Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Eating and Weight Disorders - Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity · Disturbi alimentari
È la famiglia a causare l’anoressia, o è l’anoressia a sconvolgere la famiglia? Vent’anni dopo aver posto per la prima volta la domanda, J. Hubert Lacey la riprende con il gruppo di Emma Giles in una revisione narrativa: carico genitoriale, mentalizzazione, attaccamento, preoccupazioni materne per il peso. Nessuna famiglia «anoressigena», ma circoli viziosi che si instaurano in entrambe le direzioni.
Traduzione non ufficiale in italiano di Disturbed families or families disturbed: a reconsideration, di Emma M. Giles, Anastasia S. Cross, Rachel V. Matthews e J. Hubert Lacey, pubblicato in Eating and Weight Disorders - Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity (Springer) (2022), doi: 10.1007/s40519-021-01160-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
L’opinione prevalente è che esista una relazione bidirezionale tra l’AN e la famiglia, con dinamiche difficili e circoli viziosi che si radicano all’interno della famiglia.
Emma M. Giles, Anastasia S. Cross, Rachel V. Matthews e J. Hubert Lacey
Abstract
Contesto. Il rapporto tra anoressia nervosa (AN) e disturbo familiare è oggetto di dibattito fin dalla sua prima descrizione. Quella che era nata come una visione netta della famiglia patologicamente disturbata quale causa dell’AN è diventata sempre più complessa nel corso dei decenni.
Obiettivo. Lo scopo di questa revisione è esplorare la letteratura per esaminare i cambiamenti e l’evoluzione dell’opinione clinica sulla disfunzione familiare e l’AN negli ultimi 20 anni.
Metodi. Revisione narrativa di studi eterogenei pubblicati su riviste con revisione paritaria, reperiti nelle principali banche dati, tra cui PubMed e ScienceDirect, per far luce sul tema della sofferenza familiare e dell’AN mettendo in evidenza i modi contrastanti e complementari in cui è stato studiato.
Risultati. Questa revisione ha messo in luce la complessità del rapporto tra le persone che soffrono di anoressia e le loro famiglie. Ha esplorato la letteratura sul carico genitoriale, sulle emozioni e sui meccanismi cognitivi, insieme agli atteggiamenti genitoriali riguardo al peso e alla forma del corpo. È chiaro che non esiste nelle famiglie alcuna patologia psicosociale costante di cui sia stato dimostrato il ruolo causale. Tuttavia, negli ultimi vent’anni, la ricerca ha evidenziato la sofferenza e la disfunzione familiare provocate dal doversi occupare di una figlia o di un figlio anoressico con scarse capacità di mentalizzazione, attaccamento insicuro e disregolazione emotiva.
Conclusione. Negli ultimi 20 anni il quadro si è chiarito; la ricerca suggerisce una relazione bidirezionale tra AN e disfunzione familiare, con dinamiche difficili che si radicano all’interno della famiglia. Secondo il consenso, il modo migliore per affrontarla è la terapia familiare specialistica e gli interventi di sviluppo delle competenze per chi presta assistenza. È necessaria una ricerca longitudinale per rispondere in modo definitivo alla domanda con rigorosa certezza scientifica.
Valutazione EMB. Livello V.
Livello di evidenza. Livello I: evidenze ottenute da almeno uno studio controllato randomizzato adeguatamente disegnato; revisioni sistematiche e meta-analisi; studi sperimentali.
Livello II: evidenze ottenute da studi controllati ben disegnati senza randomizzazione.
Livello III: evidenze ottenute da studi analitici di coorte o caso-controllo ben disegnati.
Livello IV: evidenze ottenute da analisi di serie temporali multiple, come gli studi di caso. Anche risultati eclatanti in studi non controllati possono essere considerati questo tipo di evidenza.
Livello V: opinioni di autorità riconosciute, basate su studi descrittivi, revisioni narrative, esperienza clinica o rapporti di comitati specialistici.
Parole chiave: carico di chi presta assistenza; carico genitoriale; anoressia nervosa; attaccamento; regolazione emotiva; mentalizzazione; terapia familiare; psicopatologia alimentare genitoriale
Il rapporto tra anoressia nervosa (AN) e disturbo familiare è oggetto di dibattito da quando Gull e Lasègue descrissero per la prima volta la malattia moderna [1, 2]. L’associazione tra AN e disfunzione familiare [3] è generalmente riconosciuta, ma le opinioni sulla sua causa divergono. Per alcune persone si tratta di una conseguenza logica del maggiore carico che comporta occuparsi di una persona giovane con una malattia fisica e mentale invalidante [4]. Per altre, l’associazione suggerisce anche che un funzionamento familiare carente sia un fattore causale dell’AN. Ciò che è accettato in ambito clinico è che un certo grado di disturbo familiare è onnipresente nell’AN, mentre il suo ruolo nell’eziologia o nel mantenimento del disturbo non è chiaro. Questa revisione tornerà sulla domanda posta per la prima volta, quasi vent’anni fa, dalla quarta firma di questo articolo [5]. Nel farlo, esaminerà i cambiamenti e l’evoluzione dell’opinione clinica attraverso la letteratura. La revisione cercherà di stabilire se oggi vi sia un maggiore consenso nell’opinione professionale rispetto a 20 anni fa e una maggiore uniformità sulla questione centrale: se la sofferenza della famiglia sia secondaria alla malattia oppure primaria e parte della sua causa.
Poche persone contestano che l’AN sia una condizione di salute mentale di origine multifattoriale, ma con fattori causali diversi in ciascun caso [6–8]. Il documento di posizione dell’Academy for Eating Disorders sottolinea l’importanza di adottare una posizione agnostica sul rapporto tra famiglie ed eziologia [6]. Benché esista un’associazione tra AN e funzionamento familiare carente [3], i protocolli di trattamento insistono sul fatto che le figure genitoriali non debbano sentirsi colpevolizzate né ritenute responsabili della malattia della figlia o del figlio [9]. Ciò non nasce necessariamente da una convinzione, bensì dall’idea che l’assenza di colpa permetta al personale clinico di esaminare fattori del comportamento genitoriale e delle dinamiche familiari che possono causare o aggravare la malattia. È importante esplorare l’associazione tra AN e funzionamento familiare, perché le persone in cura riferiscono spesso un funzionamento familiare carente [10, 11] e la ricerca ha dimostrato che esso ha un impatto significativo sull’esito del trattamento [12–14].
Questa revisione esplorerà la letteratura sul carico di chi presta assistenza, sulla regolazione emotiva, sull’attaccamento e sulla mentalizzazione. Saranno esplorati anche gli atteggiamenti materni riguardo al peso e alla forma del corpo, così come la ricerca sulla terapia familiare pertinente a questa questione.
Le figure genitoriali o le persone che si prendono cura di minori con AN riferiscono livelli di sofferenza significativamente più alti rispetto alle famiglie di pazienti con altre condizioni di salute mentale, sia che il confronto riguardi una condizione strettamente affine come la bulimia nervosa [15, 16], sia un disturbo psichiatrico molto diverso come una psicosi [17]. Questo elevato carico genitoriale può di per sé portare a difficoltà di salute mentale nelle figure genitoriali: oltre il 56% delle persone che assistono qualcuno con AN supera la soglia clinica indicativa per l’ansia, e il 32% per la depressione [18]. Raenker et al. [19] stimano che il 30% delle figure genitoriali presenti una sofferenza clinicamente significativa. La maggior parte riferisce sentimenti di autocolpevolizzazione, isolamento, tradimento e perdita che aggravano la sofferenza di chi presta assistenza [20, 21]. Tale sofferenza sembra più marcata quando la madre o il padre ha una storia personale di disturbo alimentare, ha divorziato, ha un basso livello di istruzione o presenta livelli preesistenti elevati di ansia o depressione [15, 22].
Le ragioni di livelli così elevati di carico e sofferenza in chi presta assistenza sono molteplici. I tassi di mortalità nell’AN sono alti [23] e spesso sono presenti rischi fisici acuti [24], il che può risultare allarmante e ansiogeno per le famiglie [21, 25, 26]. Inoltre, la natura stessa dell’AN è intrinsecamente legata all’ambiente familiare: i pasti diventano un terreno di scontro, con una «lotta per il controllo» dell’alimentazione tra figure genitoriali e persona giovane [27]. Le figure genitoriali possono dover sollecitare la persona giovane a mangiare [28], e alcuni trattamenti le incoraggiano ad assumersi la responsabilità dei pasti e del peso [29, 30], il che aumenta ulteriormente il carico genitoriale. Le discussioni sul cibo e sul peso possono portare le figure genitoriali a sentirsi manipolate e controllate dalla malattia [20]. Nonostante ciò, la persona che soffre di anoressia spesso non si rende conto dell’effetto che la malattia ha sulle figure genitoriali o sulla famiglia nel suo insieme [31].
Le figure genitoriali cercano di comprendere le cause, le conseguenze e gli esiti dell’AN in un modo che spesso la figlia o il figlio percepisce come poco utile, il che porta a risposte ancora meno adattive [20, 32, 33]; per esempio, chi presta assistenza e ha un’idea errata della causa, attribuendosi la colpa della malattia, può sentirsi meno in grado di agire e mostrare una risposta eccessivamente ansiosa. La sofferenza genitoriale e le valutazioni di chi presta assistenza possono innescare un circolo che si autoalimenta, provocando più comportamenti di accomodamento e di facilitazione [15, 32], più conflitti familiari e una minore alleanza genitoriale [34, 35].
I meccanismi emotivi o cognitivi che le persone giovani con AN presentano aggravano il carico delle figure genitoriali, in particolare una scarsa mentalizzazione e i problemi di regolazione emotiva. La mentalizzazione è la capacità di comprendere ciò che accade nella propria mente e in quella altrui [36]. Una scarsa mentalizzazione e una funzione riflessiva disfunzionale sono descritte come frequenti nelle persone giovani con AN [36, 37]. Ciò può portare a notevoli difficoltà interpersonali e a una minore connessione emotiva, a causa di malintesi e rotture nelle relazioni [38]. Le difficoltà di mentalizzazione spiegherebbero perché le persone giovani con AN riferiscono un minore sostegno sociale percepito [39] e una connessione emotiva significativamente più bassa rispetto alle loro sorelle non affette, anche prima di sviluppare il disturbo alimentare [40]. Le descrizioni delle dinamiche familiari fornite dalle persone in cura contraddicono spesso in modo diretto i resoconti delle figure genitoriali o di fratelli e sorelle non affetti [39]. Può darsi che le persone in cura ricevano offerte di sostegno dai familiari, ma abbiano difficoltà a riceverlo o a comprenderlo a causa delle loro scarse capacità di mentalizzazione. La fratria non affetta potrebbe essere protetta dai fattori di stress familiari e ambientali, poiché tende a mostrare meno preoccupazione per le relazioni, meno bisogno di approvazione e una maggiore autotrascendenza [41].
Una scarsa regolazione emotiva [42–44] e uno scarso riconoscimento delle emozioni [42] sono frequenti nell’AN grave e di lunga durata; lo scarso riconoscimento delle emozioni sembra essere un tratto, la regolazione uno stato [45]. Queste caratteristiche possono portare a comportamenti pericolosi, come l’autoinedia per regolare le emozioni [44, 46], l’autolesionismo [47] e l’aggressività [48]. È comprensibile che le figure genitoriali possano essere colpite in modo profondo e negativo da queste esperienze, che accrescono anche la loro sofferenza [49].
La disregolazione emotiva nelle persone con AN presenta una dicotomia: la persona giovane ha bisogno del sostegno della madre e del padre per gestire le emozioni [50], ma fatica a servirsene a causa di sentimenti di rabbia e dell’impulsività [51, 52], oltre che della difficoltà a riconoscere le emozioni [42]. Ciò porta le emozioni negative a essere esternalizzate sul peso e sulla forma del corpo, favorendo la deriva verso forme persistenti di AN [52]. Per le figure genitoriali tutto questo è difficile da comprendere [33].
Alcune figure della ricerca clinica hanno scoperto le carte. Holtom-Viesel e Allan [3] sostengono che l’associazione tra AN e funzionamento familiare carente dovrebbe essere considerata esclusivamente come una risposta al fatto di occuparsi di una persona giovane con AN. La ricerca di Sim et al. [34] lo conferma: controllando l’impatto emotivo dell’AN sulla famiglia, non sono emerse differenze tra le famiglie di persone con AN e le famiglie di giovani senza alcuna malattia psichiatrica o fisica. Sembra quindi che la disfunzione familiare sia dovuta alle inevitabili complicazioni delle dinamiche familiari quando le figure genitoriali scoprono che la figlia o il figlio ha l’AN [21].
Insegnare alle figure genitoriali strategie di coping per gestire la sofferenza legata all’assistenza è utile [31]. La formazione basata sulle competenze riduce efficacemente il carico di chi presta assistenza [53], ne accresce le competenze e può migliorare gli esiti per la persona giovane [54]. Questi interventi sono efficaci quando sono condotti da caregiver con esperienza [54]. Inoltre, sostenere le figure genitoriali con ansia e depressione attraverso la CBT online ne riduce la sofferenza e migliora le interazioni tra figure genitoriali e persone in cura, secondo quanto riferito [55].
Nell’AN grave è onnipresente che la vita familiare finisca per ruotare intorno al disturbo alimentare [4]. Non sorprende che le linee guida NICE [56] e altre linee guida nazionali raccomandino un lavoro con la famiglia per il trattamento dell’AN. Il coinvolgimento della famiglia nel trattamento è suggerito per la maggior parte delle persone giovani con un disturbo alimentare, ma le linee guida raccomandano di adattarne la struttura a ogni famiglia per sostenere al meglio la guarigione [5]. Andrebbe inoltre data importanza all’approccio multidisciplinare [57] e al lavoro collaborativo sia con le persone in cura sia con chi presta assistenza [58]. La ricerca suggerisce che comprendere le convinzioni delle figure genitoriali sull’AN sia probabilmente un requisito necessario per il successo degli interventi clinici con le famiglie [33].
La ricerca sulle cause dell’AN è passata dalla discutibile teoria della «famiglia psicosomatica» [59] al riconoscimento di un’eziologia multifattoriale; resta tuttavia imprescindibile considerare il ruolo che le famiglie svolgono effettivamente in questa malattia complessa. Secondo Lacoste [60], i due maggiori fattori di rischio per l’AN sono i problemi familiari e l’aggressione sessuale. Molte persone metterebbero in dubbio il secondo, poche il primo. Inoltre, una comunicazione e una cura carenti all’interno della famiglia sono individuate come un’esperienza interpersonale avversa che aumenta il rischio di sviluppare un disturbo alimentare [61, 62].
Le questioni legate all’attaccamento alle principali figure di accudimento all’interno della famiglia possono essere importanti nello sviluppo di un disturbo alimentare [63, 64]. Le persone con AN riferiscono un distacco emotivo dalle figure genitoriali significativamente superiore alla media [63, 65] e un’ansia di separazione maggiore rispetto alla fratria non affetta [66], il che, si sostiene, porta la persona giovane a sviluppare uno stile di attaccamento insicuro. Sembra inoltre esserci un’elevata frequenza di traumi e lutti non risolti nelle persone con AN [67, 68], aspetto considerato molto rilevante per lo studio dell’attaccamento [69]. La ricerca ha rilevato che le donne con un disturbo alimentare presentano un attaccamento insicuro [67, 68, 70, 71], il che secondo alcune voci potrebbe avere un ruolo causale nello sviluppo dell’AN: è stato suggerito che il disturbo alimentare possa essere per la figlia o il figlio un modo per mantenere la vicinanza alle figure genitoriali dopo la compromissione di una base sicura [72]. Questa ipotesi è difficile da verificare, ma la ricerca ha suggerito che le persone con un disturbo alimentare e un attaccamento preoccupato presentano marcate paure legate alla maturità [68], che le portano a «rifiutare» le emozioni mature. Da qui l’idea che l’AN sia una ritirata dall’età adulta [73]. Gli attaccamenti insicuri sono anche fortemente correlati all’insoddisfazione corporea, che è un fattore di rischio per i disturbi alimentari [74].
Il concetto di Bruch [75] secondo cui la causa dell’AN è un senso di sé carente è stato ripreso [76]. La maturazione del sé è legata allo sviluppo dell’attaccamento [77], e l’insicurezza dell’attaccamento è associata a deficit del sé [77, 78]. È stato ipotizzato un legame neurobiologico tra la teoria del sé nel disturbo alimentare e il funzionamento spaziotemporale del cervello [77]. Le persone giovani con disturbi alimentari provano sofferenza a causa della mancanza di un senso di sé, che porta a una disconnessione dalle proprie emozioni e all’incapacità di regolarle [76].
La capacità di mentalizzazione è stata collegata agli stili di attaccamento: la ricerca suggerisce che l’attaccamento sicuro favorisce la capacità di mentalizzazione, mentre l’attaccamento insicuro e il trauma la compromettono [38, 79]. L’ambiente familiare è considerato cruciale per lo sviluppo della mentalizzazione [80]: la mind-mindedness materna, il discorso familiare, il gioco e il maltrattamento sono tutti associati allo sviluppo della mentalizzazione [81]. Rothschild-Yakar et al. [82] indicano bassi livelli di mentalizzazione come il fattore di rischio più importante nell’AN e nella bulimia nervosa.
Anche il comportamento genitoriale può contribuire alla disregolazione emotiva, in un modo che diventa determinante per lo sviluppo e il successivo mantenimento dell’AN [83]. La disregolazione emotiva nelle figure genitoriali non solo offre a figlie e figli un modello carente di comprensione e controllo delle emozioni, ma può anche portarle a invalidare le esperienze emotive della prole, trasmettendo così le difficoltà emotive alla generazione successiva [84]. Di certo, la disregolazione emotiva nelle persone giovani è associata a esperienze precoci in cui chi se ne prendeva cura non rispondeva adeguatamente ai loro sentimenti [85]. Tassi elevati di alessitimia sono stati riscontrati nelle madri di minori con AN: non sono in grado di identificare e descrivere le emozioni provate da sé stesse e da altre persone [86]. Questi tassi elevati di alessitimia sono associati ad ansia, nevroticismo e depressione [86]. Ciò potrebbe fornire una spiegazione alternativa degli alti tassi di malattia mentale nelle figure genitoriali di minori con AN. Queste caratteristiche si sono rivelate fattori di rischio per i disturbi alimentari nella prole [87]. Alcuni dati suggeriscono che, nelle persone che soffrono di anoressia, la disregolazione emotiva possa anche avere una causa più diretta, l’abuso emotivo da parte delle figure genitoriali [83], anche se tali segnalazioni sono rare e non vi è alcuna prova che sia più comune nelle famiglie con una figlia o un figlio con AN che in altre popolazioni.
La preoccupazione materna per il peso e la forma del corpo sembra svolgere, in alcuni casi, un ruolo nello sviluppo di un’alimentazione disturbata [62, 88, 89]. Una madre con un disturbo alimentare aumenta il rischio che una figlia presenti una psicopatologia alimentare conclamata, rispetto ai controlli: a dieci anni, la bambina ha maggiori probabilità di mettersi a dieta e di sopravvalutare la forma e il peso del corpo [90]. Altre ricerche hanno indicato che le ragazze sotto i 14 anni le cui madri avevano una storia di disturbo alimentare avevano quasi 3 volte più probabilità delle coetanee di iniziare a ricorrere a condotte di eliminazione; tuttavia, la storia materna di disturbo alimentare non era correlata alle condotte di eliminazione nelle adolescenti più grandi [91]. Si ipotizza che la famiglia abbia un impatto più sostanziale nella prima adolescenza, mentre il gruppo dei pari conta di più nella tarda adolescenza e nell’età adulta [62, 91], perché le figure genitoriali hanno un ruolo decisionale importante nella prima adolescenza [92]. Ciò si collega alle ricerche secondo cui la terapia familiare è meno efficace quando la persona giovane è più grande [93].
La preoccupazione materna per il peso e la forma del corpo incide sull’ambiente familiare [88], il che potrebbe avere un ruolo causale nello sviluppo dell’AN. La frequenza di messaggi materni negativi è stata associata, nella persona giovane, a preoccupazioni per il peso e la forma del corpo, fissazione per l’esercizio fisico e sintomi di disturbo alimentare [89]. Inoltre, osservando le interazioni di gioco con la madre, si è rilevato che i bambini e le bambine con madri affette da un disturbo alimentare mostravano un minore coinvolgimento e una minore responsività [94]. Anche il perfezionismo genitoriale è stato associato allo sviluppo dell’AN [95–97]. Anche le pratiche alimentari possono risentirne: Lydecker e Grilo [98] hanno rilevato che le figure genitoriali con psicopatologia alimentare riferivano una maggiore responsabilità percepita nell’alimentazione, una maggiore preoccupazione per il peso della figlia o del figlio e un maggiore controllo di ciò che mangiava, rispetto a chi non presentava tali caratteristiche. Lo studio non ha rilevato differenze significative nella restrizione della dieta o nella pressione a mangiare; tuttavia, Blisset e Haycraft [99] hanno osservato pratiche alimentari più controllanti nelle figure genitoriali che riferivano sintomi di disturbo alimentare. Le pratiche alimentari materne possono variare all’interno della fratria e fare parte dell’ambiente familiare non condiviso [100]. Sembra che affrontare i discorsi sul peso, le pratiche alimentari e le interazioni di gioco in casa possa ridurre l’incidenza dei sintomi di alimentazione disturbata nelle persone giovani. Gli interventi rivolti a queste figure genitoriali sono scarsi [88] e in quest’ambito servirebbero ulteriori ricerche.
Benché non si possa dimostrare con rigore scientifico che la disfunzione familiare sia causale, appare probabile che essa sia un fattore di mantenimento della malattia [101], poiché la cattiva salute mentale genitoriale e i rapporti difficili tra figure genitoriali e prole aggravano un carico già instaurato in chi presta assistenza [10, 27]. Treasure et al. [102] hanno rilevato che la scarsa regolazione emotiva delle persone con AN può portare a comportamenti abusanti verso altri membri della famiglia, a cui spesso si reagisce con ansia ed evitamento, oppure con comportamenti di facilitazione e di accomodamento. È stato anche suggerito che l’evitamento del conflitto all’interno della famiglia possa essere un fattore di mantenimento [4]. Questi comportamenti perpetuano dinamiche familiari disfunzionali e radicano ulteriormente il disturbo alimentare.
Anche le relazioni familiari [102] e i fattori di mantenimento [4] sono aspetti importanti su cui lavorare nell’intervento con la famiglia. Tuttavia, prima di iniziare una terapia familiare, è importante valutare l’idoneità al trattamento e l’alleanza terapeutica, per ottimizzarne l’efficacia [103]. Quando si coinvolge la famiglia nel lavoro psicoterapeutico andrebbe considerata anche la personalità delle figure genitoriali, prestando attenzione alle dinamiche che specifici tratti di personalità possono creare [104]. La ricerca ha inoltre suggerito che la presenza di comportamenti familiari problematici, come l’invischiamento e la critica, può portare a tassi di remissione più bassi dopo la terapia familiare [93]. In effetti, il coinvolgimento della famiglia può essere clinicamente controindicato (per esempio in caso di grave psicopatologia genitoriale), il che sottolinea la necessità di una valutazione approfondita [6, 56]. La terapia familiare non dovrebbe limitarsi al compito di affrontare la disfunzione familiare, se presente; è uno spazio in cui le persone che soffrono di anoressia e le loro famiglie possono prepararsi al cambiamento. In particolare, dopo la guarigione, le figure genitoriali perdono una figlia o un figlio emaciato e dipendente e accolgono una persona divenuta autonoma.
Andrebbero considerati anche interventi preventivi mirati ad alcune di queste difficoltà; sono in corso ricerche promettenti su interventi che affrontano la disregolazione emotiva e le difficoltà di attaccamento e di mentalizzazione nelle scuole [105–108] e nei corsi per genitori [109]. Questi interventi potrebbero contribuire a ridurre il rischio di disfunzione familiare e andrebbero studiati ulteriormente.
Questa revisione ha messo in luce la complessità del rapporto tra le persone che soffrono di anoressia e le loro famiglie. Quella che era nata come una visione netta della famiglia patologicamente disturbata quale causa dell’AN è diventata sempre più complessa nei decenni trascorsi dalla prima descrizione, 130 anni fa. Sebbene le famiglie non siano la causa primaria dei disturbi alimentari [6], la maggior parte della ricerca in questo campo non è longitudinale e non fornisce quindi prove sufficienti per rispondere in modo definitivo alla domanda con rigorosa certezza scientifica.
Nei 20 anni trascorsi da quando una persona del nostro gruppo ha posto la domanda [5], alcune questioni sono diventate molto più chiare. Non esiste una madre o una famiglia «anoressigena», né alcuna patologia psicosociale costante nelle famiglie di cui sia stato dimostrato il ruolo causale [4]. La ricerca genetica è ancora in una fase iniziale, ma se dovesse riportare in auge l’idea che le famiglie abbiano un ruolo causale, ciò avverrebbe attraverso un meccanismo del tutto diverso. La ricerca genetica potrebbe anche permetterci di trarre conclusioni più solide sull’associazione tra lo sviluppo dell’AN e i tratti di personalità, nonché la preoccupazione materna per il peso e la forma del corpo.
La preoccupazione materna per il peso e la forma del corpo, la disregolazione emotiva, le difficoltà di mentalizzazione, l’attaccamento insicuro, la disfunzione familiare e la malattia mentale genitoriale sono stati tutti proposti, singolarmente o insieme, come cause dell’AN, ma il dato scientifico non è chiaro. Ci sono più prove che mantengano una malattia già presente.
Il devastante effetto emotivo dell’AN sulla famiglia resta onnipresente. Negli ultimi vent’anni la ricerca ha evidenziato la difficoltà che le figure genitoriali incontrano nel gestire una figlia o un figlio anoressico con scarse capacità di mentalizzazione, attaccamenti insicuri e disregolazione emotiva. Vi è consenso sul fatto che la sofferenza di chi presta assistenza debba essere un punto centrale del trattamento nelle persone più giovani e non possa essere ignorata a nessuna età. È importante offrire sostegno alle famiglie e prendere in considerazione interventi di sviluppo delle competenze per chi presta assistenza, spezzando così il circolo controproducente generato da questa sofferenza.
Oggi c’è un consenso clinico maggiore rispetto a 20 anni fa e una maggiore uniformità sulla questione centrale: se la sofferenza della famiglia sia un esito secondario o la causa primaria della malattia. L’opinione prevalente è che esista una relazione bidirezionale tra l’AN e la famiglia, con dinamiche difficili e circoli viziosi che si radicano all’interno della famiglia. Secondo il consenso, il modo migliore per affrontarla è la terapia familiare specialistica, e i diversi protocolli di terapia familiare insistono sul fatto che le figure genitoriali non debbano sentirsi colpevolizzate né ritenute responsabili della malattia della figlia o del figlio, salvo che sia noto un maltrattamento. L’assenza di colpa permette al personale clinico di esaminare i fattori del comportamento genitoriale e delle dinamiche familiari che possono causare o aggravare la malattia, ed è la via che meglio può condurre alla guarigione. Chi opera in questo campo dovrebbe conoscere le diverse dinamiche familiari problematiche, così da poterle affrontare caso per caso e favorire la guarigione.
Questa revisione rivolge un’attenzione rinnovata a una questione interessante e importante. L’articolo ha passato in rassegna un’ampia letteratura per far luce sui modi contrastanti e complementari in cui sono stati studiati l’AN e la famiglia. Sono state inoltre formulate importanti raccomandazioni cliniche. Tuttavia, poiché si basa sull’articolo originale, la revisione è selettiva nella letteratura inclusa. L’articolo non è una meta-analisi, ma una meta-revisione di studi eterogenei.
Questa revisione ha esplorato la letteratura sul carico di chi presta assistenza, sulle emozioni e sui meccanismi cognitivi, insieme agli atteggiamenti genitoriali, in particolare materni, riguardo al peso e alla forma del corpo. I dati di queste fonti sono stati usati sia per chiamare in causa sia per scagionare la diatesi tra figure genitoriali e prole, e oggi il consenso è di adottare una posizione agnostica.
Negli ultimi 20 anni, da quando una persona del nostro gruppo ha posto la domanda, sono state condotte molte ricerche sulla disfunzione familiare e sull’anoressia nervosa. È chiaro che l’anoressia nervosa è associata a un funzionamento familiare carente; tuttavia, gran parte della ricerca è frammentaria. Questa revisione ha analizzato la letteratura per esplorare questa complessa associazione.
Questa revisione ha analizzato la letteratura sul carico genitoriale, sulle emozioni e sui meccanismi cognitivi, insieme agli atteggiamenti genitoriali riguardo al peso e alla forma del corpo. Ha delineato la complessa associazione tra disfunzione familiare e AN e suggerisce l’esistenza di una relazione bidirezionale. La revisione sottolinea l’importanza della terapia familiare e degli interventi di sviluppo delle competenze per caregiver e figure genitoriali nel trattamento dell’AN, e indica ambiti di ricerca futura, come le misure preventive e gli interventi per figure genitoriali con disturbi alimentari.
Complexe Systémique: i punti chiave
Il titolo riassume uno spostamento che chi pratica l’approccio sistemico conosce bene: dalla «famiglia psicosomatica» che produrrebbe l’anoressia a una famiglia travolta dalla malattia, con un carico che a sua volta alimenta il disturbo. L’interesse clinico sta nel pensare il circolo piuttosto che la causa: la sofferenza genitoriale, l’accomodamento, l’evitamento del conflitto e i malintesi legati alla mentalizzazione mantengono il sintomo, senza che si debba incolpare nessuno. L’«assenza di colpa» compare qui come una posizione di lavoro più che come una convinzione, il che merita una discussione. Da notare anche la frase sulla fine del trattamento: le figure genitoriali perdono una figlia o un figlio dipendente e devono accogliere una persona autonoma. È opportuna una certa cautela: si tratta di una revisione narrativa selettiva, molto centrata sulle madri, con poco spazio per i padri, la fratria e i contesti culturali, e che riduce la terapia familiare soprattutto a protocolli specialistici. Da leggere insieme a l’articolo sull’impatto dell’anoressia e della bulimia sulle dinamiche familiari e a l’articolo sulla terapia basata sulla famiglia, dal modello di Milano alle evidenze attuali.
Note dell’originale
Nota dell’editore Springer Nature rimane neutrale rispetto alle rivendicazioni giurisdizionali nelle mappe pubblicate e nelle affiliazioni istituzionali.
Cronologia delle modifiche 16/4/2021 È stata pubblicata una correzione di questo articolo: 10.1007/s40519-021-01185-6
Ringraziamenti. Desideriamo ringraziare per il sostegno e i contributi colleghe e colleghi, tra cui Gurdeep Aulakh, Pria Sandhu e il Dr. Tony Winston.
Finanziamento. Il finanziamento è stato fornito da Schoen-UK sotto forma di tempo di lavoro di chi firma l’articolo. Piccole somme aggiuntive sono state versate per spese accessorie.
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interessi.
Etica. Questo articolo non ha richiesto un’approvazione etica formale. Ciononostante, la ricerca è stata condotta sotto la supervisione etica del Newbridge Research and Ethics Committee, in conformità con gli standard etici stabiliti dalla Dichiarazione di Helsinki del 1964.
Consenso informato. Per questo tipo di studio non è richiesto un consenso formale.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Disturbed families or families disturbed: a reconsideration, di Emma M. Giles, Anastasia S. Cross, Rachel V. Matthews e J. Hubert Lacey, Eating and Weight Disorders - Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity, vol. 27, n 1, pp. 11-19 (2022), doi: 10.1007/s40519-021-01160-1, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (dichiarazioni raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Traduzione non ufficiale dell’articolo originale «Disturbed families or families disturbed: a reconsideration», pubblicato in Eating and Weight Disorders - Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotto e impaginato da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Giles, E. M., Cross, A. S., Matthews, R. V., e Lacey, J. H. (2022). Disturbed families or families disturbed: a reconsideration. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/disturbed-families-or-families-disturbed-a-reconsideration (Opera originale pubblicata nel 2021 in Eating and Weight Disorders - Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity, 27(1), 11-19 (2022); ripubblicata nel 2022 da Eating and Weight Disorders - Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity, https://link.springer.com/article/10.1007/s40519-021-01160-1)
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