Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Psicoterapia

La crisi della mascolinità: una prospettiva evoluzionistica

Esporrò in queste pagine un’ipotesi sulla difficile situazione che attraversano gli uomini di quest’epoca, un’ipotesi che si inscrive in un modello evoluzionistico affine a ciò che Capra (1994) ha chiamato ecologia profonda.

Autore Carlos E. Sluzki, preside per le scienze della salute al College of Nursing and Health Science e research professor all’Institute for Conflict Analysis and Resolution (George Mason University)Prima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 57, luglio-agosto 1999Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Ebbene sì: donne e uomini condividiamo il kayak della vita, e gli spruzzi si fanno sempre più espliciti, il che comporta un rischio sempre maggiore che l’imbarcazione si capovolga.»

Carlos E. Sluzki

L’ipotesi, in due paragrafi

Questa ipotesi si può riassumere così: i potenziali genetici, le norme e le regole sociali di una specie, così come l’ambiente, coevolvono nel corso dei millenni come un sistema complesso. Ora, la coevoluzione è un concetto «a lungo termine», non «a breve termine» (3). In un lasso di tempo breve, qualsiasi cambiamento che si produca in uno qualunque dei livelli del complesso sistema ecologico formato dal patrimonio genetico, dalle norme sociali e dall’ambiente darà luogo a discrepanze e dissonanze negli altri livelli, il che comporterà movimenti correttivi (attraverso accelerazioni, correzioni eccessive, rettifiche ecc.) e sofferenza.

Considerare l’attuale crisi della mascolinità come uno di questi malesseri sistemici intrinseci, generato da una dissonanza nella coevoluzione delle variabili genetiche, sociali e ambientali, costituisce, credo, una spiegazione ragionevole e utile di ciò che sta accadendo in quest’epoca con i problemi legati al genere.

Nota della redazione

Questo testo è la versione scritta di una relazione plenaria presentata nell’ambito di «The Men’s Project: A Conference on Strategic Approaches to Men’s Problems in Therapy» (Il progetto degli uomini: convegno sugli approcci strategici ai problemi degli uomini in terapia), The Family Therapy Institute of Washington, DC, 4-6 giugno 1998. L’articolo è stato poi pubblicato nel n. 57 di Perspectivas Sistémicas, luglio-agosto 1999, e successivamente ripubblicato da Red Sistémica.

Di kayak e di genere

Qualche mese fa a Kauai (un’isola delle Hawaii), mentre mia moglie e io risalivamo un fiume in un gruppo di kayak biposto, abbiamo attaccato discorso con la guida, un samoano robusto, pieno di grazia e di energia. La conversazione è scivolata sul tema delle coppie (lui era fidanzato e prossimo alle nozze) e su come si comportano quando condividono un kayak doppio. In un’esplosione entusiastica di filosofia quotidiana, e dando per scontato che l’esperienza di navigare in kayak rispecchi il modo in cui le coppie si comportano nella vita, si chiedeva come facciano le coppie a restare insieme. Alcune, certo, si godevano la bellezza che offre la gita in kayak lungo fiumi intrecciati nelle foreste tropicali, ma molte litigavano per tutto il tragitto e continuavano la baruffa durante le camminate attraverso boschi rigogliosi che terminavano ai piedi di cascate meravigliose. Rideva ricordando un uomo che, puramente e semplicemente, si era buttato giù dal kayak giurando che non avrebbe continuato a dividere la barca con «quella donna», e si era messo a nuotare per tornare al punto in cui era iniziata l’escursione, a circa tre chilometri a valle… mentre la donna continuava ad avanzare con il kayak ignorando la scenata del marito. Un altro uomo, dopo aver litigato con la moglie durante la risalita del fiume, al momento di cominciare la camminata nel bosco prese da parte la guida e le chiese di accelerare il passo per lasciarsi indietro la moglie e, se possibile, perderla. Un’altra coppia finì per prendersi a colpi di pagaia quando era ancora nel kayak. Una donna si rifiutò di tornare nello stesso kayak del marito, lamentando che lui non pagaiava con abbastanza vigore e lasciava a lei la fatica di far avanzare la barca. Un’altra, furiosa, accusò il marito di non seguire apposta le istruzioni precise che lei gli dava sul ritmo e sulla profondità delle pagaiate.

Che sfida condividere un kayak! Chi occupa il sedile posteriore, di solito l’uomo (i kayak sono costruiti in modo che il sedile posteriore abbia più spazio per le gambe), controlla i pedali del timone: la sua funzione consiste quindi nel guidare l’imbarcazione. Questa posizione gli dà la possibilità di adattare il proprio ritmo di pagaiata a quello della persona seduta davanti, ma al tempo stesso riduce la sua visibilità, poiché la persona davanti occupa il centro del campo visivo di quella dietro. Chi siede davanti, di solito la donna, vede meglio dove si dirige il kayak e se c’è qualche ostacolo galleggiante imprevisto; ha una percezione visiva minore dei movimenti del compagno, dispone in genere di meno massa muscolare per reagire in caso di emergenza e, naturalmente, non ha alcun accesso al comando del timone.

Va aggiunto che, data la disposizione dei sedili, chi siede dietro ha più probabilità di colpire con la pagaia (accidentalmente o no) chi sta davanti che non il contrario, e che entrambi hanno le stesse possibilità di schizzare l’altro (accidentalmente o no) con qualche movimento maldestro.

Insomma, i kayak doppi sembrano essere stati progettati come un esperimento da una mente brillante e alquanto perversa delle scienze sociali, allo scopo di studiare il «dilemma del prigioniero» in azione.

Scartata la tentazione di costruire kayak doppi dal design innovativo per la sua flessibilità, capace di ridurre le conflagrazioni tra i generi, data la configurazione attuale la distribuzione ideale dei compiti sembra essere la seguente:

Davanti

Chi occupa il sedile anteriore si occuperà di dare il ritmo delle pagaiate e di mantenere la rotta del kayak, ma modificherà il proprio ritmo quando l’altra persona glielo chiederà.

Dietro

Chi siede dietro si occuperà della direzione generale del kayak, ma prenderà misure di emergenza ogni volta che l’altra persona glielo indicherà davanti all’improvvisa comparsa di un ostacolo, e calibrerà i propri movimenti adattandoli a quelli di chi sta davanti.

In due

Entrambi condivideranno il lavoro di propulsione in proporzione alla propria massa muscolare… e, se possibile, entrambi si godranno il paesaggio e l’esperienza in compagnia dell’altro.

Ma nella vita quotidiana (perfino a Kauai!), i fatti e le circostanze sono multideterminati e risentono solo in parte di un ambiente bucolico. E se si fosse una di quelle persone che danno istruzioni dal sedile del passeggero? O, come si dice nel gergo delle tossicodipendenze, se si fosse codipendenti? O, per essere più precisi, supponiamo di aver dimenticato il repellente per insetti o la crema solare. Tanto per cominciare, chi dei due doveva ricordarsi di portarlo (secondo l’opinione di ciascuno, che forse non coincide con quella dell’altro)? Supponiamo che, per uno dei due, faccia troppo freddo o troppo caldo, o che il sedile sia troppo duro. Tanto per cominciare, a chi dei due è venuta l’idea di questa benedetta gita in kayak (secondo l’opinione di ciascuno, s’intende)?

O forse la sera prima della gita uno dei due voleva fare l’amore, ma l’altro ha rifiutato, o semplicemente non ha colto certi segnali sottili, o non ne aveva voglia, o era così stanco da non accorgersene, o si è addormentato prima che il primo potesse dispiegare con chiarezza i suoi segnali d’interesse. Il giorno dopo, chi è stato respinto si porta forse dietro una certa frustrazione residua, o del risentimento, o della vergogna; e quando questo affiora nel suo comportamento, l’altro lo considera una manifestazione sconsiderata di cattivo carattere, senza motivo, e a sua volta comincia a sentirsi infastidito. E se il marito è un macho latino che si rifiuta di accettare suggerimenti o di condividere responsabilità, perché sente ogni contributo di lei come una sfida alla sua virilità? E se lei è una femminista fatta e finita e sente ogni movimento di lui come un tentativo di sottometterla? E se succedessero entrambe le cose?

Ebbene sì: donne e uomini condividiamo il kayak della vita, e gli spruzzi si fanno sempre più espliciti, il che comporta un rischio sempre maggiore che l’imbarcazione si capovolga. Le persone che occupano i sedili anteriori si stanno forse ribellando dopo aver sopportato un carico di peso eccessivo che guasta loro i piaceri potenziali della gita? Chi occupa il sedile posteriore sta forse diventando più debole, o più docile, o più sensibile e comprensivo? Oppure è stato vinto dalla semplice forza e solidarietà di chi occupa il sedile anteriore?

Il design del kayak è forse cambiato in modo insidioso negli ultimi cento, quattrocento o forse diecimila anni? Quanto segue è un tentativo di rispondere a questi interrogativi.

La vita nella caverna (ovvero: dove sono finite le tigri dai denti a sciabola, proprio quando ne avremmo bisogno?)

Nel corso del secolo appena concluso, la nozione di «maschile» è stata in costante revisione. Fino all’epoca attuale, la mascolinità era definita senza ambiguità dalle pratiche che la caratterizzavano: la conquista (l’espansione delle frontiere), il controllo e la difesa delle frontiere (e quindi le guerre), la caccia, l’esplorazione di nuovi territori (si trattasse di avventure fisiche o intellettuali) e la politica. Nel corso di questo secolo, e soprattutto negli ultimi trent’anni, si sono ridotti drasticamente la possibilità di svolgere ciascuna di queste attività, il prestigio che vi era legato e il loro carattere di dominio esclusivamente maschile.

Questo processo è stato formulato anche come una guerra tra i generi e ha consolidato un punto di vista estremamente critico sul modo di essere degli uomini, non solo da parte dell’avanguardia del movimento femminista, ma anche da parte di uomini sensibili che hanno dato il loro sostegno a questo tipo di cambiamenti (4). Per di più, la direzione del cambiamento che gli uomini possono portare avanti insieme ai cambiamenti proposti dal femminismo è tutt’altro che chiara, e per giunta non è promossa dalla nostra cultura.

Giunti a questo punto, è opportuno fare alcuni brevi richiami storici.

Come probabilmente tutti sanno, la Seconda guerra mondiale, una conflagrazione a cui presero parte decine di milioni di giovani (e in cui ne morirono un paio di milioni), accelerò molti altri processi sociali negli Stati Uniti. Durante la guerra, un numero consistente di donne e di membri di gruppi minoritari (fino ad allora relegati alle faccende domestiche o ad altri lavori di scarso prestigio e scarsa retribuzione, come bracciante agricolo o personale di servizio) fu chiamato ad adempiere l’obbligo imposto dal tempo di guerra, ossia sostituire nelle fabbriche e negli uffici gli uomini chiamati a combattere al fronte. Quando la guerra finì e gli uomini tornarono dal fronte, le donne e i gruppi minoritari furono invitati con discreta eloquenza a tornare ai posti subalterni che avevano occupato in precedenza.

E, sorpresa, non accettarono l’invito. E quando l’invito si fece più coercitivo, si organizzarono. Così nacque il movimento per i diritti civili. E così, prendendo come base organizzazioni femminili le cui massime esponenti erano state fino ad allora le suffragette, sorse il movimento femminista. Le minoranze oppresse avevano acquisito una voce.

La rivoluzione femminista costituisce naturalmente un fenomeno di origine culturale: è sorta quando è sorta (circa trent’anni fa) e non prima, perché le circostanze le erano propizie. Questa rivoluzione culturale incentrata sui problemi di genere è stata portata avanti dalla voce, e dall’energia, delle donne. Gli uomini, invece, sono rimasti piuttosto confusi, incapaci di tradurre in parole e in azioni la difficile situazione che stavano attraversando. Come ha detto il filosofo popolare nordamericano Garrison Keillor, «la mascolinità, che in passato costituiva un attributo per avere successo, oggi sembra piuttosto un problema da superare» (Keillor, 1992). Negli ultimi tempi gli uomini hanno compiuto molteplici tentativi di introspezione su questi temi, ma ammettiamolo: l’introspezione non è uno dei punti forti dell’uomo. Il «movimento degli uomini» non si è mai concretizzato, sicché la questione del «genere» continua a essere portata avanti dalle donne.

Senza cadere in semplificazioni eccessive, come descrivere, dal punto di vista dell’uomo, questo squilibrio attuale, questo disagio che non si gioca soltanto tra i generi ma anche all’interno di ciascuno di essi? Le mie riflessioni mi conducono all’evoluzione della specie umana. Si stima che la differenziazione tra le scimmie moderne e gli esseri umani sia avvenuta tre milioni e mezzo di anni fa, se si prende come riferimento l’Australopithecus afarensis (Johanson & Edey, 1981). L’Homo sapiens, a sua volta, questa specie cosmopolita di cacciatori-raccoglitori, è comparso sulla scena circa 200.000 anni fa, il che rappresenta appena il 6% del tempo evolutivo della specie umana. E, da quando abbiamo cominciato a differenziarci da altri rami evolutivi, la nostra specie è vissuta in gruppi, in caverne o in piccoli insediamenti. Per sopravvivere era necessario (come lo è ancora oggi nelle poche tribù che conservano tradizioni preagricole) che il gruppo di cacciatori-raccoglitori si ripartisse i ruoli per garantire la conservazione e l’innovazione. Questi tratti costituiscono aspetti profondi della nostra comune umanità, che svolgono ancora oggi un ruolo.

Un esercizio, caro lettore, cara lettrice

Ma prima di entrare più nel dettaglio di questa storia dell’evoluzione, vorrei che tu che leggi partecipassi a un esercizio, a un’esperienza che richiede la tua collaborazione. Servirà una certa visualizzazione, o un certo accesso alla banca dei ricordi; se ricordi meglio le esperienze passate a occhi chiusi, chiudili per un momento, ti prego. E rilassati: sarà un’esperienza piacevole.

Torna, caro lettore, cara lettrice, a quando avevi dodici anni. Sei a casa. È un fine settimana. Qualcuno bussa alla porta o suona il campanello. Chi è? È il tuo migliore amico o la tua migliore amica, il tuo compagno o la tua compagna di avventure, che viene a trovarti. E adesso, dove andate? Dentro o fuori casa? E che cosa fate? Immaginalo, visualizza la scena, vediti con lui o con lei mentre andate dove andate, mentre fate quello che fate; rappresentati le posture corporee che assumete, l’attività che svolgete. Cerca di visualizzare la scena nel modo più completo possibile.

La grande maggioranza delle donne descrive la scena dicendo che fa entrare l’amica, che va in camera o in soggiorno, che si siede sul letto o in poltrona, faccia a faccia, con molto contatto visivo, e che l’attività principale è la conversazione. La grande maggioranza degli uomini racconta un’attività comune, in genere fuori casa: escono a fare sport (basket, calcio, bicicletta) o a pescare o, in alcuni casi, semplicemente a camminare, alternando silenzi e conversazioni personali; raramente si mettono faccia a faccia e stabiliscono un contatto con lo sguardo: mantengono piuttosto una condotta corporea parallela.

Da dove nasce questa notevole caratteristica che differenzia i generi e che, con piccole differenze, sembra ritrovarsi in tutte le culture? Si tratta soltanto di una manifestazione degli usi e costumi di questo secolo, o degli ultimi cinquecento anni? Non sarà che la supposizione che si tratti di una manifestazione di usi e costumi abbia origine nella presupposizione arrogante, e recente, secondo cui nasceremmo senza antecedenti, spogliati delle nostre radici evolutive, tabula rasa, destinati a ricevere soltanto l’impronta della nostra cultura?

Ritorno alla caverna

Torniamo alla caverna, o al villaggio, o a qualsiasi luogo i cacciatori-raccoglitori considerassero di tanto in tanto la loro casa, un luogo conosciuto che offriva loro una tregua nella vita nomade, o al posto in cui si accampavano per la notte nella loro esistenza errante.

Per sopravvivere in quel mondo ostile infestato da tigri dai denti a sciabola e da altri predatori (per non parlare degli inospitali vicini ominidi), un adeguato dimorfismo sessuale, cioè differenze di genere già presenti nel patrimonio genetico, si è intensificato con le norme sociali (5). Alcuni membri della tribù (quelli con più «physique du rôle» e con il maggior potenziale di comportamenti aggressivi) si collocavano alla periferia e sorvegliavano attentamente l’esterno, luogo da cui provenivano sia i rischi sia il cibo per tutti. Erano considerati i protettori della comunità e i cacciatori; erano loro a occuparsi di combattere i pericoli collettivi e di fornire al clan l’apporto proteico più nutriente.

Che un uomo ne guardasse un altro, o anche solo si interessasse alle riflessioni di un altro, comportava un rischio, perché lo distraeva dal compito più utile di stare all’erta per scorgere nemici e cibo potenziale. E quando questi individui si avventuravano in quel territorio pericoloso e sconosciuto, lontano dall’insediamento (per cacciare o per esplorare un territorio in cerca di un ambiente più favorevole), era anche nell’interesse comune restare vigili ed evitare che i suoni capaci di segnalare un pericolo fossero coperti da conversazioni eccessive (date quelle circostanze), così come evitare di perdere indizi visivi di pericolo a forza di guardarsi l’un l’altro (6). Non restava loro altra scelta che vigilare in relativo silenzio, mantenendo tra loro un contatto visivo solo sporadico. Questi esploratori erano tuttavia uniti da un legame fortissimo: contavano gli uni sugli altri per sopravvivere collettivamente alle situazioni di rischio e mantenevano anche un legame molto stretto con la comunità. Procuravano cibo essenziale e lo distribuivano; rischiavano la vita per difendere e proteggere la tribù e, all’occorrenza, si prendevano cura dei bambini nelle epoche delle migrazioni stagionali (come fanno ancora oggi molti primati maschi e molti gruppi umani di cacciatori-raccoglitori). D’altra parte, altri membri della tribù dovevano occuparsi di altri compiti, ossia conservare il gruppo sia dal punto di vista generazionale (occupandosi del cibo e di altri beni, come la tessitura o la concia delle pelli) sia da quello transgenerazionale (avendo figli, crescendoli e prendendosene cura). A tal fine era fondamentale che collaborassero faccia a faccia, perché l’attenzione reciproca e il contatto stretto permettevano di sviluppare al massimo queste attività. Per citare come esempio un’attività piuttosto essenziale: quanto più diventava comunitario il compito di crescere i bambini fin da piccoli in circostanze sfavorevoli, tanto maggiori erano le probabilità che i bambini sopravvivessero (lo hanno dimostrato studi sulle abitudini collettive di molti antropoidi) (7). Il germe delle norme sociali di questi gruppi si è evoluto in armonia con le tendenze specifiche di ciascun genere e con la distribuzione culturale dei ruoli, assicurando un’interdipendenza tra conservazione e innovazione che ha ottimizzato le circostanze e i bisogni tribali (8).

I determinanti genetici, le norme sociali e i processi ciclici della natura hanno coevoluto in modo sinergico nel corso dei secoli (Capra, 1996). I tratti specifici che sono oggetto della nostra analisi sono stati sia espressi geneticamente sia imposti culturalmente, oltre a essere stati rafforzati dai contesti (9). Questa affermazione va compresa nel quadro, già menzionato, dell’«ecologia profonda» (10), una prospettiva evoluzionistica che propone un approccio sistemico agli esseri umani nel loro contesto sociale e naturale. Questo approccio va oltre una dicotomia tra variabili biologiche e culturali che potrebbe dare luogo a una discussione nature/nurture. Da questo punto di vista, è coerente supporre che alcune differenze fondamentali di genere abbiano un substrato evolutivo specifico di ciascun genere; la cultura, a sua volta, si incaricherà di selezionare, in senso darwiniano, le regole adatte alla manifestazione di queste caratteristiche. Ma naturalmente le culture, che cominciano come un’abitudine ad hoc, finiscono a loro volta per diventare esse stesse sistemi estremamente complessi dotati di una dinamica propria.

Che cosa accadrebbe se, a causa degli alti e bassi naturali nell’evoluzione del complesso sottosistema formato dalla cultura, dalla società e dall’economia, alcune di queste pratiche perdessero la loro corrispondenza con la manifestazione di questa o quella caratteristica evolutiva dei membri di quella specie? Non potrebbe essere questo il caso della specie umana nel suo contesto, così come si manifesta alla fine di questo secolo, nei riassestamenti riguardanti che cosa significhi essere donna ed essere uomo?

Che cosa resta dei territori maschili?

Esaminiamo il valore che può avere nel 1999 il tratto evolutivo (ipotetico) presente negli uomini che favorisce i comportamenti di attacco/difesa, di esplorazione, di caccia, di lealtà verso il gruppo, relegando al tempo stesso in secondo piano gli atti quotidiani di scambio sociale, di creazione di vincoli e legami sociali e di collaborazione non differenziata. Cominciamo dalla caratteristica di attacco/difesa e dalla sua espressione più comune: la guerra, attività che nel corso dei secoli è stata tipicamente maschile. Nonostante il terribile costo umano di ogni guerra, questa attività ha perso una certa popolarità solo molto di recente, quando: (a) si è scatenata la potenza della bomba atomica, che ci ha resi consapevoli sia della sua accessibilità sia dell’inammissibilità delle conseguenze del suo uso; (b) la presenza intensa della televisione durante la guerra del Vietnam ha messo in evidenza che la guerra è un orrore quotidiano incommensurabile che non può nascondersi dietro nessuna retorica patriottica. Così, anche se si continuano a combattere guerre locali, la guerra ha perso il sostegno popolare. (Si tratta, naturalmente, di un commento occidentale e di un punto di vista forse nordamericano: tanto le guerre settarie quanto quelle fondamentaliste sono sempre più popolari nei paesi balcanici e nel terzo mondo.)

D’altra parte, oggi, per poter cacciare (almeno negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale), bisogna decidere di ignorare il supermercato (dove si trova tutto) e pagare un biglietto d’ingresso in qualche riserva naturale dove si possono scattare foto di animali selvatici; oppure diventare membri di qualche gruppo di estrema destra e procurarsi una mitragliatrice per andare a caccia. La caccia come mezzo per procurarsi il cibo è diventata obsoleta, o si è estinta, in buona parte del mondo.

Passiamo all’esplorazione. Il mondo intero è stato esplorato a fini cartografici e percorso fino allo sfinimento. I pochi luoghi remoti (remoti per noi) che forse non sono ancora del tutto esplorati restano tali grazie ai ministeri del turismo di quei paesi. Oggi chiunque abbia i mezzi economici può esplorare l’Antartide: servizio da tè incluso! Basta pagare un’agenzia di viaggi per ottenere l’illusione di compiere un’esplorazione. Ciò che resta inesplorato è lo spazio extraterrestre, il cui accesso richiede una tecnologia estremamente complessa e un viaggio riservato a un pugno di astronauti. Così oggi possiamo depennare dalla lista la guerra e l’esplorazione, due domini maschili che per tanto tempo furono essenziali per la sopravvivenza della specie.

Esaminiamo ora la politica. In questa nuova era, retta da una tecnologia rivoluzionaria e dal crollo delle ideologie, la politica è passata dal sublime (con figure mitiche come Gandhi, Kennedy o Che Guevara, per coprire diverse zone dello spettro) al patetico, da Nixon a Pinochet o Gheddafi, e più in basso ancora; senza contare che i governi stanno trasferendo sempre più chiaramente la loro sfera di controllo al potere delle multinazionali. La svolta a destra della retorica politica porta a descrivere le iniquità sociali come un castigo meritato, come la conseguenza della mancanza di merito personale delle persone indigenti, anziché come una questione di responsabilità sociale, che viene elusa sotto la retorica della responsabilità individuale. Se uno dei miei figli mi dicesse: «Papà, voglio fare politica», gli risponderei: «Andiamo, sii serio, scegli qualcosa di rispettabile!». Possiamo quindi depennare anche la politica, anche se molti uomini e molte donne la scelgono, forse per errore, per romanticismo ingenuo o perché li affascinano le trasformazioni nel modo in cui il mondo è organizzato. Si tratta, naturalmente, di un’altra opinione condizionata dalla mia cultura. In molte parti del mondo la politica, pur comportando certi rischi, offre un accesso rapido e sporco alla ricchezza e al potere. E forse in qualche angolo del mondo la politica si pratica con intenzioni nobili (11).

Sembrerebbe che, nella nostra specie, di tutte le attività che erano dominio dell’uomo, restino soltanto il mondo spietato e sanguinario del commercio, con particolare accento sul mondo aziendale, e il mondo delle pseudoguerre sportive (anche se la commercializzazione dello sport ha cancellato i confini tra attività sportiva e commercio). Del resto, la piramide di potere delle aziende è chiusa quanto quella delle forze armate: ci sono pochissimi generali e moltissime reclute di basso grado (12). Inoltre, fin dagli albori della rivoluzione industriale, il mondo aziendale si è delineato come anomico, sempre più estraneo a qualsiasi senso di responsabilità collettiva. Così, a meno di immergertici ciecamente, come fanno molti uomini, non tarderai a perdere ogni rispetto per questa nuova frontiera che è il mondo aziendale o quello dello sport professionistico. Alcuni uomini, disperati, cercano rifugio nel mondo immaginario dei film d’azione o addirittura dei fumetti, dove domina una mitologia carica di testosterone. Altri, semplicemente, uccidono.

Una deriva di diecimila anni

Tutto sembra indicare che il cambiamento avvenuto nelle nostre pratiche culturali, che le ha allontanate dalla corrispondenza reciproca con le inclinazioni filogenetiche della specie, abbia subito un’accelerazione molto sostanziale circa dieci-quattordicimila anni fa, quando la caccia e la raccolta, che avevano costituito l’attività principale e l’asse culturale per milioni di anni, smisero di bastare a sostenere una popolazione in costante crescita (Shepard, 1973) (13). È possibile che ciò abbia anche coinciso (e forse ne sia stato favorito o intensificato) con un’evoluzione della mente della specie verso processi cognitivi più complessi e più fluidi (Mithen, 1996). Agli albori della rivoluzione agricola si cominciò ad addomesticare piante e animali, il che rese a sua volta necessaria una modifica delle abitudini, degli habitat, delle priorità e, in termini generali, della cultura (14). Ciò generò un cambiamento importante nelle competenze e negli attributi appropriati sia degli uomini sia delle donne, tra cui il fatto che gli uomini ebbero meno bisogno di svolgere pratiche orientate verso la periferia del clan. Per la grande maggioranza degli uomini, volgersi all’agricoltura significò un cambiamento drastico di priorità, in particolare quando l’agricoltura smise di essere un’agricoltura di sussistenza volontaria e divenne coercitiva, con l’avvento del potere politico centralizzato (Prior, 1971). La vita nei campi si trasformò in una routine pesante, quotidiana e noiosa; significò perdere una tribù di cui prendersi cura e provvedere a una sussistenza marginale in cui c’erano più probabilità di essere sfruttati che di avere autodeterminazione (o di sfruttare gli altri, se è per questo). Anche le donne subirono cambiamenti altrettanto drastici nelle loro abitudini, poiché persero progressivamente l’esperienza quotidiana vitale che offriva il collettivo femminile; furono condannate a produrre figli come manodopera a basso costo (a imitazione degli animali da cortile) e non era raro che dovessero lavorare la terra accanto ai loro compagni, quando non lo facevano da sole (mentre l’uomo cercava un compito maschile a cui dedicarsi, o era costretto ad andare in guerra, o finiva ridotto in schiavitù da altri uomini che si impadronivano della terra).

Forse questa perdita di corrispondenza reciproca ha subito un’accelerazione circa tremila anni fa, all’apogeo delle civiltà greca e romana, quando, secondo Foucault (1984), acquisirono importanza nelle nostre società le pratiche del sé, cioè il riconoscimento autoreferenziale dell’individuo, che sostituì il presupposto di far parte di una comunità, creando l’attuale illusione di un io al centro dell’universo.

E il processo ha subito un’accelerazione drammatica circa quattrocento anni fa, come conseguenza della perdita progressiva della sicurezza che derivava dagli obblighi reciproci del clan, perdita avvenuta in seguito alla rivoluzione industriale.

Che si tratti di un processo vecchio di quattordicimila, tremila, quattrocento o trent’anni (probabilmente con una progressione irregolare da allora fino ai nostri giorni), può darsi che alcune componenti del nostro programma genetico-sociale ci tentino, noi uomini, a provare certe attività che la nostra epoca ha escluso o superato. (E non è che io dica: «Ah… che bei tempi erano quelli delle guerre nobili, dello sfruttamento nobile, della caccia nobile che ha portato all’estinzione di specie, dell’esplorazione e della conquista nobili, della politica nobile!». Preferisco la demistificazione!)

Tutte queste trasformazioni contestuali e questa perdita progressiva di corrispondenza reciproca avvengono in una società che ci educa a colpi di stereotipi all’ingrosso. Gli uomini si trovano in una situazione sociale estremamente violenta, poiché la soppressione delle molteplici espressioni dei ruoli si accompagna a forti mandati sociali che identificano queste espressioni con il maschile, situazione complicata dal divieto sociale degli scambi emotivi e dalla perdita dell’esperienza del sostegno reciproco. Questa descrizione ecologica non esonera né assolve dalla responsabilità per gli atti di violenza a cui tale contraddizione può dare luogo negli uomini, ma apre una finestra da cui apprezzare il dolore profondo che questo conflitto oscuro può generare.

Non c’è da stupirsi che gli uomini d’Occidente si sentano confusi e disorientati. Non c’è nemmeno bisogno di insegnare agli uomini a essere solidi: non c’è più motivo che lo siano! Come nell’opera di Pirandello del 1921, Sei personaggi in cerca d’autore (Pirandello, 1998), gli uomini cercano come riconoscersi in quanto uomini, mentre falliscono i loro tentativi di armonizzarsi con l’ambiente. Si capisce che cerchino di liberarsi della loro ignoranza emotiva e di imparare dalle donne come comportarsi nel mondo interpersonale: il loro stile di comportamento non funziona più. Certo, comportarsi come una donna, pur essendo una buona esperienza di apprendimento, non riesce necessariamente a favorire la corrispondenza reciproca, poiché alcuni comportamenti essenziali della donna sono anch’essi il risultato di un mandato evolutivo e molti di essi sono forse a loro volta in crisi. E la soluzione ibrida che proclama: «Andiamo nei boschi a stare tra uomini, a suonare tamburi e leggere poesie» non ha molti seguaci. Si potrebbe anche proporre, in questo quadro, che la recente rinascita del fondamentalismo e la balcanizzazione non siano altro che un tentativo disperato di ricreare le condizioni precedenti della corrispondenza reciproca, cioè una reazione contro la perdita dell’armonia che esisteva un tempo tra le tendenze differenziate secondo il genere, le norme sociali e la natura.

Troppi piselli nel baccello: la sovrappopolazione come variabile aggiuntiva

I cacciatori-raccoglitori avevano pochissima discendenza; il loro numero si equilibrava ecologicamente con le caratteristiche dell’ambiente. Le società agricole, al contrario, avevano interesse a disporre di manodopera a basso costo: i figli erano quindi un prodotto primario da massimizzare. La nostra specie è passata da una popolazione mondiale totale di dieci milioni di individui nel 10.000 a.C. a poco più di sei miliardi oggi, con un incremento annuo superiore all’1,4%. Nel corso di questo secolo la nostra specie ha forse superato, senza accorgersene, la soglia di tolleranza della densità demografica, perché la sua crescita non è stata mitigata, in mancanza recente di guerre di massa, pestilenze o meteoriti (se non nella finzione di quel recente film ottimista intitolato Deep Impact).

Ora, ogni specie presenta una risposta organica concreta per mitigare gli effetti nocivi della sovrappopolazione (Futuyma, 1997), anche se le modalità con cui queste risposte si manifestano variano notevolmente. La caratteristica reattiva più frequente è la tendenza alla dispersione, che si ripete in tutte le specie. Alcune ricorrono alla mutazione e si dotano, per esempio, di ali. Altre praticano sistematicamente il cannibalismo sui neonati o commettono infanticidi. Altre ancora scatenano atti di violenza senza precedenti, che consistono in uccisioni collettive, comprese battaglie che lasciano senza vita metà della popolazione. Oppure si gettano collettivamente da un precipizio. O ancora le loro difese immunitarie si indeboliscono per effetto dello stress e gran parte della specie muore di una malattia o di un’altra.

È possibile che tutti noi, uomini e donne allo stesso modo, stiamo reagendo alla sovrappopolazione del nostro pianeta secondo qualche mandato atavico. Come specie abbiamo provato molte delle soluzioni già menzionate (non ci sono ancora spuntate le ali), ma, come ho detto prima, molte di esse stanno perdendo prestigio nel nostro ambiente socioculturale occidentale. È possibile però che si stiano preparando, come alternative, nuovi tentativi creativi per affrontare la sovrappopolazione. Uno di essi, sostenuto da numerose prove, è la riduzione progressiva della quantità totale di spermatozoi nell’uomo, in diverse culture e diverse nazioni, un meccanismo molto ragionevole per ridurre il tasso di crescita demografica. Anche se probabilmente ciò non è dovuto esclusivamente alla sovrappopolazione, ma anche allo spostamento della corrispondenza ecologica reciproca, la crisi della mascolinità e la riduzione progressiva della pulsione sessuale potrebbero contribuire a ridurre l’allarmante tasso di natalità. Un altro metodo ragionevole per diminuire la crescita demografica sarebbe che si producesse tra i generi un’avversione combattiva sempre maggiore, il che porterebbe a una riduzione del numero di bambini concepiti con i metodi convenzionali.

In sintesi, è possibile che l’attuale riduzione della qualità della vita tra i generi nella nostra specie sia stata facilitata da una sovrapposizione tra la già menzionata mancanza di corrispondenza reciproca evolutiva e un meccanismo neutralizzante innescato nella nostra specie dalla sovrappopolazione.

Possibili vantaggi clinici della storia evoluzionistica (ovvero: che ci fa un terapeuta postmoderno come me in un racconto del genere?)

Una volta complicato il problema con l’aggiunta possibile di questa variabile, torniamo allo schema che ci interessa. Ho presentato l’abbozzo di un’ipotesi su quello che potrebbe essere il nucleo della crisi della mascolinità, cioè la diminuzione della corrispondenza ecologica tra le tendenze genetiche, le regole sociali e l’ambiente, che colpisce almeno l’uomo o, forse, la nostra specie nel suo insieme. Allo stesso modo, questo punto di vista ecologico-evoluzionistico, pur rispettando e sostenendo la lotta femminista, presuppone che la crisi della mascolinità non sia né il prodotto né la causa del movimento femminista.

Le altre proposte che si sentono oggi su questo tema sono: (a) quella tradizionale, conservatrice o fondamentalista, che mantiene e ribadisce l’oppressione, la marginalità e la reificazione della donna; e (b) i postulati del femminismo (certamente preferibili ai precedenti) che o incolpano l’uomo dell’oppressione della donna, o incolpano la società di attribuire agli uomini facoltà speciali quando i due sessi sono intrinsecamente uguali, salvo le ovvie differenze fisiche (si veda per esempio Burke, 1996).

In effetti esistono prove abbondanti che la nostra società attuale è piena di pratiche oppressive nei confronti delle donne, compresa la violenza degli uomini sulle donne, così come molti altri comportamenti sociali approvati dagli uomini a scapito dell’autodeterminazione femminile. Il femminismo costituisce un movimento politico straordinario che tende ad ampliare l’accesso della donna a tutte le sfere della vita, e le mie speculazioni non contribuiscono a rallentare questo cambiamento, né forniscono argomenti capaci di interferire con questo ritmo. Credo tuttavia che, in reazione alla presa di coscienza dello stato di subordinazione della donna, il movimento femminista cada spesso nell’errore categoriale di confondere caratteristiche sostenute dalla cultura con una responsabilità individuale. Questo errore può essere stato il punto di partenza dell’implacabile attacco contro gli uomini che ha caratterizzato una certa letteratura femminista e certe pratiche femministe quotidiane, le quali danno per scontato che i comportamenti oppressivi degli uomini siano, in tutti i casi, atti deliberati compiuti per preservare le disuguaglianze, anziché residui culturali di pratiche della vita quotidiana. Da questo punto di vista, la campana femminista dominante è come un software potente che contiene un virus: la donna acquista potere al prezzo di incorporare una storia di vittimizzazione, rivendicazione e restituzione che impone una polarizzazione all’interno delle coppie e delle famiglie. In altre parole, il presupposto secondo cui gli uomini sarebbero handicappati emotivi, inclini alla violenza, esseri dominanti e coercitivi che le donne unite nel movimento femminista starebbero per sloggiare dalla loro posizione di potere costituisce un racconto che, pur risultando in molti casi estremamente utile, non è abbastanza buono né per gli uomini né per le donne in quanto comunità. Tanto per cominciare, non li aiuta a remare.

Certo, l’abbozzo di ipotesi evoluzionistica che propongo qui come alternativa non può essere dimostrato vero o falso. Ma, naturalmente, non lo può essere nemmeno nessuna delle altre ipotesi. Se, fino a nuovo ordine, nessuna di esse risulta dimostrabile, come fare per optare per una di esse? Quale possiede il maggiore potenziale di trasformazione per organizzare la nostra conversazione, terapeutica o no?

Una possibilità interessante emerge da alcuni criteri proposti per costruire una «storia meglio formata» (Sluzki, 1992; Sluzki e Cobb, 1999). In ogni conversazione terapeutica (per esempio in una consultazione con un individuo, una coppia, un gruppo, una famiglia, un’organizzazione, intrappolati in un dilemma che li immobilizza) tenderemo a introdurre nella storia problematica in cui sono impantanati dei cambiamenti che la aiutino a trasformarsi in un’altra storia, dotata dei seguenti attributi:

  • è plausibile, cioè si basa su informazioni precedenti e su esperienze riconoscibili, che non contraddicono né le norme condivise né i miti culturali;
  • è elegante, cioè ha coerenza interna, armonia e fluidità;
  • è evolutiva, cioè ha continuità nel tempo e specifica i potenziali di cambiamento, di apprendimento e di crescita;
  • è equa, cioè colloca tutti i personaggi in un luogo privilegiato, senza predeterminare vittime e carnefici, sanità e follia, nobiltà e bassezza, menzogna e ingenuità;
  • è etica, cioè favorisce il rispetto e la cura per tutte le persone che vi partecipano, evita l’oppressione e il dolore, incoraggia la crescita e la gioia, il sostegno reciproco e il senso di responsabilità collettiva.

La storia evoluzionistica proposta qui presenta, credo, alcuni di questi vantaggi potenziali rispetto alle altre descrizioni:

  • è plausibile, cioè sostenibile alla luce dei dati etologici, paleoantropologici e antropologici, e si accorda con le esperienze quotidiane;
  • ha coerenza interna e armonia, e non contiene più mulini a vento delle altre storie oggi dominanti;
  • è evolutiva, non solo nella sua logica ma anche perché introduce idee portatrici di potenziali di crescita e di cambiamenti relazionali, il che ci incoraggia in modo diverso a metterci in relazione tra noi e con l’ambiente;
  • è equa, poiché definisce i conflitti di entrambi i generi (ho sottolineato il disagio degli uomini perché questo lavoro è stato presentato originariamente a un congresso su questo tema, ma si applica anche alle donne) e concorda pienamente con gli obiettivi femministi nella loro lotta per il pieno accesso della donna a tutti i suoi potenziali e a tutte le sue opzioni;
  • è etica perché, mettendo in evidenza diverse situazioni dilemmatiche, favorisce il rispetto e la cura sia di sé sia degli altri, così come la responsabilità collettiva.

E, in ultima istanza, per il semplice fatto di mantenerla come alternativa possibile, amplia la gamma delle storie praticabili alla nostra portata come terapeuti e, di conseguenza, arricchisce le nostre opzioni per facilitare il cambiamento. A questo proposito è opportuno ricordare l’imperativo categorico che von Foerster (1984) ha proposto come guida del nostro lavoro terapeutico, cioè accrescere la varietà e la qualità delle nostre opzioni e di quelle delle persone che accompagniamo. L’ipotesi evoluzionistica che propongo qui può essere utile a loro e a tutti noi nel processo cooperativo, complesso e inevitabile, che consiste nel ricostruire il kayak biposto mentre remiamo in mezzo al fiume; e forse ci permetterà perfino di goderci l’escursione.

Note dell’originale

(3) Non si tratta nemmeno di un concetto che si possa qualificare come morale o immorale. Non è neppure un concetto direzionale: come la «selezione naturale», semplicemente accade.

(4) Questi uomini, sia detto per inciso, si sono visti spesso emarginare dal movimento femminista, che ha avanzato un argomento ragionevole, simile a quello usato dai neri per rifiutare l’aiuto dei loro alleati bianchi quando si consolidava il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti d’America: «Il fatto che ci aiutiate ci indebolisce. Occupatevi di cambiare voi».

(5) Non tutti sono d’accordo su questo punto. Un’autorevole rappresentante del femminismo dissidente, Camille Paglia (1991), sostiene che la specie umana abbia creato l’istituzione sociale per controllare la violenza essenziale inerente (geneticamente programmata?, ne dedurrei io) alla nostra specie.

(6) I gruppi la cui sopravvivenza è in gioco richiedono anche una struttura più gerarchica per poter portare a termine un’azione collettiva efficace. Questo bisogno può contribuire a spiegare (forse attraverso una combinazione di predisposizioni genetiche e di residui culturali) perché gli uomini siano più intimiditi dalle gerarchie rispetto alle donne, e anche perché siano più inclini a organizzarsi in gerarchie, tratto che va contro le relazioni di amicizia e le attività di collaborazione tra uomini.

(7) Queste differenze di genere nella ripartizione dei compiti gettano un’interessante luce evolutiva sulla distinzione che Gilligan fa tra l’orientamento alla «giustizia» e l’orientamento alla «cura», che caratterizzano rispettivamente gli uomini e le donne (Gilligan, 1982; cfr. anche Gilligan e Attanucci, 1988).

(8) Qualsiasi argomentazione che includa variabili genetiche richiede di sottolineare che impronta non equivale a determinismo. La letteratura specialistica in genetica è eloquente su questo punto. Esistono variazioni importanti nella manifestazione di tratti genetici specifici all’interno di ogni popolazione o specie. Biologicamente, esse sono influenzate da mutazioni e ricombinazioni, compresi i cambiamenti genetici e il flusso genetico dovuti al caso («random genetic drift and genetic flow») (Futuyma, 1986, p. 12). Tuttavia molti tratti persistono, cioè possono essere selezionati ripetutamente, perché sono stati utili alla comunità. È il caso dei tratti che preparano l’individuo (e, attraverso di esso, la comunità) non solo alle circostanze presenti ma anche a contingenze future inedite (in altre parole possiedono, seguendo Bateson [1972], clausole di deutero-apprendimento). I tratti genetici che fanno parte dell’equilibrio evolutivo analizzato in questo saggio hanno un’alta penetranza (la percentuale di individui in cui si manifesta l’effetto filogenetico), un’alta espressività (l’entità dell’effetto filogenetico) e una norma di reazione variabile (la varietà delle espressioni in diverse circostanze ambientali) (Futuyma, 1986, p. 53).

D’altra parte, il punto di vista del costruzionismo sociale dà per scontato che a organizzare la nostra realtà non siano soltanto i costrutti, ma anche i «sistemi di emozioni che costituiscono la rappresentazione interna delle norme o delle regole sociali» (Averill, 1986, p. 100). In effetti i confini tra la base biologica e le componenti socialmente costruite che compongono questi sistemi sono piuttosto sfumati (Averill, 1986, p. 101).

(9) Fritjof Capra (1996) invita ad adottare una prospettiva di «ecologia profonda», un punto di vista universale e integratore che «non separa l’essere umano, né alcunché d’altro, dall’ambiente naturale» (p. 7), ma presuppone un’interdipendenza intrinseca degli individui e delle società inseriti nei processi ciclici della natura.

(10) Un altro argomento interessante a proposito della crescente dissonanza tra gli uomini e la politica è che il mondo della politica ha conosciuto, a ragione, una femminilizzazione, non solo perché ci sono sempre più donne in posizioni di guida (Golda Meir, Indira Gandhi, Margaret Thatcher, Madeleine Albright, per citare solo alcuni nomi che mi vengono in mente), ma anche perché il linguaggio della politica si è femminilizzato, passando da parole come ragione, responsabilità, disciplina personale, intelletto ad altre come cura, compassione, sentimenti, perdono, scuse, comprensione ed educazione (Weldon, 1992). Non c’è da stupirsi che gli uomini abbiano vissuto l’accesso di entrambi i generi a queste attività come un’ulteriore erosione di un territorio già enormemente ridotto, ossia ciò che la cultura definiva e l’individuo viveva come «il maschile».

(11) Ciò non gli toglie attrattiva: le aziende promuovono mistiche che garantiscono la lealtà e incoraggiano l’identificazione della base con la loro bandiera e le loro autorità: «Che orgoglio lavorare alla Daimler, alla Benz, alla Toyota o alla Chrysler! Guardate come va bene la nostra azienda sul mercato internazionale (anche se questo non si riflette nei miei guadagni personali) e come sono quotate bene le nostre azioni, anche se io non ne possiedo nessuna». (Se lo desidera, nella frase precedente può sostituire «Toyota» con River Plate e «Chrysler» con la tennista internazionale del momento senza che si produca alcun cambiamento sostanziale.)

(12) L’esplosione demografica coincise con cambiamenti climatici globali verso un ambiente più mite, seguiti alla fine dell’ultima era glaciale (Cohen, 1977).

(13) La rivoluzione agricola cominciò con un’agricoltura di sussistenza (a Gerico, circa 7.000 anni fa, esistevano solo villaggi che non superavano i 125 individui). In effetti la mietitura, attività simile alla raccolta del precedente periodo nomade, era definita come un’attività femminile; per questo nei rituali del raccolto predominavano immagini, simboli e termini femminili. L’uomo conservava tuttavia il controllo dell’ordine politico: la prerogativa del cacciatore di distribuire i frutti della caccia si ampliò fino a includere il controllo delle ricchezze e l’«arrogante concetto di possesso della terra» (Shepard, 1973, p. 126). Man mano che si annettevano estensioni di terra più ampie per la coltivazione, la schiavitù si moltiplicò, la cattura di futuri schiavi divenne un nuovo motivo di guerra e le divinità animali sostituirono le icone femminili.

(14) Ciò dipende non solo dal fatto che condizioni di vita difficili, o un clima rigido, aumenterebbero drammaticamente la mortalità infantile, ma anche dal fatto che il ciclo mestruale della donna, e quindi la sua capacità riproduttiva, è calibrato in modo sensibile sull’ambiente: gli sforzi fisici ripetuti, così come un’alimentazione carente, comportano una discontinuità dell’ovulazione (l’assenza di condizioni estreme nella nostra vita moderna ci fa dimenticare questo tratto). Di conseguenza, nel gruppo di cacciatori-raccoglitori, la donna era in condizione di concepire solo quando l’ambiente le era favorevole. Ciononostante, merita di essere sottolineato che la rivoluzione agricola, contrariamente alla credenza popolare, comportò una diminuzione della qualità della vita e un aumento dei problemi di salute (Cohen, 1977).

Chi è Carlos E. Sluzki

Il dott. Carlos E. Sluzki è preside per le scienze della salute al College of Nursing and Health Science e research professor all’Institute for Conflict Analysis and Resolution, entrambi presso la George Mason University; professore clinico di psichiatria alla facoltà di medicina della George Washington University; direttore dell’American Journal of Orthopsychiatry; consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità e della Corte penale internazionale dell’Aia. È stato direttore della rivista Family Process e del Mental Research Institute (fondatore del corso).

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «La Crisis de la Masculinidad: Una Perspectiva Evolutiva», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 57, luglio-agosto 1999). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Sluzki, C. E. (2022). La crise de la masculinité : une perspective évolutionniste (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/la-crise-de-la-masculinite-une-perspective-evolutionniste (Opera originale pubblicata nel 1999 in Perspectivas Sistémicas, n. 57, luglio-agosto 1999; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/28/la-crisis-de-la-masculinidad-una-perspectiva-evolutiva/)

Per approfondire

Confronto

Commenti 0

Effettuare l'accesso per partecipare alla discussione. Accedi

  1. Ancora nessun commento. Il primo può essere il suo.

Carrello

Il tuo carrello è vuoto.