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Australian and New Zealand Journal of Family Therapy · Terapia familiare

Decostruire la teoria, impegnarsi nella pratica

Dopo tre decenni di scritti su Derrida e Levinas nella terapia familiare, Glenn Larner invita a tenere la teoria «con leggerezza e irriverenza». Decostruire, ricorda l’articolo, non significa demolire il modernismo per erigere un nuovo edificio postmoderno, ma praticare un’etica dell’ospitalità che accoglie più linguaggi terapeutici insieme. La posizione «paramoderna» colloca il sapere e il non sapere su un unico spettro, e l’etica prima dell’epistemologia.

Autrici e autori Glenn Larner (School of Psychology and Public Health, La Trobe University, Melbourne, Australia)Prima pubblicazione Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 22 febbraio 2026Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale assistita dall’IA

Traduzione non ufficiale in italiano di Deconstructing Theory, Engaging Practice, di Glenn Larner, pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (Wiley) (2026), doi: 10.1002/anzf.70068, con licenza CC BY 4.0. Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale: il testo originale è stato tradotto in italiano e impaginato, il che costituisce una modifica dell’opera ai sensi della licenza. I punti chiave collocati dalla rivista sotto l’abstract non sono riprodotti separatamente. La traduzione non è stata realizzata né da chi firma l’articolo né dall’editore, che non rispondono del suo contenuto né di eventuali errori. Fa fede la versione originale.

Ciò che sappiamo conta meno di come lo sappiamo, quando l’etica del nostro sapere viene prima dell’epistemologia o della teoria.

Glenn Larner

Abstract

Questo articolo riprende le annose differenze tra teoria moderna e teoria postmoderna nella terapia sistemica e familiare e ne discute le implicazioni per la pratica. Basandosi sulla concezione derridiana della decostruzione come relazione etica, propone una posizione ospitale che tiene la teoria con leggerezza e irriverenza, aprendo la pratica a molteplici forme di teoria e di sapere. Questa postura etica precede l’epistemologia: per la pratica, la priorità non è tanto che cosa sa chi fa terapia, quanto come lo sa. L’articolo mette in luce i benefici della terapia postmoderna, con la sua enfasi sulla pratica collaborativo-dialogica, sul linguaggio, sul non sapere e sulla relazionalità, sostenendo però che rischia di diventare l’ennesima ortodossia, precludendo il pluralismo e il dialogo che intendeva promuovere. Le esigenze della pratica contemporanea richiedono di applicare sensibilità moderne e postmoderne, attingendo in modo flessibile a modelli basati sull’evidenza, alle neuroscienze e a quadri informati sul trauma, così come ad approcci postmoderni quali la terapia narrativa, la pratica collaborativo-dialogica e il pensiero sistemico. L’articolo propone una posizione paramoderna nei confronti della teoria come ponte decostruttivo, che riconosce il valore duraturo degli approcci terapeutici moderni accogliendo al tempo stesso le prospettive relazionali, contestuali e dialogiche del postmodernismo. In quest’ottica, la conoscenza può essere vista come uno spettro di sapere e non sapere, in cui l’uno informa l’altro e vi abita, anziché contrapporsi in forma binaria. Si sostiene una prospettiva del realismo critico e della decostruzione che preserva le intuizioni del costruzionismo sociale, restando flessibile rispetto alla teoria e irriverente nel contestarne i presupposti antirealisti. Infine, la decostruzione invita a una pratica sistemica fondata su un’etica dell’ospitalità, che considera la teoria una risorsa per la pratica terapeutica. Ciò legittima modelli e metodologie diversi: decostruire la teoria significa impegnarsi nella pratica in modo flessibile, ancorato alla scienza moderna della terapia e, al tempo stesso, sintonizzato sul piano relazionale, collaborativo ed eticamente responsabile.

Punti chiave

  • Decostruire la teoria non significa smantellare e sostituire un quadro come il modernismo, ma praticare un’etica dell’ospitalità in cui ciò che conta di più non è che cosa sappiamo, ma come sappiamo in relazione agli altri.
  • La terapia familiare postmoderna rischia di riprodurre la stessa egemonia che critica, cercando di sostituire il modernismo con una nuova ortodossia teorica.
  • Una posizione paramoderna nei confronti della teoria offre un ponte decostruttivo che tiene insieme il pensiero moderno e quello postmoderno nonostante la dissonanza, onorando la pratica scientifica e basata sull’evidenza e restando al tempo stesso sistemica, relazionale, dialogica e collaborativa.
  • Sapere e non sapere si collocano su uno spettro in cui la conoscenza e la competenza moderne possono coesistere con un approccio terapeutico postmoderno e collaborativo e informarlo, e viceversa.
  • Una prospettiva del realismo critico e della decostruzione preserva le intuizioni delle versioni moderate del costruzionismo sociale, includendo al tempo stesso versioni non ingenue del realismo.
  • Un approccio terapeutico sistemico integrativo ed eticamente fondato, radicato nell’ospitalità, nella pluralità e nell’irriverenza, è quello che risponde meglio alla complessità della pratica contemporanea.

1 Introduzione

Devo ammettere di trovarmi in una posizione piuttosto curiosa nel parlare di decostruzione della teoria, dopo aver scritto di teoria nella terapia familiare per tre decenni, in particolare in relazione a pensatori impegnativi come i filosofi francesi Jacques Derrida ed Emmanuel Levinas (Larner 1994, 1995, 2004, 2010, 2011, 2022). Ma, in un certo senso, ho raggiunto l’altra estremità e, forse come altre figure della terapia familiare, tra cui Peter Rober (2024), la teoria per me c’è di sicuro, ma più sullo sfondo. Alla fine, la pratica è al centro, ma è stata la teoria, e la decostruzione come relazione etica, a portarmi in gran parte fin lì. Mi spiego.

Una decina d’anni fa o poco più, notai il cartello di uno studio di architettura vicino a dove vivo, a Freshwater, sulle spiagge settentrionali di Sydney, in Australia, davanti a un club della Returned Services League (RSL) chiamato Harbord Diggers, che diceva Deconstructed Diggers: Building Our Legacy. L’idea era abbattere un vecchio edificio e sostituirlo con qualcosa di migliore. Ne nacque infine una nuova struttura fantastica1 che comprendeva un club, una palestra, residenze di alto livello per persone anziane e ristoranti. Bene! Ma mi incuriosiva il modo in cui la complessa filosofia della decostruzione, che aveva influenzato numerose discipline, tra cui la filosofia, gli studi letterari, la sociologia e persino l’architettura, si fosse ridotta, nell’immaginario popolare, alla semplice idea di abbattere le cose per poter ricostruire, soprattutto quando ciò era in completo contrasto con il suo ideatore, Jacques Derrida.

Ora, la terapia familiare, specialmente nella sua fase postmoderna, per molte persone ancora attuale (Smoliak et al. 2026; Anderson and Gehart 2023), riproduce questa idea popolare della decostruzione quando cerca di abbattere un’idea modernista, scientifica e realista del mondo, del sé e della conoscenza per sostituirla con un’epistemologia postmoderna come quella fondata sulla teoria della costruzione sociale (McNamee and Gergen 1992; Gergen 2018). Come affermava Lynn Hoffman (1992) diversi decenni fa, l’obiettivo del progetto postmoderno in terapia è «smantellare i fondamenti filosofici del pensiero occidentale», con l’implicazione «che il modernismo è ormai morto» (p. 7). Come ho scritto in passato, ciò rischia di perpetuare «la stessa politica divisiva e la stessa egemonia di una posizione teorica che marginalizza, esclude e sostituisce i punti di vista alternativi, che è precisamente ciò che le terapie relazionali criticano della terapia moderna» (Larner 2011, 685). Analogamente, Carmel Flaskas (2002), nel suo libro Family Therapy: Beyond Postmodernism, nota il paradosso per cui, mentre la ragion d’essere della teoria postmoderna è promuovere molteplici prospettive, conversazioni e possibilità, essa instaura «un dualismo oppositivo che porta a una dinamica di censura delle concezioni “moderniste”» (p. 91). È interessante che Flaskas (2002) concluda dando priorità alla «diversità teorica» e alle «realtà quotidiane della pratica terapeutica» (p. 185), il che rispecchia molto il posizionamento di questo articolo.

Come parte di una schiera crescente di figure della terapia familiare di orientamento integrativo (ad es., Dickerson 2010; Lebow 2019; Pinsof et al. 2011; Russell and Breunlin 2019; White and Owen 2022), ritengo che adottare una forte sensibilità postmoderna esclusiva limiti inutilmente l’accesso a un’ampia gamma di teorie, conoscenze, modelli e approcci moderni che possono aiutare ad affrontare la complessità dei bisogni di salute mentale nel mondo contemporaneo. Un esempio emblematico è la necessità di considerare la «realtà» dei disturbi alimentari, che richiede una valutazione più sfumata dell’epistemologia costruzionista attingendo a prospettive co-costruttiviste e del realismo critico (Donovan and Khor 2026). Questo sentire è oggi sempre più condiviso, man mano che il campo ha adottato un approccio più flessibile e integrativo alla teoria, alla ricerca e alla pratica (ad es., Lorås et al. 2023), che ha portato «i quadri scientifici moderni e i quadri relazionali postmoderni in un rapporto di lavoro più stretto» (Larner 2022, 57). Ciò si adatta senz’altro al lavoro su problemi di salute mentale come la depressione adolescenziale e il rischio suicidario, che richiedono un approccio integrativo multiforme che combini terapia individuale e terapia familiare (Larner 2003, 2009a).

Mentre nella terapia familiare sono stati sviluppati modelli formali di integrazione, il mio approccio è consistito nel costruire un ponte teorico decostruttivo tra moderno e postmoderno, che chiamo paramoderno, fondato su un’etica dell’ospitalità (Larner 1994, 2003, 2009b, 2010). Esso poggia sulla filosofia della decostruzione di Derrida e sugli scritti di Emmanuel Levinas, che ho inteso (paradossalmente, servendomi della teoria) come un modo di anteporre la relazione etica e la pratica a qualsiasi impegno preliminare verso un’epistemologia o una teoria. Ciò mi permette di fare tutto il possibile, come terapeuta, per alleviare la sofferenza psichica di un’altra persona, che ciò derivi da un quadro terapeutico moderno o postmoderno.

Vorrei tuttavia sottolineare che il costruzionismo sociale è parte essenziale del mio modo di pensare e praticare la terapia familiare. Aderisco pienamente all’idea che la nostra conoscenza del mondo sia socialmente costruita in diverse comunità culturali e discorsive e che possiamo concepire il sé come un essere relazionale fondato sulla narrazione, sul linguaggio, sul dialogo e sul racconto (Gergen 1999). Tuttavia, vedo anche il valore di una comprensione realista scientifica moderna del mondo, e di un sé o di una soggettività indipendenti, così come li descrivono la filosofia, la psicologia e le neuroscienze moderne (Larner 2008), e, come altre persone che praticano la terapia familiare, nella pratica riesco a convivere con la dissonanza. Ciò mi porta decisamente verso una posizione di realismo critico come quella di David Pocock (2024) nel suo recente, eccellente libro, e la considero anche una posizione etica che deriva dalla mia lettura della filosofia decostruttiva. Questo posizionamento tiene inoltre conto del realismo etico descritto da Bøe et al. (2024).

Per cominciare, vorrei presentare una retrospettiva del mio percorso teorico nella terapia familiare e invitare chi legge a fare la propria, come esercizio utile. Essa descrive la mia immersione nel pensiero e nella pratica costruzionisti sociali come illustrazione di come la decostruzione operi dall’interno di un testo, di una teoria o di un quadro, ampliandone il significato anziché smantellarlo dall’esterno. Come sosterrò, si tratta di un movimento etico che apre la differenza anziché chiuderla e rende disponibili molte teorie, molti linguaggi e molte metafore nella pratica della terapia, il che coglie in larga misura lo spirito di ciò che significa oggi una pratica sistemica e integrativa.

2 Confrontarsi con il costruzionismo sociale

Il mio percorso terapeutico è cominciato a metà degli anni Settanta con la terapia del gioco kleiniana e la terapia familiare delle relazioni oggettuali, compresa un’esperienza personale di psicoanalisi. Nello stesso periodo stavo completando la formazione in psicologia clinica e cominciai anche a leggere le figure pioniere della terapia familiare, tra cui Satir,2 Minuchin, Haley, Bowen e Watzlawick, per passare poi a Bateson, de Shazer e alla terapia sistemica di Milano (Larner 2022). Nel 1990 ebbi la fortuna di partecipare a Sydney a un seminario di due giorni con Harry Goolishian (1990) e ne trassi un’ispirazione straordinaria, leggendo avidamente voci costruzioniste sociali come Anderson e Goolishian (1988), McNamee e Gergen (1992), Harlene Anderson (1997) e John Shotter (1999). Mi trovai d’accordo con la critica di McNamee e Gergen (1992) al quadro moderno del terapeuta-scienziato, che patologizzava le persone, promuoveva un’epistemologia realista ed empirista esclusiva e svalutava le comprensioni contestuali, spirituali, indigene, femministe, sociali, culturali e comunitarie del sé, della terapia e della salute mentale.3

Finii per scrivere diversi articoli che applicavano idee narrative e costruzioniste sociali alla terapia familiare (Larner 1996, 2000) e curai insieme ad altri un libro sugli approcci collaborativi in psicologia e in terapia (Pare and Larner 2004), che comprende capitoli di figure chiave del movimento costruzionista sociale. E queste idee continuano a ispirarmi ancora oggi, soprattutto come sfondo di un approccio dialogico contemporaneo nella terapia familiare (Seikkula 2011; Larner 2015). Mantengo un interesse costante per gli scritti di Ken Gergen, Sheila MacNamee e di altre persone del Taos Institute, di cui faccio parte (The Taos Institute https://www.taosinstitute.net/), così come per le applicazioni contemporanee della terapia collaborativa proposte da figure come Anderson e Gehart (2007, 2023).

3 Decostruire il postmodernismo

Tuttavia, nonostante la mia propensione per le idee costruzioniste sociali moderate (Pocock 2024), mi resi conto che limitarsi ad abbattere un paradigma realista scientifico moderno per sostituirlo con un edificio costruzionista sociale postmoderno (un po’ come la ricostruzione del Diggers) rischiava di ripetere la tracotanza e la violenza di un modernismo esclusivo. È ciò che Derrida (1998) chiama la politica della lingua, come quando i governanti coloniali britannici sostituirono in Irlanda i nomi gaelici delle strade con nomi inglesi.4 Come ho osservato in un articolo precedente: «Nel suo libro Monolingualism of the Other, Derrida (1998) dice: “Ogni cultura si istituisce attraverso l’imposizione unilaterale di una qualche ‘politica’ della lingua. Il dominio comincia, come sappiamo, con il potere di nominare, di imporre e legittimare denominazioni” (p. 39)» (Larner 2015, 436).

A suo tempo, il modernismo soppiantò, a favore di uno spirito del tempo razionale e scientifico-empirico, i modi di conoscere prescientifici, spirituali, religiosi, indigeni e non occidentali, con cui una terapia familiare decolonizzata ha più di recente cominciato a confrontarsi (cfr. Johnston and Robinson (2026), in corso di stampa). Ma, secondo la mia lettura, sembrava che il postmodernismo esprimesse uno zelo imperialista analogo, ed è per questo che Derrida negò spesso di essere un postmoderno, sostenendo che è impossibile uscire da un quadro filosofico occidentale moderno fondato sulla ragione senza ricadervi, in un intreccio di paradosso e contraddizione (Larner 1994, 2010). In parole semplici: per decostruire abbiamo bisogno della ragione, della logica e dell’argomentazione della tradizione logocentrica occidentale!

Questo ispirò un articolo intitolato «Paramodern Therapy: Deconstructing Postmodernism» (Larner 1994), che cerca di affrontare la frattura teorica tra posizioni moderniste e postmoderniste sostenendo che, nella pratica, buona parte della terapia familiare adotta una posizione più pragmatica, al tempo stesso moderna e postmoderna, secondo la logica «sia/sia» anziché «o/o». Come scrivevo allora:

Quanto precede suggerisce, nella letteratura di terapia familiare, un terzo termine decostruttivo per esprimere il gioco tra binari come moderno/postmoderno. Il prefisso «para» forma composti che significano sia «accanto» sia «oltre», ad es. paramedico, paranormale (The Australian Pocket Oxford Dictionary 1984, 490). Il paramoderno è sia il moderno sia il postmoderno. Non è né l’uno né l’altro, ma sia l’uno sia l’altro (Larner 1994, 14).

Così, pur rispettando un quadro modernista, ci si protende verso il postmoderno come parte di quello che oggi potremmo chiamare un approccio teorico integrativo post-postmoderno, come descriverò più avanti.

Un processo simile caratterizza le arti contemporanee. Così il regista Peter Greenaway (2010), nella sua visionaria installazione multimediale sul dipinto dell’«Ultima Cena» di Leonardo, decostruisce e ricontestualizza il classico rinascimentale per il pubblico contemporaneo mediante tecnologie digitali come il cinema, la luce, la musica e le proiezioni. In musica, Max Richter ricompone il classico barocco «Le quattro stagioni» di Vivaldi come un brano elettronico minimalista che lo trasporta nell’epoca contemporanea. Allo stesso modo, nel jazz si portano gli standard moderni in spazi di libera improvvisazione restando ancorati alla musica originale. L’eminente contrabbassista jazz Christian McBride parla dell’importanza dell’eredità: tenere un piede nella tradizione permettendo al contempo alla musica di andare avanti.

Analogamente, come sosterrò, la terapia familiare può ancorare un approccio sistemico, collaborativo e dialogico contemporaneo nella tradizione e nella scienza moderne della terapia familiare. E ciò rispecchia bene il punto in cui si trova oggi la disciplina, in cui approcci sistemici, costruzionisti sociali, narrativi e scientifici basati sull’evidenza convivono fianco a fianco, come mostra la lettura di qualsiasi rivista contemporanea di terapia familiare come questa. Qui le riviste possono svolgere un ruolo importante nel tenere unito il campo nel suo insieme contro tendenze potenzialmente scissionistiche.

4 Post-postmodernismo: il ritorno alla scienza

Ironia della sorte, nella politica di oggi è proprio un paradigma scientifico moderno a essere minacciato ed è precisamente ciò che occorre proteggere. Come ha documentato di recente la sociologa Elizabeth Finkel (2025), gli attuali attacchi alla verità e alla scienza nell’America di Trump hanno portato allo smantellamento della scienza in discipline come la medicina e la climatologia, dove i fatti non vengono più verificati empiricamente ma diventano costruzioni collettive sui social della «verità». Come afferma Finkel (2025): «L’amministrazione Trump sembra aver dichiarato guerra a ogni aspetto del metodo scientifico. Ha dichiarato guerra alla verifica dei fatti, scatenando un linciaggio globale» e «… si è anche abbattuta con l’ascia sul funzionamento della macchina scientifica». In uno sbalorditivo esempio di «bipensiero» orwelliano, il 23 maggio Trump ha emanato un ordine esecutivo per ripristinare una «scienza di riferimento». Lo illustrava una recente vignetta del New Yorker Daily intitolata «Remember Objective Truth» (27 giugno 2025), che raffigurava due persone in un mare di oggetti galleggianti deformati e contrastanti, intente a guardare con nostalgia a un tempo di prospettiva più chiara e a una via d’uscita fondata sulla realtà oggettiva.

Nel mondo di oggi la scienza è sotto assedio da parte di un «virus antiscientifico di disinformazione usata come arma», come discusso in un libro recente di due eminenti figure della scienza (Mann and Hotez 2025). Lo spirito del tempo della post-verità (posso dire trumpiano?) in cui ci troviamo, in cui le emozioni e le convinzioni personali prevalgono sulla scienza nel determinare la verità, è stato in gran parte una reazione al movimento postmoderno che aveva posto l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione in primo piano nel pensiero politico di sinistra, universitario e istituzionale. Ma, ironia della sorte, la post-verità è molto postmoderna nello spirito per il suo approccio relativista alla verità.5 Per altri versi, può essere vista come premoderna, riflesso di un’epoca medievale in cui potenti figure monarchiche e religiose definivano la politica della verità. Simili contraddizioni e paradossi, che Derrida (1993) chiama «aporie» o «antinomie», colgono il gioco ambiguo del senso nel linguaggio e nella vita culturale e sono proprio ciò che la decostruzione si propone di esplorare.

Dall’altra parte, nella destra politica, molte persone non sarebbero d’accordo, e sorge la domanda: come è possibile tenere conto di questa prospettiva se la diversità e il dialogo sono in primo piano? Ho affrontato di recente la questione in relazione al mio percorso personale e professionale nel lavoro con le rotture familiari dovute a uno scontro di valori (Larner 2025).6

5 Sapere di non sapere: uno spettro

Nei miei scritti ho seguito contraddizioni e paradossi legati alla decostruzione del potere e del sapere nella terapia familiare e nella psicologia critica (Larner 1995, 1999) e ho elaborato l’idea di «sapere di non sapere» (Larner 2000). Somigliava a ciò che Barry Mason (1993) chiama «incertezza sicura», in cui chi fa terapia utilizza la propria conoscenza e la propria «competenza per aprire uno spazio che permetta a nuovi significati di emergere» (p. 37). Paradossalmente, chi fa terapia sa «di non sapere», il che esprime una postura di umiltà, di apertura e di curiosità per facilitare il dialogo, così che le altre persone possano far evolvere il proprio sapere all’interno di un processo collaborativo e dialogico. Ma, per come la vedevo, ciò non doveva in alcun modo negare il sapere professionale pregresso di chi fa terapia, che provenga da quadri teorici e pratici moderni o postmoderni.

Decostruendo il binario sapere/non sapere, quest’ultimo diventa più fluido e permette all’uno di interagire con l’altro e di informarlo: il sapere sta dentro il non sapere e viceversa. Ciò permette di commisurare il non sapere a un criterio di ciò che è reale e di ciò che costituisce un aiuto efficace per le persone in sofferenza psichica, mentre, al tempo stesso, la conoscenza moderna può essere applicata in modo responsivo, centrato sulla persona, collaborativo e a partire dal non sapere nel contesto della relazione terapeutica. Qui sapere e non sapere si collocano su uno spettro anziché essere fissati come polarità alternative. In questo senso, chi fa terapia lavora tra sapere e non sapere nello «spazio tra» della relazione terapeutica (Flaskas et al. 2005), dove si possono utilizzare sia prospettive realiste sia prospettive costruzioniste sociali, sulla linea di ciò che David Pocock (2024) propone come posizione di realismo critico nella terapia familiare.

Ho inoltre sostenuto che, nella pratica, chi fa terapia porta sempre con sé un «sapere» implicito e lavora da una posizione di potere fondata sulla propria formazione professionale, sulla propria competenza e su anni di esperienza, il che fornisce lo sfondo necessario perché una posizione di «non sapere» sia possibile (Larner 1995, 2000). Come dice Flaskas (2002): «siamo passati all’idea che il non sapere vada tenuto insieme al sapere nel processo terapeutico» (p. 165). Mi chiedevo se collaborare e porsi nel non sapere non fosse un attributo del sé, della personalità e dello stile di chi fa terapia, più che qualcosa che richiede un impegno preliminare verso una teoria o un’epistemologia costruzionista sociale. Così, nel personale di psicologia di orientamento modernista privo di formazione sistemica con cui lavoravo, trovai persone curiose, dialoganti e in qualche modo capaci di non sapere come parte del loro stile terapeutico naturale.7 Inoltre, alcune persone formate alla terapia familiare sistemica di ispirazione postmoderna potevano apparire meno collaborative e meno capaci di non sapere di quanto ci si potrebbe aspettare.

Inoltre, nel mio lavoro di psicologia clinica nei servizi di salute mentale, a volte c’erano l’aspettativa e la necessità di adottare un approccio terapeutico moderno, interventista e guidato dalla competenza esperta, ad esempio nel lavoro sulla violenza nelle famiglie, sul trauma e sul rischio suicidario, con genitori che potevano trarre beneficio dalla psicoeducazione e da indicazioni dirette, o con adolescenti con depressione che potevano rispondere ad approcci come la CBT. Dopo diversi decenni di lavoro con giovani e famiglie in un servizio di salute mentale per l’infanzia e l’adolescenza, mi resi conto che tale competenza e tale sapere potevano stare dentro una sensibilità del non sapere ed essere integrati sulla base di ciò che, seguendo Derrida (2000), ho chiamato un’etica dell’ospitalità (Larner 2003). Vedevo questa integrazione come un posizionamento etico che rispetta, riconosce e lavora sistemicamente attraverso e dentro molteplici linguaggi e conversazioni terapeutici contemporaneamente (Larner 2009a). Ciò significa mantenere l’apertura verso qualsiasi discorso terapeutico si riveli utile in un contesto di pratica, anziché precludersi opzioni per ragioni teoriche. Se hai davanti a te una persona adolescente con una grave depressione clinica, insieme a una famiglia e a un’équipe di salute mentale in stato di massima allerta, attingi a tutto ciò che può rivelarsi utile ed efficace in termini di scienza moderna della psicologia, della terapia o della psichiatria, ma cerchi di applicare tale conoscenza in modo sistemico, collaborativo e a partire dal non sapere.

Ho sostenuto che integrare, che significa «rendere intero», è pensare sistemicamente, in quanto non si considera l’uno o l’altro, ma molteplici voci, come una polifonia di conversazioni interne ed esterne su ciò che funziona o è utile in terapia (Rober 1999; Larner 2009a). Come ho scritto: «In uno spirito di ospitalità, la terapia familiare porta una parte del tutto in conversazione o in dialogo con l’altra… La terapia familiare è la comprensione più ampia, il movimento relazionale verso l’altro, a livello personale, teorico o politico. Apre i confini, non li chiude» (Larner 2003, 212). In termini di decostruzione della teoria, i confini comprendono quelli che delimitano e contrappongono quadri teorici diversi e ciò di cui è permesso parlare come terapia sistemica e familiare.

In un approccio sistemico integrativo, ho sostenuto che la conoscenza moderna potesse stare dentro un quadro postmoderno e viceversa, un po’ come le matrioske, in cui una bambola si annida dentro l’altra (Larner 2009a). In questo modo il sapere può stare dentro il non sapere e il non sapere dentro il sapere; vale a dire che un approccio orientato alla persona, collaborativo e dialogico, che incoraggia le altre persone ad avere voce, può convivere con una gamma di formazioni e conoscenze professionali e abitarle, così che, nel nostro lavoro terapeutico, ci troviamo nella posizione migliore perché la nostra terapia sia efficace e risanatrice. Credo che ciò colga bene l’approccio integrativo adottato da buona parte della pratica professionale nella terapia familiare e oltre. Un esempio recente è la constatazione che un approccio collaborativo, centrato sulla persona e orientato alla recovery nel trattamento dei disturbi alimentari ha maggiori probabilità di essere utile di un’applicazione generalizzata o rigida di un intervento familiare basato sull’evidenza come il modello Maudsley (Conti et al. 2017).

6 Decostruire il binario costruzionismo sociale/realismo

Così, nel decostruire la conoscenza, il non sapere richiede molto sapere e molta competenza professionale8, e il modo in cui lo si affronta può essere visto in termini di posizionamento etico di chi fa terapia nella relazione terapeutica, più che di impegno preliminare verso una teoria o un’epistemologia postmoderna che vada oltre un quadro scientifico moderno: «La sfida etica in psicoterapia consiste nel ridurre al minimo la possibilità che la terapia diventi un modo di violare l’altro, una questione che riguarda la terapia “postmoderna” tanto quanto quella “moderna”. È la violenza potenziale della teoria, dell’autorità, della competenza e della tecnica, capaci di prevaricare il contributo della persona assistita alla narrazione della propria vita» (Larner 1999, 48). Ho sostenuto che si trattava dell’etica prima dell’epistemologia, in cui una posizione collaborativa di non sapere implica non la cancellazione o la sospensione della competenza e della conoscenza, ma una prescrizione etica su come vengono usate, cioè come base per il dialogo, la collaborazione e l’indagine aperta nell’esplorazione reciproca del senso. Così, «il sapere di chi fa terapia è ancora lì, ma decostruito a vantaggio del sapere, del potere e della capacità di agire propri della persona assistita nell’incontro terapeutico» (Larner 2000, 69). Seguendo Derrida (2000), ho cominciato a vedere una posizione collaborativa di non sapere come un’etica dell’ospitalità e della pratica (Larner 2003, 2009a) applicabile a qualsiasi approccio terapeutico, moderno o postmoderno, in cui chi fa terapia continua a pensare, a sapere e può assumere un ruolo direttivo o interventista quando necessario9, ma in un modo che non costituisca un abuso di potere e di influenza. Come sostengono Rober e De Haene (2017), in ogni terapia è implicata una gerarchia di potere implicita, che si adotti o meno il non sapere.10

A onor del vero, voci costruzioniste sociali come Harlene Anderson (1997, 2005) riconoscono che il non sapere poggia su un basamento di competenza e conoscenza terapeutiche. Come afferma Anderson (1997): «Non contesto che chi fa terapia abbia una conoscenza appresa in precedenza, teorica ed esperienziale, professionale e personale» (p. 137). Tuttavia, per quanto ne so, la conversazione su come le terapie postmoderne utilizzino tale conoscenza «appresa in precedenza» non è ancora stata avviata all’interno della comunità costruzionista sociale. Inoltre, come dice David Pocock (2024): «… il paradosso che sta al cuore del costruzionismo sociale forte fa sì che tutti i tentativi di una simile pratica contengano inevitabilmente, al loro interno, forme di realismo occulto» (p. 38). È precisamente ciò che avevano mostrato le mie letture sulla decostruzione, in cui Derrida sottolineava che è impossibile uscire dalla modernità, poiché per decostruire abbiamo bisogno della ragione e della conoscenza (Larner 2010).

È incoraggiante vedere oggi figure chiave della terapia postmoderna, come Harlene Anderson (2023) e Gergen e McNamee (2026), adottare una posizione più conciliante di coesistenza con quadri terapeutici moderni più tradizionali. Come hanno osservato di recente Gergen e McNamee (2026), la terapia postmoderna «non abolisce il lavoro scientifico tradizionale né le sue varie applicazioni alle pratiche terapeutiche», ma è «riflessiva» e «pragmatica» nell’interrogare l’impatto delle nostre costruzioni teoriche sul «benessere umano e globale» (p. 51). Analogamente, Harlene Anderson (2026) ha descritto di recente il postmodernismo come «solo una prospettiva tra molte» (p. 4), che «non richiede l’abbandono delle tradizioni che lo precedono», ma ne interroga criticamente i presupposti. Allo stesso modo, Bergstrom et al. (2026) presentano il dialogo aperto come un approccio «integrativo» che «consente un’integrazione flessibile di tutte le modalità di trattamento esistenti», compresi «gli approcci psicofarmacologici e di terapia individuale» (p. 303). Ciò si accorda senz’altro con la prospettiva teorica che descrivo in questo articolo.

In un certo senso, questo potrebbe essere un primo passo per considerare le virtù di un quadro di realismo critico nella terapia familiare, come delineato da Pocock (2024), che non toglie nulla a un costruzionismo sociale moderato ma ne preserva le intuizioni, restando più flessibile e irriverente riguardo ai presupposti realisti. In questo contesto, l’articolo sostiene che le terapie fondate sul realismo scientifico modernista (ad es. ACT, CBT, schema therapy), per non parlare di tutta una gamma di approcci di terapia familiare con un supporto scientifico, come documentano regolarmente ricerche come quelle di Alan Carr (2024, 2025), possono e anzi dovrebbero stare fianco a fianco con ciò che Harlene Anderson (2026) identifica come «pratica collaborativo-dialogica». Qui ciò che va decostruito non è il modernismo, ma la spartizione di territori teorici che contrappone gli uni agli altri a prescindere dai benefici dimostrati per le persone assistite. Decostruendo la teoria, le tradizioni moderna e postmoderna possono stare insieme a vantaggio della pratica, e questo articolo propone un approccio integrativo fondato sull’etica della decostruzione.

Forte della mia formazione filosofica, mi chiedevo se la questione tra costruzionismo sociale e realismo non nascesse dal confondere l’epistemologia, intesa come teoria di come conosciamo il mondo, con l’ontologia, intesa come studio dell’essere o di ciò che esiste. Così, dire che il mondo è una costruzione sociale significa fare un’affermazione realista su come il mondo è realmente, il che è un errore categoriale che confonde la conoscenza con ciò di cui abbiamo conoscenza. Del resto, Roy Bhaskar (Collier 1998) lo descrive come la fallacia epistemica. È qui che la distinzione tra una posizione costruzionista sociale moderata e una forte (Pocock 2024) diventa cruciale, e sarebbe utile vederla ripresa e discussa negli studi costruzionisti sociali. Dire che, in quanto esseri relazionali e dialogici, costruiamo la nostra conoscenza del mondo attraverso il linguaggio (Anderson 1997; K. J. Gergen 1999) non significa dire che il mondo stesso sia un dialogo o una costruzione. Come ho scritto:

Questa riduzione dell’ontologia o della realtà all’epistemologia o alla conoscenza è una forma di idealismo che permea sia le filosofie positivistico-empiriste sia quelle linguistico-poststrutturaliste. Nella sua forma costruzionista sociale, scambia l’epistemologia critica (l’idea che la conoscenza del mondo sia socialmente costruita) per relativismo ontologico (l’idea che il mondo sia una costruzione sociale e non sia reale in senso trascendente od oggettivo) (Larner 2002, 14).

Così, ci si augura che chi ha costruito l’aereo su cui si sta volando abbia testato il proprio modello scientificamente nel mondo reale e non si sia limitato a costruirlo come parte di una comunità che condivide un linguaggio o una teoria comuni socialmente costruiti. Lo stesso vale per il personale medico specialistico che cura noi o qualcuno della nostra famiglia, come si è detto sopra! È interessante che l’«approccio unificato integrato» alla terapia familiare di Diane Gehart (2024) tenga molto conto del ruolo della pratica scientifica basata sull’evidenza, nonostante abbia curato con Harlene Anderson due libri sulla pratica collaborativa (Anderson and Gehart 2007, 2023).

Come sostiene in modo convincente Flaskas (1997), la pratica terapeutica si confronta con l’esperienza vissuta effettiva delle persone assistite nel mondo reale, il che la colloca al di fuori di un quadro costruzionista sociale postmoderno esclusivo. Analogamente, Rolf Sundet (2021) osserva che la svolta postmoderna verso il linguaggio nella terapia familiare trascura la realtà del mondo fisico, compresa l’esperienza del corpo: «C’è qualcosa fuori dal linguaggio di cui il linguaggio si nutre e da cui dipende. Mi piace chiamarlo realtà e, sebbene il linguaggio sia una parte importante del reale, il reale è altrettanto pieno di non-senso, di materialità e di cause» (p. 41). Naturalmente, oggi molte persone che praticano la terapia familiare riconoscono l’importanza di lavorare al di là del linguaggio quando si affrontano questioni come il trauma e l’abuso in una prospettiva integrativa, centrata sul corpo e basata sulle neuroscienze (White and Owen 2022).

Per affrontare un altro mito sulla decostruzione usato per giustificare un costruzionismo sociale forte ed esclusivo: quando Derrida (2016) afferma, con una frase famigerata, «non c’è nulla al di fuori del testo», ciò non significa che il mondo sia un testo, bensì che la nostra conoscenza del mondo è contestuale e mediata da un gioco infinito di linguaggio, segni, metafore e differimento del senso. Non è un’affermazione sull’ontologia o sul fatto che il mondo esista al di fuori del nostro conoscerlo o del nostro dirlo nel linguaggio. Come osserva Christopher Norris, critico letterario e filosofo britannico e tra i principali studiosi della decostruzione, Derrida era in effetti un realista critico (Norris 1997).11 Analogamente, il filosofo Tim Mooney (1999) ha sostenuto di recente che, lungi dall’essere un idealista testuale, Derrida era un realista empirico che riconosceva l’altro come una realtà incontrata al di fuori del linguaggio. Come commentò Derrida (1984): «Ogni settimana ricevo commenti critici e studi sulla decostruzione che partono dal presupposto che ciò che chiamano “poststrutturalismo” equivalga a dire che non c’è nulla al di là del linguaggio, che siamo sommersi dalle parole, e altre sciocchezze del genere» (citato in Mooney 1999, 9).

Qui, dunque, abbracciavo sia il realismo sia il costruzionismo sociale e, come Pocock (2013, 2024), ho studiato gli scritti di Roy Bahskar sul realismo critico, che, come la decostruzione, offrivano l’opportunità di gettare un ponte tra i due (Larner 2002). Ora, se dentro il costruzionismo sociale si nasconde una credenza implicita e non dichiarata in un mondo reale che esiste e sta al di là di come lo conosciamo e lo costruiamo attraverso il linguaggio, allora ciò che si decostruisce non è il realismo o il costruzionismo sociale, ma il binario radicale reale/socialmente costruito che li mantiene in opposizione secondo la logica «o/o», anziché vederli secondo la logica del sia/sia. Ciò deriva da una politica istituzionale del potere che ci impone di scegliere l’uno o l’altro. Piuttosto, «decostruire la psicoterapia avviene sul piano della pratica, dove affronta questioni di potere, giustizia ed etica in relazione alle persone assistite, e sul piano della teoria, dove decostruisce il proprio potere e la propria autorità come istituzione della psicoterapia» (Larner 1999, 41).

Così, da una prospettiva dell’etica prima di tutto, ciò che si decostruisce è precisamente la politica istituzionale della teoria, in cui un linguaggio o un quadro (come la modernità, il postmoderno o il premoderno) cerca di sostituire violentemente ciò che l’ha preceduto. Questa idea dei molti linguaggi a disposizione della terapia familiare si riflette nella nozione wittgensteiniana della filosofia come terapia (Kenny 1972), che mette in discussione l’idea che le parole (come «terapia familiare») stiano per un’unica essenza o un’unica cosa; esse rimandano piuttosto ai molti giochi linguistici in cui ricorrono. È interessante che, mentre Wittgenstein viene usato per giustificare una prospettiva costruzionista sociale esclusiva (Shotter 1999), alcune voci della filosofia sostengano che egli riconoscesse «fatti di natura» e lo descrivano come un «realista del senso comune» (Nyiri 2017).

Al di là delle considerazioni teoriche, nel mio lavoro di psicologia clinica e di pratica della terapia familiare, mi chiedevo dove avrebbe lasciato il fatto di relegare nel “post” un paradigma terapeutico moderno, fino a renderlo irrilevante, il personale di psicologia clinica senza formazione in terapia familiare con cui lavoravo ogni giorno, per non parlare della maggior parte della professione psicologica, che resta legata a una filosofia della terapia moderna, scientifico-realista e basata sull’evidenza (Larner 2011). Inoltre, nella mia pratica quotidiana, apprezzavo molto ciò che gli approcci psicoterapeutici moderni prevalenti, come la CBT, la schema therapy, la mindfulness e simili, potevano offrire alle persone assistite (Larner 2003, 2022). Come accennato, il campo della terapia familiare sembra trovarsi in una fase post-postmoderna che possiamo chiamare integrativa (Larner 2022; Lebow 2019; White and Owen 2022), che riconosce il contributo di una pluralità di approcci, teorie ed epistemologie come parte di un’ampia comunità o di un ampio spettro di idee.

Ciò include ancora pienamente gli approcci postmodernisti, come mostra la recente pubblicazione di The Routledge International Handbook of Postmodern Therapies (Smoliak et al. 2026). È inclusivo sia degli approcci terapeutici moderno-realistico-scientifici sia di quelli postmoderno-collaborativi, in cui il modo in cui pensiamo e teorizziamo la terapia sistemica e familiare viene modellato sistemicamente sulle esigenze della pratica e su ciò di cui le persone assistite hanno bisogno. Così, Lorås et al. (2023) hanno proposto di recente una mappa della ricerca per la terapia familiare che attinge sia a metodologie scientifiche quantitative moderne sia a metodologie qualitative postmoderne. Ciò indica la necessità di un approccio «sia/sia» che riconosca il valore delle prospettive sia moderne sia postmoderne nella terapia familiare.

7 La decostruzione come irriverenza etica

Uno sfondo essenziale per leggere l’opera tarda di Derrida è la sua definizione della decostruzione come giustizia ed etica sotto l’influenza del connazionale Emmanuel Levinas (Critchley 2002; Critchley and Bernasconi 2003; Larner 2008, 2010). La filosofia etica di Levinas fu una risposta alla sua esperienza della realtà dell’Olocausto, in cui l’uso della teoria come ideologia negò all’altro il «diritto di esistere» (Pollefeyt 2022), e Derrida seguì Levinas nell’adottare una lettura etica della decostruzione (Critchley 2002). Per Derrida, la decostruzione «è ospitalità, etica o giustizia, ecc.» (Larner 2011, 831) e, come per Levinas, ciò richiede di credere in una realtà ontologica, poiché agire eticamente ci impone di rispondere nel miglior modo possibile alla sofferenza altrui, e per farlo è necessario sapere:

In questo modo gli scritti etici di Derrida e Levinas hanno implicazioni significative per la teoria e la pratica della terapia. Nel lavoro terapeutico abbiamo l’obbligo di alleviare la sofferenza psicologica umana con i mezzi e le conoscenze migliori a nostra disposizione. Ciò non esclude la conoscenza scientifica moderna, anzi la richiede! Qui non andiamo oltre una terapia scientifica, quanto piuttosto lavoriamo eticamente al suo interno. Invece di vedere un paradigma relazionale come contrapposto a una terapia scientifica, l’idea del paramoderno suggerisce un modo per lavorare radicalmente all’interno di entrambi nello stesso tempo. Anziché abbandonare il modello scienziato-professionista, le terapie relazionali possono indicare qualcos’altro di necessario nella complessa equazione della terapia, ossia il linguaggio, il dialogo, il racconto, il contesto e la relazione (Larner 2011, 835).

Nel decostruire la teoria, che il nostro pensiero sia moderno, postmoderno o post-postmoderno (come ora possiamo dire), ciò che conta di più è l’etica del nostro sapere, cioè se applichiamo la conoscenza o la teoria che preferiamo, moderna o di altro tipo, in un modo che non la imponga agli altri né escluda altre voci dalla conversazione. Ciò che sappiamo conta meno di come lo sappiamo, quando l’etica del nostro sapere viene prima dell’epistemologia o della teoria. Qualunque sia la teoria, l’esigenza etica è tenerla con leggerezza, con garbo e con irriverenza, e qui ho collegato l’idea sistemica di irriverenza (Cecchin et al. 1992, 1993) alla decostruzione come posizione etica in terapia: «L’implicazione dell’irriverenza e della decostruzione come più di un linguaggio non è che abbandoniamo la teoria, ma i nostri pregiudizi e dogmi, e che abbracciamo diversi modi di pensare la terapia familiare» (Larner 2005, 40).

Analogamente, la terapia sistemica milanese contemporanea, come la descrivono Telfener et al. (2025), pone l’irriverenza come posizione etica nei confronti della teoria al centro del proprio approccio: «Etica, nel senso che persegue e nutre la biodiversità e la pluralità di pensieri, azioni, esperienze e punti di vista, attribuendo al proprio lo statuto di parzialità e la consapevolezza di un’inevitabile cecità» (p. 17). In termini di etica dell’irriverenza e della decostruzione, che ci si riconosca nel realismo scientifico, nel realismo critico, nel costruzionismo sociale, nel costruttivismo, nella teoria cibernetica o nel post-postmodernismo e così via, ciò che è cruciale è come teniamo e usiamo la teoria in relazione agli altri. Ciò permette di attingere a un’ampia rete di possibili approcci terapeutici e a un’ecologia di universi teorici paralleli che riflettono la complessità di ciò che l’astrofisica ci dice sul mondo in cui viviamo (Larner 2024).

La mia tesi è che, decostruendo la teoria, ci impegniamo nella pratica, come posizionamento etico in cui un approccio terapeutico collaborativo fondato sul linguaggio e sul non sapere (Gergen and McNamee 2026), che vede gli esseri umani come «esseri dialogici» e la terapia come un «partenariato conversazionale» (Anderson 2026), può convivere con idee e pratiche moderniste che possono essere utili per affrontare la sofferenza psichica. E direi che molte persone che praticano la terapia familiare, in particolare quelle ispirate ad approcci integrativi di terapia familiare (Loras and Whittaker 2026) e a prospettive di realismo critico (Pocock 2024), fanno esattamente questo.

8 Impegnarsi nella pratica

Decostruire la teoria e impegnarsi nella pratica significa tenere la teoria in sospeso, che sia moderna, postmoderna o post-postmoderna, deleuziana, postumanista, neomaterialista, realista critica o persino decostruttiva. Laddove la teoria è aperta al vaglio critico e tenuta con leggerezza o irriverenza (Cecchin et al. 1993), la pratica e la relazione terapeutica diventano il motore principale della terapia. Ciò presuppone un interesse e una curiosità sistemici per tutte le posizioni e tutti i quadri teorici e la disponibilità a conversare su ciò che li accomuna o li distingue. Riguarda la metateoria, o teoria della teoria, nella filosofia della scienza, ovvero il modo in cui, in una prospettiva sistemica, ci posizioniamo rispetto alla teoria stessa. Permette di mettere alla prova una teoria o un modello in base alla sua applicazione alla pratica, intesa come il laboratorio in cui verificare quali approcci di trattamento, basati sull’evidenza o meno, si addicono a quali persone assistite (Larner 2004). Ciò decostruisce la teoria e impegna la pratica nella relazione etica, in cui applichiamo ciò che ha maggiori probabilità di aiutare le persone che incontriamo e il modo in cui possiamo stare al mondo come esseri eticamente responsivi e nel nostro lavoro terapeutico. Ciò richiede di integrare o tenere insieme una prospettiva teorica moderna e una postmoderna come parte di una conversazione più ampia sulla teoria.

Quando la terapia familiare è aperta a considerare quadri e approcci teorici diversi, agisce nel migliore interesse della professione:

Qui narrazione e scienza, ricerca qualitativa e quantitativa, prospettive moderne e postmoderne coesistono come una tensione necessaria, condividendo una curiosità investigativa, etica e pragmatica per ciò che è utile nel difficile lavoro della terapia. Questa posizione collaborativa non rifiuta una scienza moderna della psicologia e della terapia, il che non farebbe che perpetuare una violenza relazionale verso ciò che è diverso o altro, ma cerca di criticarne, decostruirne e arricchirne l’istituzione dall’interno (Larner 2004, 34).

Prima di concludere, memore degli inizi del mio percorso terapeutico con cui ho aperto questo articolo, vorrei dire qualcosa su dove questa discussione potrebbe lasciare chi muove i primi passi nella terapia familiare e deve ancora affrontare complesse differenze teoriche e sviluppare un approccio integrativo. Ai miei inizi, circa cinque decenni fa, ricordo il fascino che esercitava su di me il processo di imparare come si diventa terapeuta, qualunque fossero la teoria o il modello. Mi dedicavo a molteplici approcci terapeutici contemporaneamente, tra cui quello psicoanalitico, la Gestalt, le relazioni oggettuali, la terapia familiare strutturale ed esperienziale, oltre ad approcci di psicologia comportamentale. Potevo entrare e uscire da questi diversi modelli a seconda delle circostanze e volevo impararli tutti. Non ho la certezza che sia cambiato molto, soprattutto perché la gamma di terapie a disposizione della pratica professionale si amplia sia all’interno della terapia familiare (si pensi al dialogo aperto) sia nel più ampio campo della salute mentale (si pensi al lavoro focalizzato sul trauma, alla schema therapy o alla terapia delle parti). Per certi versi sono ancora agli inizi come terapeuta, ma forse con un po’ più di saggezza e con gratitudine per i contributi fondamentali di Carmel Flaskas (2002) e Peter Rober (2024), che hanno posto la relazione terapeutica al centro, qualunque sia il modello. Per molti aspetti è l’approccio collaborativo-dialogico di figure come Harlene Anderson (2023, 2026) a offrire l’esempio migliore di questa attenzione alla relazione e un’ottima occasione per imparare il processo terapeutico.

Il mio consiglio a chi muove i primi passi nella terapia sarebbe tuttavia di vedere la teoria come un’impalcatura provvisoria che permette alla pratica terapeutica di evolvere, mantenendo l’apertura verso una gamma di lenti senza cercare di risolverle o integrarle. Piuttosto, di appoggiarsi a una teoria precisa come struttura indispensabile per apprendere un approccio terapeutico, che si tratti della terapia familiare sistemica, della terapia narrativa o della pratica collaborativo-dialogica. Ciò mette in primo piano l’impegno nella pratica e l’apprendimento di come si fa terapia, con l’attenzione rivolta alla relazione terapeutica più che a un’adesione definitiva a un modello teorico. La pratica integrativa può costruirsi man mano che si risponde alle esigenze della pratica terapeutica, come il lavoro informato dall’evidenza nel mondo contemporaneo. Ciò richiede di convivere con affermazioni contraddittorie e in competizione, imparando nel frattempo a sentirsi con i piedi per terra e a proprio agio nel processo terapeutico, in cui le diverse lenti teoriche offrono occasioni per imparare e per rispondere nel miglior modo possibile alle persone assistite. Qui, convivere con la complessità e tollerare la differenza e i molteplici punti di vista, come parte del percorso integrativo di chi fa terapia, forse non è così diverso dal percorso terapeutico che invitiamo le persone assistite a intraprendere. Le invitiamo ad aprire al vaglio critico e alla possibilità del cambiamento la loro teoria sul proprio percorso di vita, là dove il sapere convive con il non sapere, e dove la flessibilità, l’irriverenza, la curiosità e l’apertura a modi di pensare diversi permettono a noi e a loro di stare al mondo in modo più etico e più orientato all’altro.

Ciò solleva la questione di quali responsabilità abbiano chi forma, chi supervisiona e chi ha più esperienza terapeutica nell’incoraggiare chi è agli inizi a prendere decisioni informate su come teorizzare la pratica in una fase precoce della carriera. L’approccio alla teoria, come in questo simposio, può rispettare le tradizioni in competizione anziché prescrivere l’una o l’altra. La teoria può essere vista come una risorsa per arricchire la pratica, in cui tolleriamo l’incertezza e il non sapere come qualcosa che sta accanto al sapere terapeutico, così che l’uno informi l’altro. Ciò fonda la terapia sull’etica della relazione terapeutica anziché sulla dottrina, dove decostruire la teoria non significa abbattere un quadro e sostituirlo con un altro, ma mettere in atto un’etica dell’ospitalità che, seguendo Derrida (2000), parla molti linguaggi della terapia e non più soltanto l’Uno. Infine, insegnare una consapevolezza decostruttiva, in cui le persone in formazione imparino a criticare diversi modelli teorici senza rifiutare il valore presente in ciascuna tradizione, moderna o postmoderna.

9 Conclusione

Nel loro libro sulle pratiche collaborativo-dialogiche, Anderson e Gehart (2023) invitano a porsi la seguente domanda: «che cosa ti permette di fare e di non fare un determinato orientamento?» (p. 4). In breve, la mia risposta è che, pur apprezzando e valorizzando pienamente una prospettiva terapeutica collaborativo-dialogica, costruzionista sociale e narrativa, apprezzo al tempo stesso ciò che una prospettiva positivista o scientifico-realista ha da offrire alla terapia familiare, e ciò per quello che mi permette di fare e per le seguenti ragioni:

  1. Non vedo più i diversi quadri filosofici o teorici come in competizione tra loro, in modo che l’uno sostituisca o decostruisca l’altro nel senso popolare del Diggers descritto all’inizio di questo articolo.
  2. Accolgo una molteplicità di quadri teorici e terapeutici, sia all’interno sia all’esterno della terapia familiare, a vantaggio dell’impegno nella pratica.
  3. Seguendo la filosofia etica di Derrida e Levinas, antepongo la relazione etica con l’altro alla teoria o all’epistemologia e, sul piano della pratica, ciò si traduce in ciò che di meglio posso fare per alleviare la sofferenza di un’altra persona quando mi trovo faccia a faccia con lei nella relazione terapeutica.
  4. Decostruire la teoria non significa abbandonare un quadro a favore di un altro né anteporre un «post-» a qualcosa, ma celebrare la molteplicità e la diversità dei modi di sapere e di non sapere. Non è molto diverso dall’idea di una terapia sistemica e familiare che partecipa contemporaneamente a molteplici universi paralleli di discorso (Larner 2024).
  5. Posso collocare un approccio collaborativo-dialogico all’interno di un approccio terapeutico scientifico modernista e realista e convivere con la dissonanza, e anzi, seguendo Derrida, vedere tale tensione teorica o aporia come parte della vita e come qualcosa che definisce l’esistenza e la soggettività umane, il che riflette la complessità del lavoro che svolgiamo in terapia.
  6. Accetto il contributo della ricerca sia quantitativa sia qualitativa nell’indicare ciò che è efficace in terapia, come illustrato, tra gli altri lavori, da Lorås et al. (2023).
  7. Apprezzo un approccio integrato alla terapia familiare sistemica che sia aperto a ciò che è utile ed efficace e che lavori trasversalmente con altri approcci e quadri terapeutici quando necessario.

Harlene Anderson (2023) osserva che «il postmodernismo è semplicemente una prospettiva tra molte» (p. 4) e che non «richiede l’abbandono delle tradizioni che lo precedono» (p. 4), ma è sottoposto alla stessa indagine critica che applica a una teoria modernista e realista della conoscenza e del sé. Questo spirito di dialogo aperto è esattamente ciò a cui aspira questo articolo parlando di decostruire la teoria e impegnarsi nella pratica.

10 Poscritto

Vorrei concludere da dove ho cominciato, cioè dalla comprensione della decostruzione nell’immaginario popolare. Proprio la mattina in cui ho terminato questo articolo, ho fatto colazione fuori e ho ordinato funghi alla marocchina con uova in camicia su pane a lievitazione naturale, chiedendo però il pane tostato a parte. Quando la cameriera me l’ha portato, mi ha chiesto se avessi ordinato una colazione «decostruita» (parole sue, non mie). Le ho chiesto che cosa intendesse e mi ha spiegato: il pane a parte invece di tutto sopra. Davanti alla coincidenza e all’ironia, mi è venuto il dubbio, con stupore, che il mio lavoro accademico sulla decostruzione mi si fosse ritorto contro. Poi ho capito che metafora e che ricetta eccellenti fossero: terapia moderna con terapia postmoderna a parte o, se si preferisce, realismo scientifico con una costruzione sociale moderata a parte e, naturalmente, anche viceversa.

Complexe Systémique: punti chiave

Questo testo si legge come un bilancio: una figura clinica della generazione di Goolishian, che ha scritto molto su Derrida, constata che la terapia familiare postmoderna ha talvolta riprodotto ciò che rimproverava al modernismo, una teoria che sostituisce le altre invece di dialogare con loro. La risposta non è un nuovo modello, ma una postura: tenere la teoria con irriverenza, nel senso di Cecchin, e anteporre l’etica della relazione all’epistemologia. Il non sapere appare come una competenza che presuppone molto sapere, non come una rinuncia alla competenza esperta; un punto utile per chiunque lavori nella salute mentale con il rischio suicidario, la violenza o i disturbi alimentari. Si può rimpiangere che il realismo critico sia più invocato che sviluppato, e che la dimensione politica del testo, strettamente legata al contesto statunitense, resti allusiva. Il consiglio a chi è agli inizi merita attenzione: scegliere prima un’impalcatura teorica solida; l’integrazione verrà con la pratica. Da leggere insieme all’articolo sulla terapia familiare ultramoderna dopo il postmodernismo e all’articolo su costruttivismo, costruzionismo sociale e narrazioni ai limiti dell’approccio sistemico.

Note dell’originale

1 Il rovescio della medaglia di questi club è il seguente: pur avendo solo lo 0,1% della popolazione mondiale, il Nuovo Galles del Sud concentra il 37% delle slot machine di pub e club del mondo, con perdite annue per chi gioca di circa 8 miliardi di dollari all’anno: https://www.smh.com.au/national/nsw/this-man-could-cull-the-number-of-misery-machines-in-nsw-but-he-won-t-20250801-p5mjkb.html.

2 Ho avuto la fortuna di partecipare a Sydney a seminari di formazione sia con Satir, che ha lavorato dal vivo con una delle famiglie che seguivo, sia con Boscolo.

3 La critica del modernismo di McNamee e Gergen (1992) si accordava con i miei studi universitari alla Sydney University, dove ho conseguito una specializzazione in filosofia; la mia tesi teorica di psicologia (honours), nel 1973, applicava gli scritti di Paul Feyerabend in filosofia della scienza per contestare un empirismo scientifico purista, allora dominante in psicologia sotto forma di comportamentismo, che escludeva altre visioni del mondo, compresi i resoconti spirituali e indigeni dell’esperienza umana.

4 In Australia, l’equivalente fu ignorare 60.000 anni di cultura indigena nel dare il nome a luoghi simbolo come Ayers Rock, al centro del continente, oggi ribattezzato Uluru, con una crescente adozione di toponimi aborigeni per riconoscere, nel XXI secolo, il loro legame con la Terra (Country).

5 Si veda https://en.wikipedia.org/wiki/Post-truth.

6 In breve, prendere in considerazione punti di vista estranei ai propri ha un costo: a causa della dissonanza cognitiva, ci si può spostare un po’ sullo spettro politico. Se è il prezzo da pagare per preservare le relazioni personali e familiari, potrebbe essere giustificato, anche se forse c’è un limite a quanto ci si possa o ci si debba allontanare dalla propria prospettiva etica.

7 Naturalmente, in psicologia clinica esiste l’idea del questionamento socratico.

8 Ricordo che Harry Goolishian disse, nel seminario a cui partecipai nel 1990, che per imparare a porsi nel non sapere possono volerci dieci anni o più, e sono d’accordo.

9 Vengono in mente esempi come le questioni genitoriali, i conflitti di coppia e la violenza e gli abusi in famiglia, ma, più in generale, la terapia potrebbe essere vista come l’arte di prendere in mano la situazione per favorire la capacità di agire della persona assistita.

10 I paradossi del potere nella terapia familiare sono un tema che affronto anche in un articolo (Larner 1995) e in un capitolo sulla decostruzione del potere in terapia per un libro curato dallo psicologo critico Ian Parker (Larner 1999).

11 All’epoca inviai a Norris una copia del mio articolo (Larner 1994), ed egli lo utilizzò generosamente nel suo programma di insegnamento di etica applicata.

Ringraziamenti. Pubblicazione in open access resa possibile dalla La Trobe University, nell’ambito dell’accordo Wiley - La Trobe University tramite il Council of Australasian University Librarians.

Conflitti di interesse. Chi firma l’articolo dichiara di non avere conflitti di interesse.

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Traduzione non ufficiale in italiano di Deconstructing Theory, Engaging Practice, di Glenn Larner, Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, vol. 47, no 1 (2026), doi: 10.1002/anzf.70068, con licenza CC BY 4.0. Traduzione e impaginazione: Complexe Systémique, ottobre 2026, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale; l’opera è stata modificata ai sensi della licenza. Né chi firma l’articolo né l’editore rispondono di questa traduzione; fa fede la versione originale.

Questo è l’articolo originale «Deconstructing Theory, Engaging Practice», pubblicato in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy (2026) con licenza CC BY 4.0. Traduzione non ufficiale in italiano di Complexe Systémique con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, come indicato all’inizio di questa pagina; fa fede la versione originale.

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Come citare questo articolo

Larner, G. (2026). Deconstructing Theory, Engaging Practice. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/en_GB/articles/deconstructing-theory-engaging-practice (Opera originale pubblicata nel 2026 in Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, 47(1), e70068 (2026); ripubblicata nel 2026 da Australian and New Zealand Journal of Family Therapy, https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/anzf.70068)

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