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Complexe Systémique · Articolo originale

Il silenzio in terapia: una clinica del tra-le-parole

Julien Besse e Yara Doumit prendono sul serio ciò che i nostri manuali lasciano fuori campo: i momenti in cui nessuno parla. Filosofia, antropologia e clinica sistemica vi si incrociano per distinguere i silenzi che precedono la parola, quelli che la seguono e quelli che la sostituiscono, fino ai silenzi del trauma, che proteggono prima di potersi trasformare. Tre vignette cliniche mostrano che cosa queste pause spostino in un sistema, e l’articolo si chiude su un’etica del silenzio abitato.

Autrici e autori Julien Besse e Yara DoumitPubblicazione Complexe Systémique, 2026Testo scritto in francese da chi lo firma

Abstract di chi firma l’articolo

Il silenzio occupa un posto centrale, complesso e ambivalente nell’incontro terapeutico. Vissuto a volte come un momento di quiete, altre volte come una tensione da risolvere, costituisce un fenomeno relazionale al tempo stesso personale, culturale e sistemico. Questo articolo propone un’esplorazione approfondita del silenzio in terapia attraverso una prospettiva ibrida: filosofica, antropologica, sistemica e clinica. Tre vignette cliniche illustrano come i momenti di pausa modifichino le dinamiche familiari, di coppia e individuali. Infine, l’articolo propone implicazioni pratiche ed etiche per un uso calibrato del silenzio nel lavoro terapeutico.

Parole chiave: silenzio, sistemica, temporalità, comunicazione, risonanza, interazione, terapia familiare.

Introduzione

«Che musica, il silenzio!»

Jean Anouilh

Come la luce in un quadro di Pierre Soulages, il silenzio non si impone allo sguardo: scolpisce, rivela. Senza di esso, le forme si confondono, i contrasti si spengono e il senso, troppo pieno di sé, diventa opaco. Il silenzio è ciò che permette al mondo di apparire con nitidezza, ciò che dà alle parole la loro profondità. La musica lo sa da sempre. Una partitura satura di note diventa una prova per l’orecchio. Sono l’intervallo, l’attesa, la sospensione a dare alla melodia il suo respiro e la sua potenza. Le pause non interrompono il flusso musicale: lo organizzano. Preparano l’emozione, instaurano la gravità, rendono possibile la ripresa. Alexandre Astier evoca spesso questa evidenza quando parla della sua scrittura: compone i suoi dialoghi come una sinfonia. Ciò che conta non è soltanto ciò che viene detto, ma ciò che viene trattenuto, differito, lasciato in sospeso. Senza silenzio ci sarebbe solo cacofonia; con il silenzio nasce il ritmo.

Nelle nostre formazioni per terapeuti, ciò che conviene dire viene spesso anteposto a ciò che conviene tacere; i libri delle grandi figure che ci hanno formato lasciano apparire le parole scambiate nelle loro sedute, non i loro silenzi… Eppure è certo che proprio questi ultimi davano tutta la profondità alle loro azioni, il carattere unico dei loro interventi e l’autenticità che rendeva inimitabile il loro stile.

Il silenzio in terapia è un fenomeno così comune che si potrebbe credere non abbia bisogno di commenti. Eppure sono rare le persone che lavorano in clinica e vi si sentono pienamente a proprio agio. Alcune lo vivono come una parentesi feconda, uno spazio di respiro in cui il pensiero si riorganizza; altre vi vedono il rischio di un’impasse, un momento in cui l’alleanza potrebbe vacillare.

Nello spazio terapeutico, il silenzio non è mai una semplice assenza di rumore. È evento. Modifica la trama della relazione, dà un altro contorno alle emozioni, permette o impedisce la parola. A volte si impone come un’evidenza, altre volte resiste all’interpretazione. Può far emergere un senso o sospenderne la formazione.

Questo articolo propone un’esplorazione del silenzio in terapia a partire da una prospettiva sistemica allargata. Affronteremo prima il silenzio come esperienza umana, poi le sue diverse temporalità nella clinica. Mostreremo quindi come il silenzio operi come agente interazionale e temporale del processo terapeutico. Un approfondimento specifico sarà dedicato ai legami tra silenzio e trauma, per pensare il silenzio come risposta protettiva, ma anche come traccia di una temporalità ferita. Le implicazioni cliniche di queste proposte saranno illustrate attraverso tre vignette cliniche. Infine, l’articolo proporrà una riflessione critica sugli usi impropri del silenzio, prima di aprirsi a una discussione etica conclusiva che considera il silenzio come una postura relazionale che coinvolge la presenza, l’atteggiamento e la responsabilità di chi conduce la terapia.

Il silenzio come esperienza umana

«Che cosa c’è di più completo del silenzio?»

Honoré de Balzac

Prima di essere un oggetto clinico, il silenzio costituisce un’esperienza umana fondamentale. Accompagna spesso alcuni dei momenti più significativi dell’esistenza — nascita, morte, sgomento, meraviglia, rivelazione, sofferenza —; in queste zone di soglia, frequentemente incontrate in seduta, il linguaggio non viene tanto a mancare quanto si rivela momentaneamente inadatto a contenere l’esperienza. Il silenzio non designa dunque un’assenza da colmare, ma una densità da sostenere.

Questa prospettiva illumina subito una questione clinica centrale: bisogna interpretare il silenzio, accompagnarlo o restarvi? Heidegger (1927/1986) distingue un silenzio che apre uno spazio di avvento da un mutismo segnato dal ritiro e dall’evitamento dell’incontro. In clinica, questa distinzione invita a non confondere il silenzio con la chiusura. Anche quando il silenzio riempie tutto lo spazio, anche quando si addensa fino a rendere l’atmosfera soffocante, ci invita a prestare attenzione, a tendere i sensi per cogliere ciò che sfugge al linguaggio. Come in quell’incontro con un ragazzino di una decina d’anni, portato in seduta dalla madre perché «si rifiuta di parlare con chiunque tranne me»: che cosa rivela allora questo silenzio selettivo? Certamente molto più di quanto quel bambino avrebbe potuto esprimere con le parole a sua disposizione.

Alcune tradizioni apofatiche prolungano questa intuizione: certe esperienze troppo dense o troppo vulnerabili eccedono le capacità di nominazione e richiedono una sospensione del dire. Il silenzio sostiene una maturazione dell’esperienza prima della sua messa in parole, funzione familiare in clinica dopo un lutto, un trauma o una rivelazione intima. Questa sospensione del dire apre un terreno narrativo: certe storie marginalizzate non possono emergere finché lo spazio conversazionale resta saturo (White & Epston, 1990; White, 2007). Il silenzio diventa allora condizione di possibilità di racconti alternativi.

Tuttavia, la clinica sistemica ricorda che il silenzio è anche un fatto socialmente e culturalmente situato (Le Breton, 1997). A seconda dei contesti culturali, può significare rispetto, riservatezza o, al contrario, imbarazzo e ritiro. Una lettura univoca del silenzio esporrebbe dunque a errori clinici, e converrà sempre collocarlo nel suo contesto socioculturale. Provenendo noi stessi da due culture diverse (tra Europa e Medio Oriente), siamo spesso sorpresi e incuriositi dalle nostre differenze nell’interpretare ciò che si trasmette, ciò che si tace e il modo in cui le cose si dicono o si trattengono. L’approccio sistemico offre qui una griglia di lettura efficace: il silenzio è considerato un evento relazionale inscritto in una pluralità di sistemi in interazione — culturali, familiari, interazionali e transgenerazionali.

Le diverse temporalità del silenzio

«Il ritmo è nel tempo ciò che la simmetria è nello spazio»

Eugène d’Eichtal

In clinica, non tutti i silenzi hanno lo stesso valore né lo stesso senso, e per distinguerli occorre aggiungere una nozione fondamentale: il tempo. Alcuni precedono la parola, altri la seguono, altri ancora la sostituiscono.

I silenzi che precedono l’emergenza segnano un tempo di raccoglimento interiore: uno sguardo che si distoglie, un respiro che si fa più profondo, una frase interrotta sulla soglia di ciò che conta. Segnalano un lavoro in corso. Questi silenzi sono i primi che si impara a non temere nei nostri studi, perché sono essenziali alla costruzione di un pensiero in emergenza. Chi conduce la terapia con ansia, temendo i silenzi, tenderà a colmarli troppo in fretta, invitando a una danza senza respiri, a una conversazione a ruota libera in cui possono esprimersi solo le rappresentazioni già costruite. Ora, la terapia è proprio uno spazio di ridefinizione delle costruzioni disfunzionali consolidate, delle convinzioni limitanti e degli schemi irrigiditi. Come potrebbero questi automatismi riconfigurarsi in un tumulto conversazionale? Nei suoi sviluppi sull’intervista riflessiva, Tomm (1987) sottolinea l’importanza delle pause e dei silenzi come momenti in cui il pensiero si sposta. Il silenzio funziona allora come un’interfaccia riflessiva, che permette ai membri del sistema di percepire i propri schemi relazionali prima di poterli nominare. A questo punto, il silenzio diventa anche una postura clinica. Tacere non significa ritirarsi, ma sospendere il sapere. Cecchin (1987; Cecchin et al., 1992) insiste su questa curiosità clinica: un gesto attivo di non ingerenza che mantiene aperto lo spazio dei significati. Nella nostra esperienza di formazione, è spesso ciò che sorprende di più chi muove i primi passi come terapeuta durante le prime simulazioni di colloquio: il cambiamento di ritmo. Alcuni commenti raccolti spontaneamente illustrano questa sorpresa: «È quasi ipnotico! Si ha l’impressione di entrare in un altro mondo…». Il modo in cui chi conduce la terapia instaura una temporalità diversa da quella delle conversazioni abituali può sorprendere: punteggia diversamente gli scambi, dà un valore particolare a ogni parola scambiata, a ogni silenzio, e contribuisce in questo senso all’emergere di una differenza che farà la differenza.

I silenzi che seguono la parola formano l’après-coup necessario all’integrazione di ciò che è appena stato detto. Una rivelazione o una presa di coscienza acquistano la loro piena portata clinica solo se un silenzio viene ad accoglierle, permettendo all’emozione di inscriversi nel corpo e nella relazione. Quando un’informazione significativa assume senso, il silenzio è uno scrigno di prim’ordine, come lo spazio permette di valorizzare la preziosità di un oggetto. Alcuni marchi che cercano di dare ai loro prodotti un’immagine di lusso lo hanno capito bene nel campo del marketing. Apple, per esempio, concepisce i suoi negozi come spazi in cui il superfluo si cancella a vantaggio dell’essenziale. Collocata da sola su un espositore al centro della sala più vasta di un museo, una buccia di banana acquisirebbe lo statuto di opera d’arte. Il vuoto conferisce valore all’oggetto, come il silenzio ne dà alle parole.

Ci sforziamo di tenere a mente questa logica ogni volta che un’informazione ci sembra abbastanza significativa da meritare di essere valorizzata. In questa prospettiva, il silenzio non costituisce soltanto una cornice facilitante: diventa un’informazione che contribuisce a pieno titolo. Aumentando la permeabilità del sistema, rende più leggibile l’intenzione di chi emette il messaggio, lo addensa e ne amplifica l’impatto sul sistema ricevente. I silenzi diventano così veri e propri operatori clinici, al servizio del cambiamento dei sistemi che incontriamo.

Infine, certi silenzi non precedono né seguono: sostituiscono pienamente il linguaggio e aprono la strada a un’altra rete di significanti. Come dice Alfred de Musset: «la bocca tace per ascoltare parlare il cuore». Fin da Palo Alto, la comunicazione è pensata come ineluttabile: non si può non comunicare. Il silenzio diventa così un atto relazionale situato (Watzlawick et al., 1967). Nella nostra esperienza clinica, a volte solo il silenzio può accogliere ciò che si deposita, anche quando ciò che viene depositato assume quegli stessi tratti; ne daremo un esempio clinico più avanti. In una temporalità transgenerazionale, certi silenzi proteggono lealtà invisibili (Boszormenyi-Nagy & Spark, 1973). Le équipe cliniche dell’approccio di Milano hanno mostrato quanto i silenzi non colmati rendano visibili alleanze e gerarchie implicite. In Andolfi, il silenzio assume una dimensione incarnata: una presenza emotiva condivisa.

A volte sorprende constatare, grazie ai riscontri successivi delle persone accompagnate, che i momenti più potenti erano ben lontani da ciò che si sarebbe potuto immaginare. Preparando una conferenza, abbiamo inviato alle persone seguite in terapia un questionario volto a raccogliere la loro visione del processo terapeutico intrapreso con noi, e la loro testimonianza è stata ricca di insegnamenti. Tra questi riscontri, colpiva constatare che ciò che aveva segnato di più le persone accompagnate non riguardava tanto il contenuto degli interventi quanto la qualità dell’ascolto e della presenza. Il ritmo della seduta, la giustezza dei silenzi e soprattutto la sensazione profonda di essere comprese apparivano come elementi determinanti dell’esperienza terapeutica. Non si tratta di ridurre la terapia a un semplice atteggiamento di presenza, ma di riconoscere che questa costituisce uno dei fondamenti sui quali gli interventi tecnici possono poi acquisire senso.

Silenzio e trauma: tra sgomento, protezione e temporalità ferita

Il silenzio occupa un posto singolare nelle traiettorie traumatiche. Non costituisce né un semplice effetto secondario del trauma né un’assenza di simbolizzazione che converrebbe colmare. È anzitutto una risposta adattiva, spesso vitale, a un’esperienza che ha travolto le capacità di integrazione psichica, relazionale e corporea del soggetto. In questo contesto, tacere non è non dire; è non poter ancora dire senza rischiare una disorganizzazione.

Il trauma altera profondamente il rapporto con il tempo. Introduce una rottura nella continuità dell’esperienza, un prima e un dopo che non riescono più a collegarsi. Il silenzio traumatico si inscrive in questa temporalità ferita. Può corrispondere a uno sgomento iniziale, ma col tempo diventa spesso una strategia di protezione che permette alla persona in terapia di mantenere una coerenza minima di fronte a un ambiente percepito come pericoloso (van der Kolk, 2014).

In clinica, ciò si manifesta per esempio in persone capaci di riferire i fatti in modo molto strutturato, ma che si irrigidiscono o tacciono non appena il colloquio si avvicina a una zona affettiva più densa. Il silenzio sorge allora non come un rifiuto, ma come una soglia protettiva: parlare di più farebbe correre il rischio di una tracimazione emotiva che il sistema interno non è ancora in grado di contenere.

Nei sistemi familiari segnati dal trauma, il silenzio non risiede mai unicamente nell’individuo. Circola, si distribuisce, talvolta si istituisce come regola implicita. Ciò che uno non può dire diventa ciò che gli altri imparano a non sentire. Il silenzio funziona allora come un dispositivo di regolazione sistemica, volto a preservare i legami, evitare il crollo o mantenere un equilibrio relazionale precario. In questo senso, il silenzio traumatico è raramente un rifiuto della parola; più spesso è un tentativo di sopravvivenza relazionale. Nel mondo del trauma, il silenzio può anche essere veicolo di trasmissione sintomatica, come abbiamo sentito dire da Boris Cyrulnik al convegno «Systèmes humains face aux traumas» dell’IEFSH a Bruxelles (2023) a proposito del psicotrauma: «parlare troppo trasmette l’orrore, non dire nulla trasmette l’angoscia».

Si osserva così, in alcune famiglie confrontate a un evento traumatico lontano nel tempo, che ogni evocazione del passato, anche indiretta, è immediatamente seguita da un rallentamento della conversazione, da un cambiamento di postura corporea o da un ritrarsi dello sguardo. Non viene formulato alcun divieto esplicito, ma il silenzio si impone come una frontiera condivisa. Solo quando la cornice terapeutica diventa sufficientemente sicura questo silenzio può essere nominato come tale, spesso attraverso frasi come: «Se cominciamo a parlarne, non sapremo più fermarci».

Sul piano clinico, questa distinzione è essenziale. Confondere silenzio traumatico e resistenza espone a interventi inadeguati, persino violenti. Rilanciare troppo presto la parola, interpretare il silenzio come un evitamento o cercare di «far raccontare» può riattivare lo sgomento o rafforzare la dissociazione (Herman, 1992). In queste situazioni, il silenzio non chiede di essere rimosso, ma contenuto e rispettato nella sua funzione.

Il lavoro terapeutico consiste allora meno nel produrre parola che nel ripristinare una temporalità abbastanza sicura perché il silenzio possa, a tempo debito, trasformarsi. Si tratta di accompagnare il passaggio da un silenzio di protezione a un silenzio di preparazione, poi eventualmente a una parola possibile. Questo passaggio non può essere forzato; dipende dalla qualità della cornice, dalla stabilità del legame terapeutico e dalla capacità di chi lavora in clinica di tollerare di non sapere ancora.

Così, il silenzio e il trauma intrattengono una relazione stretta, non come ostacolo e soluzione, ma come due modalità di uno stesso processo di preservazione dell’integrità psichica e relazionale di fronte all’insopportabile. Il ruolo di chi conduce la terapia non è abolire questo silenzio, ma accompagnarne la metamorfosi, a un ritmo che appartiene alla persona e al sistema in cui si inscrive.

Queste considerazioni assumono una dimensione particolarmente concreta quando si osserva come il silenzio si inscriva, seduta dopo seduta, nel lavoro clinico con le famiglie e le persone accompagnate.

Implicazioni cliniche: una pratica del silenzio al cuore della relazione terapeutica

«Il silenzio è una delle forme più perfezionate dell’arte della conversazione».

William Hazlitt

Lavorare con il silenzio in terapia presuppone anzitutto di imparare a riconoscerne i molteplici volti.

Prima vignetta clinica

In seguito a un incesto tra fratelli durato più di una decina d’anni, rivelato dalla persona vittima in età adulta, si è prodotta una vera e propria deflagrazione all’interno del sistema familiare. Questa rivelazione tardiva ha spezzato un equilibrio fondato sul non detto e ha messo la famiglia di fronte alla portata del trauma, ai suoi effetti differiti e alle dinamiche relazionali che ne avevano permesso la persistenza.

La persona vittima ha espresso il desiderio che la persona autrice degli abusi potesse intraprendere un lavoro terapeutico. Questa richiesta ha progressivamente coinvolto l’intero sistema familiare in un processo terapeutico di lungo corso, con dispositivi e sottosistemi diversi: un lavoro specifico con la persona autrice, un accompagnamento della persona vittima, spazi dedicati alla fratria e un lavoro con la coppia genitoriale. Questo processo si è sviluppato nell’arco di oltre due anni.

Il lavoro terapeutico ha riguardato l’individuazione e la comprensione dei pattern relazionali, la portata del trauma e delle sue sequele, i processi di discernimento e di riconoscimento, nonché la messa in discussione dei ruoli, delle posizioni e delle dinamiche relazionali. Progressivamente si è avviato un movimento verso una differenziazione delle responsabilità, un riconoscimento del danno subito e una ridefinizione dei legami possibili.

Al termine di questo lungo lavoro, i membri della famiglia hanno formulato la richiesta di un incontro di confronto. Questo era pensato come un rituale terapeutico volto a punteggiare un ciclo della storia familiare: non per ripristinare un’unità di facciata, ma per permettere a ciascuno di scrivere una storia futura degna e accettabile. L’incontro doveva sancire una separazione simbolica — necessaria alla protezione della persona che aveva subito i danni — senza tuttavia imporre una rottura familiare totale. Sono state allora elaborate nuove regole di funzionamento relazionale, centrate sul rispetto dei bisogni e dei limiti di ciascuno.

È nell’ambito del lavoro preparatorio a questo incontro, condotto con la coppia genitoriale, che si è verificato un momento clinico particolarmente significativo. La madre appare allora molto silenziosa. Un silenzio insolito, in contrasto con il suo coinvolgimento costante lungo tutto il processo terapeutico. Ascolta, a volte annuisce, ma non prende la parola.

Il terapeuta sceglie di non rilanciare subito e riformula quel silenzio come qualcosa che potrebbe essere legato a ciò che si gioca all’avvicinarsi del rito di passaggio: dopo quell’incontro, ciascuno dei figli si appresta a dirigersi verso nuovi progetti, progetti che hanno cominciato a sbocciare nel corso del lavoro terapeutico. La fratria si rimette in movimento, ciascuno a modo suo. Ma lei, la madre, sembra restare lì, di fronte al crollo di un sogno: quello di una famiglia che non potrà mai più ritrovarsi come prima, al completo, in una continuità intatta, soprattutto nei momenti importanti e nelle celebrazioni familiari.

Si installa un silenzio. Poi un altro ancora. La madre non reagisce. Il tempo si dilata.

Il terapeuta pronuncia allora dolcemente il suo nome e aggiunge: «Non si può iniziare l’abbordaggio finché tutto l’equipaggio non è pronto a salire a bordo. Forse è meglio aspettare che ciascuno possa sentirsi pronto…».

Il silenzio si prolunga. La madre abbassa gli occhi. Dopo un lungo momento, prende la parola in lacrime: «Credo di non essere ancora pronta a permettermi di stare meglio… né ad avere un progetto per me».

Si interrompe, poi prosegue: «Ce l’ho con lui. Ce l’ho con lui perché mi ha tradita. Non solo per quello che ha fatto, ma per aver imposto il silenzio… dicendo che, comunque, non avrei mai creduto alla persona vittima se avesse parlato».

È la prima volta che la madre formula questa rabbia in modo esplicito. Fino ad allora si era appoggiata a una comprensione lineare delle motivazioni del figlio autore degli abusi, come se tale comprensione fosse necessaria per mantenere una forma di giustificazione e preservare una coerenza interna sopportabile. Il silenzio che ha preceduto questa parola non è stato un ritiro, ma un tempo di svolta. Ha permesso una redistribuzione delle carte relazionali, in cui la madre non cerca più a ogni costo di proteggere il figlio autore degli abusi.

In quel preciso momento, il silenzio ha operato come una soglia: soglia tra un lutto congelato e l’ambivalenza, tra la protezione di un mito familiare e l’emergere di una posizione soggettiva più calibrata. Ha reso possibile l’apparizione di una parola che fino ad allora non aveva ancora trovato il suo posto, aprendo la strada a un lavoro successivo sulla ridefinizione dei legami e sull’accettazione di una morfogenesi familiare.

Seconda vignetta clinica

La persona consulta in un contesto di sofferenza radicata da lungo tempo. Nel corso degli anni ha sviluppato meccanismi di protezione sempre più rigidi, eccessi di collera e un fondo ansioso pervasivo. Progressivamente, queste strategie, inizialmente protettive, sono diventate invalidanti. Gli attacchi di panico si sono intensificati, in particolare alla guida, al punto da rendere estremamente difficili gli spostamenti di lavoro. La quotidianità è allora dominata da un’ipervigilanza relazionale costante: ogni interazione è percepita come potenzialmente violenta, ogni situazione come una minaccia.

Il lavoro terapeutico individuale avvia una lettura sistemica della sua storia. Diventa progressivamente possibile individuare l’utilità adattiva di questi comportamenti nel contesto in cui sono emersi: risposte necessarie, in un dato momento, per far fronte a un ambiente percepito come pericoloso. Ciò che ha permesso di sopravvivere ieri appare però, oggi, come ciò che ostacola la vita. Una metafora si impone a poco a poco nel lavoro: quella di una persona assegnata a fare la sentinella, costantemente all’erta, mentre la festa continua senza di lei. A forza di scrutare il pericolo, ha perso l’accesso al banchetto.

Si avvia allora un lavoro di ricognizione delle risorse disponibili e attivabili, con l’obiettivo di individuare ciò che potrebbe sostenere un movimento diverso, meno difensivo, più vivo. È in questo contesto che si verifica un momento clinico singolare.

Durante una seduta, il terapeuta evoca il film Underground. Racconta come, durante la guerra, una famiglia si nasconda in un sotterraneo, rifornita regolarmente da contrabbandieri. La guerra finisce, la vita riprende in superficie, ma nessuno avverte la famiglia che il pericolo è passato. Continuano a nascondersi, a sopravvivere come se la guerra non fosse mai cessata.

Il terapeuta conclude il racconto e tace.

Chiama allora la persona per nome e pronuncia lentamente una frase performativa: «Oggi, 19 aprile, la guerra è finita».

Silenzio.

Un silenzio denso, ma diverso. Salgono le lacrime, non lacrime di sconforto, ma lacrime che mescolano sollievo e speranza. Il terapeuta ripete, con la stessa tonalità: «Oggi, 19 aprile, la guerra è finita».

Quel silenzio non è un vuoto. Agisce come un’autorizzazione. Si opera una svolta: un prima e un dopo. Questo momento segna un punto di svolta nel processo terapeutico, non attraverso un’interpretazione, ma attraverso una nuova inscrizione simbolica del tempo presente. Ciò che era stato necessario per sopravvivere non è più richiesto per vivere.

Nei mesi che seguono, la persona comincia progressivamente a lasciare la posizione di sentinella. Sperimenta altri modi di stare al mondo, meno difensivi, più aperti. Ritrova il gusto del «banchetto». Qualche mese dopo, prepara un viaggio in Europa. Sceglie di farlo in auto. Questa volta guida lei stessa.

Terza vignetta clinica

La persona è una donna di circa quarant’anni, con un percorso politraumatico. Durante l’infanzia è stata maltrattata da un patrigno descritto come avido di potere e di dominio. Nel presente, questo vissuto organizza ancora una parte importante del suo funzionamento relazionale: ogni figura di autorità, ogni asimmetria implicita, ogni segnale – anche tenue – di una possibile presa di potere su di lei fa scattare un allarme interno immediato. La sua modalità di protezione privilegiata è allora l’escalation simmetrica: contrattacca, alza la voce, irrigidisce la propria posizione e cerca di riprendere il controllo prima di esserne privata. Questo pattern, inizialmente adattivo, ha finito per colonizzare la sua quotidianità. Sul lavoro la espone a episodi esplosivi (urlare contro un superiore gerarchico, sabotare i rapporti con la clientela non appena percepisce una messa in discussione). Nella sfera intima contribuisce a una successione di rotture: ogni sfumatura di disaccordo, ogni bisogno espresso dall’altra persona, ogni sfasatura nella disponibilità affettiva può essere interpretata come un tentativo di dominio. Il legame si trasforma allora in un campo di battaglia, e lei preferisce rompere piuttosto che rischiare di essere di nuovo «presa».

In questo contesto, la postura terapeutica è un perenne esercizio di equilibrismo. La terapia, per definizione, instaura una cornice, un ritmo, delle regole: altrettanti elementi che possono essere vissuti come un’autorità. Il minimo gesto può essere interpretato come direttivo. Il terapeuta deve continuamente tenere insieme due esigenze: offrire una cornice abbastanza stabile da contenere (e rassicurare), senza che tale cornice venga vissuta come dominio.

È in questa tensione che ha luogo un momento clinico decisivo, durante una seduta in videoconferenza. Le telecamere sono accese. Fin dai primi minuti, la persona dice di «non avere le parole», poi precisa che non vuole parlare. Il tono non è aggressivo; è chiuso, come se la parola stessa diventasse un rischio. Il terapeuta percepisce allora qualcosa di molto particolare: quel rifiuto non somiglia né a una provocazione né a una manovra di controllo nel senso strategico del termine. Somiglia piuttosto a una soglia traumatica. Come se, in quel punto preciso, «dire» esponesse a un pericolo interno: quello di una disfatta emotiva, o quello di un’intrusione avvertita come insopportabile (Herman, 1992; van der Kolk, 2014).

Lei comincia allora a scrivere nella finestra della chat. Qualche frase breve, a volte frammentaria. Il terapeuta risponde dapprima a voce, nel tentativo naturale di restare in contatto. Ma molto presto si rende conto che la sua voce – pur calma – produce un effetto paradossale: sembra accentuare la dimensione gerarchica della scena. L’oralità riattiva qualcosa dell’apostrofe autoritaria: la parola come strumento di direzione, la parola che occupa lo spazio, la parola che organizza.

In quell’istante, il terapeuta sceglie un gesto clinico semplice, ma rischioso: abbandona il linguaggio orale. Non cerca di «tradurre» ciò che lei scrive. Non propone riformulazioni. Nemmeno lui scrive. Resta lì, pienamente presente, e lascia che lo scambio passi dal digitale all’analogico: postura, sguardo, micromovimenti, ritmo respiratorio, qualità della presenza. Questa donna diventa allora estremamente attenta a quei segnali analogici. Osserva, scruta, scandaglia. Non con una curiosità banale, ma come si sorveglia un ambiente potenzialmente pericoloso: «Mi spingerà? Interpreterà? Riprenderà il potere attraverso il linguaggio? Riempirà lo spazio, mi imporrà un senso, mi farà dire?». Il terapeuta, dal canto suo, si attiene a una disciplina interiore: accogliere senza catturare; ricevere senza trasformare; essere presente senza dirigere. Si vieta volontariamente il riflesso professionale di dare forma. Si ripete, in sostanza, che ciò che si deposita qui non può essere detto, e che ogni tentativo di «fare bene» con le parole rischierebbe di incidere l’istante invece di sostenerlo.

La seduta si svolge allora in un silenzio quasi totale. E per quasi un’ora non viene pronunciata una sola parola. Eppure non è vero che non succeda «niente». Il silenzio è denso, abitato, lavorato. Somiglia meno a un vuoto che a una sospensione. Qui il terapeuta non risponde sullo stesso registro. Non contesta. Non negozia. Non dirige. E nemmeno si ritira. Mantiene una posizione esistenziale: una presenza impegnata, senza dominio. Così facendo, introduce una differenza che modifica la grammatica interazionale. Là dove il sistema relazionale della persona si aspetta una lotta di potere (e vi si prepara), incontra una stabilità non dominante. Il silenzio diventa allora un atto relazionale, una risposta che non alimenta l’escalation e che rende possibile un’altra forma di coordinazione.

Qui il terapeuta non cerca di rimuovere il silenzio: lo contiene e, con questo gesto, gli permette di trasformarsi. Il silenzio non è più soltanto un ritiro difensivo: diventa un luogo sicuro, una camera di compensazione, una preparazione.

Dopo questa seduta, qualcosa del legame terapeutico si trasforma. Non perché sia stato formulato un contenuto nuovo, ma perché ha avuto luogo un’esperienza relazionale nuova: l’esperienza, rara e strutturante, di essere accolta senza essere presa.

Questa vignetta mette in evidenza una dimensione spesso sottovalutata del silenzio: la sua capacità di diventare, in certi contesti traumatici, un linguaggio più sicuro del linguaggio stesso.

Così, le implicazioni cliniche del silenzio non si limitano al suo uso tecnico. Coinvolgono un’intera postura terapeutica: una disponibilità, una presenza, una capacità di tollerare l’incertezza, di accogliere l’emergere, di lasciare che il sistema si mostri, di lasciarsi anche toccare. Il silenzio non è uno strumento che si applica; è uno spazio relazionale che si impara ad abitare. Ed è forse in questo modo di abitare il silenzio che si rivela l’essenza stessa del lavoro sistemico: creare, con il sistema e per il sistema, le condizioni di una trasformazione che avviene al suo ritmo.

Un’etica del silenzio in terapia

Se il silenzio può essere protettivo, contenitivo e trasformativo, può anche diventare fonte di violenza quando è mal calibrato, imposto o non interrogato. Il silenzio non è mai neutro: agisce sempre nella relazione. È proprio per questo che può, in certi contesti, riprodurre o rafforzare dinamiche di dominio, di cancellazione o di squalifica.

Un primo uso improprio si ha quando il silenzio assume la forma di un abbandono terapeutico. Tacere senza presenza, senza un coinvolgimento percepibile, senza attenzione al vissuto della persona in terapia, può lasciarla sola di fronte ad affetti invadenti. In queste situazioni, il silenzio non è più uno spazio di contenimento, ma un vuoto relazionale, talvolta giustificato a posteriori da un riferimento teorico.

Capita così che una persona evochi brevemente un pensiero intrusivo o una paura intensa, poi taccia. Se chi conduce la terapia prolunga quel silenzio senza abitarlo — senza sguardo, senza una postura contenitiva, senza segni di presenza — la persona può interpretare quel non detto come una conferma implicita che ciò che prova è troppo pesante, troppo eccessivo o inaccettabile. Qui il silenzio non apre uno spazio; rafforza l’isolamento.

Un secondo uso improprio riguarda il silenzio come strumento di potere. Tacere di fronte a una parola offensiva, violenta o squalificante, senza nominarla né contenerla, può essere vissuto come una convalida implicita. In contesti segnati da forti asimmetrie — violenza nella coppia, abusi, rapporti gerarchici rigidi — il silenzio di chi conduce la terapia può esporre la persona più vulnerabile a una rivittimizzazione simbolica.

Allo stesso modo, il silenzio può diventare violento quando è culturalmente inadeguato. Un silenzio percepito da chi conduce la terapia come rispettoso o contenitivo può essere vissuto dalla persona in terapia come un rifiuto, un’indifferenza o una fredda presa di distanza, in funzione della sua storia relazionale o del suo quadro culturale. Quando un simile scarto non viene interrogato, può portare a una rottura silenziosa dell’alleanza, spesso individuata tardi.

Un altro uso improprio si ha quando il silenzio serve a evitare una presa di posizione clinica necessaria. Di fronte a questioni etiche chiare — protezione di un bambino o di una bambina, riconoscimento di un danno, esplicitazione di una violenza — il silenzio può diventare un modo per sottrarsi alla responsabilità terapeutica. In queste situazioni, parlare non è interpretare; è assumere una funzione di terzo, indispensabile alla sicurezza del sistema (Boszormenyi-Nagy & Spark, 1973).

Infine, il silenzio può essere strumentalizzato come tecnica, staccato da ogni presenza. Usato in modo meccanico, perde la sua dimensione relazionale e diventa un procedimento privo di senso. Quando è usato senza un ascolto attento dei suoi effetti, cessa di essere terapeutico.

Questi usi impropri ricordano un’esigenza fondamentale: il silenzio va interrogato non solo nelle sue intenzioni, ma nei suoi effetti concreti. La domanda clinica non è mai «bisogna tacere?», ma «che cosa produce questo silenzio qui, ora, per questa persona, in questo preciso sistema?».

È in questa vigilanza che si gioca una parte essenziale dell’etica del lavoro terapeutico. Il silenzio è un atto relazionale situato, che può sostenere o ferire, aprire o irrigidire, trasformare o ripetere. Può sostenere l’emergere di un senso o, al contrario, lasciare la persona in una solitudine insopportabile. Per questo l’etica del silenzio non rimanda mai all’uso o al non uso della parola, ma a un modo di essere, a una qualità di presenza che sostiene — o compromette — il processo terapeutico.

Un silenzio etico è un silenzio abitato, in cui chi conduce la terapia resta coinvolto, connesso, attento a ciò che si gioca, anche se non parla. Si può tacere a lungo restando pienamente con l’altra persona; si può parlare molto essendo segretamente assenti. Tacere può significare rinunciare momentaneamente alla competenza esperta, sospendere l’interpretazione, evitare di precipitare una lettura teorizzante che fisserebbe ipotesi troppo presto; incarna allora una postura di umiltà terapeutica: «Non so ancora che cosa stia accadendo, ma sono qui con Lei per lasciare che questo si dica — o si viva». Questo atteggiamento di non sapere non può essere confuso con una neutralità fredda: il silenzio etico presuppone una presenza sensibile, un coinvolgimento che si manifesta nella postura, nello sguardo, nel respiro, nell’orientamento del corpo. Ciò che chi conduce la terapia non dice, il suo corpo lo comunica. Il silenzio si trasforma allora in un sostegno all’affiliazione relazionale, in un modo di offrire uno spazio senza invadere, di accompagnare senza dirigere, di contenere senza rinchiudere.

L’etica del silenzio implica anche un rispetto delle temporalità. Ogni sistema possiede il proprio ritmo. Alcune persone parlano per non sentire; altre tacciono perché le parole mancano ancora. Chi conduce la terapia deve sintonizzarsi su queste temporalità senza imporle né subirle. Tacere troppo presto può essere violento; parlare troppo in fretta può esserlo altrettanto. Il silenzio diventa così uno strumento di sincronizzazione.

Questa vigilanza temporale è tanto più importante quando la seduta tocca esperienze traumatiche. I silenzi che seguono la rievocazione di un trauma non sono mai neutri: richiedono un lavoro attivo di contenimento. Chi conduce la terapia deve allora sostenere quel tempo di sospensione per evitare che la persona venga lasciata sola con lo sgomento o con il dolore. In quei momenti, il silenzio non è un’assenza ma un orientamento: segnala che il soggetto non è solo a portare ciò che accade.

Infine, il silenzio implica una responsabilità clinica e relazionale. Quali che siano le sue intenzioni, produce sempre un effetto nel sistema. Chi conduce la terapia deve dunque interrogarsi continuamente:

  • Perché taccio adesso?
  • Questo silenzio aiuta la co-costruzione?
  • Rischia di rafforzare un’asimmetria, una gerarchia, una squalifica implicita?
  • Questo silenzio sostiene il processo o rischia di complicarlo?

In certi contesti, in particolare in situazioni di trauma, di asimmetria di potere, di conflitto acuto o di lealtà invisibili, il silenzio può involontariamente riprodurre dinamiche di oppressione o di cancellazione. Tacere di fronte a una parola che ferisce può mettere in pericolo un soggetto; tacere di fronte a una rivelazione troppo improvvisa può lasciare qualcuno in una vertigine emotiva non contenuta. L’etica esige allora di riconoscere che il silenzio non è mai neutro: agisce, modula, influenza.

L’etica del silenzio non è un protocollo: è un modo di stare in relazione, attento, situato e umile — un’etica della presenza più che dell’interpretazione.

Navigare con i silenzi dà a chi fa terapia ciò che la conoscenza delle correnti dà a chi va per mare: una sottile umiltà, una giusta consapevolezza del nostro posto e un sapere esperienziale che il tempo sa levigare.

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Testo di Yara Doumit & Julien Besse, scritto in francese. È apparso dapprima con il titolo «Le silence en thérapie : une clinique de l’entre-mots» in Cahiers critiques de thérapie familiale et de pratiques de réseaux, n. 76 (2026/1), pp. 25-41. È pubblicato qui da chi lo firma; fa fede la versione della rivista.

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Come citare questo articolo

Doumit, Y., & Besse, J. (2026). Le silence en thérapie : une clinique de l’entre-mots. Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/le-silence-en-therapie-une-clinique-de-l-entre-mots (Opera originale pubblicata nel 2026 in Cahiers critiques de thérapie familiale et de pratiques de réseaux, n. 76 (2026/1), pp. 25-41; ripubblicata nel 2026 da Cahiers critiques de thérapie familiale et de pratiques de réseaux, https://doi.org/10.3917/ctf.076.0025)

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