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Scienze sociali · Migrazione

«Sentirsi a casa è sentirsi al sicuro»: minori rifugiati non accompagnati che (ri)creano un senso di casa in affido familiare nel tempo

Come si arriva a sentirsi a casa in una famiglia affidataria dopo essere fuggiti senza i propri genitori, prima dei 18 anni? Il gruppo di ricerca di Frederikke Jarlby ha intervistato due volte otto giovani, a partire dalle foto che avevano portato, scelto o immaginato. Emergono tre fili: la sicurezza, la familiarità e un’autonomia negoziata all’interno delle relazioni, intrecciati tra passato, presente e futuro.

Autrici Frederikke Jarlby, Milfrid Tonheim e Marte Knag Fylkesnes (Norwegian Research Centre NORCE; Western Norway University of Applied Sciences; University of Bergen, Norvegia)Prima pubblicazione Social Sciences, 6 febbraio 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di ‘To Feel at Home Is to Feel Safe’: Unaccompanied Refugee Minors (Re)Creating a Sense of Home in Foster Care over Time, di Frederikke Jarlby, Milfrid Tonheim e Marte Knag Fylkesnes, pubblicato in Social Sciences (MDPI) (2025), doi: 10.3390/socsci14020091, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La tabella è presentata sotto forma di elenco; le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Non è l’affido familiare in quanto tale, ma un affido familiare dotato di determinate caratteristiche e qualità a nutrire un senso di casa e di appartenenza.

Frederikke Jarlby, Milfrid Tonheim e Marte Knag Fylkesnes

Abstract

Questo studio esplora ciò che i minori rifugiati non accompagnati (URM) indicano come importante per (ri)creare un senso di casa in affido familiare nel tempo. Attraverso un disegno longitudinale composto da interviste semistrutturate con foto-elicitazione e facendo riferimento al concetto di homing, abbiamo raggruppato le esperienze delle e delle persone giovani in tre aspetti intrecciati che contribuiscono a (ri)creare un senso di casa in affido familiare: sicurezza, familiarità e autonomia. Lo studio evidenzia l’importanza delle risorse emotive, relazionali e materiali a cui i giovani possono accedere attraverso relazioni di tipo familiare (in affido), che sembrano costituire una parte essenziale della (ri)creazione di un senso di casa. I nostri risultati mostrano come gli URM in affido familiare siano soggetti attivi nel fare casa e nel diventare casa, e non soltanto nell’essere a casa, mettendo in luce la loro partecipazione e la loro continua navigazione dell’appartenenza nella vita quotidiana. Inoltre, la nostra analisi indica che la (ri)creazione di un senso di casa in affido familiare da parte degli URM è un processo dinamico e temporale tra le loro esperienze passate, le circostanze presenti e le aspirazioni future. È essenziale che il personale dei servizi di tutela dei minori e i genitori affidatari siano consapevoli dei legami degli URM con le loro origini, con le famiglie d’origine e con i genitori affidatari durante le transizioni, così come dei loro bisogni individuali, e che li sostengano. I risultati di questo studio arricchiscono di sfumature la ricerca esistente su ciò che contribuisce a un ambiente di affido favorevole per gli URM, in particolare su come i genitori affidatari possano facilitare nel tempo il senso di casa degli URM. Tuttavia, i nostri risultati evidenziano anche la necessità di ulteriori ricerche su come sostenere meglio la continuità dell’affido per gli URM, in particolare per quanto riguarda il ruolo e il significato dell’appartenenza culturale, religiosa e linguistica.

Parole chiave: appartenenza, affido familiare, homing, temporalità, minori rifugiati non accompagnati

1. Introduzione

Ho vissuto in tanti posti diversi […] Qui (in affido), mi sento a casa. È l’unico posto in cui mi sono sentito a casa da quando sono venuto in Norvegia […] Di tutti i posti, nessuno lo sentivo come casa. Non quella sensazione. Qui, invece, sembra casa.

È la riflessione di una persona giovane che è andata a vivere in affido familiare dopo essere arrivata in Norvegia come minore rifugiato non accompagnato (URM). Per definizione, gli URM sono stati costretti a fuggire dal loro paese di nascita a causa di un «fondato timore di essere perseguitati» (UNHCR 1994, p. 4). Inoltre, essere «non accompagnati» significa che sono fuggiti e/o arrivati nel paese di accoglienza senza alcuna figura di cura, oltre a essere «minori», cioè bambine, bambini e adolescenti sotto i 18 anni. Questo status complesso li rende particolarmente vulnerabili (UNHCR 1994, p. 71). Il trasferimento degli URM in un nuovo paese comporta inevitabilmente processi di sradicamento emotivo, relazionale e materiale (Ahmed 1999; Sirriyeh 2016). Con le parole di Ahmed (1999), comporta «un processo di estraniamento, un processo in cui si diventa estranei a ciò che si abitava come casa» (p. 343).

Queste esperienze di insicurezza e di rottura comportano rischi per il loro sviluppo fisico, intellettuale, psicologico, culturale e sociale (UNHCR 1994, p. 13). Inoltre, queste condizioni possono portare a esclusione e discriminazione, mettendo alla prova il loro senso di appartenenza (Kohli et al. 2010; Rip et al. 2020b; Wade et al. 2012). La ricerca suggerisce che l’affido familiare può offrire un ambiente favorevole agli URM e, sebbene la ricerca internazionale sui fattori protettivi sia in crescita, servono studi approfonditi sulle loro esperienze quotidiane vissute e sulle complessità che esse comportano nel tempo (Rip et al. 2020b; Trenson et al. 2023; Van Holen et al. 2020). In questo contesto, è fondamentale condurre studi longitudinali incentrati sulle prospettive degli URM, che esplorino in particolare le loro risorse, le loro pratiche e la loro capacità di agire nel (ri)creare un senso di casa in affido familiare (Garvik et al. 2016; Svendsen et al. 2018; Wernesjö 2012). Questo studio intende colmare queste lacune ponendo la domanda: che cosa indicano come importante i minori rifugiati non accompagnati in affido familiare per (ri)creare un senso di casa nel tempo?

Comprendere che cosa sia importante per gli URM, compreso il modo in cui la casa viene sentita e praticata quando si vive in affido familiare, può contribuire a orientare politiche e pratiche che rispondano ai loro bisogni e favoriscano il loro benessere.

1.1. Il contesto norvegese

Dal 1996 al 2022, 10.940 minori hanno ottenuto in Norvegia un permesso di soggiorno permanente in quanto minori rifugiati non accompagnati (URM), e 10.173 vi risiedevano ancora all’inizio del 2023 (Kirkeberg e Lunde 2024)1. Al momento del reinsediamento nei comuni hanno in media 15.5 anni. Otto su dieci sono maschi e negli ultimi anni sono arrivati principalmente da Afghanistan, Eritrea, Somalia e Siria (Kirkeberg e Lunde 2024).

Quando una persona giovane ottiene un permesso di soggiorno, spetta ai comuni organizzare e stabilire soluzioni abitative e di cura adeguate, sia esclusivamente nell’ambito dei servizi di tutela dei minori sia in collaborazione con il servizio per i rifugiati (IMDi 2024). L’affido familiare è una delle diverse soluzioni abitative per gli URM, ma è utilizzato soprattutto per chi ha meno di 15 anni, mentre chi è più grande vive di solito in comunità residenziali (Garvik et al. 2016; Svendsen et al. 2018). Per gli URM che vivono in famiglie affidatarie, tuttavia, i genitori affidatari appartenenti alla maggioranza sono più frequenti degli affidi intrafamiliari e dei genitori affidatari appartenenti a minoranze, a causa della scarsità di entrambi (Garvik et al. 2016).

Secondo la legge norvegese sulla tutela dei minori, tutte le persone giovani hanno diritto a misure di accompagnamento dopo l’uscita dall’affido fino al compimento dei 25 anni (Child Welfare Act 2021, sct. 1–2), e in Norvegia gli URM beneficiano spesso di tali misure (Svendsen et al. 2018). In base alla legge sull’immigrazione, il ricongiungimento familiare può essere richiesto dai genitori biologici degli URM titolari di specifici tipi di permesso di soggiorno, insieme ai fratelli e alle sorelle di età inferiore ai 18 anni (Immigration Act 2008, sct. 43). Molte persone giovani hanno già superato i 18 anni quando la loro famiglia d’origine arriva, perché i tempi di trattamento delle domande di ricongiungimento familiare sono lunghi (Bergset et al. 2024). Se si ricongiunge con la famiglia, la persona giovane deve vivere con la famiglia d’origine per cinque anni, il che significa che dovrà lasciare la sistemazione attuale, compreso l’affido familiare (Immigration Act 2008, sct. 62).

1.2. Rassegna della ricerca precedente

Inserirsi in una nuova famiglia può essere difficile per tutti i bambini, le bambine e gli adolescenti in affido (Bengtsson e Luckow 2020; Hedin 2014; Schofield 2002). Spesso hanno vissuto abusi, trascuratezza e rotture (Gypen et al. 2017) e devono costruire un senso di appartenenza in un nuovo ambiente familiare in termini di classe sociale, cultura familiare e tradizioni (Boddy 2019; Phoenix 2016; Schofield 2002). Gli studi incentrati sull’affido familiare degli URM riecheggiano la ricerca più ampia sull’affido per quanto riguarda queste esperienze di cambiamenti e difficoltà significativi. Gli URM, però, possono vivere altre rotture legate alla cultura (familiare), alla lingua, alla religione, ai valori e alle norme (Luster et al. 2009; Ní Raghallaigh e Sirriyeh 2015; Sirriyeh 2013; Van Holen et al. 2020; Wade et al. 2012). Inoltre, affrontano difficoltà specifiche plasmate dalle strutture politiche e sociali, come il loro status giuridico precario di «richiedenti asilo» o «rifugiati», oltre alla loro posizione di «minori in affido» (Crea et al. 2018; Kohli 2011; Kohli et al. 2010; Ní Raghallaigh 2013; Sirriyeh 2013). Queste condizioni possono portare a esclusione e discriminazione, che mettono alla prova il loro senso di appartenenza a un nuovo paese o a una nuova famiglia (Mörgen e Rieker 2022; Rip et al. 2020b; Wade et al. 2012). Di conseguenza, possono sentirsi «ospiti» o «estranei» (Kauko e Forsberg 2018; Mörgen e Rieker 2022; Sirriyeh 2013; Wernesjö 2015).

Inoltre, le esperienze traumatiche degli URM, che sono fuggiti da soli, sono stati separati dalle famiglie d’origine a causa di guerre e conflitti e devono affrontare i processi di ricongiungimento familiare, pongono sfide specifiche per questo gruppo di bambini, bambine e adolescenti (Bergset et al. 2024; Crea et al. 2018; Luster et al. 2009; Mitra e Hodes 2019; Trenson et al. 2023). Nella letteratura, il sostegno sociale nel tempo emerge come un fattore centrale per il benessere complessivo e il senso di casa degli URM, che provenga dalle famiglie d’origine, dai genitori affidatari, dalle amicizie o da professionisti come il corpo docente o il personale dei servizi sociali (Börjesson e Söderqvist Forkby 2020; Kauko e Forsberg 2018; Mitra e Hodes 2019; Oppedal e Idsoe 2015; Tiilikainen et al. 2023; Trenson et al. 2023; Wernesjö 2015). Anche mantenere i legami con la propria cultura d’origine è cruciale (Rana et al. 2011; Trenson et al. 2023; Van Holen et al. 2020), il che sottolinea l’importanza delle appartenenze multiple (Kaukko e Wernesjö 2017; Pieloch et al. 2016; Trenson et al. 2023).

Diversi studi europei hanno rilevato che l’affido familiare è associato a una migliore salute mentale (Kalverboer et al. 2016; Mitra e Hodes 2019; Van Holen et al. 2020; Zijlstra et al. 2019) e a migliori risultati scolastici degli URM rispetto a soluzioni abitative meno favorevoli (Aleghfeli e Hunt 2022; O’Higgins et al. 2018; Rana et al. 2011). Per valorizzare i potenziali effetti positivi dell’affido familiare, è essenziale capire che cosa contribuisce a una buona famiglia affidataria (Trenson et al. 2023; Van Holen et al. 2020). Alcuni studi indicano che l’affido familiare offre un beneficio significativo agli URM grazie all’accesso alla cura e al sostegno di una famiglia, a confidenti di fiducia, all’aiuto nelle pratiche di asilo e alla difesa dei loro interessi nell’accesso ai servizi essenziali (Ní Raghallaigh e Sirriyeh 2015; Sirriyeh 2010, 2013). Le risorse e le esperienze positive che gli URM incontrano in affido, comprese le relazioni di tipo familiare con i genitori affidatari, sono indicate come centrali per il loro senso di casa (Mörgen e Rieker 2022; Sirriyeh 2013). Inoltre, la ricerca precedente mette in luce il ruolo dei genitori affidatari nel facilitare il contatto con coetanei della stessa origine, con le famiglie d’origine e con altre reti, che rafforza la prevedibilità, la continuità e la stabilità per gli URM (Crea et al. 2018; Rip et al. 2020a; Van Holen et al. 2020). Alcuni studi sottolineano anche il delicato equilibrio tra le pratiche di cura e i limiti posti da chi si prende cura, da un lato, e l’indipendenza e la capacità di agire di cui gli URM hanno bisogno per crescere bene e sentirsi a casa, dall’altro (Oppedal et al. 2009; Sirriyeh 2013; Svendsen et al. 2018; Wade 2019).

Inoltre, le esperienze di casa degli URM sono state esplorate in misura variabile nell’affido familiare in contesti europei (ad es. Mörgen e Rieker 2022; Ní Raghallaigh e Sirriyeh 2015; Rip et al. 2020b; Sirriyeh 2013) e in altri tipi di soluzioni abitative, come le comunità residenziali nei contesti nordici (ad es. Börjesson e Söderqvist Forkby 2020; Garvik et al. 2016; Kauko e Forsberg 2018; Wernesjö 2015). Parte della ricerca qualitativa pertinente affronta temi affini, come l’appartenenza e le relazioni di tipo familiare, in particolare nella fase iniziale dell’insediamento. Esiste tuttavia una notevole lacuna nella ricerca che esplora come gli URM (ri)creano un senso di casa in affido familiare nel corso degli anni e attraverso studi di follow-up. Per quanto ci risulta, l’approccio teorico dell’homing proposto da Boccagni (2017) non è ancora stato studiato dal punto di vista degli URM in un contesto di affido familiare.

2. Quadro teorico

La migrazione comporta un processo continuo di costruzione della casa, in cui le persone cercano di ricreare una normalità in un nuovo contesto (Boccagni 2017). Questa normalità comprende un luogo che è «…indiscutibilmente il “nostro” luogo, dove la nostra presenza non ha bisogno di giustificazioni» (Boccagni e Kusenbach 2020, p. 597). Per giovani con un passato di minori rifugiati non accompagnati, andare a vivere in affido familiare in un nuovo paese può essere descritto come un processo di nuovo radicamento fatto di essere, fare, diventare e appartenere (Boccagni 2017; Boccagni e Kusenbach 2020). Più precisamente, il senso di casa può essere visto come qualcosa che i giovani portano con sé (essere), insieme alla casa come pratica (fare) del sentirsi a casa (diventare e appartenere), con le sue dimensioni emotive, relazionali e materiali. Costruire una casa implica quindi il coinvolgimento delle persone in un luogo fisico, definito da Boccagni (2017) come un luogo emotivamente significativo, legato a relazioni e pratiche sociali. La casa non è necessariamente legata ai «confini materiali di un luogo di abitazione» (p. 3).

Boccagni introduce il concetto di homing nei contesti migratori e lo descrive come un processo dinamico, performativo e interattivo di (ri)creazione di un senso di casa e di appartenenza nella vita quotidiana. Si tratta di un processo temporale, come viene spiegato: «l’homing parte dal presente, è orientato verso un traguardo o un divenire futuro, eppure è costitutivamente plasmato dal (recupero del) passato» (Boccagni 2022, p. 596). In questo studio ci concentriamo su come i giovani (ri)creano un senso di casa a partire dalle tracce del passato, dalle pratiche del presente e da ideali e aspirazioni rivolti al futuro. Passato, presente e futuro non sono tuttavia intesi come entità separate e «statiche». Sono invece fluidi e interconnessi, e si plasmano continuamente a vicenda nelle esperienze e nelle (ri)creazioni della casa da parte delle persone giovani.

Secondo Boccagni, gli aspetti centrali dell’esperienza di casa comprendono una ricerca intrecciata di sicurezza, familiarità e controllo (Boccagni 2017, p. 7). Ciò significa che, perché un luogo sia vissuto come casa, deve offrire alle persone: un senso di protezione e di integrità personale (sicurezza); stabilità, routine e continuità (familiarità); e l’autonomia di usare un luogo specifico, di prevedere ciò che vi accade e di esprimersi al riparo dallo sguardo pubblico (controllo) (Boccagni 2017, p. 7). I tre aspetti (sicurezza, familiarità e controllo) sono esaminati attraverso le lenti delle dimensioni o risorse emotive, relazionali e materiali, così come le hanno messe in evidenza i giovani del nostro studio.

3. Materiali e metodi

La prima autrice ha condotto uno studio longitudinale, intervistando due volte URM in affido familiare nell’arco di 5-10 mesi. La raccolta dei dati si è svolta da febbraio 2022 a febbraio 2023 e si è basata su interviste semistrutturate con foto-elicitazione (Coyne e Carter 2018; Epstein et al. 2006; Harper 2002). Otto URM hanno partecipato alla prima intervista e sette alla seconda (cfr. Figura 1). La seconda intervista mirava a seguire nel tempo le persone partecipanti e a cogliere eventuali cambiamenti, oltre ad arricchire, chiarire e migliorare la qualità dei dati (Boccagni 2017; Laake et al. 2015). Benché siano state condotte anche interviste con i genitori affidatari, questo articolo si concentra esclusivamente sulle prospettive delle persone giovani.

Processo di produzione dei dati.
Figura 1. Processo di produzione dei dati.

Come illustrato nella Figura 1, la prima autrice ha incontrato tutte le persone partecipanti per un primo incontro di presentazione, per conoscersi, rispondere alle loro eventuali domande, rivedere il consenso scritto e pianificare la prima intervista. Dopo le prime interviste, abbiamo ricontattato tutte le persone partecipanti per organizzare una seconda intervista (stessa procedura); una famiglia affidataria si è ritirata. Prima di ogni intervista, le persone partecipanti erano invitate a portare foto che rappresentassero ciò che associavano al sentirsi a casa. In questo modo intendevamo lasciare loro spazio per orientare la conversazione e aggiungere nuove prospettive, secondo il metodo della foto-elicitazione (Coyne e Carter 2018; Epstein et al. 2006). A chi non aveva portato foto veniva chiesto che cosa avrebbe fotografato (foto immaginate). Inoltre, la prima autrice portava alle interviste una raccolta di foto prodotte dal gruppo di ricerca tra cui le persone partecipanti potevano scegliere, soprattutto con le più giovani (Ammerman e Williams 2012; Coyne e Carter 2018). Queste foto avevano lo scopo di arricchire le conversazioni, il che era particolarmente importante se le persone partecipanti non avevano portato foto proprie. In combinazione con le foto, le domande dell’intervista vertevano su ciò che era importante per sentirsi a casa, comprese routine, attività importanti, luoghi o persone dentro o fuori dal contesto dell’affido, nonché su domande relative alle loro origini, come il ruolo della lingua, della cultura e della religione d’origine.

Tutte le persone partecipanti sono state intervistate nella loro famiglia affidataria, in giardino, in soggiorno o nella propria camera, tranne una persona che, nella seconda intervista, è stata intervistata in una sala riunioni per ragioni logistiche. Le interviste sono state condotte in norvegese senza interpreti, come preferito dalle persone giovani. La durata delle 15 interviste è stata in media di 1.5 h (58–150 min).

3.1. Reclutamento e caratteristiche delle persone partecipanti

Le persone partecipanti sono state reclutate tramite i servizi di tutela dei minori in tre aree della Norvegia, che hanno comunicato le informazioni sul progetto di ricerca ai minori rifugiati non accompagnati e ai loro genitori affidatari. Se le famiglie affidatarie accettavano di condividere con noi i propri contatti, le contattavamo per informarle in modo approfondito sul progetto.

Le persone giovani partecipanti erano cinque ragazzi e tre ragazze, di età compresa tra 14 e 22 anni, che vivevano in Norvegia da cinque a 12 anni. Vivevano nella loro attuale famiglia affidataria da almeno 1.5 anni. Metà di loro vi era entrata prima dei 15 anni, l’altra metà a 15 anni o più. La maggior parte era nata in Asia meridionale, alcune persone in Medio Oriente e una in Africa orientale. Metà aveva ottenuto un permesso di soggiorno permanente, mentre l’altra metà aveva ottenuto da poco la cittadinanza norvegese. Tutte le persone giovani avevano parenti in altri paesi con cui mantenevano i contatti. Per tre di loro, i genitori biologici erano deceduti. Due erano in procinto di chiedere il ricongiungimento familiare al momento della prima intervista; per uno di loro la famiglia era arrivata in Norvegia al momento della seconda intervista. Due giovani vivevano in affido intrafamiliare, mentre sei vivevano in affido eterofamiliare, con genitori affidatari appartenenti alla maggioranza. Tra i genitori affidatari c’erano sia persone single sia coppie eterosessuali.

3.2. Considerazioni etiche

L’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca (Sikt) ha valutato lo studio prima della sua realizzazione. Durante tutto lo studio abbiamo adottato una sensibilità etica, con particolare attenzione alla nostra responsabilità di evitare qualsiasi danno alle persone partecipanti (Banks e Brydon-Miller 2018; British Sociological Association 2017). Le nostre posizioni di ricercatrici adulte appartenenti alla maggioranza e le posizioni delle persone partecipanti in quanto (a) bambine, bambini e giovani, (b) con un passato da rifugiati e (c) in affido familiare sono state attentamente considerate nella progettazione dello studio e nella diffusione dei risultati (British Sociological Association 2017; Hopkins 2008; Ní Raghallaigh 2013).

Per affrontare queste sfide etiche, fattori come l’età e la salute mentale delle persone giovani sono stati discussi con il personale dei servizi di tutela dei minori, e da esso considerati, durante il reclutamento. Nelle informazioni scritte destinate alle persone giovani abbiamo inoltre usato descrizioni più semplici, accompagnate da illustrazioni, per spiegare chiaramente lo scopo dello studio e che cosa comportasse la partecipazione (Hopkins 2008). Inoltre, l’intervistatrice ricordava loro queste informazioni, insieme al diritto di ritirarsi in qualsiasi momento e alle modalità di trattamento dei dati, per favorire una partecipazione volontaria e informata e un consenso ripetuto (Klykken 2021). Per i giovani di età inferiore ai 18 anni, il consenso informato è stato ottenuto anche da chi ne esercitava la tutela legale.

Inoltre, i metodi partecipativi e visivi come le interviste con foto-elicitazione mirano a dare alle persone partecipanti lo spazio per definire ciò che è importante per loro, facendo emergere le loro prospettive (non verbali) (Coyne e Carter 2018; Epstein et al. 2006). Questo metodo ha favorito un approccio sensibile e un’atmosfera distesa, tenendo conto di un’etica relazionale fatta di empatia, fiducia e cura (Banks e Brydon-Miller 2018; Coyne e Carter 2018; Kaukko et al. 2017). Inoltre, il disegno del nostro studio, che seguiva le persone partecipanti nel tempo, mirava ad adottare un approccio sensibile, per esempio attraverso la reciprocità, il conoscersi a vicenda e l’ascolto dei loro punti di vista. Ci ha anche dato la possibilità di chiarire ciò che avevano detto nella prima intervista, per evitare malintesi e rappresentazioni errate (Hopkins 2008). Per ridurre il rischio di riattivare esperienze traumatiche, l’intervistatrice non ha posto, per esempio, domande sul motivo della fuga (Kaukko et al. 2017; Ní Raghallaigh 2013).

Le informazioni personali dirette o indirette che possono essere ricondotte a specifiche persone partecipanti sono state modificate, riformulate in termini più generali oppure omesse, per garantire l’anonimato e la riservatezza delle persone partecipanti (Hopkins 2008). Le foto delle persone giovani non sono state utilizzate in questo articolo a causa del rischio di identificazione personale attraverso luoghi, relazioni od oggetti specifici (Coyne e Carter 2018; Guillemin e Drew 2010). Tutto il materiale di dati è conservato e gestito nel sistema di archiviazione sicura dei dati di ricerca (SILAF).

4. Approccio analitico

Durante l’analisi abbiamo adottato un approccio abduttivo, procedendo avanti e indietro tra il quadro teorico dell’homing di Boccagni (2017) e i dati empirici. Il materiale è stato codificato dalla prima autrice in Nvivo15, ispirandosi a un approccio di analisi tematica riflessiva (Braun e Clarke 2019).

Il processo analitico si è svolto come segue: (i) quattordici interviste sono state trascritte alla lettera dalla prima autrice, mentre una è stata trascritta da una società di trascrizione e controllata dalla prima autrice (Braun e Clarke 2019). Trascrivere e riascoltare le interviste ha permesso di analizzarle come narrazioni complete e ricche di sfumature prima di segmentarle con la codifica (Sørly 2024). Nell’ambito di questo processo, la prima autrice ha annotato note riflessive sulle esperienze delle persone partecipanti e riflessioni metodologiche; (ii) nel primo ciclo di codifica in Nvivo15 abbiamo applicato un approccio induttivo per cogliere la prospettiva delle persone partecipanti attraverso codici semantici molto aderenti a ciò che dicono; (iii) a partire da questi codici, abbiamo discusso i temi principali iniziali, organizzando i racconti delle persone partecipanti in elementi comuni attraverso un processo di andata e ritorno tra codici e teoria; (iv) infine, la prima autrice ha rivisto, affinato e definito i temi in modo più deduttivo, guidata dalla nozione teorica di homing (Boccagni 2017; Braun e Clarke 2019). Nell’ambito di questo processo abbiamo elaborato descrizioni dei codici per i concetti di sicurezza, familiarità e controllo/autonomia, per mettere in risalto ciò che i giovani indicavano come importante per (ri)creare un senso di casa in affido familiare (Boccagni 2017). In questo processo abbiamo constatato che, per la nostra analisi, autonomia era un codice più appropriato di controllo (Christman 2014; Mackenzie e Stoljar 2000). In linea con diverse studiose e studiosi dell’etica della cura, sosteniamo che autonomia, e in particolare autonomia relazionale, sia un termine più adeguato, che tiene conto della reciprocità che caratterizza le relazioni tra minori e figure di cura, definite sia dalla dipendenza sia dall’autonomia (Held 2005; Mackenzie 2014; Neagu 2021). In pratica, abbiamo generato i tre temi delle persone giovani che (ri)creano sicurezza, (ri)creano familiarità e (ri)creano autonomia. All’interno di ciascuno abbiamo individuato dei sottotemi, come illustrato nella Tabella 1. Per esempio, all’interno di (Ri)creare sicurezza abbiamo individuato sottotemi quali Sicurezza attraverso la stabilità e le relazioni familiari e Dall’insicurezza al sentirsi al sicuro.

Tabella 1 — Struttura tematica.

  • Tema: (Ri)creare sicurezza; Sottotema: Sicurezza attraverso la stabilità e le relazioni familiari; Breve descrizione del sottotema: stabilità nella sistemazione abitativa e nei legami familiari che contribuisce alle esperienze di sicurezza delle persone giovani (ad es. conforto, appartenenza, fiducia e accettazione).
  • Sottotema: Dall’insicurezza al sentirsi al sicuro; Breve descrizione del sottotema: esperienze passate di insicurezza (ad es. paura, esclusione, mancata accettazione, sfiducia), che mettono in luce l’importanza di sentirsi e diventare sicuri.
  • Tema: (Ri)creare familiarità; Sottotema: Familiarizzarsi in affido familiare; Breve descrizione del sottotema: relazioni e routine di tipo familiare in affido, che illustrano come luoghi, relazioni e pratiche siano diventati familiari nel tempo
  • Sottotema: Familiarità attraverso il legame con le proprie origini; Breve descrizione del sottotema: luoghi, relazioni e pratiche familiari legati alle origini delle persone giovani, attraverso cui (ri)creano esperienze, emozioni e ricordi confortanti.
  • Tema: (Ri)creare autonomia; Sottotema: Muoversi tra indipendenza e partecipazione nella famiglia affidataria; Breve descrizione del sottotema: il modo in cui i giovani si muovono tra indipendenza e partecipazione nella vita quotidiana, ad es. nelle decisioni, nell’essere ascoltati, nella condivisione delle risorse domestiche e nella personalizzazione della propria camera.
  • Sottotema: Diventare autonomi grazie a relazioni di sostegno; Breve descrizione del sottotema: relazioni nell’affido che rendono possibile l’autonomia attraverso un sostegno pratico ed emotivo, per affrontare le transizioni e realizzare aspirazioni future al di là dell’affido.

5. Risultati

Concentrandoci sul contesto dell’affido familiare, la nostra analisi indica che le relazioni di tipo familiare che gli URM hanno costruito con i genitori affidatari e le risorse e possibilità a loro disposizione (emotive, relazionali e materiali/fisiche) sono essenziali per il loro senso di casa. Tuttavia, le loro esperienze e (ri)creazioni della casa non sono radicate soltanto nel presente, in cui vivono con i genitori affidatari. La casa implica un processo temporale in cui attingono a esperienze, pratiche e relazioni passate, come la famiglia d’origine e le amicizie (d’infanzia). Questi elementi plasmano le loro esperienze attuali e le loro aspirazioni future riguardo alla casa. La ricerca intrecciata, o la (ri)creazione, di sicurezza, familiarità e autonomia da parte delle persone giovani costituisce un aspetto vitale dei loro racconti su ciò che è importante per il loro senso di casa (Boccagni 2017). Pur riconoscendo che i tre aspetti spesso si sovrappongono, l’analisi è strutturata attorno a ciascuno di essi per metterne in evidenza il carattere distinto e l’importanza. Per ogni aspetto mostriamo con esempi come la casa viene sentita (dimensione emotiva) e come viene praticata (dimensione relazionale e materiale/fisica). Vengono presentate anche le rispettive esperienze del non sentirsi a casa, per esempio attraverso l’insicurezza, l’estraneità o la mancanza di autonomia.

5.1. (Ri)creare sicurezza

In questa sezione analizziamo l’aspetto della sicurezza nei racconti delle persone giovani sulla (ri)creazione di un senso di casa. Le persone giovani parlano esplicitamente di «sicurezza» e di «sentirsi al sicuro» quando descrivono ciò che è importante per il loro senso di casa. Sul piano emotivo, la sicurezza è definita dalle persone giovani come il sentirsi sé stessi, l’accettazione, il conforto, l’inclusione e l’appartenenza in relazione al vivere con una famiglia affidataria o in Norvegia in generale. La stabilità e le relazioni familiari sono essenziali nelle loro esperienze di sicurezza in affido, e dunque nella (ri)creazione di un senso di casa, mentre la loro mancanza rivela esperienze di insicurezza. Attraverso il metodo della foto-elicitazione, le immagini della casa o della zona in cui i giovani vivono con la famiglia affidataria e delle relazioni importanti, tra cui la famiglia affidataria, la famiglia d’origine e le amicizie, illustrano le dimensioni relazionali e materiali della sicurezza.

5.1.1. Sicurezza attraverso la stabilità e le relazioni familiari

Le persone giovani mostrano con esempi come la stabilità, per esempio il non dover traslocare, insieme al sentirsi bene nelle relazioni familiari costruite in affido, contribuisca alle loro esperienze di sicurezza. Un ragazzo illustra diversi livelli di sicurezza, comprese le dimensioni emotive, relazionali e materiali, che contribuiscono al suo senso di casa:

Quello che penso (della casa) è che adesso sono qui, sono al sicuro […], e dove sono al sicuro è casa mia. Adesso che loro (le autorità norvegesi) mi hanno accettato, mi hanno dato la residenza e tutto, mi sento a casa […] Ogni giorno so che qui, in questa casa, sono al sicuro, quindi questa è casa mia. So che c’è qualcuno (il genitore affidatario) che mi aspetta a casa.

Questo ragazzo sottolinea che il luogo (la Norvegia e la famiglia affidataria) e le relazioni (il suo genitore affidatario), che lo fanno sentire al sicuro, contribuiscono al suo senso di casa. In primo luogo, il fatto di avere un permesso di soggiorno permanente; in secondo luogo, di avere un posto stabile in cui vivere; e in terzo luogo, la stabilità sociale data dal genitore affidatario che lo aspetta a casa lo rassicurano. Un’altra giovane mette in evidenza le dimensioni emotive e relazionali del sentirsi al sicuro e a proprio agio nelle relazioni (in affido), compresi l’accettazione e la fiducia:

Sto bene solo se mi sento al sicuro. Per esempio, con le persone con cui sto, i miei amici o la famiglia. Che qui sono a casa (nella famiglia affidataria) […] Posso essere me stessa, in un certo senso, e non fingere di essere qualcun’altra […] E sento che posso parlare con loro, per esempio, di qualsiasi cosa.

Questa giovane sottolinea la sua ricerca, o la sua esperienza, del sentirsi abbastanza al sicuro da essere sé stessa con le amicizie, con la famiglia affidataria e con la famiglia d’origine. Nel complesso, le persone giovani di questo studio descrivono prevalentemente la loro attuale famiglia affidataria come un luogo sicuro e confortante in cui tornare nella vita quotidiana e nei momenti difficili. Molte sottolineano anche il desiderio che le relazioni familiari costruite in affido durino nel futuro. Paragonandola a «qualsiasi altra famiglia», una giovane approfondisce questo punto, esprimendo l’aspettativa che questi legami familiari durino anche dopo che sarà andata via di casa, cosa che non si può dare per scontata in una famiglia affidataria (eterofamiliare):

Anche se è una famiglia affidataria, non devo andarmene quando compio 18 anni e non tornare più. [Il mio genitore affidatario] lo dice abbastanza spesso, che questa è casa mia […] Che questa sarà sempre casa mia. Se vado a casa, allora è qui, no? (ride) […] proprio come in qualsiasi altra famiglia.

Attraverso rassicurazioni verbali come «questa è casa tua» e trattando i giovani come veri membri della famiglia, i genitori affidatari contribuiscono a creare per loro un luogo di normalità, grazie a un ambiente stabile, familiare e premuroso (Boccagni 2017).

5.1.2. Dall’insicurezza al sentirsi al sicuro: esperienze attraverso molteplici case (affidatarie)

Quando spiegano che cosa provano come casa nella loro attuale famiglia affidataria, alcune persone giovani lo contrappongono alle esperienze passate, mettendo in luce i sentimenti di paura, esclusione, mancata accettazione e sfiducia vissuti prima o durante la fuga e attraverso molteplici case (affidatarie). Un ragazzo ha fatto visitare all’intervistatrice la casa della sua attuale famiglia affidataria, sottolineando: «Sentirsi a casa è sentirsi al sicuro. Non avere paura di nessuno». Riflette su come si senta al sicuro in tutta la casa, persino nella camera dei genitori affidatari, a differenza del collocamento precedente, dove aveva paura del comportamento dei genitori affidatari, come racconta:

[I miei genitori affidatari di prima] ci tenevano tantissimo alle loro cose. Avevo paura di usarle. Pensavo che se le usavo si sarebbero arrabbiati con me […] Volevo comprare da mangiare. Allora [il genitore affidatario] è arrivato e ha detto: «Che cosa vuoi?» (con voce arrabbiata) […] Avevo sempre paura.

Come mostra questo esempio, le risorse domestiche e il cibo simboleggiano elementi fondamentali messi in discussione nelle precedenti relazioni con le famiglie affidatarie, generando sentimenti di sfiducia, di non appartenenza e di non essere i benvenuti. Anche un’altra giovane descrive la precedente famiglia affidataria come «non da casa»: «Ogni volta che dicevo o facevo qualcosa, venivo zittita, così avevo l’impressione che tutto quello che dicevo e facevo fosse sbagliato. Così sono diventata molto timida e chiusa». Al contrario, le persone giovani sottolineano le loro esperienze del diventare sicure all’interno dell’attuale famiglia affidataria. Sentirsi accettate e riconosciute come parte della famiglia, grazie ai genitori affidatari che mostrano «tu appartieni a questo posto», è essenziale, come illustra una giovane:

Qui è tipo «sì, fai parte della famiglia» e «devi partecipare a tutto», insomma, alle cose di famiglia. Per esempio, hanno una chat di famiglia (su un’app di messaggistica), e io ne faccio parte. Nelle altre famiglie affidatarie (di prima) non era così. Sapevo che avevano una chat, ma io non ne facevo parte.

Come illustra questa citazione, sentirsi riconosciute come membri della famiglia a pari titolo, cosa che i genitori affidatari esprimono a parole e nelle pratiche, può contribuire al senso di casa e di normalità delle persone giovani. Questi esempi riflettono anche il passaggio delle persone giovani dall’insicurezza a un senso di casa desiderato, inclusivo e sicuro.

5.2. (Ri)creare familiarità

Le persone giovani intervistate riflettono anche su come il loro senso di casa derivi da cose, luoghi, persone e pratiche familiari con cui si sentono a proprio agio e che cercano di (ri)creare. I loro racconti indicano che si può avere familiarità con qualcosa, ma che ciò può generare disagio o la sensazione di essere «fuori posto» se non piace. Trovarsi in un luogo familiare, con persone familiari e attività che piacciono, appare strettamente legato al loro senso di sicurezza, il che mette in luce la dimensione emotiva della familiarità. Contribuiscono a questo senso di familiarità elementi relazionali o materiali che sono diventati loro familiari dopo l’arrivo in Norvegia, oppure provenienti dal paese o dalla famiglia d’origine, che cercano attivamente di mantenere. Tra le foto che i giovani hanno portato, scelto o immaginato, e che suscitano racconti di familiarità, figurano per esempio le pratiche (di cura) dei genitori affidatari, la zona, la casa, la propria camera e oggetti che rappresentano le loro origini. Inoltre, trasmettono un senso di conforto (ri)creato negli ambienti quotidiani e attraverso attività e pratiche per loro importanti, talvolta intrecciate con il (ri)stabilire legami con le proprie origini, con la famiglia d’origine o con le amicizie (d’infanzia).

5.2.1. Familiarizzarsi in affido familiare

Le diverse esperienze di familiarità e di estraneità delle persone giovani illustrano processi di adattamento e la complessità della (ri)creazione di un senso di casa. Per esempio, riflettono su come la familiarità sia dinamica e temporale: ciò che è estraneo può diventare familiare, e ciò che è familiare può diventare estraneo nel tempo. Un ragazzo lo illustra con le sue esperienze di estraneità prima del trasferimento in Norvegia e nella sua attuale famiglia affidataria:

Forse non mi sentivo a casa in [paese di transito] perché ero uno straniero. Ma in Norvegia, adesso che ci vivo da così tanto tempo […] qui mi sento a casa grazie alla famiglia, agli amici e ai legami con persone diverse […] In [paese di transito] non avevo ricordi così, quindi forse è per questo.

L’estratto qui sopra mette in luce come, nel tempo, la costruzione costante di relazioni, ricordi ed esperienze in Norvegia gli abbia permesso di costruire un senso di casa, passando dal sentirsi uno straniero al provare un senso di appartenenza. L’esempio mostra inoltre come i legami significativi possano esserne una chiave. Le persone giovani sottolineano anche i ruoli genitoriali dei genitori affidatari, comprese le pratiche di cura, che contribuiscono a un senso di familiarità. Alcune ricordano come queste pratiche di cura richiamino quelle dei genitori biologici, creando un senso di continuità e di normalità, come esprime un ragazzo:

Loro (i genitori affidatari) si prendono cura di me e mi chiedono sempre: «Come stai?». Quando esco e cose così, mi chiamano: «Come va?», «Ti serve qualcosa?», «Quando torni a casa?» […] Mia mamma (la madre biologica) è sempre stata così, quindi era normale […] Lei (la madre affidataria) si è comportata come una madre con me.

Molte persone giovani chiamano i genitori affidatari mamma/papà, il che rivela un legame e una co-costruzione dei genitori affidatari come figure genitoriali. Al tempo stesso li descrivono «come una famiglia», pur non essendo i loro genitori «veri». Un’altra persona giovane lo spiega così: «È proprio come tua madre, che ti aiuta in tutto. La scuola. Ti aiuta in quello che ti serve. Allora senti che è come una casa […] È proprio come tua mamma e tuo papà, non per davvero, ma…». Questo estratto mostra come i genitori affidatari assumano ruoli e comportamenti di tipo familiare e familiari alle persone giovani, come mostrare interesse, offrire sostegno ed essere coinvolti nella loro vita quotidiana. Queste relazioni familiari co-costruite riflettono un impegno nella ricerca e nella creazione di modelli di cura familiari che somigliano ai loro ideali di figure genitoriali o alle esperienze vissute con i genitori biologici.

Le foto della zona, della casa e della camera delle persone giovani nella loro attuale famiglia affidataria suscitano racconti sulle dimensioni materiali/fisiche della familiarità, che apprezzano e a cui sentono di appartenere, qualcosa che nel tempo è diventato accogliente come una casa, come illustra un altro ragazzo:

Tipo questa foto qui (di una strada vicina)… l’ho fatta io… È una strada, proprio laggiù (vicino alla casa). E quando torno a casa, ed esco con gli amici e così via, passo di qui […] E quando cammini qui, ti guardi intorno e così via… Allora senti «Ah!». Chiudi gli occhi, respiri e pensi «Adesso sono a casa», per così dire. Come qui (foto della casa), quando torni a casa, vedi la casa e pensi subito «ah (espira), questa è casa» […] Quando torni a casa e vedi il giardino e i muri qui e… quel divano laggiù, è come se tu… […] È un senso di casa, si potrebbe dire.

Questo ragazzo descrive nei dettagli una routine di andata e ritorno tra la casa (l’affido) e il mondo esterno (per esempio vedere gli amici, andare a scuola o al lavoro). Sottolinea come, quando rientra, si senta rilassato e a proprio agio, mettendo in luce la sicurezza di ciò che è familiare. Più precisamente, la familiarità con l’ambiente circostante può coltivare un senso di sicurezza, permettendo alle persone giovani di conoscere il luogo e le persone e di prevedere che cosa aspettarsi.

Una delle giovani ha immaginato che avrebbe fotografato il «mangiare insieme» nella famiglia affidataria, che associa a un senso di casa: «Se dovessi fare una foto a qualcosa, la farei a una cena di famiglia la domenica». Per lei questo ritrovarsi in famiglia, che si ripete, rappresenta qualcosa di familiare e accogliente, che le piace. Il cibo servito, però, non è quello che conosceva dalle sue origini: è qualcosa con cui ha preso familiarità e che ora le piace. Anche se i gusti, le preferenze e i bisogni delle persone giovani possono cambiare nel tempo, alcune e alcuni sottolineano anche il bisogno di (ri)stabilire un legame con le proprie origini attraverso, per esempio, un cibo specifico, la musica o le pratiche religiose. Nella sezione seguente approfondiamo come i giovani (ri)creano un senso di casa collegandosi a elementi familiari delle proprie origini.

5.2.2. Familiarità attraverso il legame con le proprie origini

La frequenza dei contatti con la famiglia d’origine e con amici di origine simile varia tra le persone giovani che abbiamo intervistato. Di conseguenza, variano anche le loro possibilità di (ri)creare, attraverso queste relazioni e/o comunità, un senso di familiarità legato alle loro origini. Per esempio, alcune dicono di non ricordare nulla del paese di nascita o di non avere contatti con amici d’infanzia o familiari all’estero. Altre raccontano come i ricordi condivisi vengano (ri)creati attraverso contatti digitali o di persona con amici d’infanzia e con la famiglia d’origine. Un ragazzo descrive quanto ciò possa essere complesso: ha la fortuna di avere un amico d’infanzia, ma mancano comunque dei pezzi, e racconta come questo lo tocchi:

[È] questo che a volte mi pesa; ho bei ricordi con loro (gli amici d’infanzia), e vorrei parlarci, ma non posso. Non so dove sono. Alcuni li ho visti morire con i miei occhi, di altri ho perso le tracce […] Io e il mio amico d’infanzia eravamo poveri; non avevamo molti soldi, e lui mi diceva: «Un giorno io e te diventeremo ricchi, e faremo questo e quello e andremo qui e là». Sognavamo e basta. Oggi quelle cose le abbiamo, così gliel’ho detto, e lui si è messo subito a piangere.

Questa citazione mostra come un senso di legame profondo e di continuità tra passato, presente e futuro, incarnato da un amico d’infanzia, permetta di (ri)creare familiarità attraverso esperienze, ricordi e sogni condivisi. Tuttavia, un senso di discontinuità o di nostalgia può nascere dalla perdita, dalla separazione o dalla distanza fisica. Anche se i giovani hanno contatti variabili con la famiglia d’origine e/o con le amicizie, a livello locale o transnazionale, tutte sottolineano l’importanza di mantenerli in qualche misura. Alcune precisano, per esempio, che i contatti con la famiglia d’origine non sono qualcosa che condividono con i genitori affidatari, e di conseguenza alcuni genitori affidatari non sanno quanto, né se, le persone giovani siano in contatto con loro. Altre descrivono come i genitori affidatari aiutino a facilitare i contatti con la famiglia d’origine invitandola a casa o viaggiando insieme nei paesi in cui vive.

Uno dei ragazzi ha mostrato una foto scattata all’interno della casa di suoi parenti, mettendo in evidenza il proprio senso di appartenenza a più di un luogo: «Ho due case. Qui (la famiglia affidataria) e da [un mio parente]». Come altre persone giovani, questo ragazzo descrive un’esperienza sensoriale familiare quando sente l’odore delle spezie del suo paese di nascita: «[N]ell’attimo in cui lo sento, penso “questo odore l’ho già sentito nella mia vita”».

Il legame con elementi familiari delle proprie origini sembra spesso dipendere dalle relazioni. Tuttavia, le persone giovani mostrano anche come abbiano (ri)creato un senso di casa attraverso, per esempio, la musica o pratiche religiose, senza la presenza fisica di altre persone. Un ragazzo che vive in una famiglia affidataria appartenente alla maggioranza ha mostrato una playlist di canzoni del suo paese di nascita: «Più la ascolto, meglio riesco a capire […] Così non dimentico del tutto la lingua (la mia lingua madre) […] Mi tornano in mente tanti ricordi (quando la ascolto)». Una giovane che vive in affido intrafamiliare ha immaginato una foto del suo tappeto da preghiera: «Mi sento a casa quando prego, allora mi sento al sicuro». Questi esempi mostrano come la familiarità sia intrecciata con l’autonomia e/o con la sicurezza. Illustrano anche come i giovani si colleghino a ricordi e sentimenti confortanti, una parte della loro identità, attraverso esperienze sensoriali, oggetti simbolici o pratiche, più o meno accessibili nel loro ambiente di affido.

Al contrario, alcune persone giovani raccontano come luoghi o relazioni un tempo familiari possano diventare estranei nel tempo. Un ragazzo riflette su ciò che ha vissuto quando la sua famiglia d’origine si è ricongiunta con lui in Norvegia e, di conseguenza, ha dovuto lasciare l’affido. Le sue riflessioni sono un esempio di come ci si muova tra diverse appartenenze a luoghi, culture e relazioni:

E poi ho sentito, quando sono arrivati (la famiglia d’origine), che non ero più davvero il [me] di prima, si potrebbe dire […] Sono passati [molti anni]… Quindi, in un certo senso, non li conosco davvero […] Sono contento che siano venuti qui. Possono avere un futuro e tutto il resto, ma… […] Non hai la stessa mentalità che hanno loro. E loro non hanno la stessa mentalità che ho io […] E all’improvviso devi trasferirti da questa casa a un’altra… È dura. Perché è qui che appartieni (nella famiglia affidataria), è qui che ti senti a casa, e poi devi andartene.

Come si vede, le persone giovani possono provare sia gioia per il ricongiungimento con la famiglia d’origine sia tristezza perché non possono più vivere con la famiglia affidataria. Seguire nel tempo i giovani e le loro famiglie affidatarie ha fatto emergere cambiamenti come il ricongiungimento familiare o il trasferimento in una nuova città o in una nuova casa, mostrando come emozioni, relazioni o materialità cambino di conseguenza. Tuttavia, co-costruire relazioni familiari (durature) tra le persone giovani e i genitori affidatari, che possano permettere loro di restare in contatto anche dopo la partenza, offre un ancoraggio di continuità e di sostegno per muoversi in questo terreno (talvolta) ambivalente.

5.3. (Ri)creare autonomia

In questa sezione usiamo il concetto di autonomia, anziché quello di controllo come concettualizzato da Boccagni (2017), quale aspetto del senso di casa delle persone giovani in affido familiare. Posizionate come figlie e figli nelle famiglie affidatarie, le persone giovani che hanno partecipato non si aspettano un controllo (totale) sul proprio ambiente e sulle routine quotidiane; si aspettano però di essere sostenute, ascoltate e coinvolte nelle decisioni. Intendiamo quindi l’autonomia come un processo relazionale intrecciato con dimensioni emotive e materiali (Boccagni 2017; Christman 2014; Mackenzie e Stoljar 2000). L’accesso delle persone giovani agli spazi e alle risorse domestiche riflette un processo di condivisione e di partecipazione in cui i genitori affidatari concedono l’accesso o stabiliscono le regole di casa, mentre i giovani dimostrano senso di responsabilità. Questo processo è inoltre definito dal rispetto, dal riconoscimento e dalla fiducia reciproci. Attraverso le foto della propria camera, delle relazioni e dei luoghi dell’affido, le persone giovani hanno fatto emergere racconti che riflettono le loro esperienze di autonomia relazionale, in contrasto con la sensazione di essere ospiti o estranei. Avere o non avere la possibilità di usare e personalizzare i propri spazi di vita (familiari), così come di accedere alle risorse domestiche e di condividerle attraverso relazioni di affido (sicure), illustra come l’autonomia venga resa possibile (od ostacolata) in affido familiare. Far parte di una famiglia affidataria può creare tensioni che i giovani devono gestire. Tuttavia, quando sono incluse e riconosciute come membri autonomi della casa e della famiglia e vengono sostenute nelle loro aspirazioni future, ciò sembra contribuire al loro senso di casa.

5.3.1. Muoversi tra indipendenza e partecipazione nella famiglia affidataria

Le persone giovani descrivono come si muovono tra indipendenza e partecipazione in affido, bilanciando un senso di libertà con la responsabilità. L’autonomia si conquistava attraverso la reciprocità, come esprime un ragazzo: «[Il mio genitore affidatario] mi ha detto: “finché sei gentile e non fai stupidaggini, non abbiamo regole” […] Posso fare quello che voglio, sono un uomo libero». Un’altra persona giovane l’ha spiegato così: «Non ho mai avuto l’impressione che qualcun altro decida per me. Faccio quello che voglio fare e quello di cui ho bisogno». Questi esempi suggeriscono che i genitori affidatari si fidano delle persone giovani e le riconoscono come autonome e responsabili. Nel nostro studio ciò sembra legato all’età: le persone giovani un po’ più grandi parlavano di meno regole. Nel tempo, alcune persone partecipanti più giovani descrivono di aver guadagnato più autonomia grazie a meno regole e dimostrando più responsabilità, come espresso in una seconda intervista: «Adesso ho 16 anni, adesso posso tornare a casa quando voglio. Ma allo stesso tempo loro (i genitori affidatari) vogliono sapere dove sono, e non devo tornare troppo tardi». Inoltre, il loro muoversi tra indipendenza e partecipazione implica negoziazioni e compromessi: «Se nella famiglia (affidataria) ci sono disaccordi, vedi, troviamo un compromesso in cui tutti ci guadagnano un po’, invece che sia una sola persona a decidere […] Teniamo conto dei bisogni degli altri […] E ci rispettiamo».

La maggior parte delle persone giovani dice di essere soddisfatta di quanto può decidere o di quanto spesso viene ascoltata nell’attuale famiglia affidataria. Solo poche menzionano disaccordi al riguardo, compresa la sensazione di essere limitate nella propria autonomia. Un ragazzo, per esempio, sottolinea di essere abituato fin da piccolo a gestire la propria vita, come illustrato qui sotto:

In [mio paese di nascita] non avevo nessun orario di rientro, e appena sono arrivato qui, [al centro per richiedenti asilo], c’erano delle regole, ed è molto difficile adattarsi quando lo impari così tardi […] Non stavo fuori tutto il tempo, ma uscivo spesso con gli amici, giocavamo e facevamo cose (nel mio paese di nascita); quando sono arrivato qui, c’erano regole che dovevo rispettare […] Devo andare a letto a [un orario preciso], e in realtà ne sono grato, perché il giorno dopo a scuola vado molto meglio.

Le esperienze passate delle persone giovani in materia di restrizioni e autonomia possono influenzare il modo in cui percepiscono la loro situazione attuale. Tuttavia, come sottolinea anche il ragazzo qui sopra, alcune restrizioni, come avere un orario fisso per andare a letto, sono apprezzate perché migliorano, per esempio, il rendimento scolastico, a cui lui aspira. L’esempio mette anche in luce il contrasto tra un’indipendenza senza restrizioni e un’indipendenza accompagnata da responsabilità per le persone giovani in affido, sottolineando l’importanza di bilanciare le dinamiche dell’appartenenza a una famiglia affidataria con l’indipendenza.

Inoltre, le persone giovani portano esempi di partecipazione alle decisioni quotidiane in affido: «Per esempio, la cena […] Oppure se dobbiamo prendere delle tende nuove, per esempio, il colore. In fondo sono solo piccole cose». Partecipare alle piccole decisioni quotidiane è quindi cruciale per sentirsi al tempo stesso indipendenti e incluse nella famiglia affidataria. In linea con quanto sottolineato nella sezione sulla sicurezza, il riconoscimento esplicito delle persone giovani come parte della casa e della famiglia da parte dei genitori affidatari è essenziale anche per le loro esperienze di autonomia. Per esempio, quando i genitori affidatari riconoscono di condividere con loro le cose materiali e gli spazi della casa, ciò rafforza il senso di sicurezza delle persone giovani e permette loro di agire in modo autonomo: «(Il mio genitore affidatario dice) “È la nostra macchina, la nostra casa, le nostre cose. Non solo tue o mie. Queste cose le condividiamo” […] Ti dà una certa sicurezza. Puoi sentirti a casa».

Inoltre, anche il ruolo attivo delle persone giovani nel creare uno spazio familiare, decorando la propria camera con oggetti di valore personale o sistemandola secondo i propri bisogni e gusti, è segno di autonomia. Come illustra un ragazzo mostrando una foto della sua camera: «Tutte le pareti erano [di un colore] […], e poi dopo qualche mese ho pensato “ok, dobbiamo dipingerle [di un altro colore]” e allora [il genitore affidatario] ha detto “sì, sì” (con tono benevolo)». Questo esempio sottolinea il ruolo attivo delle persone giovani nel personalizzare il proprio spazio nel tempo, e indica inoltre la presenza in affido di un ambiente sicuro che consente loro di farlo.

5.3.2. Diventare autonomi grazie a relazioni di sostegno

Nelle relazioni di affido che rendono possibile l’autonomia, le persone giovani vengono sostenute e guidate nell’esplorare la propria identità e nell’affrontare molteplici transizioni, compreso l’ingresso nella famiglia affidataria (all’interno dell’affido) e l’ingresso nella società più ampia e nell’età adulta (al di là dell’affido). Una giovane racconta come sia diventata più autonoma quando è entrata nell’attuale famiglia affidataria:

Da quando sono venuta a vivere [in questa famiglia affidataria], ho cercato di trovare il mio posto, perché prima (in una famiglia affidataria precedente) non mi sembrava di avere voce, e quello che dicevo non contava granché, perché dovevo passare da qualcun altro, tipo chiedere all’assistente sociale […] Quindi, quando mi sono trasferita (in questa famiglia affidataria), ho guadagnato un po’ di voce e la possibilità di fare quello che voglio […] Sto ancora cercando di capirlo, e di capire chi sono.

Questo esempio sottolinea il ruolo cruciale dei genitori affidatari nell’offrire un ambiente in cui i giovani si sentano ascoltate e valorizzate. Inoltre, le persone giovani mettono in evidenza l’aiuto che ricevono dai genitori affidatari per i compiti, per l’apprendimento del norvegese e per il passaggio all’età adulta, per esempio mettendo da parte soldi per un futuro appartamento. Alcune persone giovani indicano la scuola come necessaria «per avere una vita migliore». Un ragazzo ha condiviso un’immagine che aveva realizzato, con montagne che simboleggiano le difficoltà della vita, e il suo genitore affidatario, che lo ha aiutato ad attraversare questi momenti difficili:

La vita ha tante difficoltà; va su e giù, su e giù. Ma se vuoi raggiungere degli obiettivi, devi sopportare le cose dure che succedono nella vita… Abbiamo persone che vengono e si prendono cura di noi. Per esempio, io ho [un genitore affidatario] che si prende cura di me. E [il mio genitore affidatario] mi aiuta ad affrontare le situazioni difficili e le sfide… [Il mio genitore affidatario] mi sostiene negli obiettivi che voglio raggiungere […] Per esempio, adesso ho preso la patente.

Questo esempio sottolinea come un senso di autonomia relazionale, lo sviluppo personale e la mobilità sociale, in quanto possibili aspirazioni future delle persone giovani, possano essere favoriti dal sostegno pratico ed emotivo e dalla guida dei genitori affidatari. Un’altra persona giovane approfondisce questo punto con un consiglio per il personale dei servizi di tutela dei minori e per i genitori affidatari:

Se voi (servizi di tutela dei minori) trovate una famiglia affidataria adatta a un bambino, questo aiuta quel bambino ad avere un senso di normalità. Se voi (la famiglia affidataria) gli date cose del tutto normali, per il bambino diventa molto più facile, alla fine, andare a vivere da solo. E avere speranza […] [I bambini che non hanno quel sostegno] faticano con cose che tante persone danno per scontate […] Tipo le routine, sai…

Come illustra questa citazione, la «normalità», intesa come ciò a cui altre persone giovani nella società possono avere accesso attraverso le pratiche di casa della loro famiglia (d’origine), è vitale per il passaggio a un’età adulta autonoma. Ciò è particolarmente importante data la situazione socioeconomica di chi è arrivato in un nuovo paese come minore non accompagnato, spesso senza alcun sostegno materiale o relazionale. Pur avendo già realizzato molto da sole, le persone giovani intervistate sottolineano l’importanza delle relazioni di sostegno nei nuovi contesti, a cominciare dai genitori affidatari, per coltivare l’appartenenza e uno sguardo fiducioso sul futuro.

6. Discussione

Questo studio ha esplorato ciò che i minori rifugiati non accompagnati (URM) indicavano come importante per (ri)creare un senso di casa in affido familiare nel tempo. Attraverso un processo analitico abduttivo tra le interviste alle persone giovani e la concettualizzazione dell’homing di Boccagni (2017), abbiamo strutturato i risultati in tre temi principali, mettendo in luce come le persone giovani (ri)creano sicurezza, familiarità e autonomia in affido familiare. In primo luogo, hanno sottolineato l’importanza della stabilità nella famiglia affidataria, compresi un luogo in cui tornare e relazioni di tipo familiare come fonte di sicurezza. In secondo luogo, hanno evidenziato l’importanza di familiarizzarsi con le pratiche dei genitori affidatari, con l’ambiente materiale e con le routine quotidiane, così come di mantenere il legame con le proprie origini, comprese le pratiche culturali e religiose e i contatti con la famiglia d’origine e con le amicizie (d’infanzia). In terzo luogo, si sono mosse tra la partecipazione alla vita della famiglia affidataria e il bisogno di indipendenza, il che ha messo in risalto l’importanza dell’autonomia relazionale. Trasversalmente ai temi, la nostra analisi mostra come il loro senso di casa sia un processo intrecciato di sicurezza, familiarità e autonomia, legato alle esperienze passate e al futuro desiderato.

Tutti i bambini, le bambine e i giovani che entrano in affido familiare vivono un certo grado di sradicamento emotivo, relazionale e materiale/fisico (Bengtsson e Luckow 2020; Hedin 2014; Phoenix 2016; Schofield 2002). Per gli URM, questo sradicamento comporta anche il passaggio da un paese all’altro, con odori, sapori e suoni diversi, oltre alle esperienze traumatiche passate e alle incertezze legate alla famiglia d’origine rimasta indietro e/o alla procedura d’asilo (Ahmed 1999; Boccagni 2017; Crea et al. 2018; Mitra e Hodes 2019). La ricerca sulle migrazioni ha messo in luce che gli status migratori temporanei mettono in discussione la stabilità e la prevedibilità, ostacolando il sentirsi al sicuro e a casa a causa delle incertezze sul futuro (Chase 2013; Kohli 2011). Il nostro studio contribuisce a colmare la lacuna della ricerca riguardo alle esperienze degli URM in una fase successiva, quando hanno ottenuto un permesso di soggiorno permanente o la cittadinanza. Dando voce alla prospettiva degli URM nel tempo, il nostro studio offre elementi importanti per capire come (ri)creano un senso di casa in affido familiare. Inoltre, i nostri risultati arricchiscono la ricerca esistente su ciò che contribuisce a un ambiente di affido favorevole per gli URM (cfr., ad es., Garvik et al. 2016; Rip et al. 2020b; Svendsen et al. 2018; Van Holen et al. 2020; Wernesjö 2015). Discuteremo le implicazioni di questi risultati per i servizi di tutela dei minori (CWS) e per le pratiche dei genitori affidatari: come può un ambiente di affido favorevole facilitare la (ri)creazione di sicurezza, familiarità e autonomia da parte delle persone giovani?

6.1. Sostenere la stabilità e le relazioni familiari

Poiché la stabilità e le relazioni familiari sono emerse come cruciali per (ri)creare un senso di sicurezza, è essenziale che i genitori affidatari confermino attivamente che gli URM sono membri a pieno titolo della casa e della famiglia condivise, sostenendo così il senso di sicurezza delle persone giovani. I genitori affidatari possono sostenerlo anche attraverso comportamenti premurosi e di tipo familiare, come mostrare interesse o includerle nelle routine della famiglia affidataria, in linea con altri studi sugli URM in affido familiare (Kohli et al. 2010; Ní Raghallaigh e Sirriyeh 2015; Sirriyeh e Ní Raghallaigh 2018; Wade 2019). Sosteniamo, in accordo con altre ricerche, che le pratiche che contribuiscono a instaurare relazioni di tipo familiare rafforzano al tempo stesso il senso di sicurezza, di normalità e di casa degli URM (Rip et al. 2020b; Sirriyeh 2013; Wade 2019). Reciprocità, buona comunicazione, accettazione, fiducia, riconoscimento, apertura mentale, ospitalità e «calore emotivo» sono alcune pratiche essenziali nelle famiglie affidatarie, che permettono agli URM di esprimere la propria identità senza timore di discriminazione ed esclusione (Hedin 2014; Hedin et al. 2012; Sirriyeh 2013).

Nel loro studio sull’appartenenza in affido familiare, Bengtsson e Luckow (2020) sottolineano la distinzione tra appartenenza emotiva e appartenenza funzionale nelle esperienze di bambini e bambine. L’appartenenza emotiva implica un legame familiare e un forte attaccamento al luogo. L’appartenenza funzionale, invece, riguarda più l’aiuto pratico dei genitori affidatari che non un pari grado di emozioni intime nei loro confronti. Altri studi, incentrati specificamente sugli URM, sottolineano analogamente le variazioni nelle loro esperienze di casa: mentre alcune persone si sentono a casa sul piano emotivo, altre la vivono più come un luogo quotidiano o una casa funzionale (Mörgen e Rieker 2022; Wade 2019). Per le persone giovani che vivono in famiglie affidatarie visibilmente e culturalmente diverse da loro, il senso di appartenenza diventa particolarmente importante (Phoenix 2016; Rip et al. 2020b). Se le persone giovani del nostro studio hanno sottolineato l’aiuto ricevuto dai genitori affidatari e la «funzione» del vivere in affido, diverse hanno espresso un attaccamento emotivo al luogo dell’affido e si aspettavano relazioni familiari durature con i genitori affidatari, il che indica un’appartenenza emotiva. Nel nostro studio non si notava una divisione tra chi viveva la famiglia affidataria come casa emotiva e chi la viveva come casa funzionale. Le due dimensioni sembravano piuttosto costituirsi a vicenda nelle esperienze delle persone giovani: per esempio, definivano i genitori affidatari come la loro famiglia perché le avevano aiutate. Il nostro studio riflette così ciò che sottolinea Kohli (2011): «Per bambini che possono essersi allontanati dalla famiglia, dagli amici, dai luoghi e dal senso di avere diritto a una casa, il bisogno di appartenere a qualcuno, a qualche luogo, diventa un obiettivo consapevole» (Kohli 2011, p. 315).

In questa prospettiva, la nostra analisi ha messo in luce come il senso di casa delle persone giovani si rafforzasse quando sentivano che i genitori affidatari erano impegnati nei loro confronti, come in qualsiasi altra famiglia, al di là dell’accordo formale di affido. Anche altre ricerche sull’affido sottolineano l’importanza delle relazioni familiari durature a cui le persone giovani aspirano nel passaggio all’età adulta (Biehal 2014; Christiansen et al. 2013; Hedin 2014; Join-Lambert e Reimer 2022; Schofield 2002). Ciò evidenzia il ruolo cruciale che i servizi di accompagnamento dopo l’affido possono avere per le persone giovani in generale e per gli URM in particolare (Ní Raghallaigh e Thornton 2017; Paulsen et al. 2020). Il diritto a tali misure fino ai 25 anni (Child Welfare Act 2021, sct. 1–3) è quindi una misura importante, poiché i CWS possono prolungare il collocamento oltre i 18 anni. Se la nostra analisi sottolinea i vantaggi di adottare una prospettiva del corso di vita che incoraggi relazioni a lungo termine quando le persone giovani entrano nell’età adulta, possono esistere diversi ostacoli. Come molti altri paesi europei (Reimer 2021), la Norvegia sta attraversando una grave carenza di famiglie affidatarie (NOU 2023). Quando tra 200 e 300 bambini e bambine sono in attesa di una famiglia affidataria, l’obiettivo principale dei CWS può essere quello di incoraggiare le famiglie affidatarie esistenti ad accogliere un nuovo minore. Se l’affido familiare comporta confini specifici fissati dai CWS, le relazioni sono più fluide e possono durare oltre quei confini (Christiansen et al. 2013; Sirriyeh e Ní Raghallaigh 2018). Uno studio di follow-up sugli URM in uscita dall’affido sarebbe utile per esplorare il cambiamento, la permanenza e gli ostacoli di queste relazioni.

Se la continuità relazionale è considerata importante per tutti i minori in affido, la continuità culturale è particolarmente importante per i minori con un passato migratorio o da rifugiati (Tonheim et al. 2025), come approfondiamo qui di seguito.

6.2. Sostenere la familiarità e i legami con le origini delle persone giovani

Il nostro studio ha messo in luce che il senso di casa degli URM si estendeva oltre la famiglia affidataria in senso fisico, abbracciando legami relazionali ed emotivi esterni al contesto dell’affido. Per esempio, per gli URM del nostro studio era vitale (ri)stabilire legami con la famiglia d’origine (transnazionale), con le amicizie d’infanzia e con coetanei della propria comunità. È quindi importante che i CWS e i genitori affidatari siano consapevoli dei contatti degli URM con la famiglia d’origine e con le amicizie, sia a livello locale sia transnazionale, e li facilitino. Rispetto ad altri giovani in affido, i legami degli URM con la famiglia d’origine e con le amicizie, che possono non essere fisicamente presenti, sono spesso più invisibili ai CWS e ai genitori affidatari (Mendoza Pérez e Morgade Salgado 2019; Rip et al. 2020b), così come nelle politiche sull’affido di diversi paesi europei (Tonheim et al. 2025). Eppure queste relazioni possono restare presenti sul piano psicologico ed emotivo, offrendo sostegno sociale e continuità (Oppedal e Idsoe 2015). Tuttavia, benefici e bisogni variano tra gli URM, e i genitori affidatari devono quindi affrontare la questione con apertura, inclusività e sensibilità (Aleghfeli e Hunt 2022; Luster et al. 2009; Ní Raghallaigh e Sirriyeh 2015; Rana et al. 2011; Trenson et al. 2023). Su questo punto i genitori affidatari possono aver bisogno di indicazioni e di supervisione specifiche (Tonheim et al. 2025).

Al tempo stesso, ciò che un tempo era familiare può diventare estraneo a causa dell’evolversi delle circostanze e del mutare di preferenze e bisogni, come mostra nel nostro studio il ricongiungimento familiare. Per gli URM ciò può tradursi in una rinegoziazione dei propri legami, sia con le origini sia con l’ambiente attuale. Sostenere questo processo richiede anche flessibilità nel quadro normativo. Per esempio, la normativa attuale impone alle persone giovani di vivere con la propria famiglia per cinque anni (Immigration Act 2008, sct. 62) e chiede loro molto in termini di responsabilità verso la famiglia (Bergset et al. 2024). Queste restrizioni possono limitare la loro capacità di agire e creare disuguaglianze di opportunità rispetto ai loro coetanei.

Mantenere i legami con le proprie origini, attraverso la famiglia, la lingua o le pratiche culturali, è stato indicato come fattore protettivo in altri studi sugli URM (Luster et al. 2009; Pieloch et al. 2016; Trenson et al. 2023). Le persone giovani del nostro studio hanno mostrato capacità di agire nel collegarsi a ricordi confortanti e a sentimenti di familiarità attraverso esperienze sensoriali come il cibo, la musica o le pratiche religiose, che non dipendevano necessariamente dai genitori affidatari. Il ruolo dei genitori affidatari resta tuttavia significativo. Wade (2019) e Kohli et al. (2010) sottolineano in particolare l’importanza dei genitori affidatari nel facilitare questi legami, per esempio cucinando piatti familiari, «permettendo ai giovani di sentirsi più a casa» (Wade 2019, p. 386). I nostri risultati indicano che le risorse relazionali e materiali per mantenere i legami con le proprie origini erano accessibili in misura variabile.

Benché la nostra analisi non abbia confrontato specificamente il senso di casa delle persone giovani nell’affido intrafamiliare ed eterofamiliare, entrambi sembrano presentare vantaggi e svantaggi (Fazel et al. 2012; O’Higgins et al. 2018; Rip et al. 2020b; Trenson et al. 2023). Alcune ricerche precedenti sottolineano l’importanza della qualità della relazione con i genitori affidatari, attraverso la quale le persone giovani possono sentirsi amate e rispettate nella propria identità (Crea et al. 2018; Rip et al. 2020b; Sirriyeh e Ní Raghallaigh 2018; Van Holen et al. 2020). Altri studi rilevano che, per bambini, bambine e adolescenti che «perdono» la lingua d’origine e l’appartenenza culturale, ciò può mettere alla prova la formazione dell’identità e la comprensione di sé, così come le relazioni con i genitori biologici, con la famiglia (transnazionale) e con coetanei della stessa origine (cfr. Brown et al. 2009; Degener et al. 2020, 2022). Studi futuri dovrebbero approfondire il ruolo e il significato delle origini culturali, religiose e linguistiche degli URM, per offrire una comprensione più profonda dei loro bisogni di continuità culturale in affido familiare (Tonheim et al. 2025).

6.3. Sostenere l’autonomia relazionale

Nel nostro studio, il senso di autonomia è risultato una parte essenziale della costruzione della casa e del «sentirsi a casa» per le persone giovani. Sosteniamo che il modo in cui le persone giovani vengono trattate dai genitori affidatari (e da altre persone significative) determina il loro senso di autonomia e la loro capacità di agire. Ciò non comprende soltanto le espressioni di rispetto e di riconoscimento, ma anche le risorse disponibili (Christman 2014). Il concetto di autonomia relazionale apporta elementi significativi al campo della tutela dei minori, in particolare quando si considerano le esperienze degli URM in affido familiare. Questa prospettiva teorica mette in luce l’importanza della reciprocità nel favorire l’autonomia, suggerendo che l’autonomia non è semplicemente una conquista individuale, ma si coltiva attraverso le relazioni con gli altri. Held (2005) e Mackenzie e Stoljar (2000) sostengono che l’autonomia è relazionale e che l’interdipendenza con gli altri è cruciale per il suo sviluppo. Questa prospettiva relazionale sull’autonomia sottolinea il ruolo delle relazioni di sostegno e di cura nell’aiutare le persone a trovare l’equilibrio tra indipendenza e appartenenza.

Nel caso degli URM, l’autonomia relazionale offre una lente più sfumata rispetto all’attenzione tradizionale per l’indipendenza. Oppedal et al. (2009) e altri (ad es. Sirriyeh 2013; Svendsen et al. 2018; Wade 2019) sottolineano che gli URM hanno bisogno sia di cura sia della possibilità di sviluppare indipendenza. Horgan e Ní Raghallaigh (2017) mettono in luce il delicato equilibrio tra offrire cura e protezione agli URM e permettere loro di sviluppare resilienza e autonomia. Pur essendo preziosa, questa prospettiva tende a presentare cura e autonomia come forze in qualche modo opposte. Al contrario, l’autonomia relazionale suggerisce che l’autonomia può e deve svilupparsi all’interno di relazioni di cura, in cui le persone giovani ricevono il sostegno emotivo e pratico di cui hanno bisogno per prendere decisioni autonome, in particolare nell’ambiente sicuro dell’affido familiare.

Per gli URM, i «contesti ad alto sostegno», come l’affido familiare, possono offrire meno autonomia di altre forme di accoglienza, come le comunità alloggio o le strutture residenziali (Mitra e Hodes 2019). Offrono però anche l’occasione perché l’autonomia relazionale fiorisca. Le relazioni strette e di sostegno dell’affido familiare permettono agli URM di esplorare la propria autonomia pur continuando a far parte di un sistema familiare che offre fiducia, cura e rispetto. La tensione dinamica tra indipendenza e cura, spesso sottolineata nella letteratura, può essere gestita più efficacemente nel quadro dell’autonomia relazionale. Questa prospettiva relazionale vede l’autonomia come una conquista al tempo stesso personale e relazionale (Christman 2014). I genitori affidatari possono sostenere il senso di autonomia delle persone giovani e la loro capacità di agire in modo autonomo creando uno spazio sicuro per l’indipendenza e mantenendo al tempo stesso legami relazionali che consentano rispetto reciproco, sostegno emotivo e guida.

I CWS e i genitori affidatari dovrebbero quindi coinvolgere gli URM nei processi decisionali che riguardano la loro accoglienza e la loro vita quotidiana, per rafforzarne il senso di autonomia e la capacità di agire. È importante che le persone giovani siano incoraggiate a esprimere il proprio punto di vista, ascoltate e prese sul serio dai genitori affidatari (Pölkki et al. 2012). È importante anche sapere che possono comunicare i propri bisogni in modi sottili, attraverso la comunicazione non verbale, come mostrato nel nostro studio dai racconti di chiusura in un ambiente insicuro. Inoltre, i professionisti e le professioniste dovrebbero essere consapevoli che le persone giovani a volte possono tacere sul proprio passato (Kohli 2006).

6.4. Variazioni individuali nelle esperienze di affido delle persone giovani

Sebbene diversi studi indichino gli effetti positivi che l’affido familiare può avere sugli URM, esso non garantisce il successo (O’Higgins et al. 2018; Trenson et al. 2023; Van Holen et al. 2020). Le esperienze di affido degli URM presentano variazioni notevoli, e non tutte queste persone staranno necessariamente bene solo perché vivono in una famiglia affidataria (Horgan e Ní Raghallaigh 2017; Mörgen e Rieker 2022). Alcune persone giovani del nostro studio hanno raccontato di non essersi sentite al sicuro nelle precedenti famiglie affidatarie. Il sentirsi al sicuro è arrivato solo con il tempo, dopo il trasferimento in una nuova famiglia affidataria. L’interruzione di un affido, quindi, non è sempre negativa: a volte è necessaria perché possano stare bene (Van Holen et al. 2020).

Il modo in cui le persone giovani attribuivano valore alla sicurezza, alla familiarità e all’autonomia, e vi si orientavano, variava nel nostro studio, plasmato da fattori come l’età, il tempo trascorso in affido, le origini culturali, le dinamiche familiari e le esperienze precedenti (Rip et al. 2020b; Wade et al. 2012). Per esempio, i nostri risultati hanno mostrato come le persone giovani dessero senso alle loro esperienze di casa attingendo a esperienze passate. È inoltre cruciale che i CWS e i genitori affidatari riconoscano le variazioni individuali e la complessità delle esperienze di casa delle persone giovani. Ulteriori ricerche su diversi fattori che si intersecano, in particolare su come l’età, il genere e l’etnia plasmino le esperienze degli URM e le pratiche dei genitori affidatari, offrirebbero indicazioni preziose per la ricerca e la pratica future.

6.5. Punti di forza e limiti dello studio

Nel complesso, le persone giovani reclutate in questo studio si sono dette soddisfatte dell’attuale famiglia affidataria e di sentirsi a casa. Ciò potrebbe indicare che non abbiamo reclutato persone giovani insoddisfatte del proprio collocamento o con un «senso di appartenenza più cauto» alla famiglia affidataria (Christiansen et al. 2013). Una sfida etica cruciale è che le persone giovani considerate più vulnerabili dai servizi di tutela dei minori, o che non hanno una relazione positiva con l’attuale famiglia affidataria, non abbiano voluto partecipare allo studio o non siano state informate del progetto dal personale dei servizi. Inoltre, le persone partecipanti possono essere state restie a condividere esperienze più negative. Tuttavia, come indicato lungo tutti i risultati, alcune persone partecipanti hanno condiviso retrospettivamente esperienze del non sentirsi a casa, che hanno offerto spunti utili sulle possibili difficoltà. Inoltre, l’attenzione dello studio al «sentirsi a casa in affido familiare» può aver favorito sia il reclutamento sia i racconti di affidi riusciti, il che è al tempo stesso un punto di forza e un limite. È importante notare che questo studio non coglie ciò che è importante per tutti: gli URM sono un gruppo eterogeneo, con origini, storie migratorie e bisogni diversi (Derluyn 2018). Il nostro studio si è concentrato prevalentemente sull’ambiente della famiglia affidataria, prestando meno attenzione al contesto circostante, come la scuola, le attività del tempo libero o le esperienze di discriminazione.

Il quadro teorico dell’homing apporta elementi e contributi teorici importanti alle conoscenze sulle esperienze e sulle pratiche di casa degli URM. Alcune studiose e alcuni studiosi hanno tuttavia criticato il concetto di casa in quanto intrinsecamente positivo, onnicomprensivo e privo di chiarezza concettuale (Boccagni 2017, p. 13). Oltre al fatto che la casa è un concetto difficile da definire e da comprendere, anche le barriere linguistiche possono aver influito sulla comprensione delle persone partecipanti e sulla qualità delle conversazioni nelle interviste. Abbiamo cercato di superare queste difficoltà attraverso il disegno dello studio. Per esempio, le foto che le persone giovani hanno portato, scelto o immaginato hanno contribuito a rafforzarne la partecipazione. Inoltre, questo metodo visivo ha fatto emergere dimensioni più «nascoste» delle loro esperienze e pratiche di casa, il che costituisce un punto di forza dello studio. Condurre uno studio longitudinale, intervistando le persone giovani in due momenti diversi, arricchisce inoltre i dati e aumenta quindi la validità dei risultati attraverso la triangolazione dei dati.

7. Conclusioni

I risultati di questo studio mostrano che le esperienze di sicurezza, familiarità e autonomia dei minori rifugiati non accompagnati sono importanti per (ri)creare un senso di casa in affido familiare. Le relazioni di tipo familiare che hanno costruito attraverso l’affido e le risorse emotive, relazionali e materiali disponibili sono essenziali in questo processo. Inoltre, questo studio offre elementi sulla partecipazione delle persone giovani e sul loro continuo orientarsi nell’appartenenza nella vita quotidiana. Riconoscerle sia come soggetti attivi sia come persone che hanno bisogno di sostegno sociale è quindi un’implicazione cruciale per le politiche e per la pratica.

Man mano che le persone giovani attingono a esperienze passate e ad aspirazioni future e si adattano a circostanze che cambiano, i loro bisogni, le loro preferenze e le loro pratiche evolvono. Ciò fa della (ri)creazione di un senso di casa un processo dinamico e continuo. Un sostegno emotivo e pratico costante, offerto da relazioni di affido stabili, è vitale lungo tutte le transizioni, compreso il passaggio all’età adulta. Il personale dei servizi di tutela dei minori e i genitori affidatari devono comprendere e tenere in considerazione i bisogni diversi e mutevoli delle persone giovani, in particolare per quanto riguarda i loro legami con le origini, con la famiglia d’origine e con la famiglia affidataria.

I racconti delle persone giovani che hanno partecipato, segnati da esperienze di affido in cui non si sentivano a casa prima di quella attuale, positiva, mettono in evidenza che non è l’affido familiare in quanto tale, ma un affido familiare dotato di determinate caratteristiche e qualità a nutrire un senso di casa e di appartenenza negli URM. Il senso di casa delle persone giovani in affido sembra essere essenziale per la riuscita del collocamento. I genitori affidatari potrebbero quindi trarre beneficio da indicazioni e formazione da parte dei servizi di tutela dei minori sui diversi modi di sostenere gli URM nella (ri)creazione di un senso di casa. Il nostro studio contribuisce così al crescente corpus di conoscenze su come l’affido familiare possa sostenere i processi di costruzione della casa e il benessere degli URM. Per approfondire ulteriormente, la ricerca futura dovrebbe indagare il ruolo e il significato della continuità nell’affido familiare per gli URM.

Complexe Systémique: i punti chiave

Ciò che colpisce qui è che la casa non è un luogo che si riceve, ma un processo che le persone giovani costruiscono a partire dal loro passato, presente e futuro. La sicurezza nasce dalla stabilità e da parole esplicite («questa è casa tua»); la familiarità dalle routine condivise, ma anche da odori, musiche o preghiere che le collegano al paese d’origine; l’autonomia da una libertà negoziata, che lo studio legge come autonomia relazionale più che come indipendenza. Per la pratica sistemica la lezione è duplice: una famiglia affidataria regge quando accetta di essere ridefinita come famiglia dal minore, e deve restare aperta alle lealtà verso la famiglia d’origine, spesso invisibili ai servizi. Il ricongiungimento familiare, che costringe le persone giovani a lasciare la famiglia affidataria, mostra come le appartenenze multiple possano entrare in tensione, e richiede un accompagnamento delle transizioni più che una semplice decisione di collocamento. I limiti stanno nel piccolo campione norvegese, reclutato tramite i servizi e nel complesso soddisfatto del proprio collocamento. Da leggere insieme all’articolo sul ricongiungimento familiare vissuto da minori non accompagnati e all’articolo sui processi sensoriali e narrativi nell’appartenenza dei giovani rifugiati.

Note dell’originale

1 Gli URM che hanno ottenuto un permesso di soggiorno temporaneo non sono inclusi in questi numeri.

Contributi degli autori. Concettualizzazione, F.J., M.T. e M.K.F.; analisi formale, F.J.; indagine, F.J.; scrittura (preparazione della bozza originale), F.J.; scrittura (revisione e editing), F.J., M.K.F. e M.T.; supervisione, M.K.F., M.T. e F.J.; acquisizione dei finanziamenti, M.T. Tutte le autrici hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamento. Questo lavoro fa parte del progetto HoMi “Home and (dis)continuity: Foster care for children with migrant backgrounds”. Il progetto è stato finanziato dal Consiglio norvegese della ricerca (NFR), attraverso il programma “Research project in welfare, working life and migration (VAM)”, con il numero di progetto 302183.

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Lo studio è stato condotto in conformità con la Dichiarazione di Helsinki e approvato dall’Agenzia norvegese per i servizi condivisi nell’istruzione e nella ricerca (Sikt) (873235, 25 giugno 2021).

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone partecipanti allo studio. Per i giovani di età inferiore ai 18 anni, il consenso informato è stato ottenuto anche da chi ne esercitava la tutela legale.

Ringraziamenti. Desideriamo esprimere la nostra sincera gratitudine alle famiglie affidatarie che hanno condiviso generosamente le loro storie e ai servizi di tutela dei minori per il loro prezioso aiuto nel reclutamento.

Conflitti di interesse. Le autrici dichiarano di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione italiana non ufficiale di ‘To Feel at Home Is to Feel Safe’: Unaccompanied Refugee Minors (Re)Creating a Sense of Home in Foster Care over Time, di Frederikke Jarlby, Milfrid Tonheim e Marte Knag Fylkesnes, Social Sciences, vol. 14, n. 2, 91 (2025), doi: 10.3390/socsci14020091, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (testo tradotto in italiano, tabella presentata come elenco, dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione italiana non ufficiale dell’articolo originale «‘To Feel at Home Is to Feel Safe’: Unaccompanied Refugee Minors (Re)Creating a Sense of Home in Foster Care over Time», pubblicato in Social Sciences (2025) con licenza CC BY 4.0. Tradotta da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in testa a questa pagina; fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Jarlby, F., Tonheim, M., e Fylkesnes, M. K. (2025). ‘To Feel at Home Is to Feel Safe’: Unaccompanied Refugee Minors (Re)Creating a Sense of Home in Foster Care over Time. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/to-feel-at-home-is-to-feel-safe-unaccompanied-refugee-minors-re-creating-a-sense-of-home (Opera originale pubblicata nel 2025 in Social Sciences, 14(2), 91 (2025); ripubblicata nel 2025 da Social Sciences, https://www.mdpi.com/2076-0760/14/2/91)

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