Questa versione è stata tradotta dal francese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Vissuto ora come un disagio, ora come uno spazio di pace, sembra dire qualcosa senza parole.
Il silenzio è un enigma. Affascina quanto inquieta, e lascia a chi conduce la terapia e a chi vi si rivolge l’impressione paradossale di un vuoto pieno di significati.
Questo fenomeno fa parte dell’esperienza umana universale. Attraversa le culture, ispira le filosofie, struttura i rituali sociali. Solo in seguito, nel contesto terapeutico, acquisisce una funzione specifica, diventando talvolta lo strumento più potente e più discreto del processo di cambiamento.
Sul piano filosofico, il silenzio è stato spesso interrogato come un linguaggio in negativo. Per Heidegger, tacere non è un’assenza ma una modalità del dire. In Sein und Zeit distingue il mutismo autentico, che apre alla verità dell’essere, dal mutismo inautentico, che maschera o fugge.
La persona medita e si riorganizza interiormente. Il vuoto diventa uno spazio di maturazione.
Le parole mancano perché il dolore è troppo vivo. Il silenzio protegge da un contatto impossibile.
Levinas, dal canto suo, sottolinea che l’altro non si riduce mai a ciò che dice: eccede sempre il proprio linguaggio. Tacere diventa allora un gesto etico, un modo di rispettare questa alterità evitando di saturarla di discorsi. Quando chi conduce la terapia si trattiene dal parlare, manifesta una disponibilità radicale e lascia spazio all’altra persona senza cercare di colmarlo con interpretazioni premature. In questa prospettiva, il silenzio non è più un’assenza ma un’apertura.
Nelle tradizioni cosiddette di teologia negativa, il silenzio non significa il vuoto ma la prossimità al mistero. Si tace non perché non ci sia nulla da dire, ma perché ciò che ci sarebbe da dire eccede il linguaggio.
In psicoterapia, alcuni vissuti — lutti, traumi, rivelazioni intime — sono troppo intensi o troppo inediti per essere formulati subito. Il mutismo della persona, se accolto con benevolenza, può diventare lo scrigno di queste emozioni indicibili. Non si tratta di colmare, ma di contenere.
Dal punto di vista antropologico, come ricorda David Le Breton, il silenzio è sempre socialmente codificato. In alcune società può significare vergogna o sottomissione; in altre, rispetto o saggezza.
In molti paesi asiatici, tacere è un modo di manifestare cortesia e riservatezza. Non si parla tanto per parlare, e l’assenza di parole può valere come assenso. Nelle società occidentali contemporanee, al contrario, dominate dalla sopravvalutazione della parola e dell’espressione di sé, l’assenza sonora viene spesso interpretata come un disagio o una resistenza.
In terapia interculturale queste differenze diventano cruciali: ciò che in clinica viene vissuto come reticenza può essere in realtà un segno di rispetto, e ciò che sembra un’assenza di risposta può esprimere una presenza incarnata in altro modo.
Questo fenomeno plasma anche la temporalità degli scambi. In alcune culture le pause lunghe sono ammesse e persino valorizzate: permettono di mostrare che si sta riflettendo, che si dà importanza a ciò che è appena stato detto. In altri contesti, una pausa di pochi secondi viene subito colmata da una parola, come se l’assenza di suono diventasse insopportabile.
Alcune persone sopportano il vuoto come uno spazio di maturazione, altre lo vivono come un’aggressione o una trascuratezza. La capacità terapeutica di tollerare e regolare la durata di questi momenti è parte integrante della competenza clinica.
Se la filosofia e l’antropologia illuminano il valore di questo fenomeno nell’esistenza umana, la sistemica ne rivela la portata comunicativa. La scuola di Palo Alto ha mostrato che non si può non comunicare. L’assenza di parole, in questo senso, è di per sé un messaggio. Struttura il ritmo dell’interazione e produce effetti concreti sul sistema terapeutico: può calmare, bloccare, provocare, rafforzare l’alleanza o, al contrario, creare tensione. Tutto dipende dal suo contesto e dalla sua ricezione.
Protegge dal dolore o dal giudizio.
Chi, in piena adolescenza, tace ostentatamente per resistere alla terapia o sfidare i genitori trasforma questo mutismo in un’arma relazionale.
La pausa esprime un lavoro interiore, una digestione cognitiva o emotiva.
Nelle terapie di coppia e familiari diventa un momento di alleanza, in cui ogni persona prende coscienza, insieme alle altre, di qualcosa di profondo che non trova ancora parole.
Dal lato di chi conduce la terapia, l’assenza di parola è altrettanto polisemica. Può essere contenitiva, quando ci si astiene dal rispondere subito per permettere a un’emozione di dispiegarsi. Catalitica, quando si mantiene volontariamente un vuoto che spinge la persona a esprimersi di più. Condivisa, quando chi accompagna resta semplicemente nell’emozione insieme alla persona in terapia, senza cercare di interpretare. Può persino essere paradossale, usata in modo strategico per interrompere un circolo relazionale: tacere proprio quando ci si aspetta da Lei una risposta verbale può costringere il sistema a inventare un’altra modalità di risposta.
Il mutismo può anzitutto ridurre la tensione emotiva. Nei momenti di forte ansia, astenersi dal parlare per qualche secondo basta talvolta a restituire al corpo e alla mente un respiro di riorganizzazione.
Può anche rafforzare l’alleanza terapeutica. Dopo una parola dolorosa, una pausa rispettosa può essere vissuta come un segno profondo di ascolto: la terapia riconosce la gravità di ciò che è appena stato detto rifiutando di assorbirlo troppo in fretta con una spiegazione.
L’assenza di parole favorisce anche la ridefinizione. Interrompendo il flusso abituale delle parole, sospende la vecchia cornice e apre la possibilità di una nuova. Come sottolineano Watzlawick, Weakland e Fisch, il cambiamento nasce spesso da uno spostamento di cornice. Il vuoto diventa allora quella breccia attraverso cui si può intravedere altro.
Infine, questi momenti aprono all’emozione. In una seduta familiare, quando nessuno parla più, gli sguardi si incrociano, l’atmosfera si carica e all’improvviso l’emozione diventa udibile senza parole. La sospensione collettiva, lungi dall’essere vuota, è satura di senso e di legame.
Questa dinamica comporta dei rischi. Il silenzio può essere frainteso: la persona può credere che chi conduce la terapia si disinteressi di lei o la giudichi. Può diventare una difesa di chi conduce la terapia, che tace per evitare i propri disagi. Può anche bloccare il processo se dura troppo a lungo senza essere metacomunicato.
«Noto che restiamo in silenzio. Che cosa si sta dicendo in questo momento?» Con questo gesto, il non detto smette di essere un impensato e diventa un oggetto di lavoro.
Tollerare queste sospensioni significa anche accettare di non sapere, riconoscere l’alterità e lasciare che il sistema si riorganizzi al proprio ritmo. È un’etica della pazienza e della presenza.
Il silenzio non riduce l’altro a parole: gli dà la possibilità di esistere pienamente, in altro modo.
Doumit, Y. (2025). Le silence en thérapie : une présence polysémique. Complexe Systémique. https://www.complexe-systemique.com
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