diffidenza iniziale. Alcuni pensavano che cercassimo di convincere il loro figlio o la loro figlia a intraprendere la transizione. Tuttavia, le sedute hanno rapidamente portato a una migliore collaborazione. Se nelle prime sedute era evidente una certa ambivalenza, questa si è progressivamente attenuata a favore di uno spazio di discussione più sicuro. I genitori non sono rimasti concentrati su questioni limitate all’identità trans: hanno finito per prendere distanza, probabilmente grazie, tra l’altro, al nostro gruppo di sostegno. È essenziale lavorare con i genitori nell’interesse del figlio o della figlia, perché la posizione dei genitori ha un’influenza evidente sul percorso di transizione di adolescenti transgender. Aiutare i genitori ad articolare il proprio punto di vista e ad allontanarsi da una visione monolitica, spesso normativa e stereotipata delle questioni trans costituisce un beneficio significativo per il figlio o la figlia (Menvielle e Rodnan, 2011; Simons e Schrager, 2013). Elaborare le paure genitoriali e tenere conto del principio di realtà – per esempio, non negando i numerosi rischi che le persone trans corrono – li rende più capaci di proteggere il proprio figlio o la propria figlia. Questo lavoro preliminare porta a una maggiore comprensione reciproca durante gli incontri multifamiliari.

Un altro punto importante: esiste uno scarto temporale logico tra il vissuto di adolescenti transgender e quello dei loro genitori. Nel momento in cui si apprestano a fare coming out, di solito ci stanno lavorando da molto tempo. Tuttavia, quando finalmente lo dicono, è probabile che si aspettino una reazione immediata dai genitori. Per esempio, quando fanno coming out come adolescenti transgender, la maggior parte sa già di voler ricevere gli ormoni. Hanno già deciso di avanzare questa richiesta, perché l’idea c’è in genere da un paio d’anni. I genitori, invece, spesso non hanno mai pensato prima a queste cose. Non possono quindi prendere posizione tanto rapidamente quanto il figlio o la figlia vorrebbe. In questa situazione, l’accoglienza dei nuovi arrivi da parte dei genitori veterani può essere di grande aiuto. Al di là della rivalorizzazione narcisistica reciproca generata da questa attività, sembrerebbe che i genitori veterani del gruppo riconoscano nelle persone appena arrivate l’angoscia che hanno vissuto un tempo e, di conseguenza, la strada percorsa da allora. In cambio, chi arriva dispone di più modelli identificatori su cui appoggiarsi. Questo prezioso sollievo riduce le tensioni all’interno della famiglia e aiuta a prevenire la rottura delle relazioni familiari.

Inoltre, in questi gruppi multifamiliari intergenerazionali, il racconto del punto di vista dei genitori invita ogni adolescente a interessarsi ai valori della propria famiglia e favorisce l’emergere o il rafforzarsi della sua capacità di prendere la parola. Ciò dà nuovo slancio al processo di soggettivazione, che richiede un inevitabile «scontro armato» tra adolescenti e genitori (Winnicott, 1971, 200). Precisiamo qui che questo «confronto tra generazioni» (Kancyper, 2018) è una condizione necessaria ma non sufficiente della soggettivazione. Non ogni conflitto, infatti, per quanto doloroso, porta sempre a cambiamenti fecondi. Il nostro approccio di gruppo alla salute mentale aumenta le probabilità che il confronto tra adolescenti e genitori rafforzi il processo di soggettivazione.

Conclusione

In questo articolo abbiamo discusso perché sia necessario prendersi cura di adolescenti che si interrogano sulla propria identità di genere insieme ai loro genitori, in un approccio di orientamento multifamiliare. Ci siamo anche chiesti come sostenere i genitori, spesso destabilizzati di fronte a un processo puberale diverso da quello che hanno vissuto alla stessa età. Il gruppo ha generato una dinamica che ha permesso ai suoi membri di relativizzare le proprie domande alla luce delle esperienze di altre famiglie. Ne sono derivati un nuovo slancio e il riaggiustamento di alcune posizioni ostili alle persone transgender.

Secondo l’Osservatorio francese delle identità trans 2, le aggressioni contro le donne transgender sono più numerose di quelle contro gli uomini transgender. Si tratta in genere di aggressioni gravi e di crimini, il che è particolarmente angosciante per i genitori. L’angoscia nasce spesso dall’impossibilità di pensare e di parlare di queste questioni legate all’identità trans. Nel nostro approccio, uno dei principali obiettivi consiste nel co-costruire tutta una gamma di rappresentazioni e significanti che adolescenti transgender e genitori potranno usare per costruire le proprie rappresentazioni. In altre parole, tutte le strade che portano a un maggior numero di rappresentazioni costituiranno una vittoria contro la progressione e l’insediamento permanente dei disturbi della salute mentale.

In futuro, perché non aggiungere il breve intervento di associazioni transgender? Sarebbero probabilmente di grande aiuto nel lavoro di mettere in parole ciò che si prova prima, durante e dopo il processo di transizione. Parlare con persone adulte transgender che stanno bene e che sono artefici della propria vita potrebbe rivelarsi un aiuto significativo per il progetto di destigmatizzare l’identità trans.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo testo è un resoconto clinico, non uno studio: nessun dato sistematico, parole scelte per illustrare e un lessico psicoanalitico (transfert, involucro gruppale, soggettivazione) ripreso dalla psicoanalisi multifamiliare di García Badaracco. Merita comunque la lettura per chi pratica la terapia sistemica, perché mette in scena ciò che la terapia familiare conosce bene sotto altri nomi. Anzitutto lo scarto dei tempi: la persona giovane ha elaborato la propria transizione per anni, mentre il genitore la scopre e non riesce a tenere lo stesso ritmo; il gruppo dà tempo a questo scarto invece di trasformarlo in conflitto. Poi il ruolo dei pari: i genitori «veterani» mostrano ai nuovi arrivi che una strada esiste, e chi è giovane diventa temporaneamente insegnante dei propri genitori. Infine il posto dell’ambiente: la storia di Steve, che ha abbandonato la scuola dopo l’annuncio del medico scolastico, ricorda che la scuola fa parte del sistema da curare. Il dispositivo rispetta i nomi e i pronomi scelti senza decidere al posto delle famiglie. Si può rimpiangere l’assenza di valutazione e di voci di persone trans adulte, che l’articolo stesso auspica. Da leggere insieme a lo studio sul sostegno dei genitori ad adolescenti transgender e a lo studio su bambine e bambini trans e i loro genitori di fronte alla transizione.

Note dell’originale

1 www.outrans.org.

2 https://www.observatoire-des-transidentites.com.

Dichiarazione etica. In conformità con la legislazione locale e con i requisiti istituzionali, lo studio su partecipanti umani non richiedeva revisione né approvazione etica. Il consenso informato scritto alla partecipazione allo studio è stato fornito da chi esercita la tutela legale o dai familiari più prossimi delle persone partecipanti.

Contributi. Il lavoro è opera di un’unica persona, che ne ha approvato la pubblicazione.

Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara che la ricerca è stata condotta in assenza di qualsiasi rapporto commerciale o finanziario che possa essere interpretato come un potenziale conflitto di interessi.

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Traduzione non ufficiale di Why Multi-Family Groups for Transgender Adolescents and Their Parents?, di Nicolas S. Rabain, Frontiers in Sociology, vol. 5, articolo 628047 (2021), doi: 10.3389/fsoc.2020.628047, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale «Why Multi-Family Groups for Transgender Adolescents and Their Parents?» è stato pubblicato su Frontiers in Sociology (2021) con licenza CC BY 4.0. Questa è una traduzione non ufficiale di Complexe Systémique, realizzata con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato all’inizio di questa pagina. Fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Rabain, N. S. (2021). Why Multi-Family Groups for Transgender Adolescents and Their Parents?. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/why-multi-family-groups-for-transgender-adolescents-and-their-parents (Opera originale pubblicata nel 2021 su Frontiers in Sociology, 5, 628047 (2021); ripubblicata nel 2021 da Frontiers in Sociology, https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fsoc.2020.628047/full)

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