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Social Sciences · Conferenze di gruppo familiare

«Cancellato nella traduzione»: decifrare il colonialismo di insediamento insito negli adattamenti culturali delle conferenze di gruppo familiare (FGC)

Nata dalla resistenza māori, la conferenza di gruppo familiare è passata dalla Nuova Zelanda agli Stati Uniti e poi a Taiwan. Lungo il percorso ha perso il suo cuore: il tempo privato riservato alla famiglia e la restituzione della decisione alla famiglia stessa. A partire da focus group con il personale taiwanese della tutela dei minori, il gruppo di Hung-Peng Lin mostra come l’adattamento culturale possa trasformare uno strumento di emancipazione in uno strumento di sorveglianza.

Autrici e autori Hung-Peng Lin e Emiko Tajima (School of Social Work, University of Washington, Seattle, USA); Karina L. Walters (Tribal Health Research Office, National Institutes of Health, Bethesda, USA); Marilee Sherry (Family Group Leadership, Brantford, Ontario, Canada)Prima pubblicazione Social Sciences, 23 aprile 2025Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di “Erased in Translation”: Decoding Settler Colonialism Embedded in Cultural Adaptations to Family Group Conferencing (FGC), di Hung-Peng Lin, Emiko Tajima, Karina L. Walters e Marilee Sherry, pubblicato in Social Sciences (MDPI) (2025), doi: 10.3390/socsci14050259, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. Le dichiarazioni di fine articolo sono raggruppate nelle note. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Il colonialismo di insediamento ha privato di potere le persone utenti dei servizi, indipendentemente dalla loro origine.

Hung-Peng Lin, Emiko Tajima, Karina L. Walters e Marilee Sherry

Abstract

La saggezza māori ha rivoluzionato il sistema di tutela dei minori attraverso il metodo, oggi manualizzato, delle conferenze di gruppo familiare (Family Group Conferencing). La tendenza globale ad adottare e adattare questa pratica di tutela culturalmente radicata è ben documentata. Tuttavia, quando questo modello di servizio viene adattato e importato in altri paesi, con esso viene importata anche la sua eredità di colonialismo di insediamento. Questo studio di caso qualitativo applica la teoria del colonialismo di insediamento per mettere in luce il colonialismo di insediamento insito nel processo di adozione, a Taiwan, di un programma indigenista di coinvolgimento familiare già adattato. I risultati indicano che l’adattamento culturale riproduce il colonialismo di insediamento. Per attuare il coinvolgimento familiare all’interno di un sistema di tutela paternalistico, chi era incaricato di implementare il programma ha oscillato tra un processo decisionale autoritario e la costruzione di partnership significative tra Stato e famiglie. Sebbene l’adesione a un modello che in apparenza coinvolge la famiglia nelle decisioni possa attenuare l’ansia del colono in chi implementa il programma, il colonialismo di insediamento resta l’elefante nella stanza. Spesso è proprio esso a sorreggere il processo di adattamento culturale. Una pratica di servizio sociale liberatoria richiede di mettere in luce l’ansia del colono, i sistemi di potere e l’imperialismo culturale insiti nell’implementazione dei programmi.

Parole chiave: tutela dei minori, adattamento culturale, cancellazione culturale, processo decisionale, conferenze di gruppo familiare, collocamento fuori famiglia, adattamento dei programmi, implementazione dei programmi, colonialismo di insediamento

1. Introduzione

Taiwan è un’entità politica coloniale di insediamento, in cui la grande maggioranza della popolazione discende da popolazioni di coloni e da sistemi coloniali di insediamento (Tsai 2019). Gli abitanti indigeni di Taiwan, di origine austronesiana, che comprendono 16 tribù ufficialmente riconosciute, tra cui Amis, Atayal, Paiwan, Bunun, Rukai, Puyuma, Tsou, Saisiyat, Yami (Tao), Thao, Kavalan, Truku, Sakizaya, Seediq, Hla’alua e Kanakanavu, hanno subito e continuano a subire l’eredità dei sistemi coloniali di insediamento, a partire dall’arrivo dei mercanti olandesi nel 1642, seguiti dagli spagnoli, dalla dinastia Ming, dalla dinastia Qing, dall’Impero giapponese e infine dalla Repubblica di Cina (Andrade 2008). Attualmente il 2,4% della popolazione taiwanese appartiene a popoli indigeni e il 97% è di etnia han taiwanese, in gran parte discendente dai colonizzatori cinesi arrivati per la prima volta nel XVII secolo (Andrade 2008; Ministry of the Interior 2021).

Il governo di Taiwan ha iniziato a codificare leggi e regolamenti sul maltrattamento dei minori nel 1993. Da allora l’entità politica coloniale ha istituzionalizzato il proprio sistema di tutela dei minori sotto una forte influenza della diffusione orizzontale di politiche provenienti dagli Stati Uniti e con i valori familiari eteronormativi dell’etnia han colonizzatrice (Lin e Huang 2010). Il sistema statunitense di tutela dei minori, di impronta legalistica, come quelli della maggior parte delle società anglosassoni, garantisce la capacità del sistema con un apporto minimo di risorse (Gilbert 2012). L’introduzione delle politiche di tutela ha importato anche le epistemologie relative alla definizione e all’attribuzione del maltrattamento, alle risposte politiche e all’erogazione dei servizi. Inoltre, da allora l’entità politica coloniale taiwanese si è trovata di fronte a una miriade di conseguenze indesiderate delle iniziative di tutela. Una di queste è il numero crescente di collocamenti di bambine e bambini fuori famiglia in contesti in gran parte restrittivi (per esempio strutture residenziali), con danni al benessere sia dei minori sia delle famiglie di origine da cui sono stati separati. In un recente tentativo di riformare l’erogazione dei servizi legati ai collocamenti, alla fine degli anni 2010, un’amministrazione locale di Taiwan ha importato dagli Stati Uniti un modello di pratica di tutela: il Team-Based Decision Making (TDM, decisione in équipe). Così facendo, ha importato anche il colonialismo di insediamento non affrontato del TDM, attraverso l’adattamento e l’implementazione del programma a Taiwan.

I moderni sistemi statunitensi di tutela dei minori non possono sottrarsi alla loro complicità nella storia del genocidio fisico e culturale di bambine, bambini, famiglie e comunità indigene, attuato attraverso politiche di allontanamento e collocamento, tra cui i collegi militaristi o missionari negli Stati Uniti (Evans-Campbell 2008; Thornton 1987) e in Canada (Grant 1996), nonché le politiche e pratiche di adozione negli Stati Uniti, in Canada, in Nuova Zelanda e in Australia dalla fine del XIX alla fine del XX secolo (Armitage e Armitage 1995). Per esempio, nel 1958 il Bureau of Indian Affairs degli Stati Uniti creò l’«Indian Adoption Project», un programma decennale gestito dalla Child Welfare League of America per promuovere adozioni transrazziali rapide di bambine e bambini nativi americani e nativi dell’Alaska in famiglie adottive bianche, con l’intento esplicito di alterarne l’identità e il legame con le rispettive nazioni tribali (George 1997) e di assimilarli alle famiglie e agli stili di vita bianchi (Jacobs 2014). Come le sue controparti nordamericane, il governo britannico attuò politiche di tutela razzializzate che colpivano specificamente le famiglie māori nell’ambito della colonizzazione della Nuova Zelanda. A causa di questa eredità duratura, i minori māori in Nuova Zelanda sono stati sovrarappresentati nei servizi di tutela, nei collocamenti fuori famiglia e nel sistema della giustizia minorile, in misura sproporzionata rispetto al loro peso nel paese (Tilbury 2009).

Separate dalle loro comunità, generazioni di giovani persone indigene passate per il sistema hanno subito l’espropriazione (Pader 2014), la frattura culturale (Halverson et al. 2002; Stamm et al. 2004), le disuguaglianze di salute (Evans-Campbell 2008; Yuan et al. 2014) e una marginalizzazione continua (Dodgson e Struthers 2005). Nell’ambito della risposta alla resistenza māori, che chiedeva la fine delle politiche assimilazioniste genocide condotte in nome della tutela dei minori, il governo coloniale della Nuova Zelanda conferì valore di legge all’intervento delle conferenze di gruppo familiare (FGC), guidato da persone māori, con il Children Young People and Their Families Act del 1989 (Connolly 1994). La FGC è una pratica di coinvolgimento familiare radicata nella pratica culturale del whānau (termine māori che indica la famiglia allargata, comprese le generazioni passate e presenti). Nella pratica comunitaria indigena māori, quando una famiglia affronta una crisi, per esempio quando una bambina o un bambino ha bisogno di cura e protezione, la famiglia ristretta, la parentela allargata e le persone di sostegno si riuniscono per individuare una soluzione di cura familiare o parentale culturalmente appropriata.

Sebbene le comunità indigene siano state colpite in modo sproporzionato dai sistemi statali, questo studio non analizza direttamente le esperienze delle famiglie indigene. Si concentra invece sul modo in cui le logiche del colonialismo di insediamento si riproducono nell’adattamento di un modello di tutela nato dalla pratica indigena māori, ma poi spogliato della sua specificità culturale e riformulato attraverso le strutture coloniali dominanti. In particolare, esaminiamo come una versione delle conferenze di gruppo familiare (FGC), sviluppata dal governo coloniale neozelandese in risposta ai leader māori per resistere ai danni del colonialismo, sia stata adattata prima nel sistema di tutela statunitense e poi riadattata nel quadro burocratico a maggioranza han di Taiwan.

1.1. Le conferenze di gruppo familiare

La FGC si articola in tre fasi: preparazione e pianificazione; incontro; pianificazione del follow-up. Nella fase di preparazione e pianificazione, una persona coordinatrice indipendente incaricata allarga il cerchio (ricerca dei familiari) per coinvolgere i genitori, le persone di sostegno e altre persone significative nella convocazione dell’incontro. Il processo FGC è concepito per correggere lo squilibrio di potere tra il gruppo familiare e il sistema di tutela dei minori (CPS), fornendo informazioni e risorse alla famiglia e creando uno spazio in cui il gruppo familiare possa assumere la guida nell’elaborazione di un piano culturalmente pertinente e radicato. Un incontro guidato dalla famiglia e centrato sulle soluzioni comprende la condivisione di informazioni da parte dei servizi, un tempo privato in cui il gruppo familiare elabora il piano e la finalizzazione del piano da parte del gruppo familiare e del CPS. Durante la fase di condivisione delle informazioni, la figura professionale del CPS comunica le informazioni pertinenti, compresa la questione di sicurezza da affrontare nell’incontro. Durante il tempo privato della famiglia, il compito del gruppo familiare è elaborare un piano di cura completo. Il piano viene poi esaminato da tutte le persone presenti, compresi i servizi, per giungere a un consenso su un piano di cura e protezione realizzabile. È importante sottolineare che si costituisce una partnership partecipativa e collaborativa tra famiglia e Stato per attraversare il processo decisionale, attuare il piano dei servizi e garantirne il follow-up, e accompagnare la conclusione della presa in carico della famiglia da parte del CPS.

Il tratto distintivo dell’approccio FGC è l’integrazione della visione relazionale del mondo propria delle epistemologie e delle pratiche māori. In altre parole, il bambino o la bambina è intimamente interconnesso, nello spazio e nel tempo, con il suo whakapapa (gli antenati) e con le generazioni future, ed è al tempo stesso intimamente legato al suo iwi (una tribù centrale o una confederazione di tribù) e al whanau. L’infanzia esiste all’interno di una rete interconnessa di antenati, parenti e famiglia, ed è in questa interconnessione che emergono buone pratiche sostenibili e culturalmente radicate per la sicurezza e il benessere del minore, nonché della famiglia, della comunità e dell’iwi in cui è inserito e con cui è imparentato.

Gli elementi fondamentali alla base di questo modello di coinvolgimento familiare culturalmente radicato sono l’allargamento del cerchio familiare, la condivisione del potere, la partnership, il coinvolgimento, l’empowerment, una valutazione equilibrata del superiore interesse del minore senza pregiudizio per la sua sicurezza (Crampton e Pennell 2008; Crea e Berzin 2009) e la garanzia del coinvolgimento del whanau per una pianificazione sostenibile del benessere del minore. Il legame continuo dei minori con le loro radici culturali parentali e la resilienza culturale sono al centro del processo decisionale. I risultati della ricerca sottolineano il notevole potenziale del modello di coinvolgimento familiare nel perseguire diversi obiettivi, tra cui contrastare la sproporzione razziale (Roberts 2007), aumentare l’affido a parenti (LaBrenz e Fong 2016; Pennell 2004), ridurre le nuove segnalazioni (Pennell et al. 2010), ridurre le interruzioni del collocamento (Crea e Berzin 2009), abbreviare la durata della permanenza fuori famiglia (Pennell et al. 2010), aumentare la soddisfazione delle famiglie (Healy et al. 2012), sostenere la riparazione emotiva nel senso della giustizia riparativa (Pennell et al. 2010) e migliorare gli esiti in termini di stabilità (Berzin et al. 2008).

1.2. Adattamento culturale globale e locale della FGC

Chi opera sul campo tende a percepire come utili, e ad adattare e implementare, i programmi che si inseriscono bene nel proprio contesto immediato (Berkel et al. 2011) e che concordano con la propria visione del mondo. La pratica del coinvolgimento familiare ha assunto diversi adattamenti, che variano per il grado di potere di cui dispone la famiglia, il ruolo di chi convoca l’incontro (con funzione di facilitazione o di coordinamento), l’inclusione del tempo privato della famiglia e il diritto alla decisione finale (Merkel-Holguin e Wilmot 2005).

Adattamento della FGC nel modello Team Decision Making (TDM)

Il modello Team Decision Making (TDM) è un adattamento statunitense della FGC. La FGC fu introdotta nel campo della tutela dei minori negli Stati Uniti alla fine degli anni Novanta, in un periodo di rapido aumento dei collocamenti. Il modello intendeva ridurre il numero di collocamenti di giovani, l’instabilità dei collocamenti e i rientri in accoglienza; aumentare i collocamenti in contesti meno restrittivi (affido a parenti, affido familiare) e ridurre la durata della permanenza in accoglienza (Bearman et al. 2014).

Poiché l’approccio paternalistico alla tutela dei minori non poteva accettare pienamente questo modello di servizio così come era stato concepito (Gilbert 2012), negli Stati Uniti il modello FGC è stato trasformato e adattato fino a eliminarne tutti i fondamenti della pianificazione della stabilità relazionale e dei processi FGC. In particolare, gli adattamenti del TDM consistono nel sostituire la persona coordinatrice indipendente, che prepara il gruppo familiare ad assumere la guida dell’incontro, con una persona facilitatrice dell’incontro che non ha in carico il caso; nel modificare la fase di «ricerca dei familiari» per includere gruppi estranei alla famiglia e alla parentela, come le organizzazioni di servizi comunitari; e nell’adattare l’accordo di follow-up in modo che sia documentato in un verbale ufficiale dell’incontro. Il tempo privato della famiglia, un approccio chiave centrato sul whanau e capace di dare potere, non è obbligatorio e può non essere utilizzato affatto in questo modello adattato. Nel modello TDM, una persona facilitatrice convoca l’incontro strutturato con l’obiettivo di giungere a una decisione sul collocamento centrata sulla sicurezza.

Nel complesso, l’adattamento statunitense si basa in larga misura sui servizi comunitari formali e sulle partnership comunitarie, e dà meno rilievo ai sostegni relazionali naturali e culturalmente sanciti all’interno dei sistemi familiari e delle loro comunità (Crea e Berzin 2009). Nel continuum che va dall’autorità familiare all’autorità statale, il TDM è orientato piuttosto verso un processo decisionale guidato dal sistema, mentre la FGC si colloca all’estremo del processo decisionale guidato dalla famiglia (Merkel-Holguin e Wilmot 2005). Inoltre, la FGC riconosce la sovranità indigena, nel senso che i diritti e l’autorità riguardo alla sicurezza e al benessere dei minori sono collocati nell’iwi e nel whanau; per questo, nel modello FGC, il processo decisionale e l’elaborazione di piani di benessere sostenibili devono porre al centro le visioni del mondo e le pratiche relazionali indigene.

1.3. Il colonialismo di insediamento nell’adattamento culturale

La tendenza globale ad adottare pratiche di coinvolgimento familiare nella tutela dei minori negli ultimi tre decenni è documentata (Ashley e Nixon 2007). Diversi paesi le hanno conferito valore di legge. Tuttavia, si è prestata poca attenzione al colonialismo di insediamento insito negli adattamenti culturali di questa pratica indigenista.

1.3.1. Che cos’è il colonialismo di insediamento?

Il colonialismo di insediamento è un progetto coloniale in corso che mira a sostituire i popoli indigeni e la loro condizione originaria e, nel tempo, a sviluppare un’identità e una sovranità coloniali sulla terra che chi colonizza definisce ostinatamente «vergine» o «vuota» (Elkins e Pedersen 2012). Il colonialismo di insediamento è una struttura costruita sulla logica dell’eliminazione (Wolfe 2006), non un evento isolato. In altre parole, il potere coloniale di insediamento richiede ed è al tempo stesso generato dalla distruzione dei popoli e delle entità politiche indigene, al di là del semplice sfruttamento fisico, culturale e spirituale. Le colonie di insediamento hanno spesso cercato di indebolire il potere delle metropoli e delle popolazioni indigene. Il processo coloniale di insediamento comprende l’«alterizzazione» dei popoli indigeni, unita alla volontà di sostituirli (Veracini 2010). Chi colonizza spesso si appropria dell’epistemologia culturale indigena e la sostituisce con grandi narrazioni ricreate (Saito 2020), cacciando così i popoli indigeni dalla terra e dall’immaginario coloniale. Al tempo stesso, destabilizza gli «altri», nega di aver fatto ricorso a qualsiasi violenza fondativa per consentire il «processo fluido di territorializzazione coloniale» e mette in atto manovre difensive e un assoggettamento gerarchico per mantenere la permanenza dell’entità politica coloniale (Wolfe 2006).

1.3.2. L’epistemicidio: un meccanismo di cancellazione del colonialismo di insediamento

L’epistemicidio è un altro progetto coloniale invisibile, ma dannoso. Con epistemicidio si intende l’uccisione dei sistemi di conoscenza (Hall e Tandon 2017). Il progetto coloniale di insediamento delle adozioni transrazziali per l’assimilazione rapida di generazioni di minori indigeni, descritto sopra, è un esempio emblematico del tentativo di sradicare modi di vita culturali (per esempio la lingua e le tradizioni culturali, cioè l’etnocidio) e modi di pensiero (per esempio i modi di conoscere e le visioni relazionali del mondo, cioè l’epistemicidio) (Walters et al. 2011, 2020). Gli adattamenti dei programmi che cancellano i saperi e le visioni del mondo indigeni riproducono le costruzioni coloniali della famiglia e rafforzano le nozioni coloniali dei processi familiari come «naturali» e come «buone pratiche». Il colonialismo di insediamento raggiunge il suo scopo attraverso questo tipo di cancellazioni. Come osserva il teorico del colonialismo di insediamento Patrick Wolfe, «il colonialismo di insediamento distrugge per sostituire» (Wolfe 2006, p. 388). Sul piano sociale, la società coloniale richiede l’eliminazione pratica delle popolazioni native per stabilirsi sul loro territorio (Wolfe 2006). Sul piano della pratica di adozione familiare, richiede di cancellare l’indigenità dai protocolli e dalle pratiche della FGC e di sostituirla con simboli, pratiche e protocolli coloniali, mantenendo però attributi di apparenza indigena (come il valore attribuito alla famiglia al di là delle strutture familiari ristrette). Storicamente, si sono avute numerose appropriazioni coloniali di simboli, attributi e competenze indigene, volte a cancellare l’indigenità e al tempo stesso a rivendicare il riconoscimento della condizione nativa. Così facendo, chi colonizza mitizza il proprio programma adattato, si protegge dall’ambivalenza e dall’ansia del colono e mantiene un potere sulle comunità native anziché una partnership con esse (Glenn 2015).

1.4. Applicare la critica del colonialismo di insediamento al presente studio

Il colonialismo di insediamento non è un concetto singolare o statico, ma una struttura dinamica e in evoluzione che cerca di sostituire la presenza e la sovranità indigene con il dominio coloniale. Si distingue dal colonialismo classico perché chi colonizza arriva per restare e cerca di instaurare ordini politici permanenti, spesso a spese dei sistemi indigeni. Questa logica fondativa dell’eliminazione non comporta soltanto uno spostamento fisico, ma anche una cancellazione culturale ed epistemologica (Wolfe 2006; Veracini 2010).

In quanto tale, il paradigma del colonialismo di insediamento si è dimostrato analiticamente utile per individuare la violenza strutturale, la continuità storica e la riproduzione delle disuguaglianze insite nei sistemi di tutela dei minori. Presenta però anche alcuni limiti. In primo luogo, rischia di appiattire l’eterogeneità delle entità politiche coloniali e di trascurare le sfumature locali, come la storia coloniale peculiare di Taiwan e l’assenza di soggetti indigeni in questo specifico contesto di implementazione. In secondo luogo, privilegiando la struttura rispetto all’agency, può oscurare le strategie di resistenza o di adattamento parziale che si manifestano anche all’interno di programmi guidati dalla società coloniale. In terzo luogo, applicare questo quadro al di fuori dei contesti coloniali anglosassoni tradizionali (per esempio Stati Uniti, Canada, Australia) richiede un confronto più solido con le specificità politiche e storiche regionali.

Nonostante questi limiti, il paradigma consente di comprendere criticamente come adattamenti ben intenzionati di modelli indigenisti possano essere riconfigurati per servire il controllo statale sotto le apparenze della sensibilità culturale. Nel nostro caso, rivela come il potere, la sorveglianza e l’epistemicidio si mantengano attraverso i processi di adattamento culturale, anche in assenza di una partecipazione indigena diretta. Offre una lente per comprendere gli spostamenti simbolici, procedurali e operativi delle pratiche di coinvolgimento familiare che mantengono le strutture egemoniche.

2. Metodi

Questo studio esplora l’impatto del colonialismo di insediamento sulle persone utenti attraverso l’erogazione dei servizi e l’implementazione del programma da parte del personale. Il sito di studio è stato scelto intenzionalmente per due ragioni. In primo luogo, è l’unica giurisdizione di Taiwan che adotta un modello di coinvolgimento familiare. Solo pochi paesi asiatici, come Singapore, hanno adottato questo approccio per affrontare le decisioni relative al collocamento. Nessun paese asiatico codifica le pratiche di coinvolgimento familiare nelle leggi e nei regolamenti di tutela dei minori. In generale, gli adattamenti del modello nel contesto asiatico sono ancora poco studiati. In secondo luogo, al momento dello studio il modello adattato era già stato implementato e integrato nella pratica. Il sito di studio è in fase di valutazione successiva alla politica. Questo modello TDM adattato offre l’occasione di studiare il cambio di paradigma verso il coinvolgimento familiare e l’influenza persistente del colonialismo di insediamento.

Basandoci sulla teoria del colonialismo di insediamento, analizziamo i meccanismi strutturali, come l’epistemicidio, l’appropriazione culturale e la logica dell’eliminazione, che operano anche quando i soggetti indigeni non sono direttamente presenti. Questo studio contribuisce a un crescente corpus di ricerche sul modo in cui il colonialismo di insediamento funziona a livello transnazionale, attraverso contesti diversi e tramite quadri istituzionali come la tutela dei minori. La nostra analisi interroga i modi in cui il potere coloniale di insediamento si inscrive in adattamenti culturali ben intenzionati, finendo per rafforzare le norme coloniali sotto le apparenze del coinvolgimento familiare.

2.1. Procedura

È stato utilizzato un campionamento intenzionale per reclutare le persone partecipanti idonee in base ai seguenti criteri: personale dei servizi di tutela dei minori (CPS) (1) con almeno due anni di esperienza nel settore; (2) che avesse effettuato almeno tre invii per convocare un incontro TDM nei due anni precedenti; e (3) le cui esperienze di incontro avessero coperto tutte le fasi. Prima delle interviste sono stati ottenuti l’autorizzazione amministrativa e il consenso informato delle persone partecipanti, a cui sono state garantite la volontarietà della partecipazione e la riservatezza. Complessivamente hanno partecipato allo studio sedici persone tra personale operativo e personale di supervisione dei CPS. La maggioranza (94%) erano donne con una laurea triennale in servizio sociale. L’età media del personale di supervisione era di 38 anni (intervallo = 35–60). Il personale operativo era più giovane, con un’età media di 33.3 anni (intervallo = 24–45). Tra i due gruppi si osserva una disparità negli anni di esperienza nei CPS: la media era di 4.3 anni (intervallo = 1–11) per il personale operativo e di 10.8 anni (intervallo = 2–25) per il personale di supervisione. Il personale di supervisione aveva più esperienza di partecipazione agli incontri TDM nei due anni precedenti, con funzione di facilitazione o di supervisione del caso, rispetto al personale operativo (numero medio di incontri pari a 11.3 (intervallo = 1–22) e 5.4 (intervallo = 3–8), rispettivamente).

Hung-Peng Lin, prima firma dell’articolo, ha condotto tre focus group semistrutturati tra marzo e maggio 2017: due con il personale operativo dei CPS e uno con il personale di supervisione. Ogni focus group è durato circa 2,5–3 ore. I focus group con il personale operativo e con la supervisione diretta sono stati condotti separatamente, per evitare l’influenza della cultura locale di deferenza verso le figure di autorità. È stata utilizzata una traccia di intervista semistrutturata per far emergere i racconti delle persone partecipanti. I temi comprendevano (a) le componenti chiave della pratica di coinvolgimento familiare TDM; (b) il modo in cui questo modello adattato incide sull’erogazione dei servizi e sulle persone utenti; e (c) i fattori facilitanti e gli ostacoli nell’attuazione di questa pratica TDM adattata. Le interviste sono state audioregistrate e trascritte integralmente in cinese tradizionale.

Sebbene lo studio non abbia incluso famiglie indigene, applichiamo un quadro del colonialismo di insediamento per analizzare la riproduzione del potere coloniale attraverso l’adattamento culturale di un modello di tutela dei minori. Come sottolineano Wolfe (2006) e Veracini (2010), il colonialismo di insediamento è una struttura, non un semplice evento, e persiste anche in assenza di un coinvolgimento indigeno diretto. Il nostro studio non intende rappresentare le esperienze indigene taiwanesi, che esulano dall’ambito dei nostri dati. Indaghiamo piuttosto come le strutture coloniali di insediamento, come il paternalismo, la cancellazione culturale e la violenza epistemica, plasmino l’implementazione dei servizi sociali all’interno di un’entità politica coloniale e tra partecipanti discendenti della popolazione colonizzatrice. Questo posizionamento teorico è essenziale per comprendere come i modelli «indigenisti» possano essere cooptati e riconfigurati all’interno dei sistemi dominanti in modi che oscurano o cancellano la sovranità e le visioni del mondo indigene.

2.2. Analisi dei dati

Questo studio esamina l’impatto del colonialismo di insediamento sulle persone utenti attraverso gli adattamenti culturali delle conferenze di gruppo familiare di matrice māori all’interno del sistema di tutela dei minori. Per rendere conto dell’eliminazione continua e strategica propria del colonialismo di insediamento, Wolfe (2006) ha proposto due livelli di metodo. Il primo è la documentazione del dominio coloniale di insediamento: il presente studio descrive gli adattamenti culturali e di programma di un modello già colonizzato. Il secondo: anziché analizzare il discorso e la resistenza indigeni, questo studio si concentra sulle esperienze delle persone discendenti della popolazione colonizzatrice coinvolte nel programma adattato. Poiché tutte le persone coinvolte nel programma adattato discendono dalla popolazione colonizzatrice, lo studio riporta le loro esperienze vissute di coinvolgimento nel sistema dal punto di vista del personale della tutela dei minori.

Guidato dagli elementi teorici del colonialismo di insediamento, come l’assimilazione, l’epistemicidio, la cancellazione culturale, l’espropriazione culturale e territoriale, la logica dell’eliminazione, l’appropriazione culturale coloniale e il genocidio strutturale (Wolfe 2006; Veracini 2010; Rowe e Tuck 2017), nonché dalle tendenze assimilazioniste del colonialismo di insediamento nella tutela dei minori, che riflettono quadri eurocentrici e vincoli burocratici (Cram et al. 2018), questo studio ha adottato per l’analisi dei dati un approccio di codifica induttivo e top-down. Boyatzis (1998) descrive un approccio sistematico alla codifica deduttiva in tre fasi: primo, stabilire i temi attraverso una lettura approfondita e una riflessione sul quadro teorico; secondo, verificare la compatibilità di questi temi con i dati grezzi mediante una codifica pilota; terzo, garantire l’affidabilità del processo di codifica mediante test di affidabilità tra codificatori (p. 36). Il gruppo di ricerca ha analizzato ogni frase delle trascrizioni e raggruppato in temi i codici con implicazioni legate al colonialismo di insediamento. Le categorie sono state così ordinate e i temi individuati trasversalmente alle trascrizioni. Questi temi sono stati a loro volta esaminati e denominati in base alla loro relazione teorica reciproca, in riferimento ai concetti del colonialismo di insediamento.

La riflessività è stata favorita dall’esperienza del trasferimento internazionale. La prima firma dell’articolo si trovava in posizione di membro della cultura etnica maggioritaria, come burocrate di strada all’interno del sistema di tutela dei minori, per poi trovarsi in posizione minoritaria, in un percorso di studio e di ricerca all’estero. Ciò ha permesso di cogliere differenze sottili negli scambi culturali e di comprendere le esperienze idiosincratiche di un agente marginalizzato. Per ridurre il possibile bias legato al prolungato coinvolgimento nel sito di studio, i metodi hanno incluso la triangolazione mediante il metodo comparativo costante e la verifica da parte delle persone partecipanti (member checking). L’obiettivo di affidabilità della ricerca è stato perseguito anche attraverso il member checking e la categorizzazione delle relazioni teoriche in consultazione con un’altra figura professionale con diversi anni di esperienza nella FGC.

3. Risultati

3.1. Oltre la periferia coloniale: adattamento culturale e di programma del TDM per la mercificazione coloniale a Taiwan

Il colonialismo di insediamento può essere un fenomeno geopolitico violento su scala globale. Questo colonialismo di insediamento globale informa i processi passati e presenti di colonizzazione europea, capitalismo globale e governance internazionale (Cornellier e Griffiths 2016; Morgensen 2011). I prodotti mercificati del colonialismo di insediamento sfruttano il capitalismo globalizzato. Il TDM ne è un esempio. Il TDM acquisisce la sua influenza internazionale grazie alla riproducibilità del programma. È stato esportato a Taiwan a metà degli anni 2010. Sebbene il sistema di tutela dei minori taiwanese sia per molti aspetti allineato a quello statunitense, è stato necessario apportare diversi adattamenti conformi alla cultura han dei coloni (paternalismo, familismo, collettivismo), e altri adattamenti sono stati introdotti per rafforzare l’approccio legalistico alla tutela proprio del sistema taiwanese (per esempio l’accertamento del maltrattamento, i tempi del collocamento, la documentazione legale).

La giurisdizione taiwanese ha adottato, tradotto ed esteso il modello TDM per adattarlo alla cultura han dominante a Taiwan, nel modo seguente:

(1) Paternalismo e familismo. Il sito di ricerca non ha assunto una persona facilitatrice a tempo pieno e senza casi in carico, come previsto dal modello TDM. Gli incontri erano invece facilitati dall’autorità del servizio: la direzione del dipartimento o una persona con funzioni di supervisione nel CPS non direttamente operativa, anziché la figura di riferimento della famiglia (allargata) come nel modello FGC. I genitori venivano incoraggiati a invitare all’incontro la famiglia allargata o persone di sostegno della comunità. Tuttavia, era improbabile che ciò avvenisse in tempi utili a causa della credenza culturale locale nella lealtà familiare, che insiste su precetti come «i panni sporchi si lavano in famiglia» e «nutrire senza educare è colpa del padre», i quali insegnano l’importanza di salvare la faccia. Di solito era invece la figura professionale incaricata a scegliere le persone partecipanti attraverso la ricerca dei familiari. In effetti, la ricerca dei familiari condotta dal personale interagisce con la cultura han del familismo. Il familismo indica il valore culturale locale che antepone i bisogni della famiglia allargata a quelli individuali. È anche un’ideologia che presuppone la responsabilità della famiglia allargata di prendersi cura dei propri membri. La figura professionale incaricata sfrutta efficacemente il familismo, invitando la famiglia allargata e decidendo la presenza dei parenti all’incontro per conto dell’autorità di tutela.

(2) Tempi e modalità di convocazione degli incontri. A Taiwan, il personale investigativo dei CPS è tenuto per legge ad accertare l’abuso o la trascuratezza. Ciò significa che i casi TDM iniziano con un’urgenza particolare, che aggiunge una pressione temporale al processo dell’incontro. Per esempio, la logistica del primo incontro dettato dalla crisi (tipo collocamento d’urgenza) dipende dalla disponibilità di prove a sostegno dell’accertamento e dalla sicurezza delle figure professionali di servizio sociale incaricate. Le prove evidenti di maltrattamento e le preoccupazioni per la sicurezza del personale investigativo o incaricato avranno la precedenza nelle decisioni sulla logistica dell’incontro, compreso il luogo. L’incontro può svolgersi in una scuola, in un ospedale (pronto soccorso) o in un commissariato; nell’ufficio di un parlamentare; o in una sala riunioni del sito di studio: luoghi che rafforzano il potere dell’ente di tutela e, al tempo stesso, riducono ulteriormente la capacità del gruppo familiare di partecipare in modo significativo.

(3) Discrezionalità e formalità. A Taiwan la legge impone ai genitori un percorso di educazione genitoriale (da 4 a 50 ore) e un piano del caso (della durata minima di 3 mesi). La discussione del piano di sicurezza o del piano di cura alternativo nell’incontro guidato dal sistema sostituisce la discrezionalità della singola figura professionale incaricata. I genitori sono passibili di sanzioni se non rispettano il piano. A causa della pratica locale del formalismo giuridico, viene inoltre introdotta una persona incaricata del verbale per garantirne la credibilità. Questa persona è presente per completare il verbale prima della fine dell’incontro. Il verbale, di natura legalistica, costituisce la base del piano.

3.2. Risultati qualitativi: impatto del colonialismo di insediamento sulle persone utenti coinvolte nel modello colonizzato adattato di coinvolgimento familiare nella tutela dei minori

Esportare e adattare il modello colonizzato produce trasferimenti culturali caotici e una pratica problematica. Nel corso del processo di adattamento, i valori culturali alla base del modello di pratica radicato nella cultura māori sono stati cancellati. In particolare, la perdita di potere è la conseguenza indesiderata del trasferimento culturale insito nel colonialismo di insediamento. Nel caso dell’implementazione del modello di coinvolgimento familiare nella tutela dei minori a Taiwan, la perdita di potere è l’esperienza vissuta dalle persone utenti quando partecipano all’incontro di gruppo condotto da rappresentanti dello Stato. Essa si manifesta lungo tutta l’erogazione del servizio, attraverso la ricerca dei familiari imposta prima dell’incontro, ed è alimentata dallo stigma interiorizzato. La perdita di potere, e il modo in cui limita l’agentività, lascia le famiglie vulnerabili anche durante l’incontro. Il differenziale di potere tra Stato e famiglia si estende ulteriormente quando la famiglia allargata viene usata come autorità sostitutiva per esercitare il controllo dopo l’incontro.

Tema 1: Le implicazioni della ricerca dei familiari «imposta» sulle dinamiche e sugli esiti degli incontri familiari coloniali

La ricerca dei familiari è un presupposto nella preparazione di un incontro FGC. Contribuisce anche a correggere lo squilibrio di potere tra Stato e famiglia. Tuttavia, imporre la ricerca dei familiari contro la volontà dei genitori, come nel modello TDM adattato taiwanese, significa mobilitare le reti informali nell’interesse dello Stato. Il personale può condurre la ricerca dei familiari per conto dell’autorità statale allo scopo di massimizzare il numero di membri della famiglia allargata presenti all’incontro, per diverse ragioni. In primo luogo, per individuare più opzioni di affido a parenti, la figura professionale sollecita e giustifica la partecipazione della famiglia allargata a prescindere dal consenso dei genitori. Anche se i genitori si oppongono al coinvolgimento dei parenti, gli incontri possono comunque svolgersi ed essere adattati per rispondere alle esigenze di legge. «Nel superiore interesse dei bambini, andiamo comunque avanti con la ricerca dei familiari. Se loro (i parenti) non vogliono incontrarsi, possiamo organizzare incontri separati». (SPV5)

In secondo luogo, il giudizio professionale incide sui tempi della ricerca dei familiari. Per esempio,

«In alcuni casi lasciamo più tempo ai genitori per coinvolgere la famiglia allargata. Questo periodo dipende dalla fase di sviluppo del bambino. Però, se in questo periodo i genitori non mostrano alcuna motivazione mentre il bambino è piccolo, allora facciamo noi la ricerca dei familiari. Dipende anche dalla nostra valutazione della disponibilità dei genitori a cambiare qualcosa. Vediamo se ai genitori importa di questo (il ricongiungimento).»

(SPV8)

In terzo luogo, la ricerca dei familiari condotta dal personale deve essere coerente con la pianificazione parallela. «Quindi fa parte della nostra pianificazione parallela. Prepariamo il nostro piano B mentre aspettiamo di avere notizie dai genitori». (SPV8) La pianificazione parallela (concurrent planning) è stata proposta e resa obbligatoria negli Stati Uniti dall’Adoption and Safe Families Act del 1997. È un approccio che cerca di eliminare i ritardi nel trovare famiglie stabili per bambine, bambini e giovani in affido. La pianificazione parallela non è codificata nelle leggi e nei regolamenti taiwanesi di tutela dei minori, ma alcune giurisdizioni locali la richiedono per determinate famiglie che ricevono un’attenzione particolare da parte dei servizi di tutela. Per esempio, la ricerca dei familiari ai fini della pianificazione parallela viene applicata in particolare ai genitori considerati «difficili da cambiare» e «con poche risorse». I genitori più colpiti, secondo le persone partecipanti, sono quelli che vivono in condizioni di povertà estrema, con una grave malattia mentale persistente, con un abuso cronico di sostanze o una dipendenza dall’alcol. Per questo il personale usa la ricerca dei familiari come strategia per rispettare i requisiti del sistema in materia di tempi: «Se non insistiamo nel cercare la famiglia, il ricongiungimento verrà ulteriormente ritardato». (SW5)

Tema 2: Il rafforzamento del ruolo dello stigma interiorizzato nel plasmare l’esperienza e il coinvolgimento dei genitori nel contesto culturale coloniale dominante

Segnalare un maltrattamento contrasta con la norma culturale locale della lealtà familiare, il che ne fa un processo difficile e stigmatizzante. I genitori possono percepire la pratica di coinvolgimento familiare del TDM adattato come un giudizio sulle loro capacità genitoriali, che rafforza il senso di inadeguatezza. Il modello può anche intensificare lo stigma legato ai modelli intergenerazionali di genitorialità disfunzionale. Per molte famiglie, partecipare agli incontri di coinvolgimento familiare significa esporre un «segreto di famiglia», in particolare per i genitori etichettati come portatori di problemi di salute mentale, di uso di sostanze o di disturbi di personalità. Questi genitori provano spesso una vergogna profonda, il che mette in evidenza la complessità del coinvolgimento familiare e il peso dello stigma interiorizzato. Lo stigma interiorizzato si produce quando le persone assorbono e accettano stereotipi negativi sulla propria condizione, come la malattia mentale (Drapalski et al. 2013). Quando il coinvolgimento familiare è vissuto come forzato, i genitori svantaggiati possono provare vergogna e disagio accresciuti, che portano a un coping di evitamento. Una figura professionale del servizio sociale ha descritto così l’atteggiamento delle persone utenti durante l’incontro:

«Questa coppia si appoggiava l’uno all’altra in silenzio. Anche se abbiamo incoraggiato la madre a parlare per sé, continuava a sentirsi oppressa, trattata in modo diseguale, e ha detto con sicurezza: “Sono una buona madre e siamo una buona famiglia”.»

(SW8)

Tema 3: Agentività depotenziata: disparità di potere e vulnerabilità genitoriali negli incontri familiari coloniali

La disparità numerica tra rappresentanti dell’autorità pubblica e membri del gruppo familiare allargato mette a rischio la fedeltà di implementazione (Healy et al. 2012). Crampton e Pennell (2008) hanno osservato anche che l’assenza di persone di sostegno porta probabilmente a un minore contributo della rete informale. I genitori con molteplici avversità, inseriti in reti di sostegno anch’esse svantaggiate, sono più esposti al dominio delle figure di autorità durante l’incontro. Il sostegno ai genitori dato dalla presenza del gruppo familiare allargato, quando c’è, è l’incarnazione del potere delle risorse nell’incontro. Come ha affermato una persona con funzioni di supervisione,

«Chiedere a questi genitori che vengono da contesti con poche risorse di venire a un incontro è come un’oppressione in un contesto formale. Lo sento sempre così. Siccome non hanno nessuna persona di sostegno, è come se venissero semplicemente ad accettare i nostri ordini. Una volta che firmano il verbale dell’incontro, sembrano rassegnati a farlo.»

(SP4)

Quando le persone partecipanti del gruppo familiare sono meno numerose dei rappresentanti dei servizi (per esempio CPS e altri servizi comunitari), i genitori colgono il differenziale di potere nell’incontro. La lotta di potere tra genitori e rappresentanti dell’autorità pubblica assume diverse forme. Alcuni genitori sono restii a partecipare all’incontro a causa del numero sproporzionato di persone convocate dall’autorità. Una persona partecipante ha descritto:

«Alcuni genitori vedono questo incontro come una manifestazione di oppressione. Possono pensare che l’autorità abbia stabilito in anticipo ruoli e risultati, e che li faccia vergognare (i genitori) prendendo decisioni sgradite davanti a tutti. E allora perché dovrei (io genitore) cedere? Così (i genitori) non vogliono venire.»

(SW6)

Altri cercano di negoziare con l’aiuto del personale dei servizi comunitari coinvolto nel caso. «I genitori proiettano i loro pensieri sugli operatori comunitari. Hanno l’impressione che il governo sia più propenso a credere a queste persone, visto che le ha incaricate direttamente.» (SW4) Altri ancora entrano nel gioco di potere, si vedono come agenti potenti e prendono la parola per sé: «Alcuni genitori parlano solo con il “capo”. Si mettono sullo stesso piano dei dirigenti. Vogliono sfogarsi con loro. Degli operatori in prima linea non gli importa.» (SW4)

Tema 4: Manipolazione culturale ed emergere di un’autorità sostitutiva nel coinvolgimento familiare coloniale

Diversi elementi del modello di coinvolgimento familiare rischiano di essere manipolati dall’autorità pubblica quando esercita il proprio potere sulla famiglia utente per i propri interessi. Per esempio, i parenti possono diventare un’autorità sostitutiva che fa pressione sui genitori, poiché l’autorità pubblica sfrutta il paternalismo della cultura han dominante. A Taiwan, la credenza culturalmente specifica secondo cui «nutrire senza educare è colpa del padre» avalla uno stile genitoriale autoritario. Riflette la visione del genitore nel ruolo di insegnante, le cui responsabilità derivano dal confucianesimo della cultura han (Chen e Luster 2002). In particolare, il ruolo genitoriale non consiste solo nell’imporre al figlio o alla figlia una disciplina e un’educazione rigorose, ma anche nel trasmettere valori come il controllo genitoriale, l’obbedienza, la pietà filiale e i doveri e gli obblighi familiari (Chen e Luster 2002). Inoltre, questa credenza culturale si aspetta dai figli obbedienza agli insegnamenti delle figure paterne. Come illustrano le osservazioni di una persona partecipante:

«Il nonno rimproverava il figlio (l’autore dei fatti). Cercava di difenderlo, ma allo stesso tempo è rimasto del tutto sconvolto vedendo le foto dei lividi portate come prova. In una situazione del genere i genitori sentono più pressione di quanta avremmo potuto metterne noi.»

(SW6)

Si presume che i familiari invitati che partecipano all’incontro TDM si assumano le responsabilità dell’affido a parenti e del controllo sull’attuazione del piano del caso. In questo modo l’empowerment viene dirottato verso la sorveglianza. Come ha descritto una persona partecipante,

«Quella nonna aveva ancora più chiaro il nostro accordo. Così, quando la madre contrattava o violava l’accordo in privato, la nonna le ricordava il contratto sul collocamento.»

(SW5)

Queste strategie privano le famiglie di un coinvolgimento costruttivo con l’ente di tutela dei minori.

Il desiderio dell’autorità pubblica di attuare la pianificazione del caso entro tempi strutturati ignora il paternalismo e il familismo nel loro rapporto con l’egemonia culturale e organizzativa. «Se i genitori non si convincono, magari si lasciano convincere dai loro genitori. Coinvolgendo i nonni, probabilmente accorceremmo la durata del caso.» (SW6) In questo modo il personale può ricorrere all’influenza del familismo invece di continuare a lavorare con persone utenti non volontarie, nella convinzione che: «Alcuni genitori non accettano le nostre opinioni, ma quelle dei loro parenti sì.» (SW3) Inoltre, i verbali dell’incontro consegnati alle famiglie erano in origine pensati come meccanismo di responsabilità dei servizi. Tuttavia, nel contesto culturale del paternalismo, finiscono per diventare un’estensione del potere pubblico. Come è stato osservato,

«L’effetto del verbale dell’incontro può estendersi alla loro vita quotidiana. La famiglia allargata può farvi riferimento per obbligare gli autori dei fatti ad attuare il piano del caso.»

(SPV3)

4. Discussione

Questo studio qualitativo si proponeva di descrivere ed esplorare l’esperienza di adattamento culturale e di implementazione di questo modello indigenista di tutela dei minori a Taiwan. Lo studio intendeva anche esaminare le tracce di pratiche coloniali di insediamento riprodotte nel processo di adattamento del modello al contesto locale. Il sito di studio cercava di introdurre un modello di coinvolgimento familiare, in contrapposizione a un modello tradizionalmente paternalistico, per affrontare la questione del collocamento fuori famiglia. Per essere praticabile, la pratica di coinvolgimento familiare nelle decisioni di tutela deve adattarsi alla giurisdizione e alla cultura locali. Abbiamo tuttavia constatato che l’importazione di un modello di coinvolgimento familiare adattato ha introdotto anche l’eredità del colonialismo di insediamento, nonché un’ingiustizia epistemica.

Il colonialismo di insediamento è un sistema di potere in corso che perpetua il genocidio e la repressione dei popoli e delle culture indigene (Cox 2017). L’adattamento può essere una forma di estrazione coloniale, di cancellazione coloniale e di riproduzione della logica dell’eliminazione. Prendendo il TDM come esempio, il concetto di coinvolgimento familiare è stato sottratto al modello FGC, costruito sulla saggezza māori e pensato per contrastare la sproporzione razziale nell’affido. Tuttavia, poiché i fondamenti culturali estratti delle reti naturali di sostegno comunitario confliggono con il nazionalismo coloniale del sistema statunitense dei servizi di tutela dei minori (per esempio il carattere legalistico della tutela, l’erogazione paternalistica dei servizi, il modello capitalistico di esternalizzazione dei servizi), la natura stessa del coinvolgimento familiare viene riformulata per adattarsi al modello adattato e perpetuare il sistema, anziché sostenere le famiglie e le comunità coinvolte. In questo modo, l’assimilazione di valori familiari (per esempio il patriarcato, la famiglia nucleare) insiti in un modello adattato di coinvolgimento familiare viene introdotta lungo tutta l’implementazione del programma. Per esempio, l’incontro guidato dal sistema formalizza una definizione ristretta di famiglia «nucleare», organizzando le soluzioni con le risorse comunitarie formali anziché con la famiglia allargata per affrontare i problemi del nucleo domestico. Inoltre, la saggezza indigena viene appropriata e riconfezionata come nativismo commercializzato sotto le apparenze del coinvolgimento familiare. Questo processo consiste nell’adottare selettivamente elementi culturali spogliandoli dei loro significati indigeni originari e delle loro strutture di governo, rafforzando così il controllo coloniale. La giustificazione di tali adattamenti si basa spesso su manovre difensive (Veracini 2010) volte a razionalizzare e legittimare l’uso di un modello adattato di coinvolgimento familiare (per esempio giustificazioni come la presenza della famiglia allargata, l’aumento del tasso di affido a parenti, la riduzione della durata della permanenza in affido, l’«empowerment» delle famiglie e delle comunità). Queste manovre difensive possono però aggravare la cattiva pratica culturale del nativismo commercializzato nei servizi di tutela dei minori. Inoltre, man mano che la FGC adattata dal colonialismo di insediamento viene esportata in altri siti e paesi, si rafforza l’immagine dell’America come culmine della civiltà occidentale e si perpetua la riproduzione del colonialismo di insediamento.

La riproducibilità di un modello importato e adattato può rafforzare la logica dell’eliminazione insita nel colonialismo di insediamento, allineandosi alla cultura coloniale dominante locale. Gli adattamenti taiwanesi di un modello già adattato ne garantiscono la riproducibilità per la popolazione etnica maggioritaria (di etnia han) di Taiwan e non affrontano né riflettono ancora le preoccupazioni o i processi familiari indigeni taiwanesi. La minaccia più evidente alla fedeltà al modello māori è l’adattamento taiwanese della ricerca dei familiari imposta contro la volontà dei genitori. Per raggiungere l’obiettivo dichiarato di coinvolgimento familiare, il sito di studio ha sfruttato il familismo per mobilitare la partecipazione di una rete di sostegno familiare. L’autorità pubblica esercita questa strategia manipolativa per delegare ed estendere il proprio potere di sorveglianza sulla vita della famiglia toccata dal sistema di tutela dei minori. Si tratta di una strategia simile a quella osservata da Brown e Bloom (2009), che hanno studiato un modello adattato di conferenza di gruppo familiare (‘Ohana Conferencing) alle Hawai‘i. Nel sito pilota, che serviva un’ampia popolazione nativa hawaiana, hanno osservato che attraverso la ‘Ohana conferencing lo Stato ha ampliato la propria capacità di sorveglianza e di disciplinamento delle famiglie coinvolte nella tutela, usando le famiglie allargate come «ausiliari» dello Stato e della sua governance neoliberale (Brown e Bloom 2009, p. 166). Come osservano, «questo approccio dello Stato, apparentemente più benevolo, ne oscura la crescente capacità di sorveglianza» (Brown e Bloom 2009, p. 164).

Del paternalismo si fa inoltre un uso improprio per indurre la sottomissione dei genitori durante l’incontro e per controllare l’attuazione del piano del caso mobilitando gli squilibri di potere intergenerazionali. È inoltre importante riconoscere l’effetto che gli orientamenti autoritari prevalenti nelle società orientali possono avere sulla partecipazione familiare. In particolare, le persone possono riconoscere le richieste di una persona subordinata nell’incontro e tuttavia sentire il bisogno di obbedire all’autorità nella relazione gerarchica. Chien (2016) osserva che la persona subordinata può evitare di sfidare l’autorità, per esempio se questa viene meno ai propri obblighi non condividendo il potere nell’incontro di coinvolgimento familiare. Nella cultura han taiwanese, una strategia comune è «obbedire in pubblico, disobbedire in privato». Ciò rafforza la necessità del tempo privato della famiglia, come nel modello māori. Inoltre, i risultati di questo studio richiamano la nostra attenzione sul fatto che le persone utenti si ritagliano uno spazio di resistenza di fronte a una relazione asimmetrica tra servizio e persona utente. L’asimmetria di potere può essere più acuta per i genitori socialmente esclusi, che sono vulnerabili anche perché spesso hanno una rete allargata indebolita. I genitori sono sensibili al fatto che il potere professionale esercitato su di loro serva a controllarli o a sostenerli. I genitori che sperimentano un potere esercitato su di loro tendono a resistere o a rassegnarsi. Al contrario, quelli che sperimentano un potere esercitato con loro, per sostenerli, sono più propensi a collaborare al piano del caso (Dumbrill 2006).

Come ha mostrato questo studio, l’intento di introdurre a Taiwan un modello indigenista di coinvolgimento familiare è stato compromesso dall’influenza del colonialismo di insediamento nel processo di adattamento. Una volta implementato a Taiwan, il modello studiato è scivolato di nuovo verso l’estremo del processo decisionale guidato dal sistema nel continuum del coinvolgimento familiare. In particolare, i valori simbolici del patriarcato e del familismo hanno sostituito l’enfasi tradizionale della FGC sul processo decisionale della famiglia, sui sostegni delle reti comunitarie naturali e sulla resilienza culturale. Sul piano dell’implementazione, le strategie di sostituzione erano evidenti. In primo luogo, la persona facilitatrice dell’incontro agisce per conto della burocrazia dello Stato coloniale. In secondo luogo, il ricorso alle «risorse comunitarie» formali sostituisce la mobilitazione dei sostegni comunitari naturali. In terzo luogo, il verbale formale dell’incontro, redatto sul posto, sostituisce il consenso tra Stato e famiglia, rappresentando un contratto diseguale. In quarto luogo, il contratto è l’estensione della sorveglianza alla famiglia allargata delle persone utenti e alla vita familiare privata.

Nel complesso, la logica dell’eliminazione si è intrecciata con gli adattamenti culturali locali per cancellare la partecipazione paritaria e l’autonomia decisionale. Queste pratiche coloniali di insediamento espongono le persone utenti alla subordinazione, allo stigma interiorizzato e a un’agentività limitata. Il presente studio suggerisce che un trasferimento e un adattamento culturali appropriati di un programma indigenista di tutela dei minori dovrebbero affrontare lo squilibrio di potere e di posizione giuridica tra le famiglie coinvolte nel sistema e lo Stato, e prevedere la partecipazione dei popoli indigeni.

5. Limiti dello studio

Questo studio presenta diversi limiti. In primo luogo, la letteratura sull’adattamento e l’implementazione del modello di coinvolgimento familiare nella pratica di tutela dei minori dei paesi asiatici è scarsa. Il sito di studio è il primo del suo genere ad applicare questo modello. Ciò ha reso impossibile confrontare l’implementazione del modello tra paesi asiatici o anche tra diversi siti di Taiwan. È quindi possibile che i risultati siano attribuibili a fattori organizzativi come la cultura organizzativa, la partnership con le parti interessate, lo stile di facilitazione e la leadership. In secondo luogo, la trasferibilità dei risultati di questo studio qualitativo dipende dall’affidabilità dei dati e delle nostre analisi. Questo studio non intende affermare che le esperienze delle persone partecipanti siano rappresentative dell’intero paese o di altre giurisdizioni. Questo lavoro interpretativo cerca soltanto di comprendere i dati e i sistemi di credenze del presente sito di studio (Lin 1998). In terzo luogo, il numero di invii di casi o di incontri facilitati dalle persone partecipanti varia molto, da 3 a 25. Il loro sapere pratico sul modello di coinvolgimento familiare può essere limitato dalla loro esperienza e, forse, dal tipo di segnalazione di maltrattamento portata all’incontro. Le persone partecipanti potrebbero anche aver espresso le proprie opinioni in modo distorto, in base alle loro preferenze personali riguardo al passaggio di paradigma dal processo decisionale individuale a quello di gruppo. Infine, prima della raccolta dei dati nessuna famiglia indigena aveva partecipato agli incontri familiari del sito di studio. Ciò ha reso impossibile includere la loro esperienza vissuta nell’analisi dei dati, benché le comunità indigene siano state colpite in modo sproporzionato dai sistemi di tutela dei minori.

6. Conclusioni

Il colonialismo di insediamento può assumere la forma di un adattamento e di un’implementazione di programmi di stampo coloniale. Il presente studio ha illustrato i racconti e le esperienze relativi a un programma adattato in ottica coloniale tra discendenti della popolazione colonizzatrice coinvolti nel sistema. Il colonialismo di insediamento ha privato di potere le persone utenti dei servizi, indipendentemente dalla loro origine. Suggeriamo un esame più approfondito delle esperienze vissute del colonialismo di insediamento specifico di ciascun sistema tra i popoli indigeni minorizzati e sovrarappresentati, affinché questi gruppi non vengano ulteriormente depotenziati. Inoltre, una pratica di servizio sociale liberatoria richiede di mettere in luce l’ansia del colono, i sistemi di potere e l’ingiustizia epistemica insiti nell’implementazione dei programmi coloniali.

Complexe Systémique: punti chiave

Per la pratica sistemica, questo articolo è un avvertimento salutare: un metodo non è la somma delle sue tappe. La conferenza di gruppo familiare māori si fondava su una visione relazionale del minore, legato al whānau, agli antenati e all’iwi, e su un reale trasferimento della decisione alla famiglia. Esportata, si è ridotta a una procedura: la facilitazione viene affidata alla gerarchia del servizio, la famiglia allargata viene convocata contro la volontà dei genitori, il tempo privato della famiglia scompare e il verbale dell’incontro diventa un contratto fatto rispettare dai nonni. Il coinvolgimento della famiglia serve allora al controllo più che all’autonomia. Per le équipe che praticano la FGC o le riunioni di rete, la lezione è verificare chi convoca, chi decide e a chi serve la presenza dei parenti, e proteggere il tempo in cui la famiglia delibera da sola. Vanno segnalati i limiti: un solo sito, sedici persone della tutela dei minori intervistate e nessuna famiglia ascoltata direttamente, come riconosce chi firma l’articolo. Da leggere insieme all’articolo sulle vie decoloniali in terapia familiare e all’articolo sul coordinamento delle conferenze di gruppo familiare.

Note dell’originale

Contributi. Concettualizzazione, H.-P.L. e K.L.W.; metodologia, H.-P.L. e K.L.W.; validazione, H.-P.L., E.T., K.L.W. e M.S.; analisi formale, H.-P.L.; indagine, H.-P.L.; risorse, E.T.; cura dei dati, H.-P.L.; stesura della bozza originale, H.-P.L. e K.L.W.; revisione e redazione, H.-P.L., E.T., K.L.W. e M.S.; supervisione, H.-P.L. e E.T.; amministrazione del progetto, H.-P.L. Tutte le persone firmatarie hanno letto e approvato la versione pubblicata del manoscritto.

Finanziamento. La ricerca non ha ricevuto finanziamenti esterni.

Dichiarazione del comitato etico istituzionale. Lo studio è stato esentato dalla revisione etica da parte dell’Office of Research della University of Washington, poiché l’analisi secondaria di dati qualitativi anonimi non costituiva una ricerca su soggetti umani.

Dichiarazione di consenso informato. Il consenso informato è stato ottenuto da tutte le persone coinvolte nello studio.

Ringraziamenti. Ringraziamo Shu-Ju Hou e Jui-Shan Huang per il loro contributo alla raccolta dei dati. I contenuti di questo lavoro sono di esclusiva responsabilità di chi firma l’articolo e non rappresentano la posizione ufficiale del sito di studio né delle istituzioni partecipanti. Il contenuto del contributo di Walters si basa su un lavoro da lei svolto presso la University of Washington e non rappresenta la posizione ufficiale dei NIH, dell’HHS né dei centri accademici e dei sistemi sanitari partecipanti.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale di “Erased in Translation”: Decoding Settler Colonialism Embedded in Cultural Adaptations to Family Group Conferencing (FGC), di Hung-Peng Lin, Emiko Tajima, Karina L. Walters e Marilee Sherry, Social Sciences, vol. 14, n. 5, 259 (2025), doi: 10.3390/socsci14050259, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza (traduzione in italiano, dichiarazioni di fine articolo raggruppate nelle note). Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

L’articolo originale, «“Erased in Translation”: Decoding Settler Colonialism Embedded in Cultural Adaptations to Family Group Conferencing (FGC)», è stato pubblicato in Social Sciences (2025) con licenza CC BY 4.0. Questa versione è una traduzione non ufficiale in italiano realizzata da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato in apertura di pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Lin, H.-P., Tajima, E., Walters, K. L., et Sherry, M. (2025). “Erased in Translation”: Decoding Settler Colonialism Embedded in Cultural Adaptations to Family Group Conferencing (FGC). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/erased-in-translation-decoding-settler-colonialism-embedded-in-cultural-adaptations (Opera originale pubblicata nel 2025 in Social Sciences, 14(5), 259 (2025); ripubblicata nel 2025 da Social Sciences, https://www.mdpi.com/2076-0760/14/5/259)

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