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Frontiers in Psychiatry · Terapia multifamiliare

Contrastare gli effetti intergenerazionali dello psicotrauma con la terapia multifamiliare

Il trauma di una madre o di un padre non si «trasmette» come un oggetto: passa attraverso l’attaccamento, la mentalizzazione, la regolazione emotiva e il corpo, e può anche alimentare la resilienza. L’équipe di Trudy Mooren presso ARQ, il centro nazionale olandese per lo psicotrauma, passa in rassegna questi percorsi e descrive una terapia multifamiliare centrata sul trauma per famiglie con figli piccoli.

Autrici Trudy Mooren (ARQ National Psychotrauma Centre, Diemen; Department of Clinical Psychology, Utrecht University), Elisa van Ee (Psychotraumacentrum Zuid-Nederland, Reinier van Arkel, ’s-Hertogenbosch; Behavioural Science Institute, Radboud University, Nijmegen), Irma Hein (Department of Child and Youth Psychiatry, Amsterdam Academic Medical Center) e Julia Bala (consulente, Diemen), Paesi BassiPrima pubblicazione Frontiers in Psychiatry, 1 febbraio 2023Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Combatting intergenerational effects of psychotrauma with multifamily therapy, di Trudy Mooren, Elisa van Ee, Irma Hein e Julia Bala, pubblicato su Frontiers in Psychiatry (Frontiers Media) (2022), doi: 10.3389/fpsyt.2022.867305, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

L’impatto del trauma genitoriale sui figli può essere visto come parte di un processo sistemico dinamico di adattamento familiare.

Trudy Mooren, Elisa van Ee, Irma Hein e Julia Bala

Abstract

Le evidenze che associano il trauma genitoriale a disturbi psicosociali, problemi esternalizzanti e internalizzanti e a una maggiore sensibilità al disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nella prole sono sempre più numerose. Risultati di ricerca recenti indicano percorsi di influenza intergenerazionale multidimensionali, relazionali, psicologici e neurobiologici, tra loro interconnessi. Inoltre, gli effetti intergenerazionali del trauma genitoriale vanno compresi all’interno di un contesto sistemico più ampio, come parte dell’adattamento familiare. Questo articolo esplora i risultati della ricerca e la pratica clinica per approfondire la comprensione dei processi intergenerazionali e presenta indicazioni per gli interventi terapeutici. Viene descritta una terapia multifamiliare centrata sul trauma, che mira a contenere le conseguenze relazionali del trauma genitoriale e a rafforzare la resilienza familiare. La tesi proposta è che, per facilitare e migliorare la qualità dell’interazione tra figure genitoriali e figli in risposta allo psicotrauma, sia cruciale promuovere le capacità di regolazione emotiva e la mentalizzazione. Questi sforzi, proposti attraverso interventi con gruppi di famiglie, possono giovare a famiglie diverse che affrontano le avversità in società culturalmente eterogenee.

Parole chiave: intergenerazionale; psicotrauma; persone rifugiate; persone veterane; trattamento multifamiliare

Introduzione

La ricerca dei meccanismi delle conseguenze intergenerazionali dello psicotrauma, iniziata con le osservazioni cliniche sulla prole delle persone sopravvissute all’Olocausto (1, 2), ha una lunga storia segnata da molte controversie. Nonostante decenni di ricerca, i meccanismi delle conseguenze intergenerazionali del trauma sono rimasti insufficientemente spiegati e privi di una solida base empirica (3–5). La premessa di fondo, basata su un modello lineare di causa-effetto, è che il trauma genitoriale venga trasmesso direttamente o indirettamente alla discendenza. Che cosa venga trasmesso, attraverso quali processi e con quali conseguenze è stato oggetto di dibattiti lunghi e talvolta accesi. Uno dei primi tentativi di chiarire le controversie sulla trasmissione del trauma è emerso da uno studio meta-analitico sulla traumatizzazione secondaria della prole delle persone sopravvissute all’Olocausto (6). In una serie di studi controllati non clinici non è stata trovata, nella popolazione generale, alcuna prova dell’influenza delle esperienze traumatiche dell’Olocausto vissute dalle madri e dai padri sul benessere della loro prole. La conclusione è stata quindi che la traumatizzazione secondaria emergeva solo negli studi con partecipanti clinici.

Negli ultimi decenni la ricerca si è ampliata e gli studi hanno incluso popolazioni cliniche, discendenti di persone sopravvissute all’Olocausto, persone veterane di guerra, persone rifugiate traumatizzate, vittime di violenza comunitaria e di trauma interpersonale. Questi studi hanno migliorato la comprensione dell’impatto del PTSD genitoriale sull’infanzia, sulle relazioni tra figure genitoriali e figli e sulla genitorialità. Nella tabella 1 sono riassunti i fattori che spiegano l’impatto del PTSD genitoriale sulla prole. Questi fattori si basano su rassegne e meta-analisi pubblicate di recente su diverse popolazioni traumatizzate.

Tabella 1 — Meccanismi d’influenza del PTSD genitoriale sulla salute mentale della prole (rassegne).

  • Riferimenti: Creech e Misca 7; Popolazione studiata: personale militare e persone veterane; Paese: Stati Uniti; N. studi inclusi: 20; Periodo: 2001–2016; N. partecipanti: 4727 diadi genitore-figlio, più 272 minori considerati singolarmente; Esiti: comportamenti genitoriali, esiti nell’infanzia; Teoria: cognitivo-comportamentale interpersonale; Analisi: narrativa; Meccanismo: un maggiore evitamento esperienziale era associato a un minore coinvolgimento positivo con i figli; difficoltà genitoriali percepite; aumento dello stress genitoriale; Indicazioni per la ricerca: ricerca su popolazioni non statunitensi; misure standardizzate degli esiti nell’infanzia; rappresentanza delle donne nei campioni; disegno longitudinale
  • Riferimenti: Dashorst et al. 12; Popolazione studiata: discendenti di persone sopravvissute all’Olocausto; Paese: vari, USA, Europa e Israele; N. studi inclusi: 23; Periodo: 2001–2015; N. partecipanti: 2981; Esiti: salute mentale della prole; Teoria: traumatizzazione intergenerazionale; attaccamento; modello diatesi-stress; cambiamenti biologici ed epigenetici; Analisi: narrativa; Meccanismo: i problemi di salute mentale genitoriali, in particolare il PTSD, sono correlati al PTSD e ai sintomi depressivi nella prole; avere entrambe le figure genitoriali sopravvissute; genere del genitore (le madri sono più associate alla «trasmissione»). Stress ed eventi di vita aggiuntivi, processi psicofisiologici, genitorialità percepita e attaccamento: famiglie di discendenti di persone sopravvissute all’Olocausto (HSO) caratterizzate da conflitti relativamente numerosi o intensi al loro interno e da minore coesione; livelli di cortisolo alterati, aumento della metilazione in specifici segmenti genici.; Indicazioni per la ricerca: sono molteplici fattori, e non un singolo fattore, a determinare la salute mentale della prole; disegno longitudinale
  • Riferimenti: Dekel e Goldblatt 3; Popolazione studiata: persone veterane; Paese: vari, soprattutto americani/Vietnam; N. studi inclusi: 15; Periodo: 1998–2004; N. partecipanti: 3188 relazioni padre-figlio; Esiti: relazione genitore-figlio; Teoria: traumatizzazione secondaria; processo psicodinamico: proiezione e identificazione, difficoltà a contenere le emozioni; dinamiche familiari, compresa la comunicazione; Analisi: narrativa; Meccanismo: trauma e disagio del padre: quanto maggiore è il disagio del padre, espresso in un PTSD grave, e quanto più frequente il ricorso alla violenza, tanto maggiore è il disagio dei figli; Indicazioni per la ricerca: non concentrarsi solo sul PTSD dei padri, ma anche sui sintomi in comorbilità (per esempio comportamenti di dipendenza); adottare una prospettiva ampia, che includa i fattori che attenuano il disagio o la trasmissione
  • Riferimenti: Flanagan et al. 13; Popolazione studiata: persone rifugiate; Paese: Europa, USA; N. studi inclusi: 8; Periodo: 2006–2018; N. partecipanti: 1684; Esiti: prole considerata individualmente; Teoria: conseguenze intergenerazionali dei sintomi di PTSD, attaccamento; Analisi: narrativa; Meccanismo: attaccamento disturbato, stile genitoriale disadattivo, ridotta disponibilità emotiva, funzionamento familiare disturbato, accumulo di fattori di stress familiari, stili comunicativi disfunzionali e gravità della sintomatologia genitoriale; Indicazioni per la ricerca: disegno prospettico e longitudinale, con misure culturalmente appropriate.
  • Riferimenti: Hope et al. 8; Popolazione studiata: varie: militare, violenza interpersonale, esperienze di parto e non specificata; Paese: vari; N. studi inclusi: 27; Periodo: 2004–2017; N. partecipanti: 9117 genitori, diadi genitore-figlio; Esiti: genitorialità; Teoria: conseguenze dei sintomi di PTSD sulla genitorialità, in termini di qualità della relazione (con il figlio o la figlia), stile genitoriale, soddisfazione e stress genitoriale; Analisi: narrativa; Meccanismo: il PTSD genitoriale è associato a livelli elevati di stress genitoriale, a effetti dannosi sulla soddisfazione genitoriale e sulla relazione con i figli, e all’adozione di pratiche genitoriali negative (meno sensibili, più controllanti, aggressive e incoerenti).; Indicazioni per la ricerca: campioni di dimensioni consistenti; inclusione dei padri; rappresentanza dei tipi di trauma in vista della generalizzabilità.
  • Riferimenti: Kritikos et al. 14; Popolazione studiata: personale militare o persone veterane; Paese: vari, per esempio Balcani, Vietnam e Libano; N. studi inclusi: 28; Periodo: 1993–2014; N. partecipanti: 3684 genitori o discendenti; Esiti: problemi di genitorialità, adattamento familiare e problemi della prole; Teoria: teoria dei sistemi, teoria dell’interazione sociale; Analisi: meta-analisi; Meccanismo: sono state rilevate dimensioni dell’effetto da piccole a moderate per le relazioni tra PTSD/sintomi di PTSD genitoriali e difficoltà familiari, problemi di genitorialità e scarso funzionamento familiare. Il disegno dello studio, la fonte delle informazioni sugli esiti nell’infanzia e il tipo di esito moderavano la relazione tra PTSD/sintomi di PTSD e difficoltà familiari.; Indicazioni per la ricerca: valutare i moderatori che spiegano l’eterogeneità della risposta della prole al PTSD/ai sintomi di PTSD genitoriali. Disegno longitudinale. Includere misure con più informatori per confrontare gli effetti in base a chi riferisce.
  • Riferimenti: Van Ee et al. 10; Popolazione studiata: varie: maltrattamento infantile, parto, combattimento, violenza interpersonale, violenza di massa, catastrofi naturali, prematurità e natimortalità; Paese: vari; N. studi inclusi: 72; Periodo: 1992–2014; N. partecipanti: 14109 genitori o discendenti; Esiti: relazione genitore-figlio, genitorialità e impatto sull’infanzia; Teoria: prospettiva relazionale e transazionale; attaccamento e mentalizzazione, e ciclo dell’abuso; Analisi: narrativa; Meccanismo: le figure genitoriali con PTSD sono emotivamente meno disponibili e percepiscono i figli in modo più negativo rispetto a quelle senza sintomi di PTSD; nella prima infanzia, la prole di genitori con PTSD si disregola o va in difficoltà più facilmente e, in età più avanzata, incontra maggiori difficoltà nello sviluppo psicosociale rispetto alla prole di genitori senza PTSD.; Indicazioni per la ricerca: includere un quadro di riferimento sulla resilienza. Sono necessarie misurazioni solide del PTSD, uniformità nei concetti utilizzati e misure osservative standardizzate, nonché studi longitudinali.

In ordine alfabetico, riferimenti (7, 8, 12, 3, 13, 14 e 10).

Diverse rassegne sull’impatto del PTSD genitoriale sulla genitorialità suggeriscono che il PTSD incide sulla genitorialità, sulle relazioni tra figure genitoriali e figli e sugli esiti nell’infanzia (7–10). Uno studio meta-analitico ha confermato l’associazione tra trauma genitoriale e disagio e problemi comportamentali della prole (11). Sono stati inoltre individuati diversi pattern relazionali e varie vie d’impatto del trauma genitoriale sulla discendenza. Accanto alle crescenti evidenze sulle vie relazionali attraverso cui il trauma genitoriale colpisce l’infanzia, la ricerca sul funzionamento cerebrale, sulla neuroendocrinologia e sull’(epi)genetica ha portato a una migliore comprensione dei meccanismi neurobiologici sottostanti a queste vie (12).

Gli effetti intergenerazionali del PTSD e della psicopatologia in comorbilità non si limitano alla prole. Una rassegna sistematica della letteratura (15) ha mostrato che il PTSD non solo incide sulle relazioni di chi ne soffre, ma è a sua volta influenzato da quelle relazioni. Esiste dunque un’associazione reciproca e bidirezionale tra il PTSD e le relazioni strette. L’impatto del trauma genitoriale sui figli può essere visto come parte di un processo sistemico dinamico di adattamento familiare. Il trauma di un membro della famiglia influenza l’intera famiglia (16, 17). Alle esperienze intrusive seguono un adattamento e una riorganizzazione familiari post-traumatici complessi, con esiti funzionali o disfunzionali (18), a seconda delle fasi dello sviluppo individuale e familiare e dei contesti socio-politici e culturali. L’esito positivo di un adattamento familiare riuscito ha ricevuto per molto tempo poca attenzione, ma oggi si osserva una tendenza crescente a concentrarsi sulla resilienza e sugli aspetti positivi delle dimensioni intergenerazionali del trauma genitoriale (19, 20).

In questo articolo delineeremo un quadro concettuale basato su prospettive teoriche e cliniche provenienti dall’ambito dello psicotrauma e dal campo dell’attaccamento. Al di là del dibattito tra stabilizzazione ed esposizione, che ha dominato per un certo periodo il campo del trauma, consideriamo la regolazione emotiva un processo transdiagnostico, cruciale all’indomani di eventi traumatici. Le conoscenze tratte dalla letteratura sull’esposizione al trauma e sulle relazioni intime servono a comprendere meglio i processi di rischio e di protezione ai vari livelli del sistema dopo la violenza, e ampliano così le possibilità di interventi che interrompano la trasmissione intergenerazionale del trauma. Faremo luce sulle dinamiche della regolazione emotiva e della mentalizzazione come elementi cruciali dell’interazione tra figure genitoriali e figli e descriveremo come queste prospettive integrate vengano utilizzate in interventi ben studiati per alleviare le conseguenze dello psicotrauma in famiglie confrontate con avversità intrusive. Poiché questi processi possono differire a seconda delle fasce d’età, abbiamo scelto di concentrarci specificamente sulle famiglie con figli da 0 a 5 anni, in cui la dipendenza è relativamente grande.

Molteplici vie d’impatto intergenerazionale

Rassegne recenti sui meccanismi che spiegano la traumatizzazione intergenerazionale nella popolazione colpita dall’Olocausto hanno distinto come meccanismi plausibili la gravità della traumatizzazione delle figure genitoriali, il fatto che una o entrambe soffrano di una psicopatologia, l’attaccamento e la qualità della relazione genitore-figlio, e le alterazioni psicobiologiche (12, 21). Anche il peso delle esperienze traumatiche, l’attaccamento e la mentalizzazione, nonché le influenze neurobiologiche ed epigenetiche, sono stati individuati come questioni chiave nelle rassegne sui pattern relazionali tra genitori traumatizzati con sintomi di PTSD e la loro prole non esposta (10, 13, 14). Di seguito ci concentreremo sull’attaccamento e sui processi correlati, nonché sulle influenze biologiche e genetiche, come meccanismi intergenerazionali. Un modello concettuale è rappresentato nella figura 1.

Meccanismi delle conseguenze intergenerazionali dello psicotrauma.
FIGURA 1. Meccanismi delle conseguenze intergenerazionali dello psicotrauma.

Attaccamento, mentalizzazione e regolazione emotiva

La sensibilità e la responsività della figura genitoriale sono considerate essenziali perché si sviluppi un attaccamento sicuro. Tuttavia, si è osservato che le madri con più sintomi di PTSD erano meno sensibili e responsive (22–25), più evitanti (26), più intrusive (27) e più iperprotettive (28). È stato inoltre riferito che madri e padri con PTSD sono più ostili, più respingenti o più aggressivi verso la prole (29–31). L’aggressività e il ritiro emotivo sembrano particolarmente probabili quando il trauma della figura genitoriale è legato al figlio o alla figlia, per esempio quando è nato da uno stupro, con il risultato, alla fine, di stili di attaccamento disorganizzato (32). Oltre all’abuso, l’attaccamento disorganizzato può derivare anche dall’incuria, dall’incapacità di calmare e consolare la piccola o il piccolo e quindi di regolarne le emozioni (33). Di conseguenza, le madri e i padri che hanno vissuto un trauma possono avere con la prole una relazione di attaccamento meno ottimale (34–36).

La mentalizzazione è la capacità di percepire e comprendere gli stati mentali propri e altrui, che aiutano a spiegare e prevedere sentimenti, pensieri e comportamenti (37). La capacità della persona che presta cura di mentalizzare, e quindi di rispondere ai segnali dell’infanzia, sostiene in modo fondamentale la regolazione delle emozioni e lo sviluppo delle competenze di mentalizzazione nella bambina o nel bambino (38). Il PTSD materno legato alla violenza interpersonale e la funzione riflessiva (come operazionalizzazione della mentalizzazione) sono risultati significativamente associati alle rappresentazioni mentali che le madri avevano dei loro figli piccoli (39). Le madri che soffrivano di PTSD mostravano le maggiori difficoltà nel comprendere la mente dei loro figli. Una meta-analisi ha infatti stabilito una relazione tra i sintomi di PTSD e la prestazione socio-cognitiva, compresa la mentalizzazione (40).

Influenze biologiche e genetiche

Gli studi sui gemelli hanno indicato che i fattori genetici influenzano l’esposizione a eventi potenzialmente traumatici e che tali influenze genetiche spiegano una quota sostanziale della vulnerabilità al PTSD (41). La ricerca su possibili geni candidati si concentra sui geni del sistema dopaminergico (DA) e sul sistema serotoninergico (41). Gli studi neuroendocrini sulla prole di genitori con PTSD mostrano livelli di cortisolo plasmatico significativamente più bassi rispetto alla prole di persone sopravvissute senza PTSD (42). Queste misure neuroendocrine erano correlate negativamente con la gravità dei sintomi di PTSD genitoriali. Inoltre, le osservazioni su neonati nati da madri incinte l’11 settembre dimostrano che il cortisolo basso legato al PTSD genitoriale era presente precocemente nello sviluppo e potrebbe essere influenzato da fattori in utero, come la programmazione da glucocorticoidi (42). Poiché i bassi livelli di cortisolo sono associati in particolare alla presenza di PTSD materno, i risultati suggeriscono il coinvolgimento di meccanismi epigenetici (42). Non è chiaro se i marcatori epigenetici siano ugualmente stabili in tutti i geni e in tutte le regioni geniche, poiché alcuni hanno dimostrato di persistere attraverso le generazioni, mentre altri sono cambiati in risposta a interventi psicoterapeutici (43).

Adattamenti familiari resilienti

I membri di una famiglia rispondono al trauma e alla minaccia come un sistema in cui sono possibili sia la compensazione sia l’esacerbazione della sintomatologia. Nelle famiglie di vittime di tortura, per esempio, ciascun figlio o figlia può assumere ruoli funzionali che differiscono per resilienza e vulnerabilità. Punamäki (44) lo descrive così: un fratello o una sorella può essere il «portatore del sintomo», che mostra vulnerabilità ed esprime il dolore; un altro è lo «psicologo di famiglia», che si prende cura dei membri che soffrono, li consola e li incoraggia; e il terzo è il «raggio di sole», la figura salvatrice che fa dimenticare agli altri e compensa le perdite.

Il modo in cui una famiglia affronta crisi e sfide, si riorganizza e torna a investire nella vita influenzerà le capacità adattive di tutti i suoi membri e le loro relazioni (45). La resilienza è diventata un concetto dinamico, interattivo e orientato al processo (46–48). La resilienza individuale si comprende e si promuove meglio come interazione reciproca di influenze individuali, familiari, socioculturali e istituzionali (47, 49). I processi protettivi a livello familiare comprendono la coesione e la flessibilità familiari, una comunicazione aperta e chiara, regole e rituali, il significato che la famiglia attribuisce alle avversità, la capacità di risolvere i problemi e di utilizzare risorse esterne, e le tradizioni culturali (45, 47, 50). La trasmissione intergenerazionale della resilienza ha ricevuto scarsa attenzione nella letteratura, ma permette di precisare ulteriormente i complessi processi tra genitori traumatizzati e prole.

La genitorialità non solo può attenuare l’effetto della guerra e della violenza, ma anche rafforzare i processi attraverso i quali l’infanzia diventa resiliente nonostante il contesto avverso. In tempo di guerra, una genitorialità affettuosa e non punitiva è risultata associata a un’elevata creatività e competenza cognitiva nell’infanzia, che a loro volta potevano proteggerne la salute mentale (51). La resilienza delle figure genitoriali favorisce quella della prole. Le rappresentazioni dell’attaccamento adulto possono spiegare le differenze nell’adattamento post-traumatico e nella genitorialità. Uno studio su 53 genitori richiedenti asilo e rifugiati ha analizzato le relazioni tra il numero di esperienze traumatiche e i sintomi di PTSD, la sensibilità genitoriale e le rappresentazioni dell’attaccamento (52). I risultati mostrano che, quando le figure genitoriali possono contare meno su rappresentazioni di attaccamento sicure, il numero di esperienze traumatiche riferite e i sintomi di PTSD aumentano il rischio di una genitorialità poco sensibile. Poiché le rappresentazioni di attaccamento sicure servono a proteggere l’infanzia dall’effetto del trauma genitoriale, queste madri e questi padri vanno sostenuti nella conferma di modelli sicuri del mondo e delle persone significative, e nella capacità di offrire a figlie e figli una relazione di attaccamento sensibile.

La comunicazione come veicolo centrale

La comunicazione sul passato traumatico può facilitare l’elaborazione del passato e migliorare l’attaccamento. La comunicazione implicita, la rivelazione eccessiva o il silenzio possono interferire con un adattamento familiare post-traumatico funzionale. Sulla base della loro rassegna, Dalgaard e Montgomery (53) hanno sottolineato che ciò che conta di più sono i tempi e la strategia con cui le figure genitoriali rivelano il passato traumatico. Il livello di rivelazione genitoriale che favorisce l’adattamento psicologico dell’infanzia (rifugiata) dipende dal fatto che i minori siano stati esposti direttamente a esperienze traumatiche e dal fatto che siano in età prepuberale o più grandi (53). Inoltre, il processo di rivelazione del trauma è fortemente radicato nella cultura e possono esistere strategie favorevoli diverse per diversi gruppi destinatari.

Vie d’intervento

Molte figure genitoriali traumatizzate presentano un insieme complesso di difficoltà e di problemi di salute mentale. Per questo è spesso necessaria una combinazione di tecniche per alleviare i sintomi da stress e migliorare le interazioni familiari. Sono disponibili diversi metodi di trattamento rivolti a specifici gruppi destinatari traumatizzati. Per esempio, il programma Families OverComing Under Stress (FOCUS) mira a sostenere le famiglie di persone veterane dopo una missione (54). Diamond e il suo gruppo hanno sviluppato un modello basato sull’attaccamento per lavorare con famiglie con adolescenti alle prese con la suicidalità (55). Figley e Kiser propongono un programma di trattamento per famiglie traumatizzate basato su un formato di gruppo di famiglie (56). Sebbene esistano differenze tra i modelli, per esempio riguardo alle specifiche popolazioni destinatarie, gli elementi comuni consistono nell’attenzione alla definizione e alla comunicazione degli obiettivi, nella psicoeducazione, nella costruzione di narrazioni (su ciò che è accaduto) e nello sviluppo di abilità (regolazione emotiva, comunicazione e risoluzione dei problemi). Di recente, mettendo a confronto i modelli di trattamento del trauma infantile, Kiser e il suo gruppo hanno sottolineato che pochi studi esplorano l’impatto dell’inclusione di genitori e caregiver nei modelli di trattamento del trauma infantile. «C’è un bisogno significativo di studi futuri sull’impatto e sui meccanismi del trauma di genitori e caregiver e sulla sua integrazione nel trattamento del trauma infantile» [(57), p. 66]. Come esempio di approccio terapeutico che include persone adulte e minori, descriveremo ora la terapia multifamiliare (TMF). I programmi di TMF per diversi gruppi di famiglie traumatizzate (58, 59), come le famiglie rifugiate e quelle di persone veterane, sono multidimensionali e si concentrano sull’interazione tra influenze interne (biologiche, psicologiche) ed esterne (familiari, culturali, sociali, politiche) che ostacolano o facilitano lo sviluppo dell’infanzia e delle famiglie. La TMF è un approccio che comprende un setting contestuale che permette alle famiglie di realizzare cambiamenti attraverso variazioni di setting flessibili (gruppo di famiglie o di genitori, diadi genitore-figlio, sottogruppi di padri, di madri, di figli, e singole persone) (vedi figura 2). Una terapia individuale centrata sul trauma per le figure genitoriali — Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), terapia di esposizione narrativa (NET), psicoterapia eclettica breve (BEPP) — e l’EMDR preverbale per l’infanzia possono essere integrati nel programma in modo simultaneo o successivo. Gli interventi sistemici, basati sulla mentalizzazione e comportamentali sono pianificati su più livelli del sistema.

Quadro multifamiliare.
FIGURA 2. Quadro multifamiliare.

Il trattamento mira a ridurre le limitazioni genitoriali provocate dal PTSD e a rafforzare una genitorialità sensibile e un attaccamento sicuro. La mentalizzazione, la regolazione emotiva e l’empowerment sono utilizzati come vie principali per ridurre gli effetti intergenerazionali legati al trauma sulla genitorialità, sulle relazioni genitore-figlio e sullo sviluppo infantile (60, 61).

Mentalizzazione: rafforzare una genitorialità riflessiva

La terapia multifamiliare per le famiglie traumatizzate si fonda sulla terapia multifamiliare basata sulla mentalizzazione, sviluppata presso il Marlborough Family Service di Londra (62). Si è basata sulla teoria dell’attaccamento (migliorare la relazione interpersonale con un’attenzione alla mentalizzazione e alle teorie sistemiche). Creare un contesto per esplorare le influenze legate al trauma che plasmano le rappresentazioni genitoriali del figlio o della figlia, le attuali rappresentazioni dell’attaccamento e le pratiche genitoriali, in interazione con le influenze culturali e familiari, può avvenire in modi diversi. Per rafforzare la capacità di mentalizzazione delle figure genitoriali si ricorre a discussioni nel gruppo dei genitori o in sottogruppi, a interviste reciproche o giochi di ruolo, al modeling e al video-feedback. La riflessione sui pensieri e sui sentimenti durante un ritiro genitoriale e sulle sue conseguenze per l’infanzia, per esempio, può avvenire in un momento di interazione durante il gioco in diade, guardando un video-feedback o in un gioco di ruolo. Una madre o un padre può, per esempio, mantenere un «volto immobile» (still face) mentre l’altra persona cerca di entrare in contatto, per accrescere l’empatia e la comprensione per ciò che prova la piccola o il piccolo quando la figura genitoriale non è emotivamente disponibile. Durante un video-feedback o un’interazione reale, un altro genitore può «parlare al posto dell’infanzia». Distinguere le prime esperienze di attaccamento, le influenze culturali e l’impatto delle influenze indotte dal trauma sulle aspettative e sulle rappresentazioni genitoriali facilita cambiamenti nelle pratiche genitoriali che interferiscono con relazioni positive tra genitori e prole. Inoltre, il feedback positivo e critico di altre madri e altri padri è potente e più facile da accettare.

Regolazione delle emozioni

La capacità delle figure genitoriali di tollerare e regolare le proprie emozioni rafforza il contenimento e la regolazione delle esperienze emotive della prole (63). Le risposte da stress post-traumatico limitano le capacità riflessive di una figura genitoriale traumatizzata. L’iperattivazione, la rabbia e l’irritabilità possono portare all’ostilità genitoriale oppure, al contrario, l’ipoattivazione e l’ottundimento emotivo possono accrescere l’ostilità e l’indisponibilità emotiva, e in entrambi i casi interferiscono con la sensibilità genitoriale (59). Sviluppare abilità che migliorino la regolazione emotiva aiuta le figure genitoriali a mantenere il proprio livello ottimale di attivazione. Quando imparano a riconoscere i fattori scatenanti e ad acquisire il controllo su emozioni intense che possono spaventare l’infanzia e portare all’incuria e all’ostilità, imparano anche il processo che rafforza un attaccamento sicuro. Così, anche se il trattamento del trauma non è possibile al momento o potrebbe richiedere molto tempo, le figure genitoriali possono comunque imparare a regolare meglio le proprie emozioni, diventare emotivamente più disponibili ed evitare momenti di genitorialità dura. Rafforzando la loro capacità di far fronte alle emozioni intense, possono gradualmente diventare meno assorbite dai propri problemi e dare invece priorità ai bisogni della prole. Negli incontri del gruppo di famiglie, madri e padri possono sperimentare nuovi comportamenti in gruppo in diversi setting e apprendere abilità per rispondere ai bisogni della prole, consolare e porre limiti con calma quando necessario. Alle persone del gruppo si può chiedere di sostenere in modo critico i tentativi di nuovi comportamenti.

Empowerment: rafforzare la resilienza

La resilienza può essere forgiata anche quando esistono problemi (45). Costruire la resilienza è un processo continuo nella TMF. L’idea che le famiglie si aiutino a vicenda mentre la figura terapeutica resta sullo sfondo incoraggia le figure genitoriali traumatizzate a sentirsi meno indifese e impotenti, ad attivare le proprie risorse e a superare l’isolamento sociale. I segmenti positivi del video-feedback, il sostegno e il feedback reciproci, la scoperta delle competenze e il fare leva su di esse servono a rafforzare l’autostima delle figure genitoriali e a generare la speranza che, nonostante i problemi interni ed esterni, possano diventare genitori sufficientemente buoni per la loro prole. La capacità di sostenere altre persone, di metterle a parte della propria esperienza, è gratificante. Ciò può essere importante per chi ha vissuto a lungo con numerose difficoltà. Le avversità croniche e multiple minano il senso di efficacia e la speranza. Riuscire ad aiutare altre persone può contribuire a iniziare a sentirsi più resilienti e più forti.

Le attività ludiche con l’infanzia, i brevi momenti di piacere e di gioia, diventano per le figure genitoriali segni che il cambiamento è possibile e aiutano a costruire la speranza. Sostenere le figure genitoriali nel condividere strategie per far fronte allo stress, nello scoprire e scambiare le proprie risorse individuali, familiari e culturali rafforza la resilienza genitoriale e, a sua volta, le aiuta a stimolare le potenzialità adattive della prole.

Famiglie che si sostengono a vicenda

Il setting multifamiliare, con quattro-sei famiglie, crea un holding, una base sicura e di sostegno per famiglie isolate. Le famiglie si sostengono a vicenda e il ruolo della figura terapeutica è facilitare e massimizzare le interazioni e creare un contesto per il cambiamento. Il sostegno reciproco tra famiglie è uno dei modi più fecondi per facilitare l’adattamento e il cambiamento familiare di fronte alle avversità (64). Riunire in una seduta da quattro a sei famiglie con più membri significa disporre di un’ampia esperienza. Le altre persone del gruppo sono cruciali sia per il sostegno sia per il feedback. Quando si tratta di questioni delicate come la genitorialità, il feedback di altre madri e altri padri evita forti sentimenti di vergogna e di fallimento, frequenti in molte figure genitoriali traumatizzate. Ciò può essere favorito lavorando in sottogruppi, per esempio con singole persone, con i loro partner o con le coppie.

Gruppi destinatari specifici: un setting multiculturale

Lavorare con famiglie traumatizzate e con la loro prole di diversa provenienza politica, religiosa e culturale significa confrontarsi con molteplici marcatori di diversità. Questo vale per tutti i gruppi destinatari, come il personale di polizia, le persone veterane e le persone rifugiate. Le influenze culturali, di genere, politiche e religiose possono intrecciarsi in molti modi con le limitazioni post-traumatiche della genitorialità. La cultura è stata descritta come il contesto primario che determina le associazioni tra un’attività, come l’interazione genitore-figlio, e il suo significato, influenzando le cognizioni e le pratiche genitoriali (65). Anche se praticamente tutti gli aspetti della crescita dei figli sono informati dalla cultura, il pattern di fondo della sensibilità, come componente sana di un’interazione genitore-figlio benefica per l’infanzia, è universale (66, 67). Pertanto, i comportamenti genitoriali specifici possono variare da una cultura all’altra, ma la struttura del comportamento sensibile rimane la stessa. Gli interventi sulla genitorialità volti a rafforzare la sensibilità sono in linea con le convinzioni delle madri di bambine e bambini piccoli appartenenti a gruppi culturali diversi (68). Gli adattamenti culturali del programma comprendono l’attenzione al grado e all’influenza di fattori familiari di rischio e di protezione culturalmente specifici, al livello e all’influenza dell’acculturazione e alla storia migratoria (69).

L’influenza delle esperienze traumatiche e dei sintomi sulla genitorialità, o sull’uso di strategie di coping, può essere molto diversa a seconda del contesto familiare e culturale. Ciò che a una famiglia appare logico, anche se poco utile, può essere percepito da altre in un’altra prospettiva. La terapia di gruppo multifamiliare, con famiglie arrivate da diverse parti del mondo come l’Africa occidentale, il Caucaso, i Balcani o il Medio Oriente, apre possibilità di scambio interculturale di strategie utili e genera molte occasioni di discussione: quali sono i loro punti di forza come famiglia, che cosa dà loro speranza e come si aiutano a vicenda. Nei gruppi di TMF contano sia i punti in comune sia le differenze o i contrasti. Le somiglianze tra i membri aiutano a sentirsi riconosciuti e accrescono il senso di sicurezza e di fiducia. I contrasti, inoltre, sono necessari per lo scambio di opinioni, pensieri e idee diversi. Le differenze legate al background culturale, alle condizioni di vita, all’età o al genere aiutano a mettere in discussione idee fisse, pregiudizi e presupposti. La curiosità verso le altre persone del gruppo è cruciale perché si crei coesione. Ciò rispecchia l’attenzione e la sensibilità che le figure genitoriali devono avere verso la prole (59).

Conclusione

Risultati di ricerca recenti suggeriscono molteplici vie di processi intergenerazionali che influenzano la qualità delle relazioni genitore-figlio e lo sviluppo dell’infanzia. La ridotta sensibilità e responsività e l’aumento dell’ostilità associati ai sintomi post-traumatici delle figure genitoriali rifugiate sono fattori di rischio per l’attaccamento sicuro. Il PTSD prenatale e postnatale delle madri può provocare alterazioni del sistema che regola lo stress, attraverso meccanismi neuroendocrini e genetici, portando a una maggiore vulnerabilità della prole al disturbo da stress post-traumatico. Le questioni chiave individuate nei pattern relazionali, come la mentalizzazione, l’attaccamento, il ciclo della violenza e la trasmissione fisiologica, sono importanti per orientare gli interventi. L’impatto del trauma genitoriale sui figli può essere visto come parte di un processo sistemico dinamico di adattamento familiare, che comprende aspetti positivi delle dimensioni intergenerazionali del trauma genitoriale capaci di favorire la resilienza. Le potenzialità di rischio e di protezione dell’influenza intergenerazionale del trauma genitoriale nelle persone rifugiate vanno considerate all’interno del più ampio contesto comunitario e socioculturale, nel periodo pre- e post-migratorio.

Il trattamento delle famiglie traumatizzate mira a ridurre il PTSD e le limitazioni genitoriali correlate, e a rafforzare una genitorialità sensibile e un attaccamento sicuro. La mentalizzazione, la regolazione emotiva e l’empowerment sono utilizzati come vie principali per ridurre gli effetti intergenerazionali legati al trauma sulla genitorialità, sulle relazioni genitore-figlio e sullo sviluppo infantile. Il trattamento in formato di gruppo (TMF) è multidimensionale e si concentra sull’interazione tra processi interni (biologici, psicologici) ed esterni (familiari, culturali, sociali, politici) che ostacolano o favoriscono lo sviluppo dell’infanzia e della famiglia. La TMF crea un contesto per il cambiamento attraverso variazioni di setting flessibili (intrafamiliare, interfamiliare, genitori-figli, individuale), integrando gli interventi genitore-figlio con il trattamento del trauma delle figure genitoriali. L’interazione dinamica di punti in comune e differenze all’interno di un setting di gruppo multiculturale apre la possibilità di generare molteplici prospettive sugli effetti delle esperienze traumatiche e dei sintomi di PTSD sulla genitorialità. In un gruppo sicuro e contenitivo, famiglie di diversa provenienza culturale si sostengono a vicenda nella ricerca comune di come diventare genitori «sufficientemente buoni» per la loro prole, nonostante le esperienze traumatiche passate e lo stress persistente.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo testo è utile perché sottrae la trasmissione del trauma a un modello lineare di causa ed effetto e la colloca all’interno dell’adattamento familiare: il trauma di una madre o di un padre trasforma la relazione, ma anche la relazione trasforma il trauma, e una stessa famiglia può distribuire tra figlie e figli vulnerabilità, cura e riparazione. Per la pratica clinica la proposta è concreta: anche prima di trattare il trauma della figura genitoriale, lavorare sulla regolazione emotiva e sulla mentalizzazione nel legame con l’infanzia, e appoggiarsi al gruppo di famiglie perché il feedback venga da pari e non da esperti, il che riduce la vergogna. Il setting a cerchi concentrici (gruppo, famiglie, sottogruppi, singole persone) parla direttamente alle équipe sistemiche. Va comunque letto per ciò che è: una sintesi narrativa e la descrizione di un programma da parte dell’équipe che lo conduce, senza dati di valutazione propri; la parola «trasmissione» è a tratti più affermata che dimostrata. Da leggere insieme a lo studio Delphi sulla terapia multifamiliare per le famiglie di persone veterane e rifugiate e la rassegna sul trauma intergenerazionale nelle famiglie rifugiate.

Note dell’originale

Contributi delle autrici. TM, EE, IH e JB hanno contribuito a sviluppare e condividere le idee del manoscritto, conoscevano molto bene il lavoro e il trattamento, e hanno scritto parti del manoscritto. TM ha integrato tutte le parti. Tutte le autrici hanno contribuito all’articolo e hanno approvato la versione presentata.

Conflitto di interessi. JB lavorava come consulente indipendente. Le altre autrici dichiarano che la ricerca è stata condotta in assenza di qualsiasi rapporto commerciale o finanziario che possa essere interpretato come un potenziale conflitto di interessi.

Nota dell’editore. Tutte le affermazioni espresse in questo articolo sono esclusivamente quelle di chi lo firma e non rappresentano necessariamente quelle delle organizzazioni di appartenenza, né quelle dell’editore, della redazione e di chi ha svolto la revisione. Qualsiasi prodotto che possa essere valutato in questo articolo, o affermazione che possa essere fatta dal suo produttore, non è garantito né approvato dall’editore.

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Traduzione non ufficiale di Combatting intergenerational effects of psychotrauma with multifamily therapy, di Trudy Mooren, Elisa van Ee, Irma Hein e Julia Bala, Frontiers in Psychiatry, vol. 13 (2022), doi: 10.3389/fpsyt.2022.867305, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale — l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questa è una traduzione dell’articolo originale «Combatting intergenerational effects of psychotrauma with multifamily therapy», pubblicato su Frontiers in Psychiatry (2023) con licenza CC BY 4.0. Tradotto da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo delle autrici è stato tradotto in italiano e la presentazione è stata adattata alla lettura online, come indicato in apertura di questa pagina.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Mooren, T., van Ee, E., Hein, I., et Bala, J. (2022). Combatting intergenerational effects of psychotrauma with multifamily therapy. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/combatting-intergenerational-effects-of-psychotrauma-with-multifamily-therapy (Opera originale pubblicata nel 2023 in Frontiers in Psychiatry, 13, 867305 (2023); ripubblicata nel 2023 da Frontiers in Psychiatry, https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyt.2022.867305/full)

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