Traduzione assistita dall'IA

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Red Sistémica · Psicopatologia

Una visione relazionale dei disturbi di personalità

Nata con una vocazione di rivoluzione epistemologica e a lungo impegnata a forgiare strumenti per intervenire sulle relazioni, la terapia familiare sistemica non ha mai prodotto un discorso proprio sui disturbi di personalità. Partendo da una definizione relazionale della personalità e dalle nozioni di nutrizione relazionale, coniugalità e genitorialità, Juan Luis Linares propone qui di rileggere la storia della nosologia psichiatrica – psicopatia, sociopatia, famiglia multiproblematica, disturbo borderline – e avanza ipotesi relazionali sulle basi familiari delle sociopatie, dei disturbi borderline e dei disturbi antisociali.

Autore Juan Luis LinaresPrima pubblicazione capitolo di Terapia Familiar y de Pareja (a cura di Arturo Roizblatt), Editorial Mediterráneo, Santiago del Cile, 2006Traduzione Complexe Systémique, traduzione italiana non ufficiale dallo spagnolo assistita dall’IA, con l’accordo di Red Sistémica

«Gli interventi non si producono sulle relazioni in astratto, ma su individui in relazione.»

Juan Luis Linares

Nota della redazione

L’originale comprende due figure. La figura n. 1 (le quattro modalità di famiglia d’origine secondo la coniugalità e la genitorialità) è riprodotta più sotto in forma di griglia. La figura n. 2, schema che colloca le grandi aree psicopatologiche nei tre spazi di disfunzione relazionale, non ha potuto essere riprodotta; i rimandi numerati del testo (fig. n. 2, «1»–«8») si riferiscono a essa e sono stati conservati.

Un punto cieco della terapia familiare

Considerata la storica avversione della terapia familiare sistemica a mettere a fuoco l’individuo, tanto come oggetto di riflessione teorica quanto come oggetto di intervento terapeutico, non può stupire che non esista un discorso proprio sui disturbi di personalità. In effetti, non solo è stata soppressa la radice «psico» dal nome del modello, ma si è energicamente aborrita la diagnosi individuale, seguendo le orme di Bateson, che la squalificava come concetto dormitivo (Bateson, 1972). Ciò è comprensibile, perché la terapia familiare è nata con una precisa vocazione alternativa, di rivoluzione epistemologica, e per molti anni si è legittimamente impegnata a creare strumenti per intervenire sulle relazioni. Solo in tempi recenti si è avviato un movimento coerente di rettifica, basato sull’evidenza che gli interventi non si producono sulle relazioni in astratto, ma su individui in relazione.

Questo movimento, tuttavia, non ha ancora raggiunto il necessario processo di elaborazione di una psicopatologia relazionale né, tanto meno, è riuscito a generare un discorso sistemico sui disturbi di personalità, terreno sul quale diventa particolarmente evidente quanto sia indispensabile disporre di una teoria relazionale della personalità. E, sebbene non sia questa la sede per improvvisare un compito che deve essere necessariamente rigoroso e meticoloso, si impone la necessità di cominciare ad affrontarlo.

Una definizione di personalità

Gold e Bacigalupe hanno condotto un’accurata rassegna delle teorie della personalità di natura interpersonale e sistemica (Gold e Bacigalupe, 1998) e non hanno potuto trovare quasi nient’altro che la teoria interpersonale di Harry Stack Sullivan (Sullivan, 1953) come proposta specifica, fonte d’ispirazione per molti lavori sistemici. Tra i suoi numerosi meriti teorici figura quello di aver coniato il termine «sistema del sé», per designare una personalità plasmata nello sguardo degli altri. Ma Sullivan continuò a esercitare la sua pratica terapeutica in una relazione diadica con le persone in cura, e la terapia familiare che gli è succeduta si è disinteressata della personalità in quanto concetto intrapsichico.

Che cos’è la personalità dal punto di vista relazionale? Ecco una possibile definizione: «la dimensione individuale dell’esperienza relazionale accumulata, in dialogo tra passato e presente, e inquadrata da un substrato biologico e da un contesto culturale». Vale la pena esaminarne uno per uno gli ingredienti.

Dimensione individuale. È necessario assumere che si tratta di un concetto individuale. In caso contrario, si continuerebbe a pensare in termini di schemi o pattern relazionali, ma non di personalità.

Esperienza relazionale accumulata. Si tratta di una riedizione del vecchio concetto batesoniano di schismogenesi, che, come è noto, ha sottolineato l’idea, rivoluzionaria ai suoi tempi, che le persone sono modellate e definite dalla relazione, piuttosto che il contrario.

Dialogo tra passato e presente. Siamo il prodotto di una storia e, da questo punto di vista, il passato in cui si è svolta l’esperienza relazionale definisce la personalità. Ma la storia viene continuamente riscritta nel presente, a partire dal quale è possibile ridefinire il passato.

Un modello meccanicamente dipendente dal passato è, per esempio, una diga idraulica: tanti ettolitri persi, tanti da recuperare per ritrovare un determinato livello. Ma la personalità è un concetto comunicazionale, più simile a un modello informatico, in cui un semplice clic su un’icona riempie immediatamente e in modo spettacolare tutto lo schermo con una nuova immagine. Per questo è anche possibile, a partire dal presente, indurre cambiamenti spettacolari nel passato, e per questo la tensione dialettica tra passato e presente è un elemento così importante nella definizione della personalità.

Substrato biologico. L’organismo umano, e in modo particolare il sistema nervoso centrale, sono l’hardware della personalità. La genetica gioca sicuramente un ruolo importante nella trasmissione di certe predisposizioni a sviluppare determinati tratti di personalità.

Contesto culturale. La cultura inquadra e sovradetermina la personalità, influenzandone in modo decisivo la definizione (Falicov, 1998). Essere estroversi non significa la stessa cosa in un paese nordico e nei Caraibi, né, persino all’interno dello stesso paese, sulla sierra o sulla costa peruviana. Le culture sviluppano mitologie che privilegiano alcuni tratti di personalità rispetto ad altri, condizionandone l’iscrizione nel patrimonio psicologico dei loro membri.

Da ricordare

La personalità, in senso relazionale, è «la dimensione individuale dell’esperienza relazionale accumulata, in dialogo tra passato e presente, e inquadrata da un substrato biologico e da un contesto culturale». Non è una diga che si riempie e si svuota meccanicamente, ma uno schermo che il presente può ricomporre con un clic: il passato resta ridefinibile.

La nutrizione relazionale

L’elemento più importante dell’esperienza relazionale che si accumula per servire da base alla costruzione della personalità individuale è il vissuto soggettivo di essere amati. Fin dalla nascita, il bambino o la bambina elabora la propria relazione con i genitori in termini d’amore, ma si tratta di un amore complesso, che somiglia poco all’amore romantico (questa sublime semplificazione). L’amore complesso con cui si costruisce la personalità è un processo relazionalmente nutritivo che, lungi dal consistere in un fenomeno puramente affettivo, possiede ingredienti cognitivi, emotivi e pragmatici. C’è dunque un pensare, un sentire e un fare amorosi.

Per costruire una personalità matura, chi cresce ha bisogno di sentirsi riconosciuto come individuo indipendente, dotato di bisogni propri, distinti da quelli dei genitori. La mancanza di riconoscimento, o disconferma, è un fallimento della nutrizione relazionale sul piano cognitivo, che può comportare seri handicap per la costruzione della personalità. Lo stesso accade, senza uscire dalla componente cognitiva della nutrizione relazionale, con la squalifica, che è un fallimento della valorizzazione delle qualità personali da parte di figure significative dell’ambiente relazionale.

I genitori possono essere teneri e affettuosi con la prole e mostrarsi incapaci di riconoscerla o valorizzarla adeguatamente. Ma può anche accadere il contrario, ed è allora il piano emotivo a registrare il fallimento delle funzioni genitoriali. È il caso dei genitori che sono distanti, respingenti od ostili verso i figli perché li percepiscono come ostacoli alla propria realizzazione individuale o come alleati dell’altro in una situazione di disarmonia coniugale. Le carenze nutritive nella relazione con un genitore possono essere compensate dall’altro, ma tali compensazioni non sempre si producono o non sempre sono sufficienti. E, in ogni caso, una personalità matura non può costruirsi senza gli apporti emotivi della nutrizione relazionale, che sono l’affetto e la tenerezza.

Quanto alle componenti pragmatiche dell’amore complesso o nutrizione relazionale, esse si riassumono principalmente, per quanto riguarda il legame tra genitori e figli, nella socializzazione, con il suo duplice versante, protettivo e normativo. Un buon adattamento dell’individuo alla società è fondamentale per la sopravvivenza e, in larga misura, è responsabilità dei genitori; per riuscire pienamente, esige un accoppiamento adeguato di protezione e normatività. Ma, eventualmente, l’una e l’altra possono fallire, tanto per difetto quanto per eccesso. La personalità del bambino o della bambina potrà allora risentirne le conseguenze negative.

Sulla base di questo bagaglio fondamentale, chi cresce organizza la propria esperienza relazionale in termini narrativi, cioè costruendo storie che danno senso a tutto ciò che accade. E alcune di queste storie vengono selezionate per costituire l’identità, nella quale ogni persona si riconosce e sulla quale non accetta facilmente compromessi. Il contenuto della narrativa individuale, tanto di quella identitaria quanto di quella che non lo è, così come la relazione tra le due, costituisce la trama della personalità. È importante che l’identità sia solida, né gracile né ipertrofica, perché serva da ancoraggio adeguato a una narrativa non identitaria che deve essere il più possibile ricca e varia. E inutile dire che la nutrizione relazionale, in quanto amore complesso, costituisce il materiale con cui si costruisce tutta la struttura.

1

Pensare amoroso

Riconoscimento del figlio o della figlia come individuo distinto e valorizzazione delle sue qualità. I suoi fallimenti: la disconferma e la squalifica.

2

Sentire amoroso

Affetto e tenerezza. Il suo fallimento: la distanza, il rifiuto o l’ostilità dei genitori.

3

Fare amoroso

La socializzazione, con il suo duplice versante protettivo e normativo. I suoi fallimenti: per difetto come per eccesso.

Genitorialità e coniugalità

In questa prospettiva, l’importanza della famiglia come crogiolo della personalità diventa evidente. Al di là di fattori genetici difficili da valutare e impossibili da modificare, la famiglia è il principale veicolo dei condizionamenti culturali e, inoltre, lo spazio in cui si generano e si sviluppano gli stimoli relazionali più influenti sulla maturazione individuale (la nutrizione relazionale). Non dovrebbe dunque sorprendere che si metta a fuoco la famiglia quando si tratta di comprendere alcuni dei più importanti enigmi riguardanti la personalità normale e patologica. Anzi, deve trattarsi di una messa a fuoco esigente in rigore concettuale e ricca di sfumature, che non si limiti a considerare la famiglia come un luogo in cui si socializzano i bambini insegnando loro a imitare condotte adattate. L’equazione complessa che è la nutrizione relazionale si compone, come abbiamo visto, di elementi molteplici e sottilissimi, che dipendono dall’idiosincrasia di ogni famiglia. Tuttavia, è possibile ricavarne alcune leggi generali.

L’ambiente immediato di chi nasce, cioè la sua famiglia d’origine, è organizzato da due dimensioni relazionali di grande importanza, incarnate generalmente dai genitori. Si tratta della coniugalità e della genitorialità (Linares, 1996), che rappresentano due versioni della nutrizione relazionale, intesa rispettivamente come amore coniugale e amore genitoriale.

La coniugalità, in una coppia con vocazione familiare, si fonda su una reciprocità cognitiva, emotiva e pragmatica, mediante la quale i due membri negoziano un accordo che implica un pensare amoroso (riconoscimento e valorizzazione), un sentire amoroso (tenerezza e affetto) e un fare amoroso (desiderio e sessualità, principalmente). Tutto ciò esige lo scambio, cioè un esercizio di dare e ricevere in modo equilibrato, con un’importante componente egualitaria.

Per contrasto, la genitorialità si fonda su una relazione complementare, cioè diseguale, nella quale il dare e il ricevere non possono essere in equilibrio. Non c’è dubbio che i genitori ricevano una forte gratificazione dall’allevare i figli, ma la catena è fondamentalmente lineare e, a beneficio della specie, ogni generazione paga a quella che la segue il debito contratto con la precedente. L’amore genitoriale comporta, come quello coniugale, elementi cognitivi che implicano riconoscimento e valorizzazione, ed elementi emotivi, che passano per l’affetto e la tenerezza. Quanto alle componenti pragmatiche, le differenze sono radicali, poiché il fare amoroso genitoriale consiste, fondamentalmente, nell’esercizio della socializzazione. Questa non è altro che un’adeguata preparazione all’integrazione nella società, e si compone di due elementi di pari importanza: la normatività, che deve garantire il rispetto della società da parte dell’individuo, e la protezione, incaricata di far sì che tale rispetto sia reciproco.

Coniugalità

Reciprocità cognitiva, emotiva e pragmatica: dare e ricevere in modo equilibrato. Il fare amoroso è principalmente il desiderio e la sessualità.

Genitorialità

Relazione complementare, diseguale: ogni generazione paga alla successiva il debito contratto con la precedente. Il fare amoroso è la socializzazione, normativa e protettiva.

A seconda che soddisfi o meno le condizioni dell’amore coniugale, la coniugalità sarà armoniosa o disarmonica. Tuttavia, l’armonia implica la capacità di risolvere ragionevolmente i conflitti coniugali, anche mediante la separazione e il divorzio; per cui, ai fini della loro influenza sui figli, si possono considerare coniugalmente armoniose le coppie che negoziano adeguatamente, indipendentemente dal loro stato civile. D’altra parte, coniugalità e genitorialità sono variabili relazionali indipendenti, sebbene con un certo grado di influenza reciproca. Per questo vale la pena considerare le possibilità di una conservazione o di un deterioramento primari della genitorialità, precedenti a qualsiasi influenza che la coniugalità possa esercitare su di essa.

Così come la personalità individuale si costruisce con identità e narrativa, il sistema familiare si articola in termini di mitologia e organizzazione. La mitologia familiare è lo spazio in cui convergono, e da cui scaturiscono, le narrazioni individuali dei membri del sistema. Costituisce pertanto un territorio di negoziazione narrativa, il cui risultato sono i miti, nei quali coesistono un determinato clima emotivo, elementi cognitivi, che sono i valori e le credenze, ed elementi pragmatici, che sono i rituali. A sua volta, l’organizzazione è il risultato dello sviluppo evolutivo delle strutture familiari lungo il ciclo di vita, e in essa si distinguono aspetti importanti come la gerarchia, la coesione e l’adattabilità. Mitologia e organizzazione familiari si condizionano a vicenda, offrendo al tempo stesso una cornice relazionale ricchissima per la costruzione e lo sviluppo della personalità dei membri del sistema.

Disfunzioni relazionali familiari

La combinazione delle due dimensioni relazionali descritte, coniugalità e genitorialità, crea, a seconda del loro predominio relativo, quattro grandi modalità possibili di famiglia d’origine, come mostra la figura n. 1. Tra queste, quella definita dalla coniugalità armoniosa e dalla genitorialità primariamente conservata è quella che offre maggiori possibilità di apportare una nutrizione relazionale pienamente soddisfacente. In essa i genitori hanno una buona capacità di risolvere adeguatamente i conflitti che vivono come coppia e, al tempo stesso, crescono i figli con una buona offerta amorosa a livello cognitivo, emotivo e pragmatico.

Le famiglie con tendenze disfunzionali occupano i restanti tre quadranti della figura n. 1, sempre in funzione della presenza in esse delle dimensioni relazionali citate.

Le famiglie triangolanti sono quelle in cui una coniugalità disarmonica si combina con una genitorialità primariamente conservata. I genitori, inizialmente ragionevolmente coinvolti nel soddisfare i bisogni nutritivi della prole, perdono la rotta di fronte all’irrompere di serie difficoltà nel risolvere i propri conflitti coniugali. Ed eventualmente ricorrono ai figli con diverse proposte di alleanza, creando loro problemi che denotano il deterioramento secondario della genitorialità. Da questo punto di vista, definiamo la triangolazione come il coinvolgimento disfunzionale dei figli nella risoluzione dei problemi relazionali dei genitori.

Figura n. 1 – Le quattro modalità di famiglia d’origine secondo la coniugalità e la genitorialità (ricostruzione).

Coniugalità armoniosa + genitorialità primariamente conservata

Famiglia funzionale: nutrizione relazionale pienamente soddisfacente.

Coniugalità disarmonica + genitorialità primariamente conservata

Famiglie triangolanti: deterioramento secondario della genitorialità.

Coniugalità armoniosa + genitorialità primariamente deteriorata

Deprivazione: importanti carenze nella nutrizione relazionale della prole.

Coniugalità disarmonica + genitorialità primariamente deteriorata

Situazione caotica: gravissime carenze nutritive.

Quando i genitori non presentano difficoltà rilevanti sul piano coniugale, ma si mostrano primariamente incompetenti nell’esercizio della genitorialità, parliamo di deprivazione, situazione che genera importanti carenze nella nutrizione relazionale dei figli. Questa modalità di famiglia provvede in genere ai loro bisogni materiali, e offre loro persino modelli positivi di socializzazione, a partire da una normatività adeguata o perfino, eventualmente, eccessiva. Sono genitori formalmente ben adattati, che non attirano l’attenzione dei servizi sociali e godono di buona considerazione presso quelli di salute mentale, ma che falliscono ai livelli più profondi, dove i loro stessi bisogni nutritivi prevalgono su quelli dei figli.

Se la coniugalità disarmonica coesiste con la genitorialità primariamente deteriorata, la situazione relazionale in cui si svolge la crescita dei figli può essere definita caotica. Si tratta di famiglie con gravissime carenze nutritive, che espongono la prole a ogni sorta di rischi, tra cui non ultimi i gravi difetti di socializzazione. Tuttavia, proprio perché le loro carenze sono così evidenti, queste famiglie possono generare facilmente risorse compensatorie, tanto esterne quanto interne. Quelle esterne arrivano con gli interventi correttivi, terapeutici o solidali, spontanei o professionali che siano, mentre quelle interne sono un effetto collaterale della coniugalità disarmonica, che può provocare reazioni genitoriali paradossali in uno dei due genitori.

I disturbi di personalità nella nosologia psichiatrica

Fin dai primi tentativi di classificare i disturbi mentali, sono stati descritti quadri caratterizzati da condotta disadattata, scarsa produttività sociale e mancanza di coscienza morale. Emil Kraepelin, nell’edizione del 1915 del suo celebre manuale di psichiatria, introdusse il termine personalità psicopatica, che, in accordo con gli orientamenti dominanti nella Germania dell’epoca, acquisì le connotazioni di una patologia eredo-degenerativa dalle radici biologiche. Fu questa la concezione dominante finché durò la leadership tedesca della psichiatria, e il personaggio che meglio la illustrava era il delinquente immorale o amorale, che finiva la sua vita in carcere o in manicomio.

Ma la sconfitta del nazismo rese impossibile mantenere proposte troppo contaminate dalla complicità con gli orrori dei campi di concentramento. Inoltre, Partridge aveva introdotto negli Stati Uniti il termine sociopatia, molto più in sintonia con l’ideologia americana del New Deal, satura di ottimismo sociologico (Partridge, 1930). Certo, anche il sogno americano poteva fallire, ma quando ciò accadeva, nei quartieri marginali delle grandi città, il personaggio emblematico era un gangster violento ma ragionevolmente socializzato.

Negli anni Cinquanta il movimento americano del lavoro sociale approdò nel campo della salute mentale, trovando il termine sociopatia ancora troppo medico per i suoi gusti. L’oggetto caratteristico dell’intervento del servizio sociale restava lo stesso, cioè la violenza, l’abuso, la tossicodipendenza e, in definitiva, l’emarginazione e la povertà; ma, a partire dalla propria epistemologia, il lavoro sociale propose come alternativa il nuovo concetto di famiglia multiproblematica, che rappresentò un passo ulteriore nella sociologizzazione del campo. Si è sempre discusso, e si continua a farlo ancora oggi, se la povertà sia un fattore rilevante nel deterioramento della salute mentale (Costello, 2003).

Contemporaneamente, la sindrome o disturbo borderline, che sarebbe presto diventato il disturbo borderline di personalità, nasceva con l’intento di colmare lo spazio esistente tra psicosi e nevrosi, che era, in un certo senso, quello già occupato dall’antica psicopatia. Solo che ora questa rinasceva spogliata di contenuti geneticisti e con una chiara volontà di comprensione psicoanalitica. Con il passare degli anni, il disturbo borderline di personalità non ha smesso di allontanarsi dal suo primo significato psicopatologico di disturbo di confine psico-nevrotico, per assumere contenuti propri della personalità psicopatica. E ancora oggi ampi settori di opinione continuano a considerarlo incurabile e si stupiscono quando le persone interessate migliorano nel corso di un trattamento (Gunderson, 2003).

Da ricordare

Psicopatia eredo-degenerativa (Kraepelin, 1915), sociopatia del New Deal (Partridge, 1930), famiglia multiproblematica del lavoro sociale (anni Cinquanta), poi disturbo borderline di ispirazione psicoanalitica: ogni epoca ha ribattezzato lo stesso spazio clinico, tra psicosi e nevrosi, secondo la propria ideologia dominante – biologica, sociologica o psicoanalitica.

I disturbi di personalità nella psichiatria attuale

Arriviamo così all’ultimo passo significativo della nosologia psichiatrica nella classificazione dei disturbi di personalità. L’American Psychiatric Association, nella sua serie di manuali diagnostici e statistici dei disturbi mentali (i successivi DSM), finisce per distinguere un Asse II, proprio dei disturbi di personalità, distinto dall’Asse I, che corrisponde ai disturbi clinici. Si introduce in tal modo una dicotomia profonda tra sintomi clinici e personalità, che non devono intrattenere una relazione reciproca. Come vedremo più avanti, questa separazione non ha alcuna giustificazione dal punto di vista psico-relazionale, che impone naturalmente una continuità tra le diverse manifestazioni psicologiche, normali e patologiche.

L’Asse II del DSM-IV-TR (American Psychiatric Association, 2000) distingue tre gruppi di disturbi di personalità:

Gruppo A

Disturbo paranoide, disturbo schizoide e disturbo schizotipico di personalità.

Gruppo B

Disturbo antisociale, disturbo borderline, disturbo istrionico e disturbo narcisistico di personalità.

Gruppo C

Disturbo evitante, disturbo dipendente e disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.

È evidente che, con qualche piccola modifica (il passaggio del disturbo istrionico dal gruppo B al gruppo C), i tre gruppi si sovrappongono alle tre grandi aree della psichiatria classica: psicosi (gruppo A), psicopatie (gruppo B) e nevrosi (gruppo C). Ma, per ciò che qui interessa, vale anche la pena soffermarsi sulle caratteristiche specifiche del gruppo B.

Da un lato, il panorama si arricchisce notevolmente con l’inclusione di tre modalità distinte e complementari: un modello di disprezzo e violazione dei diritti altrui (il disturbo antisociale), un modello di instabilità impulsiva nelle relazioni interpersonali (il disturbo borderline) e un modello di grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia (il disturbo narcisistico).

Dall’altro, la dimensione sociale dei disturbi di personalità, un tempo rappresentata dalle sociopatie e, in forma estrema, dalle famiglie multiproblematiche, scompare quasi totalmente. Per trovarne i resti nel DSM-IV bisogna scavare nelle note a margine dell’Asse I, dove, sotto la voce Altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica, compaiono fenomeni come: problemi relazionali (genitore-figlio, coniugali, tra fratelli), problemi legati all’abuso o alla trascuratezza (abuso fisico, abuso sessuale, trascuratezza dell’infanzia), comportamento antisociale nell’infanzia o nell’adolescenza, così come nell’età adulta, ecc. In definitiva, una vera e propria disintegrazione e dispersione degli aspetti più sociali dei disturbi di personalità, che, in pratica, ne impediscono l’uso diagnostico nella clinica.

I disturbi del legame sociale

Tutte le denominazioni utilizzate dalla psichiatria per designare i disturbi della condotta con deficit di adattamento sociale, presumibilmente centrati su strutture patologiche della personalità, sono state proposte a partire da prospettive parziali e distorte, prive di una visione integrata dell’essere umano. È il caso della psicopatia biologista, della sociopatia e della famiglia multiproblematica sociologiste e, naturalmente, dei disturbi di personalità del DSM-IV, artificialmente separati dal resto delle manifestazioni psichiche.

Coerentemente con la definizione di personalità qui proposta in una prospettiva relazionale, il disturbo di personalità è necessariamente sotteso a ogni manifestazione psicopatologica strutturata, poiché nella psiche non vi sono salti di continuità. Distingueremo quindi quattro grandi aree psicopatologiche, dotate ciascuna di uno spazio di personalità problematica specifica, e argomenteremo a favore dell’esistenza di alcune particolarità relazionali sottostanti, anch’esse specifiche. Si tratta delle tre grandi categorie della psichiatria classica, alle quali verrebbe ad aggiungersene una quarta, corrispondente alle depressioni, staccate dal campo psicotico:

1

Disturbi nevrotici

Recuperano l’antica denominazione, raggruppando i diversi disturbi che hanno come denominatore comune l’ansia, compresa la distimia.

2

Disturbi psicotici

Coincidono, a grandi linee, con il capitolo corrispondente del DSM-IV, strutturati attorno alle schizofrenie e alle psicosi deliranti.

3

Disturbi depressivi

Corrispondono allo spazio dell’antica psicosi maniaco-depressiva, integrando la sua separazione dal tronco psicotico proposta dal DSM-IV e riconoscendo il peso specifico molto maggiore della componente depressiva rispetto a quella maniacale.

4

Disturbi del legame sociale

Eredi dell’antica psicopatia, definiti come disturbi della condotta con deficit di adattamento sociale, impulsività e distruttività.

Alcune ipotesi relazionali per i disturbi di personalità

Riflettendo sulle disfunzioni relazionali più importanti che possono prodursi sotto il segno della triangolazione, della deprivazione e della caotizzazione (figura n. 1), è possibile descrivere alcune corrispondenze con le aree psicopatologiche appena menzionate e, di conseguenza, con le personalità problematiche specifiche sottostanti (i cosiddetti disturbi di personalità). La figura n. 2 mostra un possibile schema di collocazione di tali corrispondenze.

I disturbi nevrotici si situano pienamente nello spazio delle triangolazioni (fig. n. 2, «1»). In effetti, a partire dalla metafora edipica che ha ispirato la teoria psicoanalitica delle nevrosi, queste sono associate a una situazione relazionale definita da un’alleanza con un genitore e da una relazione conflittuale con l’altro. È evidente che la disarmonia coniugale sottostante nella coppia genitoriale, unita a un interesse primario per i figli che ne fa alleati desiderabili, costituisce il terreno di coltura adatto allo sviluppo di queste triangolazioni, che chiameremo manipolatorie. I sintomi nevrotici possono annidarsi nelle pieghe di queste relazioni triangolate, che ammettono numerose formule e combinazioni. Ma qui si collocheranno inoltre i disturbi di personalità del gruppo C, definiti preferibilmente dall’ansia, come l’evitante e l’ossessivo-compulsivo, nonché, eventualmente, l’istrionico, che appartiene al gruppo B.

I disturbi psicotici (fig. n. 2, «2») possono essere intesi, dal punto di vista relazionale, come un risultato della disconferma, fenomeno comunicazionale che consiste nell’esperienza soggettiva della negazione della propria esistenza da parte di figure significative da cui si dipende. Sebbene la disconferma si produca con la massima frequenza e intensità nelle situazioni di triangolazione, può verificarsi anche in quelle di deprivazione e di caotizzazione. Una distribuzione simile seguiranno i disturbi di personalità del gruppo A, ossia lo schizoide, lo schizotimico e lo schizotipico.

I disturbi depressivi rispondono a uno schema relazionale presieduto fondamentalmente dall’esigenza e dalla mancanza di valorizzazione o squalifica, che tende a prodursi con frequenza nello spazio delle deprivazioni (fig. n. 2, «3»). Si tratta soprattutto della cosiddetta depressione maggiore, accompagnata, nella sua collocazione relazionale, dal disturbo depressivo di personalità e, eventualmente, dal disturbo dipendente di personalità, che appartiene al gruppo C. Il prolungamento dell’area depressiva verso lo spazio delle caotizzazioni (fig. n. 2, «4») corrisponde al disturbo bipolare, che, pur condividendo con la depressione maggiore il substrato di squalifica, presenta in genere, a differenza di questa, una genitorialità primariamente deteriorata.

Quanto ai disturbi del legame sociale, che costituiscono il tema centrale di questo capitolo, essi appaiono distribuiti tra i tre spazi relazionali disfunzionali (fig. n. 2, «5»). Applicando la logica del DSM-IV, si tratterebbe di disturbi di personalità allo stato quasi puro, senza altra commistione di manifestazioni cliniche iscrivibili nell’Asse I se non quelle altre condizioni che possono essere oggetto di attenzione clinica a cui si è fatto riferimento più sopra. Tuttavia, includeremo in questa voce le principali varianti di disadattamento sociale che, nel corso della storia della psichiatria, sono state tipizzate e descritte come disturbi psicopatologici. Si distingueranno così tre grandi gruppi:

1

Sociopatie

Disturbi del legame sociale caratterizzati fondamentalmente dalla loro relazione con la povertà e con altri fattori sociali destabilizzanti, come l’immigrazione a rischio. Esiste un’ampia coincidenza con le famiglie multiproblematiche: si tratta di persone che sviluppano una certa parasocialità, non priva di abilità relazionali. Tendono a dipendere dai servizi sociali e a legarsi ai propri pari, con il pericolo di cadere in reti marginali e mafiose.

2

Disturbi borderline

Disturbi del legame sociale caratterizzati fondamentalmente dalla tendenza all’impulsività e all’isolamento, come risultato del fallimento nello stabilire relazioni sociali stabili. Sono persone disadattate sul piano lavorativo, con una grande instabilità relazionale, che possono sviluppare sintomi molteplici e mutevoli delle costellazioni nevrotica, psicotica e depressiva.

In mancanza di ulteriori ricerche che ne permettano l’eventuale distacco, includeremo nel gruppo dei disturbi borderline i disturbi narcisistici, caratterizzati da una condotta grandiosa e arrogante e da una tendenza a invidiare e sfruttare gli altri. Per il momento ci mancano i dati per descriverne le basi relazionali, e abbiamo l’impressione che non siano molto diverse da quelle che attribuiamo ai disturbi borderline.

3

Disturbi antisociali

Disturbi del legame sociale caratterizzati fondamentalmente dalla tendenza all’aggressività e alla distruttività, con marcati tratti impulsivi e carenza di normatività e di senso morale. È in questo gruppo che possono manifestarsi più facilmente condotte delittuose gravi, sebbene esistano importanti vie di passaggio verso le sociopatie e i disturbi borderline.

Ipotesi relazionali specifiche per i disturbi del legame sociale

1. Le sociopatie

Nella fig. n. 2, «5», si osservano diverse aree che si distribuiscono nei tre spazi di disfunzionalità relazionale, corrispondenti alle triangolazioni, alle deprivazioni e alle caotizzazioni.

Le sociopatie si collocano in pieno nello spazio delle caotizzazioni (fig. n. 2, «6»), definito da una coniugalità disarmonica e da una genitorialità primariamente deteriorata. Si tratta, in effetti, di famiglie che, molto presto, spesso fin dalla costituzione della coppia fondatrice, falliscono tanto sul piano coniugale, sprofondando in un mare di dissapori e incomprensioni, quanto su quello genitoriale, incorrendo in trascuratezze massicce nei confronti di bambine e bambini. Entrambi i tratti possono comparire in concomitanza con circostanze di vita critiche e inedite, ma è più frequente che si trasmettano di generazione in generazione, favoriti dalla cultura della povertà e dello sradicamento sociale in cui queste famiglie si trovano di solito immerse.

I genitori, spesso fin da giovanissimi, litigano continuamente, rendendosi protagonisti di episodi di notevole violenza che li portano ad abbandonarsi e a separarsi tante volte quante a riconciliarsi e a tornare insieme. La fedeltà non è una qualità molto rilevante in questo contesto, per cui non è strano che si stabiliscano relazioni sporadiche con terze persone, talvolta in un clima di franca promiscuità, né che, negli abbandoni che ne derivano, proliferino le famiglie monoparentali. Se la violenza può essere espressione della frustrazione coniugale, veicolata dall’impulsività e dalle tendenze all’agito, il sesso si trasforma in una pseudo-soluzione, incaricata di creare la finzione di un legame solido, in realtà inesistente. Per questo tali coppie comunicano un’impressione di passionalità tormentata, contraddittoria e sconcertante, capace di ingannare uno sguardo ingenuo.

In un’atmosfera simile, tanto esplosiva quanto caotica, i figli vengono al mondo con il marchio dell’abbandono al proprio destino. La prolificità di queste famiglie disorienta i servizi sociali, che tendono ad attribuirla alla pura irresponsabilità, mentre il suo senso è più complesso. Irresponsabili, sì, se con ciò si intende privi della capacità riflessiva che permetterebbe di anticipare i bisogni della prole e di garantirne la soddisfazione, ma anche disperatamente aggrappati a una genitorialità prolifica, fisicamente vigorosa, in contrasto con il loro deterioramento relazionale. Si assiste qui ancora una volta a un’attribuzione di significato simbolico, che vuole vedere nei legami genitoriali il radicamento transgenerazionale di cui si è così drammaticamente privi. Per questo, paradossalmente, e non solo per voglia di nuocere, queste famiglie reagiscono con ferocia quando si vedono minacciate di perdere i figli.

Ma, nel frattempo, non c’è dubbio che i più piccoli possano andare incontro a una sorte incerta, in balia di un caos che, a volte, si rivela dotato di leggi crudeli. Malvestiti, malnutriti e con un’igiene personale sommaria, attirano l’attenzione a scuola per i ritardi e le assenze, o perché portano i segni di violenze fisiche. Il vicinato denuncia l’abbandono, quando non è un tragico incidente domestico a finire in cronaca, sullo sfondo relazionale dei litigi dei genitori, delle visite intempestive di partner occasionali non meno violenti e del continuo abuso di alcol e di altre droghe. E non può stupire che tutto ciò abbia effetti sulla personalità dei figli, che, quanto meno, si svilupperà con una socializzazione difettosa, tanto sul versante normativo quanto su quello protettivo.

Ma le famiglie caotiche hanno una qualità molto importante: la loro capacità, anch’essa paradossale, di generare risorse relazionali su quello che, a prima vista, sembra un terreno nutritivamente sterile. Queste risorse provengono indistintamente dall’interno o dall’esterno del sistema, e possono essere intese come reazioni ecologiche alla profonda carenza strutturale, esibita in modo provocatorio ai quattro venti. Quanto più profondo è l’abisso che separa i genitori e quanto più sono immersi in dinamiche distruttive, tanto più uno dei due può reagire prendendo il timone della famiglia e salvando i figli dal naufragio. Inoltre, in qualsiasi momento, la famiglia allargata può intervenire, facendo di necessità virtù per fornire un aiuto modesto ma opportuno. Per non parlare di altre risorse esterne, tanto spontanee quanto professionali, sollecitate a intervenire per far fronte alle carenze di ogni tipo che la situazione mette in evidenza. Questi interventi possono rivelarsi controproducenti se vengono realizzati esclusivamente in prospettive di controllo, di repressione o di sostituzione, ma, molto spesso, rappresentano apporti di nutrizione relazionale preziosi per la maturazione della personalità dei figli.

Ecco una delle ragioni per cui, pur essendo queste famiglie relazionalmente caotiche un vivaio di sociopatia, non tutti i loro membri seguono quella strada. Le altre ragioni sono attribuibili alla complessità e all’incertezza.

Vignetta clinica: Ernesta

Ernesta è nata in un piccolo villaggio della costa colombiana del Pacifico, in una famiglia povera e destrutturata. I suoi genitori, separati fin dalla sua nascita, si sono disinteressati di lei, affidandone la crescita alla nonna paterna, che ha fatto quello che ha potuto, ed è stato molto, per sostituirli. E se non ha fatto di più è perché loro non glielo hanno permesso, ostinati a sfruttare Ernesta mettendola a lavorare fin da piccolissima. Già a sei anni la bambina percorreva le strade in cui si svolgeva la sua vita, vendendo cibo e cianfrusaglie sotto la minaccia alternata del padre e della madre se non portava abbastanza soldi a casa. E, come non poteva non accadere, fu in quelle stesse strade che Ernesta conobbe l’abuso extrafamiliare e che, appena adolescente, ebbe le sue prime esperienze sessuali con partner precari, dalle quali si ritrovò con tre figli in cinque anni.

Giunta all’età adulta tra percosse, abusi e sfruttamenti di ogni tipo, Ernesta emigrò in Spagna con i figli, decisa a costruirsi una nuova vita. Portava con sé un fragile bagaglio di resilienza che le permise di stabilirsi con l’aiuto di alcuni parenti, ma i problemi ricominciarono presto. Sistemata in un quartiere difficile, cominciò a essere avvicinata da personaggi dubbi, uno dei quali chiaramente predatore. Donna attraente, non le mancavano proposte di lavoro come entraîneuse, a cui non sempre riusciva a resistere, mentre i figli, semiabbandonati, si lasciavano proteggere da un uomo dalle intenzioni torbide sotto lo sguardo indifferente della madre. Quando, dopo alcuni anni, i servizi sociali vennero a conoscenza della situazione, Ernesta era sprofondata in una grave depressione, mentre i figli frequentavano bande violente e partecipavano ad azioni delittuose.

2. I disturbi borderline

La collocazione dei disturbi borderline nello schema delle disfunzionalità relazionali di base nella famiglia d’origine (fig. n. 2, «7») mostra due varianti possibili, una nello spazio delle triangolazioni e l’altra in quello delle deprivazioni. Tale è anche, per il momento, l’ipotesi riguardante il disturbo narcisistico, incluso il narcisismo maligno (Kernberg, 1984).

Le triangolazioni nascono quando una genitorialità primariamente conservata viene deteriorata secondariamente dall’impatto di una coniugalità disarmonica, il che fa sì che i figli si trovino invitati a partecipare, con scarse possibilità di sottrarsi, ai giochi relazionali disfunzionali dei genitori. Come abbiamo visto, esistono diverse modalità di triangolazione, tra le quali quelle manipolatorie sono in rapporto con i fenomeni nevrotici e quelle disconfermanti con quelli psicotici. In questo contesto possiamo chiamare triangolazione equivoca una situazione relazionale in cui i genitori, molto distanti tra loro, trascurano la crescita del figlio o della figlia nella convinzione interessata che sia l’altro a occuparsene. Ciascun genitore adempie alle proprie funzioni controvoglia, senza dissimulare troppo la propria stanchezza e il proprio disappunto, sentendo che ciò che fa è il risultato ingiusto dell’inibizione dell’altro. In una variante, il bambino o la bambina dispone di una figura genitoriale molto vicina, quasi fusionale, che non ammette la minima esitazione nell’incondizionalità della relazione, mentre l’altra figura approfitta dell’occasione per allontanarsi inflessibilmente. A lungo andare, quando il ciclo di vita impone dinamiche di autonomizzazione, anche la prima finisce per prendere le distanze. Può anche accadere che la figura genitoriale alleata sia fredda e poco nutritiva, mentre quella antagonista sia più calda e intensa, ma rigida e autoritaria. Nessuna delle due offre, in ogni caso, un appiglio solido a cui legarsi.

Nello spazio delle deprivazioni si sviluppano dinamiche relazionali definite da una genitorialità primariamente deteriorata e da una coniugalità armoniosa, generalmente sotto il segno della complementarità. I genitori, in buona intesa tra loro, si mostrano incapaci di rispondere ai bisogni nutritivi del figlio o della figlia, che percepiscono come fastidioso e pieno di difetti. Se prevalgono l’esigenza e la scarsa valorizzazione dei suoi sforzi, è probabile che il risultato si orienti verso la depressione maggiore; ma se ciò che spicca è un atteggiamento di rifiuto, mescolato a una pseudo-iperprotezione che mira più a scrollarsi di dosso la presenza esigente e fastidiosa di chi cresce che a soddisfarne i bisogni, si stanno ponendo le basi per lo sviluppo di un disturbo borderline. In entrambi i casi la nutrizione relazionale è profondamente compromessa, sotto una superficie di squisito rispetto delle apparenze di adeguatezza sociale. Ma se nel primo caso si produce un’ipersocialità normativa, che rende la persona depressa schiava dell’onorabilità della facciata, nel secondo la normatività sociale fallisce, e con essa la capacità di costruire legami stabili.

Deprivazione per esigenza e squalifica

Ipersocialità normativa, schiavitù della facciata onorevole: la via della depressione maggiore.

Deprivazione per rifiuto e pseudo-iperprotezione

Fallimento della normatività sociale e della capacità di costruire legami stabili: la via del disturbo borderline.

Vignetta clinica: Enrique, Rosa e Silvia

Enrique e Rosa decisero di adottare una bambina peruviana dopo aver perso il figlio adolescente in un incidente stradale. Ma, contrariamente alle loro illusioni e aspettative, le cose non andarono bene fin dall’inizio. Silvia, secondo loro, non somigliava a Carlos, il figlio morto, ma, con la sua turbolenza e la sua precoce sensualità, ricordava loro continuamente fantasmi legati alle sue oscure origini tropicali e terzomondiste.

Rosa aveva vissuto un’infanzia di deprivazione, abbandonata dal padre e cresciuta da una madre arbitraria e frivola che la sfruttava sfacciatamente a vantaggio dei propri capricci. Non aveva nemmeno imparato a scrivere bene, perché la madre la ritirava da scuola perché sbrigasse le faccende domestiche al posto suo. Quando conobbe Enrique, un uomo autoritario e controllante ma ben organizzato e molto innamorato di lei, Rosa si gettò tra le sue braccia credendo di aver trovato la sicurezza e la protezione tanto desiderate. E, di fatto, in gran parte fu così. La coppia ha sempre funzionato con grande solidità, anche se le perdite successive finirono per intaccare Rosa: prima la morte di Carlos, poi la delusione per l’adozione di Silvia e, infine, un problema di impotenza di Enrique, sopraggiunto insieme alle prime manifestazioni della menopausa di lei.

Con Rosa depressa, le caratteristiche di base della coppia genitoriale si accentuarono ulteriormente. Enrique si dedicò anima e corpo a prendersi cura della moglie, che considerava una graziosa bambolina irresponsabile, mentre trattava Silvia, ormai adolescente, con crescente astio, accusandola di essere la colpevole dei problemi della madre. In questo contesto Silvia diventò una ragazza ribelle, abbandonò la scuola e frequentò compagnie poco raccomandabili, in un’atmosfera di instabilità emotiva e promiscuità sessuale. La diagnosi di disturbo borderline non si fece attendere, confermando l’antico timore dei genitori di aver acquisito materiale difettoso.

Noi possiamo invece ipotizzare che il deterioramento primario della genitorialità abbia penalizzato Silvia, mettendola di fronte a un confronto impossibile da soddisfare con l’idealizzato fratello morto. È vero che, come dicevano i genitori, la bambina ha avuto tutto ciò che voleva, ma ciò è avvenuto in un contesto di crescente rifiuto, definito dal loro bisogno di discolparsi espiando la morte di Carlos. La pseudo-iperprotezione così sviluppata, lungi dal giovare a Silvia, l’ha resa sempre più una bambina viziata, con difficoltà a rispettare limiti e regole, e con una grande diffidenza verso l’autenticità nutritiva delle relazioni interpersonali. D’altra parte, la coniugalità armoniosa dei genitori, basata su una complementarità progressivamente irrigidita, lungi dal costituire una cornice funzionale per l’esercizio della genitorialità, si è trasformata in uno stretto corsetto che la soffocava ancora di più. In effetti, la buona armonia dei genitori non lasciava filtrare alcun dissenso compensatorio, ma presentava a Silvia un fronte di rifiuto impenetrabile.

3. Il disturbo antisociale

La fig. n. 2, «8» mostra i disturbi antisociali collocati a cavallo tra lo spazio delle deprivazioni e quello delle caotizzazioni. In effetti, in entrambi gli spazi possono verificarsi le circostanze propizie a schemi di condotta antisociale, che presuppongono una profonda denutrizione relazionale segnata dal fallimento più totale della normatività.

La radice deprivata del disturbo antisociale può attivarsi quando, nel contesto relazionale del disturbo borderline deprivato, il rifiuto del figlio o della figlia diventa così evidente da prevalere su qualsiasi velleità socializzante. Quanto alla radice caotica, può essere operante quando le dure condizioni della sociopatia non vengono temperate da risorse compensatorie interne o esterne. In entrambi i casi si pongono le basi per lo sviluppo di condotte che implicano il disprezzo e la violazione dei diritti altrui, trasformati in oggetto di soddisfazione immediata dei propri desideri e capricci. Veri predatori umani, le persone cresciute in questo modo illustrano meglio di altre la massima secondo cui il male esiste, e non è altro che l’assenza d’amore.

Vignetta clinica: Kevin

Il padre di Kevin era un alcolista violento, abituato a vivere a spese dei servizi sociali, che, quando si separò dalla moglie, ottenne l’affidamento del bambino perché la madre, disabile e psicotica, era ancora meno capace di garantirne la sicurezza.

Cresciuto in un ambiente privo di qualsiasi tenerezza e sotto una continua minaccia per la propria sopravvivenza, Kevin imparò a farsi strada nella vita prendendo ciò di cui aveva bisogno con l’intimidazione e l’aggressione. Fin da piccolo si era costruito una fama di pericolo pubblico, bruciando e squarciando animali vivi per strada e aggredendo i compagni di scuola con assoluta freddezza ed efficienza. Da adulto, Kevin divenne un cliente abituale di commissariati e carceri, coltivando generi di rischio e di profitto crescenti. Uomo di indubbio fascino fisico, non aveva difficoltà a trovare compagne, che usava e gettava senza mai sviluppare legami stabili. Quando, in seguito al suo ultimo arresto, fu sentito da psicologhe e psicologi, manifestò una totale indifferenza verso qualsiasi legame emotivo, che bollava come inutile sentimentalismo, esprimendo un’arroganza incrollabile nella decisione di proseguire la sua singolare carriera professionale.

Considerazioni finali

Tutto quanto esposto finora riguardo ai disturbi di personalità si basa su una ricerca clinica sulle basi relazionali della psicopatologia, che si sviluppa da anni e che ha già dato alcuni frutti significativi nei campi dei disturbi depressivi (depressioni maggiori e distimie) (Linares e Campo, 2000) e delle psicosi (Linares, Castelló e Colilles, 2001). Il programma relativo ai disturbi di personalità è attualmente in corso, e le idee qui esposte ne costituiscono una prima anticipazione.

I disturbi di personalità non costituiscono un territorio indipendente nel campo della psicopatologia, né si sovrappongono in modo arbitrario o casuale alle altre manifestazioni sintomatiche. Al contrario, esiste un continuum coerente nella mente umana, per cui una personalità specifica è necessariamente presente in qualsiasi fenomeno psichico, normale o patologico.

I quattro grandi spazi della psicopatologia – nevrosi, psicosi, depressioni e disturbi del legame sociale – possiedono di conseguenza le rispettive dimensioni di personalità problematica, che, a loro volta, corrispondono ad altrettante aree di disfunzionalità relazionale. Tra i quattro, i disturbi del legame sociale, eredi delle antiche personalità psicopatiche, sono quelli che costituiscono l’oggetto privilegiato di riflessione di queste pagine, e si suddividono a loro volta in tre gruppi dotati di substrati relazionali diversi nelle famiglie d’origine: le sociopatie (caotizzazioni), i disturbi borderline (triangolazioni e deprivazioni) e i disturbi antisociali (deprivazioni e caotizzazioni).

La delinquenza e il crimine, espressioni massime ed estreme dei disturbi del legame sociale, possono essere raggiunti a partire da una qualsiasi delle loro varianti, ma anche a partire dalla normalità relazionale e dall’assenza di psicopatologia, a seconda delle circostanze individuali, familiari e sociali concomitanti (Lykken, 1995).

Allo stesso modo, l’infinita capacità dell’ecosistema di generare risorse relazionalmente nutritive può rendere resilienti persone segnate dalle circostanze più avverse, preservandole dal cadere in queste come in altre patologie.

Da ricordare

Nella psiche non vi sono salti di continuità: ogni grande area psicopatologica porta con sé la propria personalità problematica, e ciascuna rimanda a uno spazio di disfunzione relazionale della famiglia d’origine. Sociopatie (caotizzazione), disturbi borderline (triangolazione e deprivazione) e disturbi antisociali (deprivazione e caotizzazione) si possono così leggere come fallimenti della nutrizione relazionale – e mai come destini, poiché l’ecosistema può sempre generare risorse nutritive.

Nota dell’originale

(*) Capitolo del volume a cura di Arturo Roizblatt, Terapia Familiar y de Pareja (2006), Editorial Mediterráneo, Santiago del Cile.

Bibliografia

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Linares, J. L. y Campo, C. (2000) – Tras la honorable fachada. Los trastornos depresivos desde una perspectiva relacional. Paidós, Barcelona.

Linares, J. L., Castelló, N. y Colilles, M. (2001) – La thérapie familiale des psychoses comme processus de reconfirmation. Cahiers critiques de thérapie familiale et de pratiques de réseaux, vol. 26, p. 61-82.

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Sullivan, H. S. (1953) – The Interpersonal Theory of Psychiatry. Norton, New York.

Questo articolo è la traduzione italiana non ufficiale, realizzata dallo spagnolo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, di «Una visión relacional de los trastornos de personalidad», pubblicato da Red Sistémica (prima pubblicazione: Terapia Familiar y de Pareja (a cura di A. Roizblatt), Editorial Mediterráneo, Santiago del Cile, 2006). Tradotto e ripubblicato con l’accordo della rivista. Fa fede la versione originale.

Leggi l’articolo originale

Come citare questo articolo

Linares, J. L. (2023). Une vision relationnelle des troubles de la personnalité (Complexe Systémique, trad.). Complexe Systémique. https://app.complexe-systemique.com/fr_FR/articles/une-vision-relationnelle-des-troubles-de-la-personnalite (Opera originale pubblicata nel 2006 in Terapia Familiar y de Pareja (a cura di A. Roizblatt), Editorial Mediterráneo, Santiago del Cile; ripubblicata nel 2023 da Red Sistémica, https://redsistemica.ar/2023/02/08/una-vision-relacional-de-los-trastornos-de-personalidad/)

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