Traduzione assistita dall'IA

Questa versione è stata tradotta dallo spagnolo da Complexe Systémique con l'aiuto dell'intelligenza artificiale. In caso di dubbio, fa fede la versione originale.

Red Sistémica · Violenze

Parole ritrovate, mondi ritrovati

Su una spiaggia deserta di Cancún, un amico proveniente da un paese sottoposto al terrore di Stato si rifiuta di parlare degli squadroni della morte: nessuno può sentirli, ma la paura, quella sì, è portatile. Da questa scena Carlos Sluzki ricava la domanda che attraversa tutto il testo: che ne è della pratica terapeutica quando anni di dittatura hanno amputato il vocabolario? Racconta qui il laboratorio — un «esorcismo» semantico — che ha condotto con una settantina di terapeute e terapeuti dell’America Latina usciti da regimi repressivi, per restituire alle parole proscritte il loro diritto di cittadinanza.

Autore Carlos E. Sluzki, preside per le scienze della salute al College of Nursing and Health Science e professore di ricerca all’Institute for Conflict Analysis and Resolution, George Mason UniversityPrima pubblicazione Perspectivas Sistémicas, n. 34, novembre 1994 – febbraio 1995Traduzione Complexe Systémique, traduzione non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«I fatti che non possono essere descritti sono destinati a scomparire dal nostro campo concettuale.»

Carlos E. Sluzki

Una conversazione impossibile

Quasi quindici anni fa, mentre camminavo fuori stagione su una lunga spiaggia deserta di Cancún, in Messico, incontrai un amico e collega che anche lui trascorreva le vacanze in quel paese. Fu un incontro del tutto fortuito, una coincidenza che ci sorprese e ci rallegrò molto: pur essendo stati ottimi amici, non ci vedevamo da anni. Lui viveva — come aveva fatto per tutta la vita — in un paese che negli ultimi cinque anni era stato sotto un regime di terrore di Stato, sottoposto a un sistema estremamente violento e repressivo che comprendeva il controllo totale dei mezzi di comunicazione, gli arresti arbitrari, la tortura e le sparizioni.

Cominciammo a camminare insieme su quella spiaggia deserta, ripercorrendo le rispettive vite e vicende. A un certo punto gli chiesi:

«— In che modo senti presenti nella tua vita la violenza politica, gli squadroni della morte?» Guardando rapidamente sopra la spalla destra e poi sopra la sinistra, il mio amico mi lanciò uno sguardo misto di sorpresa e di riprovazione, e mi disse a bassa voce:

«— Sarebbe meglio non parlarne adesso.»

Sorpreso dal suo comportamento, gli dissi:

«— Dai, guardati intorno, guarda dove siamo!»

Infastidito, rispose: «Dopo, non adesso.»

Per me era chiaro che il contesto in cui si svolgeva la conversazione non era affatto pericoloso — non c’erano testimoni, eravamo lontani da qualsiasi orecchio e, per di più, il nostro incontro avveniva in un paese democratico. Mi era altrettanto chiaro che le risposte del mio amico erano la prova di una «realtà portatile» (felice espressione coniata dal terapeuta familiare Donald A. Bloch). Una realtà che contraddiceva tutto ciò che io ritenevo certo e nella quale i temi sensibili che avevo toccato erano percepiti da lui come troppo pericolosi per essere discussi.

Due ritorni alla democrazia

Pochi anni dopo, durante un congresso professionale che si tenne in Argentina pochi mesi dopo l’elezione del primo governo civile succeduto a dieci anni di dittatura militare, presentai una relazione plenaria che comprendeva brani di un colloquio registrato con una famiglia che aveva dei membri scomparsi (1).

Nella sessione di domande e risposte che seguì la presentazione, i commenti si concentrarono in modo schiacciante su quella che sembra essere stata una reazione collettiva al mio materiale. All’inizio la reazione prese la forma di un allarme estremo («È pericoloso! La polizia arriverà da un momento all’altro!»). A questa prima risposta seguirono la scoperta che le cose erano diverse, un risveglio dell’esperienza della libertà e un profondo giubilo misto a tristezza.

Era stata, secondo la voce collettiva, un’esperienza liberatoria e correttiva.

Diversi anni dopo questo episodio, nel 1990, ebbi il privilegio di pronunciare il discorso inaugurale di un congresso di terapia familiare in Cile, congresso che coincideva con il ritorno del paese alla democrazia.

Durante il discorso usai parole dure per parlare del precedente regime militare repressivo (mi riferii a loro, credo, come a «gorilla con le mitragliatrici»). Durante la pausa che seguì la cerimonia di apertura, due persone del pubblico mi avvicinarono e, dopo aver elogiato con garbo il mio discorso, mi rimproverarono di aver usato quegli epiteti: era importante, dissero, che mi rivolgessi a tutto il pubblico, comprese le persone che avevano sostenuto il precedente regime militare. «Anche i dirigenti del regime precedente sono esseri umani», sostennero, «e in questo momento siamo in un periodo di “riconciliazione nazionale”».

Le parole che i regimi repressivi proscrivono

I regimi politici repressivi — e, in misura minore, tutti i regimi politici — ricorrono in modo preferenziale a certi termini ufficiali e a certi codici per rafforzare la propria ideologia. Al tempo stesso, questi regimi scoraggiano, o semplicemente proscrivono, l’uso pubblico di certe espressioni.

I governi repressivi mettono in atto questo processo punendo chi usa espressioni o temi proibiti, e attraverso l’uso selettivo di quelle stesse parole e di quegli stessi temi da parte del governo, ma immersi in contesti semantici minacciosi. Inoltre, chi detiene il potere impiega attivamente una serie di espressioni ufficiali che non solo richiamano la proscrizione menzionata sopra, ma stabiliscono una versione dei fatti approvata dall’autorità.

Così, nei documenti e nei decreti di un governo autocratico, l’uso ufficiale del termine «costo sociale», che si riferisce all’impatto negativo di una politica sul benessere della gente, non solo crea un contesto di giustificazione per quella misura, ma serve anche a ricordare che il governo non accetterà descrizioni alternative. Per esempio, congelare i salari e aumentare del cinquanta per cento il prezzo del paniere dei beni di prima necessità avrà un «costo sociale» che il governo considera accettabile, senza tener conto della sofferenza che questi atti infliggono alla maggioranza della popolazione. Una descrizione alternativa, che riconoscesse la possibilità che migliaia di bambini rischino di morire di denutrizione a causa di queste misure, non verrebbe riconosciuta come valida, e farebbe inoltre correre seri rischi a chi la proponesse.

L’espressione «la soluzione finale della questione ebraica», di sinistra matrice nazista, appartiene a questa classe di terminologia. Le persone che vivono in ambienti politici repressivi imparano a non discutere certi concetti e a non nominare certe parole in pubblico. In molti casi questa proscrizione si estende alla loro vita privata, perché queste persone scelgono di non usare tali parole nemmeno in casa. Questa repressione delle parole e dei temi politicamente sensibili ha conseguenze complesse.

Esclude dal dominio del discorso — e, per estensione, dal dominio della percezione personale — i concetti o i fatti nominati da quelle parole, generando così zone cieche che, se di fatto restringono la vita, possono anche servire a renderla più tollerabile (2). L’argomento del dopoguerra dei «buoni tedeschi» che dicevano di «non sapere» della tortura o del genocidio, anche quando loro e le loro famiglie potevano aver vissuto per anni a pochissima distanza da un campo di concentramento, costituisce un esempio chiaro del processo per cui i fatti che non possono essere descritti sono destinati a scomparire dal nostro campo concettuale.

Vale la pena sottolineare che, anche nei paesi con governi molto repressivi, esiste sempre un insieme «sotterraneo» di «custodi delle parole proibite»: persone che, sfidando la proscrizione in compagnia delle amicizie più fidate, nell’intimità della propria casa o nel segreto della propria anima, mantengono in vita tanto le parole quanto i concetti a cui si riferiscono. Queste persone coraggiose sono tuttavia l’eccezione. L’adozione di una politica personale di evitamento delle parole proibite, con la conseguente produzione di zone cieche che cancellano i concetti sottostanti a quelle parole, costituisce la regola per chi vive in circostanze politiche repressive — compresa una buona parte del personale della salute mentale, che deve svolgere il proprio lavoro quotidiano in quelle condizioni politiche.

Da ricordare

La proscrizione di una parola non impoverisce soltanto il discorso pubblico: finisce per sottrarre alla percezione stessa ciò che quella parola nominava. Il restringimento del lessico produce zone cieche che rendono la vita più sopportabile e al tempo stesso la restringono, e che seguono la pratica fin dentro lo studio di terapia.

Ciò che si sposta verso gli emblemi

Allo stesso modo, nei paesi con governi repressivi, una parte di ciò che è considerato «sovversivo» si mantiene in vita grazie allo spostamento delle parole proibite verso altri emblemi o simboli di sfida all’autorità.

Durante il regime militare argentino, per esempio, il pubblico — prevalentemente giovane e di classe media — accorso al recital di una cantante popolare la acclamò con applausi e grida di entusiasmo quando lei iniziò a cantare la versione castigliana della ballata francese «Je te chante, liberté» («Ti canto, libertà!»). Nello stesso periodo, in Cile, una canzone divenne un’icona di protesta e di sfida perché conteneva un verso con la frase «A settembre le luci si spensero», apparente allusione al colpo di Stato di Pinochet contro Allende, avvenuto in quel mese.

E in Brasile un cantante famoso tenne una serie di recital in cui si limitò a suonare alla chitarra diverse sue canzoni senza cantarle, perché i testi — che parlavano di povertà e di oppressione — erano stati proscritti dal governo militare, mentre il suo pubblico, pieno di fervore, ne cantava in coro le parole al posto suo. Tutti questi esempi sono commoventi perché mostrano la flessibilità dello spirito collettivo, e patetici perché mostrano fin dove si spingono i tiranni per sopprimere le parole che considerano pericolose.

Uscire dalle parole proscritte

In questo momento della storia, anche se alcune nazioni restano sotto regimi totalitari e altre passano da una forma di autoritarismo a un’altra, esistono ancora motivi per restare ottimisti. I governi repressivi e politicamente oppressivi vengono sostituiti in molti luoghi da guide politiche più aperte e democratiche. È ciò che sta accadendo in Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Brasile e in altri paesi dell’America Latina.

Così, innumerevoli persone, tra cui numerose persone che lavorano nella salute mentale, stanno uscendo o sono uscite da un lungo periodo della loro vita infestato di parole proscritte e di concetti proibiti, pronte ad aprirsi a concetti e significati che erano stati eliminati dalla loro costruzione della realtà, dopo anni passati a vivere e lavorare sotto il terrorismo di Stato di un governo repressivo.

Un esorcismo semantico

Durante un laboratorio che condussi al congresso cileno di terapia familiare a cui ho accennato sopra, e con il vantaggio di non essere stato esposto alle esperienze politiche e culturali delle persone provenienti dal paese ospitante, svolsi un esercizio sperimentale che chi vi prese parte trovò estremamente illuminante e che, di certo, fu molto rivelatore per me. Cominciai il laboratorio come ho cominciato questo saggio, raccontando la storia del mio incontro sulla spiaggia e della mia relazione a quel congresso in Argentina. Proseguii poi scambiando opinioni con il gruppo sulle parole e sui temi che non possono essere espressi, e sulle parole e sui temi che costituiscono, in alternativa, la «storia ufficiale».

Dopo questa introduzione, invitai le persone presenti — una settantina di terapeute e terapeuti dell’America Latina, in parte ancora sottoposti a governi repressivi e in parte in via di uscirne — a prendere parte a un esperimento. Lo descrissi come un esorcismo destinato ad ampliare il loro territorio semantico e ad accrescere la loro libertà. Chiesi allora di nominare parole che erano o che erano state proibite nei loro paesi d’origine.

Cominciai a scrivere alla lavagna un elenco con le parole pronunciate dalle poche persone che vollero rompere il ghiaccio. Ma, man mano che l’elenco si allungava, le parole cominciarono a emergere, gridate da ogni angolo della sala in un’atmosfera di eccitazione crescente, di riconoscimento e di ilarità, interrotta da momenti di raccoglimento cupo. Composi così un elenco di parole proibite che comprendeva, tra molte altre: tortura, desaparecido (scomparso), repressione, intellettuale, barbudo (barbuto), sinistrorso, milico (termine gergale e spregiativo per indicare un militare) e terricos (contributo di un terapeuta peruviano, che lo descrisse come un derivato di «terroristi», in riferimento alla guerriglia di Sendero Luminoso nel suo paese). Stilai poi un secondo elenco di termini, corrispondenti alla «storia ufficiale», come costo sociale, riconciliazione nazionale e unità nazionale.

Completati i due elenchi, invitai le persone partecipanti al laboratorio a formare gruppi di discussione di quattro o cinque persone, con il compito di conversare usando attivamente le parole del primo elenco. Questa attività fu descritta come una sorta di festival volto a liberare quelle parole dalla proscrizione. Il compito fu svolto con gioia ed entusiasmo evidenti, in gruppi pieni di risate, di gesti enfatici e di toni accesi.

Venti minuti dopo riuscii a recuperare l’attenzione del gruppo. Chiesi a ciascuna delle persone presenti di commentare la propria esperienza dell’esercizio. Senza eccezioni, le risposte espressero un entusiasmo quasi militante. Per alcune persone usare quelle parole era stato come dire «parolacce», e pronunciarle aveva procurato loro molto divertimento. E gli elenchi alla lavagna si arricchirono di parole nuove.

Che cosa è successo in uno dei gruppi

Uno dei partecipanti, un lucido gastroenterologo con una formazione in terapia familiare, riferì un episodio avvenuto nel suo gruppo, che illustra il peso ideologico e il potere simbolico di quelle parole. Al suo gruppo si era aggiunta all’ultimo momento una persona arrivata in ritardo al laboratorio, quando i gruppi si erano già formati e avevano cominciato a conversare. Il nuovo arrivato chiese a bassa voce al gastroenterologo di spiegargli il compito. Questi, decidendo lì per lì di depistarlo, gli disse che il gruppo doveva conversare usando il più possibile le parole del secondo elenco, quelle della «storia ufficiale», mentre in realtà il gruppo era molto impegnato a usare i termini dell’elenco delle «parole proscritte».

Cinque minuti dopo, l’intero gruppo stava affrontando il nuovo arrivato.

Per le parole che usava, i membri del gruppo lo percepirono come un fascista, mentre il pover’uomo, disorientato, si sentiva circondato da una folla ostile e radicale. Il gruppo proseguì in questo confronto finché il gastroenterologo non rivelò la natura del suo esperimento privato; a quel punto tutti i membri del gruppo poterono condividere un vocabolario comune.

Dopo che la grande maggioranza dei gruppi ebbe offerto i propri commenti personali e ciascuna persona ebbe avuto l’occasione di condividere le proprie osservazioni, chiusi la sessione, congratulandomi con il gruppo per la partecipazione attiva all’esperimento ed esortandolo a tenere alta la bandiera della lotta per la libertà di pensiero e di parola. Nei giorni seguenti, durante il resto del congresso di cui quella sessione faceva parte, molte persone del laboratorio mi fermarono in un corridoio o in altri luoghi informali per esprimermi il loro apprezzamento e raccontarmi il senso di liberazione che avevano provato.

Un esercizio di deutero-apprendimento

A proposito di questo esperimento, è importante tenere presente che non fui io a fornire le parole: entrambi gli elenchi furono costruiti a partire dalla terminologia portata dal gruppo. Va inoltre notato che né l’esperimento nel suo insieme né le parole degli elenchi erano specifici dell’uso dei paesi d’origine delle persone presenti. Al contrario, persone di paesi diversi proposero parole tanto per l’elenco della «storia proscritta» quanto per quello della «storia ufficiale».

Avendo caratterizzato questa esperienza come un compito aperto per il gruppo, come parte di un processo che non finisce mai, è chiaro che l’ho concepita come un esperimento di «deutero-apprendimento», cioè di «apprendimento dell’apprendere». L’esperimento mirava a rendere le persone partecipanti più sensibili non solo ai modi in cui gli ambienti politici repressivi avevano ristretto le loro risorse semantiche, ma intendeva anche mostrare come potesse compiersi il processo di recupero progressivo del loro linguaggio e, di fatto, dei loro processi di pensiero.

Merita di essere notato l’effetto di questo esperimento sullo sperimentatore: non solo si rivelò estremamente arricchente per me, ma anche più potente di quanto prevedessi. Mi interessò al punto che lo ripetei, con piccole varianti, in gruppi di professionisti di diversi paesi che stavano uscendo dalla dittatura.

E l’amico della spiaggia?

Ma che ne è stato dell’amico che incontrai sulla spiaggia, del collega che mi ha fatto riflettere sugli effetti persistenti della soppressione di parole e pensieri e sulla necessità di recuperare il nostro vocabolario?

Da quell’incontro, ormai quindici anni fa, sono sorti in me molti pensieri e molte domande senza risposta.

In che modo questa scotomizzazione, queste zone semanticamente cieche, si riflettevano nella pratica clinica del mio collega? Questa severa restrizione, forse elemento essenziale di sopravvivenza per molte persone in una società repressiva e violenta, non mina forse uno degli imperativi categorici della nostra professione — quello di arricchire il numero e la qualità delle opzioni delle persone che curiamo?

L’esperimento, il laboratorio che ho descritto sopra, è stato concepito come un antidoto, come esempio di un tipo di attività che si può sviluppare per neutralizzare gli effetti di quello svuotamento linguistico e concettuale che deriva dalle dittature.

Può essere un passo per recuperare la legittimità — nel mondo della terapia e anche nella vita delle persone in terapia — di concetti e pratiche vitali il cui bando potrebbe altrimenti diventare l’oscura eredità dei regimi repressivi. Se la psicoterapia è una pratica che mira ad arricchire il linguaggio e i processi di pensiero delle persone che accogliamo, per aiutarle ad ampliare la quantità e la qualità delle loro opzioni di vita, allora è cruciale che chi esercita questa pratica predichi con l’esempio.

Note dell’originale

(*) Questo articolo è stato pubblicato nel n. 34 di Perspectivas Sistémicas (novembre-febbraio 1994-1995) ed è stato ripubblicato per la pubblicazione online.

(1) Descritto in dettaglio in Sluzki, C. E. (1990). Desaparecido: Efectos semánticos y somáticos de la represión política en una familia que busca terapia. Family Process, 29 (2), 131-144.

(2) Questi concetti sono discussi in dettaglio in Sluzki, C. E. (1994). «Violencia familiar y violencia política. Implicaciones terapéuticas de un modelo general». In D. Fried Schnitman (a cura di), Nuevos Paradigmas, Cultura y Subjetividad. Buenos Aires, Paidós.

Chi è Carlos Sluzki

(**) Il dott. Sluzki è preside per le scienze della salute al College of Nursing and Health Science e professore di ricerca all’Institute for Conflict Analysis and Resolution, entrambi presso la George Mason University; professore clinico di psichiatria alla scuola di medicina della George Washington University; direttore dell’American Journal of Orthopsychiatry; consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità e della Corte penale internazionale dell’Aia. È stato direttore della rivista Family Process e direttore del Mental Research Institute (fondatore del corso).

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Palabras Recuperadas, Mundos Recuperados», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Perspectivas Sistémicas, n. 34, novembre 1994 – febbraio 1995). Tradotto da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Sluzki, C. E. (2022). Mots retrouvés, mondes retrouvés (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/mots-retrouves-mondes-retrouves (Opera originale pubblicata nel 1994 in Perspectivas Sistémicas, n. 34, novembre 1994 – febbraio 1995; ripubblicata nel 2022 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2022/06/24/palabras-recuperadas-mundos-recuperados/)

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