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Red Sistémica · Terapia familiare
Due testi tratti da uno stesso volume sulla consultazione in terapia familiare. Nella prefazione, Carlos Sluzki racconta il viaggio senza ritorno che ha condotto il campo dalla cibernetica alla cibernetica di secondo ordine, poi al costruttivismo e al postmodernismo: un campo che ha imparato a liberarsi delle proprie certezze. Nel capitolo 11, Sara Jutorán riferisce un’esperienza fuori dal comune: invitata da Maurizio Andolfi, di cui era allieva, a valutare insieme a una coppia di suoi pazienti la sua stessa terapia e la sua stessa persona, descrive, seduta dopo seduta e un anno più tardi, ciò che produce questo rovesciamento dei ruoli e delle gerarchie.
«Siamo parte del processo che vogliamo studiare.»
Carlos Sluzki
Nota della redazione
Questa pubblicazione riunisce due testi tratti dallo stesso volume. Anzitutto la prefazione del libro Please Help Me With This Family: Using Consultants as Resources in Family Therapy (1) (Per favore, aiutatemi con questa famiglia: i consulenti come risorsa in terapia familiare), scritta dal dottor Carlos Sluzki; poi il capitolo 11 dello stesso volume, La consultazione come valutazione della terapia, di cui è autrice Sara Jutorán.
Di Carlos Sluzki (*)
Il mio percorso evolutivo nel campo della terapia familiare mi ha riservato un viaggio arricchente, incerto e imprevedibile attraverso modelli, molti dei quali, all’inizio, sembravano mettere in discussione l’essenza stessa dei precedenti, ma che, con il passare del tempo, hanno dato luogo a nuove sintesi: arricchimenti qualitativi che, a loro volta, attraversano trasformazioni evolutive e nuove sfide qualitative. Questa evoluzione ci ha preparati a scartare costantemente certezze, a congedarci da concetti preziosi e ad accogliere con favore (talvolta con trepidazione) nuovi punti di vista in un mondo (un mondo di idee) che si rivela instabile. In cambio, questa evoluzione offre alla terapia familiare un campo professionale ricco, complesso e pieno di tessiture diverse.
Quei paradigmi «più recenti» (ormai di circa trentacinque anni fa) che hanno fatto della terapia familiare una disciplina specifica ci hanno avviati a un viaggio senza ritorno che va oltre l’individuo: il mondo interpersonale nel suo contesto è diventato l’unità minima di osservazione, per gentile concessione della cibernetica e della teoria dei sistemi. Una ventina d’anni più tardi si è prodotta un’altra rivoluzione: quella della cibernetica di secondo ordine. Nel titolo di uno dei suoi cicli di conferenze, Heinz von Foerster, uno dei suoi precursori, ci offre un chiaro esempio della ricorsività che la cibernetica porta con sé. Quel ciclo si intitola «U2», che sta per «Understanding Squared» (la comprensione al quadrato) ed è l’abbreviazione di «Understanding Understanding» (comprendere la comprensione). La parola inglese under-standing («stare sotto») è di per sé etimologicamente ricorsiva, poiché ci fa sapere che, per comprendere la nostra posizione, dobbiamo collocarci al di fuori di quel luogo. È interessante notare che l’equivalente tedesco di understanding, verstehen, ci colloca ver («davanti») anziché sotto stehen («dove ci si trova»). Una parola strettamente imparentata con understanding dal punto di vista etimologico e concettuale, la parola «epistemologia», ci colloca epi (prefisso greco che significa «sopra», ma anche «intorno», «accanto», «dopo» e «al di sopra») e histanai, cioè «il luogo» o «dove ci si trova». «Sotto», «davanti», «accanto» o «sopra»: siamo invitati a collocarci fuori dal nostro luogo per acquisire una prospettiva su noi stessi in quel luogo. Al tempo stesso, il titolo «U2» suggerisce che, per afferrare il processo dell’afferrare, dobbiamo collocarci al di fuori tanto dell’under («sotto») quanto dello standing («dove ci si trova»): un secondo giro ricorsivo. Ma al di fuori di che cosa? Siamo parte del processo che vogliamo studiare, qualunque sia la distanza che desideriamo prendere aggiungendo esponenti alla «U». In altre parole, la mancanza di un terreno solido da cui produrre questa osservazione (comprese le osservazioni sulla persona del terapeuta o sul processo terapeutico) dipende anch’essa dall’osservatore, il che mette in discussione ogni presunzione di oggettività. Di qui «l’oggettività tra parentesi» di Maturana.
Dalla cibernetica di secondo ordine è emerso l’insieme di paradigmi più recente: il costruttivismo e il costruzionismo, il modello narrativo e, infine, il postmodernismo, che ha fatto passare i modelli precedenti e le pratiche che ne derivavano attraverso la lente epistemologica della ricorsività, postulando che l’osservatore è parte dell’osservazione e dell’osservato e, quindi, organizza la realtà secondo le proprie convinzioni. Come conseguenza logica di questa nozione di una realtà dipendente dall’osservatore, per un certo periodo il centro dell’attenzione della nostra disciplina si è allontanato dalla «famiglia come sistema» e la persona del terapeuta è diventata il principale oggetto/soggetto di osservazione. A sua volta, quel fuoco si è spostato verso le proprietà sistemiche delle narrazioni.
Questa evoluzione dei presupposti che ci governano ha avuto un effetto devastante per la certezza, la direzionalità, le forme di conoscenza, i modelli scientifici, il linguaggio e le pratiche. Le rilevazioni oggettive sono state sostituite da storie, aneddoti e racconti. I presupposti normativi hanno lasciato il posto a descrizioni legate al contesto, alla cultura e al momento. Si è messa da parte la certezza riguardo alla previsione degli effetti e si è cominciato a fare attenzione a evitare le generalizzazioni. Il presupposto che esista una realtà fondamentalmente stabile (la formula «a parità di condizioni» che precedeva ogni pronostico della futurologia, simile alla formula «è probabile che questo intervento abbia tale effetto» usata assai spesso in terapia familiare) è stato sostituito dal presupposto più cauto che viviamo in un mondo di storie in divenire di cui entriamo a far parte nell’istante preciso in cui cominciamo a interagire con le persone che raccontano, e in cui noi, terapeuti, tentiamo, nel migliore dei casi, di alterare le storie sature di problemi e di favorire trasformazioni potenziali, purtroppo con effetti piuttosto imprevedibili. I racconti in prima persona singolare hanno sostituito il linguaggio neutro degli scritti accademici, che nascondeva chi li firmava.
Infine, ma non per importanza, la dissoluzione di una guida paradigmatica normativa su come le cose dovrebbero essere (per chi? quando?) ha comportato, per il nostro campo, un’enfasi rinnovata sull’etica, dimensione che per decenni si è ritenuto non appartenesse al discorso scientifico.
Modelli narrativi; realtà dipendenti dall’osservatore, dal contesto e dalla cultura; imprevedibilità; descrizioni che si basano su casi e sono restie alle generalizzazioni; processi caotici; etica: e le nostre pratiche quotidiane (lavoro clinico, supervisione, tirocini, ricerca) sono state modificate radicalmente, nel corso degli anni Novanta, da questo nuovo modo di comprendere la parola comprensione (understanding).
«Please Help Me with This Family: Using Consultants as Resources in Family Therapy» (Per favore, aiutatemi con questa famiglia: i consulenti come risorse in terapia familiare) affronta con successo la grande sfida di tornare, negli anni Novanta, su una delle nostre pratiche più preziose come terapeuti: partecipare a un dialogo trasformativo – lo si chiami consultazione, supervisione, consulenza o apprendimento – sulla nostra pratica clinica con il corpo docente, colleghe e colleghi, persone in formazione, istituzioni e perfino con le stesse persone in terapia. Chi ha contribuito a questo libro – sotto l’influenza di diverse genealogie di apprendimento, nel contesto di culture diverse e con posizioni che vanno dai migliori paradigmi tradizionali ai più recenti punti di vista postmoderni – offre un arazzo di esperienze arricchente, che si esprime come un discorso collettivo narrato con voce armoniosa e sotto la saggia guida di Maurizio Andolfi e Russell Haber, docenti stimati con un immenso percorso di contributi bibliografici e un’enorme esperienza di insegnamento nel campo della terapia familiare.
I sistemi di consultazione analizzati in questo libro sono molto vari ed estremamente illuminanti: dal terapeuta in dialogo con lo sdoppiamento dei propri self fino a luoghi interattivi complessi come le famiglie d’origine dei membri della terapia familiare o le diverse istituzioni che intervengono in un dato evento; dalla risorsa mutevole della propria intuizione (Whitaker la illustra con facilità: basta essere un Whitaker!) fino a percorsi strutturati per massimizzare le risorse di consultazione. Senza rendermene conto, ho letto questo libro in modo alternato; ho cominciato dai capitoli i cui titoli mi sembravano particolarmente attraenti, o da altri in cui un esempio clinico aveva attirato la mia attenzione, e poi ho letto ciò che avevo saltato. Ho finito per leggere tutto e ne ho tratto grande profitto: non solo mi ha rassicurato veder riconfermate alcune vecchie convinzioni, ma, cosa ancora più importante, sono stato spesso scosso da idee, punti di vista e sfide nuove, il che ha rimesso in moto, ancora una volta, l’interminabile processo dell’apprendimento. Per tutto questo, grazie Maurizio, grazie Russ, grazie a tutti i contributi. E a chi legge, buon viaggio.
Chi è Carlos Sluzki
(*) Il dottor Carlos E. Sluzki è medico, preside per le scienze della salute al College of Nursing and Health Science e Research Professor all’Institute for Conflict Analysis and Resolution, entrambi presso la George Mason University; professore clinico di psichiatria alla scuola di medicina della George Washington University; direttore dell’American Journal of Orthopsychiatry; consulente dell’Organizzazione mondiale della sanità e della Corte penale internazionale dell’Aia. È stato direttore della rivista Family Process e direttore del Mental Research Institute (fondatore del corso).
Di Sara B. Jutorán (**)
«Agisci sempre in modo da aumentare il numero delle alternative.»
Heinz von Foerster (1973 / 1982)
Quando studiavo con Maurizio Andolfi, fui invitata a intervenire come consulente nella terapia di una coppia che era in cura da lui. Alla coppia e a me fu chiesto di realizzare una valutazione della terapia e del terapeuta, cioè del mio professore. Senza esitare e senza ricevere informazioni preliminari, mi immersi nelle acque turbolente della seduta per assumere l’inedito ruolo di consulente del mio professore, mentre lui restava spettatore dietro lo specchio unidirezionale.
Permettendo alla sua allieva e ai suoi pazienti di valutare il suo lavoro terapeutico, Andolfi rovesciava gli schemi relazionali e i ruoli gerarchici, sia nel sistema terapeutico sia in quello formativo. In questo modo apportava elementi imprevedibili per aumentare la complessità del sistema, avviando un processo di riflessione che permetteva di produrre osservazioni sul sistema terapeutico. Osservare la valutazione gli permise di sapere quale percezione avessero i pazienti dell’effetto che lui produceva. Allo stesso modo, la seduta di valutazione, oltre ad aumentare la complessità del sistema, produsse una maggiore discontinuità, permettendo ai pazienti di misurare i progressi che stavano compiendo verso i loro obiettivi di vita.
L’esame della terapia attraverso la consultazione fornisce un riscontro interessante sul processo – e sul progresso – della relazione terapeutica. Così, la terapia può essere definita come una terapia che sta progredendo o che sta fallendo, una terapia che si è conclusa in modo soddisfacente o che potrebbe ricorrere a nuovi metodi, ecc. Si potrebbero anche valutare i comportamenti positivi e negativi del terapeuta: se offre sostegno, se apporta creatività; se si mostra drammatico, impaziente o distante; se si coinvolge troppo nel caso, ecc. In sostanza, Andolfi creò un contesto diverso che dà luogo alla riflessione all’interno dei sistemi terapeutico e formativo. Di conseguenza, la riformulazione operata da Andolfi della funzione svolta da ciascuno dei partecipanti rovesciò la sua posizione gerarchica in entrambi i sistemi, facendolo passare da una posizione alta a una posizione bassa.
Prenderò in considerazione – dal punto di vista di chi osserva e descrive il sistema di consultazione – tre criteri distinti che daranno luogo a osservazioni diverse.
Osservare i processi di interazione ci permette di descrivere come si rovesciano le relazioni complementari nei sistemi terapeutico e formativo. La relazione terapeuta-pazienti si rovescia e diventa una relazione consultante-co-consulenti, e la relazione professore-allieva diventa una relazione consultante-consulente.
Osservando i ruoli gerarchici del sistema terapeutico, si può notare che il terapeuta ricopre il ruolo di esperto e la coppia quello di clienti, mentre nel sistema di consultazione sono la consulente e la coppia, in qualità di co-consulenti, a ricoprire il ruolo di esperti, valutando il lavoro del terapeuta. «Il potere non è qualcosa che possiede una persona o un’altra; è una relazione in cui qualcosa viene conferito a qualcuno…» (Maturana, 1990a, p. 64). Il potere è quindi un concetto che implica sempre la presenza di due o più persone: una che conferisce il potere e l’altra che lo assume. In questo caso, Andolfi diede il potere alla sua allieva e ai suoi pazienti, e questi lo assunsero.
Secondo Maturana, le nostre emozioni variano quando partecipiamo a interazioni linguistiche. Variando le nostre emozioni, variano anche le nostre azioni, il che fa cambiare ricorsivamente il nostro linguaggio e il nostro ragionamento. Di conseguenza, conversare è il fluire intrecciato del linguaggio e delle emozioni, e il fluire del conversare costituisce una conversazione (1990b, p. 47).
La proposta di Andolfi diede origine a un’organizzazione dotata di funzioni e ruoli specifici per le persone che compongono quel sistema. L’uso del linguaggio in quei ruoli e in quelle funzioni diverse innescò emozioni distinte, che diedero luogo a una rete diversa di conversazioni (Maturana, 1990b).
Il cambiamento di funzioni, ruoli e conversazioni avvenuto tra le persone che compongono il sistema di consultazione permise ad Andolfi di ampliare e accrescere le sue osservazioni e riflessioni. Allo stesso modo, trovandosi dietro lo specchio unidirezionale, Andolfi acquisì maggiore libertà e distanza ed ebbe una minore partecipazione emotiva, mentre la coppia, grazie al mio intervento come consulente, poté percepire e vivere la propria terapia con una partecipazione emotiva maggiore. Inoltre, l’inserimento della coppia nel sistema formativo creò una maggiore simmetria nella mia relazione con Andolfi. La sua proposta fu dunque, come dice Maturana (1990c), «un invito a entrare nel dominio della co-ispirazione».
Da ricordare
Far valutare la propria terapia dalla propria allieva e dai propri pazienti non è una questione di modestia: è un’operazione sulla struttura del sistema. Passando in posizione bassa, chi conduce la terapia aumenta la complessità e l’imprevedibilità del dispositivo e trasforma la relazione terapeuta-pazienti in una relazione consultante-co-consulenti. Il potere non vi è una proprietà ma una relazione: qualcuno lo conferisce, qualcuno lo assume.
Gino e Anna sono una coppia di classe media. Sono sposati da sedici anni. Lei ha 36 anni ed è casalinga. Lui è proprietario di un negozio e ha 45 anni. Hanno due figli, uno di 13 e l’altro di 15 anni. Per quanto riguarda la terapia di cui si è detto, hanno avuto undici sedute in cinque mesi, due sedute con i figli e una con ciascuna delle famiglie d’origine.
Quando entrai nella seduta, Gino mi diede l’impressione di essere un uomo formale e riservato, dal volto inespressivo; Anna mi sembrò attraente e raffinata, con uno sguardo triste. Mi disse che il mio volto le sembrava familiare e risultò che era latinoamericana. Poiché io sono nata in Argentina, la coincidenza di un’origine latinoamericana comune sembrò favorire un clima propizio, che si mantenne per tutto il resto della seduta.
Entrambi definirono il loro problema scherzando, il che mi spiazzò. D’altra parte, il loro umorismo confermò l’impressione che avevo avuto all’inizio: avevano un buon rapport con me e mi accettavano nel ruolo di consulente.
Anna: Siamo qui perché siamo d’accordo su tutto. Vogliamo trovare un metodo per riuscire a litigare (ride).
Gino: Non l’abbiamo ancora trovato. Più passa il tempo, più siamo d’accordo (ride anche lui).
Anna (seria): Era uno scherzo. Siamo qui perché in sedici anni non siamo mai stati d’accordo su niente.
Gino: Non ci parliamo. Non c’è comunicazione tra noi.
Anna: È più di questo. È una guerra fredda.
Anna raccontò che un anno e mezzo prima si era iscritta a un corso d’inglese senza dire niente a Gino. Dava per scontato che lui non volesse che lei avesse altre attività, a causa della paura dell’abbandono che lui ha. Quando Gino venne a sapere che lei aveva cominciato a studiare l’inglese, se ne andò di casa per un mese e mezzo. L’aveva già lasciata un’altra volta, dopo una discussione sui numerosi viaggi d’affari che lui faceva e che a lei davano molto fastidio.
Sara Jutorán (consulente): Quindi era Suo marito ad andarsene, perché a Lei non piaceva che partisse per i viaggi d’affari; e se n’è andato di nuovo perché a lui non piaceva che Lei prendesse lezioni d’inglese.
Anna: Esatto.
Gino: Mi lasci spiegare. Lei ha un carattere molto più forte del mio. Non parliamo, discutiamo tutto il tempo, e io mi sento sempre in condizione di inferiorità. Non ho armi per difendermi e a un certo punto perdo le staffe. E quando lei dice: «Se n’è andato», quello che sento io è che mi hanno buttato fuori. Ero io quello che stava molto male. Oggi ho abbandonato l’idea che avevo, che lei dovesse lavorare solo in casa, come vuole la tradizione. Non credo più che debba essere così. Da quando vengo qui sono cambiato molto. Anche lei è maturata…
Anna riferì che, quando Gino era tornato a casa, aveva parlato con alcune persone vicine dei problemi tra loro due, e che queste avevano proposto di consultare Andolfi per una terapia di coppia.
Entrambi ritenevano che la loro relazione non fosse migliorata, ma pensavano che la terapia fosse stata benefica sul piano individuale.
La consulente: Vorrei sapere che cosa pensate del processo terapeutico, dall’inizio fino a oggi.
Gino: Credo che questa terapia mi sia molto utile, anche se dolorosa. Quando usciamo di qui, tra noi non c’è dialogo. Viviamo come se fossimo separati. Forse fa parte del processo terapeutico. All’inizio venivo qui per attaccare la posizione di mia moglie, per darle la colpa di tutte quelle cose che Le ha raccontato. Ma poi sono stato io a cominciare a sentirmi in colpa. Mi rimprovero di aver lavorato solo per la mia famiglia, mai per me. Non mi sono lasciato spazio. A poco a poco ho cominciato a notare le mie difficoltà sul piano sessuale e su quello affettivo e, anche se è stato doloroso e non mi è piaciuto per niente, mi sono reso conto che la terapia dava risultati, perché, se c’è dolore, vuol dire che la ferita si sta rimarginando. Ho cominciato a sentire che tutte queste cose si agitavano dentro di me; mi hanno fatto pensare molto.
La consulente: Lei pensa la stessa cosa, Anna? Eppure diceva che non eravate mai d’accordo.
Anna: Sì, credo che questa terapia sia quella giusta per noi, ma dentro di me stanno avvenendo cambiamenti che mi spaventano. Da una parte ho bisogno di sentire che esisto come persona, indipendentemente da mio marito, dai miei figli, dai miei genitori; che posso fare cose per me e con i miei mezzi. Dall’altra, questo mi fa molta paura, perché implicherebbe un cambiamento importante nella mia vita. Non so se ho la forza necessaria per raggiungere questo obiettivo.
La consulente: Che cosa ne pensa, Anna? Pensa anche Lei che questa sarebbe una terapia doppia-individuale?
Anna: Mi sembra che sia così che dovrebbe essere. Bisogna sentirsi bene con sé stessi per poter avere una buona relazione di coppia.
Gino: È vero. Non stiamo lottando per la coppia; è piuttosto attraverso di essa che ci stiamo occupando di noi come persone.
La valutazione che Gino e Anna fecero della terapia mi permise di notare i processi di differenziazione e di individuazione. Erano passati dal descrivere i loro conflitti in termini di colpe e lamentele reciproche al percepire i propri bisogni e le proprie difficoltà e allo scoprire il proprio potenziale. Questo cambiamento permise loro di assumersi la responsabilità della propria vita invece di attribuirla al coniuge.
La consulente: Qual è la Sua opinione, Gino? Direbbe allora che Andolfi ha fallito nella terapia di questa coppia?
Gino: Non credo. Se la terapia è riuscita a darci la forza, a tutti e due, di andare avanti in una direzione, qualunque essa sia, allora non ha fallito. Al contrario, credo che Andolfi abbia fatto un buon lavoro.
Anna: Mi sembra che sia così che deve essere.
La consulente: Anna, che cosa crede che pensi Andolfi: di essere riuscito ad aiutarvi tutti e due?
Anna: Vedendo come siamo oggi, credo che potrebbe pensare di non averci aiutati molto come coppia. Ci ha aiutati come singole persone, e mi sembra molto importante, perché mi ha portata a valutare che cosa ho fatto della mia vita. (Scoppia a piangere.) Mi sono resa conto che non è stato abbastanza. Ho sempre dato la colpa agli altri: mio padre, mia madre, mio marito, e l’unica colpevole sono io.
La consulente: A volte una crisi è importante per poter prendere coscienza di certe questioni.
Anna: È vero. E adesso che ho 36 anni non so che cosa fare. Mi rende triste, ma non ho paura. È più facile quando si hanno vent’anni. Mi sono resa conto di non aver preso certe decisioni, di aver sempre dato la colpa agli altri. È più facile nascondersi dietro qualcosa.
La valutazione positiva del lavoro di Andolfi che i membri della coppia espressero sul piano individuale – nonostante l’opinione negativa che mantenevano sulla loro relazione – convalidò gli obiettivi raggiunti e confermò il loro impegno nella terapia.
La consulente: Anna, Lei pensa che la coppia abbia un futuro?
Anna: Non so… se i miracoli esistono… può darsi. Non so… se potesse succedere qualcosa… A volte ci sono fattori esterni che fanno cambiare idea alle persone. Forse… non lo so. (Le frasi brevi e spezzate che usa riflettono i suoi dubbi; il tono della voce esprime la frustrazione e il pessimismo che prova.)
La consulente: E Lei che cosa ne pensa, Gino?
Gino: Sì, anche se c’è una possibilità su un milione, voglio provarci. (La voce spenta e la postura rigida non concordano con le sue parole.)
La consulente: Anna, sarebbe disposta a fare qualcosa qui?
Anna: Non so. È come se non potessi più andare avanti. Sono stanca.
La consulente: Suo marito ha detto che, anche se ci fosse una possibilità su un milione, continuerebbe a venire per sforzarsi di ottenere qualcosa. E Lei?
Anna: Ho paura che… (scoppia a piangere) che mi deludano di nuovo. Ho paura.
In questo momento Gino, esitante, mette a confronto la seduta di consultazione con le sedute terapeutiche. È la prima volta che mi ricordo che Andolfi si trova dietro il vetro, e mi sento piuttosto goffa. I due ruoli – quello di consulente e quello di allieva – si intrecciano. Mi sento presa in un triangolo tra Andolfi e Gino, che cerca di allearsi con me.
Gino: Mi sembra che… Andolfi… forse mi sbaglio… non so, ma mi sembra che lui non ci abbia parlato così, analizzando certe cose, certi sentimenti, come stiamo facendo adesso.
Subito Anna si schiera dalla parte di Andolfi e parafrasa le parole di Gino.
Anna: Mi sembra che non abbiamo avuto una seduta come questa con Andolfi perché le sedute dipendono dall’umore di ciascuno. Siamo noi a fare le sedute. Queste cose non sono venute fuori prima forse perché non era il momento giusto.
Da quel momento, l’apertura ai problemi non risolti produsse un’intensità emotiva maggiore. Gino disse che l’intervento eccessivo dei genitori di Anna era stato una delle cause della sua indifferenza. Anna sentiva che il fatto di non poter contare su Gino nei momenti difficili la portava a rivolgersi a suo padre. I due coniugi sembravano rinchiusi in una prigione solitaria. Anna cercava di trattenere i singhiozzi, ma il dolore la vinceva. Gino, che era impallidito, sembrava pietrificato. Il ritmo della seduta rallentò e la tensione raggiunse il culmine.
Anna: Non ci sei mai stato. Eri sempre assente. Sei mai presente come padre? (Parla con sempre più dolore. Comincia ad alzare la voce e stringe nervosamente tra le mani il fazzoletto con cui si asciuga le lacrime.)
Si aveva l’impressione che Anna stesse sputando fuori tutta la sofferenza accumulata in molti anni. Sentii la forza delle sue accuse; forse la presenza di un’altra donna le permise di aprirsi di più. Cercai di non cedere all’impulso di schierarmi dalla sua parte contro Gino.
Gino: No, credo che tu non abbia scelto me come padre. Hai scelto tuo padre come padre dei tuoi figli. Non sono mai stato vicino ai bambini perché, ogni volta che avevi bisogno di aiuto, ti rivolgevi a tuo padre. (Sembra che gli costi esprimersi. Il tono della voce è sempre lo stesso. Il volto sembra una maschera, il che rende difficile percepire la sofferenza che portano le sue parole.)
Anna: Non c’eri mai quando avevo bisogno di te. Mai. Ogni volta che volevo che mi accompagnassi da qualche parte, dovevo chiamare mio padre, perché se lo chiedevo a te mi rispondevi che avevi un negozio pieno di gente da servire. Mi ricordo che ti ho chiesto di accompagnarmi quando mi hanno operata all’utero, e tu hai detto che non potevi, allora ho chiamato mio padre. Come credi che mi sia sentita, lì, con lui? Che vergogna! Mi sentivo una stupida.
Gino: Non me lo ricordo.
Anna: No? Io invece sì. Quando ti ho chiesto di venire con me a scegliere l’ospedale dove sarebbe nato nostro figlio, che cosa hai detto? «Prendi un taxi e vacci con tua sorella». Mi ricordo che per tutto il tragitto non ho smesso di piangere.
Gino: Non sono d’accordo.
Anna: Non ho più bisogno che tu mi accompagni. Capisci? (Ricomincia a piangere.)
Gino: Non sono d’accordo con niente di quello che dici, e sono del tutto disposto ad analizzare queste cose giorno per giorno.
Durante tutta questa sequenza Gino rimase immobile. Gli si sentiva appena la voce e non guardava sua moglie. Tuttavia, dopo aver discusso ancora un po’, poiché Gino sembrava disposto a lavorare su questi temi, ricorsi al mio legame con Anna per arrivare a un accordo.
Anna: Sono così stanca.
La consulente: Sembra che ci siano temi che non sono ancora stati toccati.
Anna: È così.
Gino: Sì.
Anna: A dire il vero, sono così stanca che non ho voglia di risolverli.
La consulente: Non so; almeno nel mio Paese, certe questioni si chiariscono prima di prendere una decisione.
Anna: È vero. Certe decisioni si prendono solo quando tutto è già chiaro, non si prendono dal nulla.
Gino: Esatto.
Mi sembrò il momento giusto per ripristinare il sistema terapeutico. Uscii dalla stanza per parlare con Andolfi dietro lo specchio, dove decidemmo di concludere insieme il colloquio.
Andolfi: Oggi avete dimostrato un enorme coraggio, e credo che la consulente vi abbia aiutati a riuscirci.
Gino: Sì, sono contento.
Anna: Anch’io.
Andolfi: Forse è perché mi trovavo dietro il vetro, ma sento, più di altre volte, che c’è un clima da cimitero, e mi sembra che dobbiate ancora passare più tempo al cimitero… riuscire a immergervi nelle miserie della vita. In questo momento ho l’impressione che preferireste scappare dal cimitero piuttosto che restarci. (Alla consulente:) È d’accordo?
La consulente: Sì.
Andolfi (alla coppia): La consulente ha toccato subito temi molto importanti. Fin dall’inizio, l’incontro con Sua moglie sudamericana… dev’essere stato qualcosa dello spirito latino. (Alla consulente:) Anche Gino ha riconosciuto subito i suoi errori. La rapidità caratteristica di aver stabilito anche una relazione stretta.
Gino: È stato molto commovente. Alcune cose mi hanno toccato in modo molto particolare.
La consulente: Credo che sarebbe importante sgombrare la strada; altrimenti ci sarebbe un’altra fuga.
Andolfi: Sì, ma non hanno respirato questo clima di solitudine al cimitero. Credo che abbiano bisogno di passarci molto tempo senza che i figli vengano a vivacizzare la situazione. Se ci riescono, mi sarà ben chiaro quanto desiderino impegnarsi nella terapia, per uscire dal cimitero e non passarci la vita.
Gino: E quello che ha detto la consulente sullo spazzare la strada?
L’interessante metafora usata da Gino, dopo l’intervento di Andolfi, servì da parafrasi di ciò che avevo detto prima, nel tentativo di ristabilire il mio ruolo di consulente in presenza di Andolfi.
Andolfi: Spazziamola; dopotutto, siamo spazzini di professione.
La patetica sensazione di morte nella relazione della coppia portò Andolfi a raccomandare che sperimentassero queste sensazioni al cimitero, per poter aspirare alla genesi di una nuova relazione. La forte immagine del cimitero sottolineò la necessità di seppellire le posizioni che avevano occupato nella relazione per tutta la vita; rivelò la necessità di affrontare le ferite aperte e li sfidò a rafforzare il loro impegno nella terapia.
Quando la coppia se ne andò, mi rimase l’impressione che fossero stati toccati temi importanti. Ebbi la sensazione che Gino e Anna fossero riusciti a entrare in contatto con i propri vuoti e che, in questo modo, avessero potuto raggiungere livelli di comprensione più complessi. Non avevo certezze – suppongo che nemmeno loro ne avessero – sul loro futuro come coppia, ma sapevo che, attraversando quel cammino di incertezza, probabilmente avrebbero scoperto come uscire dalle loro funzioni rigide e stereotipate.
La proposta di Andolfi di condurre una valutazione attraverso la consultazione diede origine a tre livelli di osservazione.
Ciò che la coppia ha osservato della relazione terapeutica.
Ciò che la consulente ha osservato a partire da ciò che la coppia ha osservato della relazione terapeutica.
Ciò che Andolfi ha osservato a partire da ciò che ha osservato la consulente secondo ciò che la coppia ha osservato della relazione terapeutica.
Koestler (1964) coniò il termine bisociazione, che definiva come «la percezione di una situazione o di un’idea… in due quadri di riferimento coerenti in sé ma generalmente incompatibili…» (p. 35). La possibilità di collocarsi simultaneamente in due relazioni e in due ruoli distinti fornisce due quadri di riferimento diversi. Le percezioni di fondo che si trovano all’intersezione di questi due quadri di riferimento indipendenti possono suscitare emozioni, significati e comportamenti nuovi. Secondo Koestler (1964), «il risultato… è o uno scontro che finisce in una risata, o una fusione in una nuova sintesi intellettuale, o un confronto nell’esperienza estetica… la stessa coppia di matrici può portare a risultati comici, tragici o intellettualmente provocatori» (p. 45).
Nel corso di questo incontro si crea una rete complessa di contesti bisociati. Ciascuno di essi dispone di un quadro di riferimento specifico, con regole e codici specifici, organizzati in schemi di comportamento ordinato. L’esperienza simultanea in due quadri di riferimento distinti facilita il «… trasferimento della direzione delle idee da una matrice a un’altra, retta da una logica o da una regola diversa…» (p. 95). Koestler considerava la bisociazione «l’essenza dell’attività creativa» (p. 231) e spiegava che «l’atto creativo… opera sempre su più di un piano…». Si tratta di uno «stato transitorio di equilibrio instabile in cui la stabilità tra emozione e pensiero viene alterata» (pp. 35-36). «L’atto creativo, collegando dimensioni dell’esperienza che prima non erano in relazione… costituisce un atto di liberazione, la sconfitta dell’abitudine da parte dell’originalità» (p. 96).
Questa oscillazione e intersezione di ruoli e funzioni, precedenti e attuali, all’interno di contesti bisociati innescano cambiamenti nelle conversazioni attraverso il cambiamento delle emozioni e del linguaggio (Maturana, 1990b). Questo cambiamento divenne evidente quando Gino, nel suo ruolo di co-consulente e di paziente, compì un’autovalutazione, passata e presente, del cambiamento prodotto grazie alla terapia (vedi p. 8), mentre Anna non era sicura di poter portare a termine i propri obiettivi (vedi p. 10). Il confronto che Gino e Anna fecero tra la consultazione e le sedute terapeutiche (vedi p. 11) mi rese più difficile mantenere il mio ruolo di consulente e non diventare un’altra terapeuta. La mia decisione di includere il terapeuta nella seduta (vedi p. 13) lo rimise al comando. Tuttavia, quando la seduta si concluse, Gino confermò le ripercussioni che aveva avuto la presenza della consulente, riferendosi all’ottimismo che lei aveva manifestato (vedi p. 14).
Questo colloquio piuttosto insolito ci offrì la possibilità di vedere la situazione con altri occhi, da altre prospettive e in altri contesti. Permise ai membri del sistema di ampliare i propri domini, di sperimentare e costruire realtà alternative e di produrre nuove risorse.
Quando tornai a Roma l’anno seguente, Andolfi mi chiese una seconda valutazione-consultazione sulla terapia di Gino e Anna, che era ancora in corso. Mi raccontò che la consultazione realizzata l’anno precedente aveva portato a un miglioramento notevole e duraturo della relazione di coppia. Aveva suggerito loro di scrivermi a proposito dei cambiamenti che avevano ottenuto. Ma non scrissero mai quelle lettere, perché non volevano inviarmele prima di essere completamente «usciti dal cimitero». È possibile che il pensiero di quelle lettere non ancora scritte abbia mantenuto la presenza della consulente e l’impatto del colloquio di consultazione.
Quell’anno Gino decise di lasciare l’attività di famiglia e di aprirne una sua. Questa decisione, che lo legò ancora di più al lavoro, fu presa male da Anna, che si sentì ancora più abbandonata di prima. Dal canto suo, Anna voleva trovare un’attività propria, ma non si sentiva ancora sicura della propria capacità di indipendenza. Ricomparvero bisogni in conflitto e la relazione tra loro tornò a farsi difficile, anche se con sfumature diverse. Ciascuno dei coniugi si occupava ora maggiormente dei propri bisogni e delle proprie difficoltà individuali. Le colpe che si attribuivano a vicenda erano nettamente diminuite, ma entrambi cominciavano a pensare alla possibilità di divorziare.
Benché Andolfi e io fossimo d’accordo nel fare una seconda valutazione, a causa dello stress che la coppia stava attraversando decidemmo di rimandarla all’ultima parte della seduta. Di conseguenza, Andolfi creò, ancora una volta, una struttura nuova e diversa per il colloquio, includendomi come co-terapeuta.
Quando entrai nella seduta, fui sorpresa di vedere quanto fossero cambiati. Gino sembrava molto più vitale e più in contatto, e Anna più seducente e più animata.
La consulente: Vedo che siete cambiati.
Anna: In peggio o in meglio?
La consulente: Vi si vede diversi.
Anna: Separati o insieme? (Ridiamo tutti.)
Andolfi: Da che cosa nota la differenza?
La consulente: Sembrano più calorosi, più sicuri di sé, più vitali, soprattutto Gino.
Anna: Ho delle novità per voi. (Sembra animata.) Ho cominciato un corso di orientamento professionale. È per donne che non hanno mai lavorato, come me… (Andolfi e io ci congratuliamo con lei stringendole la mano.)
Andolfi (a Gino): E Lei si è congratulato con lei?
Gino: No, ma quello che ha fatto è importante. (La decisione di Anna non sembra piacergli molto, ma le stringe la mano e lei lo guarda con malizia.)
Anna: Non credo che le cose possano andare peggio di come vanno già. Devo provare qualcos’altro. Se avessi un’attività, forse non sentirei la mancanza di attenzione di Gino, non mi importerebbe nemmeno che non passi tempo con me e non mi aspetterei tutto da lui. Gli stavo rendendo la vita impossibile, così ho deciso di fare qualcosa per me. Ho cominciato ieri. Avevo molta paura, mi tremavano le mani, ma oggi non è stato così difficile. (Parla con entusiasmo.)
La consulente: Gino, che cosa prova nel vedere Anna così entusiasta?
Gino: Credo che abbia preso la decisione giusta. (Sembra freddo e distante, il che mi fa pensare che la cosa non gli piaccia molto.)
Anna: In queste ultime due settimane mi sono resa conto di non avergli mai dato l’occasione di capire che cosa volevo, perché avevo paura che non fosse d’accordo con me. Se divento più forte e trovo la strada giusta, forse anche lui cambierà atteggiamento.
Andolfi: È una ricerca aperta, importante. (Alla consulente:) Ciascuno deve essere capace di vedere le proprie mancanze, invece di vedere quelle dell’altro. Mi sembra che anche Gino abbia cominciato a vederle.
Gino: Per me, il risultato più grande di questa terapia è stato conoscermi meglio. (Mi sorprende che sia lui a tirare in ballo la valutazione della terapia dell’anno scorso.) Adesso ho più chiaro chi sono e credo che la cosa migliore sarebbe mettere fine al nostro matrimonio. Il problema è che non ho abbastanza forza per farlo. Oggi ho bisogno di vedere i miei problemi. (La sua voce è molto più animata, è più rilassato e sembra in contatto con sé stesso.)
Andolfi: Perché non ci parla di questi problemi?
Gino (soffrendo sempre di più e a voce molto bassa): Il fatto è che niente mi soddisfa. Forse è per la mia insicurezza o per il mio eccessivo senso di responsabilità, non lo so; il problema è che non trovo nessuna via d’uscita. Adesso ho più lavoro, il che comporta uno sforzo maggiore, ed è positivo; ma avrei bisogno che qualcuno della mia famiglia lo apprezzasse. Sto male dal momento in cui mi alzo. (Non riesce a continuare a parlare e scoppia a piangere.)
Anna lo guarda e scoppia a piangere anche lei. C’è un lungo silenzio, carico di grande intensità emotiva. Anna è sorpresa che Gino pianga; dice di essere preoccupata per lui e sottolinea che lui ha costruito un muro intorno a sé. Insiste anche sul fatto che lui non si permette di godersi la vita. Mi sorprende sentirla dire che è preoccupata per Gino, cosa che non aveva mostrato nell’incontro dell’anno precedente. Riformulo il pianto di Gino come l’inizio dell’apertura del muro; Andolfi amplia questa idea e provoca Gino facendogli notare che, fino a quel momento, era stato uno spettatore che si limitava ad accompagnare Anna in terapia, ma che oggi è presente. La reazione di Gino è di cercare di nuovo di allearsi con me.
Gino: Sento molto la presenza della consulente, oggi come la volta precedente.
Il fatto che Gino faccia riferimento all’incontro precedente mi offre l’occasione di riportare sul tavolo la seduta di consultazione dell’anno prima. Con mia sorpresa, poiché non ci eravamo accordati in precedenza, Andolfi se ne va dietro lo specchio unidirezionale. Questa seconda parte del colloquio è quindi isomorfa a quella dell’anno precedente.
La consulente: Vi ricordate tutti e due del colloquio dell’anno scorso?
Gino: Sì, certo.
Andolfi: Bene, vado dietro il vetro. (Andolfi esce.)
Gino: Per me è stato come uno spazio dentro la terapia. L’ho sentita come qualcuno che, allo scopo di aiutare, vuole entrare nell’essenza stessa di ciò che sta succedendo.
Anna: È stato molto importante e me lo ricordo molto bene. Ho pianto tanto… Ma poi ho trovato la forza per ricominciare, per provarci ancora una volta, e ho visto il matrimonio con occhi migliori. Tanto che per un bel periodo siamo andati d’accordo. Ma quattro settimane fa è stato Andolfi a farmi entrare in crisi, quando mi ha detto: «È come se Suo marito avesse sposato un’altra donna prima di sposare Lei, e quella donna è il suo lavoro. Lei sarà sempre la seconda.» Da quel momento ho smesso di parlare e ho cominciato a guardarmi dentro. Ho visto le mie insicurezze e ho scoperto di essermi persa tutta una fase della mia vita.
La consulente: Capisco. E Lei, Gino, che cosa pensa del colloquio dell’anno scorso?
Gino: Credo che questi colloqui che abbiamo una volta all’anno ci permettano di portare alla luce cose importanti. È come lasciare una strada per prenderne un’altra e poi tornare alla prima. È stato molto importante, c’è stato un vero dialogo tra noi, con molto impegno; Lei è entrata nei nostri sentimenti più intimi. Con Andolfi è diverso; è come percorrere una strada che non conosciamo.
Anna: Sì, lui ci indica una strada e poi assesta il colpo. Per esempio, dice qualcosa a Gino a proposito di me e, quando torno a casa, me ne ricordo e mi metto a pensarci. Quando mi ha parlato delle mie insicurezze, mi sono sentita molto turbata perché, per me, quello che aveva bisogno di aiuto era Gino.
La descrizione che fanno dei due diversi stili di terapia mi sembra piuttosto insolita e molto interessante. Questa volta la presenza di Andolfi dietro lo specchio non mi mette a disagio, molto probabilmente perché la nostra relazione è cambiata. D’altra parte, i commenti di Gino mostrano una caratteristica diversa, che si osserva anche in quelli di Anna: non ci sono accuse, ma rispetto reciproco. Noto anche la configurazione di nuove alleanze rispetto al colloquio precedente: da una parte la consulente e il terapeuta, dall’altra la coppia di coniugi.
Gino: In quest’ultimo periodo Andolfi mi ha detto che avevo così tanta rabbia dentro che nessuno riusciva nemmeno a farmi piangere. Una freddezza incredibile, mi ha detto. Eppure oggi ci sono riuscito.
La consulente: È quello che ho notato nel preciso istante in cui sono entrata. Ho notato che il ghiaccio si stava sciogliendo.
Anna: Aprirsi comporta un rischio, perché l’altro può dire: «Mi piaci» o «Non mi piaci».
La consulente: La domanda è se ci sia abbastanza forza per correre questo rischio.
Anna: Non so.
La consulente: Pensa che Gino sia cambiato?
Anna: Sì, ma ho paura che si richiuda. Comunque ho deciso di andare avanti e, se mi accetta così, tanto meglio, perché preferirei risolvere tutto senza arrivare alla separazione. Deve accettarmi come sono: una donna che può sbagliare, ma che può anche assumersi delle responsabilità. Non ci sono ancora riuscita, ma la mia intenzione è seguire questa strada. Forse potremo ricominciare tutti e due da capo.
La consulente: Non è affatto facile; rappresenta una sfida enorme.
Gino: Anch’io ho paura perché adesso, guardando il nostro passato, non voglio che le cose continuino così. Ho paura di essere quello che vuole separarsi.
La consulente: È interessante vedere come sono cambiate le cose. Adesso è Lei, Gino, a volersi separare, mentre l’altra volta era stato Lei a dire: «Anche se c’è una possibilità su un milione, voglio provarci». Se lo ricorda?
Gino: Sì, me lo ricordo.
La consulente: Pensate di continuare la terapia?
Tutti e due: Sì, qualunque cosa succeda.
La possibilità di valutare un anno dopo l’influenza che aveva avuto la consultazione creò una struttura isomorfa a quella della valutazione della terapia. Durante la consultazione, il terapeuta aveva potuto ottenere informazioni sul suo lavoro con la coppia. Questo colloquio permise alla consulente di ottenere un riscontro sull’incontro precedente con loro. Le due valutazioni misero in rilievo fasi diverse del processo terapeutico, il che permise ai pazienti, al terapeuta e alla consulente di rivedere e verificare lo stato attuale del processo.
La seduta di follow-up non fu l’ultimo incontro che avemmo con Anna e Gino. Li rivedemmo la settimana seguente. Regnava un’atmosfera di apertura e di calore, piena di umorismo e di vita. La coppia riferì che si erano prodotti alcuni cambiamenti positivi e propose l’idea di una seduta di follow-up l’anno successivo. All’inizio di quest’ultima seduta, le parole di Gino sembrarono riflettere tutto lo scambio di ruoli e di funzioni quando, assumendo il ruolo del terapeuta, chiese scherzando ad Andolfi e a me: «Avete l’aria triste e stanca; possiamo aiutarvi?»
L’anno seguente Andolfi mi informò che a Gino e Anna le cose andavano molto bene.
Da ricordare
Tornare un anno dopo crea una struttura isomorfa alla prima consultazione: ogni persona vi ottiene un riscontro su ciò che aveva prodotto. Il terapeuta scopre che cosa il suo lavoro ha fatto alla coppia, la consulente che cosa il suo arrivo ha fatto alla terapia, e la coppia misura il cammino percorso. La prova del rovesciamento completo dei ruoli viene da Gino che, all’ultima seduta, chiede ridendo alle due persone esperte: «Avete l’aria triste e stanca; possiamo aiutarvi?»
L’idea di creare un’équipe di consultazione con le persone in terapia per valutare il processo terapeutico offre nuove alternative nel campo della terapia familiare. Permette alle persone partecipanti di ampliare le proprie esperienze guardando il sistema terapeutico da diversi quadri di riferimento. La decisione presa in terapia di scambiare ruoli e funzioni convalida le competenze personali e il potenziale di ciascun membro. La libertà e la responsabilità che comporta il valutare una terapia favoriscono l’emergere di interazioni, percezioni e scelte nuove, producendo così domini di creatività imprevedibili.
Si sono aperte porte che ci permettono di intravedere nuovi orizzonti o, forse, lo stesso orizzonte sotto altre luci. È possibile che gli effetti della luce tradizionale facciano impallidire i nuovi colori che possono essere comparsi. O forse la nuova illuminazione farà risaltare colori nascosti, mai immaginati. Nel delicato equilibrio tra le luci conosciute e le nuove, le luci che prevarranno dipenderanno soltanto da ciascuno di noi.
Desidero ringraziare Maurizio Andolfi per avermi offerto l’occasione di partecipare alla sua consultazione, Humberto Maturana e Russ Haber per avermi aiutata nella revisione di questo manoscritto, e la signora Rita Kauders per avermi aiutata con la traduzione.
Note dell’originale
(1) La prefazione del dottor Sluzki al libro «Please Help Me With This Family» (Brunner/Mazel, 1994) si riferisce naturalmente a tutti gli interessanti capitoli del volume, scritti da firme prestigiose del campo della terapia familiare. I curatori scientifici dell’opera erano Maurizio Andolfi – che ringraziamo per il permesso di tradurre e pubblicare su Perspectivas Sistémicas il capitolo di Sara Jutorán – e Russell Haber; la casa editrice è Brunner/Mazel Publishers, 1994, New York. L’opera è stata tradotta e pubblicata anche in Brasile: «Usando Consultores como Recurso em Terapia Familiar», Artes Médicas, Porto Alegre, 1998.
(2) Questo articolo di Sara Jutorán è il capitolo 11 del libro citato; è stato pubblicato sulla rivista Perspectivas Sistémicas n. 55, marzo-aprile 1999. È stato appositamente rivisto per la pubblicazione online, aggiornando per esempio la presentazione curricolare di chi firma.
Chi è Sara Jutorán
(**) Sara Jutorán, MTF, è psicologa, master in terapia familiare, direttrice dell’Instituto de Terapia Sistémica di Buenos Aires (Argentina), associato all’Accademia di Psicoterapia della Famiglia di Roma. È docente post-laurea di diritto di famiglia alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Buenos Aires e nel dottorato in psicologia della Facoltà di psicologia e psicopedagogia dell’Universidad del Salvador. Ha creato e organizzato il master interdisciplinare in famiglia: salute, diritto, educazione, presso la Facoltà di psicologia e psicopedagogia dell’Universidad del Salvador, Buenos Aires, Argentina, 2002-2004.
Questo articolo è una traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo di «Por favor ayúdenme con estas familias», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Please Help Me With This Family: Using Consultants as Resources in Family Therapy (a cura di M. Andolfi e R. Haber), Brunner/Mazel, New York, 1994; capitolo 11 tradotto in spagnolo in Perspectivas Sistémicas, n. 55, marzo-aprile 1999). Traduzione realizzata da Complexe Systémique nell’ottobre 2026 con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e ripubblicata con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.
Leggi l’articolo originaleCome citare questo articolo
Sluzki, C. E., & Jutorán, S. (2023). Aidez-moi avec ces familles (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/aidez-moi-avec-ces-familles (Opera originale pubblicata nel 1994 in Please Help Me With This Family: Using Consultants as Resources in Family Therapy (a cura di M. Andolfi e R. Haber), Brunner/Mazel, New York, 1994; capitolo 11 tradotto in spagnolo in Perspectivas Sistémicas, n. 55, marzo-aprile 1999; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/10/por-favor-ayudenme-con-estas-familias/)
Per approfondire
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