Questa versione è stata tradotta dall'inglese da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.
Frontiers in Psychology · Terapia familiare
Padri e figli che si arrampicano sugli alberi, nonne e nonni che camminano nel bosco con la generazione più giovane, madri e figlie adolescenti che condividono la natura: in Finlandia una fondazione porta la riabilitazione familiare basata sulla mentalizzazione fuori dall’ambulatorio, nella natura vicina. Il gruppo di ricerca finlandese-norvegese descrive tre brevi programmi multifamiliari e la teoria che li collega: uno stress lieve e condiviso, vissuto in un contesto sicuro, amplia lo spazio in cui si può pensare all’altro.
Traduzione non ufficiale in italiano di Restoring Connectedness in and to Nature: Three Nordic Examples of Recontextualizing Family Therapy to the Outdoors, di Markus T. Mattsson, Carina Ribe Fernee, Kanerva Lehmuslaakso e Pekka Lyytinen, pubblicato in Frontiers in Psychology (Frontiers Media) (2022), doi: 10.3389/fpsyg.2022.768614, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.
Diversi gruppi di ricerca hanno sostenuto che parlare non basta e che come base della riflessione servono esperienze incarnate.
Markus T. Mattsson, Carina Ribe Fernee, Kanerva Lehmuslaakso e Pekka Lyytinen
Abstract
La terapia familiare e la riabilitazione familiare basate sulla mentalizzazione rappresentano un’ampia varietà di approcci per aiutare le famiglie con modelli di interazione difficili. D’altra parte, i metodi della terapia d’avventura sono stati utilizzati con successo con le famiglie per offrire loro esperienze di empowerment, riuscendo insieme in circostanze avverse, e per migliorare la comunicazione tra i membri della famiglia. Inoltre, le qualità salutogeniche del tempo trascorso all’aperto sono oggi ben stabilite e riconosciute. L’approccio nordico alla riabilitazione familiare basata sulla mentalizzazione combina terapia d’avventura, terapia all’aperto e terapia sistemica. Presentiamo tre esempi di pratiche di riabilitazione familiare basate sulla natura, offerte come interventi psicologici brevi e multifamiliari che si svolgono nella natura vicina e mirano a sostenere un cambiamento sistemico duraturo. Il presente contributo è una descrizione della pratica clinica, non una revisione sistematica né una valutazione formale. Proponiamo che ricontestualizzare all’aperto la riabilitazione familiare basata sulla mentalizzazione possa non solo apportare ulteriori benefici per la salute, ma anche rafforzare l’interazione sintonizzata e la connessione emotiva all’interno della famiglia. L’avventura all’aperto offre alle famiglie esperienze incarnate e multisensoriali di interazione verbale e, soprattutto, non verbale, che possono essere utilmente esaminate attraverso la lente della teoria della mentalizzazione. La concretezza delle esperienze d’avventura è particolarmente benefica per le famiglie che hanno difficoltà nella comunicazione verbale e/o nell’uso delle funzioni esecutive, forse a causa di tratti neuropsichiatrici, disabilità intellettive o difficoltà di apprendimento. Inoltre, l’avventura all’aperto può sostenere la connessione delle persone partecipanti con la natura.
Parole chiave: terapia all’aperto, connessione con la natura, terapia d’avventura, riabilitazione familiare, terapia familiare basata sulla natura, mentalizzazione, interazione sintonizzata
Gli esseri umani sono esseri sociali e hanno un bisogno fondamentale di appartenenza (Fiske, 2018). Prosperiamo quando ci sentiamo in connessione con altri esseri viventi — persone, animali e natura — ma anche con realtà più astratte, come un futuro carico di speranza e valori significativi (Baumeister and Leary, 1995). Tra queste connessioni, la relazione genitore-figlio è particolarmente rilevante per il benessere emotivo, sociale e mentale sia del genitore sia di chi è figlio o figlia, e l’attaccamento alle nostre figure di accudimento primarie influenza il nostro sviluppo psicosociale dalla prima infanzia all’età adulta (Siegel, 2012).
Numerosi fattori di ordine personale, interpersonale e sociale influenzano le relazioni all’interno della famiglia. Problemi di salute mentale, abuso di sostanze, sentimenti di incompetenza genitoriale e varie forme di preoccupazione e di stress limitano di solito le interazioni positive tra genitori e figli e possono ostacolare gli sforzi di una genitorialità di sostegno (Bode et al., 2016). Alcune caratteristiche di bambine e bambini, come il disturbo dello spettro autistico (ASD) e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), sono associate a stress genitoriale, scarsa autoefficacia, problemi di coppia e ripercussioni su fratelli e sorelle, il che può a sua volta alimentare i problemi comportamentali di questi minori (Karst and Van Hecke, 2012). In tali circostanze diventa difficile per i genitori mantenere una connessione sintonizzata ed entrare in empatia con i propri figli, insegnando loro al tempo stesso le abilità sociali (Milton, 2012; Dugdale et al., 2021).
La terapia familiare (Carr, 2019a), e gli approcci sistemici in generale, si sono dimostrati modalità di trattamento efficaci per diversi problemi che hanno origine nel bambino o nella bambina, nella persona adulta (Carr, 2019b) e nelle dinamiche del sistema familiare. Non c’è ancora un verdetto definitivo sull’efficacia relativa della terapia familiare rispetto alla terapia individuale (Carr, 2019a e la ricerca ivi citata), anche se ciò dipende dal problema presentato e dal tipo di terapia familiare impiegata. In particolare, il parent training comportamentale (BPT), che si concentra sull’insegnare ai genitori strategie concrete per orientare e controllare il comportamento dei figli (per esempio usando la lode e la disciplina), si è dimostrato in modo convincente efficace nelle famiglie con minori con disturbi del neurosviluppo come l’ADHD (Daley et al., 2018) o l’ASD (Postorino et al., 2017). Il BPT si è dimostrato anche più efficace della terapia individuale (McCart et al., 2006), e il coinvolgimento del padre nel trattamento sembra aumentarne l’efficacia (Carr, 2019a).
Inoltre, nelle famiglie con minori con ADHD, gli interventi integrati rivolti a genitori e giovani hanno dimostrato di ridurre lo stress familiare, oltre a incidere positivamente sui comportamenti genitoriali, mentre un trattamento rivolto alla persona giovane con un coinvolgimento complementare dei genitori può migliorare la qualità delle relazioni all’interno della famiglia (Babinski and Sibley, 2021). Gli interventi familiari rivolti ai disturbi dell’umore, come l’ansia e la depressione infantili, sono più efficaci del trattamento individuale se si considerano gli esiti a lungo termine (Carr, 2019a). Ciò può valere in particolare per l’infanzia con ASD e ansia (Goger and Weersing, 2022). La terapia familiare offerta in formato multifamiliare include, integrati nell’approccio terapeutico, gli elementi di gruppo aggiuntivi del mutuo aiuto e del sostegno tra pari (Jewell and Lemmens, 2018). Vi sono prove che la terapia multifamiliare possa essere un intervento efficace in un insieme di condizioni, compresi i disturbi dell’umore, anche se la sua efficacia per l’ADHD e l’ASD in età infantile è ancora aneddotica e sono stati auspicati studi di qualità più elevata (Cook-Darzens et al., 2018; Gelin et al., 2018).
Anche la salute e il benessere umani dipendono dalla relazione tra gli esseri umani e il mondo naturale (Hartig et al., 2014; McMahan and Estes, 2015), concettualizzata talvolta come relazione con la natura (Nisbet et al., 2009), inclusione della natura nel sé (Schultz, 2002), affinità emotiva verso la natura (Kals et al., 1999) e connessione con la natura (Mayer and Frantz, 2004; Capaldi et al., 2014). Alcuni concetti sottolineano l’apprezzamento cognitivo della natura, altri l’attaccamento emotivo e la nostra dipendenza materiale dalla natura (Petersen et al., 2019). Secondo l’ipotesi della biofilia, esiste un meccanismo biologico specializzato che sostiene la nostra innata attrazione per la natura (Wilson, 1984). Infine, l’idea di una parentela tra esseri umani e natura (Harper and Doherty, 2020) non è nuova; al contrario, è rimasta per secoli al centro delle culture tradizionali e delle loro pratiche di salute mentale; si veda, per esempio, Watts (1961) sulle pratiche psicoterapeutiche orientali e occidentali.
In effetti, è noto che il tempo trascorso all’aperto ci giova in molti modi: riduce i livelli di stress, ripristina le capacità attentive (James et al., 2015) e migliora l’umore (Cooley et al., 2020). Usiamo l’espressione «effetti principali della natura» per indicare i benefici generali per la salute del contatto con la natura. Gli ambienti naturali sono considerati particolarmente benefici per bambine e bambini con tratti neuropsichiatrici come l’ADHD e l’ASD (Kuo and Taylor, 2004; Faber Taylor and Kuo, 2011; Di Carmine and Berto, 2020), così come per le famiglie in generale. Trascorrere del tempo insieme all’aperto sembra migliorare la comunicazione, che diventa più responsiva e connessa rispetto a un ambiente chiuso (Cameron-Faulkner et al., 2018).
Eppure la pratica ordinaria della psicoterapia nelle culture occidentali si basa sulla riflessione sulle esperienze e sulla loro elaborazione verbale al chiuso (Cooley et al., 2020). Tuttavia diversi gruppi di ricerca hanno sostenuto che parlare non basta e che come base della riflessione servono esperienze incarnate (Krueger, 1989; Fonagy et al., 2002; Kristmannsdottir, 2012). Gli ambienti naturali offrono ampie opportunità di riflessione e di attivazione corporea, e una recente metasintesi sul lavoro terapeutico negli spazi aperti descrive diverse precondizioni e possibili meccanismi perché ciò avvenga (Cooley et al., 2020). Innanzitutto, sia la persona in terapia sia chi conduce la terapia devono sentirsi a proprio agio nel contesto all’aperto scelto. I diversi approcci, che vanno dalle sedute di walk-and-talk nei parchi urbani alle spedizioni in zone selvagge remote, implicano diversi livelli di interazione con la natura. Anche il ruolo della natura può variare, da sfondo passivo a partecipante attivo della terapia, che offre metafore e occasioni per analizzare in tempo reale il comportamento della persona in terapia. Inoltre, l’ambiente all’aperto facilita la formazione dell’alleanza terapeutica e dà libertà di esprimere emozioni diverse, insieme alla libertà dal ruolo di paziente. È interessante notare che l’ambiente naturale offre anche a chi è in terapia l’occasione di integrare ciò che accade nella propria mente e nel proprio corpo, e a chi fa terapia quella di sintonizzarsi sul ritmo della persona in terapia (per esempio sperimentando un’empatia fisica camminando insieme allo stesso passo).
Oltre a fondarsi su precedenti approcci terapeutici sistemici e a riconoscere gli effetti che la natura ha sul nostro benessere fisiologico e mentale, nonché sulla relazione tra terapeuta e persona in terapia, il nostro lavoro si basa su precedenti esperienze di terapia familiare svolte in ambienti naturali. Già Clark and Kempler (1973) sostenevano che i risultati della terapia familiare condotta in uno studio non sempre si generalizzano alla vita quotidiana della famiglia. Lavorare all’aperto, invece, in un ambiente che somiglia a quello domestico pur differendone per alcuni aspetti chiave, offre alcuni vantaggi importanti. Per esempio, prendersi una pausa dalla vita quotidiana come famiglia e stare insieme in un ambiente naturale nuovo consente alle famiglie di ricevere un feedback da più fonti (dagli altri membri, dall’équipe terapeutica e dalle altre famiglie) e l’opportunità di mettere subito alla prova le nuove consapevolezze, con il sostegno del gruppo e dell’équipe terapeutica secondo necessità. Nella terapia familiare tradizionale, l’intervallo di tempo tra l’acquisizione di una nuova consapevolezza e la possibilità di metterla in pratica può diluire l’efficacia della terapia. Una discussione più recente sulla terapia d’avventura multifamiliare (Swank and Daire, 2010) riprende queste considerazioni e menziona ulteriori vantaggi del formato multifamiliare, come la riduzione del senso di isolamento, che di per sé porta a un miglioramento delle dinamiche intrafamiliari. Analogamente, chi firma quel lavoro sostiene che ricevere un feedback costruttivo dalle altre famiglie, unito all’osservazione del modo in cui esse interagiscono, possa anch’esso essere alla base dei cambiamenti positivi. Inoltre, l’avventura all’aperto coinvolge tutto il corpo, offrendo un’esperienza olistica in un ambiente che al tempo stesso mette alla prova e sostiene le dinamiche familiari, e rende quasi necessario aiutare gli altri e interagire con loro. Infine, condividere l’ambiente all’aperto con altre persone fornisce a chi partecipa un feedback immediato sulle proprie azioni, in un modo che può essere esaminato in seguito con il personale del programma.
Gli studi qualitativi giungono ripetutamente a osservazioni simili, che il contesto sia lo svago familiare, l’apprendimento all’aperto o la terapia all’aperto: si sostiene che partecipare ad attività d’avventura in ambienti naturali sia benefico per le famiglie perché l’ambiente nuovo le aiuta a prendere coscienza di risorse familiari fino ad allora sconosciute, rafforza i legami emotivi tra i membri della famiglia e migliora la comunicazione tra loro (Freeman and Zabriskie, 2002; Huff et al., 2003; Overholt, 2019). Alcuni meccanismi di cambiamento possono riguardare migliori capacità di ascolto tra i membri della famiglia, la pratica di prendersi delle «pause» durante le discussioni accese e l’imparare a comunicare in modo assertivo quando necessario (Liermann and Norton, 2016).
La terapia familiare all’aperto si è comunque fondata su idee teoriche diverse. Bandoroff and Scherer (1994) hanno mostrato modi di integrare le tecniche della terapia familiare strutturale nella pratica della wilderness therapy. Più precisamente, hanno sostenuto una comprensione sistemica dei processi di cambiamento e hanno argomentato che le consapevolezze acquisite come famiglia hanno maggiori probabilità di trasferirsi nella vita quotidiana rispetto agli effetti benefici sperimentati da chi è giovane quando partecipa a una wilderness therapy individuale. La terapia strutturale diretta dalla famiglia, d’altra parte, è un approccio integrativo alla terapia familiare che si basa sulle idee dell’approccio centrato sui punti di forza, in cui sono le famiglie stesse a essere rese responsabili del processo di cambiamento. Applicando questo approccio a un campo familiare terapeutico, McLendon et al. (2009) lo hanno trovato un intervento efficace per diversi problemi centrali presentati, che al tempo stesso migliorava la coesione familiare e riequilibrava i ruoli familiari.
Mentre le terapie strutturali si concentrano sui ruoli occupati dai membri della famiglia, il counseling basato sull’avventura è stato descritto anche in una prospettiva adleriana, che sottolinea il bisogno di appartenenza di bambine e bambini, notando al tempo stesso il loro obiettivo di costruire identità personali distinte da quelle della famiglia (Christian et al., 2017). Poiché questi bisogni portano talvolta chi è adolescente a comportarsi in modi non approvati dai genitori, il ruolo di chi fa counseling diventa quello di permettere ai genitori di percepire i bisogni che possono essere alla base del comportamento adolescenziale. Inoltre, DeMille and Montgomery (2016) illustrano come la terapia familiare narrativa e lo storytelling possano essere applicati nella terapia all’aperto per creare una comprensione reciproca tra adolescenti e genitori. Infine, Norton et al. (2019) descrivono modi di integrare i principi della cura informata sul trauma nella terapia d’avventura multifamiliare e ne descrivono gli effetti, come la riduzione efficace dei sintomi traumatici nell’infanzia, in particolare depressione e ansia, e il miglioramento della comunicazione all’interno delle famiglie.
Pur se ancora in misura limitata, l’avventura all’aperto è stata applicata anche nel lavoro diadico con le famiglie. Overholt (2019) descrive un intervento volto a sostenere i padri in una società in cui le aspettative legate alla genitorialità stanno cambiando e ci si attende che i padri partecipino alla cura dei figli più che in passato. Overholt (2019) ha utilizzato la teoria dell’identità per esaminare i cambiamenti nelle relazioni padre-figlio, riferendo che i principali esiti comprendevano una maggiore fiducia, comunicazione e affidamento reciproco tra padri e figli. Pur sottolineando il ruolo della natura selvaggia, Overholt (2019) si è anche chiesta se esperienze in una natura meno remota possano favorire nella stessa misura la relazione tra genitore e figlio. Adottando una prospettiva di genere leggermente diversa, Izenstark et al. (2021) hanno mostrato i benefici che il semplice camminare insieme all’aperto può avere sulle dinamiche affettive interpersonali e sulla comunicazione nelle diadi madre-figlia.
La terapia familiare all’aperto è stata anche rivolta specificamente a famiglie con minori con ADHD o ASD. Greenfield and Senecal (1995) hanno esplorato una terapia multifamiliare ricreativa per famiglie con minori con ADHD, ansia o disturbi dello sviluppo. Hanno riscontrato che le persone adulte apprendevano nuove competenze genitoriali e che le attività ricreative all’aperto erano utili per riparare i conflitti familiari. Inoltre, il formato di gruppo riduceva nei genitori il senso di isolamento, di vergogna e di imbarazzo. È stato inoltre osservato che la terapia basata sulla natura e centrata sulla famiglia migliora le interazioni tra genitori e bambine e bambini con ASD (Ramshini et al., 2018). Nella stessa direzione, la partecipazione a un campo familiare ricreativo per minori con ASD ha inizialmente migliorato diversi aspetti del funzionamento familiare, anche se la maggior parte degli effetti non differiva più dalla baseline al follow-up a 6 mesi (Wenzel et al., 2020).
Nel valutare la pertinenza dei lavori sopra citati per l’approccio descritto in questo contributo, occorre notare che gran parte di essi è stata svolta nell’ambito culturale nordamericano o australiano, che differisce per aspetti importanti dalla cultura nordica della vita all’aria aperta. L’approccio friluftsterapi (Gabrielsen and Fernee, 2014) è emblematico dello stile di vita norvegese del friluftsliv (Fernee et al., 2015) e presenta importanti somiglianze con l’approccio descritto di seguito. Tra le caratteristiche che definiscono l’approccio friluftsterapi — e che lo distinguono anche dalla visione della natura e dalle pratiche coercitive presenti nella wilderness therapy statunitense (Dobud, 2021; Harper et al., 2021) — vi sono le seguenti: (1) la natura e la relazione tra le persone partecipanti e la natura occupano un ruolo centrale, definite per aspetti importanti dall’antico codice di comportamento nordico del diritto di libero accesso alla natura (in norvegese: allemannsretten; in finlandese: jokamiehenoikeudet); (2) gli interventi sono (relativamente) brevi e si svolgono (relativamente) vicino a casa, così che i possibili cambiamenti possano essere integrati più facilmente nella vita quotidiana delle persone partecipanti; (3) queste sono coinvolte come attrici e attori attivi in tutte le decisioni che le riguardano, inclusa, soprattutto, quella se partecipare o no; (4) l’autorealizzazione come obiettivo dell’intervento è intesa come un concetto relazionale, che rimanda all’identificazione delle persone con il loro ambiente naturale (Næss, 1990, p. 8–9) e con il gruppo di cui fanno parte; e (5) gli interventi si fondano sul modello nordico di assistenza sanitaria universale, in cui le risorse economiche delle persone partecipanti non determinano chi abbia la possibilità di partecipare.
In questo articolo presentiamo esempi nordici di trasferimento di interventi multifamiliari dai contesti clinici al chiuso alla natura, concentrandoci in particolare su come tale ricontestualizzazione possa accrescere la connessione all’interno della famiglia. Descriviamo tre versioni di riabilitazione basata sulla natura in cui l’interazione sintonizzata tra genitori, altre figure di accudimento o nonne e nonni e l’infanzia è facilitata attraverso l’avventura all’aperto basata sulla mentalizzazione. Descriviamo somiglianze e differenze tra il lavoro basato sulla mentalizzazione svolto al chiuso e quello all’aperto, e concludiamo che trasferire all’aperto i nostri interventi offre vantaggi specifici. Descriviamo inoltre brevemente i percorsi causali che si ipotizza siano alla base di alcuni di questi effetti.
Dal 1994 la Foundation for the Rehabilitation of Children and Young People della Mannerheim League for Child Welfare (qui: la «Fondazione») lavora con famiglie con figli con bisogni speciali. I metodi basati sulla natura e sull’avventura sono stati essenziali nel corso degli anni nel lavoro con gruppi di famiglie e con singole famiglie. Vi hanno partecipato centinaia di famiglie — per la maggior parte con minori con tratti neuropsichiatrici legati all’ADHD e/o all’ASD — e i metodi di riabilitazione sono stati modellati per rispondere ai bisogni di questa popolazione. I servizi di riabilitazione della Fondazione sono caratterizzati dai principi del trattamento adattato ai bisogni (Need-Adapted Treatment; Alanen, 2009), un approccio integrativo (Alanen, 2009; Seikkula, 2011) che prevede di combinare con flessibilità diversi metodi terapeutici. La ricerca attuale sull’efficacia dei metodi psicoterapeutici viene seguita da vicino e applicata attivamente nella pratica clinica. Gli approcci terapeutici spaziano da quello psicodinamico alle terapie centrate sulla soluzione e alla terapia familiare sistemica.
Il nostro lavoro si fonda sulle seguenti idee: (1) un approccio relazionale (Karvonen et al., 2016) alla riabilitazione, in cui la diade persona adulta-minore è l’unità minima di intervento e la relazione tra famiglia ed équipe terapeutica è al centro; (2) una visione sistemica delle famiglie (allargate) (Cox and Paley, 1997); (3) un approccio dialogico in cui l’intervento e i suoi obiettivi sono pianificati in collaborazione tra personale curante e persone assistite (Seikkula, 2011); e (4) un lavoro basato sulla mentalizzazione, il cui obiettivo è sostenere le diadi nella co-regolazione delle emozioni in un modo che (5) offra ai genitori esperienze di successo nel sostenere i propri figli, attingendo a risorse esistenti ma forse sottoutilizzate (Asen and Fonagy, 2012). In particolare, rafforzare le capacità di mentalizzazione dei genitori nel comprendere le esperienze dei figli (Pajulo et al., 2015; Pyykkönen, 2017) è un modo efficace per influire sui loro modelli di interazione e per creare al tempo stesso flessibilità e stabilità nelle relazioni (Slade, 2005). Il nostro approccio implica una recovery olistica e centrata sulla persona (World Health Organization, 2021), in cui la dialogicità è vista come uno stile di vita, un forte impegno a instaurare una relazione dialogica con le altre persone e con la natura (Seikkula, 2011). I metodi d’avventura in uso presso la Fondazione sono descritti in Virtanen (2011).
Sebbene questi principi possano essere applicati al chiuso, lavorando con la Video Interaction Guidance (VIG; Kennedy, 2011) o con vari metodi basati su attività, preferiamo gli ambienti naturali per le ragioni indicate nell’Introduzione come «effetti principali della natura». Analogamente, nell’Introduzione sono stati descritti alcuni elementi comuni a ogni terapia d’avventura o wilderness therapy.
Gli elementi principali della terapia sistemica all’aperto basata sulla mentalizzazione (SMOT) applicata presso la Fondazione sono illustrati nella Figura 1.

Nel combinare la riabilitazione familiare all’aperto con il lavoro basato sulla mentalizzazione, applichiamo le idee centrali proposte da Asen and Fonagy (2012), compatibili con il nostro approccio relazionale (Karvonen et al., 2016; Kykyri et al., 2017) e dialogico (Anderson and Goolishian, 1992; Seikkula, 2011). Tra queste:
Lavorare all’aperto sulla base di questi principi offre alcuni vantaggi. In primo luogo, gli effetti principali della natura aiutano a creare le precondizioni per interazioni mentalizzanti (Fonagy and Target, 1997), abbassando i livelli di stress e favorendo uno stato d’animo positivo. In secondo luogo, l’avventura all’aperto offre un ambiente sicuro per sperimentare uno stress (corporeo) e superare insieme la situazione. Se uno stress eccessivo impedisce di fatto la mentalizzazione (Asen and Fonagy, 2012), noi consideriamo benefico uno stress lieve: quando è vissuto in un ambiente nuovo, stimola lo sviluppo di nuovi meccanismi di coping e offre alle famiglie l’esperienza di gestire insieme con successo la situazione. Una mentalizzazione riuscita è possibile nello stato ricettivo, ma non devono essere sempre i genitori a mantenere il controllo; per figlie e figli più grandi può essere un’esperienza di empowerment — e in linea con il loro compito evolutivo (Erikson, 1950) — gestire una certa situazione meglio dei genitori. Queste considerazioni sullo stress valgono anche per chi fa terapia, poiché facilitare le condizioni di sostegno sopra menzionate diventa difficile quando i livelli di stress aumentano.
La relazione tra stress e mentalizzazione è uno dei fattori centrali della SMOT. Nella Figura 2, lo stato mentale favorevole alla mentalizzazione è chiamato stato ricettivo (Siegel, 2012, p. 18.4–18.5). Livelli di stress eccessivi portano all’iperattivazione del sistema nervoso simpatico (stato reattivo attivo) o del sistema nervoso parasimpatico (stato reattivo passivo) (Fonagy and Luyten, 2009; Siegel, 2012, p. 18.4–18.5), e in entrambi i casi diventa impossibile relazionarsi agli altri attraverso una mentalizzazione controllata (si veda la Figura 1 in Fonagy and Luyten, 2009, per un’altra visualizzazione della stessa questione). Secondo la SMOT, l’obiettivo condiviso della genitorialità sensibile e della terapia d’avventura è ampliare l’auspicabile stato ricettivo e, con esso, aiutare bambine e bambini a imparare come reagiscono e come regolare le proprie emozioni e reazioni sotto stress.

In terzo luogo, il fatto che l’avventura e la successiva riflessione si svolgano nello stesso ambiente è benefico per le famiglie con minori con tratti neuropsichiatrici. Mentre le difficoltà esecutive possono complicare l’impegno in una psicoterapia tradizionale, l’ambiente dell’avventura può funzionare come un indizio di richiamo che facilita l’elaborazione verbale dell’esperienza. Inoltre, l’avventura all’aperto sostiene l’applicazione del ciclo di mentalizzazione (Asen and Fonagy, 2012) in tempo reale, mentre si dispiegano i processi legati alle dinamiche familiari. Con la guida del personale, i membri della famiglia hanno l’occasione di tentare di comprendere le esperienze (corporee) gli uni degli altri e, se possibile, di verbalizzarle. Infine, il formato di gruppo offre alle famiglie esempi, vissuti indirettamente, di un’interazione che funziona bene.
I tre progetti di sviluppo presentati di seguito sono finanziati dal Funding Centre for Social Welfare and Health Organizations in Finlandia. I tre esempi sono tutti interventi a bassa soglia, il che significa che per partecipare a questi servizi basati sulla natura non è richiesta alcuna diagnosi psichiatrica.
Anni di esperienza clinica presso la Fondazione hanno mostrato che, quando i figli presentano tratti neuropsichiatrici, i padri rischiano di perdere il proprio ruolo di figura di accudimento attiva. Ai padri possono mancare le competenze sociali ed emotive necessarie per mantenere uno stretto contatto con un figlio che oppone resistenza. Inoltre, le madri possono tendere a dominare l’accudimento, mentre anche le pratiche cliniche possono risultare estranee ai padri. I genitori stessi possono avere tratti neuropsichiatrici, essendo questi altamente ereditabili (Lichtenstein et al., 2010), il che di per sé incide sul loro modo di essere genitori. Anche le influenze culturali sui ruoli maschili incidono sul coinvolgimento e sugli atteggiamenti dei padri (Singh, 2003).
La fase di sviluppo del progetto «Padri e figli sugli alberi» si è svolta negli anni 2015–2017, e da allora il progetto è proseguito con cadenza annuale. Il gruppo destinatario è costituito da ragazzi tra i 10 e i 16 anni con sintomi neuropsichiatrici e dai loro padri. Gli obiettivi comprendono: (1) sostenere l’autonomia in via di sviluppo, (2) prevenire il rischio di esclusione sociale e (3) promuovere per i ragazzi attività di tempo libero significative e adatte all’età.
«Padri e figli sugli alberi» è stato proposto come intervento di gruppo. Nell’intervento principale, le diadi padre-figlio hanno partecipato ad attività d’avventura durante tre fine settimana, con pernottamento all’aperto o al chiuso. Gli incontri del fine settimana riunivano fino a sei diadi. Le diadi sceglievano tre dei quattro temi d’avventura principali, come arrampicata, canoa, escursionismo e sfide d’avventura di gruppo. I gruppi non erano chiusi e la loro composizione variava quindi da un fine settimana all’altro. Oltre agli incontri del fine settimana, le diadi hanno avuto due occasioni di provare un’attività di tempo libero a loro scelta, in base agli interessi dei figli.
Durante la fase di sviluppo (2015–2017) hanno partecipato in totale 56 diadi volontarie, e sono stati raccolti e analizzati dati di valutazione per 55 di esse. L’item chiave del Client Satisfaction Questionnaire era «La partecipazione mi è stata utile». In totale, il 64% dei figli (n = 50) e il 90% dei padri (n = 51) si sono detti d’accordo o del tutto d’accordo. Nell’intervista successiva, padri e figli hanno riferito cambiamenti positivi nella loro relazione e nella qualità della loro interazione, oltre a un miglioramento delle capacità dei figli di autoregolazione emotiva e di condotta sociale (Lyytinen, 2018).
L’apparente successo del progetto dipende probabilmente da diversi fattori. La genitorialità intuitiva (Parsons et al., 2017) indica una disposizione universale, biologicamente radicata, a prendersi cura dei bambini. Il programma d’avventura offre ai padri questa possibilità e rafforza l’interazione sintonizzata delle persone partecipanti (Kennedy, 2011), cioè una relazione armoniosa, responsiva e reciproca. Durante e dopo l’esperienza intensa, le diadi possono vivere momenti di intersoggettività secondaria, un processo in cui si sperimentano ed esprimono emozioni in un dialogo (Trevarthen, 2009; Hughes, 2011). Le attività d’avventura comportano un rischio percepito (Harper et al., 2019) e rafforzano la mentalizzazione dei padri, che vogliono proteggere i figli dal rischio che anch’essi percepiscono. Infine, il formato di gruppo offre la possibilità di discutere spontaneamente di temi importanti con i pari.
Ragazza, sei una perla! (GYAP, dall’inglese) è stato un progetto triennale (2018–2021) dedicato a sostenere la relazione tra figlie adolescenti e le loro madri, rivolto a ragazze con problemi di salute mentale iniziali. Oltre a essere di per sé prezioso, sostenere la relazione madre-figlia mira a rafforzare la salute mentale delle ragazze come strumento di prevenzione primaria.
Il formato del progetto prevedeva tre incontri di gruppo, sei incontri individuali e la collaborazione con la sanità scolastica, i servizi sociali e l’assistenza medica specialistica. Le sedute integravano metodi basati sulla mentalizzazione, come la VIG, attività di arteterapia ed esperienze condivise nella natura.
Quando alle diadi è stato chiesto di indicare i propri obiettivi di partecipazione, le tre risposte più frequenti sono state: (1) una connessione emotiva più forte, (2) una migliore comunicazione e (3) più tempo trascorso insieme. In totale, il 90% delle persone che hanno risposto ha ritenuto che la partecipazione abbia aiutato a raggiungere i propri obiettivi.
GYAP mira a sostenere uno dei compiti evolutivi più importanti dell’adolescenza: diventare indipendenti (Steinberg, 1990; Coleman, 2011). Nel crescere un’adolescente o un adolescente, occorre lasciare spazio all’indipendenza ed equilibrarla con la definizione di limiti e l’offerta di sostegno (Steinberg, 2001; Collins and Laursen, 2004; Coleman, 2011). La relazione con la madre è di importanza fondamentale nello sviluppo dell’autostima delle ragazze adolescenti (Näre, 2010). Le figlie si identificano con le madri, il che dà sicurezza, ma può ostacolare il loro sviluppo come donne indipendenti (Rutanen, 1982). Una comunicazione efficace e aperta e la connessione emotiva erano quindi essenziali; in GYAP, sono sostenute dall’uso del counseling VIGMLL®. La VIG ha inoltre aiutato le madri a diventare più consapevoli delle proprie capacità di costruire una connessione reciproca con le figlie.
Per quanto riguarda gli effetti della natura in GYAP, l’attività fisica all’aperto e uno stato di flow indotto dalla natura contribuiscono a ridurre l’ansia (Humberstone, 2013; Korpela et al., 2014; Mao et al., 2020), sintomo frequente nelle ragazze. Il tempo trascorso all’aperto può creare esperienze trascendenti, come la sensazione di essere tutt’uno con la natura, che possono condurre allo stato di flow. Inoltre, le attività di gruppo sono particolarmente adatte all’adolescenza, che porta con sé il bisogno evolutivo di stare con i pari (Bandoroff and Scherer, 1994). Il sostegno tra pari è stato un elemento chiave del progetto, sia per le madri sia per le figlie.
Le esperienze condivise nella natura e le attività d’avventura offrono le condizioni per dimostrare competenza e superare limiti autoimposti. L’immagine di sé migliora attraverso lo sviluppo dell’autoefficacia e delle capacità di autoregolazione (Bandoroff and Scherer, 1994). Meccanismi come questi sostengono la salute mentale delle figlie e la visione che le madri hanno di sé come genitori capaci.
Essere nonna o nonno di minori con bisogni speciali è una situazione di vita nuova e stressante, con un potenziale di conflitto con i propri figli (Klasén McGrath, 2008). Suscita sentimenti che vanno dall’orgoglio e dalla gioia al lutto per le opportunità perdute, dall’incertezza sul futuro del minore alla rabbia per l’ingiustizia e alla vergogna sociale legata allo stigma (Hillman, 2007; Fiske et al., 2014). D’altra parte, può offrire un senso di significato inestimabile per queste persone quando affrontano i compiti di vita dell’età adulta II: riscoprire la propria identità e trovare nuovi modi di rendersi utili (Erikson, 1950; Bateson, 2010).
Eppure gli interventi rivolti a nonne e nonni sono tanto necessari quanto scarsi (Hillman, 2007; Fiske et al., 2014; Zakirova-Engstrand et al., 2021). Questa generazione ha bisogno sia di informazioni sia di competenze legate alla cura dell’infanzia (Klasén McGrath, 2008; Zakirova-Engstrand et al., 2020). Inoltre, sia queste persone sia l’infanzia dello spettro neuropsichiatrico traggono beneficio dal fare attivamente delle cose insieme (Wright et al., 2012; Pandya, 2020), soprattutto quando l’attenzione è rivolta ai punti di forza di bambine e bambini (Wright et al., 2011).
Nel bosco tra generazioni (OWGG, dall’inglese) si fonda su queste idee e applica la SMOT per offrire esperienze d’avventura riabilitative a diadi o triadi intergenerazionali nella natura vicina, con lo scopo di rafforzare le loro relazioni reciproche e la connessione con la natura. Inoltre, alla generazione più anziana viene offerta una psicoeducazione in formato di gruppo (secondo Zakirova-Engstrand et al., 2021). Il percorso OWGG consiste in due uscite nella natura vicina, in un gruppo che riunisce le due generazioni, abbinate a due incontri di gruppo di discussione riservati alle nonne e ai nonni. Il progetto è attualmente in corso (2020–2022).
I risultati preliminari mostrano che l’intervento aiuta nonne e nonni a comprendere meglio le nipoti e i nipoti, fornisce loro competenze applicabili e accresce la loro compassione nei confronti della generazione più giovane. Riteniamo che vi siano diversi meccanismi causali sottostanti. In primo luogo, la psicoeducazione, i gruppi di discussione e le esperienze positive condivise possono portare questa generazione a vedere l’infanzia in una luce più equilibrata e positiva di prima. In secondo luogo, la soglia di accesso al gruppo di discussione si abbassa offrendo prima alle due generazioni un’esperienza condivisa nella natura in formato di gruppo. Inoltre, condividere esperienze con la generazione più giovane, e poter insegnare e imparare, costituisce una risposta parziale ai compiti di vita che la generazione più anziana si trova ad affrontare (Bateson, 2010).
L’ambiente del bosco offre alcuni vantaggi specifici. Molte nonne e molti nonni sono abituati a una cultura della vergogna sociale legata al comportamento delle nipoti e dei nipoti (per esempio il rumore nei luoghi pubblici), ma la natura è indulgente a questo riguardo, il che rende più facile per le persone partecipanti concentrarsi le une sulle altre. Poiché i tratti neuropsichiatrici sono in larga misura ereditabili (Lichtenstein et al., 2010), è ben possibile che la generazione più anziana condivida le caratteristiche di quella più giovane. Per questo cerchiamo di condurre i gruppi di discussione nella natura, il che consente di muoversi più liberamente e di fare pause quando serve. Inoltre, nonne e nonni fungono da agenti di trasmissione culturale, aiutando l’infanzia a costruire una relazione con la natura. Possono consigliare e accompagnare la generazione più giovane nell’apprendimento di importanti competenze pratiche e interpersonali, ed esperienze come queste possono integrarsi come voci polifoniche verticali (Seikkula, 2008) che daranno a bambine e bambini forza e conforto nei momenti difficili della vita futura: attraverso tali esperienze, l’infanzia porta sempre con sé, lungo tutta la vita, le proprie nonne e i propri nonni.
Abbiamo sostenuto che la terapia d’avventura basata sulla mentalizzazione offre alcuni vantaggi specifici rispetto al lavoro al chiuso, in gran parte per la natura concreta e incarnata delle attività d’avventura. Il nostro approccio può essere applicato nella natura vicina, secondo la via del friluftsliv (Fernee et al., 2015), per la quale le attività all’aperto non richiedono attrezzature costose né competenze tecniche. La natura vicina è accessibile, il che rende la pratica all’aperto efficiente in termini di tempo e di costi. Per le famiglie è anche più facile mantenere attività all’aperto simili dopo l’intervento, conservando così nel tempo i possibili benefici e realizzando quindi un cambiamento sistemico duraturo.
La SMOT presenta alcune somiglianze con gli approcci legati alla programmazione d’avventura e alla wilderness therapy descritti nell’introduzione. Il carattere olistico della terapia d’avventura e i diversi vantaggi del lavoro con gruppi di famiglie (Swank and Daire, 2010) valgono pienamente anche per il nostro lavoro. L’attenzione alle risorse delle famiglie, di cui forse all’inizio non erano consapevoli, è un altro fattore comune tra la SMOT e i lavori precedenti (Freeman and Zabriskie, 2002; Huff et al., 2003; Overholt, 2019). Vi sono anche parallelismi con l’approccio adleriano (Christian et al., 2017): per noi è di importanza centrale tenere sempre presenti i bisogni delle persone partecipanti e usare concetti intenzionali (che rimandano a stati mentali) come spiegazioni del comportamento. D’altra parte, la SMOT contrasta nettamente con le idee della terapia familiare strutturale (Bandoroff and Scherer, 1994): per noi il ruolo di chi conduce la terapia è molto meno direttivo (cf. «indifferenza positiva», Virtanen, 2011, p. 67) e il nostro lavoro si basa molto di più sul dialogo con le persone partecipanti. Sotto questi aspetti, molte delle idee della terapia d’avventura informata sul trauma proposte da Norton et al. (2019) possono essere considerate premesse condivise con la SMOT. Tuttavia anche le idee di enactment e di intensità terapeutica (Bandoroff and Scherer, 1994) si applicano alla SMOT: la prima così com’è, la seconda come un livello di stress favorevole alla mentalizzazione.
La via del friluftsliv e, a fortiori, l’approccio norvegese friluftsterapi (Gabrielsen and Fernee, 2014) sono punti di riferimento particolarmente importanti per la SMOT. Come il friluftsterapi, il nostro approccio è più incentrato sulle relazioni tra le persone partecipanti e meno sull’autorealizzazione individuale rispetto alla tradizione statunitense della wilderness therapy. Si può sostenere che la SMOT, con la sua attenzione esplicita alla mentalizzazione e il suo punto di vista sistemico sulla situazione di vita della persona, spinga la comprensione relazionale ancora un passo più in là rispetto alla via del friluftsterapi. Nella SMOT l’unità minima di intervento è una diade composta da una bambina o un bambino e una persona adulta, mentre gli interventi di friluftsterapi sono tradizionalmente rivolti a gruppi di giovani presi singolarmente, e includono genitori e rete sociale solo nella giornata introduttiva e nel seminario conclusivo (Fernee et al., 2019).
Più sopra sono state menzionate alcune differenze tra i modelli statunitense e nordico di wilderness therapy (si veda l’elenco numerato nell’Introduzione). Queste differenze sono collegate tra loro, anche se a prima vista ciò può non essere evidente. Si considerino la durata e il luogo dell’intervento, e il loro rapporto con il modo in cui l’autorealizzazione è interpretata nelle tradizioni statunitense e nordica: nella prima, le persone in cura vengono allontanate dalla propria rete sociale e dal proprio ambiente — talvolta con la forza — e portate in lunghe spedizioni in zone selvagge remote (Harper, 2017), mentre nella seconda lo stretto contatto con la rete sociale immediata è centrale e gli interventi si svolgono nella natura vicina. Poiché la tradizione americana mira originariamente a promuovere la crescita dell’individuo come persona, l’approccio individualistico e l’allontanamento della persona dalla famiglia sono comprensibili. Nella via del friluftsterapi e nella SMOT, invece, l’attenzione è rivolta in modo più esplicito alla relazione tra le persone e il loro ambiente naturale (Næss, 1990, p. 8–9). Svolgere l’intervento vicino a casa è quindi ragionevole, perché nella pratica rende più facile per giovani e famiglie partecipanti integrare le pratiche del friluftsterapi/della SMOT nella propria vita quotidiana. Inoltre, lavorare in gruppi multifamiliari favorisce il senso di comunità: le famiglie non devono farcela da sole, ma possono offrire e ricevere sostegno ed entrare in contatto con altre che forse si trovano in una situazione di vita simile. Spesso incoraggiamo esplicitamente le famiglie a restare in contatto dopo la conclusione del percorso di riabilitazione, come mezzo per mantenere la connessione nel tempo.
Infine, su scala globale abbiamo raggiunto un culmine devastante (IPCC, 2021), al punto che l’approccio relazionale deve urgentemente essere esteso a tutte le creature viventi della natura più-che-umana. Hendersson and Wamsler (2020) chiedono un nuovo percorso verso una società più consapevole e connessa, caratterizzata dalla cooperazione e dall’interessere invece che dalla ricerca individualistica del profitto e dal dominio umano sulla natura. Essere dialogici come stile di vita è un modo di concettualizzare questo approccio relazionale olistico (Seikkula, 2011), unito alla comprensione e alla pratica dell’autorealizzazione di Næss (1990).
Da un punto di vista etico, accrescere i comportamenti pro-ambientali attraverso il contatto con la natura e migliorare le relazioni all’interno delle famiglie e tra le famiglie è la strada verso comunità rigenerative e autosufficienti. Per genitori, nonne e nonni, poche cose nella vita sono tanto appaganti quanto la capacità di nutrire, proteggere e calmare il proprio figlio o nipote. Rafforzare la connessione e l’attaccamento all’interno della famiglia può avere un impatto positivo sulle generazioni future, sulle comunità locali e sulla società in generale. Sviluppando pratiche sanitarie all’aperto praticabili, autosostenibili ed etiche, cerchiamo di co-creare un nuovo percorso che porti la riabilitazione familiare dai contesti al chiuso, talvolta limitanti, all’esplorazione delle possibilità che attendono di essere scoperte nella natura vicina. Proponiamo che i servizi sanitari si adattino rapidamente e radicalmente per rispondere meglio alla complessità dei bisogni delle famiglie, laddove una ricontestualizzazione delle pratiche psicologiche individualistiche, basate sulla parola e svolte al chiuso, verso interventi all’aperto sistemici, olistici, esperienziali e centrati sulla famiglia possa favorire la connessione nella e con la natura.
Complexe Systémique: punti chiave
Questo testo non dimostra nulla, e lo dice: è una descrizione della pratica, con dati di soddisfazione e risultati preliminari. Il suo interesse sta altrove, nella coerenza di un dispositivo che prende sul serio il contesto. Cambiare luogo significa cambiare le regole dell’interazione: all’aperto la famiglia agisce prima di parlare, il genitore vede il figlio riuscire là dove lui o lei fallisce, e ciò che si dispiega può essere ripreso subito, sul posto, con le altre famiglie. La teoria proposta è semplice e utile per la clinica: uno stress lieve e condiviso, in un contesto sicuro, allarga la finestra in cui la mentalizzazione resta possibile, mentre uno stress eccessivo la chiude. Il modello nordico si distingue inoltre dalla wilderness therapy nordamericana, criticata per le sue pratiche coercitive: interventi brevi, vicino a casa, consensuali, con la diade persona adulta-minore come unità minima. Restano aperte alcune questioni: progetti connotati per genere (padri-figli, madri-figlie) e assenza di un gruppo di confronto. Da leggere insieme a l’articolo sull’etica della pratica centrata sulla soluzione all’aperto e a lo studio sull’apprendimento della mentalizzazione attraverso la video guidance.
Note dell’originale
Contributi di autrici e autori. Tutte le persone firmatarie hanno contribuito all’elaborazione delle idee e hanno rivisto il manoscritto finale.
Finanziamento. I tre progetti di sviluppo presentati in questo contributo sono stati finanziati dal Funding Centre for Social Welfare and Health Organizations (STEA).
Conflitto di interessi. Chi firma l’articolo dichiara che la ricerca è stata condotta in assenza di qualsiasi rapporto commerciale o finanziario che possa essere interpretato come un potenziale conflitto di interessi.
Nota dell’editore. Tutte le affermazioni espresse in questo articolo sono esclusivamente di chi lo firma e non rappresentano necessariamente quelle delle organizzazioni di appartenenza, né quelle dell’editore, della redazione e di chi ha svolto la revisione. Qualsiasi prodotto che possa essere valutato in questo articolo, o qualsiasi affermazione che possa essere fatta dal suo produttore, non è garantito né approvato dall’editore.
Ringraziamenti. Chi firma l’articolo desidera ringraziare le colleghe e i colleghi pieni di risorse della Fondazione e del Sørlandet Hospital per tutte le discussioni, la collaborazione, le risate e le lacrime che hanno reso possibile questo testo. MM desidera dedicare questo contributo a suo nonno, scomparso durante la stesura, con il quale condivide la passione per l’avventura e l’amore per la vita. È come dice Seikkula: le voci delle nostre nonne e dei nostri nonni sono qualcosa che noi, le generazioni più giovani, portiamo sempre con noi nel corso della vita.
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Traduzione non ufficiale in italiano di Restoring Connectedness in and to Nature: Three Nordic Examples of Recontextualizing Family Therapy to the Outdoors, di Markus T. Mattsson, Carina Ribe Fernee, Kanerva Lehmuslaakso e Pekka Lyytinen, Frontiers in Psychology, vol. 13, art. 768614 (2022), doi: 10.3389/fpsyg.2022.768614, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.
Questa è una traduzione non ufficiale in italiano dell’articolo originale «Restoring Connectedness in and to Nature: Three Nordic Examples of Recontextualizing Family Therapy to the Outdoors», pubblicato in Frontiers in Psychology (2022) con licenza CC BY 4.0. Tradotta da Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Mattsson, M. T., Fernee, C. R., Lehmuslaakso, K., e Lyytinen, P. (2022). Restoring Connectedness in and to Nature: Three Nordic Examples of Recontextualizing Family Therapy to the Outdoors. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/restoring-connectedness-in-and-to-nature-three-nordic-examples-of-recontextualizing-family (Opera originale pubblicata nel 2022 in Frontiers in Psychology, 13, 768614 (2022); ripubblicata nel 2022 da Frontiers in Psychology, https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2022.768614/full)
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